«Che errore polarizzare lo scontro. Calenda-Renzi? Operazione balorda» #intervista @Avantionline

«Al Pd serve una scelta socialdemocratica. Calenda e Renzi hanno partorito un “polino”» Intervista raccolta da Giada Fazzalari

Giorgia Meloni: muy conservadora sí, fascista no #Opinión @clarincom

En las elecciones del 25 de septiembre de 2022, Giorgia Meloni (Roma, 1975), fundadora y líder de Fratelli d’Italia, llevó a su partido a convertirse, por lejos, en el primer partido italiano, obteniendo el 26% de los votos. Con los partidos aliados, la Lega de Matteo Salvini y Forza Italia de Berlusconi, el centroderecha tiene una clara mayoría de escaños tanto en la Cámara de Diputados como en el Senado.

Por primera vez en su larga historia, la República Italiana tendrá a una mujer, expresión de un partido sustancialmente masculino, al frente del gobierno. El voto de los italianos ha premiado algunos elementos importantes de la política de Meloni.

En primer lugar, haber sido la única oposición a los tres gobiernos formados en el periodo 2018-2022. En segundo lugar, haber hecho una oposición seria sin gestos llamativos y folclóricos, sin insultos a los adversarios políticos, sin promesas tan milagrosas como irrealizables. Por último, su capacidad para representar a los muchísimos (quizá incluso demasiados) italianos que ciertamente son conservadores en lo político y en lo cultural y piensan que en la Unión Europea Italia ha perdido su soberanía.

Mientras que Salvini se muestra confundido y ambiguo con respecto a Europa y Berlusconi se jacta de ser pro europeo y liberal, Meloni es sin duda soberanista. Su objetivo es recuperar la soberanía perdida.

Yo considero que es un error llamarla populista. Más bien es fuertemente nacionalista como sus, en mi opinión vergonzosos, aliados europeos: los españoles de Vox, los húngaros de Orbán, los polacos del Partido de la Ley y la Justicia.

Tanto en Italia como en Europa y Estados Unidos se han expresado muchas preocupaciones y temores sobre el retorno del fascismo. Son preocupaciones esencialmente infundadas. Meloni es ciertamente post-fascista y lo ha declarado con claridad.

Por otro lado, no existe hoy en Italia ninguna de las condiciones que llevaron a la victoria de Mussolini hace casi cien años, el 28 de octubre de 1922. Las preocupaciones tienen mayor fundamento en la ideología de Meloni y los Fratelli d’Italia y las políticas que pueden seguir.

Cualquier posible enfrentamiento con la Unión Europea, que le ha asignado a Italia 230.000 millones de euros para que los gaste en programas de modernización tecnológica, protección del medio ambiente y reactivación económica, tendría consecuencias gravísimas.

Sin embargo, es sobre la visión social, cultural e institucional de Italia por parte de Meloni y su partido por la que es correcto tener reservas y críticas. Aunque el lema del partido “Dios, Patria, Familia” fue formulado por primera vez en Italia por el republicano Giuseppe Mazzini durante el Risorgimento, posteriormente fue usado de forma instrumental por Mussolini y el fascismo.

La utilización política de la religión, la exaltación de la patria (Meloni se autodenomina a menudo “patriota” frente a la izquierda, internacionalista y sin patria), el apoyo absoluto al tipo de familia tradicional: un hombre, una mujer, el matrimonio, los hijos de su propia “producción”, caracterizan a no pocos gobiernos y regímenes autoritarios.

Se traducen en comportamientos homófobos y actitudes muy críticas y represivas hacia los estilos de vida alternativos.

Aunque Meloni dijo que no quiere cuestionar la regulación del aborto, ha insinuado que la aplicación de la ley será más estricta, más rígida, probablemente restrictiva. Naturalmente, no será nada fácil extender la ciudadanía italiana a los inmigrantes y sus hijos.

Por último, Meloni y con ella Salvini y Berlusconi creen que la forma de gobierno designada por la constitución italiana, es decir, una democracia parlamentaria, es responsable de la lentitud en la toma de decisiones y de la dificultad para atribuir claramente la responsabilidad política a los gobernantes e incluso a los opositores.

Meloni ha propuesto el paso al presidencialismo a la francesa, pero no ha dicho nada sobre la ley electoral. Es un desafío a la izquierda, que teme, en parte exagerando, en parte erróneamente, un deslizamiento autoritario. Personalmente, me preocupa el amateurismo de los autodenominados reformistas constitucionales y el propósito encubierto de controlar el poder judicial y reducir su autonomía.

En conclusión, no cabe duda de que el gobierno que Giorgia Meloni se dispone a dirigir será el más derechista de la larga historia de la Italia republicana. No se convertirá nunca en un gobierno fascista, pero es posible que intente limitar parte de la libertad de expresión y de acción de los italianos.

