Riuscirà Kamala Harris a dare vita e corpo a un’anima progressista? Risponde Pasquino @formichenews

Gianfranco Pasquino legge l’ultima convention democratica e la sfida roosveltiana della candidata Harris. Il nuovo libro del professore emerito di Scienza politica, “Fuori di testa. Errori e orrori di politici e comunicatori” (Paesi Edizioni), sarà in libreria a settembre

Nell’elezione presidenziale USA del 5 novembre è in gioco, come ha più volte detto il Presidente Biden, “l’anima [soul] dell’America”? In un certo senso, sì, ma credo che per capire meglio sia opportuno procedere ad alcune importantissime precisazioni. Primo, non da oggi, gli USA, il cui motto è “ex pluribus unum”, sono un sistema politico con molte anime. Predominante è la contrapposizione, sulla quale si esercita in special modo Donald Trump, fra una visione animata del passato di un’America bianca, suprematista e dominante e quella della realtà attuale che i migliori fra i Democratici descrivono come una democrazia, pur sempre primeggiante, ma multicolore, aperta e inclusiva.

   Secondo, la forza della concezione di Trump è che la sua America esiste già, è molto più omogenea, molto più compatta e, mossa o no dal risentimento, sente il pericolo di perdere i privilegi, teme ossessivamente la caduta di status. Combatte una orgogliosa battaglia per la sopravvivenza. Questa situazione non si traduce affatto in un vantaggio sicuro e immediato per l’America di Kamala Harris. La “sua” America esiste sociologicamente e demograficamente, ma ha grandi contraddizioni culturali ed evidenti difficoltà di tradursi politicamente. Troppo facile e poco originale è affermare, come ha fatto la candidata democratica, che, una volta eletta, sarà ”la Presidente di tutti”. Sicuramente, la grande maggioranza dell’elettorato che voterà comunque Trump non le crede affatto. Inoltre, il vero problema è che gli elettori che la voteranno non hanno un livello di omogeneità tale da farne in partenza una sola “anima”.

Terzo, ecco, oggi, come forse già una volta nel passato, ai Democratici non basterà cercare di rappresentare al meglio i loro diversificatissimi, differentissimi elettori/ati, interpretarne le preferenze, sosddisfarne gli interessi (non si vive di soli ideali). Dovranno porsi l’arduo, ambizioso, assolutamente cruciale compito di dare vita e corpo a un’anima nuova che riesca ad essere attraente e, al tempo stesso, unificante, coesiva.

   Nel passato esiste un esempio di enorme successo che ha cambiato la storia degli USA e del mondo: la coalizione del New Deal assemblata dall’aristocratico Presidente Franklin Delano Roosevelt. Classe operaia degli stati industriali del Nord, immigrati irlandesi, scandinavi, polacchi, italiani, elettori bianchi del Sud, intellettuali costituirono il sostegno politico-elettorale dei Presidenti democratici dal 1932 al 1968. Roosevelt diede loro un’anima progressista che guardava al futuro. Quell’anima va ridisegnata e ricostruita dai Democratici, compito che per una qualche comprensibile timidezza non è stato neppure tentato da Barack Obama. Sappiamo che i soggetti protagonisti dovranno essere diversi: le donne, i Iatinos, i neri, i bianchi con buon livello di istruzione. Al momento, per quanto dagli ambiti che ho indicato provengano i migliori sostenitori dei Democratici e, dunque, sarà possibile formulare buone politiche, manca una visione unificante che, per l’appunto, comunichi quale deve e può essere l’anima di questa America progressista. Obama ha detto che “yes, she can”, cioè potrà vincere, ma riuscirà Kamala Harris nella difficile, ma forse essenziale, avventura che chiamo rooseveltiana?

Pubblicato il 23 agosto 2024 su Formiche.net

Le nomine non sono un reato, ma basta premiare i peggiori @DomaniGiornale

Nella democrazia maggioritaria, il principio dominante è the winner takes it all. Chi vince prende tutto, ma sono chiaramente definiti i limiti e i contenuti del tutto. In quel tipo di democrazia, chi vince non deve toccare le regole del gioco, i meccanismi, le procedure in modo tale da rendere la competizione permanentemente squilibrata. Da tempo, gli organismi attraverso i quali passa la comunicazione politica sono considerati fra quelli che non debbono essere piegati a favore di chi ha conquistato il potere politico. Par condicio era la situazione da conseguire e mantenere secondo criteri delineati dal Presidente Ciampi nel suo messaggio alle Camere del luglio 2002 sul pluralismo e l’imparzialità dell’informazione.

Il rinnovo del Consiglio d’amministrazione della Rai deve/dovrebbe rispettare entrambi i criteri, tanto esigenti quanto indispensabili in una democrazia. Che la maggioranza scelga in questo e in altri casi persone di cui si fida, che condividono le sue idee politiche e i suoi obiettivi non può destare scandalo. Tuttavia, a seconda dell’ente e dell’attività dovrebbero essere gli esponenti stessi di quella maggioranza a volere contemperare affidabilità politica con competenza professionale. Il prevalere della prima per lo più significa che alla maggioranza mancano uomini e donne competenti, che, come si dice spesso per Fratelli d’Italia, la sua classe politica è numericamente molto/troppo ristretta e qualitativamente inadeguata. Alla prova dei fatti, l’attività scadente degli inadeguati/e dovrebbe essere punita dagli elettori, almeno questo è uno dei postulati, sempre traducibili in pratica, della democrazia.

