Meloni non riesce più a nascondere i suoi errori @DomaniGiornale

L’idea iniziale di Giorgia Meloni (non so quanto condivisa dagli alleati Lega e Forza Italia) era buona, e promettente. Procedere alla legittimazione/accettazione internazionale del governo e del Primo ministro italiano serviva/seve a garantire una navigazione non troppo turbolenta. Era anche funzionale a evitare qualsiasi “ritorsione” dell’Unione Europea e ostilità degli Stati Uniti. Meloni ha efficacemente scelto e accentuato la sua posizione apertamente atlantista. Grazie a numerosi viaggi e incontri con i rappresentanti degli Stati membri dell’UE ha smussato il suo sovranismo viscerale muovendosi in una direzione che le consente di non essere più o meno informalmente tenuta lontana dai salotti buoni, dalle stanze dei bottoni europei. Sulla sostanza, però, né Meloni né la Commissione Europea possono nascondere le loro preferenze e le loro differenze.

   Purtroppo, per il governo italiano che, forse, se ne accorge troppo tardi, buona parte delle decisioni che contano, dall’immigrazione all’ambiente e al PNRR, si prendono in maniera formale e informale proprio a Bruxelles. Inoltre, sembra proprio che anche a Bruxelles leggano i quotidiani italiani, ricevano le notizie su quel che accade nello stivale, su quello che dicono i ministri e i dirigenti dei partiti della coalizione di centro-destra. Frasi avventate, annunci battaglieri senza seguito, politiche, come quelle sui diritti, contrarie alle posizioni già assunte in sede europea rafforzano quelli che talvolta sono anche pregiudizi che più o meno tutti i governi italiani hanno dovuto (non scrivo dovranno, ma …) subire e segnalano l’esistenza di sospetti non del tutto mal posti. Affermare che di alcuni ritardi negli adempimenti richiesti entro il 2023 è responsabile il governo Draghi non sembra convincente poiché Giorgia Meloni era più che consapevole di conquistare il governo molti mesi prima della vittoria elettorale. Più in generale nella maggioranza degli Stati europei le pratiche di scaricabarile non godono di popolarità.

   Se la strategia di spostare l’attenzione degli italiani sulla scena europea per nascondere quel che non va nelle politiche nazionali non funziona, allora ecco che proprio quelle politiche segnalano la loro debolezza di concezione e attuazione che smentiscono il bilancio ottimistico fatto dalla Presidente del Consiglio e condiviso dai due partner privi di fantasia e incapaci di progettazione. Quel che si è visto da ottobre a oggi è la frequente produzione di provvedimenti e decreti inadeguati, più o meno rapidamente corretti e cambiati e di linee dure tanto controverse quanto inapplicabili. Nessun vanto potrà trarre Giorgia Meloni dalla sua pratica di correggere più o meno profondamente gli errori già fatti (sugli errori prevedibili alzo un velo di riservatezza). Non le riuscirà di nasconderli con richiami identitari di destra. Sarebbe anche peggio.

Pubblicato il 30 marzo 2023 su Domani

Fascismo: totalitarismo fallito, autoritarismo realizzato #larecensione @C_dellaCultura

Che tipo di regime fu il fascismo?

Dovrebbe essere un quesito di ricerca stabilire se il fascismo sia stato oppure no un regime totalitario, un quesito degno di essere soddisfatto con una risposta di grande utilità anche per capire meglio il funzionamento del regime fascista, per spiegarne il crollo e il superamento, per valutarne le conseguenze (che, secondo non pochi studiosi pesano ancora e non poco sul sistema politico italiano, su una parte di elettorato e su alcuni esponenti politici). Invece, il libro di Emilio Gentile (Totalitarismo 100. Ritorno alla storia, Roma, Salerno Editrice, 2023) è quasi esclusivamente una difesa a spada tratta della sua tesi: il fascismo fu totalitario. Tutti coloro che lo negano sarebbero nel migliore dei casi un esempio “dell’ignoranza di dotti senza ‘dotta ignoranza’” (p. 18). Nel testo l’aggettivo totalitario e il sostantivo totalitarismo sono presenti 139 volte, 88 volte nelle prime 27 pagine. Purtroppo, l’autore non si cura di offrire una definizione di totalitario/totalitarismo in nessuna pagina del suo libro. Peraltro, concede ai lettori alcune acide riflessioni sugli scritti di autori famosi, quali, soprattutto Hannah Arendt, non alla ricerca della definizione e neppure del fenomeno, ma per contrastarne il mancato inserimento del fascismo nell’analisi del totalitarismo. Le sue citazioni degli autori sono molto selettive, escludendo fin dall’inizio coloro che hanno collocato il fascismo italiano in buona compagnia con altri paesi nella categoria dei regimi autoritari. In maniera sicuramente schematica, credo sia lecito chiedere agli studiosi: “c’è stata più affinità fra il fascismo e il bolscevismo oppure fra il fascismo e il franchismo?”

Soltanto nelle pagine conclusive, Gentile cita per esteso le definizioni del fascismo come regime totalitario formulate rispettivamente dal giovane marxista Lelio Basso e dall’oppositore cattolico don Luigi Sturzo. Per il primo, cito per esteso, gli elementi essenziali della realtà (dunque, non del ”regime”) fascista“ non ricomprendevano “un’ideologia e una concezione dello Stato che non fosse un mero riflesso della sua politica concreta, che mirava esclusivamente a conservare il potere conquistato, trasformandolo in un monopolio del governo, dello Stato e della politica, con il sostegno di una propria forza armata di partito, e con l’imposizione dei propri miti come un credo religioso, che divinizzava la nazione, identificandola col fascismo stesso, e considerando tutti gli avversari del fascismo, in quanto tali, nemici della nazione, che dovevano essere combattuti e annientati con qualsiasi mezzo” (p. 172, tutti i corsivi sono miei).

Per Sturzo, sostiene Gentile, “il totalitarismo era intrinseco alla natura del fascismo e ne condizionava tutta l’azione, spingendolo ‘ad assorbire tutte le forze nazionali: l’esercito, al quale ha messo a lato la milizia nazionale, che è milizia di partito; e la economia, organizzata nella forma corporativa di partito, per assoggettarla al paternalismo di Stato” (pp. 187.188) (corsivi miei). Infine, Sturzo sottolineava il centralismo statale del fascismo, nuovo “Leviatano che assorbisce ogni altra forza e che diviene l’espressione di un incombente panteismo politico” (p. 188). Troppo facile sottolineare la non sistematicità delle definizioni proposte da Basso e da Sturzo che, pure, entrambe contengono elementi utili. Semmai, il compito, certo esigente e delicato, di chiarire il concetto, avrebbe dovuto essere svolto a maggio ragione dall’autore di un libro che porta il titolo Totalitarismo 100.

