Democrazia Futura. Germania: la legge elettorale. Rappresentanza proporzionale personalizzata @Key4biz #DemocraziaFutura

La cruciale scelta nel dopoguerra della formula adottata per la Repubblica Federale Tedesca. Nel nuovo articolo di approfondimento per Democrazia Futura, il professori Gianfranco Pasquino descrive minuziosamente la legge elettorale scelta dalla Germania.

Dopo l’esame del quadro politico delle forze in campo e dei sondaggi alla vigilia delle elezioni tedesche, Gianfranco Pasquino descrive minuziosamente la legge elettorale tedesca. L’Accademico dei Lincei considera “cruciale” la “scelta nel dopoguerra della formula adottata per la Repubblica Federale Tedesca” che definisce nel titolo come un sistema di “Rappresentanza proporzionale personalizzata”: Rilevato e ribadito – nella premessa – che “da nessuna parte al mondo nelle democrazie, parlamentari, presidenziali, semi-presidenziali, la legge elettorale serve a eleggere il governo (può, però, eleggere il capo dell’esecutivo nei presidenzialismi e nei semi-presidenzialismi), l’obiettivo è eleggere un Parlamento, un’assemblea rappresentativa. Allora, i due criteri da utilizzare per valutare la bontà di una legge elettorale sono: 1. la quantità di potere conferito agli elettori; 2. La qualità della rappresentanza politica. Anticipo e spiego: quanto i parlamentari eletti sappiano di dovere la loro carica agli elettori e in che modo agiscano per mantenere un rapporto il più stretto possibile con l’elettorato, loro e più in generale”, il decano dei nostri scienziati politici allievo di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, propone di applicare questi due criteri per valutare i diversi sistemi “Dal sistema elettorale maggioritario inglese [definito “il padre di tutti i sistemi maggioritari”] ai diversi sistemi proporzionali per dimensioni delle circoscrizioni e formule di assegnazione dei seggi, ed eventuali barriere di accesso”, ovvero alle “numerose varietà di leggi elettorali che collegano la percentuale di voti ottenuti dai partiti alle percentuali di seggi nell’assemblea elettiva”. Nello specifico, dopo aver ricordato “Le posizioni in campo nel secondo dopoguerra” in materia al momento della nascita della Repubblica Federale Tedesca, Pasquino, dopo aver smentito alcune affermazioni secondo le quali “il crollo della Repubblica di Weimar era dipeso anche, addirittura soprattutto, dalla legge elettorale proporzionale”, descrive le posizioni articolate delle forze politiche allora in campo, con “i socialdemocratici a favore di una legge proporzionale, loro rivendicazione storica già nella Germania imperiale, mentre la maggioranza dei democristiani e i liberali [che] dichiararono la preferenza per un sistema maggioritario”. Ripercorre poi “L’accordo” che porta all’introduzione della “soglia di accesso al Bundestag, della scheda elettorale con il doppio voto e [al] criterio di assegnazione dei seggi”: Quando si vide che molti/troppi partitini si presentavano alle elezioni, nel 1949 e nel 1953, tenute, con qualche variazione, con un sistema proporzionale, i tre partiti già relativamente consolidati addivenneroalla decisione di introdurre una soglia di accesso al Bundestag, cinque per cento dei voti su scala nazionale (erano state utilizzate soglie anche in alcuni Länder). Per dare potere agli elettori, la scheda elettorale tedesca è divisa in due parti. Nella prima parte, a sinistra di chi guarda stanno i nomi dei singoli candidati nei collegi uninominali; nella parte destra stanno i simboli dei partiti e i tre, quattro, cinque nomi dei candidati di ciascun partito nelle circoscrizioni di ogni specifico Land. Alcuni dei candidati possono anche essere gli stessi del collegio uninominale. Naturalmente, gli elettori hanno la facoltà di votare il candidato/a del Partito A nel collegio uninominale e la lista del Partito B nella seconda parte della scheda. I seggi vengono assegnati con riferimento alla percentuale di voti ottenuti nelle seconde schede. I partiti che non superano il 5 per cento semplicemente non entrano al Bundestag. Infine venne inserita La clausola a tutela delle minoranze regionali che consente “l’ingresso in Parlamento con tre mandati diretti” conquistati nei collegi uninominali a formazioni che non raggiungono il 5 per cento sul piano nazionale. Ai partiti i cui candidati riuscissero a vincere in almeno tre collegi uninominali vengono assegnati tanti seggi quanti ne corrispondono alla percentuale complessiva di voti ottenuti”. Un tale meccanismo – come emerge dalla tabella contenente i risultati della consultazione – non ha impedito “La frammentazione del Bundestag eletto nel 2017 [nel quale “addirittura sette partiti hanno superato la soglia del 5 per cento”]- nonostante lo sbarramento del 5 per cento”. Pasquino rileva infine il valore del “doppio voto strategico” e i 49 mandati aggiuntivi assegnati: “Grande è il numero di elettori/trici tedeschi/e che approfittano del doppio voto per fare scelte definibili come strategiche. Poiché sono i candidati/e dei due partiti grandi ad avere le maggiori probabilità di vincere nei collegi uninominali, su di loro convergono anche molti voti di elettori che nella parte proporzionale scelgono per necessità e intelligenza (fare superare la soglia al partito preferito) un altro partito: i Liberali (1 milione 700 voti in meno nell’uninominale), i Verdi (450 mila voti in meno), mentre i candidati della CDU ottengono 1 milione e 600mila voti in più della lista del loro partito e quelli della SPD 1 milione e 900 mila in più. Ė grazie a questa tendenza a convergere su un certo numero di candidature uninominali che si produce il fenomeno dei mandati aggiuntivi che nelle elezioni del 2017 sono stati addirittura 49. Per evitare uno squilibrio troppo favorevole ai partiti grandi, in quella consultazione solo la CDU/CSU, sono stati previsti i cosiddetti mandati compensativi, ben 62, ricalcolati in base alle percentuali ottenute e distribuiti a tutti gli altri partiti”.
Quantità di potere conferito agli elettori e qualità della rappresentanza politica
La scelta di un sistema elettorale non è mai un fatto puramente tecnico. Non soltanto perché non esiste un sistema elettorale perfetto come affermano banalmente molti che, poi, non sono in grado di formulare i criteri con i quali valutare le leggi elettorali preferibili, ma perché, se esistesse la legge elettorale perfetta, tutti (o quasi) vorrebbero adottarla. Elementare. Ciò detto, chi ha letto qualche testo in materia elettorale sa che esistono leggi buone e leggi meno buone e che alcune leggi elettorali si sono dimostrate e sono migliori di altre. Naturalmente, per stabilire che cosa è buono e che cosa no nella valutazione delle leggi elettorali, è imperativo possedere e esplicitare i criteri con i quali valutarle. Rilevato e ribadito che da nessuna parte al mondo nelle democrazie, parlamentari, presidenziali, semi-presidenziali, la legge elettorale serve a eleggere il governo (può, però, eleggere il capo dell’esecutivo nei presidenzialismi e nei semi-presidenzialismi), l’obiettivo è eleggere un Parlamento, un’assemblea rappresentativa. Allora, i due criteri da utilizzare per valutare la bontà di una legge elettorale sono: 1. la quantità di potere conferito agli elettori; 2. La qualità della rappresentanza politica. Anticipo e spiego: quanto i parlamentari eletti sappiano di dovere la loro carica agli elettori e in che modo agiscano per mantenere un rapporto il più stretto possibile con l’elettorato, loro e più in generale.
