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Brutte gatte da pelare
Come si fa a non apprezzare il timing, vale a dire, la eccezionale tempestività con la quale l’Autorità Anticorruzione rende note le sue numerose e incisive proposte di modifica alla Legge Severino? Verranno sottoposte queste utilissime proposte, una per una, al vaglio attento e competente del governo, delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato e, immagino (e auspico) anche e soprattutto della Commissione Antimafia presieduta dall’on. Bindi? Serviranno a migliorare la legge Severino in particolare per quella che riguarda l’incandidabilità alle cariche pubbliche, l’ineleggibilità e i conflitti di interesse? Tutte quelle proposte riguardano tematiche molto spinose per la classe politica che, a livello nazionale, a livello regionale (“impresentabili” più De Luca), a livello comunale (attualmente svettante grazie al caso di Roma Mafia capitale) ha moltissime gatte da pelare e pochissima voglia di farlo.
L’impressione è, per utilizzare il politichese, utile a farsi capire dai politici e dai loro giornalisti di riferimento, che Raffaele Cantone sia entrato a gamba tesa nell’intricatissimo affaire De Luca che il Presidente del Consiglio non sa come risolvere e, forse, preferirebbe evitare. Consentirne l’insediamento alla Presidenza della Regione Campania? Dargli anche il tempo di designare la Giunta e, quel che più conta, di nominare il VicePresidente che lo sostituirà tenendogli caldo il posto fino al suo eventuale ritorno se riuscirà a liberarsi delle sue pendenze giudiziarie? Da qualsiasi parte le si guardi, le proposte di Cantone promettono di fare guadagnare un sacco di tempo a Renzi prima di essere obbligato a prendere una decisione definitiva su De Luca Presidente della Campania. Curiosamente, ergendosi in tutta la sua statura politica, lo stesso De Luca aveva quasi intimato al Parlamento di rivedere la legge Severino, proprio nei punti, a suo parere sbagliati, che lo riguardavano. Alcune delle proposte di Cantone, che non dimentichiamolo, aveva criticato l’azione della Presidente Bindi e i criteri rigidi, scherzosamente aggiungerei molto “severini”, da lei utilizzati per stigmatizzare gli “impresentabili” (due soli dei quali, quattordici, incidentalmente, sono stati eletti), sembrano fatte apposte per mettere in questione quanto fatto dalla Bindi, per rovesciarne l’impostazione, per cambiarne l’impatto.
In attesa di capire dove l’Autorità Anticorruzione voglia effettivamente andare a parare, almeno tre osservazioni debbono essere chiaramente formulate. La prima riguarda la necessità che si addivenga alla soluzione più rapida possibile del caso De Luca senza tenere in nessuna considerazione variabili intervenute dopo la sua elezione. Soltanto i populisti possono pensare che il voto, per di più di poche centinaia di migliaia di elettori, sani le pendenze giudiziarie. In qualsiasi democrazia nomale non è così. Secondo, la corruzione politica è la più grave malattia di un sistema politico poiché non soltanto premia i corrotti, ma inquina nelle loro fibre più profonde il mercato e la società. Qualsiasi cedimento su questo piano ha conseguenze devastanti e durature, come le cronache italiane rivelano ad abbondanza. Terzo, arriverà anche il tempo, sempre in politichese, nel quale bisognerà, ma a ragion veduta e con il sostegno dei dati, “fare il tagliando” alla legge Severino. Procedere adesso, in pendenza di un caso molto grave e delicato, appare più che sospetto. Sembra un doppio favore: a Renzi che si leva un peso politico, a De Luca che dimostra quanto grande è il suo peso politico. Meglio seguire, anche con la fretta con la quale dice sempre di voler operare il Presidente del Consiglio, due strade e due procedure chiaramente differenziate. Non sarà la confusione a sconfiggere la corruzione.
