Pasquino: “Virginio Merola a Bologna: dieci anni da sindaco mediocre” #intervista @Spraynews1
Intervista esclusiva (di Antonello Sette) SprayNews a Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica
“Virginio Merola a Bologna: dieci anni da Sindaco mediocre”
“Letta? Competente, ma ci vorrebbe la mossa del cavallo e lui non ne è capace”
“Primarie a Bologna? Da Cofferati in poi il Pd ne ha fatte di tutti i colori”
Professor Pasquino, il Pd cerca una sua identità fra tante, come stanno dimostrando le primarie di Bologna con la sfida fra il rappresentante ufficiale del partito Matteo Lepore, sostenuto anche dai Cinquestelle e da Leu, e la renziana, più o meno ex, Isabella Conti, che strizza l’occhio all’ala riformista e moderata del partito…
“Il Pd è un essere abbastanza indefinito. Si colloca in un’area grossomodo di centrosinistra con qualche idea non molto brillante e nessuna elaborazione culturale più ampia. In questo senso potremmo dire che quello che di sbagliato c’è oggi nel Pd risale alla sua origine, a quelle famose culture riformiste, che venivano messe insieme e già all’origine erano deboli e fatiscenti e che ora sono sostanzialmente scomparse”.
E, quindi, che ne sarà di lui?
“Il Pd mantiene quel venti per cento di elettori che vuole una politica seria e di cambiamento, moderato, ma pur sempre di cambiamento. Una politica fatta da uomini e donne che hanno qualche competenza maturata nell’organizzazione e nelle cariche locali. Un venti per cento di consensi che rimarrà, ma non sarà, però, mai sufficiente a dare da solo un governo al Paese”.
Enrico Letta non può, quindi, fare miracoli?
“Il Segretario è un uomo competente, che conosce la storia del partito e in parte l’ha fatta. Ricordo che era candidato alle primarie per l’elezione alla segreteria nel 2007 quando ci fu la cavalcata dirompente di Valter Veltroni. Ha, quindi, una storia molto lunga nel partito e ha anche una storia di governo e spero che abbia imparato da quella esperienza molto dolorosa, ma anche molto importante. Non lo vedo, però, sufficientemente dinamico e in grado di fare delle scelte dirompenti e qui, invece, come dicono tutti, di tanto in tanto sarebbe necessaria la famosa mossa del cavallo. Ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui dice che il Pd al governo cresce. Cresce sì, ma di pochissimo e, se non trova alleati, non va da nessuna parte”.
Nella storica roccaforte di Bologna regna nel frattempo la confusione…
“A Bologna la situazione è più delicata anche perché ci abito ormai da troppi anni. Io, torinese, sono a Bologna dal 1969. Il Pd non è mai riuscito a fare delle primarie competitive. C’è un nucleo del partito che si riproduce e vuole controllare la scelta del candidato sindaco. Ne hanno fatte di tutti i colori. Il Pd ha fatto delle brutte primarie nel 1999 quando poi persero le elezioni contro Guazzaloca. Nel 2004 con Cofferati accettarono il paracadutato di uno che neanche era mai stato in città e che li lasciò con il sedere per terra e loro subito candidarono Flavio Delbono che poi dovette lasciare perché aveva fatto qualcosa di molto scorretto con le finanze regionali. Subirono poi un commissariamento che governò la città rossa per quasi un anno e mezzo. Virginio Merola ha governato Bologna per dieci anni. Era una candidatura accettabile proprio perché non era dirompente. Lui dice che ha fatto dieci anni da mediano. Io dico che ha fatto dieci anni da mediocre. Ora ha preteso di designare il suo successore e, nel momento in cui Isabella Conti ha deciso si sfidarlo, vengono fuori tutte le magagne. Il partito si chiude a riccio e addirittura arriva a minacciare espulsioni. Sono primarie, tanto per cambiare, brutte e Letta, appoggiando Lepore come candidato del Partito, secondo me non ha compiuto un’operazione brillante”.