Dal sistema elettorale maggioritario inglese ai diversi sistemi proporzionali per dimensioni delle circoscrizioni e formule di assegnazione dei seggi, ed eventuali barriere di accesso
Questi due criteri sono stati usati, più o meno consapevolmente, quando ciascun sistema politico ha dovuto dotarsi di una legge elettorale. Comprensibilmente, gli “ingegneri” elettorali tenevano in grande conto anche le loro prospettive/possibilità di vincere il maggior numero di seggi, forse, più spesso, di evitare sconfitte numeriche e politiche fino al caso peggiore: l’esclusione dalla assemblea elettiva. Nacque prima il sistema elettorale maggioritario inglese che, potremmo dire, è il padre di tutti i sistemi maggioritari. In seguito, proprio per scongiurare sconfitte politiche devastanti che il maggioritario amplifica e per mantenere un po’ di rappresentanza parlamentare, nel 1891 a partire dal Belgio fecero la loro comparsa i sistemi elettorali proporzionali.
Oggi ne esiste una grande varietà con o senza clausole percentuali di accesso al Parlamento, con circoscrizioni di dimensioni piccole, medie, grandi, con diverse formule di assegnazione dei seggi: d’Hondt[1], Sainte Laguë[2], Hare[3] e loro combinazioni. In sintesi, “la” proporzionale non esiste; esistono numerose varietà di leggi elettorali che collegano la percentuale di voti ottenuti dai partiti alle percentuali di seggi nell’assemblea elettiva.
Da ultimo, sappiamo che alcune leggi elettorali offrono ai votanti la possibilità di esprimere una o più preferenze per i candidati, mentre altri sono caratterizzati da liste chiuse e bloccate.
Questa premessa lunghetta, che potrebbe essere ulteriormente elaborata, ha come obiettivo principale quello di suggerire di non fidarsi dei terribili semplificatori che non conoscono le clausole delle leggi elettorali, non sanno spiegarle, non ne comprendono le modalità con le quali impattano sul cittadino/a al momento della formazione e poi espressione dell’intenzione di voto e sui partiti e sui sistemi di partito.
Quale sistema elettorale per la Repubblica Federale. Le posizioni in campo nel secondo dopoguerra
Da almeno settant’anni, con la pubblicazione nel 1951 del fondamentale volume di Maurice Duverger, Les partis politiques[4], gli studiosi analizzano, approfondiscono, affinano le loro ipotesi e generalizzazioni anche in chiave operativa.
Quando nel 1948-49 si pose il problema di quale legge elettorale scrivere per la Repubblica federale tedesca non c’erano terribili semplificatori fra gli uomini politici tedeschi, gli studiosi, gli esuli che erano soprattutto negli Stati Uniti e, naturalmente, i policy-makers USA e i loro consulenti. La posizione più drastica totalmente ostile alla rappresentanza proporzionale fu espressa coerentemente dal politologo Ferdinand Hermens, autore di studi importanti e appassionati pubblicati all’inizio degli anni Quaranta[5].
Fra gli alleati, gli inglesi non caldeggiarono particolarmente la loro legge elettorale maggioritaria, ma, insieme agli americani, espressero il loro favore per una qualche modalità che consentisse all’elettorato tedesco di scegliere non soltanto i partiti, ma anche le persone.
Anche se la rappresentanza proporzionale utilizzata durante la Repubblica di Weimar era, forse, in parte, responsabile di alcuni problemi di funzionamento del Parlamento e del governo, nessuno affermò drasticamente, come fanno alcuni italiani nostri contemporanei[6], che il crollo di Weimar era dipeso anche, addirittura soprattutto, dalla legge elettorale proporzionale.
Qui è utile una riflessione sui verbi. La proporzionale causa la frammentazione dei partiti? La proporzionale consente la frammentazione? La proporzionale fotografa (questo è il verbo usato da Giovanni Sartori) un sistema di partiti frammentati? La proporzionale non pone un freno/non scoraggia le scissioni dei partiti esistenti (è la mia convinzione). In questo ambito le analisi comparate sono molto carenti.
La proporzionale aveva dato il suo contributo, ma davvero piccolo e sicuramente non decisivo, al crollo di Weimar, ma molti altri fattori furono all’opera in quei tremendi anni. Traggo da un libro prezioso: Hagen Schulze, La Repubblica di Weimar. La Germania dl 1917 al 1933[7] una lezione da non dimenticare. Non sono le democrazie che muoiono, sono le élite: istituzionali, burocratiche, economiche e militari che affossano le democrazie.
Comunque, fin dall’inizio della discussione sulla legge elettorale, i socialdemocratici si schierarono a favore di una legge proporzionale, loro rivendicazione storica già nella Germania imperiale, mentre la maggioranza dei democristiani e i liberali dichiararono la preferenza per un sistema maggioritario. I democristiani si sentivano (ed erano) molto forti e avrebbero tratto grande vantaggio da un maggioritario, mentre i liberali pensavano che il maggioritario avrebbe spazzato via tutti i competitori che erano più deboli di loro.
L’accordo sulla soglia di accesso al Bundestag, la scheda elettorale con il doppio voto e il criterio di assegnazione dei seggi
Quando si vide che molti/troppi partitini si presentavano alle elezioni, nel 1949 e nel 1953, tenute, con qualche variazione, con un sistema proporzionale, i tre partiti già relativamente consolidati addivennero alla decisione di introdurre una soglia di accesso al Bundestag, cinque per cento dei voti su scala nazionale (erano state utilizzate soglie anche in alcuni Länder).
Per dare potere agli elettori, la scheda elettorale tedesca è divisa in due parti. Nella prima parte, a sinistra di chi guarda stanno i nomi dei singoli candidati nei collegi uninominali; nella parte destra stanno i simboli dei partiti e i tre, quattro, cinque nomi dei candidati di ciascun partito nelle circoscrizioni di ogni specifico Land. Alcuni dei candidati possono anche essere gli stessi del collegio uninominale. Naturalmente, gli elettori hanno la facoltà di votare il candidato/a del Partito A nel collegio uninominale e la lista del Partito B nella seconda parte della scheda.
I seggi vengono assegnati con riferimento alla percentuale di voti ottenuti nelle seconde schede. I partiti che non superano il 5 per cento semplicemente non entrano al Bundestag. Ci sono stati casi importanti di esclusione: nel 1969 la NPD (Nationaldemokratische Partei Deutschlands) ottenne il 4,8 e rimase fuori. Nel 1990, nelle prime elezioni dopo la riunificazione, furono i Verdi con all’incirca il 4 per cento dei voti ad essere esclusi. Nel 2013 toccò ai Liberali (FDP) con il 4,8 per cento a non superare la soglia. Insomma, il 5 per cento è servito a scoraggiare la frammentazione partitica.
La clausola a tutela delle minoranze regionali: l’ingresso in Parlamencon tre mandati diretti
Proprio perché la soglia è relativamente difficile da superare, gli “ingegneri” elettorali tedeschi ebbero una preoccupazione, quella di non tagliare fuori dalla rappresentanza parlamentare partiti piccoli con seguito elettorale geograficamente concentrato (come, ad esempio, la minoranza di lingua danese nello Schleswig-Holstein). Pertanto, decisero di introdurre una clausola poco nota e spesso trascurata nell’analisi del sistema, ma interessante e significativa. Ai partiti i cui candidati riuscissero a vincere in almeno tre collegi uninominali vengono assegnati tanti seggi quanti ne corrispondono alla percentuale complessiva di voti ottenuti.
Curiosamente, la minoranza che venne così protetta e salvata non fu etnica, linguistica, geografica, ma politica: gli ex-comunisti della (cosiddetta) Repubblica democratica tedesca. Nelle elezioni del 1994 il loro partito non riuscì a superare la soglia del 5 percento, attestandosi al 4,39, ma quattro dei candidati ex-comunisti vinsero nei collegi uninominali (tre a Berlino Est dove la nomenklatura e le loro famiglie erano concentrate) portando al Bundestag complessivamente 26 deputati. Nel 1998 andarono appena al di sopra della soglia, ma nel 2002 si fermarono al di sotto del 4 per cento nazionale. Poiché nei collegi uninominali furono elette soltanto due loro candidate, il partito non ottenne altri seggi.
