Pd e 5 Stelle? Le alleanze organiche sono solo nella testa dei leader @formichenews

Non bisogna mai, ma proprio mai, parlare di federazioni, scrive Gianfranco Pasquino. Perché nelle democrazie parlamentari con sistemi multipartitici queste si fanno in Parlamento contati i voti e i seggi. Se non incentivate da leggi elettorali, sono solo parti mentali

Sì, lo so, bisogna guardare “con rispetto” ai travagli interni agli altri partiti, ma, aggiungo subito, soltanto se si è dirigenti di partiti a loro volta abbastanza travagliati e che non sanno che pesci prendere. Tranne, forse, il tonno in scatolette. Ciò detto, fuor d’ipocrisia, qualcuno nel Partito Democratico, a cominciare dal segretario Enrico Letta e a continuare con gli “elevati” strateghi plurintervistati, il problema deve porselo. L’alleanza organica con il Movimento 5 Stelle appariva già azzardata tempo fa, quando, peraltro le espulsioni e le emorragie mandavano segnali inquietanti, ma adesso che, comunque vada il duello Conte/Grillo, ne seguiranno problemi, che cosa deve fare il PD?

   La mia prima risposta è che non bisogna mai, ma proprio mai, parlare di alleanze organiche. Nelle democrazie parlamentari con sistemi multipartitici le alleanze si fanno in Parlamento contati i voti e i seggi. Se non incentivate da leggi elettorali adeguate e costringenti, le federazioni sono solo parti mentali. Certo, è giusto e spesso opportuno che leader e militanti segnalino preferenze magari cercando reciprocità, ma il resto va affidato agli elettoti ai quali, peraltro, è indispensabile fare offerte motivate. La seconda risposta è semplicissima. Meglio stare a guardare come si evolvono gli avvenimenti senza fare il tifo per nessuno. Dovendo, però, tifare, meglio farlo per coloro che non sono arroganti, ma dialoganti. A buon intenditor…

   La terza risposta mi pare la più adeguata ai tempi. Stanno per arrivare, dopo i molti sondaggi giustamente scrutati da vicino (qualche persino troppo ravvicinatamente tanto da “ciecarsi”e non riuscire a cogliere il trend), le elezioni amministrative. Quando gli elettori si esprimono nel segreto delle urne le indicazioni che danno debbono essere prese sul serio, anche quelle di coloro che, “no, questa volta no, non me la sono sentita di votare”. Un partito buono (tanto raro quanto il debito buono) tenterà di fare scouting fra gli astensionisti d’opinione e d’irritazione. Dalle grandi città, ma anche da comuni medio-piccoli significativi, verranno molte informazioni, a cominciare dai successi o insuccessi nei probabilmente numerosi casi di ballottaggio. Che cosa dicono dirigenti e candidati pentastellati? Dove (non) vanno gli elettori/trici delle 5 Stelle? Si può capire molto delle propensioni di un elettorato, come quello delle 5 Stelle, non strutturato e volubile, dalle convergenze che farà e che rifiuterà.

   Alla fin della ballata (ma, tratto distintivo delle democrazie è che la ballata continua con orchestre che si alternano), comunque, il PD e il suo segretario dovrebbero, certo con “molto rispetto”, andare alla ricerca di voti anche fuori dal perimetro friabile e mutevole dei pentastellati. Non solo questa ricerca non è ancora cominciata, ma non è neppure stata pensata.  

Pubblicato il 29 giugno 2021 su formiche.net

Il partito unico? Per funzionare serve il ritorno al maggioritario #intervista @ilgiornale

Intervista raccolta da Stefano Zurlo

Il partito unico? «Il termine è un po’ raggelante in democrazia», risponde con una punta di perfida ironia Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza della politica e fresco autore del saggio Libertà inutile, profilo ideologico dell’Italia repubblicana, appena pubblicato da Utet. «Ma il punto è un altro».

Scusi, almeno dalle parti del centrodestra il dibattito gira proprio attorno a questa questione: si fa il partito unico? Non si fa e ci si ferma alla Federazione? O ancora, meglio non fare nulla?

«Berlusconi ebbe un’intuizione geniale quando creò una coalizione unificata nel 1994: un Polo al Nord e un altro al Sud, con Forza Italia come perno di un’alleanza che comprendeva Alleanza Nazionale e la Lega».

Oggi?

«Oggi Salvini ha bisogno di visibilità, è lo studente che copia, il copione. Ma il Berlusconi del 1994 aveva un grande vantaggio rispetto al Salvini di oggi: c’era il Mattarellum, un sistema maggioritario con i collegi uninominali, un sistema che spingeva verso l’unità».

Oggi c’è il Rosatellum che ha una quota maggioritaria. Non basta?

«No che non basta, questo è un sistema misto con una modesta quota maggioritaria, quello era maggioritario per tre quarti. Capisce, se cambiano le regole del gioco cambia tutto».

Altrimenti?

«Si può andare avanti a discutere per mesi, ma mi lasci essere scettico: non credo che arriveremmo molto in là. Tanto per cominciare, la Meloni sta bene dove sta: ha una rendita di opposizione».

Ma il partito unico…

«Dica pure la coalizione unica, anzi meglio unificata».

Dunque, la coalizione unica può funzionare?

«Se si modifica la legge elettorale, Penso di sì e il discorso può farsi interessante».

Interessante?

«Si supera il pluralismo che in realtà è frammentazione e dispersione delle forze e si stabilisce una leadership chiara. Non è poco».

Fra Salvini e Meloni?

«Ci si siede intorno a un tavolo, si guardano i sondaggi, gli ultimi, naturalmente, e sulla base di quelli si decide chi sarà il candidato premier. Non esiste col maggioritario un’altra formula».

Dall’altra parte?

«Pensi a cosa vorrebbe dire un Nuovo ulivo: potrebbe essere un passo in avanti straordinario per le forze di sinistra. Sfruttando anche il nome autorevole di Prodi che oggi torna nella corsa al Quirinale».

Ma come lo chiamerebbe?

«Ovviamente toglierei ogni riferimento all’Ulivo. Eh, mi pare non porti bene. Lo battezzerei partito Progressista, in contrapposizione al partito Conservatore o, magari con lessico berlusconiano, partito Liberale, meglio ancora partito Liberale nazionale».

Il centrosinistra unito avrebbe più forza?

«Potrebbe ad esempio rivolgersi ai sindacati e chiamarli ad un dialogo riformatore proprio in nome delle idee progressiste. Credo che l’impatto sarebbe forte e si sprigionerebbero suggestioni inedite. Penso che alla fine da una parte e dall’altra ci sarebbero coalizioni in grado di mordere la realtà e di incidere davvero sui problemi. Ma, ripeto, se non si forzano le regole del gioco, il match rimane una partita fra dilettanti».

Insomma, la semplificazione del quadro da sola non basta?

«Direi proprio di no. Ha presente la Dc?».

Perché?

«La Democrazia cristiana era già una sorta di partito unico che andava da destra a sinistra e in cui le correnti pescavano in bacini diversi, tant’è che se oggi seguissimo i voti degli elettori dello scudo crociato li ritroveremmo nel centrodestra e nel centrosinistra. Ma il partito unico non basta, la semplificazione senza un cambio della legge in senso maggioritario è un’incompiuta e non dà risultati. Le correnti si spostano in funzione del potere e destabilizzano. Siamo punto e a capo».

Il maggioritario come punto di partenza, ma poi si dovrebbe passare ad un sistema presidenziale o semipresidenziale?

«Sulla carta va benissimo, ma naturalmente questo è un discorso che nessuno vuole affrontare: per arrivare al presidenzialismo dovremmo immaginare una crisi gravissima, un crollo che francamente non c’è».

Ma potendo e dovendo scegliere, meglio il modello americano o quello francese?

«Meglio, molto meglio il sistema semipresidenziale francese. Negli Usa il presidente si trova spesso in difficoltà perché la Camera o il Senato hanno una maggioranza di segno opposto. In Francia, con la coabitazione, c’è sempre qualcuno che comanda: il presidente o il premier e non c’è il rischio di paralisi. Ma ci vorrebbe un De Gaulle all’orizzonte e io francamente non lo vedo».