Mancano solo tre giorni. Domenica finalmente si vota. Chi la spunterà?
“Questa è una domanda da rivolgere agli astrologi. Io sono un politologo. Certo è che, se non vincesse Lepore, saremmo di fronte a un cambiamento molto significativo. Lepore parte avvantaggiato, ma per sostenerlo arrivano a dire delle cose molto contradditorie. Parte avvantaggiato, spiegano, se non votano in tanti. Io, seguendo il loro ragionamento, penso che, se votano in tanti, vuol che dire che la Conti ha avuto un grande potere attrattivo. Questo dei tanti e dei pochi votanti è il paradosso di un partito, che dovrebbe puntare ad ampliare la partecipazione ed è, invece, contento se alle primarie votano in pochi”.
A un politologo del suo prestigio non posso non fare una domanda. Quale è lo stato di salute dell’Italia politica alla soglia dell’estate 2021?
“Prima che le risponda, dobbiamo decidere che cosa è la politica. Se la politica è quelle cose che devono fare i cittadini, parlando fra di loro, incoraggiandosi e vivendo in modo solidale, non va benissimo. Le categorie continuano a essere corporative ed egoiste e i loro comportamenti che non garantiscono una crescita vera. Sociale e civile. Se la politica è, invece, le cose che fa il Governo, sta bene in salute. Mario Draghi ha dimostrato non solo di avere un enorme prestigio internazionale, ben al di sopra di quello che io stesso pensavo avesse, ma anche di possedere la capacità di fare delle scelte precise, di sapere dire con chiarezza a Salvini, ma anche a Letta, di non rincorrere singolarmente determinate tematiche. Draghi ha anche dimostrato di saper comunicare in maniera chiara, senza tralasciare neppure qualche nota di humor. I risultati sono clamorosi. Ha raggiunto percentuali altissime di consenso sia come Governo sia come premier”.
A proposito di politica intesa come cittadini sprovveduti e maldestri, lei ha da poco pubblicato un libro emblematicamente intitolato “Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana”. Quale è la tesi di fondo?
“E’ il seguito di un libro famoso di Norberto Bobbio. Gli italiani non hanno usato bene la loro libertà. Non l’hanno usata per interessarsi alla politica, per informarsi, per partecipare, per creare associazioni dinamiche, per cercare di cambiare effettivamente il Paese. Nel 1990 avevamo raggiunto il massimo. Eravamo la quinta potenza industriale del mondo. Gli italiani, anziché festeggiare, cominciarono a disperdersi, senza sapere che un sistema è quello che compongono gli abitanti di quel sistema. E siamo al punto in cui siamo perché abbiamo usato male la nostra libertà”.
Tornado, per concludere, alla politica propriamente detta, mi pare di aver capito che per lei è meglio Draghi dei dirigenti bolognesi del Pd…
“Su questo non c’è dubbio alcuno. E’ come se lei mi chiedesse se gioca meglio una squadra che è in Champions o una che è in serie C”.
Pubblicata il 17 giugno 2021 su SprayNews
S’ode a destra un partito unico, a sinistra risponde una federazione: sbobbe già viste, tutte fallite
Partito unico del centro-destra, federazione del centro sinistra, predellini e Popolo della Libertà, Ulivo e Unione: è tutto un “già visto”, “già provato”, mai servito a migliorare il funzionamento del sistema politico italiano. Personalmente, mi piacciono le minestre riscaldate, ma queste sono “sbobbe” mal cucinate ad uso di giornalisti senza fantasia.