La frammentazione del Bundestag eletto nel 2017 nonostante lo sbarramento del 5 per cento: il doppio voto strategico e i 49 mandati aggiuntivi assegnati
Nelle elezioni del 2017 addirittura sette partiti hanno superato la soglia del 5 per cento. La perdita di voti a destra della CDU, a sinistra, ma anche a favore dei Verdi, della SPD ha consentito a, rispettivamente, Liberali e Alternative für Deutschland, a Die Linke e, appunto, ai Verdi, di ottenere buoni, quasi ottimi, risultati. La tabella, che verrà utile anche per il confronto con i risultati delle prossime imminenti (fine settembre) elezioni, mette in chiara evidenza un dato importante.

Grande è il numero di elettori/trici tedeschi/e che approfittano del doppio voto per fare scelte definibili come strategiche. Poiché sono i candidati/e dei due partiti grandi ad avere le maggiori probabilità di vincere nei collegi uninominali, su di loro convergono anche molti voti di elettori che nella parte proporzionale scelgono per necessità e intelligenza (fare superare la soglia al partito preferito) un altro partito: i Liberali (1 milione 700 voti in meno nell’uninominale), i Verdi (450 mila voti in meno), mentre i candidati della CDU ottengono 1 milione e 600 mila voti in più della lista del loro partito e quelli della SPD 1 milione e 900 mila in più. Ė grazie a questa tendenza a convergere su un certo numero di candidature uninominali che si produce il fenomeno dei mandati aggiuntivi che nelle elezioni del 2017 sono stati addirittura 49. Per evitare uno squilibrio troppo favorevole ai partiti grandi, in quella consultazione solo la CDU/CSU, sono stati previsti i cosiddetti mandati compensativi, ben 62, ricalcolati in base alle percentuali ottenute e distribuiti a tutti gli altri partiti. Dovremmo valutare positivamente questo esito poiché contribuisce ad una più comprensiva rappresentanza politica, ma una camera di 709 parlamentari è certamente pletorica. Sul punto, in Germania, è in corso una discussione.
Lo scambio di voti fra liberali e democristiani e fra socialdemocratici e verdi
Ai tempi della loro alleanza, i liberali invitavano parte dei loro elettori a votare i candidati democristiani in cambio di voti democristiani per la lista della FDP, mai troppo sicura di superare la soglia del 5 per cento. Anche per rafforzare la loro coalizione che si candidava a governare, Socialdemocratici e Verdi concordarono scambi simili nelle elezioni del 1998 e del 2002. In maniera sistematica nella terza edizione, uscita nel 2007, del mio volume Sistemi politici comparati[8] ho presentato i numeri assoluti di voti ottenuti da tutti i partiti in quattro tornate elettorali 1994, 1998, 2002, 2005 dove appaiono visibilissimi gli scambi fra SPD e Verdi. Come sempre, la comparazione offre il materiale utile a comprendere quanto l’elettorato tedesco abbia imparato a utilizzare il voto disgiunto anche seguendo in larga misura le indicazioni dei dirigenti di partito.
Conclusioni. Un sistema importabile, purché con tutti i suoi elementi portanti
In conclusione, i pregi del sistema elettorale tedesco, correttamente definito “proporzionale personalizzata”, sono molti. Consente buona rappresentanza delle preferenze degli elettori. Contiene la frammentazione dei partiti. Incoraggia la indicazione delle coalizioni di governo. Conferisce, grazie al doppio voto, notevole potere agli elettori.
Sicuramente, è imitabile/importabile.
Ne conosciamo a grandi linee le conseguenze, ma sappiamo anche che se viene privato di alcuni suoi elementi portanti: la clausola di esclusione dal Parlamento, il doppio voto, i collegi uninominali, diventerà qualcos’altro non definibile e con conseguenze certamente meno positive di quelle registrate in Germania fino ad aggi. Caveant reformatores!
[1] Il metodo D’Hondt, inventato e descritto per la prima volta dallo studioso belga Victor D’Hondt nel 1878, è un metodo matematico per l’attribuzione dei seggi nei sistemi elettorali che utilizzano il metodo proporzionale. Questo sistema prevede che si divida il totale dei voti di ogni lista per 1, 2, 3, 4, 5… fino al numero di seggi da assegnare nel collegio, e che si assegnino i seggi disponibili in base ai risultati in ordine decrescente. Il sistema, da lui ideato, è trattato nel suo saggio. Cfr. Victor D’Hondt, Système pratique et raisonné de représentation proportionnelle, Bruxelles, C. Muquardt, 1892.
[2] Il metodo Sainte-Laguë della media più alta (equivalente al metodo di Webster), detto anche metodo del divisore con arrotondamento standard, è una modalità di attribuzione dei seggi in modo proporzionale per le assemblee rappresentative a seguito di elezioni. Il metodo prende nome dal matematico francese André Sainte-Laguë. Questo metodo è strettamente relazionato al metodo D’Hondt, anche se senza il favoritismo espresso verso i partiti maggiori che esiste in quest’ultimo.
[3] Il metodo Hare o Hare-Niemeyer (o dei resti più alti), è un metodo matematico per l’attribuzione dei seggi nei sistemi elettorali che utilizzano il metodo proporzionale. È uno (e il più rappresentativo) dei possibili metodi “del quoziente e i più alti resti”, che stabilisce la quota di voti che bisogna raggiungere per ottenere un seggio. Porta il suo nome da Thomas Hare (1806-1891), un britannico che inventò il sistema dei quozienti utilizzati anche nel meccanismo del voto singolo trasferibile. L’altro nome è quello del matematico tedesco Horst Friedrich Niemeyer (1931-2007) che ha dato il suo nome al metodo usato dal Bundestag dal 1987 al 2005.
[4] Maurice Duverger, Les Partis politiques, Paris, Arnand Colin, 1951, IX-476 p. Traduzione italiana: I partiti politici, Milano, edizioni di Comunità, 961, 497 p.
[5] Ferdinand H. Hdrmen Democracy or Anarchy? A Study of proportional representation. Notre Dame Indiana, The Review of Politics, University of Notre Dame Press, 1941, XXX-447 p. Ristampato con un supplemento dall’autore: New York, Johnson Reprint Corp., 1972.
[6] L’autore di questo testo allude al saggio di Gian Enrico Rusconi, La crisi di Weimar. Crisi di sistema e sconfitta operaia, Torino, Einaudi, 1977, 527 p. che ebbe grande eco nel dibattito italiano degli anni Settanta su come uscire dalla frammentazione che caratterizzava il quadro politico di quella fase [N.d.C.]
[7] Hagen Schulze, Weimar. Deutschland, 1917-1933, Muenchen, Siedler Verlag, 1985, 464 p. Traduzione italiana: La Repubblica di Weimar. La Germania dl 1917 al 1933, Bologna, il Mulino, 1987, 538 p.
[8] Gianfranco Pasquino, Sistemi politici comparati. Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Stati Uniti. Terza edizione, Bologna, Bononia University Press, 2007, VI-173 p. [si veda in particolare la p. 38].
Pubblicato il 9 settembre 2021 su Key4biz
Recensori traditori (dei lettori) Fascist-style

Questa volta, cari amici, vi scrivo per porvi un quesito per me di grande interesse e doloroso. Dovendo recensire un libro come Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021) che è fatto di sette capitoli:
1. Costruire una democrazia e mantenerla
2. Costituzione, ideologie e politiche
3. Fascismo, antifascismo e Resistenza
4. Compromesso storico, alternativa, alternanza
5. La scomparsa delle culture politiche
6. Antipolitica, populismo e antiparlamentarismo
7. Europeismo e sovranismo.
Lo affidereste a specialisti del fascismo?
