La giacchetta del Senato

TerzaRepubblica intervista Pasquino. Ecco come tutti i difetti della riforma verranno al pettine

La terza Repubblica

Noi di Terza Repubblica, travolti e francamente sconvolti da un’overdose di pareri giuridici sulla riforma del Senato, abbiamo deciso di fare alcune domande a un autorevole scienziato della politica.

D. Davvero per capire che riforma è quella del Senato bisogna usare strumenti giuridici?

R.Certamente, no. Quegli strumenti da azzeccagarbugli sono spesso fuorvianti, e inutili. La riforma dell’imperfetto bicameralismo italiano va collocata nel quadro politico dei rapporti fra le istituzioni: “Regioni-Parlamento-Governo-Presidente della Repubblica” e del potere degli elettori. A costoro viene tolto moltissimo potere, elettorale (rappresentanza politica c’è soltanto quando libere elezioni la producono) e politico, che viene dato alle classi politiche peggiori che il paese abbia espresso nell’ultimo ventennio, quelle dei Consigli regionali che, in un modo o nell’altro, nomineranno i Senatori. Con la Camera delle autonomie né le Regioni né i sindaci acquisteranno potere positivo. Al massimo eserciteranno un po’ di potere negativo nei confronti sia della rimanente Camera dei deputati sia del Governo. Altro che velocizzazione dei procedimenti legislativi.

D. E il Presidente della Repubblica che nominerà cinque Senatori?

R.E’ l’elemento più assurdo e ridicolo della composizione del Senato. Napolitano e Mattarella dovrebbero dirlo chiaro e forte che non ci pensano neanche per un momento a esercitare il potere di nomina.

D. Molti dicono, e ineffabili “quirinalisti” si affannano a sostenere, che non dobbiamo tirare i Presidenti per la giacchetta.

R.Il “tiro per la giacchetta” è un’attività eminentemente democratica se accompagnata da motivazioni che, in questo caso, riguardano sia quegli inutili poteri di nomina sia la perdita di poteri del Presidente derivante dalla legge elettorale. Il cosiddetto “arbitro”, secondo Mattarella, non potrà più nominare (come dice esplicitamente la Costituzione) il Presidente del Coniglio e neppure opporsi allo scioglimento del Parlamento, ovvero della Camera dei deputati, richiesto da un capo di governo premiato dai seggi dell’Italicum. Il Senato delle autonomie continuerà come se nulla fosse, tanto avrà sempre pochissimo da fare.

D.Sarebbe dunque stato meglio abolirlo tout court?

R.Oh, yes. Magari non guardando al passato né quello in Assemblea Costituente (che, pure, è opportuno conoscere nella sua interezza) né quello delle Bicamerali (neanche loro nullafacenti), ma chiedendosi per il futuro: a che cosa deve servire una seconda camera? Adesso è tardino per un limpido monocameralismo (perfetto?) che farebbe risparmiare denaro e, forse tempo, ma richiederebbe una profonda modifica dell’imperfetto Italicum. E’ un po’ patetico il Presidente del Consiglio che con la sua serafica ministra Boschi minaccia di cancellare il Senato.

D. Insomma, prof, non c’è proprio nulla di buono nella riforma del Senato?

R. Oh, no. C’è molto di buono, soprattutto è l’insieme che è promettente. Cominceranno gli inconvenienti quando le Regioni dovranno nominare i loro Senatori (la presenza eventuale, di cui si discute come se fosse equivalente all’elettività, di un apposito listino, scelto da chi?, non cambia niente). Poi, quando eventuali crisi porteranno qualche regione a elezioni anticipate e cambi di maggioranze alle quali faranno seguito tensioni per i rappresentanti da sostituire in Senato. Poi, ancora, quando esploderanno scontri fra il Senato delle autonomie e la Camera dei deputati e/o il governo. Quando qualche Senatore rivendicherà la sua libertà di voto “senza vincolo di mandato”. Sono certo che alla prova dei fatti ne vedremo delle brutte. Qui sta l’elemento positivo della riforma. E’ così malfatta e rabberciata che le sue magagne spingeranno molti a tirare la giacchetta del Presidente della Repubblica e la prossima maggioranza a procedere a modifiche profonde.

Pubblicato il 19 settembre 2015

Gli illuminati e i “blindati”

