Come cambiare davvero l’organizzazione del Pd per renderlo democratico @DomaniGiornale

La nuova segretaria del Partito Democratico deve ricostruire un’organizzazione, non solo una comunità, come dicono in politichese, ma una struttura presente e attiva sul territorio. Il lavoro è tutto da fare, molto meno sexy del declamare a voce alta e magari indignata i diritti civili e sociali sui quali il governo è debole, ma almeno altrettanto importante. Infatti, è grazie ad un’organizzazione ben funzionante che quei diritti saranno comunicati ai simpatizzanti e ai potenziali elettori, saranno spiegati in maniera da coinvolgerli e fare nascere e crescere in loco la convinzione che un governo a guida PD renderebbe il paese più solidale, più vitale, migliore. Naturalmente, in questo compito, a mio parere decisivo, dovrebbero avere un ruolo centrale gli iscritti che molti resoconti, non so su quali basi, riferiscono essere, se non proprio umiliati, delusi e scoraggiati poiché la loro preferenza per il segretario è risultata (s)travolta dagli elettori/elettrici primarie/e.

  Come si ricostruirà un partito intorno alle due proposte che, molto schematicamente, sono emerse nelle poche esternazioni in materia di Schlein e Bonaccini? Davvero la nuova segretaria crede che sarà sufficiente l’afflusso di poche decine di migliaia di iscritti (quanto davvero nuovi e non rientri sarà poi utile sapere) e l’apertura ai movimenti, alla famosa società civile, a rinnovare/ristrutturare il partito? Davvero il neo-presidente del partito è convinto che la spina dorsale del PD debbano essere gli amministratori locali, tutti wonderwomen e supermen che oltre all’intensa e assorbente attività amministrativa avranno tempo e voglia da dedicare alle riunioni e all’attività di partito con il rischio di politicizzare la loro carica di governo locale?

Schlein non ha in nessun modo chiarito quale può essere l’offerta alle associazioni e ai gruppi esterni che li convinca ad avvicinarsi al PD. Forse due “sardine” in Direzione sono un primo segnale, ma inevitabilmente già concluso. Mi parrebbe molto opportuno tentare, in una pluralità flessibile di forme, l’instaurazione di un rapporto con i lavoratori organizzati, non tipo cinghia di trasmissione che rischierebbe di essere il sindacato CGIL che detta con il PD che si adopera per l’attuazione. Precari e pensionandi, che sono gran parte di quel mondo, attendono risposte che tengano insieme credibilmente quanto troppi spacchettano ovvero proprio come non solo difendere il lavoro, ma produrne le opportunità, di volta in volta, riconoscendo nei fatti la centralità come elemento di sussistenza e di dignità. Non è un frase fatta, ma un impegno da prendere e da articolare.

Auspicabilmente, un Partito Democratico dovrebbe porre in alto sulla sua agenda il tema della partecipazione politica, come apprendimento, come modalità di rapportarsi agli altri, come attività che può dare soddisfazione nel perseguimento di obiettivi personali e di solidarietà. Al diversificato “popolo” (sic, non “partito”) degli astensionisti va mandato non solo l’invito alla partecipazione in quanto dovere politico e al voto in quanto dovere costituzionale (art. 48), ma anche il messaggio che chi partecipa contribuisce a fare sì che le sue preferenze e i suoi interessi siano presi in seria considerazione. Tutto questo potrà essere fatto partendo dal basso, non sta a me valutare quanto gli esistenti circoli siano in grado di rilanciarsi, dai livelli locali favorendo l’emergere di una nuova classe dirigente e di una cultura politica che richiede studio e apprendimento. L’ora è già scoccata.