Eppure, questo hanno fatto sia il Corriere della Sera sia Il Domenicale del Sole 24 Ore. Poi, ricevuta la recensione che di quei capitoli poco (il Corriere) o nulla (Il Sole) parla, accettereste una recensione che non informa chi legge quei quotidiani? Non è questa inadeguatezza una buona ragione per dire “no, riscrivere” oppure cestinare?
Alla professoressa Alessandra Tarquini che recensisce il mio libro rimproverandomi di non avere letto, trattando del fascismo italiano e delle sue conseguenze su cultura e politica in Italia, Zev Sternhell, storico israeliano di origine polacca; George Mosse, storico tedesco naturalizzato statunitense, specialista del nazismo; e Stanley Payne, storico USA grande studioso degli autoritarismi spagnolo e portoghese, non sarebbe il caso di dire che non c’entrano quasi niente?
E non sarebbe semplicemente doveroso consentirmi di replicare al professore di fascismo, Emilio Gentile, che riempie la sua recensione (4 luglio 2021) di contumelie nei miei confronti, che recensire è rendere conto anche in maniera critica di quanto si è letto e non limitarsi a sette righe? Sono le righe nelle quali sostengo che il fascismo non riuscì mai a diventare totalitario, che è il suo mantra, e che, dunque, deve essere definito regime autoritario.
Il responsabile di avere assegnato e pubblicato quella recensione sul Sole si è, invece, rifiutato di pubblicare la mia breve lettera che riportava l’indice del libro.
Questo è lo stato del dibattito pubblico in Italia. Non preoccupatevi delle fake news, ma di coloro che le news semplicemente le sopprimono senza diritto di replica. L’8 settembre, quando la monarchia che insediò il fascismo e gli sopravvisse, come a nessuna monarchia successe mai nei regimi totalitari, mi pare la data giusta per portare il misfatto all’attenzione di chi mi legge che ringrazio.
Fratelli d’Italia sarebbe vittima delle riforme di Giorgia Meloni @DomaniGiornale


Forse lo sanno forse no forse preferiscono non pensarci, ma i dirigenti dei partiti e i parlamentari hanno molte gatte da pelare di qui alle elezioni politiche del marzo 2023, se arriveranno fino ad allora.
Tralasciando le elezioni amministrative i cui esiti non si preannunciano particolarmente dirompenti se non, in negativo, per il Movimento 5 Stelle, la vera svolta potrebbe/potrà essere l’elezione presidenziale. Anche se Stefano Feltri ha efficacemente argomentato le ragioni che consigliano l’elezione di Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica, magari in seguito ad una convincente designazione ad opera del segretario del PD, è possibile che si pervenga ad uno stallo parlamentare. Se, oltre che prolungato, lo stallo sarà caratterizzato da qualche mercanteggiamento improprio, la richiesta dell’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica italiana è destinata a tornare prepotentemente sulla scena politico-costituzionale.
Tradizionalmente, poiché, per lo più si dimentica o semplicemente non si sa che in Assemblea Costituente Piero Calamandrei propose una Repubblica presidenziale accompagnata da una solida rete di poteri locali, il presidenzialismo è associato con la destra. In questi anni, anche Berlusconi ha genericamente parlato di presidenzialismo, rivelando, fra l’altro, di non conoscere i guasti del governo diviso USA-style. Fra i politici e i giornalisti nostrani si è raramente manifestata una chiara distinzione concernente il presidenzialismo USA messo a confronto con il semipresidenzialismo francese. La stessa Meloni, intervenendo al Forum Ambrosetti a Cernobbio, dopo avere affermato che “il parlamentarismo all’italiana è diventato un pantano”, e che per questo “bisogna uscire dalla Repubblica parlamentare. Io sono per un sistema presidenziale”, ha sentito di dover precisare che “c’è una proposta di Fdi sul semipresidenzialismo alla francese”.
Non so a quale stadio si trovi la proposta di Fratelli d’Italia, ma certamente chi volesse uscire dal sistema parlamentare all’italiana, non sempre un pantano e migliorabile anche dall’interno, potrebbe opportunamente guardare alla Quinta Repubblica francese. Lo dovrebbe fare in modo particolare ricordando che la Quarta Repubblica fu il sistema politico-parlamentare più simile alla Repubblica italiana e l’allora unica Costituzione alla quale guardarono i Costituenti italiani. Nel contesto francese, fortemente voluta da de Gaulle, la Quinta Repubblica produsse un salto qualitativo notevolissimo. Fu e rimane accompagnata da un sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali che ha ridimensionato il ruolo dei partiti, come desiderava de Gaulle, e messo al centro della rappresentanza politica i candidati, rarissimamente paracadutati, che diventano rappresentanti premurosi dei collegi nei quali vengono eletti.
Non so quanto Meloni vorrà puntare sulla sua proposta e sulla riforma elettorale adottando la legge francese. Se le circostanze le consentiranno o addirittura la incoraggeranno a procedere in tal senso, mi limito a sottolineare due elementi sistemici positivi che comportano un rischio per il partito di Giorgia Meloni. Il primo elemento positivo è che l’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica implica la ristrutturazione bipolare di quel che resta del sistema partitico italiano. Dunque, dovrebbe essere sostenuta da tutti i bipolaristi del nostro stivale. Il secondo elemento, più visibilmente nei collegi uninominali, ma anche per l’elezione presidenziale, è che è necessario, quasi indispensabile costruire coalizioni prima del voto. Il rischio per Fratelli d’Italia è lo stesso che corre Marine Le Pen in Francia e che la ridimensiona costantemente. Al secondo turno i partiti estremi e le loro candidature vengono penalizzate dagli elettori. Lo scombussolamento successivo al mutamento del modello italiano di governo potrebbe, però, essere accompagnato dalla mitigazione di tutti gli estremisti. E sarebbe un bene.
Pubblicato il 8 settembre 2021 su Domani
Draghi fra se e sì. Pasquino legge i pensieri del premier @formichenews

Sì, sì, sì. Dalle marachelle dei partiti ai vaccini, il premier Mario Draghi ha una sola risposta. Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, prova a leggere i pensieri del premier e il futuro del governo. Con un affaccio sul Quirinale
Sostiene Pasquino, prof. Emerito di Scienza politica che le risposte di Draghi sono: sì, sì, probabilmente sì.
Giornalista Uno: Lei ritiene che il suo governo possa tenere la rotta nonostante le intemperanze di Salvini e le sbandatine di Conte? Giornalista Due: Pensa di potere continuare a fare il pesce in barile sulla vexatissima questio della prossima Presidenza della Repubblica? Presidente del consiglio Mario Draghi: la risposta è si a entrambe le domande.
Due sonori, rotondi sì. Le intemperanze di Salvini riguardano il suo carattere e le sue viscere. Gliele risolverà il ministro Giorgetti spiegandogli che le istanze politiche vanno portate nel Consiglio dei Ministri e non sulle piazzette e nei social.
Conte non si è ancora impadronito del suo ruolo. Se fossi buono, direi che fa tenerezza. Poiché sono esigente e severo, a cominciare da me stesso, gli faccio i migliori auguri per il suo difficilissimo lavoro e aggiungo un nota di cautela. I problemi del Movimento non saranno risolti dal Comandante Di Battista come i problemi del Partito Democratico non hanno trovato soluzione nel profluvio di interviste di Goffredo Bettini.
