Il disordine politico nei regimi e nelle democrazie #Disordine @AgenziaAREL 1/2022


Gianfranco Pasquino è Professore emerito di Scienza politica e Socio dell’Accademia dei Lincei. Ha scritto numerosi libri fra i quali Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021) e Tra scienza e politica. Una autobiografia (UTET 2022).
Il disordine politico nei regimi e nelle democrazie
“Bellum omnium contra omnes”
(Thomas Hobbes, Leviatano, 1651).
“The wealthy bribe; students riot; workers strike; mobs demonstrate; and the military coup.”
(Samuel P. Huntington, Political Order in Changing Societies, New Haven and London,
Yale University Press, 1968, p. 196).
Quello che apprezzo maggiormente in queste due definizioni di disordine politico è la loro icasticità. Entrambe colgono la sostanza in maniera fulminea, esemplare. In una guerra civile, quella sotto gli occhi di Hobbes, tutti combattono contro tutti. Nel corso di un processo di modernizzazione socio-economica e di sviluppo politico che non riesce a dare frutti, che delude le aspettative crescenti, che si inabissa in frustrazioni, tutti fanno ricorso alle risorse di cui dispongono. Il disordine politico non è solo insostenibile; diventa insuperabile. Per Hobbes sarà lo Stato nelle sembianze del Leviatano, grande mostro marino dotato di forza spaventosa, a porre fine alla guerra civile e a imporre l’ordine politico. Per Huntington, quell’ordine politico potrebbe nel lungo periodo riuscire ad affermarsi attraverso alcuni complessi processi di istituzionalizzazione di regole, procedure, organizzazioni. Nel breve periodo può essere imposto da un partito unico di stampo leninista oppure, come è evidente nella citazione, da un governo militare esito di un colpo di stato. Tuttavia, che i militari golpisti riescano poi a trasformarsi in costruttori di istituzioni e di ordine politico, rimane/è rimasto tutto da vedere. Troppi casi latino-americani smentiscono le aspettative ottimiste. Altrove, la democrazia seguita al lungo dominio dei militari in Indonesia (1965-1998), per quanto resa possibile dai loro comportamenti, non è stata da loro costruita. I regimi militari pluridecennali in Egitto e in Birmania hanno prodotto un ordine politico talvolta sfidato, basato su repressione e oppressione.
Che gli uomini (e le donne) abbiano cercato nel corso del tempo di ridurre i rischi e di dominare le incertezze della vita nella polis (e fra le città diventate sistemi politici: il bellum omnium contra omnes nel sistema internazionale) è accertabile e accertato. Rimando ai due notevoli libri scritti sulla scia di Huntington da Francis Fukuyama: The Origins of Political Order From prehumnan times to the French Revolution e Political Order and Political Decay. From the industrial revolution to the globalization of democracy (entrambi New York-London, Farrar, Straus and Giroux, rispettivamente 2011 e 2014). Che siano sempre esistite situazioni di più o meno grande disordine politico è facile constatarlo. Mi ci cimenterò fra breve. Per iniziare ritengo sia indispensabile procedere ad alcune distinzioni analitiche cruciali. Prima distinzione: il dissenso, comunque espresso, a meno che si manifesti con la violenza, non deve essere considerato disordine. Seconda distinzione: repressione e oppressione, che abitualmente comportano l’uso della violenza, non configurano ordine (politico). Anzi, spesso sono addirittura intese a mantenere il disordine politico creando angoscia e terrore nella popolazione. Terza distinzione: oltre al disordine politico cattivo, distruttivo, hobbesiano, può esistere un disordine politico buono, ovvero creativo, quello che sprigiona energie e spinge al cambiamento. Ovviamente, deve sapere conseguire quel cambiamento inserendo quelle energie in regole e istituzioni che diano sicurezza e si traducano in prevedibilità e ordine. Infine, quarta e ultima distinzione: molti disordini politici nazionali co-esistono insieme al disordine politico internazionale. Esplorarne le connessioni e comprenderne le condizioni è un compito tanto difficile quanto necessario (e viceversa).