Totalitarismo: le definizioni

Una buona analisi comincia dalla definizione del concetto. Da Giovanni Sartori ho imparato che sono possibili e, al tempo stesso, utili tre modalità definitorie. La prima si fonda sulla etimologia. Lì può anche arrestarsi e sicuramente non deve essere travolta. Totalitario significa tutto, omnicomprensivo. Può riguardare l’accentramento del potere, il controllo di una società, la natura di un regime. La seconda modalità definitoria dipende e discende da come quel concetto è stato concepito, percepito, utilizzato per l’appunto nel corso della storia. Nel caso del totalitarismo la sua storia è relativamente breve: cent’anni asserisce Gentile, correttamente. Infatti, la prima volta che l’aggettivo totalitario fa la sua comparsa nel lessico politico è in un articolo scritto dall’antifascista liberale Giovanni Amendola e pubblicato il 12 maggio 1923 sulle pagine del quotidiano “Il Mondo”. Amendola accusava Mussolini di volere costruire un sistema totalitario inteso dominio assoluto e spadroneggiamento completo e incontrollato nel campo della vita politica e amministrativa. Dunque, totalitarismo era un progetto o, nelle parole di Amendola, una promessa, non un sistema ovvero, meglio, un regime realizzato. Facendosi forte di queste parole di colui che diventò un martire del fascismo, Gentile accusa tutti coloro che rifiutano di accettare la definizione di totalitario per il regime fascista di gravemente offendere la memoria di Amendola e di altri antifascisti. Non gli riesce di capire la differenza fra la polemica politica, sacrosanta quella di Amendola, e l’analisi scientifica che, ovviamente, si costruisce e si fonda su altri, differenti criteri. Sceglie anche di dimenticare o ritenere irrilevanti le parole pubblicate il 7 ottobre 1924 dallo stesso Amendola: “il torbido e servile miraggio di un regime ‘totalitario’” era “svanito per sempre”, pure da lui citate (p. 155). La terza modalità definitoria nella visione di Sartori è quella stipulativa. Un certo numero di studiosi più o meno deliberatamente più o meno concertatamente stabiliscono che d’ora in poi un insieme di comportamenti, un fenomeno, un regime dovranno essere identificati con l’aggettivo totalitario. Qualora le loro motivazioni risultino solide, convincenti, in grado di cogliere meglio la specificità di quei comportamenti, fenomeni, regimi e la comunità scientifica ne prende atto accettando l’aggettivo e il sostantivo che sono stati proposti.

Nel caso del totalitarismo possiamo vedere due occorrenze. Da un lato, Mussolini si appropriò immediatamente, in maniera del tutto compiaciuta del termine come perfettamente adatto al regime che il fascismo voleva essere e costruire. Che vi sia riuscito o no è oggetto del contendere storico e politico, e non bastano le moltissime volte in cui Gentile usa, più o meno a sproposito, l’aggettivo totalitario riferendosi a “modo d’agire”, “metodo”, “spirito”, “programma”, “azione pratica”, “volontà”, “organizzazione del sistema di potere e di dominio” fino a “elezioni totalitarie (p, 120, a rendere convincente e insuperabile la affermazione che il fascismo fu totalitario, punto e basta. Dall’altro, il tentativo che l’autore definisce “negazionista” quello, cioè, di sbarazzarsi del tutto di totalitario/totalitarismo perché erroneamente ritenuti concetto/termine da/di Guerra Fredda, è fallito. Il sostantivo totalitarismo non nacque come arma per combattere la guerra fredda. Continua ad avere utilità analitica per descrivere e spiegare i due grandi casi storici dell’Unione Sovietica e del Nazionalsocialismo. Serve altresì a chi voglia comprendere struttura e fisiologia della Repubblica Popolare Cinese (1949), funzionamento e collasso della Repubblica Democratica Tedesca (1949-1990), della Corea e del Nord e, molto probabilmente, anche del Vietnam.

A questo punto, per quanto controversa oppure proprio per questo motivo, è opportuno presentare per esteso quali sono le caratteristiche distintive del totalitarismo. Furono delineate da un grande Professore di Government a Harvard Carl J. Friedrich e dal suo giovane allievo Zbigniew Brzezinski e pubblicate nel 1956: Totalitarian Dictatorship and Democracy (Cambridge, Mass., Harvard University Press), poi riviste e sistematizzate dal solo Friedrich nel 1969: The evolving theory and practice of totalitarian regimes (in C. J. Friedrich, M. Curtis, e B. Barber, Totalitarianism in Perspectives: Three Views, New York, Praeger), tutti testi che sembrano ignoti a Gentile, da lui comunque ignorati.

Dunque, è probabile che in un regime totalitario siano presenti, tutti o quasi, gli elementi che seguono:

a) Una ideologia totalizzante

b) Un partito unico

c) Una polizia segreta notevolmente sviluppata

d) il monopolio statale dei mezzi di comunicazione

e) il controllo centralizzato i tutte le organizzazioni politiche, sociali, culturali fino alla creazione di un sistema di pianificazione economica

f) la subordinazione delle forze armate al potere politico

Di questi elementi un solo uno, la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, è menzionata tre/ i quattro volte da Gentile. Certo, possiamo anche sottolineare che, in effetti, il Partito Nazionale Fascista fu un partito unico, ma dobbiamo subito dopo riconoscere che la presenza sul territorio di quel partito non fu mai effettivamente né capillare né pervasiva e che è difficile riconoscergli un ruolo esclusivo e “totale” di guida. Mussolini decideva senza necessariamente convocare gli organismi di partito e fare leva su di loro. Ripetutamente l’autore parla di Stato-Partito e di Partito-Stato senza chiarire le differenze intercorrenti. Essere iscritti al partito, meglio volenti che nolenti, era ovviamente importante per fare carriera, ad esempio nella burocrazia nazionale e nelle burocrazie locali, ma la burocrazia non fu mai totalmente fascistizzata e gli alti burocrati sempre mantennero spazi di indipendenza/indifferenza operativa. Il potere del leader ufficialmente ai limiti dell’assoluto riconosceva che la burocrazia non era completamente assoggettabile. Insomma dei sei elementi (dell’ideologia dirò dopo) che, secondo Friedrich, caratterizzano un regime totalitario, il fascismo ne presentò due/due e mezzo.

Autoritarismo, allora

A questo punto, sembrerebbe più promettente, forse doveroso cercare la risposta alla domanda “che tipo di regime fu il fascismo?” guardando agli elementi caratterizzanti i regimi autoritari. Non è soltanto una mia opinione personale che la miglior caratterizzazione di che cosa è un regime autoritario continui ad essere, a quasi sessant’anni dalla sua prima formulazione, quella pubblicata dal grande studioso spagnolo Juan Linz (1926-2013) con riferimento al franchismo (1939-1975). Più che opportuno citarla per esteso, anche come esempio di accurata configurazione degli elementi costitutivi dei regimi autoritari. Più precisamente questi regimi sono (cito dall’articolo Autoritarismo nella Enciclopedia delle Scienze Sociali, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1991, p. 444, tutti i corsivi sono miei).

