La partita vincente dei cinque stelle

Non appena i dirigenti di partito, che erano i veri e unici responsabili del blocco del Parlamento e delle trentuno fumate nere, hanno raggiunto un accordo sui candidati alla Corte Costituzionale, preso atto che il compromesso era anche qualitativamente accettabile, i parlamentari lo hanno approvato con il loro voto. La lezione istituzionale è importante ed è opportuno che rimanga a futura memoria. Per l’elezione di cariche di vertice è preferibile che governo e capipartito non ingaggino prove di forza per piegare il Parlamento, che ha il compito istituzionale di controllarli. Piuttosto, dovrebbero regolarmente sondarne le opinioni e tenerle in grande conto poiché anche il peggiore dei parlamenti “rappresenta la nazione”. La lezione vale anche per i Presidenti Grasso e Boldrini ai quali spetta, non blandire i troppi anti-parlamentaristi in giro per l’Italia (e nelle redazioni dei giornali), ma valorizzare le Camere da loro presiedute.

Seppure alquanto tardivamente, Renzi è stato costretto a prendere atto che da una parte numerosa dei parlamentari saliva la richiesta di cambiare candidature negoziate in maniera opaca. Ha fatto buon viso a cattivo (ma da lui iniziato e guidato) gioco, riuscendo a vincere, ma soltanto parzialmente. Voleva fare l’en plein, ovvero eleggere tre giudici costituzionali tutti disposti a sostenere a corpo morto sia l’Italicum sia il pacchetto delle riforme costituzionali. Ha resuscitato furbescamente il Patto del Nazareno offrendo la nomina di un giudice a Berlusconi che ci è cascato. Quando è divenuto evidente che l’opposizione del Movimento Cinque Stelle e le inevitabili differenze d’opinione nel centro-destra, ma anche dentro il PD, avevano portato ad uno stallo, ha repentinamente buttato a mare il Nazareno rivelando al contempo la debolezza di Berlusconi e l’incapacità dei due capigruppo parlamentari di Forza Italia. Pur di salvaguardare il suo candidato, Augusto Barbera, fautore senza se e senza ma delle posizioni più oltranziste a favore delle riforme, Renzi ha dovuto concedere un giudice alle Cinque Stelle e accettare un nome nuovo, Giulio Prosperetti, il meno schierato di tutti.

Adesso, immaginare un asse Renzi-Grillo capace di durare nel tempo è davvero fantapolitica. Da un lato, infatti, sia Renzi sia le Cinque Stelle hanno mirato soprattutto ad un successo immediato e specifico più facile da rivendicare per le Cinque Stelle. Dall’altro, Renzi ha voluto dimostrare di essere più spregiudicato di tutti e oramai libero da qualsiasi accordo con Berlusconi il quale, peraltro, già in seguito alla non concordata elezione di Mattarella avrebbe dovuto essere molto più cauto e sospettoso. Le Cinque Stelle hanno evitato che alla Corte andassero tre uomini o, come li hanno definiti loro, tre “soldati” di partito. Hanno anche concretamente dimostrato di avere imparato a inserirsi efficacemente nelle complesse e delicate manovre parlamentari. E’ possibile che sia Renzi sia le Cinque Stelle ricorrano ancora a convergenze “parallele”, specifiche su altre materie, certo non sull’Europa, ma forse sul reddito di cittadinanza. A causa della nuova legge elettorale, però, entrambi sono assolutamente consapevoli che sono destinati a rimanere alternativi. E’ da escludere che al ballottaggio riesca ad arrivare il disastroso frammentato schieramento di centro-destra. Pertanto, lo scontro a venire sarà fra il Partito Democratico, che sicuramente rivendicherà le riforme fatte e il Movimento Cinque Stelle, che vorrà criticarle a fondo, avendo anche un’altra freccia al suo arco: quella di continuare a rappresentare un’alternativa di sistema, vale a dire a tutta la politica del governo Renzi, incluso il controverso salvataggio di alcune banche, e alle sue molte, forse troppe, rottamazioni mancate.

