Durigon, duro e impuro
Il deputato della Lega Claudio Durigon è Sottosegretario all’Economia nel governo Draghi. Una volta decisa l’assegnazione dei ministeri, i sottosegretari sono nominati dal Consiglio dei Ministri. Le proposte vengono dai partiti che compongono la coalizione di governo. Qualche approfondimento e modifica possono essere richiesti, ma i veti sono rarissimi. Definito l’uomo forte della Lega nel Lazio, Durigon è nato a Latina da famiglia di origini venete. Sta occupando le pagine dei giornali d’agosto con la sua proposta di eliminare i nomi di Falcone e Borsellino dal Parco comunale di Latina sostituendoli con quello di Arnaldo Mussolini, fratello del Duce. Alla sua rude maniera Durigon persegue obiettivi personalistici e politici che, però, rivelano qualcosa sul paese reale.
Per quel che riguarda la sua persona, l’obiettivo lo ha già sicuramente conseguito. La visibilità e la risonanza che voleva nel suo ambiente di riferimento: i fascio-leghisti di Latina e del Lazio, sono aumentate. Politicamente, l’obiettivo, condiviso e apprezzato dai suoi superiori, a cominciare da Salvini, è più ambizioso: contenere e frenare l’avanzata impetuosa dei Fratelli d’Italia e, se possibile, ridimensionarla. Il terreno è quello giusto poiché di voti che si travasano a Latina e nel Lazio ce ne sono molti, il momento anche poiché si sta andando verso importanti elezioni amministrative a cominciare da Roma. A ottobre i numeri canteranno. Nel frattempo, però, ha fatto la sua comparsa un problema istituzionale che richiede una riflessione storica, entrambi terreni sui quali Durigon non appare particolarmente preparato.
Può un sottosegretario della Repubblica suggerire abbastanza rozzamente che un fascista è preferibile a due giudici antimafia di enorme e meritato prestigio? Quel sottosegretario si è dimenticato di avere giurato sulla Costituzione italiana che è anche il prodotto dell’antifascismo? Durigon ritiene che la Repubblicana italiana debba onorare i fascisti a preferenza di coloro che combatterono e morirono per debellare il cancro della mafia? Può darsi che Durigon si sbagli e che i nostalgici del fascismo da attrarre con uno specchietto per le allodole, l’intitolazione di un parco, siano molto meno di quelli che lui spera, rimane, però, aperta la riflessione storica.
A più di settant’anni dalla sconfitta del fascismo, una parte almeno degli italiani continua a ritenere che c’era qualcosa di buono e, temo, una parte tutt’altro che marginale di zona grigia rimane disinteressata e indifferente rispetto a qualsiasi manipolazione della storia. La soluzione più elegante sarebbe che Durigon si dimettesse su richiesta, tipo moral suasion, di Salvini. La soluzione più rapida è che Draghi tolga tutte le deleghe a Durigon, sfiduciandolo. Altrimenti non resta che la sfiducia votata in Parlamento magari con un dibattito serio che chiarisca ancora una volta perché con il fascismo, i suoi simboli, i suoi protagonisti, i conti sono chiusi. Purché non ci sia una prossima volta.
Pubblicato AGL il 14 agosto 2021
Per una elezione del Presidente della Repubblica con una prospettiva di ricambio e di progresso
Finora, incrocio le dita, il semestre bianco non ha prodotto nessuno dei disastri preconizzati da commentatori apocalittici. L’attenzione si è spostata sull’elezione del Presidente della Repubblica. Sento nomi campati in aria. Credo che dovremmo lasciare liberi Draghi e Mattarella di decidere loro quel che meglio ritengono per l’Italia e chiedere a chi si esercita nei nomi di argomentare le provate capacità dei loro preferiti e le conseguenze di una loro Presidenza, a cominciare dall’europeismo vero, sincero, intenso.