Pubblicato il 28 giugno 2021 su il Giornale

L’effervescenza è finita. Se non si istituzionalizza, il M5s può disintegrarsi @DomaniGiornale

La qualità delle teorie degli studiosi si misura soprattutto sulla capacità di quelle teorie di illuminare tanto i fenomeni importanti quanto i fenomeni marginali, vale a dire di offrire spiegazioni comparate valide nel tempo e nello spazio. Lo statu nascenti delineato da Max Weber per i movimenti religiosi e i movimenti operai che hanno cambiato la storia del mondo non è molto dissimile da quello che ha dato vita al Movimento 5 Stelle: un disagio diffuso, una mobilitazione sotto forma di effervescenza collettiva, un primo sbocco. Per andare al sodo: dal Vaffa al notevole esito elettorale del 2013 il passo è stato breve, relativamente facile, non costruito. Dopodiché, ma specialmente, dopo la prima duplice esperienza di governo, era logico e giusto che non soltanto i weberiani si attendessero qualche sviluppo nel senso della istituzionalizzazione. Mantenere l’effervescenza a Palazzo Chigi non è semplice. Conquistare posizioni è utile, ma il passaggio decisivo consiste nello strutturare il movimento chiamando a raccolta tutti coloro che ne condividono gli obiettivi, stabilendo regole chiare e certe per stare insieme, trovare una leadership che non può più essere quella carismatica delle origini, insomma istituzionalizzarsi.

   Ė stato detto da molti, in maniera più o meno articolata e convincente, che l’istituzionalizzazione costituiva il passaggio critico, ineludibile. Difficile sapere quanto il fondatore del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo abbia mai inteso mettere il suo carisma a disposizione dell’istituzionalizzazione. Di tanto in tanto sembrava volerlo fare, ma con grande riluttanza. Altrettanto difficile valutare quanta consapevolezza della necessità di strutturarsi fosse diffusa nel corpaccione degli attivisti che non si conoscono e dei parlamentari che si confrontano e spesso si sfidano. Da quando Giuseppe Conte ha interpretato il suo nuovo ruolo come quello di guidare il Movimento verso uno sbocco organizzativo solido e potenzialmente duraturo, sono venuti al pettine molti nodi, teorici e pratici. In particolare, in più occasioni è apparso che, da un lato, il padre fondatore del Movimento non era affatto convinto di doversi fare da parte; dall’altro, la leadership di Conte non gode(va) di sufficiente legittimità. Un conto è stato quello di fare il capo di due governi; un conto molto diverso è quello non tanto di guidare, ma di mettere insieme i molti cocci di quello che era uno schieramento votato da un italiano/a su tre ed è oggi indicato come preferito soltanto da un italiano/a su sei/sette.

   L’effervescenza è finita da tempo, la mobilitazione è scarsa, selettiva, spesso negativa, contro qualcosa non per qualcosa, il disagio si traduce in rassegnazione piuttosto che in attivismo. Le capacità di governo non sono la stessa cosa delle capacità politiche. Non tracimano. Conte si è illuso. Non ha tenuto conto di un dissenso in parte sordo in parte strisciante. Adesso, al fine di creare le opportunità della difficilissima istituzionalizzazione, è venuto il tempo di uccidere il padre, ma molti sono ancora, inevitabilmente e giustamente, i “figli” di Beppe che vorrebbero una soluzione non sanguinosa. Naturalmente, quando un rapporto politico si incrina e piega verso incomprensioni personali, rischia di diventare incomponibile, devastante. Tra insulti e scuse formali non fa capolino la politica, ma qualcosa che neanche i grandi clinici saprebbero curare. Cosicché il percorso effervescenza mobilitazione, primi successi, non giungendo all’istituzionalizzazione rischia, non sarebbe l’unico caso, la disintegrazione.

   Sbagliano i duri, gli ortodossi, il cui grado di purezza non sono in grado di apprezzare. L’esito non sarà un ritorno alle origini, ma il rivolo irrilevante di un mini movimento. Il consiglio weberiano sarebbe quasi sicuramente che dirigenti e parlamentari dovrebbero tentare di comporre e conciliare la nobile etica della convinzione con l’altrettanto nobile, ma spesso considerata inferiore, etica della responsabilità. Sembra, invece, che vi siano troppi cultori rigidi e esclusivi di ciascuna etica e che né Grillo né Conte siano in grado di trovare anzitutto fra loro la ricomposizione necessaria. Nulla dirò sulla non-etica della convenienza alla quale vedo cedimenti che non portano da nessuna parte. Non so se il governo Draghi ne risulterà indebolito, ma credo di no. Temo, invece, molto che una parte di società si sentirà priva di rappresentanza politica. Questo sarà un inconveniente grave.

Pubblicato il 27 giugno 2021 su Domani

Abbonarsi a Domani? Provare per credere @DomaniGiornale

Diversi giorni della settimana non faccio a tempo a leggere i due/tre quotidiani che compro. Ė un buon segno: vuole dire che stavo scrivendo qualcosa di importante (sic). Poi, risolvo l’accumulo leggendo all’indietro: venerdì, giovedì, mercoledì…., quel che è rimasto.

Diventa tutto più facile. Non oso dire che sono quei quotidiani e i loro giornalisti ad essere ripetitivi (oso, oso …). Certamente, sono i non propriamente fantasiosi politici italiani a dire giorno dopo giorno frasi molto simili, a battere sugli stessi tasti, a formularsi vicendevolmente critiche vecchiotte e noiosissime.

Cosicché il quotidiano del venerdì praticamente mi evita la lettura ravvicinata dei tre/quattro giorni precedenti.

Un’operazione di questo tipo da me tentata con il Domani, debbo dolorosamente confessare, non ha funzionato. L’articolo che perdo martedì non fa la sua (ri)comparsa venerdì. Poiché, però, ha una sua validità intrinseca, talvolta per capire meglio una riflessione sulla Russia bisogna che torni a quell’articolo di tre/quattro giorni prima.

Questa è una buona ragione per abbonarsi poiché se non avete comprato il Domani proprio in quel giorno, il recupero sarà difficilissimo. L’abbonamento vi dà certezze e non vi crea ansie da perdizione.

Al contrario, sapere che, da un lato, potrete tornare a documentarvi, dall’altro, che gli articoli che seguiranno costruiscono anche su quello che avete letto vi dà certezze quanto alla crescita, all’accumulazione delle vostre conoscenze.

Forse gradireste un minor numero di politologi (sic) fra i collaboratori (sic), ma quando vi viene voglia di procedere alla comparazione con i sedicenti politologi dei quotidiani nazionali, allora noterete la differenza fra i politologi reclutati da Feltri e quelli dell’italico (non “Italicum”) stivale.

Con l’abbonamento ogni mattina avrete facile e confortevole accesso al meglio (!) della politologia italiana che è un gran bel modo di cominciare la giornata. Provare per credere.

INVITO #Ravenna #25giugno #TavolaRotonda Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana @UtetLibri

Venerdì 25 giugno 2021 – ore 17,30
Nel giardino del Circolo Goffredo Mameli
Via Ravegnana n. 110 – Ravenna

Presentazione del libro di
Gianfranco Pasquino
LIBERTÀ INUTILE
Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021)

Dialogano con l’autore:
Pietro Caruso
Sauro Mattarelli
Maria Paola Patuelli

Presiede
Stefano Kegljevic

La cittadinanza è inviata ad essere presente e a partecipare al dialogo, nel pieno rispetto delle norme sanitarie anti Covid-19.

Imparare l’arte delle primarie per usarle quando servono @DomaniGiornale

Quella di Torino è stata bruttina, ma i commenti alle due primarie del Partito Democratico, a Roma e a Bologna, grondano di soddisfazione e autocompiacimento. Cercano di fare dimenticare previsioni buie e tempestose, sostanzialmente infondate e la sostanziale incomprensione di che cosa sono e possono essere le primarie. Anche in questo caso sarebbe utile il mio test d’accesso per chi vuole esprimere valutazioni: quale articolo scientifico, quale libro di analisi delle elezioni primarie, che, incidentalmente, si fanno in molti altri luoghi, ad esempio, in Argentina e in Cile, oltre agli USA, hanno letto gli spericolati commentatori/trici? Certo, le primarie sono un esercizio di democrazia, meglio quando sono impostate, organizzate, condotte in maniera effettivamente democratica. A Roma il PD non è abbastanza forte da condizionarle, ma qualche scoraggiamento a altre potenziali candidature era stato mandato. A Bologna il PD ha prima fatto quasi tutto il possibile per trovare un mitico “candidato unitario” ovvero designato dai potenti. Poi si è buttato a sostegno del candidato preferito dai “maggiorenti” (il piuttosto loquace Romano Prodi incluso) cercando di squalificare l’oppositrice perché “renziana”. Come se il Presidente della Regione Bonaccini non fosse stato renziano e lo stesso sindaco Merola, “ideologicamente” assai volubile, non avesse avuto la sua sbandata renziana. Adesso, il vincente annuncia la sua apertura alla renziana Conti la quale, opportunamente e nobilmente, ha dichiarato lealtà di voto, ma non vuole farsi fagocitare. Ci si chiede (notate come pongo la questione) che fine farà il ricorso promosso da tre ex-segretari del Partito di Bologna ai probiviri contro gli iscritti del PD che hanno annunciato il loro voto alla Conti. Lana caprina.