Mandati (a casa), salvati, omologati: cosa fare dell’ultimo pilastro dei Cinque stelle @DomaniGiornale
Una classe dirigente parlamentare e politica la si costruisce con il tempo e con l’esperienza maturata sul campo nel tempo. La si può distruggere in qualsiasi momento con il rigido ricorso ad un criterio burocratico. Due mandati e siete fuori, per sempre. Il criterio burocratico porta con sé anche altri inconvenienti. Primo, consente all’eletto che viene escluso di non dovere rendere conto ai suoi elettori di quello che ha fatto, non fatto, fatto male. Secondo, impedisce agli elettori di valutare l’operato del parlamentare, premiandolo con la rielezione, ma anche avendo il piacere di bocciarlo. Terzo, priva il sistema politico tutto di personalità, non necessariamente straordinarie, ma buoni parlamentari in grado di rappresentare efficacemente l’elettorato, che hanno imparato a controllare l’operato del governo, che sarebbero capaci di diventare essi stessi governanti.
Quando i pentastellati si imposero il limite invalicabile dei due mandati è molto improbabile che nessuno degli inconvenienti sopra rilevati sia stato neppure lontanamente preso in considerazione. Dominante era la sfida populista alla classe politica, che peraltro solleticava molti commentatori politici. Adesso, come spesso capita a chi non conosce il funzionamento dei sistemi politici, tutti i nodi vengono al pettine. Più precisamente sono arrivati al pettine di Conte se toccherà a lui proporre una/la soluzione. Facendo rispettare il limite di due mandati, tutta la classe dirigente parlamentare del Movimento 5 Stelle dovrebbe tornare a casa. Coloro che entreranno nel prossimo parlamento, nettamente meno numerosi, dovrebbero, salvo improbabili eccezioni, cominciare da capo il non facile processo di apprendimento. Dunque, anche il prossimo Parlamento ne risentirebbe sul suo funzionamento per di più in buona misura già imprevedibile dopo la riduzione di un terzo del numero dei parlamentari. Salvare tutti coloro che hanno fatto due mandati significherebbe anche precludersi qualsiasi, se non minimo, ricambio, bloccando la sempre auspicabile circolazione delle elite non potendo avvalersi di qualche energia nuova promettente.
Ė sperabile che fra i consiglieri di Conte in una materia tanto delicata vi sia chi sappia elaborare qualche criterio non controverso per la valutazione di coloro che non sono stati soltanto parlamentari, ma anche sottosegretari e ministri. La valutazione dell’operato politico e parlamentare è difficilissima e sempre esposta a obiezioni dei più vari generi. Provocatoriamente si potrebbe suggerire a Conte di procedere ad un sorteggio fra coloro che hanno maturato i requisiti per essere esclusi. Se “uno vale uno” il sorteggio appare appropriato e irrespingibile, ma naturalmente non ha nulla a che vedere con la qualità. La verità è che Conte si trova di fronte ad un bivio fatale. Da una parte sta la chiusura di un’epoca del Movimento con la fuoruscita dei protagonisti. Dall’altra sta la possibilità di circondarsi di un piccolo gruppo di fedelissimi ai quali viene offerto un terzo mandato (ma senza una regola generale si aprirebbe la strada anche ad un quarto quinto mandato e così via). Se opta per la chiusura deve mettere in conto l’ostilità di coloro che dovranno/dovrebbero tornare a casa per sempre e che, forse, lascerebbero un Movimento che non li porta più da nessuna parte. Scegliendo di fare eccezioni rischia l’accusa di avere travolto uno dei principi fondativi del Movimento e di andare non soltanto verso l’istituzionalizzazione weberiana, ma anche verso la creazione di una piccola casta privilegiata e omologata all’esistente negli altri partiti. Tertium non datur, ma mi aspetto molte acrobazie.
