VIDEO No party, no democracy #dialoghiEuropei

QUI IL VIDEO No party, no democracy

https://www.facebook.com/share/v/184x1xv3Fr

Alla ricerca dell’ordine politico internazionale perduto #ParadoXaforum

Ho sempre avuto molti dubbi sulla effettiva esistenza di un ordine internazionale liberale nel periodo tra il 1945, fondazione delle Nazioni Unite, e il 1989, crollo del comunismo sovietico e, secondo Fukuyama, Fine della storia. In effetti, la storia della contrapposizione delle democrazie liberali e dei regimi comunisti era finita, proprio come scrisse lui stesso, con la vittoria delle democrazie liberali. Finiva anche, non l’ordine liberale internazionale, ma, più propriamente, l’equilibrio del terrore nucleare fra USA e URSS. Gli USA diventarono per almeno un decennio la superpotenza ”solitaria”, nella intelligente e acuta interpretazione datane da Huntington, mentre sullo sfondo si annunciava “lo scontro delle civiltà”. Dunque, trent’anni fa il grande politologo di Harvard non prevedeva nessuna (ri)comparsa di un qualsiasi (nuovo) ordine politico.

Il prezzo del vecchio “ordine”, che non fu mai liberale, era stato molto alto. Lo avevano pagato anzitutto i coreani, poi con le loro rivolte, i cittadini di Berlino Est (1953), dell’Ungheria (1956), della Cecoslovacchia (1968) e della Polonia (1956, 1968, 1980), ma anche i molti dissidenti sovietici da Sacharov a Solgenitsin. Lo avevano pagato molto caro i latino-americani schiacciati dalle dittature militari, i vietnamiti non domati neppure dal napalm, i sudafricani dell’apartheid. Solo noi europei occidentali, cittadini di regimi democratici (non, quindi gli oppositori dell’autoritarismo del Generalissimo Francisco Franco e del Prof Antonio Salazar) possiamo davvero rimpiangere les Trente Glorieuses, cioè, gli anni di grande sviluppo economico e di assenza di conflitti armati. Tutti gli stati entrati gradualmente a far parte di quella che è oggi l’Unione Europea hanno goduto di pace e acquisito prosperità come non mai.

Molto è cambiato nel mondo, ma, soprattutto, nei sistemi politici più potenti: nella Cina, nella Russia e negli USA. Trovata la stabilità interna che un partito totalitario come quello comunista cinese può garantire, sopprimendo l’opposizione e castigando duramente gli oppositori (Tien an Men, prima, giugno 1989, e Hong Kong, dopo, oramai da qualche anno, sono le tragiche prove), la Cina opera agilmente e abilmente in un sistema internazionale senza regole. Non sembra essere interessata, né opporsi, in linea di principio, ad un nuovo ordine internazionale. La sua leadership è consapevole che nessun tipo di ordine, quand’anche nascesse senza di lei o addirittura contro di lei, potrà dare stabilità al sistema internazionale. Nel frattempo, silenziosa e apparentemente inarrestabile, la sua espansione prosegue grazie e attraverso la via della seta.

Con la volutamente plateale aggressione all’Ucraina, Vladimir Putin perseguiva due grandi obiettivi: conquistare e sottomettere un paese importante e democratico come tardiva rivincita su quanto era andato perduto dopo il 1989/91, e fermare, se non addirittura capovolgere il declino della Russia, riverniciando e rilanciando il passato imperialista. In subordine, ha voluto mandato il segnale che nessun nuovo ordine internazionale può essere costruito senza riconoscere alla Russia un ruolo molto importante. Possiamo già constatare e affermare non solo che Putin non sembra in grado di conseguire i suoi obiettivi, ma che è diventato debitore di Trump che l’ha omaggiato in Alaska e di Xi Jinping senza il cui aiuto non potrebbe continuare l’aggressione. Non avrà mai più la forza per mettersi allo stesso tavolo di Trump e di Xi e si illude se crede che il prossimo ordine politico internazionale sarà tripolare.

