L’astensionismo e il voto delle amministrative 2021. Intervista a Gianfranco Pasquino @RadioRadicale @LanfrancoPalazz

Intervista raccolta da Lanfranco Palazzolo il 4 ottobre 2021 alle ore 19

Astensionismo vuol dire tante cose: la popolazione invecchia, ha ancora timori del contagio, viviamo isolati, non riceviamo abbastanza stimoli politici e i partiti non sono in grado di fare un’offerta.

Nel corso dell’intervista sono stati discussi i seguenti temi: Amministrative, Amministrazione, Astensionismo, Calenda, Centro, Comuni, Conte, Destra, Elezioni, Forza Italia, Fratelli D’italia, Lega Per Salvini Premier, Letta, Manfredi, Meloni, Milano, Movimento 5 Stelle, Napoli, Parlamento, Partiti, Partito Democratico, Politica, Raggi, Roma, Sala, Salvini, Voto.

La registrazione ha una durata di 3 minuti

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C’è un rimedio per l’astensione: il voto per posta @HuffPostItalia

L’Europa non ce lo chiede, ma ce lo consente. Sarebbe contenta se procedessimo in quella direzione. Anche molti di noi

In un talk show mattutino ho ascoltato due fantasiose/fantastiche interpretazioni della crescita dell’astensionismo. Prima interpretazione: gli italiani (ma anche le italiane) non sono andati/e a votare perché non ci credono più. Loro volevano votare nell’agosto 2019 dopo la crisi del primo governo Conte e non li hanno lasciati votare. Volevano votare nel febbraio 2021, dopo la crisi del secondo governo Conte, ma nisba. Allora, hanno deciso che per punire i politici non votano neanche alle comunali del 2021 (elezioni che per di più sono in ritardo di sei mesi). Tiè.

   No, seconda interpretazione, gli italiani/e non sono andati a votare perché erano molto confusi: troppe liste, troppe candidature, perplessità, disorientamento, fuga dalle urne. Meglio non sbagliare, sto a casa. Chi sostiene l’una o l’altra di queste concezioni non ha evidentemente mai letto un libro né un articolo scientifico sul comportamento elettorale e sull’astensione, tematiche fra le più studiate e approfondite dalla scienza politica. Più liste e più candidature più probabilità che amici, parenti e conoscenti si mobilitino, vadano a votare. Incidentalmente, a riprova sono altissime le probabilità che la partecipazione scenda significativamente al ballottaggio quando si avranno solo due sfidanti.

   Chi legge e studia, ma anche chi si informa professionalmente deve sapere alcune cose basilari sul non voto. Primo, il voto è una relazione fra, da un lato, i partiti e i loro candidati e gli elettori. I primi fanno un ‘offerta, i secondi rispondono. Se l’offerta è debole e malfatta, la risposta è starsene a casa. Secondo, votano i cittadini/e inseriti in circuiti sociali e professionali. Coloro che sono isolati hanno molte difficoltà ad attivarsi. Se nessuno me lo chiede, se nessuno parla con me, non vado a votare. Questa, dell’isolamento sociale, è una situazione che cresce, è cresciuta nel tempo. I singles di necessità o per scelta che vivono in aree non centrali hanno abbandonato, perduto qualsiasi stimolo alla partecipazione elettorale. Infine, questo, l’Italia, è un paese che invecchia. Le donne e gli uomini anziani votano in percentuali declinanti. Potrei aggiungere che spesso hanno smesso di parlare di politica con chiunque e magari non l’hanno fatto abbastanza in famiglia con i propri figli. Questo, l’Italia, è un paese che continua ad avere cittadini mobili, fuorisede, all’estero per ragioni di studio e di lavoro, che non vivono nei luoghi dove dovrebbero votare.

   È venuto il tempo del voto per posta (i referendum SPID insegnano qualcosa), da consentire anche tre/quattro settimane prima del giorno del voto di persona nella gabina (sic) elettorale. L’Europa non ce lo chiede, ma ce lo consente. Sarebbe contenta se procedessimo in quella direzione. Anche molti di noi.