Chi e come nella maggioranza sceglierà le persone da reclutare e da promuovere nelle cariche disponibili è un problema che riguarda quasi esclusivamente la maggioranza stessa. Delegare a una persona di famiglia, a una sorella, a un amico, a un collaboratore fidato è, prima di tutto, assolutamente comprensibile. In secondo luogo, non prefigura e non costituisce reato a meno che, in estrema sintesi, i reclutamenti non si caratterizzino come fattispecie di voto di scambio. Se sono soltanto errori sarà nell’interesse di chi ha nominato procedere a rettificarli il prima possibile con opportune sostituzioni.

In democrazia, non solo quella maggioritaria, l’opposizione deve porsi prioritariamente l’obiettivo di costruire le condizioni per sostituire il governo in carica. Saranno le sue critiche fondate e puntuali alle scelte di politiche e di persone fatte, non fatte, fatte male dalla maggioranza a spostare opinioni, a cambiare voi. Gridare frequentemente ossessivamente “al fuoco al fuoco!” rischia di essere controproducente, comunque è politicamente diseducativo, peggio quando le opposizioni si rincorrono per scavalcarsi in denunce esagerate e implausibili, ma anche in concessioni furbette.

Nella politica spettacolo, che, peraltro, oramai molti cittadini se la costruiscono in proprio incuneandosi e adagiandosi in una pluralità di “bolle”, tutto o quasi si svolge in pesanti scambi comunicativi. Molto meglio sarebbe se le opposizioni (ri)conducessero i dibattiti, le interrogazioni, le critiche, le controproposte in Parlamento dando solennità e soprattutto dimostrando che in una democrazia parlamentare la centralità del Parlamento consiste proprio nel confronto, al tempo stesso, il più duro e il più trasparente possibile, fra oppositori e governanti. Proprio quel confronto che un eventuale premierato renderebbe sostanzialmente inutile.

Fuori dalla brutta estate del nostro scontento c’è molto da fare per migliorare il funzionamento della democrazia parlamentare, per l’appunto riportando con ostinazione e virtù la politica in Parlamento che, se formato da una legge elettorale decente, dimostrerebbe tutte le sue qualità e potenzialità istituzionali e di rappresentanza dei cittadini.

Pubblicato il 21 agosto 2024 su Domani

Quel razzismo da bar che non risparmia nemmeno le Olimpiadi @DomaniGiornale

Nella cerimonia di chiusura delle Olimpiadi parigine, sembra che un rapper abbia riscritto la triade rivoluzionaria Liberté Égalité Sororité invece di Fraternité. Gli illuministi francesi, forse ancor meno delle loro controparti scozzesi, non erano sicuramente suprematisti bianchi e con il loro Fraternité si riferivano piuttosto alla solidarietà, allo spirito di collaborazione, non solo nazionale, anzi cosmopolita. Comunque, quella triade è, lo scrivo con le parole che Piero Calamandrei usò per la Costituzione italiana, e rimane “una rivoluzione promessa”. A sua volta, quella rivoluzione è tutt’altro che solo politica. Vuole essere sociale e culturale. Lo spirito olimpico ne è una manifestazione di enorme, spesso sottovalutata, importanza. Uomini e donne competono liberamente per la conquista di medaglie che ne attestano la loro eccellenza. Lo fanno con le loro capacità e qualità personali, ma anche in rappresentanza di una nazione, di una patria.

Che tristezza la pur comprensibile cancellazione dell’appartenenza nazionale come condizione di ammissione di atleti/e eccellenti cittadini di paesi riprovevoli!  Ancora più tristi e assolutamente stigmatizzabili, i commenti relativi ad una sorta di appartenenza nazionale secondaria derivante dal colore della pelle, da alcuni tratti somatici. Atlete di serie A, ma cittadine di serie B perché, insomma, non assomigliano a noi nati in questo paese da genitori entrambi di questo paese. Non varrebbe la pena discutere di questo sottile razzismo da bar e da bulletti, se non fosse che in gioco è la costruzione e il funzionamento delle società e dei sistemi politici che vorremmo.

    Insomma, la patria è questione di colore e di sangue, di geni paterni e materni, con spudorata franchezza, di razza? Quelle cittadine e cittadini colorati potranno correre, saltare, vincere da soli o in squadra, ma il loro patriottismo rimane dubbio, è solo acquisito, talvolta opportunistico? Ius sanguinis vince. Talvolta, è un passo avanti, ma i veri patrioti lo considerano un cedimento, vince lo jus soli: essere nati/e nel Bel Paese.

    Da tempo sappiamo che patria non è soltanto il luogo di nascita dei nostri antenati, dei nostri padri e madri: la madrepatria. Per molti è il luogo dove hanno scelto di andare a vivere, di portare le loro famiglie, di fare crescere i figli/e. Capovolgendo il classico detto latino ubi patria ibi libertas, patria diventa dove c’è libertà di lavoro, di istruzione, di scelte, di partecipazione. Dove è possibile cercare di ampliare e diffondere gli spazi di libertà e di opportunità. Dove è possibile, non sacrificare, ma mettere in competizione i propri valori, i propri stili di vita. Giunti a questa considerazione non bisogna, però, dimenticare che esistono valori non negoziabili in termini di libertà personali, di eguaglianze (sì, plurale) davanti alla legge e di opportunità, di associazionismo politico e sociale. Al proposito, almeno in parte, per sfuggire alla patria di sangue e suolo, in Germania è stato proposto, già prima di Habermas, che lo ha poi variamente teorizzato, il patriottismo costituzionale: adesione ai principi e ai valori ella Costituzione democratica.

  (Com)patrioti degni di apprezzamento sono, dunque, a prescindere dalla pelle e dal luogo di nascita, tutti coloro che rispettano la Costituzione democratica, agiscono secondo le sue regole e procedure, perseguono i valori sui quali si fonda quella Costituzione. Se vogliono cambiare i valori, dovranno osservarne le procedure. Chi concorda con questo patriottismo, non può in nessun modo accettare la tesi dell’esistenza di democrazie illiberali che si reggono sulla cancellazione dei diritti delle persone. Un luogo senza libertà e senza diritti non può mai essere definito patria. Il nome che merita è caserma.