   Nelle primarie, naturalmente, conta soprattutto vincere, ma il modo come si vince ammonta a una più o meno bella lezione di politica. La campagna elettorale comunica non soltanto chi sono i candidati, le loro biografie personali, professionali e politiche (quella di Roberto Gualtieri è assolutamente lusinghiera), ma anche che cosa li distingue e che cosa propongono anzitutto all’elettorato della loro aerea politica. Le primarie diffondono informazioni di stile e di sostanza. Dovrebbero anche, se non si sono manifestate come attacchi personali, in effetti a Bologna c’è stato anche questo (non stendo nessun pietoso velo di silenzio), servire come slancio per la corsa alla (ri)conquista del Palazzo comunale. Vedo, invece, che, per il momento, il tempo viene impegnato per tirare sospiri di sollievo e per esibirsi sulle vette dell’ipocrisia e della retorica più melensa. Fermo restando che, in generale, le primarie sono un optional, per il PD sono uno degli elementi fondanti la sua (peraltro pallida) identità di partito. Di tanto in tanto qualche revenant di “intellettuale” organico ottiene il suo momento di esposizione mediatica con critiche severissime (“masturbazione intellettuale”), spesso infondatissime, alle primarie. Molto meglio farebbe il Partito Democratico a valorizzarle come un procedimento che ha la potenzialità di migliorare la politica del partito e, in senso più lato, italiana ponendo le premesse per l’allargamento del campo del centro-sinistra. Non soltanto l’allargamento è indispensabile per chi voglia superare il centro-destra, ma consente la mobilitazione delle energie esistenti e l’attrazione di quelle disponibili purché non si sentano manipolate. In sintesi: c’è più di una candidatura? Oportet ut primariae eveniant. Primarie competitive. Il resto è fuffa.

Pubblicato il 23 giugno 2021 su Domani “Impara le primarie e mettile da parte: cosa resta dopo i risultati”

Libertà inutile @UtetLibri a #Villeggendo Festival letterario in Ville Venete #23giugno #Vicenza @villeggendo

23 giugno
ore 21

Gianfranco Pasquino

Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana

Piazza IV Novembre
NOVENTA VICENTINA   (VI)

Villeggendoo 2021

Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana

Gianfranco Pasquino: “La democracia no es solamente política, es sociedad y cultura” #entrevista @perfilcom @Fontevecchia

Discípulo de Norberto Bobbio y Giovanni Sartori, considera que Italia y Argentina son países que comparten un cierto desorden institucional que a veces funciona mejor y otras, peor. Pero nuestro país aporta una particularidad única en el mundo: el peronismo. Para él, representante de la izquierda moderada de su país, cumplir con las reglas no solo es una formalidad. También debe ser un camino que contribuya a reducir las desigualdades en la sociedad.

Aun antes de la derrota de Donald Trump y de las malas expectativas de Jair Bolsonaro por su mala conducción del coronavirus, ya en 2019 usted dijo ser optimista por el futuro de la democracia. ¿Los últimos resultados confirman esa idea? 

—Continúo siendo bastante optimista sobre el futuro de la democracia. La democracia de los Estados Unidos es hoy mucho mejor que cuando Trump fue presidente. Joe Biden realizará muchas transformaciones y esperemos las reacciones de su sociedad. Estados Unidos nunca tuvo la democracia más importante del mundo. Habrá cambios positivos. Jair Bolsonaro tiene una democracia de calidad limitada. Es real que puede perder las elecciones.

—¿La buena performance de Vox, el avance general de la derecha en las elecciones en España y en parte de Europa van en sentido opuesto? 

—Vox en realidad tiene una performance mediocre. No es verdaderamente importante. Los populistas en Europa no ganaron; más bien, perdieron. En el Parlamento europeo no tienen poder. Tienen escaños, pero no poder. Los soberanistas no tienen bastante poder para desafiar a los europeístas. Su situación es bastante mala.

—El discurso de Joe Biden por los primeros cien días de gestión fue juzgado por algunos analistas como una de las agendas más progresistas de un presidente norteamericano. El senador republicano Tim Scott calificó la propuesta como una lista de deseos liberales para justificar grandes gastos del gobierno. ¿Estamos frente a un regreso del Estado de bienestar? 

—Estados Unidos nunca tuvo un Estado de bienestar. Debe construirlo. El problema de la salud es muy importante. Obama fue en ese sentido, pero los republicanos han intentado destruir el Obamacare. El discurso de Biden fue verdaderamente progresista, pero tiene una pequeña mayoría en el Senado. Será una situación problemática. Aunque creo que es una dirección importante de cambios, no solamente políticos, sino sociales y espero que culturales. La democracia no es solamente política, es sociedad y cultura.

—Biden dijo: “Heredé una nación en crisis. La peor pandemia en un siglo. La peor crisis económica desde la Gran Depresióm”. ¿Se producirá un salto cualitativo?

—La pandemia reveló elementos negativos de todos los sistemas políticos y sociales. Hay reacciones de los ciudadanos democráticos en muchísimos países. Es posible derrotar la pandemia e introducir cambios que quedarán para ahora y para el futuro.

—¿El coronavirus construye un contexto para un predominio de lo colectivo sobre lo individual? 

—Si es así, no será automático. La pandemia construyó otro elemento bastante negativo. Creció la desigualdad. Si queremos construir una sociedad mejor, debemos reducir las desigualdades. Es posible, pero es bastante difícil.

—En esta misma serie de reportajes, el economista especialista en la desigualdad Branko Milanovic señaló que hay un riesgo en la humanidad de una nueva plutocracia. Usted se refirió en su en su libro a las seis promesas incumplidas de la democracia que había planteado Norberto Bobbio, y una de ellas tenía que ver con el tema de las élites y la distribución de la riqueza. ¿Es capaz la democracia de reducir la inequidad?

—El poder del dinero es un verdadero problema. Milanovic tiene razón. Debemos intentar controlarlo. Con poder, los ricos pueden comprar las decisiones políticas. No mejorará la vida de los demás. En América la riqueza cuenta muchísimo en política. La desigualdad del poder político… por ejemplo, en China, los miembros del Partido Comunista tienen mucho poder y hay muchísimos hombres y mujeres en China que no tienen ningún poder. La plutocracia es un riesgo que la democracia puede controlar, puede limitar, a través de la organización o las organizaciones y a través de los partidos. El problema de Estados Unidos es que los republicanos tienen mucho dinero. Pero hemos visto que los hombres, es decir los electores, pueden derrotar el poder del dinero.

—Usted cita a Norberto Bobbio: “El criterio más frecuente adoptado para distinguir la derecha de la izquierda es la diferente actitud que asumen los hombres que viven en sociedad frente al ideal de igualdad. La derecha considera que cierto grado de desigualdad es útil socialmente para aumentar la generación de la riqueza alentando la competencia”. ¿Se puede distribuir la riqueza sin generarla previamente? 

—En algunos momentos de la historia pueden darse desigualdades que producen transformaciones positivas gracias a la competencia. Pero si las desigualdades son enormes y persisten, el efecto será el contrario: un gobierno de pocos. El predominio de los oligarcas sobre la mayoría. La izquierda debe intentar reducir las desigualdades no productivas.

—Usted dijo que “el enemigo de la izquierda es su sentido de superioridad”. En un reportaje de esta misma serie, una diputada historiadora conservadora hispanoargentina, Cayetana Álvarez de Toledo, dijo que el debate de su espacio político, la derecha, era con la superioridad moral de las izquierdas. 