Probabilmente sarebbe piaciuta anche al tycoon di Mar-a-Lago, terribile semplificatore dalle propensioni autoritarie, la comparsa di un sistema tripolare con la Russia a fare almeno in parte da contrappeso alla Cina e a tenere impegnati gli europei esigenti e decadenti che non saprebbero difendersi dai quali vorrebbe un cospicuo rimborso per tutte le spese militari effettuate dagli USA in ottant’anni. Nel frattempo, Trump procede a riaffermare il suo controllo sull’America latina. Deciderà lui la politica del Venezuela. Per Cuba si limita ad aspettare, poi se la riprenderanno gli esuli e la invaderanno i turisti USA e le loro piccole e grandi empresas: Viva la Coca Cola e le high tech! Il Canada deve fare molta attenzione a quel che dice e a quel che fa, e anche il Messico deve comportarsi meglio. Quanto alla Groenlandia, Trump dice che ne ha bisogno. Gli serve, presto. La può comprare oppure anche solo occupare. Se i suoi comportamenti, che non sono soltanto quelli di un mercante senza scrupoli, ma soprattutto di un imperialista senza freni, offendono la Danimarca e gli altri europei e affondano la NATO, peggio per loro. L’irrequietezza del Presidente USA e il servilismo competitivo dei suoi collaboratori che corteggiano i suoi favori e ambiscono i suoi elogi) non fanno escludere svolte, ma la strada del Make America Great Again è tracciata e lastricata. Comunque vada, la meta non sarà un ordine non sarà liberale. Sarà una tripartizione imposta dai rapporti di forza: USA, Cina, quel che può la Russia. Una stabilizzazione voluta da tre massime autorità ultrasettantenni che non si scambiano nessun impegno reciproco che non potrebbero e non vogliono rispettare.

Tutti i dati disponibili sui diritti, sulle libertà, sul commercio, sulla distribuzione del potere e della ricchezza dicono alto e forte che i 400 e più milioni di cittadini dell’Unione Europea vivono in prosperità, in democrazia, in pace. Hanno imparato le durissime lezioni della storia e, come direbbe Niccolò Machiavelli, con un po’ di fortuna e molta virtù sono diventati dei veri e propri privilegiati. Hanno vissuto la loro intera vita protetti dallo scudo grande e semi gratuito offerto dalla Nato. Con pochissime, ma notevoli, eccezioni (il francese Raymond Aron e l’italiano Altiero Spinelli) gli studiosi e i politici europei non si sono preoccupati del ritorno della guerra sul loro continente e neppure della costruzione e della manutenzione dell’ordine liberale internazionale. La pace, per parafrasare, criticandone una tesi centrale, il generale prussiano Carl von Clausewitz (1780-1836), era (è!) la continuazione della politica nei sistemi politici democratici e nei rapporti fra di loro. Con un altro grande tedesco, il filosofo illuminista Immanuel Kant (1724-1804), siamo in grado di affermare si vis pacem, para democratiam (chi vuole la pace deve preparare la democrazia). Le democrazie non si fanno la guerra fra di loro. Le loro opinioni pubbliche lo impedirebbero.

Faro del liberal-costituzionalismo, quanto più si allarga tanto più l’Unione Europea aumentava la portata del suo fascio di luce. Il presidente francese François Mitterrand (1981-1995) già auspicava che l’Europa si estendesse dall’Atlantico agli Urali. Lascio Immaginare lo shock, la preoccupazione e l’irritazione nelle stanze del Cremlino. Comunque, l’Unione ha continuato ad ampliarsi anche nei Balcani e fra i paesi candidati all’adesione si trovano altri sistemi politici ex comunisti. In ottica diversa, ma molto promettente, si situa l’accordo commerciale di grande portata recentemente raggiunto fra i paesi del Mercosur e l’Unione Europea. Più problematico è il Piano Mattei proposto da Giorgia Meloni per rapporti di cooperazione e scambi con molti paesi africani altrimenti corteggiati e influenzati dalla Cina. Allargamento non significa automaticamente maggiori capacità politiche; anzi, significa maggiori difficoltà decisionali. Significa anche maggiori responsabilità sulla scena internazionale mondiale.

Nessuna di queste operazioni è stata pensata avendo come obiettivo esplicito, se non la creazione di un nuovo ordine internazionale, quanto meno la riduzione dell’attuale disordine bellicoso e belligerante. Ma, opportunamente orientate, con impegno e con fatica, gli accordi commerciali, mai solo tali, potrebbero andare nella direzione giusta. Questione di leadership, politica e culturale. Quando questi tipi di leadership mancano prende il sopravvento la leadership burocratica che, lo sappiamo, non è ma disposta a rischiare. Meglio conservare quello che abbiamo costruito è anche il pensiero dei molti burocrati negli alti ranghi del Partito Comunista Cinese. Nell’attuale disordine, mentre Putin cerca di schiacciare l’Ucraina e Trump di azzannare la Groenlandia, pochi si scandalizzeranno se la Cina lancerà una sua “operazione militare speciale” contro i cinesi di Taiwan.