Anche la risposta alla seconda domanda è, in via di principio, sì. Però, non sono un pesce in barile e mi muovo liberamente, oserei dire persino con gusto, magari ve ne siete accorti, nel mare della politica italiana, europea (a proposito la boullabaisse di Marsiglia con Macron era eccellente) e internazionale. Semmai, il pesce in barile cerca di farlo Xi Jinping, ma lo staneremo.
Sulla Presidenza della Repubblica sto maturando una posizione che sarebbe nuova, se vi avessi mai detto qual’era la vecchia. Sono a abituato a portare a termine i compiti che accetto. È una buonissima regola per tutti. Non vedo con favore chi, vinta, in qualche modo, una carica, la usa come trampolino per un’altra. No, non sto necessariamente parlando dell’eurodeputato Calenda che si candida a sindaco di Roma, però, insomma (Draghi sorride sornione).
Come portare a termine il doppio lavoro: risanare l’economia, e chi sa, suscitare un pezzetto di società italiana e metterla/le su una strada duratura? Ho letto un editoriale del Domani scritto dal Direttore Stefano Feltri che suggerisce alle forze (sic) politiche del centro-sinistra di mandarmi al Quirinale senza troppi balletti. L’ho trovato intrigante e intelligente.
Dall’alto Colle avrò comunque per sette anni il potere di orientare, persuadere e, se del caso, sferzare governanti e rappresentanti a attuare quello che abbiamo iniziato rimanendo nei binari già decisi che sembrano funzionare. Non scioglierò il Parlamento atto al quale, forse, un/a Presidente eletto con i voti decisivi del centro-destra si sentirebbe obbligato. L’unico problema che sicuramente avrò sarà quello della nomina del Presidente del Consiglio in mia sostituzione.
Chi? Questa volta la risposta è no. No, non vi dico come farò. Sono certo che consulterò tutti i leader dei partiti in Parlamento. Non leggerò le interviste dei pundits, neppure ascolterò le opinioni, anche se spesso interessanti e pungenti del prof. Pasquino. Sottolineerò che se cambia la maggioranza, chi se ne va non avrà voce in capitolo. Naturalmente, un po’ di voce l’avranno quelli che restano.
Sì, dirò di più nel prossimo capitolo. Grazie dell’attenzione. Vaccinatevi e tenete la mascherina.
Pubblicato il 5 settembre 2021 si formiche.net
Abbiamo abbastanza democrazia per poterla esportare?

La democrazia che conosciamo non è “occidentale”. È universale. Non è nata in India e in nessun altro luogo del mondo non occidentale. Pratiche di accordi e compromessi, saltuarie rinunce alla violenza, scambi di ascolti e riunioni assembleari non configurano nessuna democrazia. La democrazia che conosciamo è il prodotto complesso del pensiero europeo, poi anglo-americano, combinato con le pratiche necessarie a riconoscere e mantenere il pluralismo dei dissidenti religiosi, aggiungendovi le riflessioni dei liberali sui diritti, a cominciare da one man, oops, one person one vote, sulla separazione delle istituzioni e sull’autonomia del potere politico da quello religioso. Tutte le altre interpretazioni che vengono date della democrazia sono il prodotto sbagliato e fuorviante, anche pericoloso per tutti, di un mix variabile di ignoranza e manipolazione, di cancel culture e buonismo inclusivo.
Esportare la democrazia, ha scritto nitidamente Giovanni Sartori, si può, subito aggiungendo: non dovunque e non comunque. Certo, la “esportazione” non potrà essere fatta da chi, come Arianna Farinelli in un troppo lungo articolo sul “Domani” (21 agosto), non ha un’idea chiara di che cosa è la democrazia. Galli della Loggia (“Corriere della Sera” 20 agosto) l’esportazione la farebbe persino portandola con la guerra, operazione che non sembra finora avere avuto successo. Anzi, è stata controproducente. No, in Italia nel 1945 la democrazia non fu portata dai carri armati americani e nella Germania sconfitta la democrazia poteva fare leva su democratici rimasti in patria e su esuli prestigiosi. Solo per il Giappone si può parlare di imposizione USA, ma una rondine non fa primavera (democratica).
La democrazia ha bisogno di un luogo definito dove sperimentarsi. State-building, vale a dire l’esistenza di uno Stato con i suoi confini, con i suoi apparati, burocrazia e forze di polizia e militari, in grado di garantire l’ordine politico impedendo ai detentori di risorse soprattutto economiche di schiacciare gli altri abitanti, è la premessa di qualsiasi costruzione di democrazia. La democrazia ha bisogno anche di atteggiamenti e emozioni. Nation-building è il procedimento attraverso il quale si creano sentimenti di appartenenza condivisa, anche attraverso una rilettura della storia comune, di ridimensionamento delle fratture esistenti su base etnica, di concessione e protezione dei diritti basici: civili e, aprendo la strada alla democrazia, politici. Entrambi i procedimenti sono (stati) prodromici alla nascita di qualsiasi democrazia. Esemplarmente, per quel che ci riguarda: “fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”. Per la Francia, il cui Stato esisteva da secoli, solo la prima guerra mondiale trasformò i “contadini in francesi” (è il titolo di un libro giustamente famoso di Eugen Weber, 1976). In un non piccolo numero di paesi sono (state) alcune confessioni religiose ad opporsi ad entrambi i procedimenti. Mi pare alquanto stucchevole continuare a sostenere che l’Islam non è in via di principio la religione monoteistica che maggiormente si oppone alla democrazia. Dove i proclami e i dettami dei mullah contano più dei voti, nessuna democrazia può affacciarsi. Inevitabilmente quei proclami e quei dettami lanciati contro i voti dei cittadini configurano uno scontro di (in)civiltà.
Nel mondo giorno dopo giorno che siano i monaci tibetani, gli studenti di Hong Kong, i seguaci della signora Aung San Suu Ky, le donne afghane, centinaia di migliaia di persone lottano per ottenere i diritti sui quali da tempo si fonda la democrazia in occidente, diritti che possono/debbono essere importati e sui quali e grazie ai quali nascono nuovi regimi democratici. Per nessun altro regime, mai, così tante persone di nazionalità, di cultura, di colore, di età e di genere diverso si sono impegnate allo stremo, spesso mettendo in gioco consapevolmente la loro vita. Quelle donne e quegli uomini, quei ragazzi si sentirebbero traditi da coloro che sostengono che bisogna tenere conto della loro storia, delle loro tradizioni, dei loro costumi (compreso quello di opprimere le donne) piuttosto di tentare di esportare la democrazia occidentale che, insomma a loro non è adatta, sarebbe una forzatura, verrebbe respinta. La tristissima conclusione è che la difficoltà di esportare la democrazia dipende anche dal fatto che troppi intellettuali, giuristi di più o meno oscura fama, opinion-makers, influencers occidentali non hanno un pensiero democratico. Per lo più non sanno esattamente di cosa parlano; spesso sono portatori malsani di alambiccatissimo e provincialissimo elitarismo con strisce di preoccupante razzismo: “eh, no, purtroppo, quei popoli non sono adatti/pronti per la democrazia. Triste.