Pubblicato il 16 giugno 2021 su Domani
Sondaggi: al PD lo zero virgola più non basta @fattoquotidiano
Appena visto un “clamoroso” 20,8 per cento di intenzioni di voto degli italiani per il Partito Democratico, inopinatamente diventato, in seguito allo scivolamento all’indietro della Lega, il primo partito in Italia, il segretario Enrico Letta solennemente dichiara: “Il Pd è primo. Stare in questo governo ci fa bene” (titolo dell’intervista pubblicata dal Corriere della Sera il 13 giugno). Molto sobriamente, senza festeggiamenti, anche i leader delle tre correnti del PD, tutti e tre ministri, concordano. Guerini, Franceschini e Orlando al governo si trovano davvero a loro agio. C’è qualcuno, che si chiama Giorgia Meloni, che sostiene che anche all’opposizione si può stare molto bene. Infatti, Fratelli d’Italia è il partito che fa registrare la crescita maggiore in termini di intenzioni di voto lanciata verso il sorpasso della Lega malamente di lotta non convintamente di governo. Gli zero virgola di crescita del PD non sono entusiasmanti, soprattutto se messi a confronto con le percentuali di aumento dell’approvazione del governo in quanto tale e personale di Draghi. Quasi nessuno, neanche il loquace stratega di qualche tempo fa, ha osato dire alto e forte che, comunque, con il 20,8 il PD non va da nessuna parte. Per fortuna che il segretario ha lanciato la proposta non proprio innovativa di una Federazione dei partiti/liste di sinistra che, oltre al Movimento 5 Stelle, dovrebbe dare un’occhiatina anche al centro. Purtroppo, lì c’è un’occupazione manu militari da parte di Italia Viva del Renzi e di Azione di Calenda. “Sfondare” non sarà facile, ma anche “assembrarli”, date le caratteristiche dei due, sembra un’operazione alquanto costosa!
Adesso, sostiene Letta, bisogna “aprire [con il cacciavite?] un cantiere per le Politiche”. Nel frattempo, nelle Amministrative è già successo un po’ di tutto, non governato da nessuno, da Torino a Roma, con i pentastellati, che sono, necessariamente, il referente senza il quale il PD riuscirebbe a vincere in pochi comuni, ancora incerti anche su un minimo di convergenza. Dal canto suo, Conte, che, senza la convergenza sarebbe inevitabilmente destinato ad un’opposizione nella quale emergerebbero i suoi avversari interni, ha fatto un bel regalo a Letta. Ha dichiarato che nelle primarie bolognesi auspica la vittoria del candidato ufficiale del PD contro la sfidante, l’(ex-)renziana Isabella Conti, la quale proprio sola non è avendo sostegno anche dentro il PD.
Non mi risulta che a Sciences Po insegnino ad aprire cantieri e immagino che Letta sappia guardare alle esperienze edilizie italiane, magari dimenticandole quasi tutte, soprattutto l’Unione del 2006, esempio massimo di come non si costruisce una coalizione. Eppure, la Francia almeno una lezione la può insegnare a tutti: quella dell’importanza del tipo di competizione politica e elettorale per incentivare forme di aggregazione fra forze non troppo distanti fra loro che sappiano convergere su un progetto. Quel che so è, senza nessuna mia ostilità preconcetta, che una legge elettorale proporzionale è lo strumento meno adatto a incoraggiare alleanze prima del voto e a premiare aggregazioni. Al contrario, ciascuno andrà a caccia dei suoi voti, poi, dopo la conta, si faranno i governi. Non sembra che Letta abbia un interesse particolare per le technicalities della legge elettorale. Meglio che faccia una riflessione approfondita. La materia è di tale importanza, per l’oggi e per il domani, per ristrutturare il sistema dei partiti italiani, che bisogna che il segretario s’impegni per ottenere un esito positivo e duraturo.