Quanto succede in Afghanistan ci riguarda tutti
L’Afghanistan è quasi un caso di scuola. Vent’anni dopo l’intervento militare degli USA, della Nato e del contingente italiano, con la non modica spesa di 900 miliardi di dollari, nessuno degli obiettivi è stato raggiunto. Sembra che i talebani, certo aiutati dai pakistani, arriveranno alla capitale Kabul. “L’Occidente” non ha esportato, non dico la democrazia, ma neppure il principio non negoziabile che le donne e i bambini hanno diritti inalienabili. Bisognerà ricominciare in condizioni più difficili dalle scuole, dagli ospedali, dai centri di assistenza. Una sconfitta non facile da ridimensionare e superare.
Durigon non ha titolo per stare nel governo dei migliori
Il sottosegretario Durigon è un caso. L’uomo forte della Lega nel Lazio vorrebbe che un parco di Latina attualmente dedicato a Falcone e Borsellino fosse, invece, intitolato a Arnaldo Mussolini, fratello del Duce. Spera forse di bloccare sia l’ascesa di Fratelli d’Italia sia l’erosione della Lega. Ha commesso un grave errore anche nel solleticare sentimenti fascisti. Prima che si vada ad una mozione parlamentare di sfiducia, Salvini stesso ne deve chiedere e rivendicare le dimissioni. Durigon non ha titolo per stare nel governo dei migliori.
Tocca a Draghi decidere se andare o no al Quirinale @DomaniGiornale


Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica? Qualsiasi scenario deve prendere le mosse dalla premessa che la decisione sta nelle sue mani e nella sua mente almeno al 75 per cento. Premuto da più parti, inevitabilmente Draghi starà soppesando il pro e il contro di una sua eventuale, al momento probabile, elezione.
Immagino che contino nella sua valutazione considerazioni personali, politiche e istituzionali. La più alta carica dello Stato è un premio e un riconoscimento alla carriera che nessuno può rifiutare. Certo conta l’ambizione personale, che Draghi ha regolarmente saputo mantenere sotto controllo, ma conta anche il pensiero di quali compiti potrà ancora svolgere dal Quirinale.
Le considerazioni politiche discendono soprattutto da quanto Draghi riterrà che sia già stato fatto in materia di implementazione del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza. Se le riforme necessarie e gli interventi di contorno saranno già ampiamente lanciati e messi in sicurezza, allora Draghi potrà anche pensare che lasciare al suo successore la prosecuzione di un lavoro importante non comporterà rischi.
Se, invece, non solo lo stato di attuazione non sarà sufficientemente avanzato, ma all’orizzonte vicino si vedessero nuvole, allora Draghi dovrà riflettere. La sua ascesa al Colle significa nell’immediato che bisognerà trovare un nuovo Presidente del Consiglio per un governo dei migliori privato del migliore di loro. Quel Presidente potrebbe, ma non sarà affatto un’operazione liscia e indolore, scaturire dalla maggioranza esistente, dunque, essere gradito tanto al Movimento 5 Stelle e al Partito Democratico quanto a Salvini e Berlusconi. Non c’è dubbio, però, che la ricerca di un successore all’altezza non sarà affatto gradita a Giorgia Meloni.
La sua richiesta di elezioni subito metterà in imbarazzo Salvini che forse non potrà permettersi di continuare nel sostegno a un governo senza Draghi e con chi sa quale altro Presidente del Consiglio. Certamente, Draghi e i suoi collaboratori, ma anche Mattarella, avranno esplorato quali nomi sarebbero disponibili e graditi in special modo al centro-destra.
Per Draghi sarà cruciale che il suo successore a Palazzo Chigi sia una persona che abbia dato mostra di condividere le scelte finora fatte, dotata di capacità di governo e certamente europeista.
Soltanto un previo accordo con Salvini e Berlusconi potrebbe offrirgli garanzie in questa essenziale direzione. Con un uomo o donna in grado di proseguire la sua opera a Palazzo Chigi, Draghi sarebbe nella posizione di offrire sostegno, consigli e orientamenti dal Quirinale.
Quanto alle considerazioni istituzionali, è vero che i politici in attività per di più in cariche operative, come la Presidenza del Consiglio, sono regolarmente stati esclusi dalla corsa al Quirinale, ma Draghi non è un politico di professione e ha accuratamente evitato di politicizzare nel senso negativo le sue scelte e decisioni.