Concludo. Sono abitualmente contrario alle contrapposizioni retoriche rigide, ma in questo caso sento la necessità di essere molto netto. Nel futuro, da un lato, vedo un molto difficoltoso processo, neppure ancora concretamente iniziato, di costruzione di un nuovo ordine politico internazionale. Dall’altro, mi appare più probabile l’affermarsi di un duopolio autoritario USA/Cina con sparse frange di resistenza. Una di queste frange sarà probabilmente rappresentata dall’Unione Europea purché non indebolita e non frenata dai sovranismi di destra inclini al compromesso anche al ribasso. Nel frattempo, continueranno molti conflitti armati e, almeno in parte, impareremo a vivere, disegualmente male, nel disordine internazionale. Non è il futuro che auguro ai giovani.

Pubblicato il 12 gennaio 2026 su PARADOXAforum

INVITO No party, no democracy #12gennaio #Trieste #dialoghiEuropei

Lunedì 12 gennaio ore 17.30
Circolo della Stampa
corso Italia, 13 Trieste

Il Venezuela di Trump, il cuore di Giorgia e le sue ragioni @DomaniGiornale

Velocissima, Giorgia Meloni ha reso nota la sua valutazione pochissimo tempo dopo il successo della “operazione militare speciale” (sic) di Donald Trump contro il corrotto presidente del Venezuela Nicolás Maduro. In Venezuela, ha scritto, il Presidente USA ha effettuato “una azione difensiva legittima” contro “un regime mai riconosciuto”. Dunque, non ci sarebbe stata nessuna violazione del diritto internazionale, nessuna lacerazione della sovranità nazionale del Venezuela, nessuna inaccettabile interferenza nella politica interna dello stato latino-americano. Un regime autoritario non riconosciuto deve sapere, se si concorda con l’interpretazione Meloni, che è inevitabilmente esposto a interventi dall’esterno. Deve prenderne atto e con lui di conseguenza anche gli altri protagonisti politici dovranno essere pienamente consapevoli che il non riconoscimento spalanca finestre di opportunità a qualsiasi eventuale incursione da fuori. Taiwan, de te fabula narratur

 La Presidente del Consiglio italiana non ha mai nascosto che vuole avere e mantenere un rapporto molto stretto e privilegiato con il Presidente Trump. Questi la ha regolarmente omaggiata e ricompensata con dichiarazioni gratificanti, al limite dell’imbarazzo, e con numerose photo opportunities. A sua volta, ripetutamente, Giorgia Meloni ha sottolineato che il suo obiettivo politico di fondo consiste nel proporsi e fungere come pontiera fra l’Unione Europea e la Casa Bianca. I risultati concreti, per l’Unione e per l’Italia, del pontieraggio meloniano sono difficili da soppesare, ma le buone intenzioni del governo italiano non sono certamente sfuggite negli ambienti che contano vicino a Trump.

Poi, naturalmente, contano anche altri fattori nella scelta di Meloni di non prendere mai le distanze dal Presidente USA. Tecnicamente, i MAGA (Make America Great Again) sono sovranisti per eccellenza. Di qui, incidentalmente, non poche perplessità nella base trumpista, ma non soltanto, sulla opportunità (non sulla legittimità, quel che decide Trump è automaticamente legittimo) dell’incursione in Venezuela. Invece, non si è manifestata nessuna perplessità di Meloni e dei suoi perfettamente allineati portavoce. Quando si presenta l’occasione, e l’autoritarismo di Maduro la offriva su un piatto di petrolio pregiato, bisogna prenderla al volo: sfruttabile e giustificabile.

Messa in conto una posizione diversa, molto diversa, ma non limpida e non fortissima, dell’Unione Europea, Giorgia Meloni riesce a apparire concreta e realista. No, il problema Venezuela non è sparito, ma, l’UE non ha mai saputo affrontarlo, mentre Trump ha quantomeno risolto il problema Maduro. Non c’è nessuna indicazione che Trump voglia incoraggiare una transizione democratica, ma, sostengono granitici i meloniani, buona parte delle sinistre italiane ha mostrato un’alta soglia di tolleranza per i populismi “progressisti” (troppo vero). D’altronde, se si ponesse l’obiettivo della democraticità del regime, con quale credibilità Meloni, Tajani e molti ministri italiani potrebbero affermare la bontà, la rilevanza e l’efficacia del Piano Mattei con i governanti africani non-democratici?