Stare al governo con Draghi, non m’impelagherò nella discussione se Draghi fra sei mesi andrà al Quirinale, per il PD è positivo anche nella misura in cui serve, compito nobile, a controbilanciare e contrastare la Lega. Tuttavia, il segretario Letta deve quantomeno interrogarsi se alla fin della ballata tutti i meriti andranno al capo del governo che, per fortuna, non cederà alla tentazione di farsi un suo partito anche se già sento stuoli di politici interessati ad imbarcarvisi. Quel cantiere che Letta vuole aprire e fare funzionare è il luogo nel quale le proposte da lui formulate finora senza nessun successo e con pochissima audience debbono essere riprese e rilanciate anche come parte della pallidissima identità del PD. La tassa di successione mi pare del tutto opportuna. La legge sullo jus soli (oppure sullo jus culturae) è uno strumento importante di integrazione non soltanto perché l’Italia ha bisogno di immigrati, meglio se giovani, ma perché suggerisce che tipo di paese vogliamo essere. Avrei delle perplessità sul voto ai sedicenni, ma qualche modalità per coinvolgere i giovani nel mondo della politica e del lavoro mi sembra assolutamente indispensabile. Concludo drasticamente: al PD fa bene stare al governo se riuscirà a ottenere qualche riforma sua. Il resto sono solo buone intenzioni (di voto).
Pubblicato il 16 giugno 2021 su Il Fatto Quotidiano
Globalisation and democracy: opportunities and challenges #online #symposium #17june INTI International University #Malaysia
17 june 2021
Malaysia 3pm-5pm Italy h 9.00 – 11.00
Le primarie restano uno strumento utile solo se organizzate bene #intervista @ildubbionews
«Letta dovrebbe volere una competizione aperta, inclusiva e vivace, senza scegliere lui il candidato ideale, come nel caso di Bologna. Così si umiliano gli iscritti e si allontanano le persone»
Intervista raccolta da Giacomo Puletti
Secondo Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università Bologna, il sostegno di Giuseppe Conte a Matteo Lepore nelle primarie di Bologna è «una chiara interferenza» e sull’appoggio di Letta allo stesso Lepore «il segretario dovrebbe volere una competizione aperta, inclusiva e vivace, senza scegliere lui il candidato ideale».
Professor Pasquino, considerando il post Covid, che giudizio dà del flop alle primarie di Torino?
Il Pd ha le primarie nel suo statuto sia per la scelta dei candidati sia per le cariche monocratiche, e quindi le deve fare. Ma a livello locale troppo spesso molti dirigenti vogliono manipolarne l’esito o puntano addirittura a non farle, mettendo in difficoltà l’intera macchina organizzativa e perfino i militanti. È quello che è accaduto a Torino e che probabilmente accadrà a Bologna, forse anche a Roma.
Crede siano uno strumento ormai passato di moda, o magari non più adatto a scegliere i candidati?
Le primarie restano un buono strumento non solo per scegliere i candidati da un ventaglio più ampio di iscritti, ma anche perché servono per diffondere idee e mettere in contatto i candidati con una parte di società civile, quella più attenta alla politica. Sono utili anche per mobilitare le persone, perché ci sono dei candidati attraenti che portano alle urne cittadini che altrimenti non ci andrebbero. Insomma sono uno strumento utile, ma bisogna crederci e organizzarle bene.
Nel Pd c’è un problema logistico di organizzazione o non c’è la volontà politica di organizzare delle primarie come quelle da lei descritte fin qui?
Qualche volta c’è un’evidente incapacità organizzativa che è preoccupante, perché il Pd è un partito che ha una grande storia di presenza sul territorio e di mobilitazione di energie. Caratteristiche che evidentemente ha perso e questo spiega perché galleggia sulla soglia del venti per cento, che a Letta va bene ma che non è entusiasmante. D’altra parte spesso c’è la volontà di imporre un proprio candidato, come dicevo, e non appena c’è uno sfidante agguerrito o agguerrita, come nel caso di Bologna, gli stessi dirigenti ne combinano di tutti colori per non farlo vincere, rovinando le primarie con le loro stesse mani.
Da dove nascono le problematiche del Pd su questo tema?