Pubblicato AGL 11 giugno 2015
Gli ostacoli alla corsa di Renzi
Le elezioni in sette regioni molto diverse da loro, per collocazione geografica, composizione politica, distribuzione iniziale della forza dei partiti, forniscono una buona fotografia dell’elettorato italiano oggi. Il dato più evidente riguarda quella che non è soltanto una battuta d’arresto del Partito di Renzi, ma un vero e proprio arretramento. Dove Renzi è andato di persona a sostenere le candidate dichiaratamente “renziane”, cioè Raffaella Paita in Liguria e Alessandra Moretti in Veneto, la sconfitta è stata forte e chiara. Le vittorie altrettanto chiare e forti di Rossi in Toscana e di Emiliano in Puglia dipendono dalla personalità di entrambi i candidati, nessuno dei quali ha mai manifestato propensioni renziane. Le due vittorie in Marche e Umbria, regioni tradizionalmente abbastanza rosse, non possono essere attribuite al limitato tasso di renzismo dei candidati e, comunque, non spiccano in termini di quantità di voti. Quanto alla vittoria in Campania del discusso candidato De Luca, anche se Renzi lo ha appoggiato, non potrà e non vorrà sicuramente vantarsene poiché ne seguiranno problemi giudiziari e politici al momento alquanto inimmaginabili.
A un anno dalle elezioni europee del maggio 2014 che hanno, come direbbero i politici, fissato l’asticella del consenso elettorale del Partito Democratico al 40 percento (non a caso la soglia indicata nella legge elettorale Italicum per conseguire al primo turno il premio di maggioranza), il PD è scivolato all’indietro a percentuali non dissimili da quelle ottenute dalla tanto criticata “ditta” di Bersani, Cuperlo et al. Poiché la perdita di voti rispetto a un anno fa è generalizzata e non dipende da fattori locali, ad eccezione della Liguria dove una lista di fuoriusciti dal PD ottiene un successo relativamente buono, il segretario del PD e i suoi troppo osannanti collaboratori dovrebbero interrogarsi sia sulla qualità delle loro riforme sia sul loro linguaggio politico sia sul trattamento del dissenso interno. Sicuramente, lo spettacolo offerto dal PD non è stato quello che ci si aspetterebbe da un Partito della Nazione che cerca di conseguire il massimo di rappresentatività politica e sociale ricomponendo i suoi dissensi non con le minacce, ma con la riflessione e la ricerca di punti d’accordo. E’ quasi essenzialmente un problema di leadership poiché Renzi ha voluto accentuare oltre misura il suo controllo sul partito.
Curiosamente, dopo avere imposto durissimamente la sua leadership, procedendo frequentemente ad anatemi e ad espulsioni, Beppe Grillo sembra avere capito che il Movimento Cinque Stelle può funzionare molto meglio se i suoi rappresentanti si esprimono con autonomia di giudizio e di comportamenti. Anche le Cinque Stelle hanno perso voti in numeri assoluti se confrontati con il loro exploit delle elezioni politiche del febbraio 2013. Tuttavia, regione per regione hanno dimostrato di avere una presenza politica non disprezzabile con candidati radicati, tutti “presentabili”. In generale, sono stati premiati e il loro ingresso in sette consigli regionali contribuirà alla visibilità del Movimento e delle sue tematiche.
L’insoddisfazione e la protesta dell’elettorato italiano si manifestano, da un lato, nell’astensionismo crescente per quanto non ancora inquietante, ma, dall’altro, trovano un porto accogliente nel Movimento Cinque Stelle. Se si fosse già votato con l’Italicum che proibisce le coalizioni, il Movimento Cinque Stelle, in quanto secondo partito, andrebbe al ballottaggio con il PD e farebbe “vedere le stelle” un po’ a tutti: concorrenti (a cominciare proprio dal PD), commentatori, operatori economici internazionali. Se Renzi deve dare una regolata al suo stile, alquanto autoritario e abrasivo, di leadership, Grillo, personalmente incandidabile, deve trovare fra i suoi giovani rappresentanti il volto di colui che potrebbe diventare il candidato a Palazzo Chigi. La strada è lunga e tortuosa per tutti. Queste elezioni regionali hanno indicato, soprattutto al PD, che nel lessico di Bersani rimane “la lepre”, che esistono non pochi ostacoli.