L’intervento venezuelano di Trump, le sue minacciose parole rivolte alla Groenlandia, a Cuba, che cadrà da sola (ma l’elettorato del segretario di Stato Marco Rubio scalpita per fornire più che un’aiutino), e, diversamente, alla Colombia e al Messico, senza dimenticare il Canada, significano che il tycoon immobiliarista non è interessato alla (ri)costruzione di un nuovo ordine (meno che mai liberale) internazionale. A questo immane compito, la Presidente del Consiglio non sembra disponibile a dedicare la sua attenzione. L’Unione Europea ha posizioni sfumate, tutte da affinare e da rendere più incisive e perseguibili. Dal canto suo, Meloni pensa che solo Trump ha abbastanza potere, se non per fare ordine, per tenere sotto controllo il disordine. Per non subire contraccolpi meglio non criticarne le mosse. Ma il dopo-Trump, è il mio empio desiderio, potrebbe non essere molto lontano.

Pubblicato il 7 gennaio 2026 su Domani

Cosa ci insegna la fine di Bardot sull’Europa @DomaniGiornale

L’omaggio che, in particolare la Francia, ma non solo, sta rivolgendo a Brigitte Bardot, simile, anche se molto superiore, a quello tributato poco più di un anno fa a Alain Delon, contiene accenti, a mio parere, inquietanti. Che Marine Le Pen, leader di un partito che Bardot sosteneva per la sua politica e le sue idee, abbia espresso il suo apprezzamento per una donna “libera, indomabile, integra”, è assolutamente comprensibile. Coerente. Non poche preoccupazioni destano le parole del Presidente Emmanuel Macron: “incarnava una vita di libertà. Esistenza francese, splendore universale. Piangiamo una leggenda del secolo”. No, la libertà personale, espressa nei confini di una nazione non è “splendore universale”. Al contrario, spesso assume i tratti particolaristici dell’egoismo, amore eccessivo e esclusivo di se stessi, non riscattabile dalla pur meritevole cura e devozione degli animali, e negli omaggi di un nazionalismo deteriore.

A qualche decina di chilometri da Saint Tropez, per la precisione a Juan-les-Pins in uno splendido, luminoso atelier, lavorò per diversi anni Pablo Picasso, sicuro interprete di “una vita di libertà”, che si era ripromesso di non tornare in Spagna fintantoché Francisco Franco fosse rimasto al potere. Promessa mantenuta. In Spagna dopo la morte di Franco, tornò non lui, Picasso, ma quello straordinario dipinto che è Guernica, esposto a Madrid, al Museo di Reina Sofia, capolavoro di una molto diversa idea di libertà.

Il paragone è, ne sono consapevole, solo parzialmente appropriato. Mira a segnalare quelli che sono i valori intorno ai quali sarebbe preferibile che una comunità si organizzasse, proteggendoli e promuovendoli. Indirettamente, se la mia prospettiva è accettabile, ne deriva anche che in assenza di personalità che siano portatrici di quei valori e ampiamente riconosciute come tali, qualsiasi comunità risulterà debole, divisa, incapace di comportamenti collettivi di grande importanza e impatto. Destinata a logoranti conflitti, inadeguata a produrre scelte proiettate nel futuro, come spesso, ma nient’affatto sempre, succede nell’Unione Europea.

Da qualche tempo, questo discorso e la relativa preoccupazione riguardano per l’appunto l’Unione Europea. Alle origini, per esperienza di vita personale, per cultura politica, aggiungerei per ideologia, i fondatori condividevano valori che, senza cancellare le rispettive identità nazionali, erano effettivamente europei: libertà, democrazia, federalismo. Furono sufficienti a tracciare la strada finora percorsa con successo. Con gli anni e con la cooperazione è persino significativamente aumentata la percentuale di coloro che si dichiarano prima europei e solo poi cittadini della rispettiva nazione.

Quello che visibilmente manca da qualche tempo sono personalità europee che vengano riconosciute come tali perché portatrici dei valori fondanti e ispiratrici di comportamenti esemplari, che siano già diventate o in procinto di esserlo, come con surplus di esagerazione retorica gallica, il Presidente Macron ha detto di Brigitte Bardot, “una leggenda del secolo”. Credo di sapere quale reazione sarcastica ha avuto il Gen. de Gaulle.