Pubblicato il 15 marzo 2023 su Domani

Obiezione alla guerra. Un’altra difesa è possibile? #opinioni a confronto #12marzo #Senigallia


Auditorium Cancelli
Senigallia

Domenica 12 marzo 2023
ore 18

Obiezione alla guerra. un’altra difesa è possibile?
opinioni a confronto


Gianfranco Pasquino
Mao Valpiana

L’inutile fuga dal PD dei riformisti scissionisti @DomaniGiornale

Immagino che una buona parte, sicuramente maggioritaria, di coloro che hanno votato Elly Schlein stiano assistendo con amarezza e irritazione (che condivido) all’abbandono del partito ad opera di alcuni dirigenti dem e dei loro seguaci. Il precedente di coloro che perdono e se ne scappano con il pallone dopo avere giocato, non del tutto meritatamente, in ruoli di rilievo, esiste, ma visibilmente non ha dato vita a nulla che assomigli ad una prospettiva riformista. Ho molto apprezzato il discorso di concessione della vittoria effettuato a caldo la sera stessa da Stefano Bonaccini. Apprezzo molto meno le indiscrezioni che lo danno in attesa di un ruolo di rilievo nel partito. Non sarebbe preferibile che continuasse a dedicare le sue energie al buongoverno di quella regione importante che è l’Emilia-Romagna e che, evitando di cumulare cariche, si accordasse su un nome di suo gradimento per il ruolo operativo che la segretaria intendesse affidare alla sua (di Bonaccini) area?  Se, poi, i democratici in (cattivo) odor di abbandono alzassero gli occhi si renderebbero conto che i commentatori di ogni ordine e grado che stanno prematuramente plaudendo all’espressione del loro disagio e dissenso non lo fanno perché desiderano la nascita di un “vero” partito riformista e liberale (qualcuno potrebbe anche, per carità, spiegarmi che cos’è un “falso” partito riformista?), ma perché semplicemente mirano a indebolire il PD e la sinistra in Italia.

   Né ieri né l’altro ieri, potrei anche scrivere mai, le scissioni hanno portato a qualcosa di buono, non per chi lascia e neppure per chi resta. Qualche briciola elettorale non cambierà in meglio le sorti del sedicente terzo polo a meno di profonde e imperscrutabili innovazioni politiche e culturali. Quello che risulta ancora più preoccupante è che gli esodanti non possono, al momento, riferirsi a nulla di particolarmente concreto, spiazzante e sgradito già fatto da una segretaria che deve essere incoronata domenica prossima. Dunque, non sono le sue azioni e neppure le sue proposte, grazie alle quali ha vinto la carica, a spingere alla fuoruscita, non sono atteggiamenti sprezzanti, ma il suo essere quello che è: una donna di sinistra che vuole rivitalizzare un partito ripiegato su se stesso aprendolo alle donne, ai giovani e ai precari, intesi in senso molto lato come coloro che non vedono opportunità. Invece, alcuni dei fuoriuscenti, che, certo, non definirò eccellenti, hanno molto goduto di opportunità concesse loro proprio dal Partito Democratico. Peccato che non abbiano più fiducia nelle loro capacità di argomentazione e di formulazione di linee alternative. Peccato che non sappiano che un po’ dappertutto nei partiti, più spesso in quelli di sinistra il cui seguito è alquanto eterogeneo, si aggregano opposizioni alla linea ufficiale senza dannosi deflussi. Peccato, infine, che troppe delle loro lamentele ricalchino le critiche a Elly Schlein che sono subito venute dal centro-destra, salotti televisivi, editorialisti, politici “affermati” e in carriera.

   Non so quanto Schlein sarà in grado di mantenere quello che ha promesso, ma sono convinto che il tentativo di cambiare il Partito Democratico debba essere esperito, magari con le opportune correzioni che gli oppositori interni siano in grado di argomentare e suggerire. Da ultimo, indebolire il PD significa aprire altri spazi al governo di centro-destra e ridimensionare le possibilità di rappresentanza politica, di interessi e di preferenze, proprio di quella parte di italiani che ne hanno maggiormente bisogno. Un capolavoro di riformismo.

pubblicato 8 marzo 2023 su Domani

Schlein riformi il Pd, poi penserà alle alleanze. Bene il sostegno a Kiev #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, spiega che «il compito di Schlein è di far entrare o rientrare un certo numero di iscritti che abbiano voglia di lavorare sul territorio» e che «se la segretaria abbandonerà la linea finora seguita dal Pd di sostegno all’Ucraina senza se e senza ma si caccerebbe nei guai».

