L’allargamento è coerente con il sogno europeo @DomaniGiornale


L’Europa non è e non è mai stata (solo) una espressione geografica. Sarebbe sufficiente leggere il libro del grande storico Federico Chabod, Storia dell’idea di Europa (Laterza 1961) per rendersene pienamente conto.
L’Unione Europea non è né un sogno né un’utopia. Gli autori del Manifesto di Ventotene (1941), soprattutto Altiero Spinelli, ma anche Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, non avrebbero esitazioni a respingere l’etichetta di sognatori, e la loro storia personale e politica testimonia impegno e concretezza.
Geograficamente, forse l’Europa non va dall’Atlantico agli Urali, come disse il Presidente francese François Mitterrand. Certamente, però, gli europei orientali, a cominciare dagli spesso molto criticati polacchi e ungheresi, lo dimostrano la loro storia e la loro cultura, i loro intellettuali e i loro dirigenti politici, anche quando è possibile e opportuno obiettare alle loro scelte, sono europei. Fanno parte a pieno titolo della storia e della politica, persino delle aspirazioni, degli (altri) europei. Debbo aggiungere “occidentali”? Ma, allora, dove sta la linea divisoria?
Il confine fra europei occidentali e europei orientali si colloca là dove cadde, prontamente denunciata da Winston Churchill, la cortina di ferro? Smantellata quella cortina, l’Unione degli europei occidentali avrebbe dovuto tenere a bada tutti coloro che nell’Europa orientale volevano, vollero produrre i requisiti socio-economici e anche politici necessari a soddisfare le condizioni per diventare Stati-membri dell’Unione? Oppure, come più volte, a mio parere in maniera convincente, ha sostenuto l’allora Presidente della Commissione Europea Romano Prodi, l’allargamento fu, al tempo stesso, il riconoscimento della “europeità” di quelle donne e di quegli uomini, dei loro rappresentanti e dei loro governanti, ma anche la mano tesa per favorirne la crescita e la stabilizzazione democratica?
Questa motivazione vale ancora e anche per gli Stati che dai Balcani si trovano in uno stadio avanzato di paesi candidati e per l’Ucraina che sta iniziando una procedura inevitabilmente lunga, ma con la prospettiva di un esito positivo. Spinelli non si pose mai il problema dei confini dell’Europa federale che bisognava costruire per superare gli Stati nazionali portatori inevitabili di spinte alla guerra e per conquistare pace (giusta) e prosperità. Qualsiasi obiezione nei confronti dei cittadini e dei sistemi politici “orientali” che si fondi sulla inadeguatezza insuperabile di alcuni di loro alla democrazia e ai suoi (nostri) valori, non soltanto non trova nessuna traccia nel pensiero di tutti coloro che hanno contribuito a dare vita, a ampliare, a migliorare l’Unione Europea, ma contiene elementi di intollerabile etnocentrismo, al limite del razzismo, che certamente cozzano con i valori degli Europei.
Pubblicato il 10 maggio 2022 su Domani
INVITO “Europeismo che c’è e che verrà” #Pesaro #14maggio @ApritiPesaro @UtetLibri
Sabato 14 maggio ore 16.30
Galleria degli specchi Hotel Alexander
Viale Trieste 20 – Pesaro
Apriti Pesaro
Futuro con vista
Europeismo che c’è e che verrà
In occasione dell’uscita dei suoi più recenti lavori
Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana, (UTET 2021)
Tra scienza e politica. Una autobiografia, (UTET 2022)
Apriti Pesaro incontra di nuovo il professor Gianfranco Pasquino per dar seguito al lavoro già svolto su “Populismi e sovranismi”

Il M5S resterà al governo, non ha niente di meglio Ma è come se non ci fosse #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, spiega che «Letta ha avuto bisogno dei Cinque Stelle ma loro potrebbero anche scegliere di tornare con Salvini» ma tutto dipenderà dalla legge elettorale. «Se ci fosse una legge elettorale proporzionale ciascuno correrà da solo e le alleanze si faranno dopo», commenta. Sulla guerra è netto: «Sono contento che Papa Francesco cerchi di diventare un mediatore, ma è difficile esserlo quando dall’altra parte c’è una chiesa comandata da un chierichetto del regime».
Professor Pasquino, crede che i malumori nel Movimento 5 Stelle porteranno a una crisi di governo nelle prossime settimane?