Semmai, la considerazione istituzionale che più dovrebbe contare per tutti: dirigenti di partito, parlamentari, commentatori e, ovviamente, gli stessi Draghi e Mattarella, è nel non ripetere quanto successo con Napolitano: nessuna rielezione di Mattarella per fare fronte, temporaneamente, a un’emergenza. Il Presidente in carica è stato esplicito.
Questo pone Draghi di fronte alla scelta secca: sua elezione nel gennaio 2022 oppure attesa fino al 2029. La decisione è difficilissima. Inevitabilmente e giustamente, Draghi non si esprime, ma non è vero che “attenda gli eventi”. Cerca, invece, di orientare gli eventi per saperne di più. Buona fortuna a lui (e a noi).
Pubblicato i 11 agosto 2021 su Domani
Conte ora detta la linea politica ma Grillo mantiene un suo ruolo #intervista @CdT_Online

Intervista raccolta da Osvaldo Migotto
Il Movimento 5 Stelle (M5S) si è da poco dato un nuovo statuto e ha eletto il suo primo presidente, l’ex premier Giuseppe Conte. Il futuro dei pentastellati resta però incerto a causa del calo nei sondaggi e della litigiosità interna. Abbiamo sentito le valutazioni del professor Gianfranco Pasquino sullo stato di salute di questa formazione politica.
Conte ha parlato di ampissima partecipazione degli iscritti alla sua elezione via Internet. In realtà ha votato per lui il 58% degli aventi diritto che sono poco più di 115.000. La democrazia diretta di cui i vertici del M5S vanno fieri marcia sul posto?
I pentastellati hanno troppo vantato questo loro strumento di partecipazione politica della base. All’inizio la democrazia diretta nel Movimento era utile e forse anche funzionante, poi però non sono stati in grado di far crescere il numero dei partecipanti. Su circa 120.000 attivisti, per Conte hanno votato poco più della metà. Quindi c’è un problema che secondo me Conte dovrebbe affrontare, cercando di recuperare tutti coloro che si erano iscritti, in quanto per votare occorre iscriversi al Movimento, e ampliare il numero degli attivisti, approfittando della nuova piattaforma di cui il Movimento si è dotato.
A Conte viene rimproverato di non aver avuto un’investitura popolare. Pensa che il nuovo leader dei pentastellati dovrebbe seguire l’esempio di Letta che si è candidato come parlamentare di Siena per rimettersi in gioco?
Questa è una questione marginale, in quanto neanche Draghi ha avuto un’investitura popolare. Ci sono modi diversi per essere scelti a capo di un movimento o a capo di un Governo. Ad ogni modo se si presenterà l’occasione di un seggio parlamentare da conquistare, credo che Conte farebbe bene a candidarsi. Non solo per avere un’investitura popolare, ma anche per poter diffondere informazioni e per poterne acquisire. Scendere in campo, per usare una terminologia sportiva, è utile per i giocatori ma anche per l’allenatore, se vogliamo chiamare Conte allenatore.
Le divisioni interne sono uno dei motivi che hanno causato la progressiva perdita di consensi nel M5S. Divisioni emerse anche nel confronto tra Grillo e Conte. Con quali conseguenze sulla tenuta del Movimento?
Credo che oggi non ci siano delle conseguenze serie in quanto ora è Conte a dare la linea politica. D’altronde è chiaro che Grillo abbia un ruolo, e senza di lui il Movimento non esisterebbe. Si spera che Grillo abbia imparato a riequilibrare e non a scassare, perché la sua forza continua ad essere notevole e quindi deve prendere atto che a questo punto è Conte quello che guida e lui potrebbe trasformarsi in un suggeritore, o forse qualche volta in un propagandista, visto che continua ad essere molto efficace e ha carisma, mentre Conte di carisma proprio non ne ha.
Finora abbiamo visto parlamentari grillini espulsi in quanto non seguivano la linea data dalla direzione del Movimento. Non è una logica autodistruttiva?
Sì, il Movimento non ha trovato il modo di riuscire ad avere un vero dibattito, ed è per questo che avvengono le espulsioni. La linea dei gruppi parlamentari non viene dalla discussione all’interno dei gruppi ma in qualche modo viene calata dall’alto. Il M5S deve dunque trovare delle modalità per confrontarsi e soprattutto deve smetterla con la pratica delle espulsioni che non sono mai una buona scelta, per nessuno. Bisogna sempre riuscire a convincere.