Pubblicato il 14 agosto 2024 su Domani

Commemorazione dell’80° anniversario dell’Eccidio del Ponte della pietà 14 agosto 1944 #14agosto #Borgosesia #ANPI

Il 14 agosto 1944, come azione di rappresaglia dei nazifascisti, vengono prelevati dalle carceri di Varallo cinque partigiani: Aldo Bordiga, Gino Boccardo, Vincenzo Lazzo, Gino Francese e Augusto Pescio.
Lo stesso giorno tutti saranno barbaramente impiccati presso il Ponte della Pietà a Quarona.

RIEVOCAZIONE: COSA E’ SUCCESSO 80 ANNI FA AL PONTE DELLA PIETA’ ATTRAVERSO IL RICORCO LASCIATOCI DALL’UNICO TESTIMONE OCULARE PADRE MARCO MALAGOLA
INTERVENTO DI GIANFRANCO PASQUINO PROFESSORE EMERITO DI SCIENZA POLITICA
La cittadinanza è invitata a partecipare

INVITO Dalla Resistenza alla Costituzione. Ieri e domani #13agosto #Borgosesia #ANPI

13 agosto 2024 ore 17,30
Presso il Centro Studi Giovanni Turcotti
Via Giordano, 1 Borgosesia (VC)

Gianfranco Pasquino terrà la conferenza sul tema:
Dalla Resistenza alla Costituzione. Ieri e domani”

In occasione della Commemorazione dell’80° anniversario dell’Eccidio del Ponte della pietà 14 agosto 1944

Il disordine mondiale e le chance dell’Europa @DomaniGiornale

Il problema del nuovo disordine politico internazionale è che, per fattori strutturali e fattori contingenti, non esiste nessuno in grado di prendere l’iniziativa. In subordine, ma di poco, i due conflitti più gravi sono nelle mani di uomini che sanno che il loro futuro politico dipende dal quando e dal come le “loro” guerre (operazioni militari speciali, però, non dello stesso tipo) termineranno. Per quanto sostenere che gli USA sono una potenza oramai declinata sia eccessivo (e prematuro), non c’è dubbio che il fattore strutturale più importante nel disordine mondiale è l’incapacità degli USA di tornare a svolgere un ruolo quasi egemonico. Il fattore contingente, ovvero la campagna elettorale presidenziale, una volta conclusasi, fa poca differenza chi vincerà, non avrà comunque quasi nessun effetto strutturale risolutivo. Neppure ridurrà l’incertezza.

   La Cina è e sembra voler rimanere un attore importante senza assumersi nessun ruolo “ricostruttivo”. La sua espansione è lenta, continua, ma non ha di mira un nuovo ordine, semmai un riequilibrio di potere più marcato a scapito degli USA. Potremmo cercare di gettare la croce sull’Unione Europea, ma significherebbe credere, sbagliando, che l’UE abbia risorse tali da farne una Superpotenza, oggi e domani. Prendere atto che non è e non potrà essere così non condanna all’impotenza. Al contrario, suggerisce la necessità di un maggiore e meglio coordinato impegno comune fra gli Stati-membri. Stigmatizzare l’ordine sparso degli europei deve accompagnarsi alla prospettazione di iniziative diplomatiche rapide e vigorose.

Netanyahu non porta la responsabilità di avere scatenato una guerra di aggressione come quella di Putin contro l’Ucraina, ma tutti sanno che non potrà rimanere capo del governo un minuto dopo la cessazione del conflitto con Hamas e con i suoi troppi sostenitori in Medio-Oriente e dintorni. È anche lecito pensare che, per quanto difficilissima, la sua sostituzione in corso d’opera avvicinerebbe una tregua produttiva. La, al momento assolutamente improbabile, sostituzione di Putin potrebbe condurre all’apertura, voluta da quella parte del gruppo dirigente russo che teme la satellizzazione in corso a vantaggio della Cina, di una nuova fase diplomatica (lo scambio di uomini e donne fra Russia e USA non è stato accompagnato da nessun tipo di riflessione aggiuntiva? Non è stata seguita da nessuna presa d’atto che si può andare oltre, con vantaggi reciproci?) con esiti imprevedibili, vale a dire tutti da scoprire e fronteggiare.

Vedremo presto se la nuova Alta Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione, Kaja Kallas, già primo ministro dell’Estonia, riuscirà a dare vigore alla voce e alla presenza dell’Unione, dei suoi ideali e dei suoi interessi, nel sistema internazionale. Gli ostacoli sono molti a cominciare da quelli che in modo diverso frappongono alcuni capi di governo europei: Orbán che si esibisce in una sua personale diplomazia, Macron con la sua interpretazione del ruolo insubordinabile della Francia, Giorgia Meloni che punta molto, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, su rapporti bilaterali che le danno più visibilità che sostanza (e lei lo sa).

Anche nelle relazioni internazionali la pur comprensibile fretta a fronte dei massacri è cattiva consigliera. Poiché, però, sappiamo che quel che cambierà a Washington dopo il 5 novembre imporrà a tutti i protagonisti di riposizionarsi, sarebbe molto opportuno se in Italia e nell’Unione Europea si manifestasse fin d’ora un forte impegno alla elaborazione di una pluralità di scenari alternativi. Meno lamentazione più immaginazione è il minimo che si possa chiedere.

Pubblicato il 7 agosto 2024 su Domani

Gianfranco Pasquino: “Milei es el producto de una democracia que funcionaba mal” #entrevista @clarincom

El prestigioso politólogo italiano analiza de qué modo los avances espasmódicos de la derecha afectan a Europa y hasta dónde los volantazos desesperados de los políticos de turno desgastan la democracia.