“sistemi a pluralismo politico limitato, la cui classe politica non rende conto del proprio operato, che non sono basati su una ideologia guida articolata, ma sono caratterizzati da mentalità specifiche, dove non esiste una mobilitazione capillare e su vasta scala, salvo in alcuni momenti del loro sviluppo, e in cui un leader, o a volte un piccolo gruppo, esercita il potere entro limiti mal definiti sul piano formale, ma in effetti piuttosto prevedibili”.

Ciascuno degli elementi individuati e poi nel corso dell’articolo analizzati da Linz trovano riscontro non soltanto, ovviamente, nel franchismo, ma anche nel fascismo italiano nonché nel salazarismo portoghese e in non poche esperienze latino-americane raramente assurte per durata e solidità a veri e propri regimi autoritari. Non è questa la sede per un confronto approfondito fra i diversi tipi di regimi autoritari, ma l’esercizio sarebbe più che utile, essenziale. Mi limiterò a ricordare quanto più volte affermato da Giovanni Sartori: “chi conosce un solo sistema politico non conosce neppure quel sistema politico”. La conoscenza, per quanto approfondita, di un unico regime autoritario non è garanzia di effettiva, assoluta, “totale” comprensione di tutte le caratteristiche di quel regime autoritario. Solo la comparazione consente di acquisire conoscenze approfondite, adeguate, sottoponibili a verifica, “falsificabili” (come voleva Karl Popper) e rimodulabili.

Non mi pare che nessuno studioso abbia mai attribuito il termine totalitario al regime franchista. Eppure, nella sua strutturazione la Spagna di Franco è stata il regime politico più simile all’Italia di Mussolini. Ma come potrebbe un sistema politico nel quale permane un “pluralismo politico [seppure] limitato” essere considerato totalitario? Per ineccepibile definizione, in un regime totalitario non può esistere/sussistere nessun pluralismo. Un partito (partito-Stato?) ha acquisito, mantiene, esercita il monopolio del potere politico. Dunque, invece di pluralismo si ha monolitismo. Quel monolitismo può essere minato e incrinato da tensioni e conflitti endogeni, internamente prodotti, che sono individuati e mirabilmente analizzati da Karl W. Deutsch (Cracks in the Monolith: Possibilities and Patterns of Disintegration in Totalitarian Systems 497-508, sotto forma di crepe in grado di fare crollare un edificio all’apparenza granitico (sic).

Ciò detto, sarebbe sbagliato pensare e sostenere che il fascismo non ebbe ambizioni e aspirazioni totalitarie. Al contrario, nella molto acuta e suggestiva distinzione fra fascismo-movimento e fascismo-regime, il grande storico Renzo De Felice coglie con ragguardevole perspicacia la distanza che è intercorsa fra il fascismo-movimento, che mirava a spazzare via tutto quello che si opponeva alla sua ascesa e al suo (eventuale) esercizio “totalitario” del potere, e il fascismo-regime. Ho sempre pensato che questa acuta distinzione possa essere mostrata molto efficacemente ricorrendo a due immagini: Mussolini in camicia nera, il movimentista; Mussolini in frac e lobbia, la sua leadership normalizzata nel regime.

Insediatosi al vertice, Mussolini prese atto della sua insufficienza “totalitaria” e della necessità di accettare la persistenza del potere culturale e sociale della Chiesa Cattolica (addirittura nelle forme ufficiali del Concordato, fin dal 1929, e dei Patti lateranensi; della impossibile fascistizzazione delle Forze Armate; della passività gommosa della burocrazia, prevalentemente al servizio delle preferenze dei suoi componenti; degli spazi di autonomia operativa rivendicati dagli industriali ascendenti e dai latifondisti decadenti; nonché, da ultimo, ma nient’affatto, come si sarebbe visto, minimo, della sopravvivenza della monarchia. In quale altro regime totalitario sarebbe concepibile la presenza di una Casa Reale: i Romanov nella Unione Sovietica? Con qualche forzatura analitica aggiungerei i Pahlavi nella teocrazia iraniana?

Crollo e transizione

Le storie del fascismo si fermano spesso al defenestramento di Mussolini ad opera del Gran Consiglio il 25 luglio 1943 e al dimissionamento dello sconfitto Duce deciso dal Re il cui potere, dunque, non era stato “total[itaria]mente” azzerato dal fascismo. Quando un regime totalitario crolla, Nazismo e Comunismi (DDR, URSS e altri) non c’è “transizione”. Non esistono istituzioni, associazioni, gruppi solidi e ampi in grado di ricevere, ereditare non è il verbo più appropriato, quel che rimane del potere politico. A chi lo consegnerà il Partito Comunista Cinese? A chi sarà costretto a cederlo Kim Jong-un, il Leader supremo della Corea del Nord? Roberto Rossellini, regista di raffinata cultura, intitolò “Germania Anno Zero”, il suo film sulla Germania post-nazista.

Giustamente. Sconfitto e travolto il nazismo, vero totalitarismo, non era rimasto nulla di organizzato. Si doveva ripartire da zero. Gli studiosi di politica che elaborarono il progetto dell’ampio progetto di ricerca comparato sulle possibilità di transizione dai regimi non-democratici, con un posto di rilievo per l’America latina (Guillermo O’Donnell, Philippe C. Schmitter, Lawrence Whitehead, Transitions from Authoritarian Rule. Prospect for Democracy, Baltimore-London, The Johns Hokins University Press, 1986), inclusero capitoli sull’Italia (The Demise of the First Fascist Regime and Italy’s Transition to Democracy: 1943-1948, pp. 45-70 affidato a chi scrive): sulla Spagna, sul Portogallo, sulla Grecia, sulla Turchia, non sui regimi totalitari nei quali c’è crollo, non varie forme di “successione” e modalità diverse di negoziazione fra protagonisti.

Certo, più che corretto è inevitabile definire transizione anche l’intervallo fra il crollo di un regime totalitario e l’instaurazione del regime successivo. Però, nessuna di quelle transizioni è nelle mani di istituzioni, associazioni e gruppi che i totalitarismi avevano bandito, schiacciato, sterminato. In Italia non era morta la monarchia (in Spagna viene addirittura fatta rivivere). In entrambi i sistemi politici la ricostruzione politico-istituzionale ebbe modo di fondarsi sulla Chiesa, la burocrazia, le Forze armate, gli industriali (in Spagna anche una ampia frazione del Movimento Falangista ebbe un significativo ruolo politico esercitato dal suo capo Adolfo Suarez che divenne Primo ministro). In un certo, molto rilevante, senso, la presenza di attori politici, sociali, economici organizzati nella transizione da un regime non-democratico ad altro regime (non è possibile ipotecarne gli esiti) costituisce la prova provata che quel regime non era totalitario. La dura lezione dei fatti contribuisce a insegnare in che modo e con quali criteri classificare, mirando alla maggior precisione possibile, i regimi non-democratici.