Corriere di Bologna

C’era una volta un partito grande che con il suo alleato di medie dimensioni e con la cinghia di trasmissione sindacale guidava e, quando necessario, dominava la politica cittadina e regionale. C’erano anche gli imprenditori che facevano buon viso a un, neppur tanto cattivo, gioco che permetteva loro di conoscere le intenzioni e le politiche del partito grande, fiduciosi che agli annunci sarebbero seguiti i fatti. Il triangolo virtuoso “partiti al governo-sindacati-imprenditori” produsse frutti abbondanti anche distribuiti senza privilegi, con una modica dose di rapporti amicali. Gli imprenditori, lato politicamente debole del triangolo, sapevano fare il loro lavoro e, non godendo di accessi speciali e di favori, dovettero impegnarsi per sconfiggere la concorrenza con l’innovazione. Quando il partito grande, diventato quasi esclusivamente datore di lavoro per pochi politici di mestiere, si dimostrò non più in grado di garantire e guidare il patto per lo sviluppo, gli imprenditori presero atto. Dovevano proseguire da soli, per di più in un’Europa dalla libera circolazione di beni, servizi e persone, in un mondo globalizzato. La politica perse il posto di comando, rivelandosi provinciale, incapace di progettare, ripiegata su stessa a difesa dell’esistente che, per di più, si restringeva a causa della crisi. Gli imprenditori, anche con presidenze illuminate, come quella di Gaetano Maccaferri, continuarono nella ricerca di nuovi mercati e di nuovi orizzonti. Qualche volta guardavano anche alla politica locale che, in qualche modo, poteva servire offrendo infrastrutture migliori (aeroporto, ferrovie, fiera). Il Corriere economia e le pagine dedicate all’Emilia-Romagna registrano da tempo i successi imprenditoriali acquisiti senza bisogno della politica. Quando si cominciò a parlare di responsabilità sociale dell’impresa, in Emilia-Romagna già molti imprenditori se l’erano assunta senza clamore. Oggi, Bologna vanta, grazie all’opera di Isabella Seragnoli, una splendida Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia. A breve verrà inaugurato l’Opificio voluto e finanziato da Marino Golinelli. Né l’una né l’altro hanno avuto bisogno della politica locale. Nel frattempo, senza neppure rendersene conto, i politici bolognesi si concentrano sulle loro, non più luminose, prospettive di carriera. “Blindare” Merola, sindaco della città metropolitana non è operazione in grado di produrre entusiasmo. Dalla politica arriveranno anche idee e progetti oppure saranno ancora gli imprenditori bolognesi e emiliano-romagnoli a mostrarsi capaci di innovazione e di progresso? La seconda che ho scritto.

Pubblicato il 21 settembre 2015

INVITO “Potere e democrazia nell’età globale”

Lunedì 21 settembre ore 17.30
Aula Dello Stabat Mater – Archiginnasio Bologna

Pandora

L’Associazione PANDORA, in collaborazione la Fondazione GRAMSCI EMILIA-ROMAGNA, la Biblioteca dell’ARCHIGINNASIO e le Librerie COOP, è lieta di invitare a:

POTERE E DEMOCRAZIA NELL’ETA’ GLOBALE

ne discutono:

Carlo GALLI (professore di Storia delle Dottrine Politiche presso l’Università di Bologna e parlamentare)
Gianfranco PASQUINO (professore emerito di Scienza Politica presso l’Università di Bologna e professore di European Studies presso il Bologna Center della John Hopkins University)
Paolo CAPUZZO (professore associato di Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna)

in occasione della presentazione del secondo numero della rivista PANDORA dedicato al tema del potere.

Per informazioni o per confermare la propria partecipazione scrivere a pandora@pandorarivista.it

Entrevista: Doctor Gianfranco Pasquino Comparte Reflexiones Sobre la Democracia en America Latina

NDI

by ANDREA FERNANDEZ in Colombia

Editor: Esta fue dirigidos por Red Innovación, una plataforma manejado por NDI para ayudar a innovadores en América Latina mientras laboran para que sus gobiernos y instituciones políticas respondan a las necesidades de los ciudadanos y sean más transparentes en sus operaciones y eficaces en entregar resultados que les importan en la vida diaria. Por favor visite http://redinnovacion.org/ para aprender más.

El profesor Pasquino es graduado en Ciencias Políticas en la Universidad de Turín donde fue alumno de Norberto Bobbio y especialista en Política Comparada con Giovanni Sartori en la Universidad de Florencia. Desde el 1975 hasta el 2012 ha sido profesor ordinario de Ciencias Políticas en la Universidad de Boloña. Actualmente enseña en el Bologna Center de la Universidad John Hopkins. Pasquino se reunió con Andrea Fernández, oficial de programas de NDI en Colombia, para discutir el estado de la democracia en América Latina.

Andrea Fernández: ¿Cómo están los partido políticos representando los intereses de los ciudadanos?

Gianfranco Pasquino: La paradoja es que los partidos políticos son absolutamente necesarios. Cuando no existen los partidos políticos los que tienen poder económico, cultural, religioso o social tienen más poder político también. Entonces los partidos políticos son necesarios para que los que no tiene bastante poder de tipo económico puedan adquirir poder político. Pero es difícil construir partidos políticos fuertes en América Latina, pocas democracias tienen partidos políticos estables, fuertes, por ejemplo Chile de una cierta manera, Brasil también, Argentina tiene algo que no es un partido político sino un gran movimiento político con diferentes opiniones, el peronismo. Pueden ser que en Venezuela los partidos políticos reaparezcan, espero otros y nuevos partidos políticos. Colombia tiene partidos políticos que me parece funcionan bastante bien. Entonces si queremos fortalecer las democracias debemos fortalecer los partidos políticos a través de los electores, los militantes y los líderes.

AF: Tenemos muchos personalismos en la región, un fenómeno muy relevante en América Latina. Cómo ve ese escenario donde los partidos están perdiendo un poco de fuerza. ¿Están representando más las personas los intereses de los ciudadanos?

GP: Las personas cuentan en política y no es solamente en América Latina que hay personalismos o partidos personalistas. En Europa hay partido personalistas, en Italia existe un partido solamente con una persona que intenta controlarlo totalmente. Lo que se debe hacer es construir una situación en la cual hay competencia de personas dentro de un partido. Yo se que es difícil pero no se puede hacer política sin personas, sin personas responsables y sin construir partidos bastante fuertes desde el punto de la organización y la presencia territorial de los partidos. Es un desafío pero la política es un desafío.