Autor Marina Artusa 04/08/2024

Detrás de los reflectores que en estos días apuntan a Francia por ser la exquisita escenografía de los juegos olímpicos, nadie pierde de vista el escenario político incierto que preocupa a los franceses luego de las elecciones legislativas que el presidente Emmanuel Macron anticipó como respuesta reflejo al triunfo jugoso de la extrema derecha en las urnas para renovar el Parlamento europeo.

En cuatro días, los partidos de izquierda formaron el Nuevo Frente Popular, que no sólo frenó a la derecha de Marine Le Pen en la segunda vuelta de las legislativas sino que se propone “romper con la política de Macron”. El politólogo italiano Gianfranco Pasquino analiza de qué modo los avances espasmódicos de la derecha afectan a Europa y hasta dónde los volantazos desesperados de los políticos de turno desgastan la democracia.

-Después de las elecciones legislativas anticipadas, ¿Francia quedó acorralada?

-Marine Le Pen no ha tenido nunca la posibilidad de ganar. Son ustedes, los periodistas, quienes pensaron que ganaba. En la primera vuelta, obtuvo un cierto número de votos, y en la segunda, perdió. Francia no está acorralada. Avanzó y cuenta con puntos de resistencia que son fuertes y que forman parte de su historia. Siempre ha tenido estos grupitos de derecha. Marine Le Pen representa algo que es francés, pero que no puede vencer. ¿Está en crisis la democracia francesa? Ni por un segundo.

-¿Hay que temerle a la derecha de hoy?

-Temerle, no. Pero hay que estar ligeramente preocupado. España tuvo el franquismo durante más de cuarenta años. Alemania tuvo el nazismo, que no era un hecho marginal. Italia tuvo el fascismo… La derecha siempre existió en Europa. En algunos casos ha ganado. Tal vez hemos aprendido o nos hemos vacunado.

Es decir que usted está de acuerdo con el historiador y lingüista Luciano Canfora cuando afirma, tal como señala el titulo de su último libro, que el fascismo nunca murió.

-Siempre me cuesta estar de acuerdo con Luciano Canfora. No sé qué es el fascismo para Canfora. El régimen autoritario fascista fue derrotado entre el 25 de julio del 43 y el 25 de abril del ’45. Esto es seguro. Los comportamientos fascistas existían antes del fascismo y continuaron también después. Desde este punto de vista, algunos comportamientos fascistas forman parte de la sociedad italiana. El antifascismo tampoco terminó. Existe. En Francia fueron a votar contra el fascismo. Fue un voto antifascista.

-La izquierda, por su parte, ¿se está equivocando?

-Sí, la izquierda se equivoca a menudo porque exagera. Exagera, por ejemplo, cuando dice: “Recibamos a todos los inmigrantes”. No. No podemos dar acogida a todos. Es preciso encontrar criterios. Se equivoca cuando postula que es preciso eliminar todas las desigualdades. No. Porque las personas quieren ser diversas. Exagera en esta dirección igualitaria. Cae en el “buenismo”. A veces es demasiado permisiva y crea consecuencias negativas para los sectores sociales más bajos. Este es un grave error de la izquierda.

-¿Y los populismos? ¿Prosperan en Europa?

-No logro bien identificar qué significa el populismo en Europa hoy. Marine Le Pen no es populista. Es nacionalista. Giorgia Meloni no es populista. Es soberanista. El populismo requiere una sociedad en parte movilizada y poco organizada. Y por eso se da en América latina. Pero es necesario contar con partidos bien estructurados para hacer política. (Juan Domingo) Perón era bastante populista.

-¿Qué sucedió entonces con las ideologías? ¿Sucumbieron a la política?

-Las ideologías se desmoronaron con la caída del muro de Berlín. El 9 de noviembre del ’89 caen también las ideologías. Porque la ideología que importaba era la ideología comunista. Si existe el comunismo, es preciso desarrollar una ideología democrática-cristiana, una ideología liberal, etc. Cuando cae el comunismo, no hace más falta y no hubo más ideólogos. No hubo más grandes intelectuales. El último gran intelectual europeo que queda es (el filósofo político y sociólogo alemán Jürgen) Habermas. Ninguno más. Las ideologías no existen más. Después podría decir que sí hay una ideología que es el europeísmo, que nos permitirá avanzar sólo si construimos una Europa próspera, pacífica, justa.

-El ex primer ministro italiano Giuliano Amato afirma que Europa es el continente más avanzado y en más decadencia. ¿Está de acuerdo con esta afirmación?

-Giuliano Amato tiende a ser siempre muy creativo. Europa es, sin duda, el continente más avanzado, el espacio más grande de libertad y de derechos que jamás haya existido en el mundo. ¿En decadencia? Sólo sobre algunos aspectos. El demográfico: pero Europa atrae. Hay menos europeos pero hay muchísimos inmigrantes que se convertirán en europeos. Por lo tanto, la parte de la decadencia, como diría Mark Twain sobre la noticia de su muerte, es un poco prematura.

-¿Qué quedó de aquel proyecto de una Europa próspera y pacífica al que se apuntó después de la Segunda Guerra Mundial?

-El proyecto tuvo éxito. Europa es un continente de prosperidad y de paz. Porque las guerras no están dentro de Europa sino en países que estaban en los márgenes, como Serbia, Croacia o como ahora Rusia contra Ucrania. Pero los países europeos no se han declarado guerras entre ellos. El proyecto fue exitoso. El problema es plantearse qué hay luego del éxito.

-¿Conoce la respuesta?

-La respuesta es alargarse, extenderse a otros países. A Georgia, a Turquía, que es un gran desafío. Y hasta Rusia. Cuando le preguntaron a Mitterrand cuáles eran los límites de Europa, él respondió que Europa va desde el Atlántico a los Urales. Se podría pensar en admitir en Europa a la Rusia europea. Naturalmente no a la Rusia asiática. Esto se puede hacer todavía.

