La leggenda della crisi della democrazia
Articolo pubblicato sul n. 118 del mensile “Formiche”, con il titolo Democrazia contro crisi delle democrazie (pp. 62-63).
Quando si parla di “crisi” con riferimento alle democrazie bisogna effettuare e mantenere fermissima una distinzione preliminare, che è cruciale, fra crisi della democrazia e crisi nelle democrazie. Sarò perentorio: non c’è nessuna crisi della democrazia in quanto regime che offre ai cittadini elezioni libere, eque, competitive con le quali scegliere e sconfiggere rappresentanti e governanti e che protegge, promuove e garantisce i diritti delle persone, da quelli dei bambini a quelli delle donne, da quelli degli anziani a quelli dei disabili, a quelli dei migranti. Certo, queste democrazie, che chiamiamo liberal-costituzionali rappresentano una netta minoranza dei regimi politici esistenti, non più di trentacinque, al massimo, generosamente, quaranta. Però, dappertutto nel mondo, dal Venezuela allo Zimbabwe, ci sono uomini e donne che lottano, vengono malmenati, messi in prigione, rischiano la vita e spesso la perdono proprio in nome di quella democrazia delle regole e dei diritti. Nessuno di loro può permettersi il lusso fra un vernissage e un concerto, fra una sfilata di moda e una gita in barca, di sostenere che la democrazia è in crisi. Il modello democratico di rapporti fra cittadini e autorità, di partecipazione nelle istituzioni e contro di loro, di conquista, di esercizio e di distribuzione del potere, costruito in un paio di secoli e faticosamente perfezionato, è vivo, valido, imitabile. Nessuna crisi della democrazia, anzi, a giudicare dalla sua espansione negli ultimi trent’anni, grande capacità attrattiva.
Invece, esistono, eccome, difficoltà, problemi, inconvenienti, sfide che, volendo, possiamo anche chiamare “crisi”, all’interno delle democrazie realmente esistenti. Non sarò così altezzoso, così professorone da lasciare le lancinanti preoccupazioni sul futuro delle nostre democrazie agli attempati nouveaux philosophes, ai tardissimi francofortesi, agli accigliati editorialisti del “Corriere della Sera” e de “la Repubblica, tutti maestri delle aggettivazioni, e neppure agli scettici intellettuali latino-americani, sempre parte del problema, mai disposti a cercare le soluzioni. Indico, qui, quelle che mi paiono le difficoltà più visibili nel funzionamento delle democrazie contemporanee.
La prima mi pare chiarissima. Avendo avuto successo nella loro vita professionale, molti cittadini non pensano di dovere contribuire alla vita pubblica poiché sono convinti che le decisioni politiche incideranno poco sul loro lavoro, sul loro prestigio, sul loro denaro. Sì, l’individualismo egoista è un problema di non poche democrazie contemporanee. Si accompagna al e accompagna il declino, con tutte le differenze dei vari casi e contesti, dei partiti politici e, più in generale, delle associazioni che, come dovremmo tutti ricordare, sono considerate, da Tocqueville in poi, la spina dorsale delle democrazie. Chi va a giocare a bowling da solo difficilmente andrà ad un dibattito politico, svolgerà azione sindacale, parteciperà alla vita di associazioni di volontariato. Calmiererà la sua coscienza facendo donazioni con il sistema PayPal e via con il suo lavoro. Non riuscirà mai ad essere “felice”, come ha notato con grande acume Albert O. Hirschman, ma se non conosce il lato positivo dell’impegno democratico, non sarà neppure troppo infelice, pur nella sua inutilità “democratica”. È in queste persone, cresciute di numero e di influenza sociale in tutte le democrazie consolidate che, più o meno dormienti, si annidano i batteri dell’antipolitica. Anche, ma non solo, de Italia fabula narratur.
So che il lettore mi sta aspettando al varco, vale a dire alle forche caudine del populismo. È la sfida populista la minaccia più grande e più grave alle democrazie realmente esistenti? Sono i populisti che sotterreranno i regimi democratici (a cominciare da una, peraltro sempre più improbabile vittoria di Trump negli USA), ma anche l’Unione Europea? Tutto al futuro poiché il populismo, tranne due o tre eccezioni latino-americane, non ha vinto da nessuna parte. Con Yves Mény e Yves Surel, autori di un bel libro (ndr Par le peuple, pour le peuple. Le populisme et les démocraties), dirò che il populismo non può essere espunto da nessuna democrazia. Se dalle democrazie si toglie il popolo, il demos rimane il kratos che non ha mai propensioni democratiche. Una striscia di populismo sta in tutti i regimi democratici, a cominciare dal governo di Lincoln “dal popolo, del popolo, per il popolo”. Può pericolosamente ingrossarsi laddove, in assenza di associazioni intermedie o per loro debolezza, qualcuno riesca a fare appello ad un popolo disorganizzato, indifferenziato, desideroso di una rappresentanza facile e non esigente.
Non manderò nessun messaggio di redenzione e di salvezza. Chi non ha ancora capito che i populisti offrono soltanto promesse di sollievo temporaneo, che giovano al leader e ai suoi collaboratori/collaboratrici, è politicamente malmesso. Costruendo con pazienza e competenza associazioni e istituzioni, diventa possibile tenere a bada qualsiasi insorgenza populistica. Forse, oggi, l’insorgenza deve trovare una risposta europea anche se i populisti sono sempre leader molto provinciali. Chi non vuole costruire una democrazia europea, a partire dall’Unione, lascia ampi spazi ai populismi nazionali. Per tornare al punto di partenza, la crisi non è, comunque, della democrazia, ma nelle democrazie, nei loro cittadini incolti, pigri, egoisti.