AF: Cómo ve usted el tema de la reelección, que se ha vuelto un gran fenómeno en la región

GP: Mi posición es que la reelección de los presidentes, una vez es una buena cosa. Es decir, en el primer mandato los presidentes intentan actuar su programa, y después si quieren ser reelegidos para ser responsables los electores evalúan lo que los presidentes han hecho, no han hecho o hecho mal y después votan. Y si es posible ser reelegido todos los presidentes serán más responsables. En el segundo mandato los presidentes intentan entrar en la historia del país, entonces producir cambios importantes, positivos y dejar una verdad importante a sus sucesores. Si no hay reelección el presidente llega a ser irresponsable casi inmediatamente, eso no es una buena idea. Comprendo el medio que el presidente o la presidenta concentre en sus manos mucho poder, pero si quieren ser reelegidos serán muy cautos en la utilización del poder. Si no pueden ser reelegidos producen problemas más que soluciones.

AF: En alguno de sus libros usted menciona que “cada país tiene la oposición que merece” ¿Cómo es el tema de la oposición y cuál es el valor que tiene para la democracia?

GP: La oposición es esencial para la democracia porque propone algo de alternativo puede criticar el gobierno, puede explicar por qué el gobierno no hace lo que debería hacer, puede sugerir diferentes soluciones y la oposición debe intentar representar la sociedad, los varios grupos de la sociedad de manera tal que pueda ganar las elecciones. Entonces una buena oposición es un estímulo para el gobierno y produce una democracia de mejor calidad. El problema de la mayoría de los países latinoamericanos es que la oposición produce declaraciones que no ayudan a mejorar los gobiernos, entonces no es habitualmente una buena oposición y si no hay una buena oposición no hay buen gobierno, se puede decir así. Sé que el trabajo de la oposición es difícil, porque los gobiernos intentan impedir a las oposiciones hacer sus tareas, no les gustan las críticas, no aceptan las sugerencias. Es una dialéctica muy complicada pero absolutamente necesaria.

AF: En América Latina se ha discutido mucho el tema de reformas políticas, reformas electorales. Hablemos un poco de las listas cerradas y bloqueadas. ¿Qué recomendaciones haría usted?

GP: Si los electores pueden votar solamente a un partido a una lista sin escoger dentro de la lista los candidatos, no me parece un buen sistema. Creo que los electores deberían tener más poder entonces dos votos, si puedo decir así, un voto a la lista y un voto a uno, dos candidatos. Yo diría dos candidatos porque soy políticamente correcto. Entonces los electores pueden dar un voto a un candidato solamente si quieren, pero si utilizan los dos votos deberían ser un hombre y una mujer; paridad de género es mejor. Creo que sea una buena solución porque la política es hecha por hombres y mujeres y debe ser evaluada lo que los hombres y mujeres hacen. Lo que en Europa se llamaría voto de preferencia es una solución y puede funcionar.

AF: ¿Cómo fortalecer las estructuras partidistas en América Latina?

GP: No se cómo se hace porque las situaciones son muy diferentes, entonces hay soluciones diferentes. En algunos casos no es posible fortalecer nada como en Argentina porque hay un movimiento político que domina prácticamente todas las elecciones nacionales y la mayoría de las elecciones en las provincias. En otros casos debería ser un problema de los líderes, los líderes deberían intentar fortalecer las organizaciones de los partidos pero eso depende del Colombia, de Brasil por ejemplo, un partido debería establecer relaciones estrechas con algunos grupos organizados que pueden ser las asociaciones de cualquier tipo. En general si los partidos se fortalecen las democracias se fortalecen, eso debería ser una declaración general que funcione en todos los países. Porque no imitan el caso de Chile, donde los partidos son partidos fuertes, la misma derecha ha logrado construir un partido bastante fuerte.

AF: ¿Cómo está cambiando la relación entre los partidos y los gobernantes el uso de internet, redes sociales, ¿qué deben hacer los partidos políticos?

GP: La tecnología es muy importante porque sirve a la comunicación política pero debe existir un mensaje. Usted puede utilizar todas las tecnologías nuevas de manera muy innovadora pero si no tiene un mensaje político fuerte no sirve de nada. Pienso que los partidos políticos deberían saber utilizar la tecnología y debería saber que hay diferentes tipos de electores que reciben mensajes de diferente origen entonces los mensajes deberían ser calibrados según los electores. En este momento todo esto no ha cambiado la política en Europa por ejemplo, pero sirve a movilizar grupos de electores. Por ejemplo Podemos en España es producto de la nueva tecnología. El Movimiento cinco Estrellas en Italia es producto de la nueva tecnología. Los que se llaman piratas en Alemania y Suecia son producto de la tecnología. Pero si el mensaje políticos no es verdaderamente nuevo, no es aceptable, no produce confianza entre los líderes en los electores todo esto no sirve de nada.

Interview: Doctor Gianfranco Pasquino Reflects on Democracy in Latin America

NDI

by ANDREA FERNANDEZ in Colombia

Editor’s Note: This interview was led by NDI’s Red Innovación, an online platform managed by NDI for innovators from throughout Latin America as they work to make governments and political institutions more responsive to citizens, transparent in operation and effective in delivering results that matter in people’s everyday lives. Please visit http://redinnovacion.org/ to learn more.

Professor Gianfranco Pasquino graduated with a degree in Political Science from the University of Turin, where he studied under Norberto Bobbio, and specialized in Comparative Politics with Giovanni Sartori at the University of Florence. Between 1975 and 2012, he was a professor of Political Science at the University of Bologna. He currently teaches at the Bologna Center at John Hopkins University. Pasquino met with Andrea Fernández, NDI resident program officer in Colombia, to discuss the state of democracy in Latin America.