-¿Cómo se podría hacer?

-Sería necesario, en este caso, decirle a Putin: “Estamos dispuestos a tener a Rusia en Europa si usted acepta los criterios del estado de derecho, libertades civiles, fin de la pena de muerte”. Es un desafío.

-¿Usted cree que Putin sería capaz de negociar eso con Europa?

-El, no. Pero no nos tiene que importar Putin. No va durar demasiado. En poco tiempo alguien lo destituirá. Es con los próximos gobernantes rusos con quienes se puede iniciar un diálogo, que puede comenzar por la desmilitarización de ciertas zonas, un comercio más amplio, libertad de circulación, cultura.

-¿Quién debería liderar esa iniciativa?

-Deberían ser algunos grandes estadistas que en el origen de la Unión Europea existían. Ahora no veo ninguno. Pero puede ser que surjan.

-¿Cuáles son los principales problemas de la democracia hoy?

-Hay una democracia que es la ideal, que es la que quisiéramos todos: donde se trata bien a las personas, los gobernantes no roban y donde todos pueden hacer, de algún modo, lo que desean. Esa es nuestra democracia ideal. La democracia como justicia social fundamentalmente. Y ésta no está en crisis porque todo el mundo diría que es la democracia que anhelaría. Luego están las democracias reales y cómo funcionan los sistemas políticos democráticos. Todos tienen los problemas. Algunos son institucionales, como probablemente sucede en Argentina. (Javier) Milei es el producto de una democracia que funcionaba mal.

-¿Y con él en el poder?

-Con él funciona bastante mal porque la idea de derrotar al mal por completo es impracticable. Y él no es un gradualista. Creo que no lo logrará y que en las próximas elecciones perderá.

Señas particulares

Gianfranco Pasquino nació en Turín, hace 82 años, y es activo en su cuenta de X como si fuera un adolescente. Enseñó Ciencias Políticas durante 43 años en la Universidad de Bologna donde, desde 2014, es profesor emérito. Integra la Accademia Nazionale dei Lincei, la academia científica más antigua del mundo. Es uno de los fundadores de la Revista Italiana de Ciencia Política.

Fare lavoro intellettuale con competenza e responsabilità #NuovaInformazioneBibliografica

In “Nuova informazione bibliografica”, n. 2 Aprile-Giugno 2024, pp. 151-156

 “Non ci sono più gli intellettuali di una volta”. Oltre ad una buona dose di nostalgia, da me ampiamente condivisa, questa frase solleva una pluralità di interrogativi importanti.  Primo, a quale fase, in quale mondo, si riferisce “una volta”? Secondo, di quali intellettuali specificamente lamentiamo l’assenza e perché? Terzo, abbiamo ancora bisogno di intellettuali?

Con ogni probabilità, le lettrici si chiederanno come erano, e chi, gli intellettuali di un volta. A questa più che legittima domanda, il mio libro Il lavoro intellettuale non offre una risposta diretta e precisa. Fin dall’inizio ho deliberatamente scelto di non darla. Non dovremmo sentire il bisogno di nessun concorso per l’Oscar degli intellettuali. Pertanto, usando il linguaggio corrente in politica, non ho proceduto a paracadutare dall’alto nessun intellettuale, già bello formato, famoso, di successo, influente, da collocare al vertice di qualsiasi graduatoria. Al contrario, ho preferito lasciare emergere dal basso una pluralità di tipi di intellettuali, guardando alle modalità con cui lavorano e dovrebbero lavorare, alle loro fonti e ai loro esperimenti nel laboratorio costituito dal mondo in cui viviamo, agli obiettivi degni di essere perseguiti, al senso da attribuire al successo e alle conseguenze. Ho effettuato questa scelta strategicamente importante, ma difficilissima da mantenere integralmente senza eccezioni, non soltanto perché fin troppi libri sono dedicati ad alcuni, spesso i soliti (nomi) intellettuali, ma perché mi sono convinto che a contare è il modo con il quale gli intellettuali lavorano, soprattutto, ma non esclusivamente, per produrre idee, discutere in pubblico, plasmare le opinioni, parlare al, per, contro il potere politico e i potenti, influenzare le decisioni, dice molto sulle società e, via all’iperbole, sul mondo.  

Naturalmente, ho in mente e nutro grande ammirazione per gli intellettuali che hanno pensato, scritto e agito in nome di alcuni valori: libertà, democrazia, giustizia sociale, eguaglianza, ma sono maggiormente interessato a capire perché lo hanno fatto, da dove veniva l’ispirazione, verso quali esiti intendevano/intesero orientare l’opinione pubblica e i potenti, con o senza l’appoggio di altri intellettuali, e perché tutto questo risulti oggi praticamente assente tanto nei sistemi politici democratici quanto nei molti regimi non-democratici diversamente oppressivi e repressivi.

Costruire conoscenze. Il lavoro intellettuale, come l’ho interpretato leggendo quanto scritto e fatto dagli intellettuali, non soltanto i professori, ad esempio, George Orwell e Albert Camus, e ho tentato di praticarlo, comincia con la lettura, con l’escursione a tutto campo e anche fuori confine, di quanto prodotto sull’argomento in oggetto. Contro ogni specialismo, comunque mai da valutare negativamente, il lavoro intellettuale prende le mosse da libri, documenti, film che gettino luce su quel che si vuole studiare. Anche attraverso la pratica delle recensioni, un modo, forse il migliore, per il confronto di approcci, prospettive, obiettivi, cause e conseguenze. Nel contesto italiano, invece, le recensioni sono spesso modi di esprimere l’appartenenza ad una scuola e di procedere al killeraggio di chi, da altra o da nessuna scuola, si permetta interpretazioni critiche. Peraltro, molte scuole e troppi accademici praticano il silenzio, l’oscuramento, il negletto. A mio modo di vedere, questo è un bruttissimo esempio di “tradimento dei chierici”. Invece, l’obiettivo nobile delle recensioni è quello di apportare anche solo una briciola in più a quanto già noto, magari correggendo alcuni elementi, evidenziandone altri, suggerendo percorsi, il tutto in consapevole umiltà.