Non è cedere alle costrizioni della spettacolarizzazione della politica chiedere che in Europa si affermino grandi personalità capaci di esprimerne e esaltarne i valori e di porsi come guide morali e culturali in tempi di degrado e di regresso. Potranno anche esserlo, a determinate condizioni, che non vedo in Brigitte Bardot, le celebrità cinematografiche. Per lo più, fortunatamente non è quella la loro irrefrenabile ambizione. Che emergano personalità in grado di rilanciare i valori europei delle origini e di un lungo tratto di storia è sicuramente un augurio per l’anno 2026, ma soprattutto è un progetto da perseguire con convinzione e impegno. Beati non sono i popoli nei quali non si affermano grandi personalità.

Pubblicato il 31 gennaio 2025 su Domani

Un anno duro. Ma c’è di molto peggio in arrivo @DomaniGiornale

Dimostrandosi sciatore provetto, il Ministro Giorgetti si è da qualche tempo sapientemente esibito nello slalom fra gli emendamenti e sembra sia riuscito a portare a valle la Finanziaria “Meloni-Tajani-Salvini”. Il popolo dello Stivale ha appreso festante di essere proprietario dell’oro d’Italia. Nella Finanziaria c’è una riduzioncina delle tasse per il ceto medio indifferenziato, ma anche meno risorse per la sanità di una popolazione, chi scrive compreso, che invecchia, e vi si trova poco o nulla per una generazione di giovani alla ricerca di opportunità, di chances di vita. A sinistra (plurale) ci si preoccupa delle diseguaglianze, senza le indispensabili specificazioni, invece di pensare alle innovazioni e alla crescita. Senza crescita, economica, ma anche culturale, le diseguaglianze rimarranno più o meno gravi, però, la torta da redistribuire diventerà più piccola e le resistenze dei meno diseguali diventeranno più grandi e più convinte.

Nel frattempo, il governo delle destre sposterà, ha già iniziato a farlo, la sua attenzione e quella degli elettori su due grandi temi istituzionali, forse tre, che gli sembrano un terreno non soltanto ineludibile, ma favorevole: referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati; revisione della legge elettorale Rosato; Premierato di Colle Oppio e dintorni. Il tutto parte e procede con qualche aiutino proveniente da alcuni settori del centro-sinistra i quali, avendo quasi un decennio fa sbagliato loro stessi con proposte molto simili, difendono con tenacia i propri errori del passato per malposta vanteria collaborazionista.

Ne va della ristrutturazione del sistema politico-costituzionale all’insegna della politica che, come ha candidamente no, meglio, intrepidamente, detto il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, persona abbastanza informata dei fatti, vuole riaffermare la sua superiorità sulla magistratura, alla faccia della separazione e dell’equilibrio dei poteri. All’uopo, il governo ha già provveduto a trasformare un referendum costituzionale in un plebiscito su se stesso e sulla sua attività revisionista. Al tempo stesso, ha anche già annunciato con il meloniano tono di sfida che non ha intenzione alcuna di dimettersi in caso di sconfitta. Accountability, addio, direbbero gli inglesi. Quel che dicono i trumpiani MAGA per decenza non si può scrivere.

Che Meloni sia attaccata alla poltrona di Palazzo Chigi è chiarissimo e assolutamente comprensibile. Si appresta a conquistare due prestigiosissimi record: 1. diventare l’unico presidente del Consiglio italiano ad avere guidato un governo di legislatura e, congiuntamente, 2.  essere riuscita a durare in carica più a lungo di chiunque altro. Con una appositamente pasticciata legge elettorale, terreno di pascolo, di troppi retroscenisti e pochi studiosi, si assicurerà anche il ritorno a Palazzo Chigi nella  prossima legislatura nella quale, sarà opportuno che ce lo ricordiamo tutti, si dovrà eleggere il successore di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica.

C’è un rischio di sistema sotteso alle belle ambizioni di Meloni e alle soluzioni circolanti. Stabilità politica senza efficacia decisionale significa immobilismo, una condizione sgradevole e riprovevole che in Italia si è prodotta spesso. Non affonderemo, ma sarà un brutto galleggiare sempre sul crinale della recessione economica, della insufficienza culturale e anche della regressione, in termini di impegno, partecipazione, incidenza rispetto delle regole, democratica. Il sedicente Premierato meloniano sembrerebbe inteso a dare vita, come dissero ad eccessivo libitum, i volenterosi e coraggiosi sostenitori delle revisioni imposte e personalmente rivendicate da Renzi, ad una democrazia decidente. Proprio no, ma sarà il caso che nel Partito Democratico si attrezzino con cognizione del pericolo non soltanto per la difesa di una democrazia decente, ma soprattutto per la (contro)proposta di una democrazia vibrante.