Pubblicato il 4 ottobre 2021 su Huffingtonpost.it

Amministrative di ottobre, che delusione. Scrive Pasquino @formichenews

Se guardiamo all’eventualità di qualche apporto per la ristrutturazione della politica nazionale, non lo si trova nelle città che vanno al voto. Se pensiamo a leadership nazionali non sono emerse nelle zone locali. Se poi siamo così masochisti da aspettarci nuove idee per il futuro del sistema politico italiano, magari nella versione “le città per l’Europa”, la delusione è assicurata

Ho visto poco di nuovo, pur leggendo e guardando molto, nella campagna elettorale di partiti e candidati nelle varie città. Scarsissima l’immaginazione politica che, ovviamente, spiega il non grande entusiasmo (è un eufemismo) dell’elettorato, ma chiarisce anche perché Draghi può andare avanti tranquillo. Questi partiti non possono impensierirlo. Non sanno quali proposte correttive o alternative fare alle sue decisioni, a cominciare dall’utilizzo dei fondi a livello locale. Non sanno dove andare. Da questo punto di vista è Giorgetti che interpreta correttamente la situazione: non buona la scelta dei candidati del centro-destra; la strada è quella europea. Il resto, ma questo lo dico io, non Giorgetti che, pure approverebbe, è nonsense (la Lega di un tempo avrebbe preferito dire bullshit).

I candidati sindaci politici hanno detto quello che i loro partiti stancamente ripetono, spingendosi a fare (Lepore a Bologna) affermazioni roboanti: Bologna diventerà “la città più progressista del mondo” (qualcuno ha sempre pensato che già lo fosse…). Sala a Milano ha raffinato il suo profilo di amministratore che viene dalla società, ma non vuole tornarci anche perché ritiene di avere fatto molto bene come sindaco, disegnando un futuro praticabile. Il Movimento 5 Stelle (soprattutto Virginia Raggi) conta sullo stellone, ma difficilmente Conte potrà a sua volta contare molti voti e qualche successo. Il centro-destra ha, con la scelta dei candidati civici, dimostratisi ampiamente inadeguati, “spaesati” (è un gioco di parole), ha quasi confessato che la sua classe politica è solo quella nazionale e che un civico come Berlusconi non lo si inventa. Se esistesse si affermerebbe da solo proprio come, memorabilmente, fece Giorgio Guazzaloca a Bologna nel 1999.

Quanto alle tematiche mi pare che nessuno dei i candidati abbia voluto affrontare il tema più importante: come utilizzare i fondi europei. Meglio esibirsi sulle periferie e sulle diseguaglianze per dare sollievo alle quali dovremo diventare tutti più buoni e più inclusivi, magari facendo proposte concrete basate sulle montagne di dati disponibili. Ma, disse una volta un mio autorevole collega, “chi tocca i dati muore” (se e perché non lo sa fare). Può anche essere contraddetto. Questo contrasto, fra le affermazioni pompose e il fact-checking reciproco, sarebbe poi anche il sale della democrazia.

Insomma, se guardiamo all’eventualità di qualche apporto per la ristrutturazione della politica nazionale, non lo si trova nelle città che vanno al voto. Se pensiamo a leadership nazionali non sono emerse nelle zone locali. Se poi siamo così masochisti da aspettarci nuove idee per il futuro del sistema politico italiano, magari nella versione “le città per l’Europa”, la delusione è assicurata. La giacchetta di Draghi può democraticamente essere tirata, ma le mani che ci provano non sanno dove trascinarlo. Conteranno i voti, poi, salvo imprevedibili sorprese, i partiti continueranno nel già logoro tran tran. Il centro-destra dirà di essere unito, addirittura compatto. Partito Democratico e Conte sosterranno che è aperto il cantiere della loro possibile coalizzabilità. Poi arriverà l’lezione del prossimo Presidente della Repubblica (e Formiche mi chiederà un ventaglio di commenti), forse uno spartiacque (ma non vorrei elaborare fra quali acque). Nel frattempo, votate e siate contenti di avere l’opportunità del voto disgiunto e di godere della possibilità di ballottaggio quando il vostro voto si rivelerà e sarà pe san tis si mo.

Pubblicato il 1° ottobre 2021 su Formiche.net

Dalle elezioni comunali ripercussioni sui partiti ma il governo è salvo #intervista @LumsaNews

Il politologo Pasquino a Lumsanews:il 40% degli elettori decide all’ultimo
Intervista raccolta da Tommaso Bertini

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, intervistato da Lumsanews, ha descritto come le prossime elezioni amministrative potranno influenzare la politica nazionale.