Estoy convencido de que las instituciones italianas son sólidas y de que la Unión Europea actuará como freno y contrapeso de eventuales violaciones. Dicho esto, para la política italiana los tiempos que vienen no serán fáciles. Podrán resultar tormentosos, pero no fascistas.

Traducción: Román García Azcárate.

Gianfranco Pasquino es Profesor emérito de Ciencia política y autor de “Bobbio y Sartori. Comprender y cambiar la politica” (Eudeba 2021)

28/09/2022 Clarín.com

Come fare un buongoverno con il venerabile Manuale Cencelli

Il silenzio di Giorgia Meloni e il suo attendismo sul discutere i nomi dei ministri prossimi venturi sono una buona strategia, raccomandabile anche ai troppi commentatori di lungo corso che si stanno esibendo in poco originali critiche al famoso/famigerato Manuale Cencelli. Per valutare e eventualmente per criticare, meglio tornare ai principi fondamentali sui quali si costruiscono i governi di coalizione. Ai partiti che ne fanno parte viene attribuito un certo numero di ministeri con riferimento ai voti che hanno ottenuto, ma anche al peso e all’importanza dei Ministeri che, sottolineo, il Manuale Cencelli indicava con accurata precisione. Su questo piano, è evidente che Fratelli d’Italia avrà, oltre alla carica di Presidente del Consiglio, anche almeno altre tre o quattro Ministeri importanti. Un ministero importante ciascuno spetterà alla Lega e a Forza Italia. Quali ministeri dipende da valutazioni politiche molto complesse. Farò pochi, ma rivelatori, esempi. Il primo riguarda l’Europa.

   Per mandare un segnale non troppo sovranista, Meloni potrebbe nominare Ministro degli Esteri un esponente di Forza Italia che è il partito europeista della sua coalizione. I contrappesi potrebbero essere i due sottosegretari e, eventualmente, un esponente di Fratelli d’Italia a Ministro dei Rapporti con l’Europa. Sappiamo noi e sa Meloni che sull’europeismo fortissima è la vigilanza del Presidente della Repubblica che l’ha già clamorosamente esercitata (e che l’anticiperebbe anche in maniera confidenziale per telefono!) All’Economia e alla Transizione ecologica dovranno certamente andare due persone di riconosciuta competenza. Meloni è tutt’altro che incline a fare affidamento su ministri “tecnici”, ma in questo caso potrebbe essere costretta a fare una eccezione o due a meno che ricorra a qualcuno non parlamentare che ha già ricoperto la carica di Ministro. Lei stessa molto critica del reddito di cittadinanza vorrà nominare al Lavoro qualcuno che ne attui una profonda revisione. Infine, se le è giunta la preoccupazione di alcuni ambienti esteri sulla inclinazione dei sovranisti ungheresi e polacchi a controllare (manipolare) la magistratura e le università, quei ministri dovranno essere al disopra di ogni sospetto, ma i nomi che al momento circolano, proposti anche dalla Lega, proprio non lo sono.

   Il Manuale Cencelli prevedeva giustamente di includere nell’assegnazione delle cariche anche le Presidenza di Camera e Senato. È possibile sostenere che almeno una di quelle cariche vada, come segno di distensione, a un esponente dell’opposizione che, però, a causa delle sue divisioni e conflittualità, è legittimo pensare non sarebbe in grado di farne un uso benefico per il buon funzionamento delle istituzioni. Combinare competenza e esperienza per un partito che per la prima volta si affaccia al governo della Nazione (della Patria) non sarà facile. Mi rimane un interrogativo, mai preso in considerazione dal Manuale Cencelli: la donna Meloni si orienterà anche verso la parità di genere? 