Letta non ha la colpa della situazione, anche se potrebbe fare a meno di appoggiare i singoli candidati. Il segretario dovrebbe volere una competizione aperta, inclusiva e vivace senza scegliere lui il candidato ideale. Ma la situazione è molto peggiorata da una decina d’anni perché è peggiorato il partito in generale nella sua organizzazione e nel correntismo più o meno aggressivo che c’è al suo interno. Tutto questo non mobilita gli iscritti, che sono diminuiti e che non sono d’accordo con il fatto che pur iscrivendosi e pagando la quota poi siano altri a decidere il candidato. C’è una certa umiliazione negli iscritti e questo problema dovrebbe essere risolto dai dirigenti.
Giuseppe Conte ha dato il proprio sostegno a Lepore nella corsa contro Conti. Come giudica la mossa del leader in pectore del M5S?
È un fatto nuovo ed è una chiara interferenza, non giustificabile. Lo sarebbe stata se le primarie avessero compreso anche esponenti del Movimento 5 Stelle, ma almeno a Bologna non mi risulta che sia così. Conte ha fatto un endorsement per dire ai suoi che possono andare a votare ma solo se votano per quel candidato. È un’operazione non brillante.
Perché negli Stati Uniti le primarie continuano a essere usate come sempre mentre in Italia vanno a periodi alterni?
Perché il fatto che le faccia solo un partito le rende meno diffuse, meno appetibili e meno entusiasmanti. In più c’è un elemento importante, cioè che negli Stati Uniti non ci sarà mai un unico candidato ma ci sarà sempre competizione e i collegi sono tutti uninominali. Le cariche importanti vengono scelte solo attraverso le primarie. Attualmente è in corso la campagna delle primarie per il sindaco di New York e ci sono sette candidati che pescano in ambienti diversi. Il modo per rivitalizzare le primarie è consentire la massima partecipazione possibile. Se sono aperte i cittadini sentono che il loro voto conta, se capiscono che il voto è manipolato rimangono delusi e non vanno a votare. Questo è qualcosa che Letta deve tenere in considerazione perché ha bisogno di un elettorato utile e mobilitato. Solo se allarga i confini del Pd ha chance di tornare al governo la prossima volta.
Cosa penserebbe il Pd del 2007, quello che ha dato vita alle primarie, di questo Pd?
Le primarie erano un elemento importante di quel partito che si stava costruendo. E potevano essere utilizzate al meglio. Non lo furono, ma furono comunque uno strumento importante. Letta partecipò alle primarie proprio con Veltroni e la Bindi e dovrebbe ricordarsi che è bene farle perché ottenne visibilità sfruttando ad esempio Facebook e il web. Ora vuole fare le Agorà di idee, ma è bene che faccia una vera e propria officina, perché servono persone convinte che il partito possa andare oltre questo 20 per cento trovando elettori che finora non l’hanno votato. A livello locale i dirigenti sanno che con una certa percentuale di voti vinceranno e non vanno a cercarne altri, ma questo è un errore gravissimo.
Come si sta preparando Bologna alle primarie di domenica?
A Bologna il Pd sa benissimo che chi vince le primarie diventa sindaco, perché il centrodestra è molto debole e non ha ancora trovato un candidato che abbia qualche spinta mobilitante. Su questa sua convinzione il Pd fa andare avanti le cose convinto che Lepore vincerà. È brutto tutto questo ma se uno guarda alla storia del centrosinistra bolognese, da quando si scelse Bartolini che poi perse con Guazzaloca, si vede che le scelte sono sempre state discutibili. È la storia di una città che non è malgovernata, ma è governata nettamente al di sotto delle sue possibilità. Si può anche fare il sindaco da mediano, come ha detto il sindaco uscente, ma non da mediocre. Dal punto di vista della cultura, del turismo, della cintura industriale si può fare molto di più. Ma ci vuole qualcuno, o qualcuna, che voglia fare davvero il sindaco di Bologna.
