L’ultimo #DiscorsoDiFineAnno del #PresidenteMattarella @Quirinale #31dicembre2021
In piedi, dritto, senza nessuna esitazione e senza nessun segno di fatica, il Presidente Mattarella ha tenuto l’ultimo discorso augurale di fine anno del suo mandato. Ha fatto un solo cenno alla conclusione di sette anni “impegnativi, complessi, densi di emozioni”. Anche se diversamente interpretabile, e subito da qualcuno considerato una specie di porta semiaperta ad un’eventuale rielezione, meglio è prendere atto che il Presidente considera la questione chiusa. Poiché, però, il Quirinale è uno straordinario luogo dal quale si può, sapendolo fare, osservare e, in qualche modo, indirizzare la vita politica e sociale, Mattarella ha opportunamente voluto sottolineare in particolare il ruolo importantissimo svolto da tutto (o quasi) il personale sanitario nella lotta contro il Covid. Per usare un termine rientrato di recente nel lessico italiano i veri patrioti sono stati i medici, gli infermieri e tutti loro collaboratori.
Nel suo discorso il Presidente ha più volte richiamato tutti alla solidarietà, a fare il proprio dovere assumendosi le relative responsabilità, a operare nel senso della coesione sociale, quella coesione minacciata dal crescere delle diseguaglianze dei più vari tipi, ma soprattutto economiche e di opportunità. I fondi che vengono dall’Unione Europea debbono essere utilizzati anche per questo importante obiettivo: ridurre le diseguaglianze.
Al Presidente degli USA viene spesso attribuito il titolo di Commander-in-Chief. Ascoltando i discorsi dei Presidenti italiani, specialmente dei migliori di loro, ho la tentazione di definire qualche Presidente Preacher-in-Chief: predicatore capo. Terminato il suo mandato, Luigi Einaudi (1948-1955) pubblicò un prezioso libro Prediche inutili (1955). Nutro costantemente la speranza che le prediche di buona politica, di adempimento dei doveri, di solidarietà fra i cittadini, ma anche con gli stranieri, producano effetti positivi. Comunque, apprezzo quei Presidenti che mettono nelle loro prediche sincero impegno personale prima ancora che politico.
Negli addetti ai lavori: giornalisti, commentatori, parlamentari, ceto politico, sono mesi che impazza il toto nomi sulle candidature alla Presidenza. Non è nello stile e nella concezione della politica di Mattarella qualsiasi tentativo di influenzare la scelta del suo successore. Sappiamo che nella situazione in cui si trova attualmente l’Italia, il prossimo Presidente della Repubblica avrà da affrontare fin da subito compiti di enorme rilievo e prendere decisioni di grande importanza a cominciare, forse, dalla formazione del governo e dallo scioglimento del Parlamento. Deliberatamente Mattarella ha posto tre criteri. Il prossimo Presidente della Repubblica dovrà spogliarsi di ogni precedente appartenenza, non solo politica, ma anche economica; dovrà farsi carico del bene comune; e salvaguardare ruolo, potere e prerogative della Presidenza. Condivido. Aggiungerei che dovrebbe essere un europeista convinto, non da oggi. Grazie alle indicazioni di Mattarella è possibile passare con profitto dal toto nomi al toto qualità. Auguri.
Pubblicato Agl il 2 gennaio 2022
Svelato in anteprima #30dicembre2021 il #discorsodifineanno del Presidente #Mattarella
Siamo fortunosamente entrati in possesso del discorso di fine d’anno del Presidente Mattarella. In maniera sobria,ma ferma ribadisce che se ne va, avendo fatto del suo meglio, e dice alto e forte che chiunque sia il successore deve avere tre requisiti.