Pubblicato AGL il 30 settembre 2022

Un altro PD è possibile, ma nessuno sa cosa sia @DomaniGiornale

“Faremo un’opposizione dura, senza sconti, intransigente. Costruiremo un partito aperto, inclusivo, plurale.” Sono questi i propositi, nient’affatto originali, dei dirigenti del Partito Democratico. Alcuni di loro, poi, candidandosi alla carica di segretario del partito, aggiungono, forse soprattutto per scaramanzia e per non “bruciarsi”, che non è il momento di fare i nomi. Sbagliato. I nomi comunicano molto, a cominciare dalla biografia politica (raramente c’è anche una biografia professionale), dall’appartenenza correntizia (pluralismo di “sensibilità”) e da quanto detto e fatto nel passato. Quello che dai nomi che “scendono in campo” non è possibile sapere sono le idee, le prospettive, le visioni, non del mondo che verrà, ma del tipo di partito che ciascuno/a degli aspiranti ha in cuor suo. Il fatto è che nessuno è in grado di definire che cosa è oggi il Partito Democratico. Certamente, non è mai diventato quello che i suoi frettolosi fondatori, fra lacrime e sogni, annunciarono nel lontano 2007: il luogo dove si incontravano le migliori culture riformiste del paese, dal gramscismo al cattolicesimo democratico, dall’ambientalismo all’antifascismo. Che mancasse il socialismo e che i loro migliori interpreti fossero assenti da queste grandi contaminazioni e ibridazioni sembrò non preoccupare più di tanto. D’altronde, i successori del comunismo all’italiana avevano dichiarato inadeguate, inefficaci, in crisi, logore tutte le esperienze socialdemocratiche che avevano dato un contributo grandioso alla politica e alle società dell’Europa non solo del Nord. Però, esperienze laiche che non piacevano neanche ai cattolici, non avevano cambiato e meno che mai abolito il capitalismo (sic). Ne seguì un organismo sostanzialmente privo di una cultura politica, che non è mai soltanto una bussola per orientarsi nella folla dei partiti. Una cultura politica è lo strumento per mettere insieme una comunità di persone intorno a principi e valori non solo costituzionali, e per offrire all’elettorato la certezza o quantomeno l’indicazione affidabile del tipo di società che quel partito si impegna costruire, con chi, ad esempio, con le altre democrazie europee, con quale visione di giustizia sociale. Chi, se non un partito democratico, può assumersi questo nobile obiettivo politico? Stati generali, primarie delle idee, agorà e altre modalità di incontro (no, elaborazione non posso proprio scriverlo) non hanno mai preso di petto la necessità di formulare, certo in un mondo che cambia, una cultura politica progressista. Il professore suggerirebbe, da un lato, che esistono molti libri da leggere e, dall’altro, molte esperienze da studiare. Cinque anni di opposizione offrono il tempo adeguato per studiare. Lo potrebbero, anzi, dovrebbero fare, se ne hanno le capacità, i (non)candidati e le (non)candidate alla segreteria del PD. Se non ora, quando?

Pubblicato il 29 settembre 2022 su Domani

Pasquino: “Giorgia Meloni ha vinto alla grande. Pd? La sconfitta è dei dirigenti e non di Letta” #intervista @com_notizie

Intervista raccolta da Francesco Spagnolo. Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica, in esclusiva a ‘Notizie.com’: “La storia del Pd è molto triste”.

Professor Pasquino, si aspettava una vittoria così netta di Fratelli d’Italia?

Non mi aspettavo un successo così schiacciante della Meloni, ma una vittoria sì. Ha vinto alla grande e peraltro portando via voti a Salvini e a Berlusconi. Il Centrodestra grossomodo è dove lo davano le previsioni con Fratelli d’Italia più avanti perché ha strappato voti agli altri due partiti“.

Lei ha parlato di voti strappati a Salvini e Berlusconi. Questo potrebbe portare tensioni all’interno della coalizione?

Qualche tensione ci sarà inevitabilmente perché Salvini è irrequieto, molto nervoso e invidioso e rimane con la sua ambizione. Sente che la sua carriera politica è in difficoltà e cercherà di appropriarsi di qualche tematica, essere molto presente mediaticamente. Ma penso che Giorgia Meloni abbia abbastanza larghe per controbattere, ma qualche tensione me l’aspetto. Berlusconi è in declino totale, la sua classe dirigente si sta liquefacendo e quindi non è un grosso problema“.

Possiamo parlate di Salvini e Letta come grandi sconfitti?

Salvini sicuramente sì, secondo me Letta non è un grande sconfitto. Ha perso perché pensava di arrivare sopra il 20%, ma lo ha fatto in maniera elegante. E’ un uomo competente, che conosce la politica e non ha mai esagerato. La sconfitta non è sua ma del Pd perché i dirigenti non fanno quello che dovrebbero fare. Dopodiché Letta ha preso atto della sconfitta ed ha detto che si dimette però continua una brutta storia che si chiama Partito Democratico, che non riesce a radicarsi, trovare delle tematiche, non riesce a darsi una unità e una visione“.

Chi potrebbe essere il nome giusto per rilanciare il Pd?

Non c’è nessun nome giusto. Credo che ci sono molti uomini ambiziosi, ma presumo che faranno un tentativo di trovare una donna. Sembra che questa sembra Elly Schlein sia chissà che cosa, ma io penso di no. Dovrebbero fare delle primarie vere e non contrattate in anticipo. La storia del Partito Democratico è molto triste“.

Il M5s ha avuto una crescita importante al Sud. Un risultato inaspettato alla vigilia per i pentastellati.

Il fatto del reddito di cittadinanza è molto importante al Sud e quindi hanno cercato di difenderlo sostenendo Conte, ma questo non basta. Un partito che arriva al 17% può essere contento, ma ricordo che quattro anni fa era al 33% e quindi ha perso il 16% dei suoi elettori. Possono festeggiare di non essere andati malissimo, ma non possono dire di aver ottenuto un grande risultato“.