Pubblicato il 2 settembre 2021 su PRADOXAforum
Gli ignoranti e le truppe per battere i terroristi @fattoquotidiano

L’exit dall’Afghanistan è stato un disastro, se non addirittura un “crimine” viste le conseguenze su vita e morte di centinaia di migliaia di persone. Ricostruire le motivazioni della entry in Afghanistan del Presidente Bush e dei suoi consiglieri, neo-con e falchi, serve a capire il fallimento. Terribili semplificatori pensarono, da un lato, che era possibile fare la “guerra al terrorismo” con truppe sul territorio, boots on the ground, dell’Afghanistan. Dall’altro, che la loro vittoria avrebbe addirittura portato la democrazia in Iraq, ma anche in Afghanistan. Solo qualche voce isolata si levò negli USA a mettere in questione entrambe le motivazioni-obiettivi. In Europa, ci furono, da un lato, l’anti-americanismo di maniera, dall’altro, in mancanza della capacità di elaborazione politica e strategica l’accettazione del disegno USA. Quanto alla guerra al terrorismo, pochi segnalarono che nessuna guerra ha senso contro un nemico evanescente e imprendibile che si annida dappertutto ed è praticamente impossibile da colpire. I nemici sono più propriamente i terroristi in carne, ossa e cintura di esplosivi intorno alla vita, e, naturalmente le loro organizzazioni. Diventano un obiettivo più facile quando si installano in un territorio. La guerra ai terroristi non richiede dispiegamenti di truppe, ma intensa ed estesa attività di intelligence e capacità di mira quando il terrorista viene individuato. Il successo più grande di questa strategia fu l’eliminazione di Osama Bin Laden nel 2011 in territorio pakistano con un costo molto basso e nessuna perdita USA. In Afghanistan di successi del genere praticamente non se ne sono avuti, mentre le perdite di soldati USA, uno stillicidio, sono state numerosissime. L’attività mirata ad eliminare i capi dei terroristi appare oggi l’unica disponibile e praticabile, quella più promettente di risultati. La guerra al terrore può al massimo continuare ad essere una frase propagandistica ad effetto, ma priva di sostanza e di effetti positivi.
Al Dipartimento di Stato e altrove nell’Amministrazione Bush, quasi nessuno era sufficientemente preparato ai compiti di State-building e di Nation-building. Molti parlavano di esportazione della democrazia senza sufficienti conoscenze in materia. I riferimenti ai successi in Germania post-nazismo e nel Giappone imperiale erano fondamentalmente sbagliati. In Germania c’erano sinceri democratici sopravvissuti in patria o in esilio che avevano la capacità di dare un apporto decisivo sia alla stesura della Costituzione sia ai comportamenti politici che una democrazia richiede. In Giappone ci furono dieci anni, ripeto dieci, di occupazione militare USA che portarono ad un regime democratico alla legittimità della cui instaurazione contribuì significativamente la figura dell’imperatore. Niente di tutto questo né in Afghanistan né in Iraq.
Rotti tutti i rapporti con i suoi colleghi al Dipartimento di Stato dove aveva lavorato per circa vent’anni, Fukuyama scrisse che era necessario porsi un obiettivo meno ambizioso della costruzione della democrazia. Bisognava costruire l’ossatura di uno Stato e creare sentimenti di appartenenza alla comunità. Invece, i policy-makers USA preferirono, per ottenere consenso nell’elettorato, definire le loro azioni come democratizzazione che, ovviamente, comincia con le elezioni e si basa su quelle procedure. In verità, qualche attenzione fu indirizzata anche alla costruzione dello Stato: addestramento delle forze di polizia e dei militari, la formazione di una burocrazia, forme di assistenza sanitaria, creazione di scuole. Ma ospedali e scuole spesso erano fatti funzionare da organizzazioni non governative con pochi effetti positivi sulla preparazione di personale afghano all’altezza delle sfide. Lo “Stato” avrebbe anche potuto consolidarsi se non fosse stato per il massiccio ricorso alla corruzione in primis politica, ma anche sociale. Il fenomeno era riconosciuto dagli americani, ma poco combattuto per non indebolire i politici al governo. Errore gravissimo che rese il consenso popolare fragile e dipendente dai privilegi che parte dei cittadini traevano da clientelismo e corruzione. Purtuttavia, qualcosa di positivo è rimasto.
Quanto alla costruzione della nazione: “fatto l’Afghanistan bisogna fare gli afghanistani”, vale a dire suscitare e valorizzare il sentimento di appartenenza alla stessa comunità e la consapevolezza che stare insieme richiede compromessi e accettazione delle diversità, la presenza di gruppi etnici e religiosi in competizione fra di loro ha reso questo compito praticamente impossibile. Si sarebbe dovuto pensare fin dall’inizio a modalità di power-sharing, di condivisione del potere politico, di governo e di rappresentanza. La majority rule, il governo della maggioranza richiede un grado di omogeneità sociale impensabile in Afghanistan e in Iraq. I talebani si sono imposti con la violenza. Non è affatto detto che finisca qui.
Pubblicato il 2 settembre 2021 su il Fatto Quotidiano
Gianfranco Pasquino: “No hay una nueva derecha, más bien hay una derecha eterna” #entrevista #ElPaisDigital @ElPaisDigitalOK

Martín Astarita dialogó con el politólogo italiano Gianfranco Pasquino

Nada mejor que presentar a Gianfranco Pasquino como él mismo, ante nuestro pedido, elige hacerlo. Es el preludio de una rica charla en la que se referirá al actual estado de la democracia en el mundo y sus desafíos, las razones de la emergencia de liderazgos de derecha como Trump y Bolsonaro, y la creciente disputa entre Estados Unidos y China y sus repercusiones en América Latina, entre otros temas.
Recurre a la tercera persona como si, con distancia, pudiese trazar una descripción más precisa y fiel de sí mismo.
“Es profesor emérito de Ciencia Política en la Universidad de Bolonia. Fue discípulo de Norberto Bobbio en Turín y discípulo de Giovanni Sartori en Florencia. Ha escrito algunos libros interesantes, el más reciente publicado en Argentina es Bobbio y Sartori: comprender y cambiar la política. Fue co-editor del Diccionario de Política que parece que todos en América Latina conocen”.
Y completa su perfil: “Gianfranco Pasquino es una persona que piensa que la política es importante. No solo conocer la política, sino también hacer la política. Pasquino fue senador de la República Italiana del 1983 hasta 1992, y luego, de 1994 a 1996. Es un hombre con conocimientos, un hombre…fiable”.
Con esta presentación, aprovecho para preguntarle sobre cuáles son las razones por las cuales en Italia hay una rica tradición de cientistas políticos.
No sé exactamente por qué. Es verdad que todos conocemos a Maquiavelo, a Mosca, a Sartori, a Gramsci. Probablemente porque la política italiana es interesante. En general, la política produce problemas y tiene también algunas soluciones. Hay muchos que estudian la política, porque es importante y puede cambiar la vida.
Maquiavelo fue un hombre decisivo para la ciencia política. Creo que es necesario estudiar a Maquiavelo. Sería necesario que los que viven en los países como Afganistán, como Irán, como Arabia Saudita, estudien a Maquiavelo, porque es el teórico de la separación entre la política y la moral y la religión. Y si usted no separa la política de la moral y de la religión, es imposible tener una democracia.
Es inevitable preguntarle por esa relación en Italia, que ha sido intensa.
Sí, pero la religión, es decir, la religión católica, fue importante porque se produjo un partido político, la Democracia Cristiana, pero la Democracia Cristiana nunca fue solamente un partido religioso. Tenía una verdadera autonomía del Vaticano y del Papa. Fue un partido con componentes religiosos, pero con gran autonomía por parte de los políticos.
Hemos tenido la fortuna de que el líder de la Democracia Cristiana de 1945 hasta 1953 fue Alcide De Gasperi, un católico moderno del norte de Italia, que supo resistir las presiones del Vaticano.
Hoy la religión juega un papel marginal en Italia. No es tan importante. Es más importante en otros países, por ejemplo, en España. Y es importante en países donde no existe la separación entre religión y poder político.
Cambiando de tema. Pareciera entreverse el fin de la pandemia. ¿Qué balance hace sobre cómo la democracia enfrentó el desafío del coronavirus?
Creo que el fin de la pandemia no se acerca, hay muchas dudas de que podamos terminar con la pandemia.