Un sano e consapevole NO
Due mesi in più di campagna elettorale per il referendum del 4 dicembre “obbligano” i quotidiani a fare incetta di interviste e i maîtres à penser a dare fondo alle loro, talvolta malferme, opinioni. Dallo storico comunista esperto di Gramsci, Beppe Vacca, oggi coordinatore dei Comitati per il sì nel Lazio, qualcuno potrebbe aspettarsi un po’ di rispetto per la, seppur breve e recente, storia del referendum e qualche affermazione fondata sul merito delle riforme (“Corriere della Sera”, 3 ottobre, p. 4). In barba a qualsiasi citazione (qui, faccio la mia: ho scritto di plebiscitarismo renziano già il 14 maggio, se non addirittura prima; Napolitano ci è arrivato “forse eccesso di personalizzazione politica”, ad agosto), Vacca sostiene che “è stata l’opposizione a farne un referendum sul governo”. Dimostrando invidiabili cognizioni costituzionali, Vacca giunge quasi a lodare l’opposizione che, bontà sua, il fronte del NO non è fatto di “stupidi” e quindi lavora “per fare scendere il quorum” (che, però, nei referendum costituzionali, non esiste proprio).
I sostenitori del sì, molti dei quali sono adesso indaffaratissimi a modificare l’Italicum, già ripetutamente dichiarata la legge che tutta Europa c’invidia e che metà Europa imiterà, saranno sorpresi dall’apprendere dalle parole di Vacca, che “il Parlamento com’è stato ridisegnato dalla riforma è compatibile con qualsiasi legge elettorale”. Il problemino è che, se vince il NO, sarà assolutamente indispensabile elaborare anche la/una legge elettorale per il Senato che impedisca l’eventualità di maggioranze diverse Camera/Senato. Nel frattempo, proprio per evitare di pronunciarsi su una legge elettorale che gli stessi autori vorrebbero cambiare o saranno costretti a farlo, la Corte Costituzionale ha rimandato la sua sentenza sull’Italicum. Invece di occuparsi di quanto, capilista bloccati e candidature multiple, comprime in maniera inaccettabile, forse, anticostituzionale, la rappresentanza politica, sembra che l’inciampo sia il premio di maggioranza, unico strumento disponibile agli elettori per designare e premiare il vincitore.
Che il capo del partito che ottiene premio e maggioranza assoluta debba essere designato Presidente del Consiglio dal Presidente della Repubblica che perderebbe così il potere costituzionale di nomina e che, se in controllo della sua maggioranza parlamentare, potrebbe anche imporre ad suum libitum lo scioglimento della Camera togliendo il relativo potere al Presidente della Repubblica, non sono fenomeni che inquietano Beppe Vacca. Il premier non si prenderà “tutto”. Infatti, comunque, le riforme costituzionali “allargano la partecipazione democratica” magari, direi, limitandosi a restringere la partecipazione elettorale: provincie sparite, Senato nominato. “Garantiscono maggiore efficienza del Parlamento” , ma se efficienza vuole dire fare più leggi in meno tempo, tutti i dati numerici, dei quali nessuno dei sostenitori della riforma si cura, rivelano che il bicameralismo italiano è già il più efficiente dei bicameralismi europei. E non siamo in grado di prevedere quanti e quali conflitti si avranno fra Senato e Camera, conflitti quasi inevitabili date le molte/troppe procedure diverse necessarie per l’approvazione delle leggi. Le riforme, secondo Vacca, “eliminano la legislazione concorrente tra governo centrale e Regioni”, che, presumibilmente, è la preoccupazione dominante fra i cittadini italiani, alcuni dei quali, però, avrebbero forse voluto vedere sparire le regioni a Statuto speciale, accorpare alcune regioni già chiaramente incapaci di autogoverno, introdurre il principio di sussidiarietà piuttosto di quello della supremazia statale che, incidentalmente, rafforza proprio i poteri del premier.
Vacca conclude che, per fortuna dei sì, “se l’elettore si interessa e discute del merito, capirà che il dominus del referendum è lui”, ma, se ha davvero approfondito il merito, fuori dalle semplicistiche e fuorvianti affermazioni propagandistiche, finirà, questa è la mia argomentata opinione, proprio per votare un sano e consapevole “no”.
Pubblicato il 3 ottobre 2016
Nessun allarmismo per l’esito del referendum italiano
Dissento fortemente dall’analisi di Gianni Bonvicini ” II rischi per l’Italia se vince il NO” (22 settembre 2016) e ancor più dalla sua conclusione: “Dire no alla riforma significherebbe negare il nostro interesse europeo e internazionale a giocare un ruolo da grande nazione”. L’accusa di disfattismo e di antipatriottismo mi pare davvero fuori luogo.
Riforme inutili e inefficaci
Credo che sia praticamente impossibile dimostrare che uno qualsiasi dei capi di governo che contano nell’Unione Europea conosca le riforme costituzionali imposte da Matteo Renzi e sia in grado di valutarne, compito difficile anche per gli italiani, l’utilità e l’efficacia. Tanto per cominciare la riforma del bicameralismo italiano, che non è affatto “perfetto” come scrive Bonvicini, produrrà un Senato di consiglieri regionali e sindaci che si occuperanno, con quale preparazione e con quali conoscenze?, certo non ne faranno sfoggio durante le loro campagne elettorali regionali,della politica europea. E’ una scelta assolutamente fuori luogo. Secondo, nel momento in cui sarebbe opportuno valorizzare le regioni e le autonomie locali, anche per attuare compiutamente il principio di sussidiarietà, le riforme approvate reintroducono la “supremazia statale” in molte materie. Avrebbero, invece, se miriamo congiuntamente a rappresentanza ed efficienza, dovuto mirare ad un accorpamento delle regioni e a un’incentivazione della loro efficienza anche in tutti gli ambiti nei quali, a cominciare dall’utilizzo dei fondi europei, debbono operare.