In altra sede, naturalmente, ci si potrebbe anche dedicare alle numerose varianti dei regimi e delle esperienze non democratiche. Fra i primi hanno un ruolo di notevole rilievo i regimi militari di longue durée: Egitto, Myanmar. L’Africa subsahariana offre molti esempi di autoritarismi, per lo più relativamente instabili. La teocrazia iraniana è senz’ombra di dubbio un regime autoritario. I sultanismi, definizione di Linz che si attaglia a esperienze autoritarie personalizzate, come quelle di Ghaddafi in Libia e di Saddam Hussein in Iraq, alle quali si possono aggiungere diversi casi nell’America centrale, non si trasformano in veri e propri regimi per la debolezza del tessuto associativo, ma anche per volontà del sultano che teme la sfida di qualsiasi attore politico e sociale organizzato e vieta qualsiasi attività associativa (ma etnie e confessioni religiose sono incancellabili). In tutti questi casi, le transizioni risultano incerte, difficili, protratte proprio a causa della inadeguatezza delle strutture esistenti tranne, talvolta, di quelle preposte all’ordine pubblico e alla sicurezza nazionale sulle quali è improbabile costruire una democrazia.

Defascistizzare?

Concludo scrivendo poche parole su una tematica carsica: la mancata defascistizzazione/epurazione che mi pare inesorabilmente collegata alla natura dei regimi autoritari. In prima approssimazione ritengo che sia possibile affermare che, pure non essendo totalmente asservite al regime, la Chiesa, la burocrazia, le Forze Armate, l’Associazione Industriali avevano al loro interno, oltre a a molti iscritti con molteplici motivazioni e “intensità” al Partito Nazionale Fascista, numerosi, ancorché non maggioritari, estimatori del fascismo. Il fenomeno è simile in Spagna, anche se colà ci furono significativi cambi generazionali in particolare nel clero della potente Chiesa cattolica post-Concilio Vaticano II e, in misura minore, nelle Forze Armate e nella burocrazia statale. Ipotizzo, ma forse già fin d’ora ne sappiamo abbastanza, che per una varietà di ragioni nessuna delle associazioni esistenti volesse procedere ad una sua auto-epurazione. A meno che si fossero macchiati di comportamenti particolarmente riprovevoli, era complicato, talvolta anche emozionalmente, liquidare, espellere, costringere ad andarsene, colleghi di lavoro, compagni d’armi, collaboratori di lungo corso. Inoltre, una epurazione su larga scala nella fase in cui iniziava la competizione politica secondo regole democratiche per le quali i numeri contano, avrebbe danneggiato l’intera associazione, i suoi componenti, i suoi obiettivi. Un’epurazione di quel genere, rivelando l’ampiezza e la profondità del coinvolgimento dell’associazione nel regime avrebbe avuto effetti molto negativi sul prestigio di ciascuna associazione. Il resto lo fecero tutti coloro che minimizzarono opportunisticamente la quantità e la qualità del sostegno dato da loro (e dai loro parenti, amici, colleghi) al regime. Per lo più la fecero franca. Il conto dell’autoritarismo fascista e del suo pluralismo limitato non competitivo non l’abbiamo ancora pagato del tutto

Insomma, da qualsiasi punto di vista, purché non sia provinciale e parrocchiale, lo si giri: definitorio, classificatorio, concettuale, storico, comparato, “totalitarismo” non risulta il termine appropriato per definire il fascismo italiano. Al contrario, con buona pace dei suoi utilizzatori/trici, talvolta rigidi e ostinati, come Emilio Gentile e alcune sue allieve, talaltra pigri e copioni, il termine è spesso fuorviante e mai in grado di rendere conto di quello che il fascismo italiano riuscì effettivamente ad essere, del suo funzionamento, della sua caduta, dei suoi lasciti. Non basterà “tornare alla storia” per muovere gli indispensabili passi avanti nella direzione giusta. Bisognerà fare ricorso, come alcuni pochi storici sanno e già hanno fatto, agli abbondanti contributi in materia disponibili oramai da molti decenni (ad alcuni dei quali, quelli che mi paiono fondamentali, ho qui fatto sintetico riferimento) che identificano regole e meccanismi, spiegano come funzionano i partiti e le istituzioni, esplorano le dinamiche evolutive, proprio come sanno fare i migliori cultori della scienza politica.

Pubblicato il 29 marzo 2023 su casadellacultura.it

Le battaglie per i diritti si combattono sempre @DomaniGiornale

Per definizione, ma anche con un occhio educato alla storia), qualsiasi battaglia per i diritti delle persone: bambini, anziani, donne, generi diversi discende da una concezione liberale. Quel liberalismo ha talvolta fatto fatica ad affermarsi nei partiti di sinistra che hanno spesso anteposto ai diritti “civili” batterie di diritti sociali. Lo hanno fatto perché convinti che nel loro seguito, diciamo con una tremenda semplificazione, la classe operaia, che i diritti sociali dovessero essere perseguiti prima e più dei diritti civili, fosse una posizione prevalente. Negare in partenza che non era così è probabilmente sbagliato. Certamente, non è facile argomentare, a fronte di un diffuso e persistente disagio economico, che è giusto e opportuno non dimenticare e non svalutare l’importanza dei diritti delle persone. Questa argomentazione diventa più facile e meglio praticabile laddove la destra sia, da sempre, costitutivamente, assai poco propensa ad ampliare gli spazi di libertà e mostri con frequenza e costanza il suo volto più arcigno, omofobo, punitivo.

   Troppi esponenti della destra, con toni anche religiosi, non solo difendono posizioni bigotte e reazionarie, è un loro diritto, ma pretendono di imporle agli altri, a tutti. Il pluralismo non è mai stato il forte delle destre. Il riconoscimento delle diversità, neppure. L’accettazione di una pluralità di stili di vita, di sessualità e di congedo dalla vita, nessuno dei quali contrasti e metta a rischio quel che ciascuno di noi ritiene preferibile, non è nelle corde della maggioranza delle donne e degli uomini che si collocano a destra nel nostro paese.