I Cinque Stelle rimarranno al governo perché non hanno niente di meglio. Ma è come se non fossero già più al governo. Hanno dimostrato di non sapere governare e che il loro programma conteneva un sacco di contraddizioni. Conte guida queste contraddizioni e sta cercando di recuperare qualcuno che se ne è andato. Quindi deve essere un po’ più di lotta e meno di governo ma nessuno può pensare di fare una crisi in questo momento.
Queste contraddizioni potrebbero mettere a repentaglio l’alleanza con il Pd?
L’alleanza è sempre stata molto problematica. Letta ha avuto bisogno dei Cinque Stelle ma loro potrebbero anche scegliere di tornare con Salvini, che però in questo momento è in declino. Ma di tutto questo non parlerei finché non si avrà un orizzonte più chiaro sulla legge elettorale.
Pensa a un ritorno al proporzionale?
Se ci sarà una legge elettorale proporzionale ciascuno correrà da solo e le alleanze si faranno dopo. Bisogna però aspettare di vedere cosa faranno. Mi auguro si arrivi a un proporzionale senza pasticci e stupide clausolette. Poi si conteranno voti e seggi.
È proprio convinto che questa legge elettorale verrà cambiata?
Può darsi anche che non riescano a cambiarla ma qualcosa hanno già fatto. Cioè hanno trovato il modo di usare la stessa legge cambiando i collegi, visto che sono stati ridotti i parlamentari. Non so se questo basterà a incoraggiare l’alleanza tra Cinque stelle e Pd ma c’è un 30 per cento di possibilità che la legge rimanga la stessa.
Crede che dalla legge elettorale passerà anche il futuro della coalizione di centrodestra?
Solo in parte, perché quel che è certo è che c’è una frattura chiara tra Meloni, Salvini e Berlusconi. Sto parlando delle questioni europee e internazionali. Per molte ragioni, alcune buone altre meno, Berlusconi e Tajani sono costretti a essere europeisti. Per altrettante ragioni, meno buone, Salvini e Meloni sono apertamente sovranisti. Soltanto che Salvini deve barcamenarsi tra due fuochi, visto che è al governo, mentre Meloni ha mani libere. Per questo dico che potranno anche trovare un accordo ma non troveranno la compattezza che chiedono gli elettori di centrodestra.
Una delle differenze più evidenti è il dichiarato atlantismo di Meloni e Berlusconi e l’ambiguità di Salvini. Sarà questo a fare la differenza?
Certamente il filoatlantismo è uno dei punti di forza della Meloni. È riuscita a dichiararsi tale senza diventare troppo europeista e nel centrodestra questa è la posizione migliore. Perché non deve far dimenticare nessuna sua dichiarazione avventata nei confronti di Putin, come nel caso di Salvini e Berlusconi, e quindi viaggia in un binario di sufficiente coerenza. Gli altri hanno tutti qualcosa da farsi perdonare.
Anche nel centrosinistra c’è molta dialettica, con Conte che sembra voler strappare a Letta temi storicamente di sinistra, come il pacifismo. Ci riuscirà?
Vedo che nei sondaggi Letta tiene. È quello che ha la posizione più coerente. È la stessa posizione dell’Europa e quindi non ha bisogno di nessuna giustificazione. Sono gli altri che devono fare i conti con la situazione internazionale. Conte è ambiguo, così come lo è una parte della sinistra che è pacifista per ragioni sbagliate e non sa neanche declinare il pacifismo, finendo per sembrare pro Russia e pro Putin. L’unico che mantiene una posizione decente è lo stesso Letta.
A proposito di guerra, che idea si è fatto sulle continue polemiche nella comunicazione, in Italia e non solo?
Dovremmo partire da una posizione inoppugnabile. Si tratta di un’aggressione russa all’Ucraina. E il Papa non può dire che la Nato abbaiava dimenticando che Putin è un cane che morde. Se anche il cane abbaia, ci si può allontanare o comunque prendere provvedimenti, ma se morde bisogna difendersi per forza di cose. Sulla questione dei talk penso che gli ospiti abbiano spesso posizioni ideologiche e quindi non dovrebbero essere coccolati come accade quasi sempre.
Ha criticato le parole del Papa, dunque non crede che quella vaticana potrebbe essere la strada giusta per una mediazione?
Sono contento che Papa Francesco cerchi di diventare un mediatore, ma è difficile esserlo quando dall’altra parte c’è una chiesa comandata da un chierichetto del regime. Come si fa a mediare se si ha una posizione che, giustamente, critica di petto quello che la chiesa ortodossa sta facendo, che ovviamente è drammatico? Se poi riesce a mediare sono contento, se invece mi chiede se questa mediazione porterà a un risultato le rispondo che non sono convinto. Il giusto mediatore potrebbe essere l’Onu, ma Putin ha maltrattato Guterres. Poteva esserlo anche Erdogan, ma è sparito.