Un bicameralismo non “perfetto”, ma produttivo
Nulla di tutto questo. Bonvicini sembra credere alla non-produttività del Parlamento italiano e alla sua presunta lentezza e farraginosità. Invece i dati, che ho riportato nel mio volumetto NO positivo. Per la Costituzione. Per buone riforme. Per migliorare la politica e la vita (Edizioni Epoké 2016) indicano tutt’altro. Il bicameralismo italiano ha regolarmente “fatto”, ovvero approvato, più leggi e in tempi comparativamente più brevi dei bicameralismi tedesco, francese e inglese. Inoltre, il governo, anche quello di Renzi, ha regolarmente ottenuto le leggi che voleva, spesso nei tempi da lui desiderati, magari ricorrendo alla decretazione d’urgenza e imponendo il voto di fiducia. Semmai, il problema italiano è che le leggi sono quantitativamente troppe e qualitativamente malfatte. Per colpa dei governi, dei ministri, dei direttori generali dei ministeri.
Governi deboli o inaffidabili?
Governo “debole”, Presidente del Consiglio ingabbiato? Supponendo che qualcuno possa credere, senza dati, a queste fattispecie, dovrebbe allora interrogarsi sul perché nelle riforme costituzionali che saranno sottoposte a referendum non si trovi nulla che riguardi direttamente e specificamente né il governo né il suo capo. Rimanendo in Europa sarebbe stato semplicissimo e auspicabilissimo introdurre il voto di sfiducia costruttivo la cui esistenza tantissimo ha giovato alla stabilità dei Cancellieri tedeschi e delle loro compagini governative. Allo stesso modo, una forte Camera delle regioni avrebbe dovuto essere impostata come il Bundesrat tedesco. Naturalmente, punto che, ne sono certo, Bonvicini condivide con me, la “forza” di un capo di governo nell’Unione Europea non dipende tanto e neppure essenzialmente dalla struttura del suo Parlamento, dall’organizzazione del potere locale, da una legge elettorale che contempli un cospicuo premio di maggioranza (che i greci avevano, to no avail, e che hanno recentemente abolito).
Quasi tutte le democrazie europee meglio funzionanti hanno sistemi elettorali proporzionali e governi di coalizione, più rappresentativi delle preferenze dei loro elettorati e con programmi in grado di accogliere in maniera più soddisfacente interessi e preferenze diversificate. La forza di quel capo di governo dipende dalla sua credibilità politica e personale che implica non fare promesse che non può mantenere e non farsi paladino di riforme costituzionali controverse le quali, creando conflitti interistituzionali e confusione di competenze, renderanno le sue promesse ancora più difficili da mantenere.
Unità d’intenti
Infine, un “sistema-paese” diventa e rimane un interlocutore affidabile, non soltanto per e nell’Unione Europea, anche quando non solo, ma in primis, i suoi politici e poi gli intellettuali e gli istituti di ricerca non fanno allarmismo, quando dichiarano convintamente (e cooperano a fare sì che…) che l’esito di consultazioni democratiche sarà comunque governabile. Che i nostri partner europei non hanno nulla di cui preoccuparsi. Che l’allarmismo interno ed esterno non è affatto giustificato. Che i sostenitori del NO non sono nemici del loro paese, ma pensano semplicemente che altre riforme siano possibili e migliori e sanno anche quali riforme introdurre. Questo, soltanto, questo è il messaggio da inviare ai quotidiani economici straneri, alle grandi banche d’affari, all’Ambasciatore USA, che avrebbe fatto meglio a parlare dopo avere ascoltato i rappresentanti dei due fronti, ai partners europei.
Pubblicato il 3 ottobre 2016 su AffarInternazionali
La svolta autoritaria e i conflitti
I professori bravi debbono essere originali e innovativi, spingendo la loro analisi un passo oltre quella dei colleghi e dei commentatori. I politici debbono, invece, essere ripetitivi e martellanti, spesso forzando la realtà. I moderatori, quando sono bravi, obbligano i professori a spiegare meglio la loro (eventuale) originalità e i politici a non eccedere in slogan e ripetizioni. Il confronto Renzi-Zagrebelski, “moderato”, ma non guidato, da Mentana, non ha prodotto nulla di particolarmente interessante e originale.
Ha dimostrato che il professore non ha saputo liberarsi di una narrazione, quella sulla svolta autoritaria, che troppi esponenti del NO utilizzano per criticare le revisioni costituzionali e la riforma elettorale del governo. Zagrebelski ha, talvolta, indicato perché la legge elettorale Italicum dovrebbe essere cambiata tornando alla proporzionale, ma di leggi elettorali proporzionali ne esistono numerose varianti. L’Italicum è, infatti, una legge proporzionale distorta da un abnorme premio di maggioranza. Forse fin troppo pacatamente, ha anche criticato l’enorme contraddizione di Renzi che, insieme al Ministro Boschi, ha sempre sostenuto trattarsi di una legge ottima che tutta l’Europa avrebbe invidiato all’Italia e metà Europa avrebbe imitato, e oggi si dice disposto a cambiarla.
Sul bicameralismo, sulla quantità e sulla qualità delle leggi prodotte dalle due Camere, nonostante l’inevitabile navetta (ping pong nel lessico renziano) nessuno dei due ha offerto i numeri delle leggi approvate, che sono mediamente superiori a quelle degli altri parlamenti bicamerali europei, l’80 per cento di origine governativa, con una percentuale molto elevata trasformata in decreti leggi sulle quali il governo, compreso quello di Renzi, ha spessissimo posto la fiducia. Il moderatore non ha mai chiesto numeri e approfondimenti pure utilissimi ai telespettatori-elettori e certo anche in grado di fare “spettacolo”. La sottolineatura della (eventuale, ma per lui probabile) svolta autoritaria ha impedito a Zagrebelski di entrare davvero e compiutamente nel merito delle quattro revisioni costituzionali fatte approvare dal governo. Funzioneranno oppure creeranno confusione e conflitti? Si poteva fare meglio anche con “strane” maggioranze.