Andrea Fernández: How are political parties representing citizens’ interests?

Gianfranco Pasquino: The paradox is that political parties are absolutely necessary. When political parties do not exist, those who have economic, cultural, religious or social power also have more political power. Political parties are therefore necessary so that those who do not have so much financial power may also acquire political power. However, it is difficult to construct strong political parties in Latin America. Few democracies have stable political parties; for example, Chile to an extent, as well as Brazil. Argentina has something that is not a political party but a large political movement with different opinions, Peronism. It is possible that political parties may reappear in Venezuela, hopefully new political parties. Colombia has political parties that to me seem to work very well. So if we want to strengthen democracies we must strengthen political parties through voters, party members and leaders.

AF: We have many personalities in the region, a phenomenon very relevant in Latin America. How do you see this situation in which parties are losing some of their strength? Are individuals better representing citizens’ interests?

GP: People count in politics, and it is not just in Latin America that there are personalities or personalist parties. There are personalist parties in Europe. In Italy, there is a party in which just a single person tries to control it entirely. What you should do is create a context in which there is competition between people within a party. I know it is difficult, but there can not be politics without people, without responsible people, and without constructing parties that are very strong in terms of organization and geographic presence. It is a challenge but politics is a challenge.

AF: How do you view the issue of reelection, which has become a large issue in the region?

GP: My position is that the one-time reelection of presidents is a good thing. That is, in the first term, presidents try to implement their programs, and then if they want to be reelected, to be responsible, voters evaluate what presidents have done, haven’t done, and have done poorly and then they vote. If it is possible to be reelected, all presidents will be more responsible. During their second term, presidents try to secure a place in their country’s history, so they produce positive, important changes and leave their successor with an important truth. If there is no reelection, the president comes to be irresponsible almost immediately, which is not a good idea. I understand the argument that the president concentrates a lot of power in his or her hands, but if they want to be reelected, they will be very cautious in how they use that power. If they can not be reelected, more problems are produced than solutions.

AF: In some of your books, you mention that “each country has the opposition that it deserves.” Can you explain how you see the “opposition” and what value it holds in a democracy?

GP: Opposition is essential for democracy because it proposes an alternative, it can criticize the government, can explain why the government is not doing what it should be doing, can recommend different solutions. The opposition should try to represent society, the various groups of society in a way that can help it win elections. A good opposition is a stimulus for government and produces a democracy of greater quality. The problem in the majority of Latin American countries is that the opposition develops positions that do not help improve governments, so it is not by habit a good opposition, and if there is not a good opposition then there is not a good government, you could say. I know that the work of the opposition is difficult, because governments try to impede the opposition from conducting their work, they dislike criticisms, and they do not accept suggestions. It is a very complicated dynamic, but absolutely necessary.

AF: Political reforms and electoral reforms have been discussed at length in Latin America. Let’s talk a little about closed and blocked lists. What recommendations would you make?

GP: If voters can only vote for one list from one party without being able to choose the candidates within the list, that does not seem like a good system to me. I believe that voters should have more power, so maybe two votes, if it can be seen that way, one vote for a list and one vote for one or two candidates. I would say two candidates because I am politically correct. So voters can cast a vote for just one candidate if they want, but if they use two votes, they should be for a man and a woman; gender parity is better. I believe that this is a good solution because politics is made by men and women and what men and women do should be evaluated. What Europe refers to as a preferential vote is a solution and could work.

AF: How can party structures be strengthened in Latin America?

GP: I don’t know how to do it because the contexts are very different, so there are different solutions. In some cases, it is not possible to strengthen them at all, as in Argentina, because there is a political movement that practically dominates national elections and the majority of provincial elections. In other cases, this should be an issue for leaders. Leaders should try to strengthen party organizations, but this depends on the context. In Colombia or Brazil, for example, a party should establish relationships with some organized groups that could be associations of any kind. In general, if parties are strengthened, democracies are strengthened. This should be a general statement that works in all countries. Why not imitate the case of Chile, where parties are strong parties. Even the right has achieved constructing a very strong party.

AF: How is the use of the Internet and social networks changing the relationship between parties and leaders? What should political parties do?

GP: Technology is very important because it helps with political communication, but there should be a message. You can use all the new technologies in a very innovative fashion, but if you do not have a strong political message, it serves no purpose. I think that political parties should know how to use technology and should know that there are different types of voters who receive messages from different sources, so messages must be calibrated according to the voter. At this time, this [social networks] has not changed politics in Europe, for example, although it helps mobilize groups of voters. For example, the political party Podemos in Spain is a product of new technology. The Five Star Movement in Italy is a product of new technology. Parties called pirates in Germany and Sweden are a product of technology. But if the political message is not truly new, not acceptable, and does not produce trust between leaders and voters, then it does not serve any purpose.

Corbyn è il vecchio, Renzi è borioso. La nuova sinistra è un’altra cosa

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Non sta nascendo una nuova forza progressista europea. Troppe differenze tra il leader Labour, Podemos e Syriza

Intervista raccolta da Marco Sarti per LINKIESTA.it

Podemos in Spagna, Syriza in Grecia, adesso la vittoria di Jeremy Corbyn alle primarie del partito laburista inglese. In Europa sta nascendo una nuova sinistra? Il politologo Gianfranco Pasquino non sembra troppo convinto. Professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, già senatore della Sinistra indipendente dal 1983 al 1992 e dei Progressisti dal 1994 al 1996, l’autore del primo ddl sul conflitto di interessi in Italia spiega: «Corbyn non diventerà mai primo ministro. E questo lo sa anche lui». Le differenze con Podemos e Syriza sono tante, a partire dal gap generazionale che divide il politico britannico dagli altri leader. In compenso è basso il rischio di conseguenze politiche per l’Italia. «Se nel Partito democratico ci sarà una scissione – continua Pasquino – sarà solo per colpa della boria di Matteo Renzi».