Fisarmonica Quirinale. Pasquino sui segreti del Colle @formichenews

La “fisarmonica” resta ancora una lente utile per capire i rapporti tra partiti e presidente della Repubblica. Dal modo in cui sarà eletto il prossimo inquilino del Quirinale si avrà un’idea dei (veri) poteri del Colle nella dialettica parlamentare. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei
Le vicissitudini della “fisarmonica” come chiave per interpretare modalità e discrezionalità di azione dei Presidenti della Repubblica italiana mi hanno dato alcune soddisfazioni, ma hanno anche sollevato non poche preoccupazioni. Le soddisfazioni derivano dall’ampia circolazione della metafora. Le preoccupazioni discendono non tanto dalla sua attribuzione quanto dalla mancata comprensione e dalla davvero triste constatazione che tutti, e sono molti, coloro che la citano non hanno avuto la voglia di risalire alla fonte. Approfitto della cortesia di “Formiche” per procedere ad alcune puntualizzazioni. La prima, in un certo senso, discriminante è che la fisarmonica non ha nulla a che vedere, come sembra pensare Gian Marco Sperelli (Formiche.net 19/12/2021) con l’elezione del Presidente della Repubblica. Ai lettori piacerebbe sapere perché, dopo avere affermato che la teoria è “intrigante”, si affretti ad aggiungere che la “teoria [che non è tale] della funzione ‘a fisarmonica’ [è] forse poco credibile”. Meglio, dunque, precisare quel che dovremmo conoscere per procedere ad una valutazione convincente. Dopo anni di circolazione orale della metafora, ho deciso, consultatomi con Giuliano Amato, di risalire alle fonti.
Cito da quanto ho scritto di recente nel mio Minima politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020, pp. 69-70): “La buona notizia, per tutti, è che ho rinvenuto la prima evocazione della metafora. Premesso che, avendone discusso proprio con un perplesso e incuriosito Giuliano Amato, l’attribuzione originaria è certa. Sono lieto di dichiarare convintamente di averla ascoltata per la prima volta in una sua esposizione, intervento, relazione, conferenza, che, però, nessuno di noi due è finora riuscito a collocare con precisione nel tempo e nello spazio. Tuttavia, sono in grado di segnalare con quasi assoluta precisione quando per la prima volta misi per iscritto la metafora, attribuendola a lui. Lo feci in una recensione-discussione del libro di Paolo Guzzanti, Cossiga, uomo solo, Milano, Mondadori 1991, pubblicata proprio con il titolo La fisarmonica del Presidente, in “La Rivista dei Libri”, marzo 1992, con numerosi riferimenti ad altri articoli sul Presidente. Credo opportuno citare per esteso: ‘secondo Amato, già fin d’ora la Costituzione italiana garantisce al Presidente della Repubblica poteri ‘a fisarmonica’. Se il Presidente è autorevole, se la sua personalità è forte, se il suo prestigio è grande, se la sua popolarità è diffusa …. allora egli potrà allargare la fisarmonica dei suoi poteri fino alla sua massima estensione. Altrimenti … con l’elezione parlamentare, quindi contrattata fra i partiti … la fisarmonica dei poteri presidenziali rimarrà prevalentemente chiusa, tranne negli eventi di crisi, oppure subirà forzature, come con Gronchi e con Segni, con Saragat e persino con il popolarissimo, ma non per questo sempre ‘costituzionalissimo’, Pertini”.
È poi passata molta acqua anche sotto i ponti non del solo Tevere e hanno fatto la loro comparsa ‘nuovi’ Presidenti in una situazione politica da molti punti vista molto diversa soprattutto a causa del crollo dei partiti di massa e dell’intero sistema dei partiti. Vent’anni dopo ho fatto concreto ricorso alla metafora della fisarmonica analizzando i comportamenti di tre Presidenti: Scalfaro, Ciampi e Napolitano (Italian Presidents and their Accordion, in “Parliamentary Affairs”, 2012, n. 4, pp. 845-860) mettendo in evidenza e sottolineando che quando i partiti sono solidi e compatti hanno il potere di impedire al Presidente di suonare la fisarmonica dei suoi numerosi e incisivi poteri. Iniziata tra il 1992 e il 1994 una transizione, a mio parere tuttora incompiuta, caratterizzata dal declino e dalla sostanziale e perdurante debolezza delle strutture partitiche, quei tre Presidenti (ai quali potremmo già aggiungere Sergio Mattarella) hanno goduto di enorme discrezionalità nell’uso dei loro poteri costituzionali. Ho altresì azzardato che Scalfaro e Napolitano, entrambi i più convintamente “parlamentaristi” durante tutta la loro lunghissima vita politica, sono stati incoraggiati, costretti, facilitati dalle circostanze a suonare la fisarmonica dei loro poteri in chiave definibile addirittura come semi-presidenziale. Aggiungerei che lo hanno fatto con molto gusto
Non ho nessuna intenzione di trasformarmi in astrologo e di fare la mia previsione su chi verrà eletto Presidente. Credo, invece, che per ciascuna delle candidature finora emerse sia possibile, grazie ad un uso accorto dei criteri che definiscono la fisarmonica Amato-Pasquino, prevedere quanto spazio di autonomia decisionale quel particolare Presidente avrà, se e come intenderà usarlo, con quale impatto sui partiti e con quali conseguenze su governo e Parlamento e sul sistema politico. Mi pare significativo. Da tenere in grande conto per esprimersi fin d’ora sulle candidature in scena.