   Molto raramente sarà possibile giungere a scoperte tanto significative da essere definite “cambi di paradigma”. Questa ambiziosa ricerca dello scibile già acquisito è l’esercizio con il quale si concretizza il “salire sulle spalle dei giganti”. Accumulando le conoscenze, sottoponendole a numerosi vagli, cercando di capire come e perché i vari studiosi eccellenti che ci hanno preceduto sono pervenuti a generalizzazioni, spiegazioni, teorie. Qui mi limiterò ad un solo importantissimo esempio. Senza leggere i libri di Orwell, La fattoria degli animali e 1984, la comprensione di cosa è il totalitarismo rimarrebbe seriamente inadeguata. Sento di dovere aggiungere anche per provocazione appunto intellettuale che per capire cosa fu per molti intellettuali il comunismo continua ad essere utilissimo il libro di autori vari Il Dio che è fallito (Comunità 1957).

Lo scavo nelle fonti e il confronto debbono essere operazioni il più estese, a tutto raggio, e trasparenti possibili. Al proposito, sono deplorevoli non soltanto le mancanze attribuibili a ignoranza e settarismo, ma può comparire anche un altro fenomeno: il plagio. Lo ritengo senza ombra di dubbio la violazione più grave, a mio parere imperdonabile, dell’etica professionale degli intellettuali perpetrata ai danni dei lettori, ingannati, e dei colleghi plagiati, privati del riconoscimento della paternità di quanto da loro scritto. Prendere dagli scritti di chi ci ha preceduto, ma anche da quelli dei contemporanei idee, frasi, citazioni, indicazioni di ricerca senza attribuirle alla fonte è tecnicamente un furto assolutamente squalificante. Non può esserci nessuna accondiscendenza per comportamenti simili che dovrebbero essere sempre, appena scoperti, condannati nella maniera più assoluta e irrevocabile e i loro responsabili sanzionati.

Le comparazioni. Non basta accumulare conoscenze, è indispensabile saperle comparare. Non smetto di citare l’affermazione di Giovanni Sartori, quasi un’intimazione: “Chi conosce un solo sistema politico [ma potrebbe essere una sola forma di governo, un solo partito politico, un solo tipo dei leadership] non conosce neppure quel sistema politico”. La comparazione è, al tempo stesso, strumento per la valutazione delle ipotesi, delle generalizzazioni e delle eventuali teorie probabilistiche e modalità di formulazione di altre ipotesi di ricerca e di quel molto che segue. Farò l’esempio contemporaneo più significativo: la proposta di elezione popolare diretta del Primo ministro. Mi limito a pochi cenni: i) il cosiddetto premierato è mai esistito da qualche parte? se sì, con quali esiti?; se no ii) in che modo si propone di costruirlo? iii) quali obiettivi politici e istituzionali stanno a fondamento di questa nuova forma di governo? A ciascuna di queste domande le risposte soddisfacenti non possono che essere comparate. Tagliando molto corto un discorso già cominciato, abbastanza male, ma destinato a durare abbastanza a lungo, l’evidenza comparata dice che il premierato così come proposto non è mai esistito; le modalità di sua costruzione contengono elementi di incostituzionalità; gli obiettivi indicati sono probabilmente meglio conseguibili con altri e diversi interventi.

 Applicare i frutti del lavoro intellettuale. Non ho mai capito che cosa facciano gli intellettuali confinatisi nella Torre d’Avorio. Qualche volta, in maniera del tutto anacronistica e assolutamente senza cercare nessuna rappresentatività, mi chiedo se Aristotele, Dante, Galileo avessero mai pensato a trovare albergo e rifugio nella più vicina Torre d’Avorio. Grazie a Wikipedia sono in grado di precisare che l’espressione Torre d’Avorio “dal XIX secolo è usata per indicare un mondo o un’atmosfera dove gli intellettuali si rinchiudono in attività slegate dagli affari pratici della vita di ogni giorno. Come tale, la locuzione ha solitamente la connotazione peggiorativa di una disconnessione volontaria dal mondo; una ricerca esoterica, troppo dettagliata, o anche inutile; un elitarismo accademico, se non aperto sussiego.” Coloro che, invece, fanno il lavoro intellettuale degno del mio apprezzamento hanno appreso due insegnamenti fondamentali. Primo, qualsiasi nuovo contributo o revisione intelligente e migliorativa di un precedente apprezzabile contributo discende in buona misura da quanto scoperto, scritto, discusso da altri, Secondo, la qualità dei contributi personali, la loro accettazione, la loro diffusione dipendono dalla valutazione degli altri. Questo duplice confronto è il modo più appropriato per fare progredire le conoscenze in tutti i settori dell’attività intellettuale.