Il premier Draghi negli scorsi giorni ha detto di non voler affossare il reddito di cittadinanza. Crede che lo ha fatto per il quieto vivere di una maggioranza eterogenea o perché crede in questo strumento di sostegno all’occupazione?
Credo che sia al 75 per cento perché crede che questo strumento sia utile e al 25 per cento perché non voleva dare subito un dispiacere a Conte. Ma soprattutto perché ci crede. Draghi non ha la lingua biforcuta e quindi ci crede, anche se tra coloro che ci credono, molti ritengono che bisogna introdurre delle modifiche nel reddito di cittadinanza perché tale strumento potrebbe essere usato molto meglio, in particolare per l’avviamento al lavoro che è il punto debole di questa legge.
Pubblicato il 10 agosto 2021 sul Corriere del Ticino

Basta bugie, il semestre bianco resta utilissimo @fattoquotidiano

Affannatissimi retroscenisti e editorialisti dello stivale si sono buttati sul semestre bianco. Hanno anche interpellato alcuni giuristi rimasti disoccupati dopo la sconfitta del referendum del saggio di Rignano. Le loro posizioni, però, non paiono né sufficientemente informate né convincenti. Sono anche prive di qualsiasi originalità. Il fatto che nessuno dei Presidenti della Repubblica abbia formalmente esplicitato il suo desiderio di essere rieletto e sia stato tentato dallo scioglimento anticipato del Parlamento nei suoi ultimi sei mesi di mandato, non rende in nessun modo inutile, superflua, sorpassata la disposizione costituzionale che glielo vieta. Peraltro, non è affatto vero che nel semestre bianco ne sono accadute di tutti i colori. In generale, le maggioranze di governo hanno tenuto. I partiti non hanno creato nessun caos politico e istituzionale. I Presidenti, Cossiga, Scalfaro, Ciampi, Napolitano, non hanno dovuto risolvere nessun problema aggiuntivo. Il punto è che è sostanzialmente sbagliato pensare che il Presidente della Repubblica goda di un illimitato potere di scioglimento. Quando hanno proceduto a chiudere prematuramente la legislatura, i Presidenti non lo hanno mai fatto contro il Parlamento e contro i partiti, ma con l’accordo dei partiti che erano giunti alla conclusione, essendone peraltro parte in causa, che quel Parlamento non funzionava più.
Curiosamente o no, i cosiddetti quirinalisti e troppi altri presunti esperti dimenticano che: i) i Presidenti della Repubblica italiana si sono storicamente dati il compito preminente di agire come stabilizzatori del quadro politico, cercando sempre l’esistenza di una maggioranza di governo operativa e ii) che il loro vero potere è stato proprio quello di negare lo scioglimento anticipato a coloro che speravano di trarne vantaggi politici. Scalfaro disse “no” al Berlusconi furioso per il “tradimento” della Lega nel dicembre 1994. Poi, del tutto coerentemente, oppose un netto rifiuto al Prodi sfiduciato dal Bertinotti di Rifondazione Comunista nell’ottobre 1998. Flebile, ma reale, fu la richiesta dei berlusconiani nel novembre 2011 alla quale Napolitano oppose l’esistenza di una maggioranza operativa in un Parlamento che quindi non meritava e non doveva essere sciolto. Certamente nessuno oggi potrebbe pensare neanche per un momento che Mattarella, avendo espresso chiaramente la sua volontà di non rielezione, avrebbe avuto la tentazione di sciogliere il Parlamento, nella speranza che il prossimo si orienterebbe verso altre candidature lasciandolo libero.
Il punto vero, pertanto, è che la preoccupazione dei costituenti ha un fondamento di natura istituzionale duratura. Senza il semestre bianco, la tentazione del Presidente, ma soprattutto dei suoi sostenitori e collaboratori, potrebbe essere grande: “”Cari parlamentari, so che non volete rieleggermi, allora vi sciolgo. I sondaggi dicono che probabilmente i vostri successori saranno più malleabili”. Per mettere tutti i Presidenti al riparo da quella tentazione e per non esporli a troppe pressioni interessatissime, la clausola del semestre bianco si merita di rimanere nella Costituzione italiana.