Professore, in Europa sta nascendo una nuova sinistra?

La vittoria di Corbyn non mi ha sorpreso. Le possibilità sono cresciute nel corso del tempo e negli ultimi giorni prima del voto la sua affermazione era piuttosto annunciata. Ma non sono sicuro che si tratti di un fenomeno europeo. I leader di Podemos e Syriza rappresentano una nuova sinistra, Corbyn rappresenta la vecchissima sinistra già presente nel partito laburista. Consideriamo che siede in Parlamento già dal 1983. Per i laburisti questo è un ritorno al passato. Gli stessi punti programmatici di Corbyn sono espressione del passato. Penso alle nazionalizzazioni, che dovrebbero far rabbrividire qualcuno.

Spagna e Grecia hanno anche una diversa situazione economica rispetto all’Inghilterra.

Se è per questo Spagna e Grecia sono anche due ex regimi, la Gran Bretagna no. Ma c’è anche un’altra differenza. Corbyn ha quasi 70 anni, forse è mio coetaneo. I leader di Syriza e Podemos sono quarantenni: un gap generazionale che si traduce anche in un gap di idee.

A unire queste diverse esperienze politiche forse sono le crescenti disuguaglianze in Europa?

Il filo conduttore, l’unico elemento che vedo, sono i rapporti con l’Europa. Anzi, l’opposizione contro il modo in cui questa Europa si è autogovernata negli ultimi dieci anni.

I critici assicurano che Corbyn è destinato a rappresentare la protesta, mai una posizione di governo.

Sulla base delle tre elezioni perse dai laburisti dal 1983 al 1992 direi che sono d’accordo. Corbyn può rappresentare una ripresa per i laburisti, la creazione di un nuovo partito. Ma penso che neppure lui abbia mai sognato di diventare primo ministro. Anche con la più fervida immaginazione, nel suo orizzonte non c’è questa aspirazione.

In Inghilterra si teme una scissione nel partito. E se invece la scissione arrivasse in Italia? Qualche esponente del Pd potrebbe decidere di dar vita a un nuovo movimento di sinistra anche nel nostro Paese?

Nel partito laburista una scissione ci fu effettivamente nei primi anni Ottanta, con la nascita del partito socialdemocratico. Se pensiamo che 220 parlamentari su 240 non hanno votato per Corbyn, è possibile immaginare che oggi altri si spostino per cercare nuove alleanze. In Italia è diverso. Chi ha guardato altrove come Stefano Fassina non ha fatto molta strada. E credo che Gianni Cuperlo, nonostante condivida l’iniziale del cognome con Corbyn, non abbia intenzione di intraprendere lo stesso percorso. Le vittorie altrui non devono determinare conseguenze per noi. Se ci sarà una scissione sarà per altre logiche, penso alla ristrutturazione del partito. Contro la boria insopportabile di un presidente del Consiglio che è anche segretario del partito. Ecco una differenza, Corbyn non ha alcuna boria, Matteo Renzi ne ha in gran quantità.

Insomma oggi in Europa chi è fuori contesto? Podemos e Syriza, Jeremy Corbyn o il Partito democratico?

Corbyn non è fuori contesto, nel partito laburista quella sinistra è sempre esistita. Siamo noi difformi rispetto al resto d’Europa. Spesso si dimentica la storia. Questo Partito democratico è il prodotto di una fusione tra quello che restava degli ex comunisti e quello che restava degli ex democristiani, all’epoca Margherita. Ed è un partito guidato da un leader che viene dagli ex Dc. Non c’entra nulla con la tradizione europea. Adesso si tenta di costruire un’identità con l’adesione al partito socialista europeo, ma quel dna comune di cui ha recentemente parlato Giorgio Napolitano non esiste.

Pubblicato il 14 settembre 2015

Senato: una riforma da fischiare

La (brutta) riforma del Senato sta diventando anche qualcos’altro. Ovvero è gia un campo di battaglia minato sul quale si confrontano, più o meno incautamente, non disegni sistemici di un’efficace e duratura modifica del bicameralismo italiano e dei rapporti fra Parlamento, Governo e cittadini, ma disegni di futuri assetti dentro il Partito Democratico, nel governo di Renzi, nell’ambito disgregato del centro-destra, sulle alleanze che verranno e che, probabilmente, finiranno per implicare anche una riforma della freschissima, anch’essa brutta, riforma elettorale detta Italicum.

L’obiettivo di Renzi(Boschi) è di portare a casa la riforma del Senato così com’è stata approvata in prima lettura perché vuole dimostrare di essere in controllo del suo gruppo parlamentare, di non avere nessun bisogno dell’apporto delle minoranze del PD, di sapere attrarre voti più o meno conosciuti e riconoscibili dei verdiniani e dei berlusconiani sparsi. Se ci riuscirà, Renzi pensa di procedere a vele spiegate verso il completamento della legislatura, oppure, a sua preferenza (e, magari, anche del Presidente Mattarella) verso elezioni anticipate, ma non prima dell’entrata in vigore dell’Italicum: 1 luglio 2016.