   Più di altri nella sinistra, la neo-segretaria del Partito Democratico Elly Schlein sembra decisa ad affrontare la sfida con la destra al governo anche sul piano dei diritti delle persone. È una buona notizia. Però, qualcuno a sinistra nonché i soliti saccenti commentatori che pretendono dare la linea ad un partito che, comunque, non apprezzano e non votano, ritengono la scelta di Schlein erronea e controproducente, secondo loro, lodata soltanto dai borghesi delle Ztl (mio luogo di residenza). Siamo alle solite argomentazioni. Si tratta di diritti che riguardano minoranze (ma quelli sono proprio i diritti che i democratici debbono proteggere e promuovere). Antagonizzano i cattolici (sulla entità delle cui “divisioni” belliche e della non disponibilità nutro seri dubbi). Non serviranno a recuperare voti popolari, anzi ne faranno perdere. A mio avviso, le battaglie di civiltà si combattono ogni volta che c’è l’occasione. Dunque, adesso.

Pubblicato il 22 marzo 2023 su Domani

Cosa si guadagna a cosa si perde con il semipresidenzialismo @DomaniGiornale

Il semipresidenzialismo è una forma di governo a se stante. Non è un misto, una combinazione variabile di parlamentarismo e presidenzialismo. Tuttavia, ce ne eravamo accorti per tempo (Stefano Ceccanti, Oreste Massari, Gianfranco Pasquino, Semipresidenzialismo. Analisi delle esperienze europee, Bologna, il Mulino, 1997) nel suo funzionamento può, di volta in volta, vedere grande potere per il Presidente, comunque, non “iperpresidenzialismo” oppure il potere di governo quasi tutto nelle mani del Primo ministro e della sua maggioranza parlamentare, comunque non “parlamentarismo” poiché il Presidente è più che un freno e un contrappeso. Il Presidente è eletto con voto popolare separatamente dal Parlamento. Ha poteri esecutivi e soprattutto può, entro certi limiti, decidere se e quando sciogliere il Parlamento. Nomina il Primo ministro che deve godere della fiducia del Parlamento e che, dunque, è il capo della maggioranza parlamentare che, talvolta, non coincide con la maggioranza che ha eletto il Presidente.

   A loro insaputa, i grandi giuristi, fra i quali Hugo Preuss, e politici che nel 1919 scrissero la Costituzione tedesca disegnarono una forma di governo semipresidenziale ante-litteram. Dovendo sostituire un imperatore la cui legittimità discendeva dalla tradizione e dalla storia, decisero di investire il Presidente della Repubblica, poi nota come Weimar, con la legittimità derivante dall’elezione popolare diretta. Notevoli poteri di governo furono riconfermati nel Cancelliere di Weimar. Quello che cambiò profondamente fu la competizione fra i partiti, del tutto democratica grazie anche ad una legge elettorale proporzionale. Weimar crollò, ma la causa non fu certamente la proporzionale e neppure il tanto vituperato articolo 48 che concedeva poteri eccezionali in stato di emergenza al Presidente della Repubblica. La causa incontrollabile fu la polarizzazione estrema fra due partiti antisistema: il Nazionalsocialista e il Partito comunista staliniano.

   Non immediatamente compreso nella sua complessità e nella sua strutturazione, il semipresidenzialismo fece la sua ricomparsa dopo il crollo della Quarta Repubblica francese (1946-1958), forma di governo parlamentare debole e inefficiente, fin dall’inizio duramente contrastata e delegittimata da de Gaulle che le aveva subito contrapposto le sue idee costituzionali formulate nel discorso pronunciato nel giugno 1946 a Bayeux. Per uscire dalla “eterna palude”, definizione da lui data della politica nella Quarta Repubblica, Maurice Duverger, noto studioso di Diritto Costituzionale e Scienza politica, nelle pagine del quotidiano “Le Monde”, proponeva l’elezione popolare diretta del Primo Ministro (poi goffamente ripresa da alcuni italiani anche nostri contemporanei). Tenendo conto delle preferenze espresse dal Generale, i consiglieri costituzionali di de Gaulle procedettero nel senso della concessione di notevoli poteri esecutivi al Presidente della Repubblica inizialmente nel 1958 eletto dall’Assemblea Nazionale, poi, dal 1965, direttamente dal popolo: legittimità democratica ineccepibile accompagnata da un mandato settennale per porlo al di sopra dell’Assemblea nazionale e dei rappresentanti eletti per cinque anni.

   Contro le régime des partis, quei partiti responsabili della palude della Quarta Repubblica, de Gaulle volle una legge elettorale maggioritaria in collegi uninominali con una soglia di passaggio al secondo turno per i candidati del 5, poi 10, poi 12.5 per cento degli aventi diritti. L’intento, chiaramente riuscito, era quello di rendere ininfluenti i piccoli partiti, i cui ricatti avevano prodotto molti governi instabili, e di spostare l’attenzione degli elettori sui candidati, su una nuova classe dirigente che i gaullisti in primis dimostrarono di saper selezionare. Per 23 anni, metà dei quali, senza de Gaulle, nel sistema politico francese non ci fu alternanza, ma notevole competizione politica sì e la nascita del Parti Socialiste. La vittoria di François Mitterrand nel 1981 fu il primo test di un fenomeno/rischio forse neppure immaginato da de Gaulle e dai suoi consiglieri: una maggioranza parlamentare di un colore, centro-destra vittorioso nel 1978, e Presidente del colore opposto, ma dotato del potere di sciogliere l’Assemblea Nazionale purché avesse almeno un anno di vita. Richiamati alle urne subito gli elettori affidarono al Presidente Mitterrand la maggioranza che desiderava e che era essenziale per governare. Ma nel 1986 nuovamente gollisti e Repubblicani indipendenti conquistarono la maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale nonostante Mitterrand avesse introdotto una legge PR che, fenomeno di enorme impatto, consentì l’affermazione di 35 esponenti lepenisti, loro capo compreso.

Pur potendo, Mitterrand preferì non sciogliere l’Assemblea nazionale in attesa della riconferma, che ottenne, alla Presidenza nel 1988. La coabitazione successiva ebbe luogo dal 1993 al 1995 quando, vecchio e malato, il Presidente preferì completare il suo mandato senza nessuno scioglimento. Un enorme errore, ovvero una scommessa rischiosa del Presidente Chirac che sciolse l’Assemblea nella quale godeva di una sostanziosa maggioranza, portò alla più lunga delle coabitazioni, 1997-2002, fra Chirac e il socialista Jospin e pose le premesse per una riforma costituzionale di notevole importanza che, ritengo, de Gaulle non avrebbe assolutamente gradito. Riduzione del mandato presidenziale a cinque anni, elezioni presidenziali da svolgersi prima di quelle parlamentari, con il Presidente eletto in grado di esercitare un effetto di trascinamento a favore dei candidati al parlamento del suo schieramento. Così è finora stato. Mi sono dilungato sul modello capostipite, ma la storia politico-costituzionale del semipresidenzialismo in Portogallo offre un esempio di successo con non poche coabitazioni, una attualmente in corso: governo di sinistra, Presidente del centro-destra.