En relación con su pregunta, habría que marcar una diferencia entre lo que llamamos democracia ideal (en el plano del deber ser, y todos tenemos una visión de lo que debería ser la democracia), y las democracias reales, las que existen realmente en el mundo, que son aproximadamente unas 90 (más o menos). Es un número muy optimista, pero lo cierto es que hay muchas democracias reales que funcionan relativamente bien.
En muchas democracias reales existen problemas de funcionamiento, porque el mundo cambia, los electores modifican sus preferencias, los partidos ganan y pierden elecciones; y problemas más estructurales, tanto en sistemas presidencialistas como en sistemas parlamentarios. Pero, aceptar que existen ambos tipos de problemas, estructurales y coyunturales, no significa que las democracias no pueden funcionar. En mi opinión, por el contrario, son muchas las democracias que funcionan y lo hacen bastante bien.
Y la pandemia, ¿Cómo afectó estos problemas?
La pandemia no ha producido nuevos problemas. Lo que hizo en todo caso fue agravar algunos problemas ya existentes. Bolsonaro, líder populista, existía antes de la pandemia y puede llegar a perder ahora. Pero no es el producto de la pandemia, es un producto del poder de cambio de millones de votos de los electores.
Las democracias que funcionaban bien antes de esta pandemia han funcionado bien durante la pandemia y va a continuar funcionando bien. La pandemia ha sido un papel de tornasol.
Uno de los graves problemas, sobre todo en América Latina, es la desigualdad. ¿Qué piensa de esta relación entre democracia y desigualdad?
Desde ese punto de vista también, por lo menos en América Latina, mirando la película, lo que hizo la pandemia es agravar un problema que, como dice usted, ya venía de antes, es un problema de arrastre histórico. Tal vez la pandemia lo puso de relieve con mayor significancia.
Ahora bien, existen muchas igualdades y tampoco existe una desigualdad si no muchas desigualdades.
Usted habla de desigualdad económica, pero la democracia nunca ha prometido reducir o eliminar la desigualdad económica. La democracia promete una sola igualdad: la igualdad ante la ley, la igualdad frente la justicia. Y después la democracia no promete, pero permite la competencia entre hombres y mujeres y permite la creación de igualdades de oportunidades.
Es verdad que aquí hay un problema de desigualdad económica. Pero no es un problema de las democracias. Es un problema de todos los sistemas políticos. Hay desigualdades económicas enormes, monumentales, en los regímenes autoritarios y en los regímenes totalitarios, y también en los teocráticos, como por ejemplo Irán. Entonces no es correcto decir que la democracia produce desigualdades económicas. Hay democracias con desigualdades económicas y otras igualitarias, cómo por ejemplo, los países del norte de Europa.
Pero usted tiene razón. La desigualdad económica de hoy es mayor a la de hace veinte años. Debemos discutir por qué, debemos discutir y analizar sus consecuencias.
Hacia ahí va dirigida mi pregunta. Por un lado, por los efectos de la desigualdad económica en la legitimidad de la democracia. Por otro lado, ¿qué herramientas tiene la democracia para combatirla?
La desigualdad económica tiene raíces históricas y tiene raíces también en el tipo de política del país ¿Debemos reducir las desigualdades económicas? Creo que no. Lo que debemos hacer es reducir el número de pobres, creando igualdad de oportunidades. El problema no son los ricos. En todo caso, el problema es cuando los ricos utilizan el dinero, el poder económico, para ganar poder político. Eso sí es un verdadero problema de la desigualdad. No debemos controlar la cantidad de dinero y el número de ricos. Lo que sí debemos controlar son los comportamientos de los ricos.
Usted mencionó a Bolsonaro, a Trump. ¿Cuáles son los factores para la emergencia de estos líderes de derecha?
Hay factores estructurales en los Estados Unidos. Uno de ellos es el racismo, una parte de la opinión pública cree que los hombres de color, la minoría afroamericana, no deben tener los mismos derechos, las mismas oportunidades, que el resto. Es un factor estructural y muy importante: todos los estados del sur de los Estados Unidos son gobernados por los republicanos, hombres blancos!
Segundo elemento. En la elección del 2016, hubo un factor extraordinario: el candidato presidencial demócrata fue una mujer, y un porcentaje no menor de electores no ha votado necesariamente por Trump sino que votó contra la candidata demócrata por su condición de mujer, ambiciosa y “fuerte”: un desafío político, social, cultural al poder de los hombres y de las mujeres conservadoras.
Tercero, hay un problema de la libertad del voto, lo que ellos llaman supresión del voto. Hay muchas técnicas que se utilizan para limitar, restringir el derecho al voto en los Estados Unidos. Es muy difícil votar y más cuando un Estado es controlado por los republicanos (Texas, Florida). Y finalmente, está el problema del colegio electoral y el federalismo, que posibilita que el candidato más votado (como Hillary Clinton) no necesariamente sea el elegido. En definitiva, hay una serie de distorsiones en la traducción de los votos en el resultado electoral.
Esos son factores específicos de Estados Unidos. Pero también aparece Bolsonaro en la escena. En la Argentina hay liderazgos incipientes de ese tipo, y algunos lo califican como nueva derecha, derecha alternativa.
Ideológicamente, yo contesto que no hay una nueva derecha, más bien hay una derecha eterna. Es decir, la derecha extrema siempre combina elementos de autoritarismo, de racismo, de machismo y de fascismo.
Hay otros pequeños elementos que pueden ser interesantes. Estos líderes son populistas. Pero el populismo no es algo nuevo; el populismo es el producto de factores históricos y aparece cuando los partidos son débiles. Si hay partidos organizados, estructuras sólidas, si hay participación política de hombres y mujeres de manera constante, el populismo no llega a ser muy importante.
Eliminar el populismo del todo es imposible. Siempre hay populismo porque democracia es poder del pueblo y no podemos eliminar el pueblo. Si eliminamos el pueblo, eliminamos la democracia, no solamente el populismo.
Entonces es verdad que el populismo es muy visible. No puedo decir que es más importante que en el pasado, porque el populismo ha ganado solamente en Brasil y en los Estados Unidos. Es un error pensar que el populismo ha ganado en Hungría: Orbán ha ganado el poder político como líder de un partido y después tiene comportamientos populistas. Entonces, en Europa prácticamente el populismo no ha ganado.
A Salvini tampoco lo considera populista…
Salvini no es necesaria y totalmente populista. Su fuerza representa una parte del país, al norte y ha logrado obtener el consenso de otras regiones. Es un líder de partido con capacidades políticas. Pero no es un populista. Hay un intento de jugar la carta populista, pero no es completamente populista. Y la líder de la derecha, Giorgia Meloni, no es populista, es una líder tradicional de la derecha nacionalista italiana.
Una breve digresión. Acá en la Argentina, hay una tendencia recurrente a usar el término nueva derecha.
No, yo no creo que existe la nueva derecha, existe la derecha, que es como he dicho, una derecha extrema, con nuevas herramientas, es decir, las redes sociales, los elementos tecnológicos de la comunicación. Pero la derecha tiene más o menos los mismos valores, los mismos ideales, los mismos principios que en los años 30 y 40 de Europa y de América Latina. No, no veo nada de nuevo. Debemos buscar en otros lugares si queremos encontrar lo nuevo.
¿Cómo ve la relación Estados Unidos-China?
Hay competencia. Los chinos tienen una ventaja enorme que es la población. Otra ventaja es que hay mucha disciplina. Podemos decir (yo no creo que sea así) que el totalitarismo produce disciplina. Hay un partido comunista muy fuerte. El país chino tiene un margen de crecimiento importante aun si los Estados Unidos son más ricos y tienen tecnología más avanzada que China.