Pubblicato AGL 2 giugno 2015
Le sentenze si applicano e non si manipolano
Le sentenze della Corte Costituzionale si applicano, non si manipolano. Poi, un governo capace provvede rapidamente a modificare, senza violare la Costituzione, le disposizioni di legge che hanno dato origine a inconvenienti, nel caso del blocco delle pensioni, di enorme impatto sul bilancio dello Stato. Restituire ai pensionati 2 miliardi di Euro su un totale stimato di 18 miliardi significa sicuramente evadere quanto scritto dalla Corte ed esporre il governo a probabili sconfitte in caso di ricorsi. Dovrebbe anche seguirne, a meno che la Corte abbia “scherzato”, una replica immediata ad opera degli stessi giudici che hanno il dovere di difendere il loro operato e di imporne la completa osservanza. Hanno forse i giudici la coda di paglia poiché la loro sentenza potrebbe non essere ineccepibile? Non sarebbe ora che la Corte trovasse il modo di informare i cittadini e l’opinione pubblica delle diverse posizioni assunte dai giudici e delle diverse motivazioni? La trasparenza potrebbe spingersi fini alla pubblicazione delle opinioni dissenzienti dalle quali capiremmo anche la qualità dei giudici e grazie alle quali potrebbe emerge una giurisprudenza alternativa.
E’ giusto sollevare criticamente alcune obiezioni alla sentenza emessa. Primo, quasi quattro anni per emettere la loro valutazione appare un termine troppo lungo soprattutto su una tematica che riguarda il benessere dei cittadini e il cruciale rapporto fra Stato e cittadini. Secondo, la rottura del pareggio fra giudici a favore del risarcimento e giudici contrari è stata determinata dal Presidente il quale, forse inevitabilmente, ha ritenuto che una decisione dovesse essere comunque presa. Attendere il giudice indisposto sarebbe stato possibile. Lo si è evitato magari conoscendo la sua posizione, in questo caso probabilmente contraria al risarcimento? Però, esistono anche molte altre responsabilità. In particolare vi sono le responsabilità del Parlamento e dei partiti di non avere proceduto sollecitamente alla nomina dei due giudici costituzionali mancanti. Qualche tempo fa, la cattiva scelta dei candidati alla Corte portò a uno stallo di lungo periodo e a più di venti inutili votazioni. Qualcuno continua a credere che la Corte funzionerebbe meglio se vi fossero rappresentanti di stretta osservanza della loro area politica: centro-destra, democratico, leghista e dovrebbe arrivare anche il momento del pentastellato. Renzi ha già fatto filtrare la sua cattiva intenzione di nominare un “fedelissimo”. I giudici costituzionali dovrebbero essere “fedelissimi” soltanto della Carta costituzionale, evitando, cosa che molti di loro non hanno fatto, di “posizionarsi” per cariche da ottenere alla scadenza del loro mandato di nove anni. Comunque, una Corte senza plenum configura una ferita alla Costituzione e impone che Parlamento e partiti si assumano le loro pesanti responsabilità.
Naturalmente, ci sono anche le responsabilità dei ministri e dei parlamentari. E’ oramai da più di un decennio che ferve il dibattito e si moltiplicano gli interventi sul sistema pensionistico. Possibile che né i ministri e i loro staff né i parlamentari e i loro consulenti, quando non sono semplici “portaborse”, non abbiano sentito la necessità di verificare se il blocco delle pensioni non fosse di dubbia costituzionalità? Sarebbe interessante sapere se neanche i funzionari di Camera e Senato hanno segnalato i rischi di incostituzionalità e, se lo hanno fatto, perché i loro pareri non sono stati adeguatamente recepiti.