Il sistema elettorale delle amministrative presenta secondo lei delle criticità? Se ci sono, quali potrebbero essere le alternative?

“Ci sono altri metodi sicuramente, ma non credo che siano migliori di quello che abbiamo in Italia. Penso che coloro che criticano il sistema elettorale italiano si dimenticano che abbiamo avuto in passato un sistema che consentiva ai partiti di scegliere il sindaco dopo le elezioni, tagliando fuori il parere degli elettori”. 

L’alleanza tra Pd e M5s in alcuni comuni italiani sarà la prova generale per una alleanza nazionale alle prossime politiche? 

“Nelle elezioni amministrative comunali conta il territorio, e dunque in qualche territorio si possono fare alleanze di un certo genere, e in altri quelle alleanze sono impossibili. Detto questo, al momento vedo un’alleanza di centrosinistra meno compatta rispetto a quella ipotizzata per il centrodestra.”

Ci saranno ripercussioni sui rapporti di forza tra Lega e Fratelli d’Italia?

“Faranno tutti delle acrobazie per dimostrare che hanno vinto loro: che ha vinto Fratelli d’Italia qui e la Lega là. Le elezioni locali hanno una loro specificità, è difficilissimo mettere insieme i voti ottenuti a Milano con quelli ottenuti a Roma o a Torino, o nelle molte località di cui non parliamo perché non sono grandi città.”

Il nuovo corso del M5s influirà sul risultato elettorale, o le elezioni saranno un test per la leadership di Conte?

“Le elezioni non andranno né male né bene per loro, perché ci sono delle zone nelle quali i 5 stelle andranno relativamente bene, altre nelle quali andranno relativamente male. Conte sfrutterà al massimo i voti dove è andato bene, e dirà che nei luoghi dove è andato male non è colpa sua, ma che il processo di rinnovamento è appena agli inizi.”

In queste elezioni comunali quanto peso avrà l’ideologia e quanto invece la capacità di risolvere pragmaticamente i problemi delle città?

“Al di là del contesto milanese, dove il sindaco uscente cerca un secondo mandato, non si sa se i candidati saranno buoni sindaci, sarà una scommessa. Dopodiché, gli elettori italiani si orientano a seconda delle preferenze generali (sono più o meno di sinistra o destra) e sulla base della personalità del candidato. Questo può fare la differenza, come nel caso di Manfredi a Napoli.”

E le disuguaglianze economiche e sociali influiranno sul voto?

“Quelli che hanno poche risorse economiche, culturali e di status, sono quelli che abitualmente votano meno degli altri, che hanno meno informazioni. Ma complessivamente, l’Italia non è un Paese così diseguale, e quindi le disuguaglianze avranno poco impatto sul voto.”

Il voto degli indecisi ora sarà determinante o i giochi sono prevedibili?

“No, i giochi non sono prevedibili. Guardando i sondaggi dobbiamo essere molto preoccupati dall’imprevedibilità dell’elettorato italiano. Abbiamo circa un 40 per cento degli elettori che si dichiarano indecisi. Questi sceglieranno gli ultimi due o tre giorni.” 

Questo voto avrà dei riflessi sulla politica nazionale? Se sì quali scenari si potranno creare?

“Se il M5s va particolarmente male, questo sarà un campanello d’allarme per il Pd in vista delle prossime elezioni politiche. Se la Lega va molto male, rispetto a Fratelli d’Italia, Salvini dovrà interrogarsi su quanto gli costa rimanere nell’esecutivo. Ma il governo Draghi non ha quasi nulla da temere. Infatti, se i 5 stelle perdono voti, dovranno rimanere al governo. Se Salvini esce, nessun problema, perché la maggioranza c’è ancora, con un qualche vantaggio per Forza Italia, che può sperare di catturare quella parte di leghisti che sanno benissimo che hanno bisogno dell’Europa, e che esprimono una linea pro-Europa.”

Pubblicato il 30 settembre 2021 su LumsaNews.it

Italia y el arte de tener 67 gobiernos en 75 años #entrevista CESIUB – Universidad de Belgrano @cesiub @ubeduar

Centro de Estudios Internacionales de la Universidad de Belgrano

Mechi, Martín y Mili charlan con el profesor Gianfranco Pasquino acerca de la inestabilidad de los gobiernos en Italia.