—La izquierda cree ser superior primero porque hay un compromiso con la transformación y el futuro. También son hombres y mujeres que conocen cómo funciona la política. Estudian, comprenden y hacen política, y valoran el rol de ejercerla. La derecha tiene comportamientos antipolíticos. Los políticos de izquierda muchas veces piensan que actúan de acuerdo con el interés general. Suelen creer que los políticos de derecha responden a un interés particular. Y no es así. Así se produce una reacción de derecha. Los hombres y las mujeres comunes no agradecen que existen personas que se crean superiores. No es un elemento positivo de la propaganda electoral y de la cultura política de izquierda.

—¿Las derechas actuales crecen porque son menos solemnes que las del pasado? 

—La derecha actual crece porque hay elementos de reacción contra los gobiernos de la izquierda que no resolvieron los problemas. Entonces, si la izquierda no tiene éxito, amplía el espacio político de la derecha. En el caso de Madrid, no debemos olvidar que la derecha siempre ganó. La dimensión de la victoria del Partido Popular puede ser sorprendente. Pero todos los sondeos decían que la derecha ganaría. 

—¿Cuál es su visión personal sobre las políticas identitarias? ¿Hay alguna relación entre el nacionalismo catalán, por dar un ejemplo, el feminismo o las manifestaciones antirracistas de los Estados Unidos?

—No es una buena idea hacer política identitaria. Debemos hacer política con el cerebro y no con otras partes del cuerpo, como dice Max Weber. Somos hombres y mujeres racionales. Debemos discutir sobre lo que queremos hacer, no sobre nuestra identidad. Nuestra identidad es importante psicológicamente, pero no en política. La política identitaria produce choques y no progreso. El problema de los Estados Unidos es que hay demasiados grupos que actúan siguiendo la política identitaria. En España también, en Italia la Lega Nord cree en la política identitaria de los que viven en el norte del país. 

—Sobre el presidente argentino, Alberto Fernández, usted dijo: “Su estilo es como el de sus antecesores peronistas, Cristina incluida, un poco autoritario. En general, los líderes peronistas siempre piensan que saben mucho más que la oposición, que la opinión pública, que los intelectuales y los periodistas”. ¿Cuál sería la correcta taxonomía de los líderes peronistas desde su perspectiva? 

—La mayoría del tiempo piensan que interpretan los deseos, las expectativas, las emociones del pueblo. Sucede con los populistas. Hay una estrecha relación entre peronismo y populismo. Juan Domingo Perón fue un gran populista. Y muchos de los dirigentes actuales de su fuerza tienen algo o mucho de populistas. Fernández lo tiene; pero, por ejemplo, Carlos Menem tenía muchísimo más. La manera como habla Cristina cuenta con componentes populistas muy visibles. Aunque debo aclarar que no soy especialista en temas de Argentina.

—Alberto Fernández se autopercibió como socialdemócrata y dijo textualmente: “Más cercano a la filosofía hippie que a la tradición cultural del peronismo”. ¿Pueden convivir socialdemocracia con populismo de izquierda?

—El populismo puede ser de izquierda. En toda democracia hay elementos populistas. Democracia es poder del pueblo. No podemos eliminar al pueblo de la democracia. La socialdemocracia no es populista porque organiza la política. No hay un líder, como referencia, que establece una relación especial con el pueblo. Se ejecuta un programa y se intenta convencer al pueblo de que ese plan es el conveniente. Puede ser que el líder socialdemócrata sea querido por el pueblo, pero los socialdemócratas nunca son populistas.

—Al populismo y al peronismo les tocó gobernar siempre en períodos en que había riqueza para distribuir. ¿Pueden ganar las elecciones en un contexto de caída económica? 

—Eso necesita un análisis comparado. Hay situaciones en las cuales la izquierda puede ganar las elecciones cuando hay una crisis profunda. Es el caso de Franklin Delano Roosevelt, en 1932. Estados Unidos tenían una crisis económica profunda. Roosevelt ganó y transformó el país. También en Gran Bretaña, en 1945, la reconstrucción del país fue en las manos de los laboristas. El Frente Popular en Francia, en 1936, tenía una situación económica bastante complicada, pero ganó la elección. Depende de la política. La política puede ser la guía de cambios socioeconómicos importantes. Los líderes y las organizaciones pueden convencer a la mayoría de los sectores.

—En “La razón populista”, Ernesto Laclau rescata el ideario de Antonio Gramsci. Dice, por ejemplo: “El incipiente movimiento que hallamos en Gramsci de las clases a las voluntades colectivas debe ser completado”. ¿Cuál es el lugar actual de Gramsci en el pensamiento político italiano?

—Gramsci nunca fue populista. Fue un hombre de partido. Creía en la potencialidad y en la capacidad del Partido Comunista italiano de derrotar al fascismo y de construir una sociedad nueva de forma menos autoritaria o totalitaria que Vladimir Lenin y Josif Stalin. No puede ser utilizado en tal marco teórico. No debemos olvidar que Gramsci pensó en el contexto del fascismo en el poder. No es del todo un teórico de la democracia. Es un teórico de la protección y de la promoción de los intereses de las clases populares, del proletariado. La hegemonía no consiste solo en poder y violencia. También es la capacidad de convencer, de transformar las ideas, las opiniones. Es un proceso no solo político, sino cultural. Que debe ser guiado, liderado, por un partido político organizado, de masas.

—Una de las inspiraciones de Mauricio Macri fue la figura de Silvio Berlusconi. ¿Cómo analizaría usted las ideas y la gestión de Mauricio Macri?

—Imitar a Berlusconi fue una buena idea para ganar el poder. Llegó a la presidencia. Pero los empresarios no saben gobernar. La política es diferente de la empresa. En la empresa hay alguien que decide y otros que actúan, producen los cambios. La política nunca es un problema solamente de decisión. Es un problema de colaboración, de producir consensos. Hay que aprender. Aceptar que hay decisiones que deben cambiarse. Es una actividad mucho más complicada que la de los empresarios. Macri no tuvo éxito. Si un presidente no es reelegido, la sanción electoral es clara.

—Escribió: “Bobbio no ha sido un intelectual tradicional “. ¿A quién le hablaba? 

—Los intelectuales orgánicos tienen una posición dentro de un partido. Gramsci los identificó con mucha claridad: piensan que el partido es el medio de transformación social. Pero también están los intelectuales públicos. Norberto Bobbio, como Giovanni Sartori, fueron intelectuales públicos. Hay otros intelectuales públicos en Europa. George Orwell en Inglaterra y Jürgen Habermas en Alemania lo fueron. Hablan al público, aceptan la responsabilidad de lo que dicen. No hacen política directamente, aunque tienen una ética política.

—¿Hace suya la frase de Sartori “El intelectual no debe ser indiferente, pero debe permanecer independiente”? 

—Un intelectual debe saber ver todos los elementos problemáticos de una situación. Intentar comprender lo que los hombres y las mujeres piensan, sufren, lo que pueden hacer, pero debe saber producir decisiones después de la evaluación. Que sean el producto de su pensamiento, de su conocimiento, de su experiencia. El intelectual público es de alguna manera solitario. Lo que no quiere decir que sea triste.

—En el libro sobre ellos, “Bobbio y Sartori”, dice que “ambos son clásicos; una característica decisiva de los clásicos consiste en saber hablarles a generaciones diferentes”. ¿Cuál es la enseñanza a los políticos y a los cientistas sociales de hoy de estos dos intelectuales italianos? 

—Bobbio se refería así sobre Max Weber. Weber es un clásico. Lo que escribió mantiene toda su vigencia. Su pensamiento es contemporáneo. Mi sugerencia a los políticos es que deben leer, aprender, estudiar. La política tiene historia. Hay muchísimas enseñanzas en Aristóteles, en Pericles, en los clásicos latinos. Es necesario comprender Maquiavelo. Es necesario conocer sobre análisis económico. Karl Marx es un clásico. No tuvo razón en muchas cosas, pero su método de análisis es importante. Joseph Schumpeter es un clásico. No son autores del pasado únicamente. Resultan contemporáneos.

—¿Qué opinarían Bobbio y Sartori sobre la polarización actual? 

—La polarización nunca es buena, Bobbio y Sartori la criticaron, cada uno a su manera. En el caso italiano también. Porque el Partido Comunista y el Partido Neofascista intentaban polarizar un poco la política. Los neofascistas más que los comunistas. Bobbio intentó hablar con los comunistas, convencerlos de cambios indispensables. Sartori fue más crítico de los comunistas. Los considera parte de los antisistema. La polarización peor que veo hoy es la que los republicanos produjeron en los Estados Unidos. Se desplazaron a la extrema derecha. 