Pubblicato il 30 dicembre 2021 su formiche.net
Ora i partiti si ribellano al consenso per Draghi @DomaniGiornale


Caro Mario Draghi,
un po’ lo sapevamo che eri bravo, anzi, super, un po’ lo speravamo. Finora ci è andata bene e siamo soddisfatti. Tuttavia, ci sembra che nelle ultime tre/quattro settimane tu stia un po’ esagerando. Non soltanto ci hai messi molto in ombra con il tuo consenso sempre intorno al 60 per cento degli italiani, mentre noi siamo sostanzialmente bloccati, quasi congelati. Addirittura, nella conferenza stampa di fine anno ci hai molto e più volte ringraziato, facendo calorosi apprezzamenti anche al Parlamento, e ti sei sottilmente candidato alla Presidenza della Repubblica, rassicurandoci. Un “nonno al servizio delle istituzioni” non farà del male a nessuno. Coccolerà i cittadini e terrà in grande considerazione il Parlamento e i partiti. Cominciamo a temerti e pensiamo che non sarà così. Frettolosamente criticato, il Ministro Giorgetti aveva previsto, non è chiaro se con timore o con speranza, l’avvento di un semipresidenzialismo di fatto. Insomma che tu andassi al Quirinale subito pronto a nominare il tuo successore a Palazzo Chigi quasi fosse un semplice, affidabile esecutore delle politiche da te impostate da portare a compimento. Cinquantuno obiettivi già raggiunti sono un bilancio, per quanto provvisorio, davvero lusinghiero. Sì, è vero che hai detto di condividerlo “con le forze politiche e con il Parlamento”, ma non sembra che né i giornalisti né i cittadini la pensino come te. Il merito, anche sull’onda del profluvio di elogi che vengono dall’Europa (ma chi ha detto che “The Economist” ne sa più di noi e ha sempre ragione?), sembra andare quasi esclusivamente a te, alla tua enorme competenza, al tuo gradissimo prestigio, alla tua visione. In larga misura, la maggioranza di noi condivide questi apprezzamenti, che, purtroppo, non si riverberano sul nostro rispettivo consenso misurato dai sondaggi e dalle opinioni espresse dai commentatori dei giornaloni e giornalini italiani. Qualcuno sembra essersi finalmente accorto che il tuo modo di governare non è così nuovo: un governo che introduce molti decreti e chiede tanti voti di fiducia si pone in continuità con i suoi meno apprezzati predecessori. Altri, poi, magari in maniera non del tutto convincente, vedono e denunciano una forte compressione del ruolo del Parlamento, quel Parlamento che, certo già di suo potrebbe organizzarsi meglio, ma che tu lodi perché non ti intralcia. In quel Parlamento, nelle commissioni parlamentari stanno i nostri rappresentanti, debitamente, anche se malamente (per colpa di una pessima legge elettorale) eletti, i quali dovranno poi in qualche modo rispondere ai loro/nostri elettori. Dunque, per noi è venuto il momento di prendere qualche distanza da te e di mostrare agli elettori (e ai commentatori) che contiamo. Vogliamo chiamarlo il ritorno della democrazia che segna i confini dell’attività della tecnocrazia? L’etichetta c’interessa poco. Vorremmo più visibilità e più potere non necessariamente contro di te, ma dimostrando che anche noi sappiamo scegliere e decidere. Auguri. Firmato I partiti.