L’obiettivo delle minoranze, nascosto dietro la richiesta di un Senato elettivo, secondo modalità non chiaramente definite, è, al contrario, dimostrare che hanno voti di cui Renzi deve tenere conto e che servono a disegnare una riforma migliore (personalmente, ne dubito). Quanto ai verdiniani, entreranno agguerriti nel campo di battaglia appena sarà chiaro che possono essere decisivi. Vogliono, da un lato, che si sappia che Renzi ha usufruito del loro apporto; dall’altro, che Berlusconi prenda atto che i verdiniani contano e possono essere decisivi. Dal canto suo, Berlusconi (incoraggiato soprattutto da Brunetta) desidera che Renzi vada a sbattere contro il muro di un Senato che non controlla. Di conseguenza, sarà poi costretto ad aprire negoziati con lui (una sorta di Nazareno II) riconoscendolo tuttora capo del centro-destra. Indirettamente, ne risulterebbe dimostrato che gli alfaniani non soltanto non sono decisivi, ma sono subalterni nel governo Renzi, destinati ad essere fagocitati (infatti, alcuni degli alfaniani si apprestano a lasciare il Nuovo Centro Destra).

Sullo sfondo di tutto questo tramestio politico, sta la modifica del Senato che merita due considerazioni specifiche e puntuali. La prima considerazione è che la riforma del bicameralismo è, al tempo stesso, necessaria e utile, ma deve essere congegnata con la motivazione prioritaria e sovrastante non di una drastica riduzione del potere e dei compiti del Senato e dei senatori, ma di un miglioramento del sistema politico. In questa chiave, sarebbe stato, e continua a essere preferibile un’argomentata abolizione del Senato alla quale, in coerenza, né le sinistre interne né i Cinque Stelle potrebbero ragionevolmente opporsi. Ricominciare da capo? Sì, si può e si potrebbe anche procedere in fretta. Fra l’altro, di qui al 2018 di tempo ce n’è a sufficienza. La seconda considerazione è che né le riforme elettorali né, tantomeno, le riforme costituzionali dovrebbero essere utilizzate per la resa dei conti fra gli schieramenti politici né, tantomeno, fra maggioranza e minoranze dentro ciascun partito. Una modifica, possibile e sicuramente, auspicabile, nata male, rischia di finire peggio.

Lo so che suona retorico e quasi di maniera, ma qui ci sta davvero un appello al Presidente della Repubblica. Forse, tra le quinte, con discrezione, qualcosa Mattarella avrà già detto al suo sponsor Renzi (che si vanta fin troppo del suo ruolo nell’averlo portato al Quirinale), ma il Presidente non deve dimenticare che è il “guardiano della Costituzione” oltre a fungere anche da arbitro, come ha detto lui stesso, fra i partiti-giocatori. Fischi, Presidente, fischi subito. Troppi giocatori non stanno giocando correttamente e la partita è diventata deprimente.

Pubblicato AGL 13 settembre 2015

Una riforma sbagliata

Sbagliare è umano, insistere è renziano

Larivistailmulino

Senza scomodare i Costituenti, i quali, pure, ebbero legittime preoccupazioni di rappresentanza politico-territoriale e di equilibri fra le istituzioni, esistono (ed esistevano) due alternative decenti al pessimo testo Renzi-Boschi che verrà fatto ingoiare ai senatori, ma che i giornalisti italiani, ignari di altre esperienze e da sempre poco interessati alle questioni istituzionali, hanno già metabolizzato. Da veri riformatori era possibile procedere verso l’abolizione pura e semplice del Senato rispondendo non soltanto alle sirene populiste e antipolitiche, quelle che vogliono risparmiare sul costo delle istituzioni e della casta, ma anche a chi ritiene che semplificare i circuiti istituzionali rende la politica più trasparente e più responsabile. Naturalmente, questo avrebbe comportato anche un ridisegno della legge elettorale che, già pessima di suo, sarebbe diventata intollerabile dal punto di vista della rappresentanza degli elettori (incidentalmente, le leggi elettorali si valutano avendo come criterio sovrastante il potere degli elettori) e della concentrazione di poteri in una sola camera e in un solo partito. Certo, ci voleva coraggio e sapienza istituzionale. Forse Diogene dovrebbe essere richiamato in servizio: non è fiorentino, ma una consulenza non gliela si dovrebbe negare. Oppure si poteva e si doveva guardare alle seconde Camere che funzionano in sistemi politici simili a quello italiano, per esempio, al Bundesrat con i suoi 69 rappresentanti nominati (l’elettività diretta proposta e negata è un falsissimo problema, non una soluzione) dalle maggioranze al governo nei 16 Länder della Germania (un sistema politico che funziona. Lo sanno anche i molti siriani che cantavano “We want Germany”. No, non scherzo più di tanto).

Comunque, adesso i problemi sono due. Il primo è che una riforma fatta male come questa rimarrà sul groppone degli italiani a lungo, ma c’è il tempo per migliorarla. Secondo, magari il presidente Emerito Giorgio Napolitano e il presidente in carica Sergio Mattarella dovrebbero chiedere a Boschi e Renzi e anche al sottosegretario Pizzetti che c’azzeccano con la Camera delle Autonomie cinque senatori nominati dal presidente della Repubblica. Nel frattempo, mi permetto di chiedere rispettosamente (so che si dice così) ai presidenti se non sia il caso di rinunciare alla carica di Senatore a vita. Sto rilanciando? Sì, ma, come si dice, “non da oggi”. Attendo qualcuno che venga a “vedere” (magari, mi cito?: eccome, no, leggendo Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea, 2015) perché per riformare un sistema politico-istituzionale le riforme, compresa quella della seconda Camera (Senato), vanno viste, impostate, fatte e valutate, non come fossero spezzatini con piselli, ma in chiave sistemica. E, allora?