Nel complesso, sia dalla sentenza in sé sia dai tempi e dalle modalità con i quali vi si è giunti sia dalle responsabilità dei soggetti coinvolti: giudici, ministri e staff, parlamentari e consulenti, partiti, emerge lo spaccato di un sistema che complessivamente funziona male e risulta inadeguato. In un modo o nell’altro, il costo lo pagheranno i cittadini. Non saranno né la riforma elettorale né la trasformazione del Senato in assemblea numericamente più piccola e non elettiva a produrre miglioramenti. La produzione legislativa tanto del governo quanto del Parlamento deve essere meglio congegnata senza fretta, con maggiore competenza. Questo è il vero significato di governabilità. A questo compito dovrebbero prioritariamente dedicarsi i riformatori consapevoli.
Pubblicato AGL 19 maggio 2015
La scelta difficile del Colle
Immagino che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ricevuto il testo dell’Italicum, lo stia leggendo con la meticolosità che ha sempre dimostrato da parlamentare e da ministro. L’art. ottantasette della Costituzione gli dà il potere di promulgare le leggi ed emanare i decreti aventi valore di legge e i regolamenti. Il Presidente s’intende assai di leggi elettorali. Non ha dimenticato che, sulla possente spinta dei referendari, la Camera dei deputati presieduta da Giorgio Napolitano, gli affidò la stesura della legge elettorale che divenne notissima come Mattarellum. Uomo dotato di sottile ironia, l’allora on. Mattarella non se la prese. Non rispose neanche alle critiche, alcune delle quali fondate, poiché in sostanza il tempo galantuomo ha dimostrato che la legge che porta il suo nome rimane migliore sia della proporzionale, che troppi suoi colleghi democristiani avevano difeso fino alla morte (della DC), ma anche del Porcellum dei cosiddetti quattro saggi del centro-destra che si riunirono a Lorenzago. Tuttavia, non userà il “metro” della sua legge per valutare il porcellinum partorito da Renzi, Boschi e i loro deputati renziani di tutte le ore.
Sergio Mattarella ha già dovuto usare un altro “metro”, ineludibile per giudicare il Porcellum, quello della corrispondenza di una legge, per di più tanto importante poiché riguarda i rapporti che fondano una democrazia: quelli fra i cittadini, i loro rappresentanti in Parlamento, i governanti. Sono la Costituzione e i suoi principi fondamentali a misurare la qualità e l’accettabilità di qualsiasi legge, ovviamente anche di quella elettorale. Con i suoi colleghi, il giudice Mattarella, anche se non è stato relatore di quella sentenza, ha sonoramente bocciato, totalmente triturandolo, il Porcellum. Purtroppo, poiché in Italia, a differenza che negli Stati Uniti d’America, i giudici non possono argomentare il loro voto, neanche quello favorevole, e neppure le loro opinioni dissenzienti, non c’è dato sapere quale concretamente sia sta la posizione di Mattarella. Sono certo, però, che, con il suo caratteriale rifiuto di qualsiasi protagonismo, non abbia mai proceduto alla comparazione del Mattarellum con il Porcellum, troppo facile troppo vincente.
Avendo cofirmato quella bocciatura, il Presidente Mattarella sta probabilmente riflettendo se il porcellinum abbia tutti i crismi di costituzionalità. Le candidature multiple non sono un trucco ai danni degli elettori? E non vale dire che anche il Mattarellum consentiva candidature multipli, ma non più di tre, poiché i pluricandidati dell’Italicum hanno la certezza dell’elezione, mentre quelli del Mattarellum si trovavano in un sistema competitivo che di certezza ne dava poche. Lo stesso candidato Mattarella, sconfitto nel 1994 in un collegio uninominale, entrò in Parlamento grazie al recupero proporzionale. I capilista bloccati, il cui nome apparirà sulla scheda, altro che “rappresentanti di collegio” se saranno inevitabilmente scelti dai dirigenti di partito e non s’imporrà il requisito della residenza per almeno tre anni in quel collegio, portano via una bella fetta di potere ai cittadini elettori. Per chi è arrivato a credere -i democristiani, anche di quelli di sinistra, c’hanno messo un po’ di tempo- che il bipolarismo è la modalità preferibile di competizione fra partiti e fra coalizioni, il premio alla lista e l’impossibilità di apparentamenti al ballottaggio non può essere una cosa buona. Pessima, poi, è la soglia bassissima, 3 per cento, per l’accesso alla Camera dei deputati (quella del Mattarellum era 4 per cento: sì, quell’uno per cento fa una differenza) che garantisce la frammentazione delle opposizioni parlamentari e l’impraticabilità del bipolarismo.