Al proposito, da un lato, per giustificare la trasformazione, che non è abolizione, del Senato, Renzi ha messo insieme due seconde camere molto diverse fra loro: il Senato francese e il Bundesrat tedesco, e non è stato richiesta dal moderatore di spiegarne le differenze e di valutarne la funzionalità, nettamente superiore quella della seconda camera tedesca, numericamente contenutissima: 69 rappresentanti, e quindi meno costosa, e anche istituzionalmente molto efficace. Sul governo, la cui instabilità Renzi e i suoi sostenitori del “sì” stanno ripetutamente battendo, sarebbe appropriato mettere con forza in rilievo che i Presidenti del Consiglio italiani sono stati un terzo, all’incirca ventidue, dei 63 governi italiani ad oggi, ma che sia molti ministri sia le coalizioni di partiti al governo hanno mostrato una straordinaria stabilità e continuità nell’elaborazione delle politiche pubbliche.
Zagrebelski non è riuscito a delineare un’alternativa riformatrice alle revisioni del governo ed è, in sostanza, apparso come un conservatore costituzionale. Dal canto suo, Renzi è apparso, proprio come vuole essere considerato, come uno che, dopo anni di presunto (perché riforme sono state fatte nel 1993, nel 2001, nel 2005) immobilismo, è riuscito a dare una scossa alla Costituzione che si trasmetterà positivamente al sistema politico italiano. Questa affermazione, molto discutibile, non è stata adeguatamente contrastata da Zagrebelski che ha preferito insistere sui rischi, secondo lui molto forti, di riduzione della democraticità della politica italiana piuttosto di evidenziare i rischi, ancora più forti e certamente più probabili, se le revisioni saranno confermate dal referendum, di conflitti permanenti, anche fra le due camere, e di carente funzionalità. Gli argomenti del “sì” sono stati tutti o quasi presentati e ripetuti senza nessuna novità dal Presidente del Consiglio. Quanto al Professor Zagrebelski ha presentato soltanto una parte degli argomenti del “no”, quelli concernenti una, eccessivamente temuta, deriva autoritaria, piuttosto degli argomenti di coloro che sono d’accordo per riformare, ma che credono che quanto fatto dal governo sia sbagliato e, in definitiva, controproducente.
Pubblicato AGL 2 ottobre 2016
NO positivo Per la Costituzione Per buone riforme Per migliorare la politica e la vita

NO positivo Per la Costituzione Per buone riforme Per migliorare la politica e la vita (edizioni epoké)
edizioni epoké 2016
INTRODUZIONE
Storia, memoria, Scienza Politica, CostituzioneDa più parti mi hanno detto che, finito il persino troppo lungo intervallo nel quale molti si vantavano delle riforme del governo o le deprecavano soltanto in base alla loro posizione/preferenza politica, è diventato possibile cominciare una vigorosa discussione sul merito delle riforme. D’altronde, è da sempre che noi italiani siamo famosi per discutere pragmaticamente su fatti e cifre, non fumosamente su cosiddetti pii desideri e complotti immaginari. Ha cominciato Matteo Renzi a dire che queste non sono le sue riforme. Ha chiarito che le riforme sono sue e di Giorgio Napolitano. Il messaggio non è ancora giunto al Ministro Boschi che sostiene che queste sono le riforme del governo approvate dopo faticose discussioni dal Parlamento, ma criticate da coloro, oscurantisti che vengono dal Medioevo, che non rispettano il lavoro del Parlamento e che vorrebbero addirittura farle cadere con il referendum, lo strumento opportunamente previsto dai Costituenti affinché i cittadini valutino l’operato del Parlamento. Neanche questa, però, sembra essere lontanamente una critica sul merito. Inoltre, al Ministro sfugge la differenza, non proprio marginale, che non è stato il Parlamento in quanto tale a fare le riforme, ma una maggioranza neanche troppo convinta di sé.
Sempre fuori merito e anche fuori misura sono arrivati tre diversamente noti sostenitori del “sì”. È arrivata la bordata, assolutamente sul merito, dell’economista Salvati, «chi vota contro le riforme vota contro il paese». Questa meritoria posizione era stata anticipata dal filosofo Massimo Cacciari che voterà sì anche se le riforme non gli piacciono, motivato da «sensibilità repubblicana». Almeno temporaneamente al coro possente di questi sì derivanti da pensose riflessioni sul merito si è accodato il sociologo Arturo Parisi. Voterà sì perché quelle del Renzi e della Boschi sono le riforme dell’Ulivo, meglio le riforme che l’Ulivo non ha fatto e, per quel che si ricorda, che nessuno degli ulivisti ha effettivamente provato a fare. Anzi, gli ultimi rimasti fra i dalemiani potrebbero persino sostenere che Prodi e i suoi collaboratori non furono certo i più agguerriti sostenitori della Commissione Bicamerale per le Riforme Istituzionali (1997-1998).
La memoria degli italiani non è mai lunga tranne quando si tratta di regolare dei conti. La conoscenza della storia, neppure di quella recente, non è mai approfondita. In questo piccolo libro ho raccolto articoli scritti nell’arco di sei mesi, pubblicati in sedi diverse, che ringrazio, che mirano a sollecitare la memoria anche rammentando, in maniera non pedante, un po’ di storia. Non intendo certo scrivere la mia storia di “riformatore istituzionale”, ma neanche cancellarla e fare finta che sono un parvenu. Al contrario, sono orgoglioso di ricordare una traiettoria coerente che va da Restituire lo scettro al principe. Proposte di riforma istituzionale (Laterza 1985), passa attraverso Le istituzioni di Arlecchino (Napoli, ScriptaWeb, 2008, 5° ed.) e approda temporaneamente a Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Egea-UniBocconi 2015). Molto, come si conviene ad un dibattito sul merito, che personalmente ho preso molto sul serio, si trova lì.