Entrevista organizada por el Observatorio de Europa Comunitaria en el marco del podcast EuroCast. Participan del mismo Mercedes Urbonas Alvarez y Martín Palero como conductores y Milagros Delorenzi en la producción y edición.

Un especial agradecimiento al profesor Gianfranco Pasquino por su tiempo y dedicación para esta entrevista.

También en Spotify: https://spoti.fi/3kLb1Gb o bien, en Anchor: https://bit.ly/3ALZ08X

Lo SPID referendum fa bene alla democrazia @fattoquotidiano

La apparente facilità con la quale, grazie all’uso dello SPID, sembra essere diventato possibile raccogliere le firme per i referendum abrogativi finirà per svuotare la democrazia parlamentare? Il quesito, seppure posto in maniera molto semplicistica, è legittimo. Per rispondervi adeguatamente è necessaria una riflessione a tutto campo sulle caratteristiche fondamentali della democrazia parlamentare. Il punto di partenza è che in tutte le democrazie parlamentari, a partire dalla loro “madre”, la democrazia di Westminster, all’incirca almeno l’80 per cento delle leggi sono di iniziativa governativa. In un senso molto preciso, non è il Parlamento che “fa le leggi”. È giusto così. Infatti, i partiti e i parlamentari della coalizione che dà vita al governo hanno ricevuto voti e consenso anche con riferimento al programma che hanno sottoposto agli elettori. Quindi, hanno il dovere politico e istituzionale di cercare di attuare quel programma. In Parlamento la maggioranza sosterrà la bontà dei disegni di legge del “suo” governo, peraltro, mantenendo il potere di emendarli e migliorarli, mentre l’opposizione dovrà svolgere il suo compito di controllo, ma anche di emendamento, fino al possibile rigetto di quei disegni di legge.

   Dunque, è il controllo sull’operato del governo, non il “fare le leggi”, il compito più importante del Parlamento ed è anche la modalità con la quale l’opposizione può fare stagliare il suo profilo, dimostrare di essere influente, proporsi credibilmente come alternativa. Nessuna raffica di referendum sarà, da un lato, in grado di eliminare le leggi del governo, dall’altro, sostituire in toto la funzione di controllo del Parlamento. In effetti, quando i Costituenti italiani scrissero l’art. 75, oltre a mettere al riparo dal referendum alcune materie, “leggi tributari e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”, stabilirono che il referendum ha come obiettivo “l’abrogazione, totale o parziale, di una legge”. Pertanto, nessun referendum riuscirà mai a sostituire la scrittura, l’esame e l’approvazione parlamentare dei disegni di legge. Il referendum abrogativo italiano interviene esattamente come strumento di controllo sulle leggi approvate dal parlamento.

   Nel corso del tempo abbiamo imparato che il taglio di alcun frasi e persino della punteggiatura di una legge finisce per produrre un testo nuovo, addirittura opposto alla legge “taglieggiata”. Sappiamo anche che il quesito referendario è sottoposto all’esame di ammissione/ammissibilità, prima della Corte di Cassazione, poi anche della Corte costituzionale. Infine, lo stesso Parlamento ha la facoltà di impedire che si tenga un referendum legiferando in materia e non soltanto, come spesso si sostiene, seguendo gli intenti perseguiti dai promotori del referendum. Anzi, potrebbe persino risultare che fra i loro intenti i referendari perseguano proprio quello di sollecitare il Parlamento a legiferare. In questo caso, i parlamentari godono della possibilità/opportunità di agire in tutta autonomia dal governo, che sia loro oppure no. Ne consegue che non è affatto vero che i referendum che, per brevità e scherzosamente chiamerò SPID, svuotano la democrazia parlamentare. Anzi, semmai la arricchiscono spingendo i cittadini ad attivarsi, diffondendo informazioni, creando una interlocuzione con il Parlamento (e con il governo).