Delusione invece per il Terzo Polo e Di Maio.

Di Maio evidentemente non si è radicato, ma nella zona di Napoli aveva dei concorrenti molto agguerriti iniziando dal fatto che il presidente della Camera non lo sosteneva. Il Terzo Polo non è mai esistito. Era una riunione degli ego di Calenda e Renzi visto che il vero Terzo Polo sono i pentastellati. Hanno anche utilizzato una caratterizzazione sbagliata e illusoria per cercare di catturare gli elettori“.

Pubblicato il 26 settembre 2022 su Notizie.com

Meloni vince, ma il rischio è la Lega debole. Parla Pasquino #intervista @formichenews

Ma quale rischio democratico, spiega il prof. Pasquino a Formiche.net, il problema principale per Giorgia Meloni sarà una Lega sotto il 10% che potrebbe scalpitare per far sentire la sua voce. Il Pd? Altro che occhi di tigre, piuttosto piedi di elefante…

Intervista raccolta da Simona Sotgiu

I numeri non sono ancora definitivi, ma non sono incoraggianti. L’affluenza per queste elezioni politiche è di circa 10 punti percentuali in calo rispetto alle politiche del 2018, attestandosi su poco più del 64%. Al di là dell’astensione, il cui dato non fa certo sorridere, è ormai chiara la vittoria del centrodestra a trazione meloniana sul centrosinistra guidato da Enrico Letta.

Formiche.net ha chiesto un commento al professore emerito di scienza politica e accademico dei Lincei Gianfranco Pasquino.

Professore, cosa dice il calo dell’affluenza?

La crescita dell’astensione è fisiologica, cresce da anni, e certamente non riflette quanto, per molti di noi, queste elezioni siano importanti. Il risultato del voto quindi non riflette il senso che tanti cittadini hanno dato a questo voto. Però dice anche che dare per scontato che gli elettori vadano a votare non paga, che immaginare che un candidato forte possa trascinare l’elettorato storico è un ragionamento ormai sbagliato anzi, forse anche controproducente.

Chi premia l’astensione?

L’astensione non premia nessuno e non punisce nessuno, però se pensiamo al partito che storicamente è riuscito a mobilitare di più sicuramente possiamo dire che a rimetterci di più è il Partito democratico. I candidati e le candidate non hanno lavorato abbastanza per portare gli elettori al voto, e l’astensione lo dimostra. Altro che occhi di tigre, direi piuttosto zampe di elefante!

Professore, con la destra al governo c’è davvero il rischio democratico?

Non ho mai condiviso l’idea di far crescere la percezione del rischio per far rifluire gli elettori al voto, e certamente non c’è un rischio democratico all’orizzonte. Ho due timori, comunque, molto concreti con un centrodestra a trazione Meloni al governo.

Iniziamo dal primo…

Il primo timore riguarda la confusione nel centrodestra. Forza Italia con percentuali molto basse rischia di non essere un contrappeso sufficiente rispetto a Fratelli d’Italia molto forte. Una Lega al di sotto delle aspettative, poi, è una mina vagante: per farsi notare farà la voce grossa, e questo sarà un problema per la tenuta unitaria del centrodestra.

Il secondo?

Il secondo riguarda l’approccio che Giorgia Meloni sceglierà di avere con l’Europa. Se farà la sovranista e si porrà con un muro contro muro con l’Ue per l’Italia sarà un problema, e non piccolo.

Pubblicato il 25 settembre 2022 su Formiche.net

Verso il 25 settembre, il voto più utile è degli indecisi @formichenews

Il voto davvero utile, meglio più utile, ovvero più incisivo, sarà quello degli indecisi e dei potenziali astensionisti. Occhio, dunque, a quale coniglio/a uscirà da quale cappello nelle quarantotto ore prima del voto. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e Professore Emerito di Scienza politica e autore di “Tra scienza e politica. Una autobiografia” (Utet 2022)