—Me tocó moderar algunos encuentros entre el fiscal del Mani Pulite, Antonio Di Pietro, y el juez del Lava Jato de Brasil, Sérgio Moro. Una de las críticas que se hacía a Moro, en comparación con el Mani Pulite en Italia, fue que, en vez de un cambio en el sistema político, lo que sobrevino fue algo peor, como Jair Bolsonaro. ¿Qué se debe hacer con la corrupción? ¿Qué le sugiere el concepto de lawfare?

—La corrupción es un mal. Corrompe, y no solo a los políticos. Lo hace con toda la sociedad y toda la política. Debe lucharse siempre contra ella. La política italiana no estaba más estructurada cuando el Mani Pulite actuó contra la corrupción. Se creó el espacio en el que Berlusconi entró dentro de la política. Si los partidos políticos hubieran sido organizados, no habría tenido espacio. La situación argentina y brasileña me parecen diferentes. Pero la lucha contra la corrupción debe ser continua, constante e incesante. El problema es el sistema judicial también. Se necesita un sistema judicial incorruptible, con jueces que no intenten hacer política ni entrar en política. Creo que Di Pietro no fue un buen ejemplo. Creo que Moro tampoco. 

—¿Hay diferencia entre ciencia política y filosofía política? ¿Marx fue un filósofo político?

—Una frase histórica del marxismo es que los filósofos estudiaron el mundo. Ahora debemos cambiarlo. Pero Marx fue un filósofo, continuó estudiando el mundo. No tenía las herramientas por cambiarlo. Los cientistas políticos tienen las herramientas. Es algo que aprendí de Sartori. La ciencia política no es como la astronomía. Intenta cambiar situaciones. Sabemos cómo construir un partido político, cómo escribir una Constitución, controlar el poder. Sabemos que deben existir frenos y contrapesos, sabemos que hay que limitar la desigualdad en una democracia. La diferencia es que la filosofía política puede inventar un mundo nuevo; la ciencia política puede construirlo.

—Bobbio, a diferencia de Sartori, llamó a los miembros del Partido Comunista en 1964 a sumarse a un gran Partido Socialista, mientras que para Sartori eran antisistema. Jean-Luc Nancy habla de lo común; Gianni Vattimo, del comunismo hermenéutico. ¿Renace el concepto?

—El comunismo existe. Existe en China, Corea del Norte, Vietnam. Parece que Vietman ha derrotado al virus, en un régimen comunista con un partido único. Son sociedades sin ninguna competencia entre partidos. El comunismo existe y puede funcionar como técnica de desarrollo económico. El comunismo no produce democracia nunca, porque democracia es competencia, sería el fin del Partido Comunista. En Europa no existe más. Existen pequeños grupos solamente que no son comunistas. Es una izquierda radical, extrema. Tiene elementos populistas, pero no ganan elecciones. Cuando tienen racionalidad, participan de coaliciones de izquierda. Es lo que ocurre en Portugal.

—¿Por qué es importante concebir a la democracia como isonomía, igualdad ante la ley? ¿En la democracia la forma es el fondo? 

—No totalmente. La forma es muy importante, importantísima. Pero hay otros elementos, no solamente la forma, las reglas y lo procedimental. Debemos evaluar también los efectos. Por ejemplo, Bobbio fue siempre considerado como el teórico de la democracia formal, pero Bobbio pensaba, por ejemplo, que la democracia debe saber educar a los ciudadanos, debe saber introducir transparencia, debe derrotar a los poderes secretos, que ustedes en América Latina llaman fácticos. Debe ser capaz de reducir las desigualdades. La democracia meramente formal es algo estéril; debe tener un contenido sustancial. No es posible una democracia sustancial sin una democracia formal. La democracia formal es el prerrequisito de la democracia sustancial.

—Usted escribió, sobre el libro de Giovanni Sartori “Homo videns”, que la opinión pública está hecha de ciudadanos cuyas informaciones de base son inducidas a la equivocación y manipuladas por la exposición masiva a la televisión. ¿Modifican las redes sociales esa mirada?

—Sartori consideraba muy importante cómo se forma la opinión pública. Debería ser el producto de un diálogo, de una conversación pública. Las redes sociales, Twitter, Tik Tok, Instagram, no producen tal conversación. Pueden generar polarización, la visibilidad de algunos influencers. Pero no produce verdadera opinión pública. Si no hay una verdadera opinión pública, la democracia tiene problemas. 

—¿Las redes sociales son una especie de Babel moderna que producen enorme cantidad de lenguas que no se entienden entre sí y se ocluye el debate? 

—Sí, puede ser. La situación de Babel fue interesante. El caos es aceptable cuando nadie puede imponer el orden. El caos puede ser creativo; Babel puede ser creativa. Pero los hombres y las mujeres necesitan alguna expectativa de orden. El orden político es necesario porque reduce las preocupaciones. Permite programar actividades y futuro. Babel puede estar bien, pero por un cierto plazo de tiempo, no eternamente, porque hay alguien que impondrá el orden político. Un mecanismo normalmente autoritario.

—En la Argentina suele analizarse la actual democracia como un movimiento que fue pasando del bipartidismo al bicoalicionismo. ¿Es una condición del sistema presidencialista?

—La competencia bipolar es importante. Puede ser útil. El bipartidismo no puede constituirse artificialmente. Es un producto histórico de largo plazo, como el de Inglaterra, el de Australia, el de los Estados Unidos. No se constituye a través de algunas reglas, no basta con cambiar la ley electoral. Es un producto histórico. El bipolarismo puede ser construido. Coaliciones con algunos partidos, partidos que pueden juntarse en una coalición A o en una coalición B. La presencia de coaliciones es importante. Obliga a la responsabilidad de quienes las constituyen. Hay una palabra en inglés que es accountability. Rendir cuentas. Eso es lo que yo llamo la virtud democrática. Y si hay dos coaliciones, las dos deben rendir cuentas a los electores. Si hay un magma de muchos partidos, la accountability no funciona.

—En otro de sus libros sobre democracia italiana, usted escribió, y lo voy a leer textualmente: “Los ciudadanos se merecen el gobierno que reciben. Esa famosa frase puede interpretarse de muchas maneras, aunque la mayoría de los italianos siempre han pensado que merecen un gobierno mejor y hay buenas razones para creer que los gobiernos italianos son, y siempre han sido, no solo el producto genuino de una sociedad que tiene muchos inconvenientes, sino también efectivamente representativos de las preferencias y los sentimientos de los ciudadanos”. Podría decir que esta misma frase textualmente se podría aplicar a la Argentina. ¿En qué se parece la política argentina a la italiana?

—En la desorganización, pero la política argentina tiene un elemento muy diferente: la presencia del peronismo. El peronismo es un factor único en América Latina, en el mundo. No existe un movimiento similar. Los elementos comunes son la desorganización de la política, la inestabilidad, la insatisfacción de los votantes. Cambian comportamientos electorales, pero eso produjo estabilidad política y no ha producido liderazgos de alto perfil.

—¿Es comparable el compromiso de la Italia civil contra el fascismo con su equivalente en la Argentina contra la dictadura?

—En cierta manera sí. Es una comparación posible. Es un elemento importante y a veces positivo. Pero algunos elementos deteriorados del fascismo en Italia y de la dictadura militar en Argentina continúan existiendo. Es algo que debemos resolver.

—¿La polarización es un estadio inferior de un proceso que tiende hacia el centro político? 

—No, el centro no es nunca un lugar que puede establecer una democracia viable. El centro es un lugar donde no se decide. No hay alternativas. El centro es un lugar de compromiso. Creo que las democracias necesitan competencia. Necesitan alternancia o rotación en el gobierno. Los electores deben escoger entre alternativas bastante claras. La polarización es peor que el gobierno del centro, pero el centro es un lugar que no me gusta.

—Sobre la vieja discusión acerca de que la política es un arte y no es una ciencia, y aquella frase de Benedetto Croce acerca de que la historia siempre necesita una nariz de Cleopatra, ¿cuánto se puede enseñar ese arte? ¿Se puede enseñar empatía?

—Se puede aprender mucho, muchísimo. Yo comparto lo que Maquiavelo escribió hace más de 500 años. Podemos aprender de la historia de los sistemas políticos. Maquiavelo aprendió mucho de la historia romana, de los grandes escritores de política romana. Podemos aprender mucho de nuestra participación en la política como ciudadanos, como profesores, como periodistas. Podemos sorprendernos con los elementos que influyen sobre la política. Lo podemos aprender y hacer interesante la política. Una cosa es hacer política y otra, estudiarla. Si estudiamos bien la política, podemos hacer una política mejor.