Professor Pasquino, si aspettava la vittoria di Schlein?

Aspettarmelo non me lo aspettavo, ma pensavo che fosse possibile perché conosco un po’ di politica e so che gli elettori potenziali e attuali e i simpatizzanti del Pd volevano qualcosa di diverso rispetto alla continuità nel partito che sarebbe stata espressa da Bonaccini. Inoltre penso che la Schlein sia l’unica in questa fase che può dare una scossa al partito e immagino che circa 600mila del milione di elettori lo abbiano pensato.

Pensa che ora dovrà trovare accordi con le altre opposizioni?

Un accordo ora non è necessario quasi su nulla. Certo se in Parlamento si presentano mozioni comuni è utile per fare una buona opposizione di cui c’è bisogno. Ma il compito di Schlein è di far entrare o rientrare un certo numero di iscritti che abbiano voglia di lavorare sul territorio e che presentino il partito a quegli elettori disaffezionati e che debbono tornare a votare. L’obiettivo è il 2024 ma la segretaria è stata eletta per riformare il partito, non per fare il capo del governo.

Eppure con i Cinque Stelle prima o poi dovrà parlare, no?

L’alleanza con i Cinque Stelle è assolutamente essenziale, lo dicono i numeri. Sappiamo che una parte dell’elettorato del Pd è franata sul M5S nel 2018 e viceversa nel 2022. Ma andare insieme è l’unico modo per vincere. Lasciamo perdere la Lombardia, dove ha contribuito alla vittoria della destra l’operato spregiudicato e sbagliato di Renzi, Calenda e Moratti.

Schlein ha detto di voler parlare anche a un’ipotetica gamba centrista del centrosinistra. Troveranno un accordo?

Per il momento è una gambetta, non una gamba, e anche se si mettono insieme per fare un partito unico non riusciranno a produrre tanto più di quell’8 per cento che hanno ora. Se si presentano come alternativi all’alleanza con i Cinque Stelle, poi, è inutile stare a discutere. Ma è prematuro parlare di alleanze, prima vengono i temi, nel frattempo alle elezioni europee si va separati e quindi c’è la grande opportunità di contarsi. Questo sarà molto importante per la Schlein, che è stata anche parlamentare europea e quindi si gioca la sua credibilità.

Al momento però il terzo polo vale quanto Lega e Forza Italia, che per il governo Meloni sono fondamentali: pensa che il centrosinistra riuscirebbe a vincere senza Renzi e Calenda?

Le dico soltanto che la prima cosa da fare è cambiare la legge elettorale, che è pessima e lo sanno tutti. Dopodiché le energie si giocano in campagna elettorale. Se Renzi e Calenda pensano di egemonizzare il Pd prima e poi fare un’alleanza con i Cinque Stelle, sono fuori strada. Al momento vogliono far perdere la sinistra e questo non mi sorprende ma mi irrita.

Schlein ha detto che sarà un problema per Meloni: lo pensa anche lei?

Non si tratta di creare problemi al governo, che ne ha tantissimi di suo e che comunque dovrà affrontarne perché di tanto in tanto alcuni ministri gliene creano, da Piantedosi a Valditara. Il Pd deve creare alternative alle politiche che il governo vuole fare, possibilmente su temi di convergenza sia con i Cinque Stelle che con Renzi e Calenda. Ma non c’è nessuna fretta, il prossimo appuntamento è a maggio 2024, non i tratta di fare il colpo a effetto ma di preparare un programma che nel corso del tempo si affini e costruisca un’alternativa al governo di destra.

Sull’Ucraina Schlein ha corretto un po’ il tiro: pensa che continuerà sulla linea Letta di sostegno a Kiev?