Il prossimo viaggio di Draghi a Washington rinsalderà l’amicizia tra Italia e Usa o pensa potrebbe creare qualche grana a Draghi, vista la presenza nel governo di Lega e M5S?
Sbagliamo a pensare che ci sia una ritrovata amicizia tra Italia e Stati Uniti. L’atlantismo è irrinunciabile per l’Italia e per l’Europa democratica. C’è una strada tracciata e di volta in volta facciamo i conti con le posizioni dei presidenti americani, ma l’amicizia è sempre rimasta solida. Draghi mi sembra abbia preso una posizione giusta sia rispetto alla guerra, utilizzando aggettivi non da lui ma che condivido, sia nei confronti degli Stati Uniti, mettendo dei paletti che credo Biden rispetterà.
Pubblicato il 7 maggio 2022 su Il Dubbio
Il regime change in Russia è realistico @DomaniGiornale


Fra gli obiettivi della aggressione di Putin all’Ucraina probabilmente il più importante era, e sicuramente rimane, quello di fare cadere il Presidente democraticamente eletto Zelenski e di sostituirlo con un Presidente fantoccio. Questo obiettivo si chiama tecnicamente regime change. Lascio l’arduo compito di discettare sui precedenti recenti di cambiamenti di regime, quantomeno di leadership, soprattutto quello relativo a Saddam Hussein, ai commentatori prezzolati dei talk show. Rilevo che anche soltanto un minimo di conoscenze storiche suggerisce che le guerre finiscono sostanzialmente con l’esclusione dal potere politico di coloro che, avendole scatenate, le hanno perse inevitabilmente trascinando nella loro sconfitta, non soltanto il paese, ma soprattutto la cerchia dei loro sostenitori, profittatori e furfanti. Poi, naturalmente, il nuovo regime, che non è affatto detto che diventi immediatamente una democrazia, avrà bisogno di una qualche legittimità politica e sociale. Potrebbe essere quella derivante da coloro che, facendo cadere il dittatore, sono in grado di vantarsi di avere evitato morti e distruzioni. Rimanendo alla storia che, magari anche se non riesce a essere magistra vitae, qualcosa a chi la studia e la ricorda è sempre in grado di insegnare, evoco un esempio di straordinario successo. Fu grazie alla moglie giapponese del loro ambasciatore a Tokyo che gli americani si lasciarono convincere che la figura dell’imperatore era indispensabile per guidare la transizione dal militarismo alla democrazia. Ben gliene incolse.
La Russia di Putin non è necessariamente tutta un’altra storia. Certo esistono molte differenze, ma alcune non riguardano affatto le modalità dittatoriali e ricattatorie nei confronti degli oligarchi e dei siloviki che Putin ha in parte creato in parte agevolato e la cui esistenza, userò una gamma di parole forti: fedeltà e lealtà, forse anche connivenza, vengono messe a durissima prova. “Provati” sono anche i generali che combattono una guerra, forse da loro non voluta, con armamenti inadeguati e con reti di sostegno evidentemente malstrutturate e insufficienti. Gli oligarchi ci rimettono le ricchezze, i fasti e gli agi, per loro stessi e per le loro famiglie alquanto allargate. Molto probabile è che i generali non vogliano rimetterci, più che la carriera, la faccia, la reputazione. Sembra, dunque, logico pensare e, per quel che mi riguarda, auspicare che a Mosca e dintorni vi sia chi si sta interrogando sulle modalità con le quali uscire da una situazione che non promette vittoria. Qualcuno può essere già giunto alla convinzione che sia assolutamente indispensabile sostituire Putin: cambio di regime. Insisto: è un obiettivo più che legittimo, meno costoso in termini di vite umane della prosecuzione della guerra, più promettente anche per tutti coloro, a cominciare dal Papa, che desiderino una situazione di fuoruscita dal conflitto che riesca a sfociare in qualcosa di non umiliante per i russi e per quella parte di leadership politica che si orienti alla sostituzione di Putin. Sicuramente, questo obiettivo non può essere apertamente dichiarato da chi sostiene gli ucraini. Molto più di altri i dittatori non debbono mai essere messi con le spalle al muro. Pertanto, tocca a coloro che ne furono/sono sostenitori procedere al cambiamento anche per vantare meriti che serviranno loro a stabilizzare il regime che seguirà. Si vis pacem para transitionem.