Pubblicato il 09 settembre 2015

Partiti, istituzioni, democrazie al XXIX Convegno SISP #SISP2015

Sisp

XXIX Convegno SISP 10 – 12 settembre 2015

Università della Calabria, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali – Arcavacata di Rende (Cosenza)

Venerdì 11 Settembre 2015 ore 18
Aula Magna “Beniamino Andreatta”

Presentazione del volume di Gianfranco Pasquino
PARTITI, ISTITUZIONI, DEMOCRAZIE

Arturo Parisi, già ministro, sottosegretario e deputato della Repubblica

Francesco Raniolo, Università della Calabria

Luca Verzichelli, Università degli Studi di Siena

Modera:
Fulvio Venturino, Università degli Studi di Cagliari

GIANFRANCO PASQUINO Partiti, istituzioni, democrazie Il Mulino (2014)

GIANFRANCO PASQUINO
Partiti, istituzioni, democrazie
Il Mulino (2014)

Davvero dovremmo riformare un bicameralismo che qualcuno, impropriamente, si ostina a definire perfetto? Spetta al parlamento oppure al governo e alla sua maggioranza, fare le leggi? Chi ha detto che i partiti non controllano più la politica e sono in via di sparizione? Le primarie sono uno strumento di partecipazione democratica oppure un pasticcio manipolato da dirigenti di partito e gruppi di interesse? Esistono democrazie parlamentari nelle quali il capo del governo viene eletto dai cittadini e non può essere sostituito senza nuove elezioni? Nelle quali fa il bello e il cattivo tempo, nomina e sostituisce i ministri, scioglie a piacere il parlamento? Le leggi elettorali sono solo meccanismi per tradurre i voti in seggi oppure lo strumento essenziale con cui gli elettori scelgono i loro candidati e poi li premiano o li puniscono? Le approfondite analisi comparate qui proposte forniscono una risposta articolata a tali interrogativi, esaltando per questa via il contributo fondamentale che la scienza politica può dare ai processi di riforma istituzionale.

In sovracoperta: C. Maccari, Cicerone denuncia Catilina (1880), Palazzo Madama - Roma.

In sovracoperta: C. Maccari, Cicerone denuncia
Catilina (1880), Palazzo Madama – Roma.

INDICE

Introduzione. Quel che so di scienza politica

PARTE PRIMA: PARTITI, PARTECIPAZIONE, PRIMARIE

I. Partiti, società civile, istituzioni

1. Introduzione
2. Società civile e partiti
3. Partiti e istituzioni politiche e amministrative
4. Partiti e riforme istituzionali
5. Conclusioni

II. La teoria dei sistemi di partito

1. Introduzione
2. Le premesse
3. Oltre la critica a Duverger
4. La tipologia dei sistemi di partito
5. Formato, meccanica e gli altri sistemi di partito
6. Come contare i partiti
7. Quando conta un solo partito
8. Le modalità della trasformazione dei sistemi di partito
9. Partiti e scienza politica applicata
10. Conclusioni

III. La partecipazione politica

1. Introduzione
2. Le determinanti della partecipazione politica
3. Partiti e partecipazione politica
4. Le trasformazioni della partecipazione politica
5. Le conseguenze della partecipazione
6. Il futuro della partecipazione

IV. Le primarie per riformare partiti e politica

1. Introduzione
2. Due obiezioni classiche
3. Alcune regole di comportamento
4. Un rischio ineliminabile?
5. Una soluzione possibile e praticabile
6. Post scriptum

V. Le primarie alla prova dei cittadini

1. Introduzione
2. Primarie vere e primarie comode
3. Perché le primarie
4. Mobilitazione
5. Le conseguenze delle primarie
6. Primarie e vittorie elettorali
7. Partecipazione degli «intensi» e rappresentanza dell’elettorato
8. Informazione e comunicazione
9. Per andare oltre

PARTE SECONDA: PARLAMENTI E GOVERNI

VI. Ingovernabilità

1. Introduzione
2. La crisi di rappresentanza
3. Tra rappresentanza e decisionalità
4. La crisi di decisionalità
5. La crisi fiscale dello stato
6. «Les jeux ne sont pas faits»

VII. Tipologie dei parlamenti democratici

1. Introduzione
2. Tra assemblearismo e centralità
3. Quali parlamenti
4. Classificazioni alternative
5. Bicameralismi (e monocameralismo)
6. Conclusioni

VIII. Un sistema elettorale per rappresentare e governare

1. Introduzione
2. Gli obiettivi da perseguire
3. Il potere all’elettore
4. Un premio a chi vota

IX. Varianti dei modelli di governo parlamentare

1. Introduzione
2. La definizione del problema
3. Per un controllo comparato
4. Quello che sappiamo dei rapporti fra modelli di governo e sistema dei partiti
5. Conclusioni
6. Postilla

X. I poteri dei capi di governo

1. Introduzione
2. Gli spazi di flessibilità delle istituzioni semipresidenziali
3. Il rapporto di fiducia nei governi parlamentari
4. Selezione e rimozione dei ministri
5. La nomina dei ministri nelle forme di governo semipresidenziale
6. La sostituzione dei capi di governo e dei ministri
7. Lo scioglimento del parlamento
8. Conclusioni