Pubblicato il 24 dicembre 2025 su Domani

Sull’Ucraina non basta pensare  solo  alla tregua. Bisogna avere un pensiero lungo @DomaniGiornale

L’aggressione russa all’Ucraina ha costituito un test per la politica di molti stati europei e degli USA. Le modalità di una difficile, ma, ovviamente, auspicabile conclusione delle ostilità, certamente non ancora definibile pace, si prospettano come un altro significativo test. L’aggressione ha messo alla prova la disponibilità non soltanto degli USA per ragioni di politica di potenza, ma soprattutto degli Stati-membri dell’Unione Europea ai quali si è rapidamente aggiunta, fatto di assoluta importanza, la Gran Bretagna, a sostenere militarmente e finanziariamente il paese aggredito. Alcuni Stati come Svezia e Finlandia, hanno addirittura sentito la necessità e l’urgenza di uscire dalla loro storica condizione di neutralità per entrare a fare parte della Nato.

Tutti i paesi dell’Unione, con le occasionali prese di distanze dell’Ungheria, che rimangono ai limiti dell’irrilevanza, hanno votato in più round sanzioni economiche, commerciali, di ostacolo alla circolazione alla Russia e ai suoi dirigenti. Non sono mancati coloro che ossessivamente denunciano ritardi e inadeguatezze dell’Unione, ma in quantità e in qualità viste nella loro sequenza le misure prese dalla UE segnalano importanti, in qualche modo imprevedibili, ad esempio quelle del governo italiano semisovranista,  convergenze e condivisioni di valutazioni e prospettive. Fra queste prospettive sta la decisioni di procedere a dotare l’Unione di indispensabili strumenti di difesa e la disponibilità dei volenterosi, in ordine alfabetico, Francia, Germania, Gran Bretagna, a continuare a sostenere palesemente e senza riserve l’Ucraina di Zelensky.

La posizione, che non chiamerò USA, ma del MAGAPresidente Trump, quasi ineccepibile per quel che riguarda l’appoggio militare, ha subito enormi oscillazioni politiche e negoziali. La matta voglia di Trump di intestarsi una qualsivoglia pace lo ha portato a eccessi di lodi e di concessioni a Putin e a atteggiamenti sgradevoli e offensivi nei confronti di Zelenski. Quanto all’Unione Europea, il documento di Strategia di Sicurezza Nazionale, oltre a critiche sulla qualità delle leadership politiche europee (da che pulpito!), la dice lunga sulla concezione dei rapporti fra USA e Unione e sulla sua preferenza, forse intenzione di smembrare l’UE, magari contando sull’appoggio di chi continua imperterrita a volerne sostenere alcune posizioni e propositi.

La condizione e lo sbocco dei negoziati Trump/Putin è per l’Unione europea un altro test di grande importanza. Due scelte significative per il presente e per il futuro debbono essere lasciate e non imposte a Zelenski; entrare a far parte della Nato e accedere all’Unione europea. Inaccettabile è una preclusione assoluta senza limiti temporali. Tocca a Zelensky decidere se le garanzie di sicurezza offerte da Trump siano credibili, rassicuranti e sufficienti. Quanto alla adesione all’Unione, il divieto deve essere temporaneo. Non si può consentire alla Russia l’esercizio di un potere di veto che Putin o chi per lui (sic) farebbe valere nei confronti di altri stati aspiranti, ad esempio, la Georgia e la Bielorussia se e quando giungerà l’ea post-Lukashenko.

Trump puntella Putin, ma quel pezzo di ordine politico internazionale che i due vanno con improvvisazione quasi inconsapevolmente costruendo guarda al passato. Nel bene, poco, l’equilibrio del terrore, che c’è stato; nel male molto, l’oppressione di tutta l’Europa centro orientale, dall’altra parte le mani libere sull’America latina, quel passato non può tornare. Sull’impero russo il sole è tramontato da tempo e l’America non tornerà grande come nel tempo in cui la Cina si rotolava nella Grande Rivoluzione Culturale Proletaria. Suggerirei ai negoziatori in buona fede che risolvere temporaneamente e precariamente la guerra russo-ucraina, per quanto decisamente utile e importante non basterà in assenza di un pensiero lungo impostato su un nuovo decente ordine internazionale. La Cina non è abbastanza vicina.

Pubblicato il 17 dicembre 2025 su Domani

Lo sguardo corto di Meloni e gli interessi dell’Italia @DomaniGiornale

La diplomazia è anche un esercizio, spesso acrobatico, di equilibrismo. Ma, è vero che la politica estera di un paese che sia media potenza deve essere improntata alla ricerca degli equilibri, di volta in volta preferibili, tenendo nel massimo conto le alleanze, gli impegni presi, le promesse fatte agli elettori e, non da ultimo, le posizioni ideali del proprio partito.