Non sono in grado di risolvere il dilemma se in principio sia stato il verbo oppure il caos. Però, tutti sappiamo che Babele fu uno straordinario crogiolo di disordine, non soltanto per la pluralità delle lingue. Colgo l’occasione per segnalare che il pluralismo, soprattutto quello competitivo sul quale si reggono le democrazie, anche quelle che non funzionano in maniera eccellente, sempre comporta una modica dose di disordine politico. Per temperare, mai distruggere questa dose di disordine politico, mi pare imperativo guardare alle fonti. Un sistema politico (A Systems Analysis of Political Life, New York, John Wiley & Sons, 1965), scrisse e argomentò più di cinquant’anni fa David Easton, professore di Scienza politica nell’Università di Chicago, ha tre componenti fondamentali: le autorità, il regime, la comunità. Ciascuna è soggetta a cambiamenti più o meno frequenti e profondi che possono causare squilibri e quindi produrre disordine politico.
La comunità, ovvero tutti coloro sottoposti al principio essenziale dell’osservanza delle decisioni formulate dalle autorità, è raramente soggetta a cambiamenti sostanziali. Tuttavia, proprio perché i cambiamenti nella comunità sono infrequenti è probabile che, se e quando avvengono, rivelino di essere tanto l’esito quanto il prodromo di disordine politico. Tralascerò di riferirmi a tutti i casi nei quali la comunità è fin dall’inizio “in disordine” poiché composta, come in molti casi africani, dalla Nigeria al Kenya, dal Congo al Sudan, nel Rwanda Burundi, dimostrano, da gruppi etnici in contrasto fra loro. Prendo come esempio assolutamente significativo quello della (cosiddetta!) Repubblica Democratica Tedesca (DDR). Il suo stato di evidente disordine politico, mai posto sotto controllo nonostante l’alto livello di irreggimentazione e repressione, simboleggiato dalla costruzione del Muro, sfociò nella emigrazione di massa. I tedeschi orientali votarono, avrebbe detto Lenin, con i piedi abbandonando il paese. Exit secondo l’interpretazione formulata molti anni prima dal grande studioso ebreo antinazista emigrato negli USA Albert O. Hirschman (Exit, Voice, and Loyalty, Cambridge, MA, Harvard University Press 1970, trad. it. Lealtà, defezione, protesta, Milano, Bompiani, 1982). Quel disordine venne ricomposto nella praticamente fulminea riunificazione tedesca (ottobre 1990) a dimostrazione tanto della capacità delle autorità della Repubblica federale tedesca, a cominciare dal cancelliere Helmut Kohl, che merita di essere ricordato, quanto della solidità del regime della Repubblica federale tedesca (v. infra).
Appena, ma in maniera più che interessante, diverso è il discorso sulla nascita della Quinta Repubblica francese. Classico esempio di democrazia parlamentare, la Quarta Repubblica francese (1946-1958) ebbe fin dall’inizio un serio problema di legittimità delle autorità e del regime. Approvata, come subito dichiarò ruvidamente il Gen. De Gaulle, à la minorité des faveurs (contrari e astenuti furono ben più dei favorevoli nel referendum popolare del 1946), la sua Costituzione divenne preda del régime des partis (cito ancora de Gaulle) e si rivelò ampiamente inadeguata. Per quanto non (ri)compresa nei termini che vado a evidenziare, la drammatica questione algerina toccava in pieno la comunità politica francese. Infatti, l’Algeria non era una colonia, ma faceva parte della Francia Metropolitana. Nella Quarta Repubblica, quindi, il disordine politico riguardò tutt’e tre le componenti del sistema politico, in un ordine di importanza mutevole e mutato nel corso del tempo: regime, autorità, comunità con quest’ultima che dal 1956 andò ad occupare il primo posto come produttiva e responsabile del disordine politico che finì per travolgere la Quarta Repubblica. Concessa l’indipendenza all’Algeria, non potevano essere le autorità della Quarta Repubblica a produrre un nuovo ordine politico per il quale il regime esistente era palesemente inadeguato. Il gravoso compito toccò a de Gaulle che seppe svolgerlo in maniera egregia dando vita a una Repubblica, la Quinta, chiaramente migliore, più funzionale, capace di produrre e mantenere ordine politico. In questa chiave è anche opportuno ricordare che la sfida del Sessantotto, più o meno festoso esempio di disordine politico, venne risolta da de Gaulle con il ricorso anticipato alle urne che nel giugno 1968 consegnarono alla coalizione fra i gollisti e i Repubblicani Indipendenti una tanto rara quanto ampia maggioranza parlamentare assoluta.