—¿Hay algo performativo en su relación con el apellido, con la estatua del Pasquino, donde comenzó a hacerse públicos los textos críticos a la autoridad en forma de carteles?

—Una pregunta muy personal. Hay tres explicaciones sobre mi apellido. Puede ser un soldado francés de Napoleón. El apellido Pasquin existe en Francia. Puede ser alguien que venía de Roma y que, como romano, fue nombrado pasquino como referencia a la estatua en Roma. Y puede ser otra cosa que considero importante. Hubo un italiano que vivía en Piemonte o en Torino, donde nací, que tenía ese sentido de humor anticlerical. Alguien con sarcasmo, pero capaz de analizar las situaciones y de hablar con otros interlocutores. 

—Escribió que la república de Sartori es una democracia parlamentaria, liberal constitucional, en la cual los gobiernos se forman en el Parlamento. ¿Qué define un sistema para que sea republicano? 

—Si se elige al presidente de la república como poderes ejecutivos, es una república presidencial, como Argentina. La elección popular directa del jefe del gobierno cambia la forma parlamentaria de la democracia. Sartori lo considera una buena idea. Sabemos que hay diferentes tipos de democracias parlamentarias, como la democracia parlamentaria alemana, que es el poder del canciller. Está la democracia parlamentaria de Inglaterra con un sistema bipartidista. También, la democracia parlamentaria en Italia, que no funciona bastante bien, pero es una democracia. Es una democracia con inestabilidad, en algunos casos no bastante eficaz ni decisional, pero tiene momentos mejores y momentos peores. Ahora está un poco mejor que diez años atrás.

—Raúl Alfonsín estuvo interesado en convertir el sistema presidencialista en semipresidencialista y semiparlamentario. ¿Qué ventajas tienen ambos sistemas?

—Conocí personalmente a Alfonsín, un hombre muy elegante, interesante, una persona amable. Hemos discutido sobre Maquiavelo en una pequeña conferencia, cuando ya había dejado su cargo. Francia tiene una forma de gobierno semipresidencial, que funciona mejor que el presidencialismo de los Estados Unidos. Es posible otro sistema. Alfonsín quería introducir elementos parlamentarios dentro del presidencialismo argentino. Eso es más complicado, más difícil, y no sabemos exactamente cómo hacerlo. No sé si es posible.

¿Es posible un Green New Deal exportable para Europa? 

—Sí. Además, es importante. Finalmente, los europeos comprendieron que lo necesitan. Si no hay Green Deal, si no hay una transformación de la economía en la dirección verde, no es posible vivir una vida adecuada e interesante. El aporte de Europa en este momento es mundial. La conferencia sobre el ambiente fue muy importante. Es deseable que los países no democráticos acepten algunas de las conclusiones e implementar medidas necesarias. Si la China no coopera, tenemos un grandísimo problema.

—¿Cuál será el rol de China en la pospandemia, luego de una gestión exitosa en el control de los contagios?

—El control fue exitoso, pero el comienzo fue un desastre total. Los regímenes totalitarios no saben cómo informar y no les interesa la transparencia. La respuesta china llegó, pero dos o tres meses después del comienzo de la pandemia. Complicó las respuestas de todos los otros países. Debemos intentar obtener más transparencia en los procesos no solamente decisionales, sino de comunicación política, social y cultural. Eso es algo que el partido único de China no quiere construir. Tampoco lo permite.

—A lo largo de la historia de la humanidad, siempre que hubo una potencia ascendente y otra consolidada, la supremacía se resolvió a través de una guerra. Creo que los casos demuestran que fueron 16 oportunidades a lo largo de la historia en que fue así. ¿Esa hegemonía global que propone Joe Biden puede terminar dirimiéndose en algún momento en un conflicto armado? 

—La teoría de la trampa de Tucídides es fascinante (N de R: alude a la formulada por el politólogo Graham T. Allison). Pero los hombres y las mujeres aprenden de la historia. Biden y los chinos conocen estas ideas. Saben que hay una competencia entre China y los Estados Unidos, pero no solamente entre los dos. Se necesitan acuerdos en los contextos. Y esto hará que la situación persista. Si hay una guerra será de destrucción, no solo para China y los Estados Unidos, sino para todo el mundo. Se aprende de las experiencias.

Producción: Pablo Helman y Debora Waizbrot.

Perfil 18/06/2021

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#Democrazia Futura Dopo il socialismo. Metodo e sostanza @Key4biz

Il valore 45 anni dopo della raccolta di cinque saggi sui rapporti fra democrazia e socialismo

Gianfranco Pasquino rilegge Quale socialismo? di Norberto Bobbio


Alla metà degli anni settanta Norberto Bobbio raccolse in un volumetto: Quale socialismo? Discussione di un’alternativa[1] cinque suoi scritti dedicati ad una riflessione sui rapporti fra democrazia e socialismo. La raccolta di articoli omogenei era il suo modo preferito di confezionare libri e derivava dal suo essere richiestissimo per conferenze un po’ dappertutto che gli consentivano/imponevano la preparazione di testi, mai peraltro occasionali. Il tema dei rapporti fra socialismo e democrazia lo aveva sempre interessato. Oltre che i socialisti del Partito Socialista Italiano ai quali si sentiva molto vicino, i suoi interlocutori erano i comunisti. Fu molto criticato per questa interlocuzione che, peraltro, non si tradusse mai in nessuna concessione né al Pci né al marxismo. In senso più lato, scrisse nella Premessa a Il futuro della democrazia[2] della necessità di dialogare con “coloro che questa nostra democrazia, sempre fragile, sempre vulnerabile, corrompibile e spesso corrotta, vorrebbero distruggerla per renderla perfetta” mai disperando “nella forza delle buone ragioni”[3].

Perfezionisti non erano e non furono soltanto i comunisti, ma, in quanto rappresentativi per quarant’anni di un quarto, poco meno di un terzo dell’elettorato italiano, meritavano certamente il massimo di attenzione. Il futuro della democrazia italiana dipendeva anche dalla loro evoluzione. Bobbio ne aveva già messo alla prova le loro credenziali democratiche con riferimento alla libertà, della cultura, della critica, degli intellettuali, in un libro che, non un best-seller (come molti anni dopo, nel 1994 sarebbe stato Destra e sinistra[4]), fu un long-seller: Politica e cultura[5], uscito nel1955 e più volte ristampato. Suoi interlocutori in un confronto duro senza diplomazie e senza concessioni erano stati alcuni intellettuali comunisti “di punta” e persino lo stesso segretario del partito, Palmiro Togliatti. Pure apprezzando l’occasione del confronto, Bobbio non era stato soddisfatto del suo esito: troppe le ambiguità di quegli intellettuali che in parte esprimevano in parte riflettevano le posizioni ufficiali del PCI (non molto distanti e non molto diverse da quelle del Partito comunista dell’Unione Sovietica). Molta acqua era passata sotto i ponti nei vent’anni trascorsi dalla pubblicazione di quel testo. Superato il doppio trauma (denuncia dei crimini di Iosif Stalin, invasione sovietica dell’Ungheria) dell’indimenticabile 1956 (l’aggettivo è di Pietro Ingrao, allora direttore de l’Unità), il Pci aveva iniziato una sua sicuramente troppo lenta e troppa cauta, in sostanza inadeguata, revisione che, pur facendo riferimento a Antonio Gramsci, poco riguardava il marxismo. La lettura/lezione di Gramsci, anche se assolutamente necessaria per contrastare il leninismo, non poteva guidare il Partito nella traiettoria da intraprendere in una democrazia nella quale bisognava costruire le condizioni politiche per l’alternanza al governo.