Pubblicato il 29 dicembre 2021 su Domani
Orgoglio e resilienza. Con Draghi dopo Draghi?
Completamente a suo agio, sobrio nella presentazione e stringato nelle risposte, talvolta ironico, il Presidente del Consiglio non è riuscito a nascondere l’orgoglio per due grandi risultati. Sono stati perfezionati tutti e cinquantuno i progetti per ottenere i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e nel 2021 l’economia italiana è cresciuta più del 6 per cento, meglio di qualsiasi altro paese dell’Unione Europea. Tuttavia, ripetutamente ha sottolineato che i successi non sono opera di una singola persona e neppure del solo governo, ma sono stati possibili grazie alle forze politiche e al Parlamento. Un governo parlamentare funziona al meglio proprio quando esiste e si mantiene la collaborazione fra governo, Parlamento e partiti. Anche se nessuno dei giornalisti ha colto l’occasione per farsi portatore delle critiche di coloro che sostengono che il Presidente del Consiglio ha svilito il ruolo del Parlamento, Draghi ha affermato che tutti i provvedimenti, compresa la legge finanziaria, sono stati discussi a fondo e più volte con gli esponenti dei partiti, con i parlamentari e nelle apposite commissioni parlamentari. Il metodo del confronto e della discussione è stato applicato anche con i sindacati. Dello sciopero Draghi non ha parlato mettendo in evidenza, invece, come si sia già tornati a discutere della revisione della legge sulle pensioni. L’unico elemento di reale preoccupazione per il futuro è rappresentato dalla circolazione della variante Omicron. Soltanto le vaccinazioni possono difenderci dal virus e, di nuovo con legittimo orgoglio, Draghi ha rilevato come la percentuale di italiani vaccinati e rivaccinati sia la più alta in Europa. Tutta la politica sanitaria in materia viene determinata non da preferenze politiche, ma dei dati dei contagi. Quindi, non è prevedibile quali saranno le future scelte del governo. Naturalmente, per molti giornalisti (e anche per molti italiani) il quesito al quale desiderano una risposta riguarda chi sarà il prossimo Presidente della Repubblica. Draghi ha cercato di disinnescare le domande, e c’è riuscito. Appena tre giornalisti sui più di venti che hanno fatto domande hanno osato provocarlo sull’argomento. Fatto un omaggio affettuoso alla sensibilità politica e alla dolcezza del Presidente Mattarella, la risposta di Draghi è stata chiarissima su un punto molto importante. Se sarà una maggioranza diversa da quella che attualmente sostiene il suo governo a eleggere il Presidente, la prosecuzione del governo diventerà impossibile. Per Draghi la fine del governo colpirà molto negativamente la stabilità politica che è stata e rimane uno dei prerequisiti per il successo nell’opera di ripresa e di rilancio dell’Italia. Questa risposta lascia aperta la possibilità per Draghi di salire al Quirinale a condizione, però, che la sua maggioranza sia in grado di rimanere compatta e di scegliere un successore all’altezza (che, evidentemente, dovrà essere politicamente e istituzionalmente concordato con lui e di sua fiducia e gradimento). Auguri.
Pubblicato AGL il 23 dicembre 2021
Berlusconi spera nel colle ma ha in mente un piano B @DomaniGiornale


Neanche per un momento è giustificabile pensare che Berlusconi abbia già abbandonato la speranza di diventare il prossimo Presidente della Repubblica. I numeri sui quali può contare in partenza sono il pacchetto più consistente di qualsiasi altro candidato. Dal quarto scrutinio, quello per il quale sarà sufficiente la maggioranza assoluta, i suoi numeri potrebbero, grazie ad una pluralità di apporti, essere decisivi. Composito è lo schieramento di coloro che deciderebbero di votarlo. Comprende i molti parlamentari che, in un modo o nell’altro, sentono/sanno che Berlusconi sarebbe generoso con loro, anche perché lo è già stato, e soprattutto quelli che pensano che Berlusconi presidente non scioglierebbe il Parlamento, ma consentirebbe la prosecuzione della legislatura fino alla sua conclusione naturale (marzo 2023). Per la precisione, quell’obiettivo, del tutto legittimo, di conservazione del posto di lavoro, appare molto importante sia ai parlamentari di Forza Italia e di Italia Viva, che saranno inevitabilmente a alto rischio, causa la riduzione del numero dei parlamentari, sia agli eletti del Movimento 5 Stelle, già dimezzati. Allo stato, solo i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni sono certi di crescere numericamente. Peraltro, Meloni non può negare la qualifica di patriota a Berlusconi il cui incipit della discesa in campo rimane assolutamente memorabile: “L’Italia è il paese che amo”.