Il Presidente potrebbe rimandare la legge ai deputati per un’altra lettura, anche tenendo conto dell’ampio dissenso emerso fra loro, accompagnandola, esistono numerosi precedenti, da preganti osservazioni. Potrebbe anche inviare, ma questo sarebbe un atto forse troppo solenne, un messaggio al Parlamento tutto. Forse i giudici costituzionali suoi ex-colleghi gli hanno comunicato di non preoccuparsi. L’Italicum arriverà da loro per quelle che, in corso d’opera, Napolitano aveva definito “opportune verifiche costituzionali”. Infine, Mattarella potrebbe esercitare la sua moral suasion nei confronti di Renzi (non scrivo “del governo” poiché da qualche tempo avremmo dovuto capire che l’uomo solo al comando già c’è) ricordandogli che la riforma del Senato, per la quale i numeri sono traballanti, dovrà tenere conto delle pecche dell’Italicum ed essere molto più equilibrata. In quella sede, una bocciatura, non del tutto improbabile, aprirebbe scenari turbolenti.
Pubblicato AGL 6 maggio 2015
Insicurezza e tracotanza del premier
La decisione di Renzi di porre la questione di fiducia sugli articoli della legge elettorale è, al tempo stesso, un segno di insicurezza e un messaggio di tracotanza. E’ lecito porre la fiducia sulle leggi ordinarie che un capo del governo consideri essenziale per la sua attività e per gli impegni presi con gli elettori, anche se l’Italicum non è mai stato presentato agli elettori. E’ sbagliato vedervi aspetti di incostituzionalità e prodromi di derive autoritarie. Tuttavia, di fronte ad un dissenso sia delle minoranze interne al PD sia del contraente dell’oramai dissolto Patto del Nazareno, Renzi avrebbe potuto ascoltare e forse cambiare alcuni meccanismi discutibilissimi e tutt’altro che “europei”. Non c’era, non c’è nessuna fretta poiché, comunque, la legge stessa contiene una cosiddetta clausola di salvaguardia. Entrerà in vigore il 1 luglio 2016 quando anche la riforma costituzionale del Senato sarà definitivamente approvata.
Evidentemente insicuri delle loro scelte e delle loro argomentazioni, Renzi e Boschi hanno preferito tappare la bocca ai dissenzienti, facendo, grazie alla richiesta di fiducia, cadere gli emendamenti e rinunciando a migliorare una legge alquanto imperfetta che dà la garanzia di consegnare una maggioranza parlamentare ampia al partito vittorioso, ma non di produrre effettiva governabilità. Renzi ha usato del voto di fiducia anche per dimostrare, per l’appunto, con tracotanza, di essere in controllo non soltanto della Camera dei deputati, ma soprattutto del suo gruppo parlamentare e del suo cosiddetto Partito della Nazione. Nei confronti delle minoranze, il segretario del Partito Democratico/Capo del governo ha applicato un metodo che chiamerò della tenaglia. Da un lato, con una lettera assolutamente inusitata ai segretari dei circoli del PD ha richiesto sostegno e disciplina in nome della “dignità” del partito (meglio tutelabili escludendo subito tutti, ma proprio tutti gli inquisiti). Forse voleva dire della “responsabilità” del partito di governo nei confronti, presumo, dei suoi declinanti e mutevoli iscritti e dei votanti alle primarie che lo incoronarono. Dall’altro, ha fatto balenare chiaramente la possibilità di non ricandidare i dissenzienti, cosa che potrà fare data l’ampia maggioranza di cui gode nell’Assemblea nazionale del PD, ponendo termine a carriere politiche di lungo, ma anche di breve corso.