Pubblicato AGL il 18 dicembre 2015

Membra sparse a sinistra

Corriere di Bologna

La sinistra italiana, seguendo l’augurio del Presidente del Consiglio, non propriamente il maggiore interprete della cultura di sinistra, si è divertita, ma anche no, a organizzare riunioni, incontri, dibattiti nel fine settimana appena trascorso. In Francia, i socialisti hanno generosamente e saggiamente provveduto con i loro voti a impedire eventuali possibili vittorie delle signore Le Pen e familiari. In Italia, a Roma, la ditta bersaniana ha segnalato ancora una volta in maniera ininfluente la sua distanza dal renzismo che non riesce più a contrastare. A Verona, l’associazione “Possibile” di Pippo Civati e dell’eurodeputata Elly Schlein ha dato inizio all’operazione di costruzione del programma di un improbabile governo. Alla Leopolda, nel suo ambiente (se scrivessi “brodo di coltura” riceverei una fatwa fiorentina), Matteo Renzi si è esibito in una spettacolare azione difensiva dell’operato del suo governo e del non-conflitto di interessi e in qualche spericolata previsione sul successo futuro del partito personalistico. Tuttavia, le membra della sinistra sparse fra governo (non aggiungo “degli annunci”) e opposizioni (qui, sì, aggiungo, dei criticoni) non possono produrre entusiasmi duraturi in quello che sta avviandosi a diventare l’inverno, non del nostro scontento, ma della nostra rassegnazione. Seguirà la primavera delle amministrative che per la sinistra, di governo, di fiancheggiamento, di opposizione si presenta piuttosto delicata. I renziani bolognesi continuano a negare di avere problemi con la ricandidatura del sindaco Merola, il quale nel frattempo, in maniera non del tutto impercettibile, si riposiziona nei pressi del rappresentante locale della ditta bersaniana, vale a dire, l’iperattivo deputato Andrea De Maria. Quel che resta di Sinistra Ecologia Libertà cerca di tenere il piede in due staffe. Abbandonare Merola sarebbe anche possibile, ma non è chiaro dove andare a parare. Tutte le altre frange che raccolgono scontento, ma anche tardive ambizioni di rivincita, aspettano che il loro mentore, Mauro Zani, si decida a dire, oppure, meglio, a trovare la candidatura da opporre a Merola, in assenza della quale la Coalizione civica (nella quale pullulano politici di varia e lunga estrazione) non riuscirà ad andare da nessuna parte. Neppure nell’assemblea tenuta alle Scuderie ha fatto la sua comparsa il cavallo vincente. Tutto rimandato a febbraio 2016, nella speranza, forse, che i fatti e il lavoro ai fianchi continuino a logorare Merola e che a livello nazionale si manifestino apprensioni anche sull’esito bolognese. Comunque, visto da lontano il teatro della politica cittadina appare sufficientemente rappresentativo di quello che succede altrove, più a Milano che nel disastro di Roma. Insomma, la sinistra sparge le sue membra a tutto campo. L’attesa per vedere se riuscirà a ricomporle per tempo non è spasmodica.

Pubblicato il 15 dicembre 2015

Sull’Europa e sulle posizioni di Spinelli #RadioRadicale

“Intervista a Gianfranco Pasquino sull’Europa e sulle posizioni di Spinelli come ricordate da Pannella” realizzata da Cristiana Pugliese .

L’intervista è stata registrata lunedì 14 dicembre 2015 alle 12:05.

Nel corso dell’intervista sono stati trattati i seguenti temi: Cultura, Democrazia, Diritto, Federalismo, Politica, Ue.