Qui, invece, gli articoli raccolti si situano sul piano della critica, anche della polemica, politica, augurabilmente utile, talvolta più che doverosa, mai dimentica di quello che ho imparato e che, come studioso di scienza politica, posso orgogliosamente affermare di sapere. Aggiungo e chiudo che il sapere della scienza politica, come ha ripetutamente scritto Giovanni Sartori, è un sapere applicabile. Facendo tesoro di questo insegnamento che, purtroppo nella scienza politica italiana è stato recepito poco e molto male, non ho rinunciato, tutte le volte che mi pareva potesse servire, a introdurre e spiegare le alternative praticabili alle riforme del governo e del Partito Democratico. Con l’immobilismo istituzionale il mio “no” non ha proprio nulla a che vedere. È un “no” a riforme da cancellare per fare riforme buone che migliorano il funzionamento del sistema politico italiano e, con un po’ di sana retorica, anche la vita, non dei governanti e rappresentanti, non della classe politica, ma dei miei concittadini.
Bologna, un giorno del tranquillo agosto 2016
Questione istituzionale e legge elettorale #Firenze 3 ottobre
Spazio QCR via Alfani 101 rosso
Lunedì 3 ottobre 2016, ore 17
QUESTIONE ISTITUZIONALE E LEGGE ELETTORALE
Partecipano
Sen. Federico Fornaro, Partito Democratico
On. Prof. Carlo Galli, Università di Bologna
Prof. Gianfranco Pasquino, Johns Hopkins University Bologna
Presiede
Valdo Spini, Presidente Fondazione Circolo Rosselli
INVITO – Cittadini senza scettro: Conferenza sulla Riforma Costituzionale – 3 ottobre – Calci #Pisa
Lunedì 3 ottobre 2016 – ore 21
Teatro Valgraziosa – P.zza Propositura – Calci (Pisa)
CITTADINI SENZA SCETTRO:
CONFERENZA SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE
Incontro con Gianfranco Pasquino
Intervistato dal Direttore de’ “Il Tirreno” Roberto Bernabò
Intervista sull’Europa
Con questa intervista a Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, proseguiamo il nostro lavoro di approfondimento sul tema dell’integrazione europea. L’intervista è a cura di Lorenzo Mesini e di Andrea Pareschi.
Che cos’era e che cosa ha rappresentato il federalismo europeo nei decenni del processo di integrazione?
All’inizio il federalismo europeo era esattamente una dottrina relativa alle modalità con cui bisognerebbe costruire uno stato federale. Un certo numero di stati, nello specifico sei, si misero d’accordo per cedere parte della loro sovranità su alcune risorse molto importanti (carbone, acciaio e soprattutto energia nucleare) a un’autorità sovranazionale. Incominciò tutto dal 1949 fino al 1957, quando si firmò il Trattato di Roma, che fu un trattato sovranazionale che diede slancio a un processo veramente federale.
Quali erano i punti di forza del programma federalista? in che misura si distingueva dall’approccio neo-funzionalista (Monnet) e da quali punti erano accomunati?
I punti di forza del programma federalista erano due. In primo luogo alcuni stati non si sarebbero più fatti la guerra (che rappresentava il problema storico dell’Europa, soprattutto dopo le due Guerre Mondiali ma non solo). In secondo luogo, mettendo insieme determinate risorse, si sarebbe riuscito a produrre anche un grande sviluppo economico. Quindi l’obiettivo era la pace e la prosperità. Credo che oggi questi obiettivi siano stati ampiamente raggiunti anche se ovviamente si discute su quanta prosperità stiamo perdendo perché non riusciamo a risolvere certi problemi. Monnet pensava che l’integrazione a livello europeo di determinate aree di cooperazione e collaborazione avrebbe avuto effetti anche su aree contigue. Questo avrebbe favorito un’integrazione progressiva verso un grande mercato comune, mercato che a sua volta avrebbe richiesto inevitabilmente uno stato, uno stato regolatore che a quel punto doveva essere uno stato federale.
La figura di Altiero Spinelli, oltre al suo indubbio valore simbolico, che ruolo ha esercitato, con la sua opera politica e il suo pensiero, sul corso effettivo del processo di integrazione? In quali fasi, se ci sono state, l’influsso di Spinelli è stato più sensibile?
Spinelli è stato importantissimo nel contesto italiano, non soltanto come fondatore del Movimento Federalista Europeo (1943) ma anche per i rapporti interpersonali che era riuscito a tessere prima con De Gasperi e poi, nel momento più importante, con Nenni (fine degli anni Sessanta). Inoltre fece cambiare posizione al PCI, che era sostanzialmente ostile al processo di unificazione europea e che invece a metà degli anni Settanta giunse ad accettare l’Europa. Al riguardo bisogna ricordare il famoso discorso di Berlinguer che da questa parte della cortina di ferro si sentiva più sicuro. Spinelli convinse il partito comunista ad accettare l’Europa e a parteciparvi attivamente. Nel 1976 venne eletto dal PCI al Parlamento Europeo, per altro dopo esser già stato commissario europeo (1970-1976). Venne poi rieletto nel 1979 e nel 1983. Per quanto riguarda i rapporti con gli altri paesi c’è un movimento federalista europeo che deve la sua ispirazione e la sua nascita anche agli sforzi di Spinelli. Inoltre tutto quello che precede l’Atto Unico (1986) è, in una certa misura, preparato da Spinelli, che voleva un nuovo trattato, ma alla fine prese atto che il massimo che si poteva ottenere in quel momento era l’Atto Unico. Scrisse un documento importantissimo intitolato Per un’Unione più stretta. Poi purtroppo morì nel 1986. È difficile dire se oggi ci sia un suo erede. In una certa misura possiamo dire che una visione di tipo federale è stata quella sostenuta dai Radicali, da Pannella, da un lato, e da Emma Bonino, dall’altro. Però il primo è morto, purtroppo Emma Bonino sta male e quindi non c’è più questa presenza. Oggi, il pensiero federalista europeo in Italia è molto debole. C’è un centro studi federalistici a Torino, che secondo me è il migliore in Italia, ma non molto di più.