Pubblicato il 3 maggio 2022 su Domani
SABATI IN BIBLIOTECA a Castelletto Ticino #Novara #TraScienzaePolitica #30aprile h18.15 @UtetLibri
30 aprile ore 18.15
Castelletto sopra Ticino
Sala polivalente “A. Calletti”
BANT Biblioteche Associate Novarese e Ticino
SABATI IN BIBLIOTECA
Gianfranco Pasquino
presenta il suo nuovo libro
TRA SCIENZA E POLITICA Una Autobiografia (UTET)
modera Roberto Travostino

INVITO Tra Scienza e Politica. Una Autobiografia a BantAutori #Cameri #Novara #30aprile @UtetLibri
Biblioteca civica di Cameri
via Novara, 20
30 aprile 2022
ore 15.30
Per “BantaAutori” la rassegna letteraria delle biblioteche associate del Novarese e del Ticino
Gianfranco Pasquino
presenta
TRA SCIENZA E POLITICA Una Autobiografia (UTET)
con Federica Mingozzi

Blandire i dittatori non porta mai niente di buono @DomaniGiornale


Può un leader politico democratico, sincero e conseguente, avere un dittatore come amico? Può elogiarlo e additarlo come esempio, seppur soltanto sostenendo che, però, ha anche fatto qualcosa di buono? Fermo restando che nessun leader autoritario intraprenderà mai una rivoluzione liberale e garantista, il problema di come porsi nei confronti dei molti leader autoritari esistenti nel mondo, a cominciare da Putin, Xi Jinping, Erdogan, si pone in maniera lampante e urgente. A lungo, molti politici e la maggioranza degli studiosi hanno sostenuto che il libero commercio costituisce uno strumento importante per ridurre e contenere la conflittualità e persino per fare circolare idee e migliorare i rapporti. Le grandi potenze democratiche, in special modo, gli USA debbono, ha sostenuto l’influente studioso di Relazioni Internazionali, Joseph Nye, limitare il ricorso allo hard power, in sostanza, le armi e le minacce e pressioni politiche che le precedono, e affidarsi al soft power, non solo commercio, ma cultura in senso lato, anche quella, importantissima, pop, con ambasciatori come cantanti, attori, scrittori diventati famosi. Non è ancora stato stilato un bilancio approfondito del grado di successo del soft power, forse non adeguatamente e coerentemente utilizzato dagli USA e molto poco dalle democrazie europee, ma non sembra probabile che la popolarità degli USA e, più, in generale, delle democrazie abbia fatto breccia nella grande maggioranza dei regimi autoritari, in Medio-Oriente e in Africa e neppure in alcune repubbliche ex-sovietiche. Dunque, sembrerebbe opportuno riflettere su cosa è mancato/fallito e cercare altre strade.
Blandire i leader autoritari non produce nessuna conseguenza positiva. Bandirli impedisce in partenza qualsiasi interlocuzione e potrebbe addirittura essere controproducente consolidando il loro sostegno interno, credo che non si debba mai parlare di consenso, semmai accettazione, indifferenza, rassegnazione, di cui godono soprattutto fra coloro che da quei leader e da quel modo di governare (e reprimere e opprimere) traggono privilegi e vantaggi. Se colpiscono quei vantaggi e ridimensionano quei privilegi dei gruppi dirigenti, oligarchi et al, che circondano il leader autoritario, le sanzioni possono produrre conseguenze importanti. Molto, però, dipende dalla compattezza dei regimi democratici nell’attuare quelle sanzioni e nel mantenerle senza scappatoie per un periodo di tempo che non può essere breve. I leader autoritari si riconoscono fra loro, non si criticano, non cercano di indebolirsi reciprocamente, ma certamente non sono in grado di fare fronte comune. Non esiste e non può essere costruita una Internazionale degli autoritarismi. Tuttavia, opposizioni tattiche comuni sono frequenti contro, ad esempio, le condanne occidentali e non solo per la violazione dei diritti umani, della libertà di stampa, dell’autonomia della magistratura. Queste condanne sono sacrosante. Coerenza politica e civile implica che le democrazie concordino sulla difese a e anche sulla promozione dei loro principi fondativi. Alzare la voce e ottenere qualche votazione di condanna alle Nazioni Unite e negli organismi europei non sarà mai sufficiente, ma sempre doveroso. Il resto deve essere attivamente affidato ad una interlocuzione con i leader autoritari. Amici, no; ma interlocutori, sì, nella misura del possibile in maniera costante e continua, sempre il più trasparente possibile. Finora, non solo non è stato fatto abbastanza, ma è stato fatto in maniera sparsa, episodica, disgiunta, talvolta persino contraddittoria. Cambiare