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La risposta francese

Bloccato grosso modo alle percentuali ottenute al primo turno nelle tredici regioni francesi, il Front National e le signore Le Pen non hanno conquistato nessuna presidenza. Insomma, contrariamente a mal poste previsioni dei commentatori italiani, che non conoscono a sufficienza il sistema elettorale francese, il Front National non ha vinto un bel niente. Tuttavia, sarebbe sbagliato sostenere a questo punto che è il sistema elettorale, squilibrato, maggioritario, ingiusto ad avere causato la sconfitta dei lepenisti. Certamente, il doppio turno, da non accomunare al ballottaggio che ha una logica piuttosto diversa, consente molte cose nel passaggio dal primo al secondo turno. Grazie alla settimana (qualche volta due) che intercorre fra il primo e il secondo turno, tutti –elettori, candidati, dirigenti di partito– imparano qualcosa. Cominciando dagli elettori che sono affluiti alle urne in percentuali chiaramente superiori, 6-7 per cento in più, a quelle del primo turno, hanno imparato che il Front National era in una posizione potenzialmente vincente e che la loro astensione avrebbe avuto effetti non graditi e non gradevoli. Quindi, hanno deciso che, no, le regioni non debbono avere il colore del Front poiché la “loro” Francia è un’altra cosa. Proprio perché il pericolo lepenista era incombente e reale, i socialisti hanno invitato i loro candidati in alcune regioni a desistere, vale a dire a non ripresentarsi al secondo turno, in modo da favorire la vittoria del candidato dei repubblicani di Sarkozy. La desistenza non è ignota neppure alla sinistra italiana che la praticò nelle elezioni generali del 1996 consentendo all’Ulivo di vincere e a Rifondazione comunista di entrare in Parlamento con un buon numero di deputati. Sbagliato vedere nelle desistenze annunciate e effettuate chi sa quale macchinazione diabolica a danno degli elettori anche se, ovviamente, il Front National ha tutto il diritto di sommergere di critiche la convergenza strategica di Socialisti e Repubblicani. Quello che è stato proposto dai dirigenti di partito è stato ratificato trasparentemente dagli elettori che hanno preferito alle candidate del Front National i socialisti in cinque regioni , i repubblicani in sette (due grazie esclusivamente grazie alle generose desistenze dei socialisti, i regionalisti in Corsica. Per chi si preoccupa dei numeri, ma che ha anche l’obbligo di sapere contare, all’incirca il 70-75 per cento degli elettori francesi hanno respinto l’offerta politica, sociale, economica e anti-europea del Front National. Sarebbe stato più “democratico” se avessero vinto le candidate che avevano ottenuto il 40 per cento dei voti al primo turno, lasciando senza rappresentanza il 60 per cento degli elettori? Nient’affatto. Rien du tout. E’ utile aggiungere che in almeno un paio di regioni i socialisti hanno vinto grazie anche alla convergenza esemplare di tutte le frange di sinistra sui candidati socialisti. Talvolta, seppur faticosamente, la sinistra/le sinistre dimostrano qualche apprezzabile saggezza. Dal punto di vista istituzionale, c’è una conclusione molto importante da trarre. Il sistema elettorale francese consente ripensamenti, la formazione di coalizioni, una rappresentanza più vicina alle preferenze della maggioranza degli elettori. Dal punto di vista politico, da un lato, ancora una volta, la maggioranza dei francesi dimostra di sapere tenere a bada chi, come il Front National, propone politiche di sicurezza, di immigrazione, di gestione del potere estranee e opposte alla Francia democratica; dall’altro, come non può non essere in democrazia, la sfida frontista rimane e potrà essere tenuta sotto controllo soltanto da un governo e da un Presidente che sappiano innovare e dare risposte concrete, sul piano sia economico sia culturale. C’è tempo da qui alle prossime elezioni presidenziali del 2017.

Pubblicato AGL il 14 dicembre 2015

RELIGIONI FORTI E FONDAMENTALISMI. Intervista postuma a Gabriel A. Almond

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Gabriel A. Almond ((1911-2002) è stato uno dei più importanti scienziati politici americani del XX secolo. Addottoratosi a Chicago, ha insegnato a Yale e Princeton e concluso la sua carriera alla Stanford University. Si è occupato con studi fondamentali dello sviluppo politico e della cultura politica. I suoi contributi più significativi sono raccolti nel volume Cultura civica e sviluppo politico (Bologna, Il Mulino, 2005) a cura di Gianfranco Pasquino che lo ha “intervistato” appositamente per la Casa della Cultura.