Al contrario della tesi, meglio dell’allarmata ipotesi che i partiti daranno il peggio di se stessi sapendo che i loro parlamentari non possono essere mandati a casa, non sembra proprio che nella fase attuale (ma, in verità, neppure nei precedenti semestri bianchi), vi siano progetti e orientamenti per indebolire il governo Draghi, meno che mai per sfiduciarlo. Peraltro, alla improbabile sfiducia, farebbe seguito l’ostracismo immediato nei confronti degli sfiducianti che perderebbero le cariche ministeriali e ne seguirebbe inevitabilmente la formazione di un nuovo governo, anche eventualmente di minoranza fino all’elezione del prossimo Presidente.
Al momento, mi sembra che i dirigenti dei partiti e i loro rappresentanti nel governo non vogliano proprio darsi la zappa sui piedi e siano molto più consapevoli dei commentatori che il semestre bianco debba e possa essere messo a buon frutto: continuare nelle riforme anche con l’impiego dei fondi europei che stanno arrivando e attivarsi per individuare un buon successore/successora di Mattarella. Sono compiti importanti che, per di più, influenzeranno la politica italiana per molto tempo a venire. Suggerisco che dovremmo vedere il semestre bianco come una opportunità di bilancio del fatto, non fatto, fatto male, come una opportunità di valutazione e di correzione, come una pausa di riflessione e di elaborazione. “Chi ha più filo tesserà più tela” nella aspettativa che il tessitore massimo dal Quirinale sappia dare il suo autorevole contributo.
Pubblicato il 5 agosto 2021 su Il Fatto Quotidiano
Caro Conte, il Movimento ha un problema di partecipazione @formichenews

Se vuole sperimentare e potenziare la sua leadership, Conte ha la grande opportunità di trasformarsi nell’avvocato della partecipazione che conta. Ecco come, secondo Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica
Nessun influencer, donna o uomo, degno di questa qualifica, si accontenterebbe di 60 mila like. Meno che mai se avesse 113 mila followers dei quali, dunque, quasi la metà non avrebbe espresso nessuna opinione. Questi sono i numeri riportati dai quotidiani della votazione online per lo Statuto di Conte. Allora, senza interpellare Houston, credo di potere dire che il Movimento 5 Stelle e i suoi dirigenti dovrebbero prendere atto che hanno un problema di partecipazione. Non importa se “uno vale uno” e neppure se “qualcuno vale di più”. Importa molto, invece, che quegli “uno” sono davvero pochini per andare all’instaurazione di una democrazia ampiamente partecipata, sempre che questo sia tuttora un obiettivo che le Stelle rimaste ritengano di dovere perseguire. Soprattutto sono pochi proprio per riacquisire slancio e influenza, capacità di attrazione nell’elettorato. Infatti, più attivisti significa più opportunità di espandere con la persuasione e l’azione il proprio consenso.
Aspettiamo pure l’esito del voto che dovrebbe incoronare capo politico del Movimento l’ex avvocato del popolo. Fin d’ora, però, possiamo affermare con piena consapevolezza che il Movimento avrà una ripartenza lenta e un futuro non proprio luminoso se non si dedica con attenzione e impegno ad aumentare il numero dei suoi attivisti e a trovare modalità migliori di coinvolgimento e influenza per loro, per coloro che pensano che le scelte importanti non debbono essere prese senza una previa consultazione, a sua volta magari anche preceduta dalla diffusione di abbondanti informazioni sulle alternative. Sostituire la piattaforma Rousseau era diventato decisivo, ma mi stupisce quanto tempo e energie sono stati dedicati al mezzo piuttosto che al messaggio. Invece, il messaggio: “iscrivetevi e partecipate” va riportato al centro del discorso che non è tecnico, ma politico. Se vuole sperimentare e potenziare la sua leadership, Conte ha la grande opportunità di trasformarsi nell’avvocato della partecipazione che conta. Potrebbe, se ancora è tecnicamente fattibile, lanciare le partecipazioni locali per la scelta dei componenti delle liste per le elezioni amministrative e per le eventuali coalizioni. Soprattutto, però, dovrebbe prendere l’iniziativa di un esteso dibattito sull’evento che darà inizio all’anno 2022: quale candidato intende proporre alla Presidenza della Repubblica il Movimento 5 Stelle (e perché)? Data l’importanza dell’evento, il Movimento inciderebbe sull’agenda politica e contribuirebbe a portare trasparenza in un dibattito fatto di desideri oscuri. Non concluderò con la classica frase “scusate se è poco”, perché mi pare più che abbastanza.