Ciò detto, va subito aggiunto che i frutti del lavoro intellettuale sono spesso comunque destinati a fuoriuscire dai confini della comunità intellettuale. Anzi, gli sconfinamenti, il trespassing, come scrisse uno dei grandi intellettuali tedeschi Albert O. Hirschman (1915-2012), deve addirittura essere deliberatamente perseguito. Arditamente, sosterrò che lo sconfinamento avviene non soltanto fra i diversi campi di studio degli intellettuali, le loro discipline, i loro interessi, le loro metodologie, ma anche fra la comunità accademica e l’opinione pubblica. Sento di dovere aggiungere “colta”, ma ho l’impressione che lo sconfinamento diventi a sua volta strumento efficace per influenzare e educare l’opinione pubblica. Per molti intellettuali il loro lavoro si esplica soprattutto nei confronti dell’opinione pubblica nazionale, i concittadini, e nella misura del possibile internazionale, i cittadini del mondo. Al proposito menziono due casi di lavoro intellettuale di enorme duratura popolarità e influenza: Francis Fukuyama e La fine della storia(1992) e Samuel P. Huntington e Lo scontro delle civiltà (1996). Non aggiungo nulla, a un dibattitto che tuttora si dipana intorno a molte delle idee contenute in quei due saggi, ma sottolineo che si tratta di due casi del secolo scorso.

Dire la verità al potere. Quasi soltanto nelle democrazie, l’opinione pubblica svolge il suo compito fondamentale, ma non esclusivo, di controllare il potere politico, il potere dei decisori. Quindi, indirettamente, talvolta senza la minima intenzione, chi fa lavoro intellettuale acquisisce la consapevolezza che attraverso l’opinione pubblica le due idee, le sue critiche (l’intellettuale come “critico sociale” è la versione delineata da Michael Walzer), le sue proposte, chi fa lavoro intellettuale si troverà proiettato della sfera del potere politico, della produzione di scelte e decisioni che riguardano una collettività.

Circolante nella comunità accademica, diffuso nell’ambito dell’opinione pubblica, il frutto del lavoro intellettuale, specialmente di alcune categorie di studiosi: economisti, sociologi, scienziati della politica, demografi, scrittori, in qualche modo erratico raggiunge i detentori del potere politico e decisionale. Sì, anche i consiglieri del Principe talora fanno lavoro intellettuale. Più probabile che proprio perché lo hanno fatto nel passato siano stati reclutati dal Principe. Legittimo è chiedersi quanto effettivamente nella formula spesso usata negli Stati Uniti d’America, quei consiglieri interpretino il loro lavoro intellettuale come “dire la verità al potere”. Senza cedimenti, senza abbellimenti, senza opportunismi. Qui si apre un intero campo per ricerche: quali intellettuali in quali circostanze in quali sistemi politici e con quali conseguenze hanno saputo concretamente “dire la verità al potere”? Anche la ricezione da parte del potere di quelle parole di verità merita la massima attenzione. Another time another place.

Invece, questo è il momento e il luogo per interrogarsi sulla assenza di intellettuali pubblici di fama mondiale comparabile a quelli della seconda metà del XX secolo. La responsabilità/colpa deve essere attribuita alle mutate forme della ricerca intellettuale oppure alle trasformazioni della comunicazione, non solo politica, ma in senso più lato sociale oppure, infine, ai cambiamenti nella vita politica, sociale, culturale? Tutto questo richiederebbe, comunque, ricerche comparate molto complesse e approfondite. Non ho finora trovato risposte soddisfacenti.

Andare oltre. Concludo con due considerazioni. La prima riguarda quegli intellettuali che hanno saputo dire parole di verità al potere. In ordine alfabetico, ma non è un elenco esaustivo: Hannah Arendt, Raymond Aron, Norberto Bobbio, Albert Camus, Piero Gobetti, George Orwell, Karl Popper. Sono pochissimi e riflettono le mie preferenze. La seconda considerazione è che lo spirito dei tempi non sembra più andare nella direzione di differenze di opinioni tali da suscitare dibattiti importanti fra intellettuali che prendano le mosse da lavoro intellettuale già svolto e/o da intraprendere. Troppo facile rispondere facendo riferimento al binomio “guerra/pace”, che finora non ha prodotto nulla di particolarmente significativo e originale. Meglio confrontarsi con la tematica della società giusta a partire dal pensiero e dagli scritti del filosofo politico John Rawls (1921-2002). Nel frattempo, ma tutt’altro che a scopo consolatorio, ricorro alla parafrasi di una giustamente famosa esclamazione del grande drammaturgo tedesco Bertolt Brecht (a proposito di Galileo Galilei): “sventurati quei paesi che non hanno intellettuali pubblici”.

Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e Socio dell’Accademia dei Lincei. I suoi libri più recenti sono Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021); Tra scienza e politica. Una autobiografia (UTET 2022) e Nuovo corso di scienza politica (il Mulino 2024).

La politica non è un problema di costi @DomaniGiornale

Fare politica è un’attività che richiede impegno e competenze, che si basa sulla capacità di ottenere voti e mantenere, nella buona e nella cattiva sorte, il sostegno dei votanti, non soltanto i singoli, ma i gruppi e le associazioni, prendendo decisioni, attribuendo risorse e cariche, infine, cercando di ottenere la rielezione tutte le volte che è possibile. La rielezione spesso è uno degli indicatori del successo. Fare politica è un’attività che richiede professionalità, qualche volta appresa a vari livelli successivi, eccezionalmente ottenuta operando sul campo. Anche se ciascuno dei compiti e dei passaggi che ho delineato può essere ulteriormente precisato, chi fa politica prima o poi li incrocerà inevitabilmente tutti. Naturalmente, ciascuno dei “politici” avrà, entro (in)certi limiti, la possibilità di scegliere le modalità con le quali, ad esempio, cercare il consenso/voto degli elettori, a maggior ragione se esiste il voto di preferenza, stabilire rapporti più o meno stabili e frequenti con quali gruppi, richiedere sostegno e collaborazione.