Professor Almond, l’ultimo suo libro, Religioni forti. L’avanzata dei fondamentalismi sulla scena mondiale (Bologna, Il Mulino, 2006), sintesi di una ampia ricerca in sette volumi con R. Scott Appleby e Emmanuel Sivan, pure rimasto poco noto in Italia, mantiene una straordinaria attualità. La domanda, però, è: perché lei si è accorto così tardi della rilevanza politica della religione?

R. Ha ragione, prof. Pasquino, siamo stati davvero poco attenti ai fenomeni religiosi. Non posso neppure cavarmela dicendo che da questa parte dell’Atlantico siamo talmente laici da neppure prendere in considerazione la religione. Il paradosso, invece, è che proprio noi americani, bis o tris nipoti dei dissidenti religiosi, continuiamo ad essere un paese nel quale la religione è sempre stata visibile e importante. Anch’io sono un ebreo credente. Forse il nostro silenzio sulla religione è stato un modo per esorcizzarla. Poi, purtroppo, hanno fatto irruzione sulla scena politica USA gli evangelici. Allora, abbiamo capito, tardivamente, che non soltanto non avevamo esorcizzato un bel niente, ma che dovevamo preoccuparci. Dovevamo cercare di capire, senza nessun cedimento paternalistico, che i movimenti antimoderni di ispirazione religiosa sono un tentativo, pericoloso e disperato, ma non per questo da non criticare, di reazione alla secolarizzazione e alla globalizzazione.

D. Immagino che lei abbia letto il famoso libro di Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo (Milano, Rizzoli, 1992). Persino Fukuyama elude del tutto il ruolo politico della religione. Le liberal-democrazie hanno debellato i comunismi reali, soprattutto la loro ideologia, una vera e propria ideologia totalitaria. Non resterebbe loro che realizzarsi. Nel 1991 Fukuyama, studioso colto e originale, non intravede affatto la durissima sfida del fondamentalismo, o dovrei dire dei “fondamentalismi”, alle liberal-democrazie.

R. Certamente, lei deve usare il plurale. Con Appleby e Sivan non abbiamo dubbi. Tutte le grandi religioni, monoteistiche (il cristianesimo, nelle sue varianti cattolica e protestanti, l’ebraismo e l’islam) e non (l’induismo), manifestano propensioni più o meno forti verso il fondamentalismo, vale a dire che mirano a plasmare la vita delle comunità secondo i precetti religiosi derivanti dall’interpretazione dei loro sacri testi e a imporli anche con la forza a chiunque si trovi in quelle comunità. Dentro ciascuna e tutte le confessioni monoteistiche si annidano grandi, qualche volta irresistibili, spinte al fondamentalismo.

D. Ho un’altra considerazione problematica relativa alle vostre generalizzazioni. Riguarda la carica di violenza che esprime il fondamentalismo islamico e che lo differenzia enormemente dagli altri fondamentalismi. Come mai?

R. Abbiamo scritto che la carica di violenza sprigionata dal fondamentalismo islamico dipende dalla volontà di un ceto religioso ampio e diffuso di mantenere il controllo sui fedeli proprio quando i processi di secolarizzazione e di globalizzazione investono i paesi dove l’Islam è l’unica religione che è possibile professare apertamente. Dipende anche dall’uso della religione come instrumentum regni che ne fanno alcune monarchie, come quella, in particolare, dell’Arabia Saudita. Infine, dipende dal fatto che Machiavelli non è ancora arrivato nel Medio-Oriente.