In realtà, il dibattito che seguì la pubblicazione del libro di Bobbio si focalizzò soprattutto sull’esistenza o meno di “una dottrina marxistica dello Stato”. In estrema sintesi, il leninismo aveva dimostrato di sapere come fare per conquistare lo Stato (quello russo nel 1917 non era neppure uno Stato “borghese”), ma come costruire uno Stato socialista e come governarlo furono certamente problemi per i quali la dottrina “marxistica” non offriva, secondo Bobbio, nessuna soluzione. Con le sue parole: “Mi domando quale sia il beneficio che possiamo trarre per la soluzione dei problemi del nostro tempo dall’ennesima chiosa … a Marx … e se non sia oggi assai più utile applicarsi agli studi di scienza politica e sociale così poco progrediti nel nostro paese in confronto a quelli di marxologia [6]. Ad onor del vero, la critica incisiva e puntuale alla mancanza di adeguate riflessioni di Marx sullo Stato era già stata potentemente formulata nel 1957 proprio dal più importante professore italiano di Scienza politica, Giovanni Sartori, nel suo Democrazia e definizioni[7]. Inoltre, Bobbio era sicuramente a conoscenza della devastante critica del Partito Comunista Francese e degli intellettuali che ruotavano nella sua orbita scritta dal grande studioso liberale Raymond Aron, L’opium des intellectuels[8]. La risposta stalinista, ovvero lo Stato come dittatura sul proletariato, praticata per più di trent’anni in Unione Sovietica non poteva certamente costituire il riferimento teorico né la soluzione attuabile.

Nessuno ricorda oggi le numerose risposte degli intellettuali comunisti per i quali discutere con Bobbio e contraddirlo era naturalmente un segno di grande distinzione. Semplicemente, rimanevano tutti imprigionati nella gabbia che, utilizzando l’appropriata parola di Bobbio, definirò della chiosa. Qualche anno dopo sarebbero anche finite le chiose e dopo il 1989 in Italia è letteralmente scomparsa qualsiasi variante di cultura marxista (e aggiungerei di cultura socialista).

In maniera assolutamente anticipatrice, nel libro Bobbio si (pre)occupa anche di quello che chiama “il feticcio della democrazia diretta” per Karl Marx esistita esclusivamente nella breve esperienza della Comune di Parigi (1871). Ricomparsa poi brevemente dopo la rivoluzione del 1917 sotto forma di Soviet di contadini e operai. Comunque, Bobbio sottolinea che nel pensiero marxistica “ciò che caratterizza la democrazia diretta sarebbe l’istituto del mandato imperativo, che implica la possibilità della revoca del mandato[9]. Naturalmente, nessuno dei comunisti italiani poneva all’ordine del giorno qualsivoglia variante di democrazia diretta che, come sappiamo, ha fatto la sua recente ricomparsa con il Movimento 5 Stelle, evidenziando tutte le sue contraddizioni insite. Le obiezioni di Bobbio alla democrazia diretta d’antan valgono anche per i brandelli di democrazia diretta oggi. Quelle obiezioni non hanno finora trovato risposta forse perché risposta non c’è, forse perché a un problema politico di incommensurabile rilevanza non è neppure pensabile che si possa offrire una risposta tecnologica, telematica. Anche il più innovativo e efficace utilizzo della rete costituisce un mezzo, necessario, ma non sufficiente. Abbiamo visto che il socialismo non è, nelle pur memorabili parole di Lenin, “Soviet più elettrificazione”. La democrazia diretta non è “piattaforma telematica più vincolo di mandato”.

Il libro contiene un capitolo scritto nel 1973, due capitoli scritti nel 1975 e due nel 1976 insieme con la prefazione alla quale è apposta la data settembre 1976. Curiosamente, Bobbio non fa nessun riferimento alla proposta di compromesso storico formulata da Enrico Berlinguer in tre articoli pubblicati da Rinascita, la rivista settimanale del PCI, nel settembre-ottobre 1973.

Altro argomento che rimane in ombra è quello del significato di alternanza, da sempre un fenomeno importante per il buon funzionamento della democrazia, ancorché non essenziale per la sua definizione. La concezione di democrazia di Bobbio non lo poteva rendere accondiscendente di fronte al compromesso storico. Per la sua ambizione di durata indefinita/non definita nel tempo, il compromesso storico fra le grandi masse popolari cattoliche e comuniste [ho estesamente trattato l’argomento nel capitolo “Compromesso storico, alternativa, alternanza” nel mio libro Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana [10] che ha la pretesa di proseguire il Profilo ideologico del Novecento italiano pubblicato da Bobbio nel nono volume della Storia della letteratura italiana nel 1969[11] poi in volume a sé stante nel 1986[12]] non soltanto avrebbe reso ininfluente la competizione politico-elettorale che il “filosofo delle regole” considera cruciale per la democrazia, ma avrebbe messo in soffitta qualsiasi prospettiva di alternanza.

Peraltro, mi affretto ad aggiungere che non è tanto la realizzazione concreta dell’alternanza che conta, è opinione anche di Sartori, quanto piuttosto la possibilità, agli occhi degli elettori, degli operatori dei mass media, dei politici al governo e di quelli all’opposizione, che possa avvenire. Questa possibilità influisce sui comportamenti di tutti e li rende più responsabili. Se mai il compromesso storico si fosse realizzato, la sua maggioranza extra-large non avrebbe dovuto temere nessuna opposizione. Praticamente non sarebbe stato possibile per nessuna opposizione “controllarla”. Gli eventuali governi di compromesso storico sarebbero stati politicamente irresponsabili. La stessa proposta del compromesso storico rivelava da parte dei comunisti sia la loro non piena comprensione delle caratteristiche fondamentali della democrazia sia la loro convinzione che, una volta, andati/tornati al governo certo non l’avrebbero abbandonato. Questo è uno degli elementi che, secondo Sartori, facevano del Partito Comunista Italiano un partito “antisistema”: potendo i comunisti avrebbero rovesciato e cambiato il sistema.

Al proposito, Bobbio ritiene sia lecito affermare che “il rapporto fra democrazia e socialismo è configurato come un rapporto fra mezzo e fine, dove la democrazia svolge la parte del mezzo e il socialismo del fine[13]. Ma, se la democrazia che conosciamo è il mezzo, qual è lo scopo, ovvero, proprio “quale socialismo?” A questa domanda i comunisti italiano non seppero mai rispondere se non in maniera confusa e evasiva. A Giorgio Amendola (e a molti altri) che asseriva la possibilità di una “terza via” fra la socialdemocrazia e il comunismo, Bobbio rispose senza mezzi termini: “La terza via non esiste”[14]. Suggerì anche di “rafforzare le organizzazioni del movimento operaio per continuare la via democratica al socialismo, che è dappertutto una sola[15].

Venti anni dopo fece irruzione nel dibattito politico europeo una riformulazione della Terza Via ad opera del sociologo Anthony Giddens e di Tony Blair che sarebbe diventato Primo Ministro nel 1997 fino al 2007. La terza via di Giddens[16], che nell’originaria edizione inglese ha il sottotitolo The Renewal of Social Democracy[17], doveva insinuarsi fra il vecchio Labour Party e il neo-liberismo rappresentato da Margaret Thatcher (1979-1990) e da Ronald Reagan (1980-1988) con l’ambizione di andare Oltre la destra e la sinistra[18]. Bobbio non seguì queste vicissitudini politico-intellettuali. D’altronde, il dibattito pubblico italiano non approdò a nulla di specialmente interessante tranne le affermazioni sulla fine della sinistra espresse da alcuni intellettuali di sinistra con il duplice obiettivo di épater les bourgeois e di ottenere visibilità sui mass media. Bobbio aveva già risposto con il libro Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica[19], sottolineando con forza che il perseguimento della giustizia sociale costituisce la stella polare della sinistra[20].

Nel corso del tempo, nella letteratura internazionale il termine socialismo, forse perché troppo identificato con i regimi comunisti dell’Europa orientale (e talvolta con alcuni populismi “progressisti” latino-americani) è stato sostanzialmente sostituito dal termine sinistra. Giustamente, oggi ci chiederemmo non “Quale socialismo?”, ma “Quale sinistra?” (rimando ad un’analisi comparata di grande interesse: Stephanie L. Mudge, Leftism Reinvented. Western Parties from Socialism to Neoliberalism[21] dedicata al Partito Democratico negli Stati Uniti, al Partito Socialista dei Lavoratori svedese e alla SPD. Sarebbe bello se qualcuno esplorasse i casi italiano, francese, spagnolo e portoghese). La risposta di Bobbio, in parte la immagino in parte la deduco da quanto ha scritto, sarebbe: quella sinistra che si adopera per contenere e ridurre le diseguaglianze; quella sinistra che cerca di risolvere “i problemi che hanno generato lo scontro tra capitalismo democratico e comunismo autoritario” e che “non sono stati certamente risolti dal totale fallimento di quest’ultimo, né nel mondo avanzato, né nel mondo in generale[22], citando un suo memorabile articolo su La Stampa del 9 giugno 1989 pubblicato dopo l’eccidio di Tien an Men, a Pechino.