Mi sono deliberatamente soffermato su due casi europei, a mio parere di straordinaria importanza, che hanno riguardato il disordine politico a partire dalla comunità e il ristabilimento dell’ordine politico anche, Francia, con un fondamentale cambio di regime. Pertanto è giusto e opportuno che l’attenzione vada ora indirizzata al regime. A formare un regime concorrono le regole, le procedure, le istituzioni, tutto quanto può anche essere definito la Costituzione. Non è, naturalmente, vero che qualsiasi dibattito e qualsiasi critica e neppure qualsiasi violazione delle regole, delle procedure, delle modalità di funzionamento delle istituzioni configuri automaticamente una situazione di disordine politico. Per aversi disordine politico è necessario che quelle violazioni siano frequenti, che vengano attuate deliberatamente e rivendicate orgogliosamente, ad opera di una pluralità di gruppi/attori che affermano di ritenere il regime inadeguato e intendano sfidarlo con l’obiettivo di sostituirlo. Si caratterizzerebbero, nel lessico di Giovanni Sartori, come attori anti-sistema i quali, se fosse loro possibile, per l’appunto cambierebbero il sistema. Sono l’intensità e l’insistenza delle critiche e delle violazioni, ampiamente pubblicizzate a produrre difficoltà nel funzionamento del regime e quindi ad aprire la strada all’avvento e al prolungamento del disordine politico. Alla individuazione di casi di effettivo disordine politico non sono sufficienti votazioni parlamentari numerose e inconcludenti, scontri fra sostenitori delle parti contrapposte, critiche al limite del vilipendio delle istituzioni e dei detentori delle cariche istituzionali, tutto deprecabile, ma controllabile e riconducibile nei binari della, ancorché brutta, politica.
La politica degli USA aveva già mostrato un volto inquietante con il Watergate (1972-1974) quando il Presidente repubblicano in carica Richard Nixon operò per manipolare l’opinione pubblica e in seguito anche il sistema giudiziario. Quei due anni di pericoloso disordine politico impallidiscono se messi a confronto con la sfida alle regole del gioco elettorale e istituzionale portata dai sostenitori di Donald Trump con il clamoroso, sconvolgente assalto al Campidoglio di Washington, D.C., il 6 gennaio 2021. Tentare di stravolgere con la violenza le regole del gioco elettorale dalle quali deriva la legittimità della carica più alta di Stato e di governo in una Repubblica presidenziale comporta la produzione del massimo livello di disordine politico, in questo caso, al limite del sovvertimento costituzionale. Avrebbe avuto come conseguenza immaginabile una lunga fase di altrettanto disordine politico dalla conclusione quanto mai incerta e imprevedibile nei tempi e nei modi. In generale, il disordine politico scatenato dalle autorità è abbastanza raro poiché le autorità sono spesso in condizione di strumentalizzare in maniera più soft il disordine esistente per determinare i cambiamenti voluti. Molti dei crolli delle democrazie negli anni Venti dello scorso secolo a cominciare dal fascismo furono sostanzialmente e colpevolmente (come argomentano i saggi raccolti commissionati e raccolti da Juan Linz e Alfred Stepan, The Breakdown of Democratic Regimes, Baltimore-London, The Johns Hopkins University Press, 1978) agevolati dalle elites non solo politiche, per l’appunto le autorità, dei rispettivi paesi. La strumentalizzazione del disordine politico, prodotto dai fascisti e dai nazisti, era funzionale al mantenimento del potere sotto mentite spoglie oppure, comunque, ad un suo spostamento il meno rilevante possibile, non duraturo e non irreversibile, con la cooptazione dei violenti. Gravissima illusione.
Talvolta, il disordine politico è il prodotto di una resa dei conti all’interno delle autorità stesse. Il caso più clamoroso è quello della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria cinese, 1966-1972 (la data di conclusione è incerta), scatenata da Mao Tse-tung contro lo stesso gruppo dirigente comunista cinese. La sua citatissima frase: “grande è la confusione sotto il cielo. Quindi, la situazione è eccellente”, è giustamente apprezzata da tutti coloro che vedono nel disordine politico un fenomeno necessariamente distruttivo come premessa alla creazione che seguirà. Le Guardie rosse furono incoraggiate a “sparare contro il quartier generale” e lo fecero per diversi anni. Mao, già responsabile dello spaventoso fallimento del Grande Balzo in Avanti (1958-1961), un processo di industrializzazione forzata che provocò milioni di vittime, riuscì a mantenersi al potere fino alla sua morte nel 1976. I regimi comunisti, a partire dall’Unione Sovietica con le purghe staliniane, presentano numerosi esempi di disordine politico voluto, iniziato, sostenuto da alcuni settori delle autorità e brandito contro gli oppositori a tutti i livelli.