D. Questa è un’osservazione che lei, prof. Almond, deve motivare per noi che siamo indegni successori del fiorentino il quale, è opportuno ricordarlo, apre la strada alla autonomia della politica e del suo studio in maniera scientifica. Fra gli italiani e non solo circolano a piede libero e disinvolto commentatori e intellettuali che, invece di leggere e studiare Machiavelli, preferiscono esercitarsi in una distinzione che non pare possibile provare: quella fra l’Islam buono e l’Islam cattivo (meglio, forse, fra due letture, davvero egualmente plausibili?, del Corano).

R. Intendo dire che, pur essendo vero che tutte le religioni monoteistiche vogliono imporsi al potere politico e che, ad esempio, anche i cattolici fanno qualche volta davvero fatica (mi hanno parlato di un certo Card. Ruini) a ricordarsi di “dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare“, nell’Islam questa distinzione e il relativo precetto proprio non esistono. Dio, ovvero le Supreme Guide Spirituali, come in Iran, controllano Cesare e gli dettano che cosa deve fare. Non esiste nessuna separazione fra la religione e la politica. In questo senso, la cultura politica, espressione davvero impegnativa, dell’Islam si è fermata a prima di Machiavelli. Solo dove, seppure fra tensioni e conflitti, gli islamici accettano la separazione e l’autonomia della politica, come, ad esempio, in Indonesia e in Turchia (ma qui vedo problemi emergenti più precisamente sotto forma di uso politico della religione), è possibile costruire una democrazia. Non sono un sostenitore di società multiculturali nelle quali molti pensano di acconsentire all’esistenza di regole religiose, giuridiche (la sharia, magari casereccia), culturali, sociali che contraddicono i diritti universali delle donne e degli uomini. Sono, però, molto favorevole (e Tocqueville mi darebbe ragione) a società multi religiose. Una volta che le molte credenze religiose capiscono che non possono vicendevolmente distruggersi si metteranno d’accordo sui limiti della loro azione sulla sfera pubblica. Temo che sarà un processo lungo e tormentato, ma, se posso dire così, ho ‘fede’ nella sua realizzazione.

Pubblicato il 12 dicembre 2015

Salvabanche: chi paga il conto? Colpire gli amministratori delle banche

LA7Omnibus-la7-dibattito

Intervento a Omnibus, dibattito politico-economico. Uno stralcio della puntata di venerdì 11 dicembre 2015

GP

 

 

 

Tre cose che so sulla Francia

La terza Repubblica

Tre cose che so sulla Francia. Prima cosa, accertabilissima: il Front National non ha (ancora) vinto un bel niente. É in testa in sei regioni. Soltanto in due, una al Sud-Est, l’altra al Nord, dispone attualmente di una percentuale di voti intorno al 40 per cento, difficile da superare. Nelle altre quattro regioni può perdere a due condizioni: a) che vadano a votare elettori astenutisi al primo turno che non vogliono che vinca il partito guidato da Marine Le Pen. Sarà facile scoprire se questa condizione sarà soddisfatta confrontando in quelle regioni le percentuali dei votanti al primo turno con quelle al secondo turno che, incidentalmente, non è un ballottaggio poiché possono rimanere in lizza più di due candidati purché abbiano superato la soglia percentuale di accesso. Seconda condizione: b) che socialisti e gollisti si diano almeno una mossa e la comunichino alta e forte agli elettori.

Seconda cosa che so: il Front National non è un partito populista e Marine Le Pen non è una leader populista. La destra in Francia ha regolarmente dato vita a partiti ultranazionalisti oppure a qualche esperimento “carismatico”-plebiscitario. Se dobbiamo davvero (ri)definirlo, il Front National è il Partito della Nazione (di Francia). E’ spalmato su tutto il territorio francese. E’ forte, ma non fortissimo, un po’ dappertutto (tranne che nell’alta borghesia parigina). Ha un elettorato che in altri tempo avremmo definito, noi che sappiamo qualcosa dei partiti e delle classi sociali, un partito interclassista. Non è un partito pigliatutti (plurale) poiché Marine Le Pen sicuramente ha preclusioni, ad esempio, contro i non-cattolici, contro gli immigrati, anche se hanno la cittadinanza, contro la borghesia. Il programma del FN ha pochi elementi populisti, contro le elites e contro l’establishment, contro la tecnocrazia europea, che si trovano in tutti i partiti di estrema destra classica.