Ce n’è ovviamente abbastanza per procedere more Bobbio ad una serie di interrogativi. La sinistra che esiste attualmente e che si manifesta in molti paesi come definisce l’uguaglianza: “Quale eguaglianza?” Anche se, certamente, si pone il problema delle diseguaglianze di reddito, quali altre diseguaglianze preoccupano e debbono preoccupare la sinistra? E se la risposta, alla quale aderisco convintamente, è che la sinistra deve offrire eguaglianza di opportunità, allora l’interrogativo è “Quali opportunità?” La filosofia classicamente socialdemocratica: protezione “dalla culla alla tomba”, comunque sempre difficilissima da garantire e oggi costosissima, non sembra più soddisfare neppure molti esponenti (e cittadini-elettori) che si collocano a sinistra. Certamente, non sembra possa essere sufficiente offrire uguaglianza di opportunità all’inizio di un percorso, per lo più quello scolastico, e affidare il resto ai singoli e alle loro capacità. Bisognerebbe intervenire flessibilmente nella vita, non solo lavorativa, per dare e ridare eguali opportunità. Di qui, la necessaria riforma dello Stato del welfare, con continui chirurgici aggiustamenti che significa sapere dove tagliare e dove e come ricucire, operazioni che nessun mercato competitivo può mai effettuare.

   Sono anche convito che fra gli interrogativi da porre alla sinistra Bobbio introdurrebbe le modalità con le quali riconoscere e premiare il merito. Anche se può apparire troppo brusco e ruvido, l’interrogativo, per chi non crede che la sinistra possa mai essere soltanto livellatrice, è: “Quale meritocrazia?” Quasi non ho bisogno di giustificare il prossimo interrogativo, ma la sinistra di Bobbio (e gli scritti di Bobbio) non possono in nessun modo escludere (e, infatti, Quale socialismo? non lo ha escluso) l’interrogativo “Quale democrazia?” La sinistra si è sempre impegnata, non soltanto perché serviva i suoi interessi e scopi politico-elettorali, a cercare di ampliare la partecipazione politica. La sinistra apprezza e incoraggia il cittadino/la cittadina partecipante anche se spesso non li premia adeguatamente. La sinistra ha anche mirato, non sempre con impegno e vigore adeguati, ad accrescere l’educazione politica dei cittadini, ovviamente non indottrinarli. Non da ultimo, fra gli interrogativi contemporanei che Bobbio solleverebbe non sta più semplicemente la democrazia diretta, ma “Quale democrazia deliberativa?” ovvero con quali modalità disponibili grazie alle nuove conoscenze e alla rete è possibile potenziare ed estendere la democrazia. Certamente, Bobbio apprezzerebbe quanto scritto in materia senza nessun cedimento “fondamentalista”, ma con motivazioni e giustificazioni fondate su ricerche e applicazioni anche nel contesto italiano da Antonio Floridia, Un’idea deliberativa della democrazia. Genesi e principi [23].

Grazie a Bobbio e con Bobbio è regolarmente stato possibile entrare in dibattiti importanti, certo riservati ad uno strato sociale di intellettuali, politici, operatori dei mass media, abbastanza ristretto, raggiungendo anche un’opinione pubblica interessata. Bobbio, editorialista de La Stampa, anche più di Giovanni Sartori, editorialista del Corriere della Sera (spesso presente nei salotti televisivi), è stato un grande intellettuale pubblico. Oggi, per una molteplicità di ragioni, non esistono più intellettuali pubblici della sua statura e della sua influenza etica e di pensiero molto più che politico. Nessuno più che voglia e sappia suscitare un dibattito sui grandi temi che riguardano l’Italia e gli italiani, l’Europa e gli Europei (questa è una mancanza clamorosa), il mondo. L’ultimo interrogativo discende inevitabilmente dalla considerazione che ho appena formulato, ma ha più rami: “Quali tematiche?” “Quali opinioni pubbliche?” “Quale cultura politica nella globalizzazione?” Infine, “Quale società giusta?”

Concludendo. Bobbio non rinunciò mai a porre gli interrogativi rilevanti che, lo sappiamo, contenevano regolarmente sia un principio di risposta basato sulla storia del concetto problematizzato e dell’uso che ne era stato fino ad allora fatto sia un’indicazione di metodo con il quale andare alla formulazione di una risposta convincente. Non ricorrerò a nessun trucco dialettico e retorico per affermare che in Italia da almeno vent’anni nessuno ha proceduto come Bobbio e non vedo all’orizzonte studiosi e intellettuali sufficientemente attrezzati. Forse è questo il vero segnale della crisi italiana, il deplorevole stato del dibattito pubblico in assenza del quale non potranno aversi miglioramenti complessivi nella democrazia italiana. Non è alle viste

Bologna, 14 marzo 2021

* professore emerito di Scienza politica, Università di Bologna, e Socio dell’Accademia dei Lincei


[1] Norberto Bobbio, Quale socialismo? Discussione di un’alternativa, Torino, Einaudi, 1976, XVIII-109. Seconda edizione con prefazione di Michele Salvati: Milano, Rizzoli Corriere della Sera, 2011, 169 p.

[2] Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1984, XVI-220 p.

[3] “Premessa” a Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia, op. cit., p. XIII.

[4] Norberto Bobbio, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Roma, Donzelli, 1994, X-100 p. Nuova edizione riveduta e ampliata: 1995, 141 p. Infine quarta edizione accresciuta, 2007, XVII-221 p.

[5] Norberto Bobbio, Politica e cultura, Torino, Einaudi, 1955, 282 p. Oggi nella nuova edizione a cura di Franco Sbarberi, Torino, Einaudi, 2005, XLiii-273 p.

[6] Norberto Bobbio, Quale socialismo ? …, op. cit., p. 27.

[7] Giovanni Sartori, Democrazia e definizioni, Bologna, Il Mulino, 1957, XII-331 p.

[8] Raymond Aron, L’opium des intellectuels, Paris, Calmann Lévy, 1955, 337 p. Traduzione italiana: Raymond Aron, L’oppio degli intellettuali, Bologna, Cappelli, 1958, 377 p.

[9] Norberto Bobbio, Quale socialismo ? …, op. cit., p. 60.

[10] Gianfranco Pasquino, Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana, Milano, UTET, 2021, 224 p.

[11] Norberto Bobbio, “Profilo idrologico del Novecento italiano”, in Emilio Cecchi, Natalino Sapegno (ed.), Storia della letteratura italiana. Volume nono. Il Novecento, Milano, Garzanti, 1969, 860 p. [pp. 121-128].

[12]Norberto Bobbio, Profilo ideologico del Novecento italiano, Torino, Einaudi, 1986, 190 p.

[13] Norberto Bobbio, Quale socialismo ? …, op. cit., p. 104.

[14] Norberto Bobbio, Autobiografia. A cura di Alberto Papuzzi, Roma-Bari, Laterza, 1997, 274 p. [il passo citato si trova a p. 124].

[15] Ibidem, p. 125.

[16] Anthony Giddens, La terza via. Manifesto per la rifondazione della socialdemocrazia. Prefazione di Romano Prodi, Milano, Il Saggiatore, 1999, 156 p.

[17] Anthony Giddens, The third Way. The Renewal of Social Democracy, Cambridge, Cambridge Polity Press, 1998, X-166 p.

[18] Anthony Giddens, Oltre la destra e la sinistra, Bologna, il Mulino, 1997, 309 p. Edizione originale inglese: Beyond Left and Right. The Future of Radical Politics, Cambridge, Cambridge Polity Press, 1994, VII-276 p.

[19] Norberto Bobbio, Destra e sinistra Quarta edizione accresciuta, op.cit .

[20] “Cap. VIII. La stella polare”, in Norberto Bobbio, Destra e sinistra…Quarta edizione accresciuta, ibidem, pp. 145-153.

[21] Stephanie L. Mudge, Leftism Reinvented. Western Parties from Socialism to Neoliberalism, Cambridge Massachusetts – London, Harvard University Press, 2018, XXVII-524 p.

[22] Norberto Bobbio, Destra e sinistra…Quarta edizione, op. cit., p. 147,

[23] Antonio Floridia, Un’idea deliberativa della democrazia. Genesi e principi, Bologna, il Mulino, 2017, 392 p.