Pubblicato su IL DUBBIO 16 giugno 2021
Un’altra Bologna è possibile con Isabella Conti #16giugno #direttafacebook #primarieBologna
Diretta Facebook mercoledì 16 giugno ore 18.30
Verdi – Europa Verde Emilia-Romagna https://www.facebook.com/federazioneverdiemiliaromagna

#CuoreGranata “Storie di professionisti con il Toro nel cuore” – G. Pasquino #maglia12 @Toro_News #intervista
Rubrica a cura di Andrea Arena
Che cos’è #CuoreGranata “Storie di Persone e Professionisti con il Toro nel Cuore”? Questa rubrica è il luogo in cui noi tifosi del Toro ci incontriamo, ci riconosciamo e innalziamo il nostro senso di comunità. È il luogo dove pratichiamo l’#inclusione e apriamo le nostre braccia alla ricerca degli altri. È il luogo dove siamo un #gruppo sentendoci diversi, imperfetti e invincibili. È il luogo dove ritroviamo l’#energia da impiegare nel nostro cuore di tifosi. È il luogo dove cresce l’#impegno e vince il nostro bisogno di #riscatto. Il nostro esempio è il Grande Torino che, partendo dalle rovine di una guerra, con il duro lavoro e l’organizzazione, ha fatto nascere in Italia la prima società sportiva moderna e capace di gestire le risorse. Il primo passo è rimboccarsi le maniche, proprio come faceva il nostro Capitano Valentino Mazzola e volgere lo sguardo verso di noi.
In questa dodicesima puntata Andrea Arena intervista il professor Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori. Associate Fellow della SAIS-Europe di Bologna, è stato direttore, dal 1980 al 1984, della rivista “Il Mulino” e, dal 2000 al 2003, condirettore della “Rivista Italiana di Scienza Politica”.
Dal 2010 al 2013 presidente della Società Italiana di Scienza Politica, è autore di numerosi volumi, i più recenti dei quali sono: Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (2019), Italian Democracy. How It Works (2019), Minima politica. Sei lezioni di democrazia (2020); Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (2021). Ha co-diretto insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci il celebre Dizionario di politica (2016, nuova edizione aggiornata). Ha insegnato nelle Università di Firenze e in quelle di Harvard, di Los Angeles, alla School of Advanced International Studies di Washington. Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei. Dal luglio 2011 fa parte del Consiglio Scientifico dell’Enciclopedia Italiana. Ha ricevuto quattro lauree ad honorem: dall’Università di Buenos Aires nel 1996; dall’Università de La Plata nel 2001; dall’Università Cattolica di Cordoba nel 2011; dall’università dello Stato di Hidalgo (Messico) nel 2018.
Su primarie del centrosinistra, elezioni comunali e futuro di #Bologna al Molino Scodellino #LibertàInutile @UtetLibri
Associazione Amici del Molino Scodellino
Libertà ch’è sì cara…
Sabato 12 giugno 2021 alle 17.30
Incontro col professor
Gianfranco Pasquino
e presentazione del suo libro
LIBERTÀ INUTILE. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET, 2021)
Molino Scodellino
Castel Bolognese
via Canale 7
Serata con visita guidata al mulino e angolo ristoro
Per info Associazione Amici del Molino Scodellino – 339 6487370

Il Pd di Letta e una sinistra federazione. Ricordi e riflessioni di Pasquino @formichenews
Mentre Letta festeggia il suo Pd che diventa primo partito nei sondaggi, risulta ancora più evidente che una coalizione effettivamente inclusiva è indispensabile. Magari Conte bloccherà l’emorragia delle 5 Stelle, ma non sarà sufficiente allearsi con il Pd a superare la non-Federazione del Centro-Destra saldamente intorno al 45 per cento
Mio nonno sostiene di avere già ascoltato e letto qualche centinaia di dichiarazioni simili a quelle del Ministro Orlando: “Il Pd, sulla base di un asse chiaro, deve lavorare a un modello Unione, per mettere insieme tutte le forze possibili che si trovano nel centrosinistra, senza escludere nessuno”. La parola Unione gli evoca la più infausta delle esperienze, quello del pasticciaccio brutto del 2006. Allora, non soltanto Prodi non seppe sfruttare tutto l’abbrivio offertogli dalle primarie, ma l’Unione fu un patchwork davvero mal riuscito, raffazzonatissimo.