La temuta e inizialmente molto criticata coabitazione non è in nessun modo assimilabile al governo diviso nel presidenzialismo USA. Nella coabitazione c’è sempre chi governa: il Presidente se ha la maggioranza nell’Assemblea oppure il Primo ministro che diventa e rimane tale proprio perché ha e fintantoché mantiene la maggioranza che ha tutto l’interesse a rimanere compatta e a mostrare efficienza per rendere quasi impossibile/ingiustificabile lo scioglimento ad opera del Presidente.  Negli USA, quando compare il “governo diviso”: Presidente di un partito, almeno una camera con maggioranza assoluta dell’altro partito, nessuno governa. Ne conseguono stallo decisionale e pratiche diffuse di scaricabarile, buckpassing, che impediscono all’elettore di valutare le responsabilità politiche, sempre evidenti nella coabitazione del semipresidenzialismo.

   Nel corso del tempo, il semipresidenzialismo è stato importato e fatto funzionare in non pochi sistemi politici: del Portogallo nel 1975 ho detto; in buona parte delle ex-colonie africane francofone e sorprendentemente a Taiwan (Semi-presidentialism outside Europe, a cura di Robert Elgie e Sophia Moestrup, Londra e New York, Routledge, 2007); in diversi sistemi politici post-comunisti: Polonia, Romania, Bulgaria, Ucraina (Angelo Rinella, La forma di governo semipresidenziale. Profili metodologici e “circolazione” del modello francese in Europa centro-orientale, Torino, Giappichelli, 1997).

  La transizione da una Repubblica parlamentare, come quella italiana, a una Repubblica semipresidenziale, richiede anzitutto una discussione non allarmistica e non apodittica, ma anche la presentazione non apologetica e non esagerata dell’esito finale come se potesse risolvere tutti i problemi politici italiani, molti dei quali non dipendono affatto dalle istituzioni. L’esperienza francese, ma non solo, è decisamente positiva. Ricca di insegnamenti, rivela che il semipresidenzialismo presenta qualche inconveniente, ma è certamente in grado di offrire notevoli opportunità istituzionali e politiche.  

Pubblicato il 18 marzo 2023 su Domani

Moro 16 marzo 1978: un rapimento che cambiò la storia?

Da quando il 16 marzo 1978 le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro, la domanda è sempre, giustamente, la stessa: “quell’azione cambiò la storia d’Italia?”. Alla luce di quanto è successo da allora e di quanto abbiamo imparato sulla politica italiana (e europea), la risposta di alcuni fra i contemporanei e, per quel che conta, la mia, sembra essersi trasformata nel corso del tempo. Sicuramente, la politica cambiò, ma Moro aveva già perso la sua battaglia dentro la DC. Non gli era stato sufficiente riportare Andreotti a Palazzo Chigi come rassicurazione ai suoi oppositori interni e esterni. Anzi, proprio quel governo senza ministri comunisti segnalò a Berlinguer che la sua strategia di compromesso storico era arrivata al capolinea. Sarebbe stata frettolosamente sostituita un anno dopo dall’alternativa democratica che escludeva i democristiani e sfidava i socialisti di Craxi. Moro non avrebbe più potuto tessere la sua tela che, secondo fin troppi interpreti, avrebbe dovuto portare ad una mai precisamente definita democrazia “compiuta”, forse includendo in maniera subalterna il PCI in un ennesimo governo a guida DC. Ma il compromesso storico di Berlinguer non solo era un’operazione che guardava molto più lontano della semplice formazione di uno o più governi. Richiedeva il riconoscimento di protagonista della politica italiana allo stesso livello della DC. Troppi analisti hanno sottovalutato, quasi nascosto che, da un lato, la grande maggioranza dei democristiani non riteneva affatto auspicabile qualsivoglia coalizione di governo con i comunisti di Berlinguer e che, dall’altro lato, fra i comunisti i convinti del compromesso storico erano probabilmente una minoranza, per quanto grande, sorpassata dagli oppositori e, soprattutto da coloro che vi vedevano una opportunità tattica, per andare al governo. Dopodiché, la superiore organizzazione del PCI e la disciplina dei dirigenti e dei parlamentari avrebbero avuto la meglio su quel partito di correnti in conflitto permanente che era la DC. Sia Berlinguer sia Moro credettero che l’effervescenza sociale, anche violenta, eravamo negli anni di piombo, potesse essere ingabbiata in una inusitata alleanza di “partiti-chiesa”, così definiti dal sociologo Franco Alberoni, i cui “fedeli” stavano diventando meno ossequienti e meno praticanti. La democrazia italiana non si stava muovendo nel senso della compiutezza, ovvero la possibilità di alternanza al governo estesa anche al PCI. Al contrario, in pochi anni tanto la DC quanto il PCI cominciarono a perdere voti scendendo dalle vette elettorali raggiunte nel 1976. La formazione della coalizione del pentapartito con prima un repubblicano, Spadolini, poi un socialista Craxi come Presidente del Consiglio segnalò con estrema chiarezza che, sì, la politica italiana era effettivamente cambiata (che non significa in nessun modo migliorata), ma anche che né la strategia di Moro né, tantomeno, quella di Berlinguer avevano concretamente avuto la minima possibilità di essere attuate.

Pubblicato AGL il 16 marzo 2023

LA DEMOCRAZIA  Riflessioni a partire da “La teoria della democrazia in Norberto Bobbio” #17marzo #Chiampo #Vicenza

Venerdì 17 marzo, ore 20.45
 Sala consiliare, Chiampo (VI)

LA DEMOCRAZIA
Riflessioni a partire da “La teoria della democrazia in Norberto Bobbio ” di Nicola Muraro

 Ne discutono con l’ autore:

Giulio Azzolini, Prof.re di Filosofia Politica presso l’Università Ca ‘ Foscari di Venezia

Giorgio Cesarale, Prof.re di Filosofia Politica presso l’Università Ca ‘ Foscari di Venezia

Gianfranco Pasquino, Prof.re Emerito di Scienza Politica presso l’Università di Bologna
autore di Bobbio e Sartori: Capire e cambiare la politica

Come cambiare davvero l’organizzazione del Pd per renderlo democratico @DomaniGiornale

La nuova segretaria del Partito Democratico deve ricostruire un’organizzazione, non solo una comunità, come dicono in politichese, ma una struttura presente e attiva sul territorio. Il lavoro è tutto da fare, molto meno sexy del declamare a voce alta e magari indignata i diritti civili e sociali sui quali il governo è debole, ma almeno altrettanto importante. Infatti, è grazie ad un’organizzazione ben funzionante che quei diritti saranno comunicati ai simpatizzanti e ai potenziali elettori, saranno spiegati in maniera da coinvolgerli e fare nascere e crescere in loco la convinzione che un governo a guida PD renderebbe il paese più solidale, più vitale, migliore. Naturalmente, in questo compito, a mio parere decisivo, dovrebbero avere un ruolo centrale gli iscritti che molti resoconti, non so su quali basi, riferiscono essere, se non proprio umiliati, delusi e scoraggiati poiché la loro preferenza per il segretario è risultata (s)travolta dagli elettori/elettrici primarie/e.