Raramente ho assistito a una campagna elettorale tanto prodiga di informazioni sui leader, sui partiti, sulle tematiche. Sono giunto alla conclusione che se la campagna viene definita “brutta” è come la bellezza: sta negli occhi di chi, commentatori di poco senno e fantasia, la guarda (o forse no: guardano solo i concorrenti, per “copiarli”). Sappiamo che Giorgia Meloni, una volta richiamato Draghi, è la front runner. Sta conducendo una campagna elettorale il cui punto d’arrivo potrebbe essere Palazzo Chigi. Atlantista per sua definizione, si è convincentemente collocata dalla parte dell’Ucraina, ma si è trovata appesantita da un passato che non passa, e che qualche saluto fascista riporta all’ordine del giorno, e dalla sua appartenenza di genere che non sa né respingere né valorizzare. La zavorra più pesante e per lei (ma anche per gli italiani tutti) è il suo incomprimibile, indeclinabile sovranismo che si accompagna a deplorevoli compagni (oops, chiedo scusa) di strada: da Orbán a Vox. Se nell’elettorato italiano è passato il messaggio che, forse troppo poco troppo tardi, il Partito Democratico di Letta ha cercato di mandare: “tutto con l’Europa niente fuori d’Europa”, allora il consenso presunto per i Fratelli d’Italia potrebbe risultare ridimensionato. Chi con qualche strambato di cui non era ritenuto capace ha risollevato il suo consenso che sembrava in caduta libera è Giuseppe Conte.

   Ambiguo la sua parte sia sull’Unione Europea sia su come affrontare l’aggressione russa all’Ucraina, Conte può ringraziare gli attacchi mal posti e male argomentati al reddito di cittadinanza, l’unica riforma davvero innovativa che il Movimento 5 Stelle di governo possa effettivamente rivendicare. Che i voti per i pentastellati di lotta crescano nel Sud rispetto a previsioni fosche è dovuto all’impatto positivo del reddito di cittadinanza e alla volontà di difenderlo. Anche su questo gli elettori hanno ricevuto utili informazioni. Immigrazione e sicurezza, scuola e sono finiti in secondo piano perché maiora premunt, c’è qualcosa di più importante destinato a essere una sfida duratura. No, personalmente non me la sento mai di parlare a nome degli italiani, ma il prezzo del gas e, più in generale, del carrello della spesa sono le due criticità che non ci abbandoneranno troppo presto. Non sarà il governo prossimo venturo a risolvere il problema. In verità, nessun singolo governo europeo ha la chiave della soluzione. Solo gli europei europeisti possono approntare una difesa decente e passare all’attacco con una politica energetica concordata.

Berlusconi ha rapidamente capito che il suo aggancio con il Partito Popolare Europeo è importantissimo per Forza Italia e, impostosi garante del (governo di) centro-destra, ha ipotecato i Ministeri degli Esteri e dei Rapporti con l’Europa. Però, ma non ce la fa proprio ad abbandonare la tassa che non è né piatta né, poi, neppure tanto bassa come quella proposta dal giocatore d’azzardo Matteo Salvini a corto di tematiche e di fiato. A testa bassa sia per tentare di trovare l’agenda perduta, quella di Draghi, sia per incornare il Partito Democratico, i quartopolisti Calenda e Renzi non hanno lasciato traccia nella campagna elettorale. Ma anche questa è una notizia utile per gli elettori. Ne sappiamo tutti di più. Certo, partivamo con le nostre preferenze che probabilmente sono cambiate di pochissimo (rispetto ai sondaggi). Alla fine, il voto davvero utile, meglio più utile, ovvero più incisivo, sarà quello degli indecisi e dei potenziali astensionisti. Occhio, dunque, a quale coniglio/a uscirà da quale cappello nelle quarant’otto ore prima del voto. Faites vos jeux. Ma, in democrazia non finisce qui.  

Pubblicato il 22 settembre 2022 su Formiche.net

Partiti sgangherati e antipolitica Ma chi non vota non è ascoltato #intervista @GiornaleVicenza

«Molti sabati pomeriggio di quel dolce autunno del 1974 a Harvard li passammo a giocare al pallone nel campetto dietro casa. Mario Draghi era spesso con noi, ma certo, giocatore piuttosto lento e poco grintoso, non era il più dotato in quello sport». Ci sono chicche come questa e aneddoti spassosi in “Tra scienza e politica. Un’autobiografia”, il libro di Gianfranco Pasquino edito da Utet e presentato a Pordenonelegge. Un’autobiografia, per un politologo, può sembrare qualcosa di ardito. Ma chi conosce Pasquino, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna, socio dell’Accademia dei Lincei, non si stupisce: la sua storia è un crocevia di incontri e conoscenze che vale la pena trasmettere, non fosse altro che per aver avuto come maestri sia Norberto Bobbio sia Giovanni Sartori.

Professor Pasquino, il Draghi calciatore non era il migliore, ma da premier com’è stato?

Non era il miglior calciatore e non puntava nemmeno ad esserlo (sorride). Ma da premier è stato molto bravo. Altro che “tecnico”… Da giovane non sembrava così interessato alla politica, ma ha dimostrato di aver imparato molto e molto in fretta.

Ora Draghi è stato fatto cadere e si va al voto. Cosa c’è in gioco in queste elezioni?