Senza tornare al Fronte Popolare del 1948 che mio nonno ricorda non proprio con entusiasmo, sarebbe forse preferibile guardare all’Ulivo, quello sì fu un tentativo intelligente di mettere insieme tutte le non ancora logore e logorate sparse membra della sinistra e del riformismo.
No, mio nonno non vuole proprio parlare della fondazione del Partito Democratico anche se qualcosa da imparare da quei molti permanenti errori ci sarebbe. Sostiene anche che dall’Ulivo si possono trarre due lezioni non solo importanti, ma decisive. La prima è che un buon contributo alla formazione di quello schieramento venne dalla legge elettorale Mattarella. Nei collegi uninominali consentire la presentazione di più di un candidato sarebbe stato un suicidio, lo capirono persino i democristiani memori della batosta del 1994. Però, nessuno dimentichi mai i guasti della desistenza con l’inaffidabile Bertinotti che pose le basi per la caduta del primo governo Prodi.
La seconda lezione è che, con buona pace di non poche vestali uliviste irriflessive, dopo la vittoria elettorale, il capo dello schieramento pensò di dovere soltanto governare senza mai innaffiare politicamente l’Ulivo (forse era consapevole della sua inadeguatezza, ma allora avrebbe dovuto subito cercare un suo uomo/donna di fiducia). Adesso, mentre Letta festeggia il suo PD che diventa primo partito nei sondaggi grazie alla meritata retrocessione della Lega (Fatima ha smesso tempo fa con i miracoli), risulta ancora più evidente che il “campo largo”, il “perimetro ampio”, una coalizione effettivamente inclusiva è indispensabile poiché con il 20 per cento virgola non si va da nessuna parte, meno che mai a Palazzo Chigi. Magari Conte bloccherà l’emorragia delle 5 Stelle, ma non sarà sufficiente alleato con il PD a superare la non-Federazione del Centro-Destra saldamente intorno al 45 per cento.
Mio nonno non vorrebbe sentirsi raccontare la favola dei programmi. Non ha mantenuto un buon ricordo della Fabbrica dell’Unione e del suo inutile volumone di 283 pagine. Continua a credere, sfogliando qualche libro di scienza politica, che la politica si fa organizzandosi sul territorio e che i meccanismi elettorali sono dispensatori di opportunità politiche. Sa che il territorio in seguito alla riduzione del numero dei parlamentari è diventato più complicato, ma anche più disponibile a chi riuscisse a conoscerlo meglio. Ė assolutamente convinto che qualsiasi “federazione” Cinque Stelle-Partito democratico non porterebbe nessun valore aggiunto se operasse in una situazione elettorale caratterizzata da un sistema proporzionale (proprio al contrario, come dimostrò il Fronte Popolare). Continua a guardare alla Francia dove il doppio turno, senza bisogno di nessun furfantino premio di maggioranza, diede un suo formidabile contributo alle vittorie della gauche plurielle non solo con Mitterrand, ma anche con Jospin nel 1997.
E, mi chiede, ci piaccia o no Macron, il suo En marche non è forse stato un importante movimento di aggregazione di forze del cambiamento? Annuisco, ma non elaboro. Silenziosamente, prendo atto che l’anima è impalpabile e il cacciavite bisogna volerlo e saperlo usare anche riformando per necessità e con intelligenza la legge elettorale –che nei comuni, non dovremmo dimenticarlo mai, è una variante del doppio turno. All’inclusività ci penseranno gli elettori quando vedranno l’offerta dei partiti (di centro, trattino sì e no, sinistra).
Pubblicato il 13 giugno 2021 su formiche.net