Hay competencia y es inevitable. Es una competencia que se traduce en comportamientos. Los Estados Unidos tienen aliados: los europeos, muchos latinoamericanos. China intenta obtener aliados, intenta crear conexiones, pero en este momento no tiene bastante poder para que sus coaliciones prosperen. Lo que hace es utilizar el poder económico con la ruta de la seda, con inversiones en muchos países.
En definitiva, la competencia es inevitable, pero yo creo que un régimen totalitario no puede ganar, porque hay tensiones al interior y al exterior también. Por ejemplo, en las relaciones con Hong Kong, con Corea del Sur, con Japón, con lo cual se le hace difícil tener aliados.
¿Usted no comparte la idea de que en los últimos años se acortaron las distancias que tenía China respecto de Estados Unidos? Hay quienes ven que China sale mejor parado de esta pandemia.
No, no es verdad. Ante todo, China es responsable de la pandemia, porque es un régimen totalitario que ha impedido buscar rápidamente las causas de la pandemia. Los regímenes totalitarios, y los autoritarios también, no permiten transparencia. Entonces debemos continuar preguntando a China lo que ha ocurrido en Wuhan.
Además, hemos visto que la pandemia ha reaparecido en China, entonces el problema no fue resuelto. No conocemos los datos, no conocemos la realidad de lo que ocurre en China. Creo que otros países han reaccionado mejor que China, por ejemplo, democrática- y transparentemente, Corea del Sur y Taiwán.
En Italia se ha discutido mucho por su incorporación a la Ruta de la Seda. Pensando en ese ejemplo para América Latina, ¿cómo piensa que influye la competencia Estados Unidos-China en la región? ¿Puede haber mayor autonomía para países como la Argentina, fruto de esta rivalidad?
Yo suelo poner el ejemplo de Dinamarca, un país pequeño, que no tiene muchas materias primas. Entonces podría ser un país irrelevante.
Pero el punto es que Dinamarca tiene una democracia que funciona muy bien. Dinamarca nos permite decir que todos los países que tienen un sistema jurídico que funciona bien, que tienen una democracia con el consenso de los electores, en el cual los ciudadanos se comportan en forma disciplinada, respetan a los otros, respetan las reglas, todo eso, en definitiva, sirve para mantener la autonomía.
Entonces, los países latinoamericanos que tienen un sistema político que funciona bien, pueden negociar con China. El mensaje es que la autonomía política es el producto de un sistema político que funciona adecuadamente. Si nuestras democracias funcionan bien, ustedes no tienen nada que temer en negociar con China. China puede forzar, puede influir sobre los comportamientos de algunos grupos cuando no hay consenso en el sistema político nacional. Entonces, si ustedes producen consenso, si hay partidos que tienen competencia, que ganan y que pierden las elecciones, que aceptan el resultado de las elecciones, no hay problema. La democracia vive y garantiza derechos, oportunidades, libertad. Amen.
1 de Septiembre de 2021 El País digital
Quale coalizione tradirebbe Letta con il simbolo del Pd a Siena? @DomaniGiornale


Sostiene Letta che la sua scelta di “correre” per il collegio uninominale di Siena senza il simbolo del Partito Democratico è dettata dalla volontà di “privilegiare lo spirito di coalizione”. Non sono in grado di giudicare se e quanto quello spirito aleggi e volteggi su Siena e sulla coalizione, ma vedo alcuni inconvenienti di quella scelta. Certamente, Letta non si vergogna, come sostengono giornali e commentatori di destra, del suo partito in quanto tale, ma in qualche misura vuole segnare una distanza fra il PD e la faccenda brutta del Monte dei Paschi. Però, non è questa la fase, anche se lo volesse fare, in cui può permettersi di criticare i dirigenti, i candidati, gli ideologi (sic) del PD. Tuttavia, credo che qualche cenno critico mirato sarebbe utile. Ad esempio, a Bologna ne hanno già fatte di tutti i colori, in occasione delle primarie e nella scelta delle candidature al Consiglio comunale. Non essendoci rischi per la vittoria del candidato del partito, qualche parola critica relativamente alle carenze di democrazia e democraticità di un partito che si definisce “democratico” non sarebbe soltanto doverosa, ma anche utile.
Tornando al punto, prendo sul serio l’affermazione di Letta sullo spirito di coalizione, ma vedo in giro molte interpretazioni diverse di questo spirito. Le traduzioni concrete sembrano ispirate non ad una meditata visione di fondo e di lungo periodo, ad una vera strategia politica, ma all’opportunismo di vantaggi immediati: un pugno di voti in più. Di qui la moltiplicazione di liste dei più vari tipi per le elezioni amministrative con l’obiettivo di “pescare” qualche elettore/trice in aree che il Partito Democratico con le sue proposte non raggiungerebbe mai. Spesso, ed è grave, neanche tenta di raggiungere. Quelle variegate liste non costituiscono affatto un modo positivo e efficace di alimentare lo spirito di coalizione. Al contrario, accettano e registrano la frammentazione delle ambizioni particolaristiche, non tanto della società “civile” quanto di molti spezzoni del ceto politico che cerca di stare a galla senza produrre idee e senza rinnovarsi. In questo modo, nessun rinnovamento può essere conseguito neppure dal PD.
È augurabile che a Siena il segretario del PD spieghi con dovizia di particolari quale sarà la coalizione da costruire nel periodo che ci separa dalle prossime elezioni politiche. In prospettiva sistemica, però, dovrebbe preoccuparsi soprattutto di rafforzare, trasformandolo significativamente, il suo Partito Democratico. Per ragioni oggettive, vale a dire, l’essere un partito e il potere contare su una relativamente buona percentuale di voti, toccherà proprio al PD di svolgere il compito impegnativo di coalition-maker. Finora non ho visto nessuna indicazione che né il segretario né i suoi collaboratori né i capicorrente abbiano iniziato a interrogarsi su come costruire una coalizione progressista e europeista. Persino l’ineluttabilità di un rapporto serio e solido con il Movimento 5 Stelle non è ancora stata declinata nei suoi lati positivi e in quelli negativi, che pure esistono. Mi pare che sia tuttora assente la necessaria riflessione sulla ristrutturazione del sistema dei partiti che molti avevano annunciato come uno degli effettivi positivi della “sospensione”, non della politica, ma della competizione fra partiti, derivante dal governo Draghi.
Infine, non resta che chiedersi se lo “spirito della coalizione” si manifesterà in occasione del passaggio più importante, forse addirittura conclusivo, di questa legislatura: l’elezione del Presidente della Repubblica. Immagino che Letta stia già invocandolo poiché l’esito di quella elezione segnerà anche la prossima legislatura. O no?
Pubblicato il 1° settembre 2021 su Domani
Le istituzioni dell’Unione Europea. Alla ricerca del deficit democratico #4settembre #Ventotene Seminario Nazionale MFE 2021 @VentoteneSem @MOVFEDEUROPEO

Ventotene, 4 settembre 2021, ore 10 – 13
Sala Polivalente “Terracini”
Saluti e introduzione
Gerardo Santomauro
Sindaco di Ventotene
Mario Leone
Direttore dell’Istituto di studi federalisti Altiero Spinelli
Interventi
Lucio Levi
Direttore di The Federalist Debate
Attualità della profezia del Manifesto di Ventotene sulla linea di divisione tra partiti progressisti e reazionari
Sergio Fabbrini
Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche presso la LUISS Guido Carli
Sovranismo e integrazione europea
Luca Carrieri
Ricercatore, Università di Siena
Politicizzazione e linee di divisione nei sistemi partitici Europei
Gianfranco Pasquino
Professore emerito di scienza politica, Università di Bologna
Le istituzioni dell’Unione Europea. Alla ricerca del deficit democratico