   “Colpevolizzare” referendum e referendari con prospettive allarmistiche è sbagliato e finisce anche per allontanare l’attenzione dai problemi veri della democrazia parlamentare italiana. L’intasamento causabile dai referendum è poca, pochissima cosa rispetto al restringimento della funzione di controllo parlamentare sull‘operato del governo causato dai troppi decreti, derivanti spesso da inadempimenti del governo stesso, e dalle richieste di voti di fiducia, che fanno cadere tutti gli emendamenti, anche quelli sicuramente migliorativi. Le soluzioni sono state proposte da tempo: riforma dei regolamenti parlamentari, ma non a scapito dei tempi e dei poteri dell’opposizione, e delegificazione (al cui proposito mi sento di aggiungere che, più o meno direttamente, “ce lo chiede l’Europa”!).

   Una democrazia parlamentare non teme mai che i suoi cittadini si attivino, si organizzino, diventino influenti anche grazie a pratiche referendarie. Una democrazia parlamentare sa che il suo buon funzionamento e la sua efficacia dipendono dalle relazioni Governo/Parlamento. Con tutti i meriti che, personalmente di persona, sono disposto a riconoscere al governo Draghi, ritengo che il suo ricorso ai voti di fiducia, nel silenzio neppure imbarazzato dei commentatori che, con alto tasso di partigianeria lamentavano l’autoritarismo dei DPCM di Conte, sia eccessivo e per nulla consono al miglioramento della democrazia parlamentare e della politica in Italia.

Pubblicato il 29 settembre 2021 si Il Fatto Quotidiano

Lezioni tedesche #elezioni #Germania

La lettura numerica delle importanti elezioni tedesche è semplice, ma è stata complicata da commentatori impreparati e male attrezzati. C’è un sicuro perdente, il candidato della CDU/CSU, Armin Laschet con il suo partito che ha visto il deflusso dell’8 per cento dei voti. C’è un vincente, il candidato della SPD, Olaf Scholz, che ha ottenuto più voti di tutti, ma pur sempre solo poco più di un quarto dell’elettorato tedesco che ha votato. Ci sono i Verdi che, pur essendo cresciuti, sono rimasti, a causa di errori della loro candidata, al di sotto delle previsioni, e i Liberali, che pure appena lievemente aumentati, cantano vittoria perché divenuti sostanzialmente necessari per qualsiasi coalizione di governo. La Sinistra ha perso parecchio e l’estrema destra (AfD) è stata ridimensionata. Entrambe staranno ai margini. La lettura politica è affidata non solo a quello che i protagonisti hanno detto e stanno comunicando, ma alle esperienze, molte e significative del passato.

   Tocca al leader del partito che ha ottenuto più voti iniziare le consultazioni/contrattazioni con i potenziali alleati. Quindi, sarà il socialdemocratico Scholz a cercare la collaborazione con i Verdi e con i Liberali, sapendo che entrambi si sentono e sono indipensabili e più che disponibili. La formazione di un programma di governo condiviso richiederà tempo, non solo per le distanze intercorrenti proprio fra Verdi e Liberali, sia sull’ambiente sia sull’economia, ma anche perchè gli uni e gli altri non hanno precedenti collaborazioni di governo e sono giustamente diffidenti. Gli incontri richiederanno molto tempo anche per produrre reciproche comprensioni, smussare gli angoli, precisare gli impegni e soprattutto mettere nero su bianco gli accordi raggiunti da tradurre in politiche pubbliche. Nel frattempo, la Germania continuerà ad avere un governo composto da CDU/CSU e SPD, guidato da Angela Merkel e con Scholz Ministro delle Finanze che è il Ministero al quale aspirano i Liberali, forse un po’ troppo ordoliberisti/liberali a parere tanto della SPD quanto dei Verdi.

   Giungere alla formazione del governo prima di Natale è sicuramente possibile, anche auspicabile. Tuttavia, molti ricordano che, nonostante la sua lunga esperienza e grande pazienza, Angela Merkel non riuscì a mettere d’accordo Verdi, allora più deboli, e Liberali. Dovette formare una Grande Coalizione, la terza, con i socialdemocratici, che vide la luce nel marzo 2018 più di sette mesi dopo le elezioni. Una coalizione simile che, comunque, dovrebbe essere guidata dal socialdemocratico Scholz, appare oggi ancora numericamente possibile, ma politicamente improbabile sia per carenze di leadership sia, soprattutto, perché il dato sicuro è che la maggioranza dei tedeschi ha votato per cambiare. Proprio su quanto e quale, oltre quello dei protagonisti politici, cambiamento, SPD, Verdi e FDP sono disposti a accettare e effettuare, che loro e gli analisti debbono riflettere rifulgendo da terribili semplificazioni (come quella di leggere con occhi italiani una storia molto tedesca).  