Pubblicato il 27 aprile 2022 su Domani
Due o tre cosine che so sulle presidenziali in Francia. Firmato Pasquino @formichenews

Il semipresidenzialismo francese con il sistema elettorale a doppio turno è un grande dispensatore di opportunità politiche. Ma soltanto a chi, conoscendolo, sa come utilizzarlo. L’analisi del professor Gianfranco Pasquino
“Una riconferma non scontata” è il titolo dell’editoriale del “Corriere della Sera”. In effetti, nessuno, meno che mai la maggior parte dei commentatori italiani, ha fatto degli sconti a Emmanuel Macron. Pochissimi, poi, si sono curati di fare due conti, ad esempio, sul numero dei voti. Nelle elezioni questi numeri assoluti danno molte più informazioni delle percentuali. Comincerò dal famigerato problema dell’astensione, secondo troppi, giunta a livelli elevatissimi. Ecco: al primo turno il 10 aprile votarono 35 milioni e 923 mila 707 francesi (73,69%); al ballottaggio 35 milioni 96mila 391 (71.99%): una diminuzione quasi impercettibile e, per di più facilmente spiegabile. Non pervenuto al ballottaggio il candidato da loro votato al primo turno circa 900 mila elettori hanno comprensibilmente pensato “fra Macron e Le Pen ça m’est égal” e se ne sono andati à la mer. I paragoni sono sempre da fare con grande cautela, ma nello scontro Trump/Biden novembre 2020 votò il 66,7% degli americani che festeggiarono l’alta affluenza e l’esito.
Nelle due settimane trascorse dal primo turno Macron è passato da 9milioni 783 mila 058 voti a 18.779.642 quindi quasi raddoppiando il suo seguito, mentre Marine Le Pen è passata da 8milioni 133mila 828 voti a 13 milioni 297 mila 760, 5 milioni di voti in più. L’aumento dei voti per Macron va spiegato soprattutto con la confluenza degli elettori di Mélenchon (più di 7 milioni al primo turno), variamente e erroneamente catalogati come populisti, più quelli comunisti (800 mila) e socialisti (di Anne Hidalgo, 600 mila). La crescita di Le Pen è dovuta agli elettori di Zemmour (2 milioni 485 mila 226). Entrambi hanno tratto beneficio dallo sfaldamento dei repubblicani già gollisti che avevano votato Valérie Pécresse : 1.679.001 elettori alla ricerca del meno peggio. Insomma, una elezione presidenziale nient’affatto drammatica, con esito largamente prevedibile (parlo per me e per fortuna scrivo quindi posso essere controllato e verificato), decisivamente influenzato dalle preferenze calcolate (che significa basate su valutazioni e aspettative) degli elettori francesi.
Honni soit colui che contava su una vittoria di Marine Le Pen per fare aumentare le vendite del giornale su cui scrive e per dichiarare il crollo dell’Unione Europea. Tuttavia, un crollo, in verità, doppio, c’è stato e meriterà di essere esplorato anche con riferimento all’esito delle elezioni legislative di giugno: ex-gollisti e socialisti sono ridotti ai minimi termini anche se con Mélenchon stanno non pochi elettori socialisti.
Uno dei pregi delle democrazie è che la storia (oops, dovrei scrivere “narrazione”?) non finisce -lo sa persino Fukuyama autore di alcuni bei libri proprio sulle democrazie- e che le democrazie e, persino (sic) gli elettorati continuano a imparare. Marine Le Pen ha annunciato che mira a conquistare la maggioranza parlamentare. Non ci riuscirà. Il doppio turno in collegi uninominali, che non è affatto un ballottaggio, come leggo sul “Corriere della Sera” 25 aprile, p. 3, offre a Mélenchon l’opportunità di “trattare” con Macron a sua volta obbligato a trovare accordi più a sinistra che al centro. Presto, avremo la possibilità di contare quei voti tenendo conto delle mosse e delle strategie politiche formulate per conquistarli e combinarli. Il semipresidenzialismo francese con il sistema elettorale a doppio turno è, come scrisse più di 50 anni fa Domenico Fisichella, un grande dispensatore di opportunità politiche, ma soltanto a chi, conoscendolo, sa come utilizzarlo.