Terza cosa che so (e che Pierluigi Battista, Corriere della Sera, non sa) è che, trattandosi di elezioni regionali e non presidenziali, il tripolarismo, ovvero i candidati di tre schieramenti al secondo turno, è evento possibile, nient’affatto scandaloso e neppure ingannevole. Se le desistenze socialiste sono intese per sconfiggere le candidate/i candidati del Front NationaI favorendo i gollisti, ci stanno tutte: “è la politica, bellezza”. Quello che conta è che le desistenze sono inutili (qualcuno, anche fra i socialisti francesi, direbbe persino stupide), se non sono almeno in parte concordate in maniera tale da essere premiate dagli elettori, ma possono anche essere bocciate. Hanno un precedente talmente clamoroso che mi meraviglio grandemente che non venga ricordato. Nelle elezioni presidenziali del 2002, il candidato socialista, a causa della presenza di una pletora di candidature nella sinistra, venne preceduto da Jean-Marie Le Pen e non riuscì ad andare al ballottaggio. Dopo un’agonizing reappraisal, i socialisti e tutta la sinistra francese decisero di votare il gollista Chirac, dimostrando con le percentuali di essere ancora molto vivi, se non decisivi. Insomma, il secondo turno consente operazioni significativamente importanti, non negoziazioni opache, ma trasparenti e nient’affatto criticabili, non alle spalle degli elettori, ma di fronte a loro.

Coda: dunque, qualsiasi sistema elettorale a doppio turno offre grandi opportunità politiche agli elettori. Quelli che non sono andati alle urne possono ripensarci. Quelli che ci sono già andati hanno la possibilità, una volta visto e valutato l’esito del primo turno, di cambiare voto. No, il Front National non ha ancora vinto niente. E, sì, gli elettori francesi hanno una seconda chance. Vive la France.

Pubblicato il 10 dicembre 2015

Giuliano è bravo, deve puntare a fare il nuovo leader del Pd

Il fatto

 

Intervista raccolta da Luca De Carolis per il Fatto Quotidiano (10/12/2015 pag 4)

L’appello dei tre sindaci mi pare importante e saggio. Quanto a Giuliano Pisapia, dovrebbe puntare a fare il leader del Pd e del centrosinistra. Non può accontentarsi di fare il capo di una corrente”. Il politologo Gianfranco Pasquino promuove la lettera-appello di Giuliano Pisapia, Massimo Zedda e Marco Doria, pubblicata ieri su Repubblica, in cui i tre sindaci di centrosinistra invocano l’unione di Pd e Sel “per impedire che vincano la destra e il populismo”.

Cosa significa questa lettera? Che peso ha?

Significa che i tre firmatari conoscono a sufficienza la realtà delle loro città, e possono affermare che da solo il Pd, anzi il partito di Renzi, può perdere le elezioni. E questo vale innanzitutto per Milano, dove aveva vinto il centrosinistra. Ma può valere per tutta Italia.

È un appello rivolto anche a Sinistra Italiana, che a Roma e a Torino ha già scelto di correre contro Renzi.

Certo, parlano anche agli “scissionisti” come Stefano Fassina: che non solo é candidato sindaco a Roma per Si, ma ha anche detto che al ballottaggio voterebbe per i Cinque Stelle. Il messaggio è anche per gli ex del Pd animati da spirito di vendetta.

Evocano la vittoria della destra come spauracchio. Ma non citano i 5Stelle.

La preoccupazione per un successo del M5S ci sarà, ma non mi pare emergere dalla lettera. Detto questo, se i 5Stelle vincessero in una o due città potrebbe esserci l’effetto trascinamento alle Politiche.

Il protagonista di questa lettera pare il sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Più d’uno pensa che, pur essendo di Sel, stia pensando di scalare il Pd, o comunque a un percorso da leader del centrosinistra. E l’insistenza sulla candidatura della sua vice Francesca Balzani ne sarebbe una dimostrazione.