Quello che davvero entra in gioco è come stare in Europa, è la vera posta. Sappiamo che il Pd è un partito europeista, come +Europa, e che le persone che vengono da quell’area sono affidabili sul tema. Non sappiamo quali sono le persone affidabili nello schieramento di centrodestra, con poche eccezioni. Però sappiamo che sostanzialmente Giorgia Meloni è una sovranista e Salvini forse ancora di più. È difficile che si facciano controllare dai pochi europeisti di Forza Italia: Berlusconi ha detto cose importanti, ma gli altri alleati avranno almeno il doppio del suo consenso.

Perché teme il sovranismo?

Sovranismo vuol dire cercare di riprendere delle competenze che abbiamo affidato consapevolmente all’Europa. Non abbiamo ceduto la sovranità, l’abbiamo condivisa con altri Stati, e loro con noi. Tornare indietro vuol dire avere meno possibilità di incidere sulle decisioni. Alcune cose non potremmo deciderle mai.

Ritiene che la nuova dicotomia politica sia europeismo-sovranismo, più di destra-sinistra?

Non lo dico io: è stato Altiero Spinelli, nel Manifesto di Ventotene, 1941. Spinelli vedeva le cose molto in anticipo rispetto agli altri. D’altronde i singoli Stati europei sulla scena mondiale non conterebbero nulla: la soluzione è dentro l’Europa, altrimenti non possiamo competere né con la Russia né con la Cina e nemmeno con gli Stati Uniti, anche se bisognerebbe avere un rapporto decente con gli Usa.

Come si inserisce la guerra in Ucraina in questa analisi?

Nella guerra in Ucraina c’è uno stato autoritario che ha aggredito una democrazia. E noi non possiamo non stare con la democrazia. Se quello stato autoritario riesce a ottenere ciò che vuole, è in grado di ripeterlo con altri stati vicini. Non a caso Lituania, Estonia e la stessa Polonia sono preoccupatissimi. La Polonia conosce bene i russi e sa che ha bisogno della Nato e dell’Europa.

In Ucraina è in gioco anche la nostra libertà?

Lì si combatte sia per salvare l’Ucraina sia per salvare le prospettive dell’Europa. E un’eventuale sconfitta di Putin potrebbe aprire le porte a una democratizzazione della Russia: sarebbe un passaggio epocale.

A chi sostiene che le responsabilità della guerra siano anche dell’Occidente come risponde?

Non credo che sia vero. Ma tutto è cambiato quando la Russia ha usato le armi. La Costituzione dice che le guerre difensive sono accettabili, le guerre offensive mai.

L’Italia va al voto con una legge elettorale che toglie ogni potere all’elettore. L’hanno voluta tutti i partiti…

L’ha voluta Renzi e l’ha fatta fare a Rosato. Ma l’hanno accettata tutti perché fa comodo ai dirigenti di partito: si ritagliano il loro seggio, si candidano in 5 luoghi diversi, piazzano i seguaci. Aspettare che riformino una legge che dà loro un potere mai così grande è irrealistico. A noi non resta che tracciare una crocetta su qualcosa.

Come sta la democrazia italiana?

Godiamo di libertà: i diritti civili esistono, i diritti politici anche, i diritti sociali sono variegati. Il funzionamento delle istituzioni invece dipende da una variabile: i partiti. Una democrazia buona ha partiti buoni; una democrazia che ha partiti sgangherati, che sono costruzioni personalistiche, che ci sono e non ci sono, inevitabilmente è di bassa qualità. E non possiamo salvarci dicendo “anche altrove”, perché non è vero: i partiti tedeschi e spagnoli sono meglio organizzati, quelli portoghesi e quelli scandinavi pure.

Una democrazia senza partiti non esiste, lei lo insegna.

Una via d’uscita potrebbe essere il presidenzialismo, ma io sono preoccupato di una cosa: chi e come controlla quel potere? Ciò che manca, comunque, è il fatto che i politici predichino il senso civico, che pagare le tasse magari non è bello ma bisogna farlo; che osservare le leggi e respingere la corruzione è cruciale per vivere insieme. Mancano i grandi predicatori politici, tolti Mattarella e in certa misura Draghi.

Vale la pena comunque votare?

Sì, ma non perché “se non voti la politica si occupa comunque di te”. È il contrario: se non voti la politica non si occupa di ciò che ti sta a cuore.

L’affluenza rischia di essere bassa: colpa dei partiti? Dei cittadini? O dei media?

C’è chi dice “non voto perché non voglio” e li capisco, ma chi non vota non conta; e chi dice “non voto perché nessuno me lo ha chiesto”, ed è un problema dei partiti che non hanno motivato l’elettore. E poi gli italiani continuano ad avere questa idea che la politica sia qualcosa di non particolarmente pulito…

Non è così?

Sono alcuni politici a non esserlo. La politica è quello che facciamo insieme: sono tutte cose che devono essere predicate, ma oggi ciascuno pensa al suo tornaconto.