Venendo alla fase più recente dell’integrazione, inaugurata dal trattato di Maastricht, in che modo le forme concrete attraverso cui questo processo si è configurato, si relazionavano all’ideale federalista? Come commenta questa importante tappa rappresentata dal trattato di Maastricht, avendo presente gli sviluppi politici successivi?
Maastricht è uno dei trattati più importanti, naturalmente. Su un punto possiamo essere tutti d’accordo: Maastricht inserì pienamente la Germania unificata (1990) in Europa. Maastricht aprì inoltre la strada alla riflessione sul potenziamento del mercato comune, del mercato unico e poi all’Euro. Quindi Maastricht ha rappresentato una svolta di grandissima importanza.
Al tempo delle discussioni in merito all’adozione dell’euro, prevalse un’interpretazione secondo la quale, l’unione monetaria non comportava necessariamente il trasferimento di competenze fiscali e finanziare a livello comunitario. Era diffusa la convinzione che un sistema di vincoli, che poi si concretizzò nel patto di stabilità, unitamente a una politica monetaria comune, fossero sufficiente a garantire un’adeguata gestione dell’unione monetaria. Jacques Delors riteneva invece che viste le notevoli differenze socio-economiche tra i paesi membri fosse necessario perseguire attivamente una politica di convergenza. Alla luce degli sviluppi successivi, che giudizio da oggi di questo dibattito? Ci furono a suo avviso carenze e/o errori evitabili?
Delors aveva sicuramente ragione. Però non riuscì a convincere un numero sufficiente di capi di stato e di governo del fatto che quella era la direzione giusta in cui bisognava andare. Però, tutti erano consapevoli del fatto che la moneta unica costituiva una premessa e che poi occorreva andare verso una politica monetaria comune e verso una una vera politica finanziaria ed economica condivisa. Le prospettive erano chiare a tutti a Maastricht, ma molti stati erano riluttanti ad andare in quella direzione. Finita la presidenza Delors, i successivi presidenti non hanno avuto la stessa forza e la stessa volontà di intervenire in materia e di premere in continuazione sugli stati. Prodi, per esempio, preferì l’allargamento dell’Unione piuttosto che l’approfondimento delle sue politiche economiche.
Negli anni Duemila, ha luogo il dibattito sulla Costituzione Europea, a cui presero parte figure di grande rilievo. La successiva bocciatura del testo nei referendum francese e olandese, impose un una pausa al processo di integrazione, che riprese poi in tono minore con il Trattato di Lisbona. Che giudizio esprime su questa fase? Furono commessi errori? Quali furono le principali carenze a suo avviso?
Gli errori furono tutti dei politici nazionali. Il referendum sulla Costituzione europea in Francia venne bocciato dai socialisti che si divisero: un parte votò contro e così fece cadere il trattato. Gli olandesi probabilmente votarono contro perché volevano più integrazione, non perché ne volevano di meno. Però, anche questo fu un brutto segno: significa che i politici olandesi favorevoli all’Europa non avevano saputo condurre una campagna elettorale adeguata. Non furono capaci di insegnare che cos’è l’Europa. Ecco se dovessi dire qual è il problema vero è che molti politici quando vanno in Europa fanno finta di essere europeisti e poi quando tornano nei loro paesi sostengono invece che bisogna evitare di cedere sovranità all’Europa. C’è un atteggiamento ambivalente che non giova assolutamente all’Unione Europea e nemmeno ai politici nazionali, che si trovano poi alle prese con fenomeni di populismo che conosciamo. Questa è una fase di transizione molto complicata, irta di pericoli e senza grandi opportunità, anche perché manca la figura di un grande europeista, di un grande federalista. Ci sono qualche volta dei politici di buona volontà, ma questo non è sufficiente.
Sotto la Commissione Prodi nuovi paesi, principalmente dell’Europa orientale, entrarono nell’Unione. Ciò fu preceduto da un dibattito circa l’opportunità che tale allargamento fosse preceduto da un approfondimento, ovvero da una più incisiva integrazione tra i paesi membri. Alla luce dei recenti avvenimenti, ritiene che si sia proceduto allora in maniera lungimirante?
No, fu tutto meno che lungimirante. Fu comprensibilmente poco lungimirante: si pensò che facendo entrare questi paesi in Europa (tutti ex regimi comunisti) si sarebbe data una spinta al consolidamento di quelle democrazie. Probabilmente questo consolidamento è avvenuto, anche se vediamo che sono stati fatti diversi passi indietro, soprattutto in Ungheria e in Polonia. È stato un allargamento frettoloso, comprensibile ma non governato bene. Le conseguenze di ciò sono oggi sotto gli occhi di tutti. Questi paesi non hanno ancora acquisito una mentalità veramente europea, non hanno acquisito comportamenti autenticamente europei. Spesso costituiscono una palla al piede per coloro che vorrebbero andare più avanti nell’integrazione, ma non possono senza convincere questi paesi che sono rimasti in una situazione in cui lo stato nazione conta di più di qualsiasi progresso verso uno stato federale europeo.
La crisi economico-finanziaria ha dato grande spazio a una galassia di forze politiche che oggi viene genericamente rubricata sotto l’etichetta di “euroscetticismo” o “populismo”. Quali sono a suo avviso le cause del successo e del consenso che riscuotono queste forze politiche?