I sindaci uscenti hanno tutto il diritto di indicare la candidatura che ritengono più appropriata, non sarebbe certo fuori luogo.

Quindi Pisapia…

Avrebbe pieno diritto di sostenere Balzani, che a mio avviso sarebbe un ottimo sindaco.

Detto questo, che vuole fare da grande il sindaco di Milano?

Pisapia non è uno qualsiasi. È bravo, competente. Se punta a un “destino nazionale”, per dirla in termini gollisti, non può cercare solo di ritagliarsi una nicchia nella sinistra, di fare il capocorrente. Deve fare il capo e basta.

Insomma, sostituire Renzi.

Dovrebbe puntare a fare il segretario del partito e il candidato premier.

Il premier può davvero ricostruire il centrosinistra? O è troppo tardi?

Renzi è un ballerino acrobatico, cambia danza a seconda del momento. Può mutare idea quando serve. E quindi anche modificare la legge elettorale, introducendo il premio di coalizione o almeno gli apparentamenti al ballottaggio.

Bisogna cambiare l’Italicum.

Senza il premio di coalizione non può esserci il centrosinistra, è evidente.

In tutto questo, il partito della Nazione dove andrebbe a finire?

Se fare il partito della Nazione significa occupare il centro ed impedire ogni alternanza è una soluzione deplorevole. E poi l’abbiamo già visto un partito così: era la Democrazia cristiana, una formazione interclassista.

Il Pd è tornato a fare i banchetti nelle piazze. Vogliono tornare a un partito strutturato? O è stato fatto solo per le Comunali?

E un omaggio che il vizio fa alla virtù. Il vizio è quello di pensare che basti un leader che manda segnali dalle tv, la virtù è la politica che si fa sui territori, con la gente.

Non è che accettando di tornare al centrosinistra Renzi si suiciderebbe? Potrebbe sembrare “vecchio” anche lui.

Se si facesse puntando sui contenuti, e non con una semplice sommatoria di nomi, potrebbe reggere. E sarebbe meglio provarci ora che ai ballottaggi per le Comunali, in emergenza.4

Pubblicato il 10 dicembre 2015

Save the date #13dic #Verona #ItaliaPossibile

Verona 1

L’appuntamento è per domenica 13 dicembre, a Verona, presso la Fonderia aperta, via del Pontiere 40/A, dalle 9.30 alle 15.

Interverranno Vincenzo Visco, Mario Seminerio, Gianfranco Pasquino, Vito Gulli, Francesca Coin, Camilla Seibezzi, Veronica Caciagli, Maurizio de Giovanni, Peppe Allegri, Gianfranco Viesti, Maurizio Franzini, Michele Raitano, Luigi Corvo, “i Diavoli” e tanti altri.

Insieme a loro costruiremo il programma di governo dell’Italia Possibile (dal sito possibile.com)

La partecipazione è aperta a tutti

Verona

LA COMUNICAZIONE COME RISORSA DEMOCRATICA #compol2015

Convegno Salerno

Salerno 10-12 Dicembre 2015

Convegno dell’Associazione Italiana di Comunicazione Politica

Doppio appuntamento:

Venerdì 11 Dicembre, alle ore 18

aula “G. De Rosa” dell’Università di Salerno a Fisciano

Presentazione dei libri dei soci pubblicati nel 2015: Belluati e Caraffini, Bentivegna, Ceccarini, Giansante, Mancini, Mazzoleni, Mazzoni e Ciaglia, Gianfranco Pasquino, coordinata da Sofia Ventura (Università di Bologna). Saranno presenti gli autori. Qui una breve scheda di ciascun volume

Sabato 12 Dicembre, alle 12.30

Campus di Fisciano –  Aula “Gabriele De Rosa”

Intervista di Gianpietro Mazzoleni (Università di Milano),
Gianfranco Pasquino (John Hopkins University) e Michele Sorice (LUISS

Salerno