Pubblicato AGL il 29 settembre 2021

Libertà inutile Profilo ideologico dell’Italia repubblicana #2ottobre Auditorium Santa Croce #Casalmaggiore Cremona @UtetLibri

sabato 2 ottobre 2021 ore 17.30
Auditorium Santa Croce
via Porzio n. 5 – Casalmaggiore
(CR)

Gianfranco Pasquino
professore emerito di Scienza politica accademico dei Lincei
presenta

LIBERTÀ INUTILE
Profilo ideologico dell’Italia repubblicana
(UTET)

Dialogano con l’autore
Alessandro Azzini e Irma Segalla
Introduce Massimo Negri,
amico della Biblioteca

Sopravvissuta agli orrori della seconda guerra mondiale e alla drammatica fine del fascismo, l’Italia scelse la repubblica, dando mandato ai padri costituenti di porre le fondamenta di una nuova, solida democrazia. Siamo poi riusciti a costruirla, oppure aveva ragione Norberto Bobbio? Quella Liberazione ottenuta nel sangue e nella lotta ha generato forse una libertà inutile?

BIBLIOTECA CIVICA “A.E. MORTARA”
via Marconi 8 – CASALMAGGIORE
per informazioni: info@biblioteca.casalamggiore.cr.it – tel. 0375 43682

I referendum per un’Italia veloce? #29settembre #Roma Festival delle città 2021 “L’Italia veloce” @Aliautonomie

Festival delle città 2021 “L’Italia veloce”
Roma 28/29/30 Settembre
Pio Sodalizio dei Piceni
Piazza San Salvatore in Lauro

Mercoledì 29 settembre ore 17
Sala Sabatini/Caironi/Contrafatto

I referendum per un’Italia veloce?

Marco Cappato Europarlamentare
Augusto Minzolini Direttore de Il Giornale
Micaela Fanelli Vice Presidente ALI, Consigliera Regione Molise
Gianfranco Pasquino Professore Emerito di Scienza Politica
Modera Gianni Del Vecchio Condirettore Huffington Post


Da Borgo Panigale a Stoccolma (e ritorno) #biografia #Adriana Lodi

Introduzione a:

Adriana Lodi, Laura Branca, Raccontami una favola vera. Adriana Lodi: biografia di una politica, Imola, Bacchilega Editore, 2021, pp. 11-15

Il riformismo viaggia nel tempo e nello spazio sulle gambe degli uomini e delle donne. Il riformismo può essere l’impegno di una vita. Certamente cambia la vita degli uomini e delle donne, in meglio. Adriana Lodi racconta molto sobriamente (ma con qualche reticenza) la sua vita in questa autobiografia, scritta con la preziosa collaborazione di Laura Branca, dando non solo la precedenza, ma la supremazia a quanto ha fatto e a come lo ha fatto cercando per l’appunto di introdurre cambiamenti in un ampio arco di politiche sociali in Italia. Non è una favola, nel senso di avvenimenti immaginari e fantastici, ma sono corposi tasselli di fenomeni reali. Di volta in volta il racconto riguarda e si sofferma su innovazioni importanti che molti pensavano irrealistiche e molti ostacolavano, ma che Adriana perseguiva con ostinazione e convinzione fine a conquistare il sostegno necessario. Temprata nelle circostanze difficili del fascismo e di un contesto caratterizzato da poca disponibilità di mezzi, ma grazie ad un famiglia che la appoggia dalla quale trae affetto e approvazione, l’adolescente Adriana sentì quasi da subito la necessità dell’impegno a migliorare le sue condizioni di vita insieme a coloro che le condividevano. Lo fa perché animata, senza rancori e invidie, senza motivazioni di rivalsa, dal desiderio di trovare rimedi a situazioni di ingiustizia sociale. È un’ingiustizia che colpisce i lavoratori subalterni, i bambini, le donne (ma Adriana non è sicuramente una protofemminista e l’idea della separatezza fra uomini e donne le è del tutto estranea), gli anziani. Lo ha fatto perseguendo, uso un termine appropriato, ma che so essere anacronistico, la pratica dell’obiettivo.