I regimi totalitari contemplano una enorme concentrazione di potere nelle mani di un ristretto gruppo di autorità spesso ossequienti ad un leader massimo. Possenti, ma rigidi, i regimi totalitari crollano e non lasciano successori attrezzati, ma macerie di disordine politico. Germania Anno Zero (1948), il bellissimo film di Roberto Rossellini, racconta più e meglio di qualsiasi libro di sociologia e scienza politica il disordine politico, lo squallore della vita nella Germania post-nazista nella quale, però, gli Alleati contribuirono ad una rapida ricostruzione. Ancora più consistente (e richiese più tempo (1945-1955), fu il contributo degli americani alla ristrutturazione del Giappone, alla costruzione di un ordine politico democratico. Invece, nessuno ebbe abbastanza potere per rimediare al disordine politico prodotto dal crollo e dallo smembramento dell’Unione sovietica dopo il 1991. Gli oligarchi non hanno voluto e non sarebbero sicuramente stati in grado di essere costruttori di un qualsivoglia ordine politico. Quanto è riuscito a Vladimir Putin, comunque, è un ordine politico repressivo la cui solidità non è accertabile. Inoltre, è certamente dipendente dalla personalità dello stesso Putin, dalle sue relazioni con gli oligarchi, dalla capacità di sventare sistematicamente le sfide degli oppositori. La guerra contro l’Ucraina per annetterne le regioni russofone è la rivendicazione del suo potere di autocrate dissoluto. Non mi pare il caso di ipotizzare un gesto “disperato” per dissimulare problemi interni. Con il ricorso alla forza e al potere militare tutte le autocrazie si illudono di produrre ordine politico fino al momento del disvelamento. Per lo più, non funziona.
Sono le regole, le procedure e le istituzioni, vale a dire, il regime, che nei sistemi politici democratici fanno sì che il livello di disordine politico si mantenga costantemente basso, che la maggior parte del tempo sia assolutamente fisiologico. Il dissenso non viene considerato disordine tranne che quando, presumibilmente in casi molto infrequenti, si traduce in violenza. Anche i conflitti fra comunità linguistiche e culturali, Scozia verso Inghilterra e, molto più preoccupante, Catalogna verso Spagna, si svolgono nel quadro del regime. Gli scontri fra governo e opposizione hanno il loro luogo privilegiato nel Parlamento cassa di risonanza che serve a diffondere informazioni e conoscenze. Le campagne elettorali sono o possono diventare il momento di massima divaricazione politica nelle quali spesso alcuni attori pensano di trarre profitto dalla produzione di disordine politico. Le modalità di trasferimento del potere politico, altrove, in specie nei regimi autoritari sono momenti/fasi nelle quali il disordine politico procurato trova opportunità di manifestazione concreta. Però, in democrazia tutte le autorità sanno che, vincenti o perdenti, avranno modo di ripresentarsi alla prossima occasione in condizioni migliori se non si saranno rese responsabili di disordine/i politico/i. Pertanto, per lo più, se ne astengono.
Un rapido sguardo comparato rivela che, almeno in Europa, la frequenza e la gravità dei fenomeni di disordine politico sono stati a partire dal secondo dopoguerra chiaramente inferiori a quelli dei precedenti 50 anni. Anzi, le non molte fattispecie di disordine politico europeo dal 1945 ad oggi sono in larga misura attribuibili ai processi di democratizzazione prima in Portogallo, Grecia e Spagna, poi nei paesi ex-comunisti. Quindi, si tratta di disordine politico che si è rivelato creativo anche grazie all’Unione Europea dimostratasi in grado di accogliere e sostenere tutte quelle nuove democrazie, ancorché con problemi sia persistenti sia emergenti.