Consapevole delle comunque reali difficoltà della sua candidatura, sicuramente “divisiva”, probabilmente Berlusconi ha già elaborato un piano “b”. Da un lato, vuole riprendersi il ruolo del protagonista, potrebbe essere l’ultima volta. Dall’altro, vuole impedire, come tutti i suoi “comunicatori” hanno subito affermato, che al Quirinale vada un candidato della sinistra, del PD (che per lui e forse anche per loro sono la stessa cosa). Dall’altro, ancora vorrebbe che l’uomo o la donna che verranno eletti al Colle più alto gli siano già debitori di qualcosa, siano riconducibili a lui per la sua carriera. A questo punto, inevitabilmente, bisogna fare i nomi e, in effetti, qualche nome ha già cominciato a circolare. Strappato alle sue fatiche di scrittore, Marcello Pera, già Presidente del Senato, è stato visto a Roma. Viene sussurrato il nome di Antonio Martino, già Ministro della Difesa. Inevitabilmente grazie alla sua carica, l’attuale Presidente del Senato Elisabetta Casellati, già parlamentare di Forza Italia, si trova nella cerchia dei papabili. Qualcuno potrebbe aggiungervi, non l’improbabile nome di Gianni Letta, ma quello di Antonio Tajani, ex-presidente, senza infamia e senza lode, del Parlamento europeo e coordinatore in carica di Forza Italia. Nient’affatto implausibile sarebbe la candidatura dell’ex-ministra dell’Istruzione, già sindaco di Milano, Letizia Moratti. Sembra abbia suscitato irritazione in Berlusconi, forse perché non proposta da lui stesso che non potrebbe vantarsene e che si vede privato della mossa a sorpresa.
Non intendo discutere nei dettagli le credenziali e le qualità presidenziali di queste eventuali candidature, ma due considerazioni meritano di essere formulate. Prima considerazione: nel ventennio berlusconiano il leader non ha in nessun modo proceduto al reclutamento e alla formazione di una classe politica. Forza Italia è rimasta un partito personale e occasionale con qualche eccezione di persone che hanno ricoperto e ricoprono cariche ministeriali. Seconda considerazione: nessuna delle potenziali candidature è dotata di una visibilità significativa, di una qualche popolarità, di fonte di potere proprio. Ma, azzardo, forse queste carenze non dispiacciono a Berlusconi.
Pubblicato il 22 dicembre 2021 su Domani
IL CASTORO | Gianfranco Pasquino sugli 80 anni del Manifesto di Ventotene #intervista

Intervista raccolta da Beatrice Gagliani

Compie 80 anni ma non si direbbe. Scritto al confino da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, il manifesto di Ventotene è considerato uno dei testi fondanti dell’Unione Europea. Ne abbiamo parlato con Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’università di Bologna.
Perché Il Manifesto di Ventotene è considerato uno dei testi fondativi dell’Unione europea?
«Perché individua il problema e suggerisce soluzioni: il problema è l’esistenza degli stati nazionali che si sono combattuti devastando l’Europa e loro stessi e la soluzione è superare la loro suddivisione e andare nella direzione di uno stato sovranazionale, che si sarebbe chiamato prima Europa e poi Unione Europea. L’Ue è l’unica in grado di porre fine alle guerre intestine, attraverso la messa in comune di sovranità e di tutta una serie di altri strumenti per la prosperità comune».
Nel ‘41 Spinelli e Rossi scrivevano: «Gli spiriti sono ora molto meglio disposti che in passato ad una riorganizzazione federalista dell’Europa». Che ne è oggi di quella prospettiva?