  Come si ricostruirà un partito intorno alle due proposte che, molto schematicamente, sono emerse nelle poche esternazioni in materia di Schlein e Bonaccini? Davvero la nuova segretaria crede che sarà sufficiente l’afflusso di poche decine di migliaia di iscritti (quanto davvero nuovi e non rientri sarà poi utile sapere) e l’apertura ai movimenti, alla famosa società civile, a rinnovare/ristrutturare il partito? Davvero il neo-presidente del partito è convinto che la spina dorsale del PD debbano essere gli amministratori locali, tutti wonderwomen e supermen che oltre all’intensa e assorbente attività amministrativa avranno tempo e voglia da dedicare alle riunioni e all’attività di partito con il rischio di politicizzare la loro carica di governo locale?

Schlein non ha in nessun modo chiarito quale può essere l’offerta alle associazioni e ai gruppi esterni che li convinca ad avvicinarsi al PD. Forse due “sardine” in Direzione sono un primo segnale, ma inevitabilmente già concluso. Mi parrebbe molto opportuno tentare, in una pluralità flessibile di forme, l’instaurazione di un rapporto con i lavoratori organizzati, non tipo cinghia di trasmissione che rischierebbe di essere il sindacato CGIL che detta con il PD che si adopera per l’attuazione. Precari e pensionandi, che sono gran parte di quel mondo, attendono risposte che tengano insieme credibilmente quanto troppi spacchettano ovvero proprio come non solo difendere il lavoro, ma produrne le opportunità, di volta in volta, riconoscendo nei fatti la centralità come elemento di sussistenza e di dignità. Non è un frase fatta, ma un impegno da prendere e da articolare.

Auspicabilmente, un Partito Democratico dovrebbe porre in alto sulla sua agenda il tema della partecipazione politica, come apprendimento, come modalità di rapportarsi agli altri, come attività che può dare soddisfazione nel perseguimento di obiettivi personali e di solidarietà. Al diversificato “popolo” (sic, non “partito”) degli astensionisti va mandato non solo l’invito alla partecipazione in quanto dovere politico e al voto in quanto dovere costituzionale (art. 48), ma anche il messaggio che chi partecipa contribuisce a fare sì che le sue preferenze e i suoi interessi siano presi in seria considerazione. Tutto questo potrà essere fatto partendo dal basso, non sta a me valutare quanto gli esistenti circoli siano in grado di rilanciarsi, dai livelli locali favorendo l’emergere di una nuova classe dirigente e di una cultura politica che richiede studio e apprendimento. L’ora è già scoccata.

Pubblicato il 15 marzo 2023 su Domani

Obiezione alla guerra. Un’altra difesa è possibile? #opinioni a confronto #12marzo #Senigallia


Auditorium Cancelli
Senigallia

Domenica 12 marzo 2023
ore 18

Obiezione alla guerra. un’altra difesa è possibile?
opinioni a confronto


Gianfranco Pasquino
Mao Valpiana

L’inutile fuga dal PD dei riformisti scissionisti @DomaniGiornale

Immagino che una buona parte, sicuramente maggioritaria, di coloro che hanno votato Elly Schlein stiano assistendo con amarezza e irritazione (che condivido) all’abbandono del partito ad opera di alcuni dirigenti dem e dei loro seguaci. Il precedente di coloro che perdono e se ne scappano con il pallone dopo avere giocato, non del tutto meritatamente, in ruoli di rilievo, esiste, ma visibilmente non ha dato vita a nulla che assomigli ad una prospettiva riformista. Ho molto apprezzato il discorso di concessione della vittoria effettuato a caldo la sera stessa da Stefano Bonaccini. Apprezzo molto meno le indiscrezioni che lo danno in attesa di un ruolo di rilievo nel partito. Non sarebbe preferibile che continuasse a dedicare le sue energie al buongoverno di quella regione importante che è l’Emilia-Romagna e che, evitando di cumulare cariche, si accordasse su un nome di suo gradimento per il ruolo operativo che la segretaria intendesse affidare alla sua (di Bonaccini) area?  Se, poi, i democratici in (cattivo) odor di abbandono alzassero gli occhi si renderebbero conto che i commentatori di ogni ordine e grado che stanno prematuramente plaudendo all’espressione del loro disagio e dissenso non lo fanno perché desiderano la nascita di un “vero” partito riformista e liberale (qualcuno potrebbe anche, per carità, spiegarmi che cos’è un “falso” partito riformista?), ma perché semplicemente mirano a indebolire il PD e la sinistra in Italia.

   Né ieri né l’altro ieri, potrei anche scrivere mai, le scissioni hanno portato a qualcosa di buono, non per chi lascia e neppure per chi resta. Qualche briciola elettorale non cambierà in meglio le sorti del sedicente terzo polo a meno di profonde e imperscrutabili innovazioni politiche e culturali. Quello che risulta ancora più preoccupante è che gli esodanti non possono, al momento, riferirsi a nulla di particolarmente concreto, spiazzante e sgradito già fatto da una segretaria che deve essere incoronata domenica prossima. Dunque, non sono le sue azioni e neppure le sue proposte, grazie alle quali ha vinto la carica, a spingere alla fuoruscita, non sono atteggiamenti sprezzanti, ma il suo essere quello che è: una donna di sinistra che vuole rivitalizzare un partito ripiegato su se stesso aprendolo alle donne, ai giovani e ai precari, intesi in senso molto lato come coloro che non vedono opportunità. Invece, alcuni dei fuoriuscenti, che, certo, non definirò eccellenti, hanno molto goduto di opportunità concesse loro proprio dal Partito Democratico. Peccato che non abbiano più fiducia nelle loro capacità di argomentazione e di formulazione di linee alternative. Peccato che non sappiano che un po’ dappertutto nei partiti, più spesso in quelli di sinistra il cui seguito è alquanto eterogeneo, si aggregano opposizioni alla linea ufficiale senza dannosi deflussi. Peccato, infine, che troppe delle loro lamentele ricalchino le critiche a Elly Schlein che sono subito venute dal centro-destra, salotti televisivi, editorialisti, politici “affermati” e in carriera.