PARTE TERZA: DEMOCRAZIE

XI. Le idee di democrazia

1. Idee che vengono da lontano
2. Democrazia liberale e democrazia populista
3. La critica elitista della democrazia
4. Democrazia plebiscitaria
5. Democrazia rappresentativa e democrazia competitiva
6. Rappresentanza, competizione e diritti
7. Democrazia, capitalismo e socialismo
8. La democrazia dell’uomo a più dimensioni
9. Poliarchia e democrazia consensuale
10. La teoria discorsiva della democrazia
11. Democrazia mondiale e democrazia telematica
12. Conclusioni

XII. Teorizzare l’alternanza, la sua pratica e la sua mancanza

1. Introduzione
2. L’alternanza nelle teorie democratiche
3. Verso una definizione
4. Le conseguenze dell’alternanza
5. Quando manca l’alternanza
6. I fattori che influenzano l’alternanza
7. Considerazioni intermedie
8. Conclusioni

XIII. Problemi di funzionamento dei modelli di governo

1. Introduzione
2. Il governo diviso nei sistemi presidenziali
3. La coabitazione nei sistemi presidenziali
4. I sistemi parlamentari: instabilità e «indecisione»?
5. Grand Bretagna, Italia e Germania a confronto
6. Conclusioni

XIV. Socialdemocrazie

1. Introduzione
2. Partito e sindacato
3. La gestione dell’economia
4. La stratificazione sociale
5. Il ruolo dello stato
6. Esaurimento o superamento dell’esperimento socialdemocratico?

Riferimenti bibliografici

Indice dei nomi

Refugiados: la Unión Europea no es el peor de los problemas

CatturaTodavía, la Unión Europea puede ser parte de la solución. El problema, nadie debe olvidarlo, ha sido producido por la guerra en Irak, lanzada por los EE.UU. de George W. Bush y la Gran Bretaña de Tony Blair (también con los votos de los conservadores). Desde la segunda mitad de los años 2000, todos los sistemas políticos del Medio Oriente y del Magreb han sido desestabilizados. Todos han mostrado en su interior una mezcla horrorosa de tradicionalismo social, de fundamentalismo religioso, de autoritarismo político. Al Qaeda ha radicalizado la lucha política pero, ahora, parece que Estado Islámico lo ha reemplazado. La explosión de Libia, las guerras civiles en Siria, Yemen y Sudan, el conflicto infinito en Irak, las tensiones en Nigeria y la pobreza en la Africa subsahariana obligan a cientos de miles de personas a emigrar. Los migrantes escogen los países de la vieja Europa, es decir, no quieren ir a los de la Europa centrooriental. Hungría es un país de tránsito.

No un país en el cual los migrantes desean quedarse. Primero, entonces, los migrantes ofrecen un homenaje a Europa como lugar de paz, de prosperidad (a pesar de las recientes tendencias económicas no siempre positivas), de democracias y de protección y promoción de los derechos de los hombres, de las mujeres, de los niños (más después). Segundo, los migrantes en Hungría han mostrado signos y han gritado y cantado “We want Germany”. Eso también es un extraordinario homenaje a los alemanes y a la señora Angela Merkel. Es el reconocimiento más significativo de que los alemanes, gracias a su sistema político, a su eficiencia económica, a su capacidad de respetar las reglas, han conquistado una verdadera hegemonía que, como lo ha escrito Antonio Gramsci, es un conjunto de consenso y fuerza. Según los sondeos del eurobaró- metro, 80% de los ciudadanos de la Unión Europea (y todos los países de Europa fueron invadidos por la Alemania nazi) tienen mucha confianza en los alemanes. La difícil política de recepción de los migrantes en muchos países de la Unión Europa va a cambiar bajo la leadership de Alemania, que ya acoge millones de turcos y de migrantes que vienen de los Balcanes.

Emoción y conmoción. La foto del niño sirio muerto en una playa de Turquía por supuesto ha sensibilizado la opinión pública de muchos países europeos. Es justo que sea así. El proprio grandísimo sociólogo alemán Max Weber ha escrito que la política se hace con la cabeza, pero no sólo con la cabeza. Las emociones cuentas. Las imágenes pueden hacer una diferencia. Pero deben ser interpretadas y explicadas. La responsabilidad de la muerte del niño no es de la Unión Europea. Es de los que en Siria luchan en una compleja guerra civil en la cual hay una peligrosa presencia de los guerrilleros de Estado Islámico y parece difícil derrotar a un dictador sanguinario como Al-Assad. El niño nos habla en nombre de todos los que quieren vivir en sistemas políticos aun no necesariamente democráticos, pero que logran garantizar orden político sin terror. En las condiciones existentes en Africa y en Medio Oriente, parece hoy muy difícil establecer una clara distinción entre los que intentan huir de la pobreza y del hambre, migrantes clandestinos, y los que dejan su país por opositores políticos de regímenes represivos y opresivos: los refugiados políticos. No es correcto hablar de una “crisis” humanitaria. Es un poderoso desafío humanitario. Los europeos tienen todas las herramientas, sociales, culturales, económicas y políticas para ganar el desafío humanitario en el Viejo Continente. Todavía es clarísimo que la victoria nunca será definitiva mientras existan dictadores, fundamentalistas religiosos, teócratas y terroristas financiados por algunos Estados árabes. Sin transformar de manera democrática Medio Oriente y Africa, muchos migrantes continuarán escapando de la opresión y la Unión Europea deberá ofrecer asilo(y civil).

Suplemento especial de diario PERFIL sobre el drama de los refugiado. Domingo 6 de Septiembre de 2015

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