La sinistra ha perso il rapporto con il popolo?

Non sono sicuro che ci sia il popolo, ma so che la sinistra non ha più la capacità di essere presente in alcuni luoghi: se fosse nelle fabbriche sarebbe meglio, se avesse un rapporto vero con i sindacati, se i sindacati facessero davvero una politica progressista…

E il problema della destra qual è?

Il primo è che le destre non sono coese, stanno insieme per vincere ma poi avranno difficoltà a governare. Poi hanno pulsioni populiste, punitive, e poca accettazione dell’autonomia delle donne. E non sono abbastanza europeiste.

Che cosa pensa del voto del Parlamento europeo che condanna l’Ungheria di Orbàn?

Semplicemente Orbàn sta violando le regole della democrazia. Non esistono le “democrazie elettorali”: quando lei reprime le opposizioni, quelle non hanno abbastanza spazio nella campagna elettorale; se espelle una libera università come quella di Soros, lei incide sulla possibilità che circolino le informazioni. Tecnicamente non è già più una democrazia. Non si possono controllare i giudici.

Perché secondo lei FdI e Lega hanno votato per salvare Orbàn? Cioè è possibile smarcare un legittimo sovranismo da questi aspetti che toccano democrazia e stato di diritto?

Secondo me dovevano astenersi. Invece per convenienza loro, per mantenere buoni rapporti con Orbàn, non lo hanno fatto. Per me è un errore. Ma poi mi chiedo: è un errore anche per gli elettori di Meloni? Non lo so.

Il populismo è il linguaggio di quest’epoca. Però la legislatura più populista della storia si è chiusa con Draghi premier, che è l’opposto. Bizzarro, no?

È bizzarro, sì. Ma qui c’è stata un’insorgenza populista. Fino al 2013 non c’era. Ma come è arrivata può scomparire. Resta però un tratto di questo Paese: un atteggiamento di anti-politica e anti-parlamentarismo che può essere controllato solo da partiti in grado di fare politiche decenti. L’esito del voto del 25 settembre è scontato? Non lo è mai. Molti elettori decidono per chi votare nelle ultime 48 ore. Può sempre accadere qualcosa che fa cambiare idea.

Draghi ha detto “no”. Ci crede che non farà più il premier?

Sì(lunga pausa). Aveva investito molto nel Paese, essere sbalzato così è stato pesante: è molto deluso, credo anche incazzato.

Intervista raccolta da Marco Scorzato pubblicata su Il Giornale di Vicenza 22 Settembre 2022

Le “interferenze” straniere sono un omaggio all’importanza dell’Italia

Sarebbe assolutamente sorprendente se i miei amici che vivono in Inghilterra e hanno apprezzato il cordoglio manifestato dagli italiani per la morte della Regina Elisabetta, che vivono negli USA e si ricordano delle mie preoccupazioni per il tentato colpo di Stato di Trump, che stanno in Germania e a suo tempo ricevettero le mie congratulazioni per la vittoria dei socialdemocratici di Olaf Scholz, non fossero interessati alle elezioni italiane. Con loro, anche in molti altri paesi dell’Unione Europea, in Ucraina e in Russia, i governanti e l’opinione pubblica avvertita stanno riflettendo sulla campagna elettorale italiana e sul grado di attendibilità dei sondaggi, ponendosi più di un interrogativo sulle conseguenze prossime del voto italiano e, naturalmente, sulle caratteristiche politiche e personali di chi andrà al governo in Italia. Tutto questo è inevitabile poiché nell’Unione Europea e nelle organizzazioni internazionali quel governo avrà regolarmente la possibilità di orientare le discussioni e di influenzare le decisioni.

   Non serve a nulla lamentarsi del sostegno dato a Enrico Letta dal socialdemocratico tedesco Scholz e, par condicio, degli auguri fatti da Marine Le Pen a Matteo Salvini che, a suo tempo, si espresse a favore di una sua vittoria nelle elezioni presidenziali francesi. Invece, piuttosto importanti sono altri fenomeni. Da un lato, se provate, stanno le interferenze russe forse anche con finanziamenti a qualche partito italiano. Poiché esistono dei precedenti, quando i russi agirono con successo contro Hillary Clinton, di queste interferenze gli organi preposti e gli stessi partiti, a cominciare da chi ripete “prima gli italiani” dovrebbero preoccuparsi e respingerle. Dall’altro, i rapporti fra leader e partiti, stranieri e italiani, segnalano qualcosa di cui tenere conto per gli elettori interessati che si apprestano a scegliere.     “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” non è soltanto la saggezza in pillole di un proverbio. È anche un invito a valutare con chi i partiti e i dirigenti italiani si rapportano su scala europea (e mondiale). Aggiungo che è altresì la prospettiva alla quale la Commissione Europea non potrà non ricorrere quando si saranno contati i voti e si sarà formato il nuovo governo italiano. Nel Consiglio dei capi di governo europei che deve confermare le sanzioni contro l’Ungheria decise dall’80 per cento degli europarlamentari si troverà Giorgia Meloni, amica del Primo Ministro ungherese Viktor Orbán? Il nuovo Ministro degli Esteri italiano sarà Matteo Salvini le cui posizioni nei confronti della Russia sono quantomeno ambigue? Altri esempi, per esempio, riguardo al Ministro dell’Economia, si potrebbero fare per chiarire quanto significative sono le elezioni italiane per il futuro dell’Europa e dell’Italia in Europa. In un certo senso, la grande attenzione riservata all’Italia può essere considerata un gradevole, gradito omaggio all’importanza del nostro paese. Spetta agli elettori non sciupare questo omaggio.