Credo che se abbandonerà la linea finora seguita dal Pd di sostegno all’Ucraina senza se e senza ma si caccerebbe nei guai. Tanto per cominciare perde il voto di Pasquino, in secondo luogo indebolisce il Pd sulla scena internazionale. Si può perseguire un’azione diplomatica ma continuando a sostenere che l’invio di armi a Kiev deve essere mantenuto. E sapendo che dal punto di vista diplomatico certamente non saremo noi i mediatori.

Sull’immigrazione crede che il Pd possa farsi valere rispetto ai Cinque Stelle, visto il passato del Conte I o il governo si difenderà senza problemi?

Il governo si difenderà ma sapendo che Piantedosi è diventato praticamente impresentabile. Non solo per le politiche che fa ma per le parole che usa. Sta diventando imbarazzante, sarebbe il caso che ammettesse gli errori e si dimettesse per non mettere in difficoltà Meloni. L’immigrazione in diverse aree è un tema elettorale ed è giusto che Schlein metta in imbarazzo Conte per quello che ha fatto e non ha fatto. Facendogli capire che lei se vuole su questo punto può metterlo in difficoltà.

Dunque l’opposizione non marcerà compatta su questo tema?

L’opposizione deve dire cosa vuole fare e l’unica risposta è essere ancora più incisivi con l’Ue. La risposta italiana è l’accoglienza, salvarli nel momento in cui vengono buttati a mare dagli scafisti, dopodiché dall’Ue vogliamo che ci siano le risorse per dare a costoro un minimo di accoglienza decente e che non ci sia un’immigrazione di massa priva di controllo e decenza.

Pensa che la vittoria di Schlein rientri in una nuova ondata di centrosinistra che si è affermata già in Spagna e Germania e che probabilmente presto si affermerà anche nel Regno Unito?

Ai casi che lei ha citato aggiungerei il Portogallo, dove c’è un buon governo di sinistra che dura da molto. Ma credo poco a un’ondata socialdemocratica. La vittoria di Schlein riguarda un partito. Per parlare di ondata aspetterei un’eventuale vittoria socialdemocratica nei paesi scandinavi e soprattutto in Ungheria e Polonia, che presto andrà al voto.

Pubblicato il 8 marzo 2023 su Il Dubbio

La scienza politica come lavoro intellettuale @SapienzaRoma #8marzo

Department of POLITICAL SCIENCES
Room D, Ground floor
March 8, 2023
4 – 5.30 pm

S P R I N G 2 0 2 3 Robert Elgie’ brown bag seminars on politics

La scienza politica come lavoro intellettuale

Gianfranco Pasquino
Rosa Mulè

Il busto di Lenin arriva al Multiplo #conferenza #Cavriago #RE

Domenica 5 marzo 2023
ore 11

Conferenza di Gianfranco Pasquino

Ingresso gratuito su iscrizione

Il Multiplo è in via Repubblica, 23 – 42025 Cavriago (RE)
tel. 0522373466 – mail multiplo@comune.cavriago.re.it

WhatsApp: 3342156870

Parlamentarismi e (semi)presidenzialismi. Rappresentanza, decisionalità, responsabilizzazione #2marzo #Pavia #CollegioGhislieri @ilGhislieri

Giovedì 2 marzo, il celebre politologo Gianfranco Pasquino affronta un tema di grande attualità con la conferenza Parlamentarismi e (semi)presidenzialismi. Rappresentanza, decisionalità, responsabilizzazione
introduce e modera Ernesto Bettinelli

Per quarantatré anni Professore di Scienza politica all’Università di Bologna, Gianfranco Pasquino è al momento Professore emerito nell’Ateneo felsineo, dopo avere insegnato anche a Washington e a Los Angeles; è fellow del Christ Church College di Oxford e del Clare College di Cambridge; attualmente insegna al Dickinson College, Bologna Program, ed è James Anderson Senior Adjunct Professor alla SAIS-Europe di Bologna. L’incontro, in programma alle ore 18 in Aula Goldoniana, è introdotto dal nostro Alunno Ernesto Bettinelli, Professore emerito di Diritto costituzionale all’Università di Pavia.