«Nel ‘41 Spinelli e Rossi erano sorprendentemente ottimisti, perché allora infuriava la guerra. Era tutt’altro che scomparso il pericolo che il nazismo riuscisse a vincere anche contro l’Unione Sovietica. Oggi quella prospettiva rimane assolutamente viva, anzi ha fatto molti passi avanti, siamo nella direzione giusta, pur sapendo che gli egoismi nazionali continuano a esserci e si traducono in visioni sovraniste ormai assolutamente fuori luogo. Abbiamo fatto dei passi avanti, infatti l’Unione europea oggi, nonostante le politiche ungheresi e polacche, è il più grande spazio di diritti civili e politici e di libertà mai esistito al mondo».
Cosa manca agli Stati Uniti d’Europa? Ci arriveremo?
«Manca ad esempio una politica fiscale comune, manca la possibilità di decidere con il voto a maggioranza su certe tematiche importanti. Su alcune, cruciali, bisogna decidere all’unanimità e ciò non rappresenta paradossalmente una procedura democratica, perché consente a uno stato di bloccare una decisione, sulla quale convergono gli altri 26. L’Europa ha già una cultura comune grazie a scienziati, letterati, pittori, scultori e musicisti, ma le manca ancora la convinzione di poter condividere una politica comune. È solo questione di tempo».
Sempre dal Manifesto: «La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita». A suo parere, nell’attuale economia neoliberista e di mercato, l’Europa ha saputo garantire la giustizia sociale?
«Spinelli era un ex comunista, non credeva ancora che fosse possibile arrivare al socialismo. Oggi sappiamo che paesi come Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia attuano politiche socialdemocratiche e occupano i primi posti in tutte le classifiche riguardo al livello di benessere e di giustizia sociale. È giusto sostenere che un’Europa federale unificata garantirebbe meglio i diritti dei lavoratori? La risposta probabilmente è sì. Non è detto che la via sarà quella del socialismo, ma deve essere prioritaria la lotta contro le disuguaglianze e la battaglia per una società giusta».
Alla luce dell’evoluzione storico-sociale degli ultimi decenni, ritiene che gli autori abbiano intuìto come si sarebbero modificati i rapporti economici tra i Paesi del globo?
«Non bisogna leggere quello che è stato scritto nel 1941 con gli occhi di oggi, ma cercare di capire quali erano i problemi che gli autori intendevano risolvere. Probabilmente con la loro intelligenza oggi sarebbero in grado di trovare alcune soluzioni a ciò che non funziona della globalizzazione, che di per sé non è un problema, ma un’opportunità».
Il Manifesto di Ventotene ha rappresentato un sogno utopico o si è fatto latore di un progetto politico realizzabile?
«Abitualmente combatto l’idea che l’Europa sia un’utopia. È piuttosto un progetto politico che si realizza con la capacità di coinvolgere i cittadini e le classi dirigenti, spingendoli nella direzione giusta».
Che cosa manca all’Europa attuale, rispetto a come l’avrebbero voluta gli estensori del testo?
«Manca una politica fiscale ed economica comune, la vera priorità della Ue. Al momento ci sono “disuguaglianze cattive”, come le chiama il presidente del Consiglio Mario Draghi, che devono essere sanate, mentre devono essere valorizzate le caratteristiche peculiari di ognuno, come avere più tempo libero da dedicare alla cultura, più spazio per l’immaginazione personale. Bisogna essere capaci di offrire opportunità adeguate in ogni momento della vita dei cittadini europei».