Nel frattempo, però, stiamo assistendo ad un fenomeno che rischia di provocare conseguenze negative, di disordine politico internazionale. Responsabile non è tanto, ma anche, la globalizzazione, processo al quale appare enormemente difficile imporre e fare rispettare regole condivise. Si tratta, invece, soprattutto del venire meno dell’ordine politico internazionale, spesso definito liberale. Questo indebolimento, causato sia dalla perdita di capacità e forse di leadership degli Stati Uniti come superpotenza “benevola”, disposta a investire risorse e capace di fare rispettare le regole di collaborazione a vari livelli sia dalla crescita della Cina, ovviamente tutt’altro che una superpotenza con inclinazioni liberali, rischia di introdurre nell’ambiente internazionale germi di un disordine politico che nel caso estremo resusciterebbero un bellum omnium contra omnes. I necessari approfondimenti non sono un discorso “altro” dal disordine politico, ma richiederebbero necessariamente un altro discorso. Another time (another place?).
Pubblicato in DISORDINE 1/2022 (pp 101- 106)
L’Europa secondo Cuperlo: dove rimane qualcosa di dignitoso @fattoquotidiano @giannicuperlo #RinascimentoEuropeo @ilSaggiatoreEd

Va preso alla lettera il sottotitolo del libro di Gianni Cuperlo, Rinascimento europeo (Milano, ilSaggiatore 2022). L’autore ha voluto scrivere “il libro dell’Europa che siamo stati, che siamo e che dobbiamo diventare”. Lo ha fatto in maniera elegante e accattivante, talvolta eccedendo nel brio della scrittura, sempre offrendo materiale e interpretazioni degne di essere discusse. La mia premessa è che l’Europa qui e ora, vale a dire l’Unione Europea, è il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo. Riduttivamente, Cuperlo afferma che è lo spazio “dove la vita di milioni di noi resta qualcosa di dignitoso” (19). Porrei l’accento sulle opportunità che la UE, anche in tempi di crisi economica e sanitaria, ha saputo offrire agli europei, e continuerà a farlo. Condivido appieno l’osservazione del grande storico francese delle Annales, Lucien Febvre, sintetizzata da Cuperlo: “L’Europa è una civiltà. E niente sulla terra è più in movimento di una civiltà” (41). Dunque, l’Europa non è una “utopia” poiché ha un luogo. Non è una mera espressione geografica poiché è fatta di cultura condivisa. Non è neppure un sogno poiché la sua esistenza è facilmente accertabile. La migliore definizione è che l’Europa, come fermamente volle Altiero Spinelli, con Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, è un progetto politico: unificazione federale di Stati altrimenti bellicosi.
Il libro di Cuperlo non può ovviamente tenere conto dell’aggressione russa all’Ucraina né questo recensore può trattare il fatto in poche righe. Credo, però, legittimo ritenere che se l’Ucraina fosse stata un paese membro dell’Unione Europea, la Russia di Putin non l’avrebbe attaccata. Nel suo ambito l’Unione Europea, nata per porre fine ai conflitti Francia/Germania, ha garantito la pace, offrendo anche nel corso del tempo prosperità. Qualsiasi civiltà in movimento deve affrontare problemi. Cuperlo non li sottace, ma li analizza con critiche ai comportamenti passati e soluzioni per le sfide presenti e future. L’obiettivo dichiarato è “abbattere la povertà”. Altrove, però, si esprime a favore della “difesa del continente politico” con “una lotta senza quartiere alle disuguaglianze” (184). I due obiettivi, strettamente collegati, non stanno in contraddizione. Semmai, sono le ricette per l’abbattimento che divergono. Per i liberisti soltanto un mercato totalmente aperto, “deregolamentato”, davvero e sempre competitivo potrebbe abbattere la povertà, fermo restando che chi rimarrà povero lo sarà per colpa sua.
Cuperlo trae la sua proposta di soluzione dai keynesiani, post-keynesiani, neo-keynesiani: “una cura massiccia di welfare, nel senso di risorse aggiuntive per via fiscale” (123), combinando “lo sviluppo delle forze del mercato con le tutele sociali in capo a un’autorità espressa dalla sovranità del popolo” (144). Qui, inevitabilmente, fa la sua comparsa l’Europa politica, vale a dire le istituzioni dell’UE, la loro legittimità, funzionalità, democraticità. L’autore sembra talvolta propendere dalla parte di coloro che denunciano un, per me inesistente, deficit di democrazia nell’Unione e ne chiede una riformulazione “dove sulla frontiera dei diritti umani, a partire da quelli delle donne, si imbastisca la prossima stagione della nostra civiltà” (31), e dell’Unione stessa “da rifondare nella visione e anche nei trattati” (133). Più volte in più luoghi per quasi tutti i problemi l’autore chiama in causa il suo campo (largo?): la sinistra. Degna del suo nome, la sinistra dovrebbe impegnarsi in “pratiche redistributive”, costruire un “impianto di società”, formulare “un altro modo pensare” anche perché “l’Europa ha sete di una lingua dei fini” (197). Pur personalmente più preoccupato dai mezzi, concludo che Cuperlo ha scritto un racconto utilissimo, anche quando non condivisibile, impegnativo e di affascinante lettura.