Fin dall’inizio della sua esperienza di governo, Giorgia Meloni ha dimostrato di avere consapevolezza del fascio di problemi che il suo esplicito, mai nascosto, sovranismo implicava nei rapporti con gli Stati-membri dell’Unione Europea e con la Commissione, motore delle iniziative e attività. Pur rimanendo con la testa fuori dalla maggioranza che ha espresso e sostiene la Commissione è spesso riuscita a mettere piede nelle decisioni che contano. Lo ha fatto ridefinendo, ridimensionando il suo sovranismo senza tagliare i ponti con i partiti sovranisti al governo in Ungheria e in Slovacchia o all’opposizione, in particolare in Spagna. Però, la risposta alle furibonde e maleducate critiche all’Unione Europe formulate in un documento di  strategia del National Security Council degli USA e alla profezia, quasi un augurio di smembramento dell’Unione, non può essere quelle di un delicato pontiere.

Quel ponte, già traballante, fra Usa e Unione Trump e i suoi collaboratori lo hanno distrutto. Non casualmente e non per una infelice e cattiva scelta delle  parole, ma perché da tempo nutrivano astio per la costruzione di una unione di Stati che, secondo loro, si facevano/fanno proteggere militarmente senza pagare  il conto, in maniera furba e egoistica, non più accettabile.

La presidente del consiglio italiana non ha condiviso le risposte severe e preoccupate dei maggiori leader europei. Ancora una volta il suo invito a cercare di capire il punto di vista di Trump è molto ambiguo potendo essere interpretato come sostegno alla posizione del Presidente appare come un indebolimento preventivo delle risposte che l’Unione riuscirà ad approntare e dare. Per di più la reazione di Meloni ha lo sguardo molto corto. Non vede che le elezioni americane di metà mandato nel novembre 2026 potrebbero già trasformare il Presidente in carica, se i repubblicani perdessero la maggioranza in una o entrambe le Camere in un’anatra zoppa, comunque già non rieleggibile nel 2028.

Non dovrebbe essere difficile neanche per i dirigenti politici che non sappiano ragionare sul lungo periodo, come fanno gli statisti, cogliere la volatilità della situazione. I molto eventuali vantaggi derivanti da un rapporto privilegiato con l‘attuale Presidente dovrebbero essere valutati alla luce degli inconvenienti e delle critiche che causeranno nei rapporti con gli stati-membri dell’Unione Europea. Quegli ipotetici vantaggi non contemplano affatto una crescita di prestigio per il governo Meloni e per la Nazione Italia, Anzi sono vantaggi limitati, di breve periodo, effimeri. Da un momento all’altro possono rivelare la contraddizione congenita e insanabile del sovranismo.

Se ciascun governante antepone e impone il suo interesse nazionale, lo Stato più forte vincerà cosicché il sovranismo Maga è regolarmente destinato ad avere la meglio su qualsiasi concorrente solitario. Qui sta l’altra contraddizione del sovranismo che intenda sfruttare vantaggi dalla sua tanto orgogliosa quanto presunta autonomia. Non sostenuta dagli  USA, vista con sospetto dalla maggioranza partitica e politica dell’Unione Europea, Giorgia Meloni rischia l’irrilevanza politica per sé e per l’Italia. Indebolirebbe l’UE in questa fase cruciale nella quale è indispensabile alzare il tiro decisionale e migliorare il coordinamento politico in senso federalista, l’esatto contrario di qualsivoglia sovranismo. In una Unione indebolita anche l’Italia sarà inevitabilmente più debole sulla scena europea e mondiale, certamente meno sovrana.

Pubblicato il 10 dicembre 2025 su Domani

Duello a sinistra. A chi ha giovato? #dibattito #13Dicembre #Bologna Centro studi sui valori e la tradizione socialista #Controvento La vera storia di Bettino Craxi @rubbettinobooks

Centro sociale Giorgio Costa
Via Azzo Gardino 48, Bologna
Sabato 13 dicembre 2025, ore 10,30

Il Centro Studi sui Valori e la Tradizione Socialista e la rivista Riformismo Oggi organizzano un dibattito sul libro del giornalista della Stampa Fabio Martini

“Controvento – La vera storia di Bettino Craxi”.