Pubblicata il 20 dicembre 2021 su settesere.it
La storia di B. racconta ciò che è: un tipo “unfit” @fattoquotidiano

“Berlusconi può essere molto generoso” mi disse venticinque anni fa senza aggiungere nessun commento un deputato di sinistra. Qualche anno dopo il sen. De Gregorio, trovato colpevole di avere ricevuto 3 milioni di Euro per cambiare voto e casacca, costituì la prova definitiva della generosità di Berlusconi. Ho cercato in molti testi, Costituzione italiana compresa, se la generosità rientri fra i criteri ritenuti importanti, praticati e da praticare, per essere considerati presidenziabili. Pare proprio di no. Poiché la Presidenza della Repubblica è sicuramente una “funzione pubblica” i suoi compiti dovrebbero essere adempiuti, come sancisce l’art. 54 della Costituzione “con disciplina e onore”. I precedenti di Berlusconi al governo e la sua condanna definitiva per frode fiscale non sembrano rassicuranti. Molti ricordano anche che, allora Presidente del Consiglio, Berlusconi affermò che se le tasse sono molte e alte è un dovere morale non pagarle. Fra le qualità che ne giustificano la candidatura, Berlusconi i suoi sostenitori, ad eccezione di Giorgia Meloni che quelle qualità non ha e non le può proprio apprezzare, da qualche tempo recitano, attribuendole anche a Forza Italia: liberale, cattolico, garantista, europeista. Non intendo discutere del cattolicesimo di Berlusconi, qualità irrilevante per ascendere al Quirinale e oramai poco importante anche per ottenere i voti degli elettori. Mi stupisce, però, che nei mass media le qualità berlusconiane non siano mai discusse e valutate. Il garantismo, non soltanto berlusconiano, sembra consistere in Italia nell’attaccare regolarmente i magistrati, specie quelli che indagano sui comportamenti dei politici. Nel passato, alcuni “garantisti” hanno anche garantito mazzette di denaro a giudici impegnati in processi che li riguardavano.
Credo che le qualifiche europeista e liberale meritino la massima attenzione poiché riguardano in maniera molto significativa sia il funzionamento della democrazia italiana sia il ruolo e i compiti del Presidente della Repubblica. L’unica prova a sostegno del suo europeismo è costituita dall’essere Forza Italia una componente del Partito Popolare Europeo. Chi trovasse affermazioni di Berlusconi che contengano una visione europeista, indicazioni intese a procedere nell’unificazione politica dell’Europa, prese di posizione su tematiche importanti farebbe un vero scoop. Molti ricordano ad un meeting dei capi di governo dell’Unione Europea Berlusconi al telefonino fare segno a Angela Merkel di aspettare e allontanarsi. Altri hanno negli occhi la foto di rito di un vertice nel quale Berlusconi fa il gesto delle corna come uno scolaretto impertinente. L’europeismo folkloristico non è appropriato ad un Presidente della Repubblica italiana. Va assolutamente a scapito della credibilità e affidabilità dell’Italia.
La carriera politica di Berlusconi, che secondo i suoi sostenitori merita di essere premiata con la più alta carica istituzionale, si è svolta con un altissimo tasso di conflittualità tanto da rendere Berlusconi un candidato sicuramente divisivo, chiaramente inadeguato a rappresentare “l’unità nazionale” (art. 87). Gli stessi aedi del bipolarismo come modalità preferibile di competizione politica non possono negare che, anche a causa dell’interpretazione che ne dava Berlusconi, quel bipolarismo veniva spesso definito feroce. Nelle parole di Cesare Previti, ascoltato avvocato e amico, non bisognava “fare prigionieri”, l’avversario doveva essere eliminato. Sono anni che più o meno prestigiosi commentatori lamentano che Berlusconi non è riuscito a portare a compimento la rivoluzione liberale che aveva promesso scendendo in campo (e facendo diventare parlamentari cinque professori “liberali”). Quanto al rispetto per il Parlamento luogo centrale di una politica che voglia essere liberale, come da tempo ha insegnato Westminster, la madre di tutti i Parlamenti, per Berlusconi la rappresentanza politica e la governabilità sarebbero (state) meglio garantite se votano i soli capigruppo, ciascuno contando per tutti i parlamentari del suo gruppo.
Di tanto tanto ingenuamente mi chiedo come qualcuno abbia potuto credere anche per un solo momento che il duopolista televisivo, immobiliarista e proprietario di cliniche, società di assicurazioni, case editrici e quant’altro, fosse interessato a lanciare una qualsivoglia rivoluzione liberale. D’altronde, non ha mai avuto la minima intenzione di risolvere il suo monumentale conflitto di interessi che tutti i liberali riterrebbero inevitabilmente un ostacolo insormontabile per l’ascesa ad una carica pubblica. Credo sia giunto il momento di dire alto e forte che Silvio Berlusconi è del tutto inadatto (unfit con il memorabile aggettivo usato dall’Economist per Berlusconi capo del governo) a ricoprire la carica di Presidente della Repubblica italiana.
Pubblicato il 18 dicembre 2021 su Il Fatto Quotidiano