Pubblicato il 25 aprile 2022 su Formiche.net
Una lezione kantiana per i pacifisti d’antan @formichenews

Non tutti i pacifisti sono ingenui, non tutti gli “interventisti” hanno senno. C’è ancora speranza di sfuggire al bianco e nero del surreale dibattito italiano sulla guerra russa in Ucraina. Il commento del professore Gianfranco Pasquino
In una recente trasmissione televisiva (Agorà, mercoledì 20, 9.45-10.30) ho detto che spesso molti pacifisti danno prova di “ingenuità e ignoranza”. Subito sommerso dalle critiche, non di tutti, per fortuna non venute nemmeno dal conduttore, Senio Bonini, ci ho ripensato. Chi difende il diritto degli ucraini ad avere armi, anche le più sofisticate possibili, per opporsi all’aggressione russa non è un guerrafondaio. Chi manifesta per la pace nei più vari modi possibili, compresa la appena conclusa Marcia di Assisi, non è necessariamente ingenuo e ignorante. Ha buone intenzioni anche se difficili da tradurre in azioni con conseguenze efficaci. Il dibattito, al quale ho variamente contribuito senza, temo, esercitare influenza, non ha finora registrato nessuna novità positiva di elaborazione e di concretezza, nessuna originalità nei messaggi e nelle proposte. Talvolta è utile porre qualche punto fermo. Ne sottolineo uno al quale tengo particolarmente. Senza nessuna retorica, sostengo che dovremmo avere imparato dalla storia di molti di coloro che hanno combattuto contro le repressioni di qualsiasi tipo. Sono sempre stati molti gli uomini e le donne disposti a sacrificarsi armi in mano in nome di una vita degna di essere vissuta, in libertà, per sé e per altri. A loro dobbiamo rispetto assoluto.
Quanto al dibattito che si è sviluppato fra “interventisti” e “pacifisti”, da quel che posso capire leggendo gli articoli pubblicati sulla stampa internazionale e le interviste a personaggi famosi (a proposito, colgo l’occasione per ringraziare Chomsky che mi ha citato con approvazione nel “Corriere” di mercoledì 20 aprile!), ho visto contrapposizioni più articolate e più sfumate, espresse con toni e volti meno arcigni, per lo più improntati alla consapevolezza che dissentire è lecito e non è assimilabile né a tradire né a asservirsi. L’atteggiamento che mi colpisce più negativamente è quello di coloro, spesso pacifisti “senza se senza ma”, che si ritengono per ciò stesso buoni e trattano come malvagi tutti quelli che non condividono le loro, spesso molto semplicistiche, affermazioni. Qui dirò soltanto che la pace senza giustizia sociale non può mai essere considerata il valore più alto in assoluto. Anzi, per lo più è oppressione e spesso è foriera di conflitti senza fine, non prodotti da povertà e diseguaglianze, ma da ambizioni di potere politico.
Da ultimo, esprimo quello che dal 24 febbraio è per me, che pure di conflitti/guerre ne ho viste (vissute mi pare aggettivo eccessivo) molte (Indocina e Vietnam, Algeria, Iraq e Afghanistan), la preoccupazione dominante. Provo un assoluto senso di impotenza di fronte all’aggressione russa, chiedo scusa, all’operazione militare speciale, voluta e lanciata da Putin. La soluzione non è nelle mie, nelle nostre mani. Però, credo di potere sostenere sia per uso dei pacifisti sia per consumo degli interventisti, che esclusivamente dall’affermarsi della democrazia, quand’anche problematica, saremo in grado di acquisire kantianamente una pace duratura, perpetua.
Pubblicato il 24 aprile 2022 su Formiche.net
VIDEO Semipresidenzialismo, doppio turno, leadership politica liberal-riformista: che invidia, la Francia! @WarRoomCisnetto #TraScienzaePolitica @UtetLibri

Se a Roma ci fosse un Macron
Enrico Cisnetto ne discute con Sandro Gozi, Eurodeputato Renew Europe e Segretario Generale Partito Democratico Europeo, Marc Lazar, Presidente School of Government Luiss – Roma, Professore di Storia e Sociologia Politica Istituto Sciences Po – Parigi e Gianfranco Pasquino, Professore emerito Scienza Politica Università Bologna, autore di “Tra scienza e politica. Un’autobiografia” (UTET)
21 aprile 2022