Pubblicato il 4 agosto 2021 su formiche.net
Le fragilità dei tre leader alla prova del semestre bianco @DomaniGiornale


Lasciamo che i commentatori italiani si rincorrano l’un altro a prevedere disastri di un qualche tipo durante il semestre bianco e che superficialmente alcuni professori(oni) ne chiedano l’inutile abolizione. Quel che si intravede in questa fase non sono i partiti che approfittano dell’impossibilità di scioglimento del Parlamento per rendere la vita difficile (e perché poi? E con quali obiettivi?) al governo quanto piuttosto qualche scricchiolio delle leadership dei partiti di governo.
Non scricchiola la leadership di Giorgia Meloni, ma la sua solidità si accompagna alla sua limitata rilevanza anche perché il numero dei parlamentari di Fratelli d’Italia deriva dai voti del marzo 2018 poco più del 4 per cento a fronte delle intenzioni di voto oggi intorno al 18 per cento. Ė Salvini a sentire il fiato dei Fratelli d’Italia sul suo pur robusto collo, ma c’è di più. Anche a causa di ambiguità, probabilmente strutturali, la linea che esprime nelle sue numerosissime apparizioni televisive, interviste, dichiarazioni non sembra largamente condivisa. In particolare, sulle due tematiche più importanti adesso e nel futuro prossimo: Covid e, in senso lato, Europa, nella Lega vi sono posizioni non coincidenti con quelle che Salvini ha dentro. Il Presidente della Regione Veneto Zaia, non da solo, argomenta una linea rigorista sul Covid compreso il green pass e il ritorno a scuola. Sull’Europa e sul sostegno al governo Draghi, alta, forte e chiara è la linea che Giorgetti, avendola elaborata, continua a sostenere. Salvini incassa e guarda avanti, ma sembra avere perso baldanza.
Sicuramente baldanzoso Giuseppe Conte non lo è stato mai, ma non è mai stato riluttante a esibire una non piccola fiducia nelle sue qualità personali e, in qualche modo, anche politiche. Adesso il problema, che sarebbe di difficile soluzione per chiunque, è come acquisire e affermare la sua leadership sul Movimento 5 Stelle di ieri, vale a dire recuperando coloro che se ne sono andati o sono stati frettolosamente espulsi, e di domani a cominciare da quel 15 per cento di elettori scivolati via. All’interno del Movimento non ci sono sfidanti e forse neppure alternative, ma fatte salve poche eccezioni, non si sente neppure grande entusiasmo, piuttosto attendismo: “vediamo che cosa riesce a fare colui che voleva essere l’avvocato del popolo”.
Enrico Letta è il segretario di un partito nel quale i capi corrente hanno notevole potere. Guerini, Franceschini e Orlando sono comodamente sistemati nei loro uffici ministeriali che implicano non poche responsabilità, ma danno anche notevole visibilità (in questi giorni soprattutto per Franceschini che se la gode tutta, e non è finita). Con alcune proposte, voto ai sedicenni, patrimoniale (stoppata, mio modo di vedere, malamente, da Draghi) Letta ha voluto mostrare capacità di incidere sull’agenda politica, ma non può vantare successi e si trincera dietro il fatto inconfutabile dell’essere il PD il più sincero e leale sostenitore di Draghi e del suo governo. Un qualche rafforzamento della sua leadership potrebbe venire sia dalle vittorie possibili in numerose elezioni amministrative a ottobre sia da un suo chiaro e netto successo nell’elezione suppletiva a Siena. Apparentemente Letta è il meno “sfidato” dei tre leader di cui sto discutendo, ma la storia del PD, nel quale restano acquattati molti renziani/e, è anche fatta di repentine cadute e improvvise sostituzioni. La mia interpretazione è che nel semestre bianco, i partiti dovrebbero sentire il compito di rafforzare i loro profili politici al tempo stesso che si segnalano per capacità propositive. Vedo al contrario tensioni, non distruttive, ma che implicherebbero qualche ridefinizione di linee politiche. Non basterà un colpo d’ala nell’elezione rapida del successore(a) di Mattarella.