Pubblicato il 12 marzo 2022 su Il Fatto Quotidiano
Cari Partiti, né con voi né senza di voi #Conferenza #12marzo #Novellara #ReggioEmilia
Sabato 12 Marzo ore 16,30
Sala Civica Rocca dei Gonzaga
Novellara
Circolo Culturale Marta Beltrami Università dell’Età libera APS
Conferenza pubblica con
Gianfranco Pasquino
Professore Emerito di Scienza politica Università di Bologna. Autore di:
Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (Utet 2021)
Cari Partiti, né con voi né senza di voi
Presiede l’incontro Antonietta Di Maria, presidente del Circolo Marta Beltrami

Scricchiolii fra putiniani e militari. Pasquino nelle stanze del Cremlino @formichenews

Si avverte sullo sfondo un tintinnio di carri armati che rivolgono il loro volto minaccioso al Cremlino? Chi sa parli. Il quesito di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei in libreria con “Tra scienza e politica. Una autobiografia” (Utet)
Alcune cose so, altre chiedo. So che i detentori di potere personalistico cercano spesso di rafforzarlo, quando sentono che si affievolisce, con operazioni azzardate da loro ritenute facili. Più terra più “sudditi” più potere agli occhi dei propri sudditi e degli altri autocrati invidiosi: questa è la ricetta molto diffusa.
Se, però, la “operazione militare speciale” fallisce, l’autocrate rischia di perdere la faccia e quindi, forse, anche il potere. Per lo più, anche questo so, gli autocrati sono molto prudenti e guardinghi. Debbono anche guardarsi dai loro sostenitori che rappresentano un entourage di profittatori e sicofanti di cui non ci si può fidare. Alcuni dei giulivi sostenitori addirittura si posizionano con destrezza per trovarsi nella linea di successione/sostituzione, meglio non troppo prematuramente. Toccherà a chi ha più abilmente calcolato rischi e tempi ereditare il potere politico, a meno che il regime stesso sprofondi sotto il peso delle sue contraddizioni e delle smisurate ambizioni dell’autocrate sconfitto. Una terza cosa so che nessuno di questi regimi autoritari potrebbe durare lo spazio di un pomeriggio se i militari decidessero che basta, ça suffit. Enough (non so come si dice in russo).
Allora ecco la domanda da 64 milioni di rubli. Vorrei sapere se osservatori e conoscitori della realtà russa sentono, vedono, colgono scricchiolii sia nella nomenklatura putiniania sia, soprattutto, nelle gerarchie militari. Agli ufficiali non piace perdere le guerre e meno che mai il prestigio. A fronte di questa doppia evenienza che, naturalmente, avvertono prima di chiunque altro, potrebbero preferire sbalzare dal potere politico chi ha agito solo per suo interesse personale, che, pertanto, è colui che deve pagare il fio. Così facendo, spesso esonera gli altri, certo non ingenui agnellini. In sostanza, la domanda è: si avverte sullo sfondo un tintinnio di carri armati che rivolgono il loro volto minaccioso al Cremlino? Chi sa parli.
Pubblicato il 9 marzo 2022 su formiche.net
Perché tocca all’Ue guidare le trattative tra Mosca e Kiev @DomaniGiornale


Non deve essere Macron e non deve essere Draghi. Non tocca a Boris Johnson e neppure alla pensionata Angela Merkel. Negoziare con la Russia, intermediare fra Putin e Zelensky è compito esclusivo e urgente dell’Unione Europea. Pertanto, le due autorità che hanno l’obbligo politico e etico di attivarsi sono la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Josep Borrell. Condurre ad una tregua immediata e riportare ad una situazione nella quale le armi cedano ai negoziati sarà più probabile, anche se non facile, grazie al fatto importantissimo che l’Unione Europea ha dimostrato non soltanto la sua compattezza politica, ma anche la sua volontà univoca di potenza di pace per la pace.
