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La partita vincente dei cinque stelle

Non appena i dirigenti di partito, che erano i veri e unici responsabili del blocco del Parlamento e delle trentuno fumate nere, hanno raggiunto un accordo sui candidati alla Corte Costituzionale, preso atto che il compromesso era anche qualitativamente accettabile, i parlamentari lo hanno approvato con il loro voto. La lezione istituzionale è importante ed è opportuno che rimanga a futura memoria. Per l’elezione di cariche di vertice è preferibile che governo e capipartito non ingaggino prove di forza per piegare il Parlamento, che ha il compito istituzionale di controllarli. Piuttosto, dovrebbero regolarmente sondarne le opinioni e tenerle in grande conto poiché anche il peggiore dei parlamenti “rappresenta la nazione”. La lezione vale anche per i Presidenti Grasso e Boldrini ai quali spetta, non blandire i troppi anti-parlamentaristi in giro per l’Italia (e nelle redazioni dei giornali), ma valorizzare le Camere da loro presiedute.

Seppure alquanto tardivamente, Renzi è stato costretto a prendere atto che da una parte numerosa dei parlamentari saliva la richiesta di cambiare candidature negoziate in maniera opaca. Ha fatto buon viso a cattivo (ma da lui iniziato e guidato) gioco, riuscendo a vincere, ma soltanto parzialmente. Voleva fare l’en plein, ovvero eleggere tre giudici costituzionali tutti disposti a sostenere a corpo morto sia l’Italicum sia il pacchetto delle riforme costituzionali. Ha resuscitato furbescamente il Patto del Nazareno offrendo la nomina di un giudice a Berlusconi che ci è cascato. Quando è divenuto evidente che l’opposizione del Movimento Cinque Stelle e le inevitabili differenze d’opinione nel centro-destra, ma anche dentro il PD, avevano portato ad uno stallo, ha repentinamente buttato a mare il Nazareno rivelando al contempo la debolezza di Berlusconi e l’incapacità dei due capigruppo parlamentari di Forza Italia. Pur di salvaguardare il suo candidato, Augusto Barbera, fautore senza se e senza ma delle posizioni più oltranziste a favore delle riforme, Renzi ha dovuto concedere un giudice alle Cinque Stelle e accettare un nome nuovo, Giulio Prosperetti, il meno schierato di tutti.

Adesso, immaginare un asse Renzi-Grillo capace di durare nel tempo è davvero fantapolitica. Da un lato, infatti, sia Renzi sia le Cinque Stelle hanno mirato soprattutto ad un successo immediato e specifico più facile da rivendicare per le Cinque Stelle. Dall’altro, Renzi ha voluto dimostrare di essere più spregiudicato di tutti e oramai libero da qualsiasi accordo con Berlusconi il quale, peraltro, già in seguito alla non concordata elezione di Mattarella avrebbe dovuto essere molto più cauto e sospettoso. Le Cinque Stelle hanno evitato che alla Corte andassero tre uomini o, come li hanno definiti loro, tre “soldati” di partito. Hanno anche concretamente dimostrato di avere imparato a inserirsi efficacemente nelle complesse e delicate manovre parlamentari. E’ possibile che sia Renzi sia le Cinque Stelle ricorrano ancora a convergenze “parallele”, specifiche su altre materie, certo non sull’Europa, ma forse sul reddito di cittadinanza. A causa della nuova legge elettorale, però, entrambi sono assolutamente consapevoli che sono destinati a rimanere alternativi. E’ da escludere che al ballottaggio riesca ad arrivare il disastroso frammentato schieramento di centro-destra. Pertanto, lo scontro a venire sarà fra il Partito Democratico, che sicuramente rivendicherà le riforme fatte e il Movimento Cinque Stelle, che vorrà criticarle a fondo, avendo anche un’altra freccia al suo arco: quella di continuare a rappresentare un’alternativa di sistema, vale a dire a tutta la politica del governo Renzi, incluso il controverso salvataggio di alcune banche, e alle sue molte, forse troppe, rottamazioni mancate.

Pubblicato AGL il 18 dicembre 2015


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