Se c’è un elemento unico che posso riscontrare è il fatto che tutte possono qualificarsi come populiste e nazionali in quanto fanno campagne essenzialmente contro l’Europa e/o contro l’Euro. Vogliono un ritorno, che oggi è praticamente impossibile, agli stati nazionali. Ma c’è un numero consistente di cittadini-elettori che temono le conseguenze di una maggior unificazione politica e le conseguenze della globalizzazione. Qualche volta hanno anche ragione perché non sono preparati ad affrontarla: ad esempio in materia di istruzione, oppure non hanno le capacità lavorative per fronteggiarla. I populisti fanno leva su questo sentimento e possono arrivare a sfruttarlo fino a un certo punto. Ma che sia chiaro: non dovrebbero. Riescono ad avere un po’ di influenza, non tanta, nei loro rispettivi sistemi politici, mentre nel Parlamento Europeo praticamente non ne hanno. Il populismo è difficile da sconfiggere una volta per tutte, anche perché elementi di scontento ci saranno sempre e i populisti li cavalcano come d’altronde è loro facoltà.
Data la natura sovranazionale dei principali problemi che gli stati e le società europee si trovano oggi a dover affrontare, nonché la presenza di una giuntura critica interna che dovrebbe promuovere l’adozione di un più coraggioso approccio ai problemi, come spiegare il mancato approdo a meccanismi e soluzioni comunitarie? Come mai l’approccio neo-funzionalista sembra non esser più applicabile? Perché oggi il metodo intergovernativo prevale su quello comunitario?
Il neo-funzionalismo non è più applicabile perché ha avuto successo, ha fatto praticamente tutto quello che poteva: ha allargato le aree di collaborazione e cooperazione, ha prodotto prosperità diffusa. Tutti i paesi che sono entrati nell’Unione Europea sono cresciuti dal punto di vista economico. Il neo-funzionalismo è arrivato per così dire al soffitto. Per sfondare il soffitto, tuttavia, non basta il modello intergovernativo che prevede la collaborazione tra gli stati così come sono e l’utilizzo di risorse che già ci sono. Solo il federalismo garantisce maggiori risorse e una loro migliore distribuzione. Insisto: i governanti nazionali continuano a giocarsi le proprie carte sui rispettivi territori nazionali. Non c’è nessuno politico che scommetta sulla sua carriera in Europa. A dire il vero mancano anche i meccanismi adeguati. Per esempio, per un presidente eletto dai cittadini europei forse ci sarebbero gli uomini e donne disposti a entrare in competizione. Quindi il federalismo è una carta che può essere giocata, ma che richiede che ci siano quattro, cinque, sei o sette governanti nazionali disposti a giocarsela fino in fondo. E purtroppo non ci sono.
Fino a pochi anni fa l’Italia era annoverata tra più entusiasti stati membri dell’Unione. La solidità dei suoi valori europeisti non era in discussione (il referendum consultivo del 1989 e l’adesione all’euro ne furono i principali simboli). Come è stato gestito e investito quel capitale di autorevolezza dai governi italiani della cosiddetta ‘Seconda Repubblica?
Quel capitale era un capitale di emozioni e di affetti. In un certo senso, si trattava di attaccamento a un’idea. Ma non è stato messo a frutto in alcun modo. C’era una specie di mandato ai governanti di fare il possibile in Europa, senza spingersi oltre. Forse quello che era possibile è stato anche fatto. L’Italia è sempre entrata nei trattati in maniera un po’ passiva e subalterna. Poi qualcuno ha iniziato a fare campagna contro l’Europa. Berlusconi e il centrodestra hanno fatto campagna contro l’Europa e una parte di elettori ha cambiato le sue opinioni in merito. Oggi se sono europeisti, sono tiepidamente tali; altrimenti sono euroscettici o addirittura euro-ostili. La sostanza è che la maggioranza degli italiani non è più favorevole all’Europa e considera spesso l’Europa un problema e non una soluzione ai problemi.
Cosa ne rimane oggi dell’eredità del federalismo europeo? Quali sono i principali motivi della sua attuale scarsa popolarità? Secondo lei è possibile e auspicabile rilanciare una prospettiva di integrazione federale in Europa? Se si, su quali basi e con quali modalità?
Rimangono milioni di persone che credono in un’Europa federale. Rimangono dei partiti che, almeno dal punto di vista programmatico, esprimono posizioni favorevoli ad un’Europa federale. Ci sono inoltre molti parlamentari europei che condividono questa prospettiva. Purtroppo non c’è nessun capo di stato europeo che su questa prospettiva sia disposto a giocarsi la sua carriera politica. Lo vediamo in continuazione. Seppur blandamente, la Merkel potrebbe muoversi i questa prospettiva federalista. Il problema è che la Merkel governa la Germania, che è troppo grande per essere la guida di un progetto federalista europeo e che alla fine esprimerebbe una guida egemonica tedesca. Resta però il fatto che oggi il federalismo è l’unica prospettiva che può ancora essere seguita. Le altre no. Il metodo intergovernativo è quello che vediamo in azione nel Consiglio europeo. Produrrebbe forse un po’ di più di quello che oggi abbiamo (more of the same). Il neo-funzionalismo, invece, ha già dato tutto quello che poteva dare. Il problema è il passaggio federale, e il passaggio federale può essere realizzato purché ci siano donne e uomini che si impegnino a fondo. Io non li vedo purtroppo. Qualcuno dice che il passaggio federale sarebbe possibile facendo prima un passo indietro: creando una cerchia di stati disposti ad andare molto avanti nell’integrazione che dimostrerebbero così a quelli che sono meno disposti che, qualora si unissero, potrebbero fare molti progressi. È una strategia plausibile ma non facile. Non ne vedo il leader.