   Non so quanto Schlein sarà in grado di mantenere quello che ha promesso, ma sono convinto che il tentativo di cambiare il Partito Democratico debba essere esperito, magari con le opportune correzioni che gli oppositori interni siano in grado di argomentare e suggerire. Da ultimo, indebolire il PD significa aprire altri spazi al governo di centro-destra e ridimensionare le possibilità di rappresentanza politica, di interessi e di preferenze, proprio di quella parte di italiani che ne hanno maggiormente bisogno. Un capolavoro di riformismo.

pubblicato 8 marzo 2023 su Domani

Schlein riformi il Pd, poi penserà alle alleanze. Bene il sostegno a Kiev #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, spiega che «il compito di Schlein è di far entrare o rientrare un certo numero di iscritti che abbiano voglia di lavorare sul territorio» e che «se la segretaria abbandonerà la linea finora seguita dal Pd di sostegno all’Ucraina senza se e senza ma si caccerebbe nei guai».

Professor Pasquino, si aspettava la vittoria di Schlein?

Aspettarmelo non me lo aspettavo, ma pensavo che fosse possibile perché conosco un po’ di politica e so che gli elettori potenziali e attuali e i simpatizzanti del Pd volevano qualcosa di diverso rispetto alla continuità nel partito che sarebbe stata espressa da Bonaccini. Inoltre penso che la Schlein sia l’unica in questa fase che può dare una scossa al partito e immagino che circa 600mila del milione di elettori lo abbiano pensato.

Pensa che ora dovrà trovare accordi con le altre opposizioni?

Un accordo ora non è necessario quasi su nulla. Certo se in Parlamento si presentano mozioni comuni è utile per fare una buona opposizione di cui c’è bisogno. Ma il compito di Schlein è di far entrare o rientrare un certo numero di iscritti che abbiano voglia di lavorare sul territorio e che presentino il partito a quegli elettori disaffezionati e che debbono tornare a votare. L’obiettivo è il 2024 ma la segretaria è stata eletta per riformare il partito, non per fare il capo del governo.

Eppure con i Cinque Stelle prima o poi dovrà parlare, no?

L’alleanza con i Cinque Stelle è assolutamente essenziale, lo dicono i numeri. Sappiamo che una parte dell’elettorato del Pd è franata sul M5S nel 2018 e viceversa nel 2022. Ma andare insieme è l’unico modo per vincere. Lasciamo perdere la Lombardia, dove ha contribuito alla vittoria della destra l’operato spregiudicato e sbagliato di Renzi, Calenda e Moratti.

Schlein ha detto di voler parlare anche a un’ipotetica gamba centrista del centrosinistra. Troveranno un accordo?

Per il momento è una gambetta, non una gamba, e anche se si mettono insieme per fare un partito unico non riusciranno a produrre tanto più di quell’8 per cento che hanno ora. Se si presentano come alternativi all’alleanza con i Cinque Stelle, poi, è inutile stare a discutere. Ma è prematuro parlare di alleanze, prima vengono i temi, nel frattempo alle elezioni europee si va separati e quindi c’è la grande opportunità di contarsi. Questo sarà molto importante per la Schlein, che è stata anche parlamentare europea e quindi si gioca la sua credibilità.

Al momento però il terzo polo vale quanto Lega e Forza Italia, che per il governo Meloni sono fondamentali: pensa che il centrosinistra riuscirebbe a vincere senza Renzi e Calenda?

Le dico soltanto che la prima cosa da fare è cambiare la legge elettorale, che è pessima e lo sanno tutti. Dopodiché le energie si giocano in campagna elettorale. Se Renzi e Calenda pensano di egemonizzare il Pd prima e poi fare un’alleanza con i Cinque Stelle, sono fuori strada. Al momento vogliono far perdere la sinistra e questo non mi sorprende ma mi irrita.

Schlein ha detto che sarà un problema per Meloni: lo pensa anche lei?

Non si tratta di creare problemi al governo, che ne ha tantissimi di suo e che comunque dovrà affrontarne perché di tanto in tanto alcuni ministri gliene creano, da Piantedosi a Valditara. Il Pd deve creare alternative alle politiche che il governo vuole fare, possibilmente su temi di convergenza sia con i Cinque Stelle che con Renzi e Calenda. Ma non c’è nessuna fretta, il prossimo appuntamento è a maggio 2024, non i tratta di fare il colpo a effetto ma di preparare un programma che nel corso del tempo si affini e costruisca un’alternativa al governo di destra.

Sull’Ucraina Schlein ha corretto un po’ il tiro: pensa che continuerà sulla linea Letta di sostegno a Kiev?

Credo che se abbandonerà la linea finora seguita dal Pd di sostegno all’Ucraina senza se e senza ma si caccerebbe nei guai. Tanto per cominciare perde il voto di Pasquino, in secondo luogo indebolisce il Pd sulla scena internazionale. Si può perseguire un’azione diplomatica ma continuando a sostenere che l’invio di armi a Kiev deve essere mantenuto. E sapendo che dal punto di vista diplomatico certamente non saremo noi i mediatori.

Sull’immigrazione crede che il Pd possa farsi valere rispetto ai Cinque Stelle, visto il passato del Conte I o il governo si difenderà senza problemi?

Il governo si difenderà ma sapendo che Piantedosi è diventato praticamente impresentabile. Non solo per le politiche che fa ma per le parole che usa. Sta diventando imbarazzante, sarebbe il caso che ammettesse gli errori e si dimettesse per non mettere in difficoltà Meloni. L’immigrazione in diverse aree è un tema elettorale ed è giusto che Schlein metta in imbarazzo Conte per quello che ha fatto e non ha fatto. Facendogli capire che lei se vuole su questo punto può metterlo in difficoltà.

Dunque l’opposizione non marcerà compatta su questo tema?

L’opposizione deve dire cosa vuole fare e l’unica risposta è essere ancora più incisivi con l’Ue. La risposta italiana è l’accoglienza, salvarli nel momento in cui vengono buttati a mare dagli scafisti, dopodiché dall’Ue vogliamo che ci siano le risorse per dare a costoro un minimo di accoglienza decente e che non ci sia un’immigrazione di massa priva di controllo e decenza.

Pensa che la vittoria di Schlein rientri in una nuova ondata di centrosinistra che si è affermata già in Spagna e Germania e che probabilmente presto si affermerà anche nel Regno Unito?

Ai casi che lei ha citato aggiungerei il Portogallo, dove c’è un buon governo di sinistra che dura da molto. Ma credo poco a un’ondata socialdemocratica. La vittoria di Schlein riguarda un partito. Per parlare di ondata aspetterei un’eventuale vittoria socialdemocratica nei paesi scandinavi e soprattutto in Ungheria e Polonia, che presto andrà al voto.

Pubblicato il 8 marzo 2023 su Il Dubbio