Avendo stabilito una pluralità di pesanti sanzioni economiche nei confronti della Russia, del suo leader, degli oligarchi, e potendo, in assenza di accordi, estenderle e inasprirle, l’Unione va al tavolo delle trattative con risorse di cui può fare uso efficace, scambiandole in maniera appropriata. Abbiamo giustamente plaudito alla inaspettata coesione fra gli Stati-membri e alle loro solidarietà in azione. Abbiamo notato che, con pochissime e limitate eccezioni, le opinioni pubbliche europee sostengono le posizioni dei loro governi. Questo significa che l’azione diplomatica dell’Unione può partire con il piede giusto e con il vigore che le democrazie hanno regolarmente saputo dimostrare nelle ore più buie. Avendo già accettato di prendere in considerazione la domanda di adesione dell’Ucraina all’Unione, il Parlamento Europeo ha segnalato al legittimo governo ucraino che gli garantirà tutti i vantaggi, che sono molti, che derivano dal diventare Stato-membro.
Poiché l’Unione è stata provatamente in grado di produrre e di mantenere la pace al suo interno dal momento della sua formazione ad oggi, la sua credibilità non dovrebbe sfuggire nemmeno a Putin. Nessun europeo pensa che l’Ucraina nella UE possa diventare una testa di ponte per attacchi alla sicurezza della Russia, una spina nel fianco. Questo implica che l’Ucraina rinuncerà a un suo eventuale, ventilato inserimento nella Nato. Non ne avrebbe, comunque, più nessuna necessità dopo un accordo chiaro fra Unione Europea e Russia. Non abbiamo modo di fare cadere i sospetti dell’autocrate russo sui possibili rischi di contagio democratico. Sul tavolo del negoziato, però, von der Leyen e Borrell non dovranno in nessun modo porre le questioni interne al regime russo. Il Parlamento europeo si è già ripetutamente e giustamente espresso a favore dei diritti degli oppositori. Lì si deve fermare. Infine, potremo continuare a auspicare che le opposizioni a Putin non siano né oppresse né represse, ma questa è un’altra storia (per un’altra volta).
Pubblicato il 9 marzo 2022 su Domani
Qualche passaggio saliente di #TraScienzaePolitica Una Autobiografia @UtetLibri tra Tennessee Williams, Joyce e #Pinochet
Tra scienza e politica mira a ricordare quanto ho imparato e utilizzato della scienza politica, dello studio con metodo scientifico, soprattutto della comparazione, sui sistemi politici, e di quanto ho potuto vedere sul campo, come, ad esempio, osservatore parlamentare del plebiscito cileno del 1988 che pose fine alla tragica dittatura dei militari guidati da Pinochet. Una esperienza davvero emozionante. Significa che chi vuole potrà interloquire con me, correggere, criticare e, spero, apprezzare.
La scuola interrotta. Un anno, tre mesi e dodici giorni #Bologna #7marzo
lunedì 7 marzo ore 18 in Piazza Coperta
A cura del Presidio primaverile per una Scuola a scuola.
Intervengono
Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza politica, Università di Bologna
Bruno di Palma, Vicedirettore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia-Romagna.
Introduce e modera Luisa Marchini, Società di lettura.

“Il politologo con la spider” di Ferruccio de Bortoli #recensione Tra Scienza e politica @7Corriere @Corriere @UtetLibri @DeBortoliF
“Minima politica. Sei lezioni di democrazia” @UtetLibri a #Ravenna #4marzo
Venerdì 4 marzo 2022 ore 10,30
Sala Corelli del teatro Dante Alighieri di Ravenna
Gianfranco Pasquino Professore Emerito di Scienza Politica Università di Bologna Socio dell’Accademia dei Lincei
Incontro di dialogo delle/gli allieve/i del 5° anno dell’Istituto Tecnico Commerciale Ginanni di Ravenna
Minima politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020)
Conduce l’incontro Stefano Kegljevic (Comitato in Difesa della Costituzione di Ravenna)
L’iniziativa partecipa al progetto con Cittadini 21-22 dell’Assemblea Legislativa Regione Emilia-Romagna
La cittadinanza è inviata ad essere presente nel pieno rispetto delle norme sanitarie anti Covid-19