Noto al grande pubblico come opinionista politico per Il Sole 24 Ore, l’Europeo e Repubblica, oltre che per la competenza negli interventi nei dibattiti televisivi, il prof. Pasquino è stato anche senatore della Sinistra indipendente dal 1983 al 1992, facendo parte della Commissione Bozzi per le riforme istituzionali, e dei Progressisti dal 1994 al 1996. Ha pubblicato numerosi volumi di politologia, a partire dal classico Modernizzazione e sviluppo politico (Il Mulino, 1970). Fra i suoi ultimi saggi segnaliamo Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader (Bocconi, 2018), Minima politica. Sei lezioni di democrazia (Utet, 2020) ,  Fascismo. Quel che è stato, quel che rimane (Treccani, 2022), Italian DemocracyHow It Works (Routledge 2020), Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana, UTET 2021, Tra scienza e politica. Una autobiografia, UTET 2022
Particolarmente significativo un pamphlet sulla sua esperienza diretta di candidato alla carica di primo cittadino a Bologna (Quasi sindaco. Politica e società a Bologna 2008-2010), reso disponibile gratuitamente online.”

Credere, disobbedire, combattere @DomaniGiornale

Credere, disobbedire, combattere. Credere nelle proprie idee, il che significa, anzitutto, averne anche perché maturate in esperienze diverse, compreso un mandato al Parlamento europeo, è uno dei meriti di Elly Schlein. Da subito dovrà dimostrare che ha le idee necessarie a rinvigorire il Partito Democratico, compito primario (sì, gioco con le parole) della segretaria del partito. Sarà utile e importante aprire ai giovani e alle donne, ma nient’affatto sufficiente. Ci vorranno esperienze e competenze, magari anche un po’ di studio su come si (ri)organizzano i partiti. Come Mitterrand giunse a dare vita al Parti Socialiste nel 1971 dovrebbe essere un punto di riferimento e di partenza. Le idee sulle politiche da attuare già ci sono, necessariamente schematiche, ma debbono circolare a fondo negli alquanto correntizi gruppi parlamentari e nel corpo del partito. La circolazione delle idee può essere tale da dare inizio a una cultura politica progressista di cui il PD ha assoluto bisogno. Per fortuna, le elezioni prossime più importanti saranno nel maggio 2024, quelle per il Parlamento europeo che consentiranno al PD di approfondire e articolare il suo europeismo.

Disobbedire dovrebbe essere, per chi non pone in testa alle sue priorità il fare carriera, piuttosto facile. Proprio perché è stata disobbediente, Elly Schlein dovrebbe apprezzare chi dissente da lei e saperne valorizzare, che non significa accettarle ipocritamente, le critiche tutte le volte che ci sono le motivazioni. Le molte sfumature del confronto politico costituiscono, loro sì, quando non cristallizzate in arcigne e vetuste correnti organizzate, una ricchezza. Ma, mi esercito nel politichese, la sintesi la fa la segretaria che se ne assume la responsabilità, onere e onori. Naturalmente, nessuna sintesi è definitiva poiché va sempre messa all’opera e “rottamata” quando si rivela inadeguata.

Combattere è quello che Elly Schlein ha finora dimostrato di sapere fare con determinazione e concretezza. Purtroppo, non molti nel PD hanno saputo combattere senza abbandonare il campo. Nessuno degli scissionisti sembra avere imparato la dura lezione della storia. Chi se ne va indebolisce il partito che lascia, ma vive una vita grama e rancorosa. Lo scrivo sia per i renziani e soprattutto il loro capo, sia, in misura minore, per Articolo 1 (che non può pretendere di dettare le condizioni per il suo ritorno: hic Elly hic salta). Alcune battaglie sono improrogabili e combinano i diritti sociali e quelli civili: reddito di cittadinanza e ius culturae, legge Zan e immigrazione. Non sono battaglie di testimonianza, ma di sostanza. Rendere l’Italia un paese più civile significa anche creare le condizioni di uno sviluppo che riduca le diseguaglianze che pesano. Su tutto questo lo scontro con la Presidente del Consiglio sarà tanto inevitabile quanto fruttuoso. In democrazia succede.