Ne discutono con l’autore: il prof. Gianfranco Pasquino, emerito di scienza politica e il prof. Andrea Morrone, ordinario di diritto costituzionale. Presentano: Giuseppe Rossi (CEVTS) e Fabio Busuoli (Riformismo Oggi).

La pace di Kiev è ostaggio di un incrocio di debolezze @DomaniGiornale

Qualcuno vince oppure i combattenti la guerra giungono ad un accordo. Se è saggio, chi vince non impone costi altissimi a chi perde, ma accompagna la sua vittoria con qualche concessione generosa. I perdenti umiliati costituiscono un pericolo futuro. I belligeranti si accordano quando appare loro evidente che la vittoria è molto improbabile e lontana e comporta prezzi elevatissimi che, probabilmente, i loro concittadini non vorrebbero pagare. A mio parere, historia magistra vitae, vale a dire che esistono riflessioni basate su conflitti precedenti che consentono di imparare almeno quali errori evitare, qualche volta quale sequenza di azioni porre in essere. Prioritario, sempre, è il “cessate il fuoco”, condizione che la “operazione militare speciale”, ovvero l’aggressione di Putin all’Ucraina, non comporta. La situazione è diventata ancora più complicata poiché altri attori si sono trovati più o meno intenzionalmente coinvolti, poiché quella guerra illumina lo stato del considerevole disordine mondiale e può avere conseguenze gravi anche in almeno un’altra zona problematica. Per la precisione i governanti della Cina, che sostengono Putin in maniera sostanziosa, lo fanno senza nascondere che una sua vittoria darebbe impulso alla loro mal/mai celata ambizione di annettere (riprendersi) Taiwan.

Nessuna delle soluzioni finora proposte alla guerra in corso appare accettabile poiché sono fondate su visioni egoistiche e di corto respiro. Il Piano in 28 punti di Trump, forse scritto a Mosca, si sarebbe tradotto in una resa dell’Ucraina, inaccettabile anche dall’Unione Europea e certo non in grado di soddisfare i criteri di nessun Premio Nobel per la Pace. Dimenticare che le motivazioni finora dominanti dell’inquilino fino al 2028 della Casa Bianca sono flagrantemente personali: ambizione e arricchimento, non consente di capirne le contraddizioni e le giravolte. Qualsiasi collaborazione con l’Unione Europea porterebbe ad esiti positivi, ma Trump, da un lato, non potrebbe appropriarsene in esclusiva e vantarsene, dall’altro, l’Unione Europea dimostrerebbe una rilevanza politica che ripetutamente la Casa Bianca ha voluto tarpare e cerca di negare.

Il logorio è destinato a continuare con racconti mai del tutto convincenti spesso plasmati da preferenze e convenienze politiche. Da ultimo sembra che le forze armate russe stiano avanzando anche se lentamente mentre lo scontento emerge in alcuni settori della popolazione. La corruzione, profonda piaga preesistente Zelenski, continua a fare danni economici e al morale degli ucraini. Dall’imprevedibilità di Trump, che nel frattempo sta “risolvendo” il caso del Venezuela, ma anche no, è improbabile attendersi una mossa decisiva. Anzi, è meglio sperare che nessuna mossa avvenga con il rischio che vada a puntellare, come è già avvenuto in due precedenti occasioni, incontro di Anchorage e i 28 punti, il trono di Putin quasi che l’ordine mondiale possa essere affar loro. A Putin,  interessato a che quel nuovo ordine nasca riconoscendo le sue mire imperiali, non resta che attendere gli errori e i cedimenti di Trump dell’Unione Europea. Nessuno, però, sembra avere né il potere militare né l’immaginazione politica per spingere verso una soluzione, anche imperfetta, ma che salvi vite e risorse.

A fronte delle critiche di coloro che vedono solo i ritardi e le inadeguatezze dell’Unione vanno segnalati due sviluppi. Il primo è che l’Unione si sta allargando con l’adesione di cinque nuovi stati. Un buon esempio di crescita dello spazio di democrazia e diritti. Il secondo sviluppo è che la preparazione di una seria difesa dell’Europa e dei suoi stati membri continua a fare passi avanti. Il segnale è forte, sperabilmente destinato a risuonare anche a Mosca (e a Washington).  Poiché sono kantianamente fermamente convinto che si vis pacem, para democratiam, credo che entrambi gli sviluppi vadano nel senso giusto. Se fosse possibile una reale collaborazione fra USA e UE la soluzione diventerebbe a portata di mano. Al momento bisogna cercare di limitare i danni che, comunque, non debbono essere pagati dall’Ucraina.   

Pubblicato il 3 dicembre 2025 su Domani