Pubblicato il 4 agosto 2021 su Domani
Tu sì que vales: classe dirigente

Sono sicuro che, affascinati dai molti pensosi editoriali(sti) del Corriere della Sera, molti di voi stanno mettendo a buon frutto le vacanze. Il tema è chiarissimo: “come creare una nuova classe dirigente”. Lo svolgimento si preannuncia complicato assai, ma, niente paura, condivido con voi quello che so, anche grazie alla scienza politica e al metodo comparato. Escluso che la nuova classe dirigente possa provenire dai giornalisti, nonostante le posizioni di rilievo acquisite in politica da Toti, Mulé, Cangini e nel passato, fra gli altri, da Antonio Polito, Minzolini, Lilli Gruber, dovremmo guardare, esempio di comparazione intertemporale, all’Italia del 1945-48 e almeno alla Francia di quel periodo e successivamente. Le biografie professionali e le esperienze personali dei componenti delle classi dirigenti sono figlie dei tempi, ma anche dei modi. Lo furono per i Costituenti italiani e per i compagnons de la Résistance di de Gaulle. Si temprarono nella ricostruzione, anche per imprenditori e sindacalisti, e nella Guerra Fredda. Furono selezionate in una situazione fortemente conflittuale.
Non basteranno, dunque, le esortazioni che, spesso, sembrano venire da chi è convinto di essere già classe dirigente. Sarà necessario guardare ai luoghi e ai nuovi tempi. Luogo principe di formazione di una relativamente piccola parte della classe dirigente è certamente la Banca d’Italia. Trasmissione di conoscenze, selezione in base al merito, senso civico, patriottismo e visione europea. Naturalmente, tutto questo serve, ma non basta e non è imitabile. Il resto dobbiamo cercarlo guardando a quello che non è, a cominciare dai partiti. Da tempo, la classe dirigente non viene più dalle organizzazioni partitiche, non a causa di un destino cinico e baro, ma perché nessuno ha ricostruito le culture politiche inabissatesi intorno al 1989, e perché le scuole di partito non hanno la minima idea di quello che dovrebbero insegnare diventando meste passerelle di dirigenti esibizionisti. Inoltre, nelle elezioni prevale la pratica della cooptazione, notoriamente mai orientata alla selezione dei migliori che, quando tali effettivamente sono, fanno ombra e vogliono esercitare autonomia. L’assenza di competizione è dominante all’interno dei sindacati, ma più in generale riguarda l’intero sistema sociale e culturale. Respingere qualsiasi modalità di valutazione dell’operato, a cominciare dalla scuola, università compresa, deprime i migliori e non fa affatto crescere gli ultimi. Non basta non “lasciare indietro nessuno”. Bisogna premiare chi sa andare avanti ispirando e trainando, anche con la forza dell’esempio, molti altri.
Oggi il luogo principe della competizione e dell’emulazione è l’Unione Europea. La nuova classe dirigente sarà quella preparatasi in scambi di vario titolo e durata con gli altri Stati-membri, in programmi come l’Erasmus, in tirocini internazionali, in gruppi di ricerca multinazionali. Conoscere la storia, anche della scienza, e le lingue è la premessa di qualsiasi attività a livello europeo, di qualsiasi crescita culturale, di qualsiasi spirito di corpo. Non saranno i 200 miliardi e più di Euro che vengono da Bruxelles a fare uscire in Italia una nuova classe dirigente come Minerva dalla testa di Giove, ma l’opportunità è grande nonché irripetibile. Su quel terreno di investimenti e di riforme si possono misurare le competenze, le si possono premiare e possono nascere comunità di intenti e di valori che fanno una classe dirigente. Hic Bruxelles hic salta.
Pubblicato il 29 luglio 2021 si PARADOXAforum