Pubblicato il 1° marzo 2023 su Domani

La nomina di Elly Schlein pone problemi di compatibilità politica nel PD. E ora, cari riformisti? @WarRoomCisnetto

Enrico Cisnetto ne discute con Giuseppe Fioroni, Ex Partito Democratico, già Ministro Pubblica Istruzione, Enrico Morando, già Parlamentare e Ministro Pd, Presidente Libertà Eguale e Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza politica, autore di “Tra scienza e politica. Una autobiografia” (UTET)

Le inafferrabili condizioni per la fine del conflitto @DomaniGiornale

Ascolto e leggo con perplessità e grande preoccupazione tutto quello che viene detto e scritto in maniera non prevenuta e faziosa su come può/deve finire l’aggressione russa all’Ucraina. Nessuno, neppure Xi Jinping, sembra avere abbastanza potere per influenzare le decisioni di Putin, ma, forse, non abbiamo conoscenze sufficienti per sapere e capire che cosa pensa e dice il suo entourage, chi la pensa come lui chi ha dubbi e preferenze diverse. Anche se è certamente più facile analizzare le informazioni disponibili su quel che pensano e vorrebbero gli Europei e gli USA, ho l’impressione che in molti non sia ancora stata raggiunta la consapevolezza che in Ucraina, sull’Ucraina si sta “giocando” non solo la più che legittima, inviolabile sovranità di una democrazia, ma il futuro dell’ordine mondiale internazionale.

   Sicuramente, all’inizio Putin voleva dare una lezione sulla potenza di fuoco della Russia, sul suo status e per il riconoscimento di un ruolo di assoluto rilievo. Oggi, proprio in seguito alle difficoltà incontrate, si è accorto che una sua eventuale vittoria, i cui criteri sono difficili da definire, potrebbe produrre frutti molto più copiosi. Non si tratta solo di ampliare il Lebensraum russo, esito temutissimo da tutti i paesi confinanti, ma di scardinare l’Unione Europea e, mostrando che gli USA non saprebbero come difenderla, rendere più largo l’Atlantico. A quel punto, indirettamente, Putin darebbe ancor più sostegno (im)morale alle mire cinesi su Taiwan.

   La consapevolezza che, in effetti, gli scopi della guerra di Putin sono diventati più ambiziosi e devastanti sta lentamente diffondendosi nelle elite politiche e militari occidentali, appena ritardata dalle loro preferenze contrarie: vorrebbero che non fosse così. La partenza di qualsiasi negoziato è pertanto diventata ancora più improponibile poiché nessuno all’Ovest può accettare un nuovo ordine mondiale che certificherebbe una sconfitta, ideale prima che militare, e che ne esporrebbe tutta la vulnerabilità a qualsiasi richiesta futura della Russia di Putin. In assenza di canali negoziali, non resta che la via di una esposizione trasparente di quanto l’Occidente è, da un lato, impossibilitato a cedere, ovvero, la vita e la terra degli ucraini, e dall’altro, può garantire a Putin, non scrivo russi poiché delle loro preferenze non ho informazioni. Interpreto benevolmente, forse fin troppo, la richiesta personalistica di Macron di salvare la faccia dell’autocrate del Cremlino, purché quella faccia si mostri disponibile ad una tregua negoziale il prima possibile, nell’anniversario dell’inizio dell’operazione speciale militare. Ho già scritto, senza particolare originalità, che chi perde la guerra deve andarsene, ma, nella limitata misura del possibile, saranno i russi a decidere, meglio dopo una cessazione negoziata e definitiva del conflitto.  

Pubblicato il 22 febbraio 2023 su Domani