Di volta in volta l’obiettivo da perseguire e, quel che più conta, conseguire scaturiva dalle condizioni reali di lavoro e di vita sperimentate da Adriana e dalle molte altre persone con cui si rapportava, lei era una di loro, nelle varie attività. Lì sentiva, imparava, tentava di trovare le soluzione. Da operaia consapevole a sindacalista “di base” il passo fu relativamente facile. Con il sindacato, grazie alla sua capacità di lavoro, al suo impegno, alle sue doti personali quasi naturalmente iniziò il suo cursus honorum. Immagino che leggendo questa espressione Adriana abbia un moto di leggera insofferenza e allora aggiungo subito convintamente che non v’è traccia nelle sue memorie e in quello che qui rivela di nessuna ambizione personale di puntare ad una carriera di qualsiasi tipo. In effetti, successe ad Adriana e probabilmente a molti altri, uomini più che donne, che, grazie allo stretto legame (forse “cinghia di trasmissione”, ma spesso la “trasmissione” funzionava da entrambi i lati) fra sindacato e partito, i sindacalisti considerati più bravi venissero reclutati dal partito, in cariche interne, ma anche facendoli eleggere nelle amministrazioni comunali e provinciali. In quei luoghi portavano la loro competenza acquisita, le loro esperienze, la loro voglia di fare. Conosciamo i casi di successo, Adriana è uno dei migliori, ma sappiamo poco di quelli/e che mostrarono i loro limiti e che si persero per strada. Infatti, il partito, molto più che il sindacato, sapeva svolgere un’opera di reclutamento e di selezione, consapevole di quanto fosse in gioco che dipendeva proprio dagli uomini e dalle donne alle quali offriva opportunità che dovevano costantemente dimostrare di sapersi meritare.

   Il partito era il Partito Comunista Italiano. Adriana vi si iscrisse giovanissima neanche quindicenne: “nel cortile in cui abitavo tutte le famiglie erano iscritte al PCI”. Peraltro, in quegli anni i confini fra il sindacato, la CGIL e il Partito comunista erano, soprattutto, in alcune regioni e città italiane, molto permeabili. L’Emilia-Romagna, ma ancor più Bologna, che stava diventando la vetrina del comunismo italiano, erano i luoghi dove i rapporti sindacato/partito risultavano più stretti e benefici. Da allora, i cambiamenti sono stati tali che Adriana si limita a farci sapere che nel 2013 non ha rinnovato la tessera del partito successore perché non si è più “sentita riconosciuta nel partito”. Non posso trattenermi dall’affermare che nel non troppo degno successore del PCI di persone come Adriana non se ne trovano molte e che il cursus honorum dei dirigenti democratici non è neppure minimamente comparabile con quello dei dirigenti e dei parlamentari del PCI.

  Nel 1960 l’esperienza maturata e le attività svolte da Adriana la resero visibile e molto apprezzata tanto che fu candidata al Consiglio comunale e le fu affidato l’assessorato all’Anagrafe nella giunta del popolarissimo sindaco Dozza e, in seguito, ai servizi sociali. Per approfondire queste tematiche Lavorando alla fondazione degli asili nido Adriana fu inviata ad una Conferenza internazionale a Copenaghen. Ne approfittò, grazie ad un cugino per andare a Stoccolma (di qui il titolo, non del tutto scherzoso, della mia prefazione) a vedere come funzionavano gli asili nido. In verità, i comunisti italiani avevano sempre snobbato le esperienze socialdemocratiche del Nord. Non potevano ovviamente negare che in quei paesi ci fossero molte cose che funzionavano benissimo, che consentivano a uomini e donne di avere ottime condizioni di lavoro e un vita resa più facile da un’efficiente e ampia offerta di servizi: dalla culla alla tomba. Ma, insomma, sostenevano i comunisti italiani, quelle politiche socialdemocratiche non miravano a cambiare il capitalismo, a fuoruscirne. Al contrario, lo rafforzavano, lo rendevano più solido e efficace. Era, dunque, giusto che il PCI cercasse in autonomia una terza via, fra la socialdemocrazia e il comunismo sovietico, del quale si parlava il meno possibile e rispetto alla cui natura e struttura in privato i dirigenti del PCI manifestavano non poche preoccupazioni. Quella terza via, se c’era, non condusse da nessuna parte.