Senza entrare nei particolari e nelle specifiche modalità oggetto dell’inchiesta e delle accuse rivolte dalla magistratura all’ex Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, è assolutamente importante tracciare la linea divisoria tra comportamenti leciti e comportamenti illeciti. Sul voto di scambio, vale a dire quando il governante prende decisioni favorevoli a singoli/gruppi/associazioni che procedono a convogliare su di lui tutti i voti possibili, non ci sono dubbi. La legge lo sanziona come comportamento illegale, da punire. All’interno di un complesso sistema di relazioni sociali e economiche può talvolta essere difficile, ma tutt’altro che impossibile, provare che uno o più scambi hanno caratterizzato quelle relazioni producendo vantaggi per i contraenti e, magari, anche danni per chi era rimasto escluso, peggio se sistematicamente, con il decisore ricompensato con dazioni di denaro: il costo della politica.

In assenza di un adeguato sistema di finanziamento della politica (non dei politici), i decisori che ottengono/chiedono, ma spesso la situazione è tanto nota da non prevedere richieste esplicite, dazioni in denaro, giustificano la loro richiesta, così sembra si sia difeso Toti, ma soprattutto argomentano i suoi sostenitori, con la necessità di coprire i costi della politica. Presumibilmente sono i costi delle (certo costose) campagne elettorali, della segreteria, del personale che tiene rapporti con gruppi, associazioni, imprenditori, operatori economici di vari tipi e settori. Quando succede così ci sono buone ragioni per temere che le politiche pubbliche formulate dal decisore rispondano non a criteri di efficienza e di efficacia, ma di convenienza. Anzi, è probabile che gli operatori economici meno capaci, quelli che in una gara trasparente non vincerebbero nessun appalto, nessuna commissione, nessuna carica, siano comprensibilmente i più disponibili a pagare.

Chi fra i politici si trova nelle condizioni di decidere dovrebbe essere in grado di giustificare le sue scelte per la loro bontà in sé, non con la necessità di “vendere” le sue decisioni per fare fronte ai costi, passati, presenti e futuri, della (sua) politica. Oppure a rapporti pregressi nei quali le parti hanno rispettato i termini dello scambio cosicché la prosecuzione/ripetizione dello scambio appare meno rischiosa e fa risparmiare il tempo e le energie che sarebbero necessarie nelle trattative con nuovi contraenti. Incidentalmente, proprio perché il legislatore cercava di evitare che le reti di relazioni avviluppassero e soffocassero i processi decisionali decise di stabilire un preciso limite, non più di due, ai mandati dei sindaci e dei presidenti di regione.

Fare politica attraverso rapporti consolidati e di reciproco vantaggio a scapito della competizione, del “mercato”, con danno per la cittadinanza e molti gruppi esclusi, non è un modo accettabile di operare. Altrove, ma anche in Italia, molti casi alternativi dimostrano che si può fare politica e si può governare senza incoraggiare, accettare, praticare quella che nei fatti è corruzione.

Pubblicato il 4 agosto su Domani

TucanoNorby, la nostra vita e la politica #LoStrillone

Il tucano giallo-nero che vedete alle mie spalle in qualche trasmissione televisiva è abitualmente molto riservato e di poche parole. Allora, con la sua silenziosa autorizzazione, lo racconto io.

È l’ultimo regalo di mia mamma, Natale 1988. Lei morì improvvisamente quaranta giorni dopo, il più grande dolore della mia vita, ma aveva fatto in tempo a raccontarmi quanto difficile era stato trovare il tucano. Con la sua 500 aveva girato tutta Torino. Da tempo non ne fanno più di Tucani così. Non ha parenti non ha successori. Serio, resiliente, affettuoso, mi guarda (al)le spalle.

Ha assistito a trasmissioni televisive di ogni tipo: interviste, dibattiti, salotti, La7, RaiTre, SkyTg24, ReteQuattro, ma anche conferenze e lezioni in Italia, in Argentina, Cile, Colombia, Messico, Paraguay. Qualche volta dice che gli piacerebbe viaggiare, poi, però, tutto sommato gli va bene anche così.

Fa molte cose anche nella stessa giornata e non si stanca troppo. Registra e produce persino delle clip che possono essere trovate sul mio blog “Qualcosa che so” e che siamo lieti di credere che mi/ci sopravviveranno.

Quando mio figlio Emanuele viene a trovarmi si scambiano delle affettuosità, si danno degli sguardi. Tucano è molto grato a Emanuele che lo ha battezzato Norby perché il suo profilo ricorda quello del mio primo maestro di scienza politica Norberto Bobbio. Il grande filosofo politico torinese aveva la dote dell’auto ironia e avrebbe sicuramente apprezzato. Quanto alle presenze in TV, avendone sentite di cotte e di crude, spesso anche di indigeribili, TucanoNorby qualche volta discute con me su quello che ho detto, non detto, detto male. Molto serenamente e molto pacatamente, mi suggerisce di lasciare che gli ospiti in studio esprimano anche le più stupide delle opinioni. Correggerli non serve e correggere conduttrici e conduttori spesso è controproducente. Per ripicca non ci invitano più.

Su un punto, però, TucanoNorby è intransigente. Nessun insulto, nessun attacco personale, nessuna sceneggiata, quando qualcuno alza i toni e si azzuffa –ci sono alcuni noti mestieranti in materia, invitati proprio per fare polemica che servirebbe a fare salire l’audience–, lui e io non partecipiamo. Sul nostro volto appare un sorriso di commiserazione, di disgusto.

Non smettiamo di credere che la politica debba essere considerata una attività importante, persino nobile, che, per quanto sempre criticabile purché puntualmente, serve a migliorare la vita degli altri e anche la nostra rendendoci fieri di essere cittadini informati e partecipanti.

Abbandoniamo alle loro litigate i politici ed i commentatori di corte e di cortile. Leggendo un po’ di tutto, quando è possibile anche “Lo Strillone”, e studiando, conclude TucanoNorby, con il mio totale accordo, è così possibile volare alto. Alto.