Pubblicato il 29 settembre 2016 su Pandora
Ma non ha più i consensi della sinistra
Intervista raccolta da Annalisa Cuzzocrea per la Repubblica
Roma. Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, crede – al contrario di Matteo Renzi – che su questo referendum “la linea più forte di divisione passi dentro la sinistra“.
Non si vince a destra, quindi?
No, perché molta parte della sinistra è contraria a questa riforma, a una legge elettorale che l’ha privata della possibilità di scegliere il suo parlamentare. E non apprezza lo stile del presidente del Consiglio.
È il fronte del No a personalizzare come dice il premier? Eterogeneo ma unito dalla voglia di buttarlo giù?
Fermo restando che anche il fronte del Sì è parecchio eterogeneo, è stato Renzi ad assumere un atteggiamento anche ricattatorio dopo l’approvazione della riforma. Poi è intervenuto il presidente emerito Giorgio Napolitano che ha detto “forse c’è stato un eccesso di personalizzazione politica”. A quel punto il premier si è fatto indietro, ma ora sta rilanciando.
Siete un “fortino” di conservatori?
Tra chi dice no ce ne sono senz’altro, ed essere conservatori costituzionali non è proprio il peggiore dei peccati. Ciascuna riforma però va valutata per quello che: io sono favorevole al superamento del bicameralismo paritario, fatto così però crea solo confusione e conflitti. E sulle regioni, la soluzione è ristrutturarle in maniera efficace e magari eliminare l’assurdità dello statuto speciale, non riaccentrare tutto. Poi si sa, la partita non finisce il 4 dicembre come vuole far credere Renzi. Ci sarà una rivincita, il Parlamento potrà prendere atto del risultato. In democrazia, nessuno perde mai tutto e nessuno vince mai tutto.
Pubblicato il 30 settembre 2016
Provaci ancora, Matteo
“Dovrebbero anche i ‘legislatori’ (‘cit.’) abituarsi a pensare che norme approvate per convenienza contingente producono talvolta l’effetto esattamente inverso a quello ipotizzato.” Prendo le mosse da questa frase di Massimo Pittarello, quasi un invito, per riflettere su due tematiche. La revisione di alcuni articoli della Costituzione e il dibattito sulla riforma Italicum della legge elettorale Porcellum sono due splendidi esempi di interventi mal fatti con conseguenze controproducenti.
Si gabella la trasformazione del Senato, in realtà l’umiliazione della sua composizione e delle sue funzioni, nonché la drastica riduzione dei suoi poteri, come una modalità indispensabile per dare stabilità al governo e migliorare il suo funzionamento. La parola magica è governabilità, a scapito della parola, meno magica, ma più pregnante e più appropriata ad una democrazia parlamentare: rappresentanza. Trasformare il Senato in Camera delle Regioni non darà migliore e più rappresentanza alle regioni, semmai ai fatiscenti partiti, ma ne darà meno agli elettori che non potranno più votare i Senatori né, eventualmente e democraticamente, bocciarli. Non esiste nessun trade off fra governabilità e rappresentanza. La seconda se ne va; la prima, vale a dire la governabilità, che, certamente, non dipende dalla riduzione della rappresentanza politica, non si sa se verrà. Tuttavia, potrebbe venire dalla legge elettorale.
Però, la legge elettorale Italicum, proclamata ai quattro venti come una grande e originale conquista che tutta l’Europa ci avrebbe invidiato e che metà Europa si sarebbe affrettata a imitare, viene ora variamente ripudiata. Non da Renzi, che, novello Ponzio Pilato dopo averla fatta approvare a colpi di fiducia, si dichiara disponibile ad accettare le variazioni introdotte dal Parlamento. Non sapendo nulla di sistemi elettorali paragona l’Italicum alla legge per i sindaci, dimenticando le differenze sostanziali che intercorrono fra le due leggi. La legge per i sindaci consente la formazione di coalizioni pre-elettorali, l’Italicum, no; la legge per i sindaci non ha candidature bloccate per i consiglieri comunali e, meno che mai, contempla pluricandidature, l’Italicum, sì; la legge per i sindaci consente gli apparentamenti fra il primo turno e il ballottaggio, l’Italicum, no; il ballottaggio è fra due candidati alla carica di sindaco, nell’Italicum è fra due partiti/liste. Se cade il sindaco, il consiglio comunale si scioglie e si torna a votare. Se cadrà il Presidente del Consiglio, salvo forzature deprecabili, non si andrà a nuove elezioni, ma il Presidente della Repubblica cercherò di formare una maggioranza, non una qualunque, ma operativa in Parlamento esattamente come avviene in tutte le democrazie parlamentari (ma come non si può fare nei consigli comunali).
La “contingenza” qui è chiara: il ballottaggio rischia di condurre il Movimento Cinque Stelle alla vittoria e al governo del paese. Dunque, eliminiamolo “per convenienza” di parte/di partito, anche se il ballottaggio è proprio quello strumento che, inesistente nel Porcellum e unico nell’Italicum, conferisce reale potere agli elettori.
A questo punto, tirando le somme sorge spontanea, mi affido ad uno dei più biechi modi di dire italiani, una domanda: se chi ha fatto la legge Italicum corrisponde esattamente a chi ha approvato le riforme costituzionali e sostiene che la legge elettorale deve essere profondamente cambiata, non è possibile dedurre che anche le riforme costituzionali, dopo una sobria riflessione, debbano essere profondamente cambiate? Troppo tardi per cambiarle, non resta che bocciarle, molto pacatamente e molto serenamente. Contrariamente a quel che dice il loquace Renzi, la partita non finisce affatto qui. Tutte le democrazie sono tali anche perché sanno correggere i loro errori.
Pubblicato il 29 settembre 2016