Ad Adriana le non proprio sottili, spesso pesanti dispute paraideologiche non interessavano affatto. Il suo forte era un altro, schiettamente e serenamente riformista: individuato un problema che complicava la vita delle donne, dei bambini, delle famiglie, degli anziani, di coloro che avendo lavorato a lungo in condizioni difficili si meritavano di vivere gli ultimi anni con una pensione dignitosa, era (continua a essere) imperativo trovare, non una qualsiasi soluzione, ma quella più adeguata. Parafrasando Che Guevara (nel testo è riportato uno scambio di lettere fra Adriana, nominata fra i rappresentanti italiani che tenevano i rapporti fra Italia-Cuba, e Fidel Castro): “il dovere di qualsiasi riformista [rivoluzionario] è fare le riforme [fare la rivoluzione]”. Come assessore e come parlamentare Adriana ha adempiuto pienamente al suo dovere.

Giunta per la prima volta alla Camera dei deputati nel 1969 subentrando a Luciano Lama che aveva dovuto lasciare il seggio per l’incompatibilità stabilita dai sindacati con le cariche nelle loro organizzazioni, l’on. Lodi è stata rieletta cinque volte terminando la sua esperienza nel 1992. Probabilmente, non si accorse mai di essere entrata a far parte di quella che è oggi impropriamente e inopportunamente definita Casta! In verità, il PCI aveva la sua regola dei due mandati. Farne solo uno significava che ci si era dimostrati inadeguati, ma farne tre significava che il giudizio dei dirigenti del gruppo parlamentare e, in ultima e decisiva istanza, quello decisivo degli organismi del Partito era più che positivo. Lascio ai lettori valutare che significato abbia essere eletti e ri-eletti per cinque volte! Forse, ma Adriana non lo scrive e non lo direbbe mai, è il riconoscimento che le proprie competenze sono ritenute non surrogabili, ovvero che non ci sono altre plausibili candidature in grado di svolgere in maniera altrettanto efficace il compito di elaborare le politiche sociali e di contrastare, emendare, migliorare le politiche del governo. Con la mannaia burocratica dei due mandati e quindi la sua esclusione dal Parlamento già alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, non sarebbe stato soltanto il PCI a rimetterci, ma anche il Parlamento italiano, privato di una deputata con molte più conoscenze specifiche e specialistiche e, naturalmente, ancor più, gli elettori, con i quali Adriana manteneva rapporti intensi e frequenti. Avrebbero perso una rappresentante brava, esperta, disponibile che davvero si curava di loro, delle loro aspettative, dei loro problemi. 

In più di un passaggio questo libro di memorie suscita una legittima e nient’affatto deplorevole nostalgia di molte cose dei tempi passati, di quella che impropriamente viene definita Prima Repubblica. Non di tutte, e molte le abbiamo già variamente criticate. Giustificata è in special modo la nostalgia non dei tempi passati che non torneranno, ma dei tempi che verranno, soltanto se li sapremo costruire. L’autobiografia di Adriana Lodi non pretende affatto di insegnarci che cosa fare e come, quali comportamenti tenere e in che modo tradurli in pratica. Ma, seppur in tono dimesso, gli insegnamenti sono molti. La politica si impara facendola. L’impegno politico serve a migliorare la vita degli altri/e, ma offre anche a ciascuno di noi molte opportunità e molte gratificazioni. Alcune attività, scelte, compiti sono inevitabilmente individuali e personali, ma, oggi forse più che ieri, sentiamo che è con la condivisione dei compiti e dei rischi che è possibile migliorare. Per concludere, vorrei, anche da parte di Adriana, mandare a dire due cose a John Donne (1572-1631), il grande poeta inglese in questi tempi duri per la sua frase “No man is an island”. Primo, “no woman is an island” e certamente Adriana, non femminista, ma sempre al lavoro per conseguire la parità donne-uomini, non ha mai pensato di essere isolata. Secondo, quello che conta è proprio sapere connettere quelle isole, quegli uomini e quelle donne in un’impresa condivisibile e condivisa. Alla quale vale la pena dedicare una vita.

Bologna, 4 ottobre 2020