Pubblicato AGL il 22 settembre 2022

Il modello Orbán sarà la bussola del futuro governo di centro-destra @DomaniGiornale

Davvero qualcuno può pensare che i risultati delle elezioni politiche italiane non interessino al di là delle Alpi e sull’altra sponda del Mediterraneo? L’espressione “la pacchia è finita” fu usata, se ricordo bene, la prima volta (tragedia) dal Ministro degli Interni Matteo Salvini. Annunciava ai migranti che l’accesso all’Italia sarebbe stato loro sbarrato. Non portò bene a Salvini che qualche mese dopo fu estromesso dal governo. La pacchia che starebbe per finire adesso (farsa) è quella di cui, secondo Giorgia Meloni, l’Unione Europea avrebbe goduto a spese dell’Italia. Vale a dire che, secondo Meloni, l’UE avrebbe imposto ai governi e ai cittadini italiani politiche costosissime, evidentemente molto più dei 230 miliardi di Euro concessi per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, controproducenti, addirittura umilianti. Per porre fine a questa pacchia, il prossimo governo di destra si riapproprierà di molti pezzi di sovranità ceduta, strappata, perduta. Il modello, senza esagerare, potrebbe essere Orbán il quale, però, vuole “soltanto” continuare nelle sue politiche illiberali, restringimento dei diritti dei cittadini, dell’opposizione, della magistratura, dei mass media e rigetto della superiorità del diritto dell’Unione sul diritto nazionale. Questa è la “sovranità” che conta per mantenere il potere all’interno dell’Ungheria. Pertanto, è corretto pensare e temere che chi, come Meloni e Salvini, ritiene inopportuno e sbagliato sanzionare il capo del governo ungherese, abbia in mente comportamenti simili. In un certo senso, la questione Orbán è un più o meno involontario intervento a gamba tesa nella campagna elettorale italiana. Allo stesso modo, ma con minore impatto mediatico, l’affettuoso messaggio di auguri di Marine Le Pen a “mon cher Matteo” è assimilabile a un’interferenza, a mio modo di vedere, del tutto comprensibile e nient’affatto riprovevole.

   La risposta dei “principali esponenti dello schieramento avversario” (uso parole di venerabile conio veltroniano) non si è fatta attendere. Il cancelliere tedesco, dall’autorevolezza non ancora molto consolidata, ha ricevuto a Berlino il segretario del PD Enrico Letta esprimendo il suo auspicio per un buon esito elettorale. Ci sta, eccome. Dal canto suo, con maggiore autorevolezza, Mario Draghi ha meritatamente ricevuto a New York il Premio Statista dell’Anno, indirettamente il riconoscimento che la sua opera di governo è stata molto apprezzata (peraltro, anche, come hanno rilevato tutti i sondaggi, dall’opinione pubblica italiana) e altrettanto indirettamente segnalando preoccupazione per quel che potrebbe venire.

Tutti i governi democratici acquisiscono legittimazione politica attraverso le elezioni (mi sono a fatica trattenuto dallo scrivere i mussoliniani “ludi cartacei”). Poi, però, debbono mantenere quella legittimazione con appropriati comportamenti nazionali e internazionali. Alcuni governi (e governanti) già sperimentati e già visti all’opera partono avvantaggiati poiché le loro controparti ne conoscono i lati positivi e quelli negativi. Altri, invece, sono oggetti largamente sconosciuti, come Fratelli d’Italia, totalmente priva di esperienze di governo nazionale e con amici europei dal governo ungherese a Vox non propriamente rassicuranti. Quel grande popolo che sono gli inglesi e, con l’omaggio alla regina Elisabetta, hanno ancora una volta dimostrato di essere, sosterrebbero che la prova del budino consiste nel mangiarlo. Però, non biasimerebbero i commensali europei per la loro visibile diffidenza.

Pubblicato il 21 settembre 2022 su Domani