Dal canto loro, le minoranze non hanno saputo costruire una visione condivisa delle riforme necessarie. Inoltre, non sono riuscite a sconfiggere quello che è attualmente il senso comune: è ora di fare le riforme. Chi non le fa oppure le impedisce non giova agli interessi del paese. Anche se i sondaggi indicano, inesorabili, che gli italiani si dividono quasi a metà fra i favorevoli e i contrari all’Italicum, Renzi sa che la convinzione che una nuova legge elettorale è indispensabile è molto più diffusa. Non gli è stato difficile spingere gli oppositori nell’angolo dei conservatori fannulloni istituzionali che portano la responsabilità di anni di riforme non fatte. Ha anche potuto criticare con successo Forza Italia per la sua incoerenza: favorevole al Senato, contraria al testo nella stessa stesura adesso in votazione alla Camera. Insomma, Renzi ha dimostrato grande astuzia e enorme capacità di manovra. Certamente, continuerà con le stesse tattiche e con simili rivendicazioni di riformatore anche nei due prossimi voti di fiducia. I numeri della prima fiducia sono appena inferiori a quelli sperati. Il rischio si paleserà nel voto segreto sul testo complessivo della legge sul quale il governo non può porre il voto di fiducia.
Qualcuno pensa di continuare la battaglia chiamando in causa il Presidente della Repubblica, ma probabilmente all’orizzonte l’unico ostacolo vero che si intravede è la valutazione che potrebbe venire dalla Corte Costituzionale. L’Italicum è una brutta legge, ma non è né la prima né l’ultima brutta legge approvata dal Parlamento italiano. Per adesso, quello che conta è vedere quanto grande sarà lo sconquasso interno al Partito Democratico e quanto e come influenzerà le prossime scelte/riforme del Presidente del Consiglio.
Pubblicato AGL 30 aprile 2015
Resistenza e memoria offuscata
La Resistenza ha compiuto 70 anni, o sono 70 giorni? Sì, il 25 aprile è la data ufficiale in cui si celebra la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Appunto, lo si fa ogni anno in quel giorno. Il resto dell’anno è solo silenzio. I testimoni di quel tempo e i partigiani scompaiono inesorabilmente e inevitabilmente la memoria si offusca. La storia non s’insegna cosicché sempre meno italiani conoscono il significato di quella data. Non sanno che cosa precedette il 25 aprile; non hanno imparato che cosa seguì il 25 aprile. Di tanto in tanto, qualcuno formula un auspicio per la costruzione di una memoria condivisa. E’ un auspicio assolutamente vano per i troppi che di memoria non ne hanno affatto, che hanno soltanto, nel migliore dei casi, ricordi di famiglia, nel peggiore, pregiudizi che sarebbe persino troppo lusinghiero definire ideologici.
Nessuna memoria condivisa può essere costruita senza una conoscenza adeguata della storia d’Italia, del fascismo e dell’antifascismo, della Repubblica di Salò e della Resistenza. I fatidici “programmi di storia” nelle scuole italiane raramente giungono al fascismo, quasi mai alla Resistenza e all’Italia repubblicana. Quando qualche insegnante si avventura nella nient’affatto oscura selva del fascismo e dell’antifascismo, le probabilità che qualche genitore non gradisca quello che gli viene riportato dai figli diventano altissime. Ne consegue uno scontro che i docenti imparano presto a evitare tralasciando la storia contemporanea. Ognuno si terrà i suoi ricordi, con le sue preferenze, le sue superficialità, i suoi errori, anche clamorosi. Qualcuno potrà anche far finta di credere, o credere davvero, che coloro che si unirono, volontariamente oppure perché coartati, alle bande nazifasciste, meritano di essere messi sullo stesso piano, nel giudizio storico e morale, di quelli che diedero vita alle brigate partigiane. I primi, volenti o, più raramente, nolenti combattevano per mantenere/restaurare il dominio nazifascista sull’Italia. I secondi volevano contribuire a cacciare lo straniero, ma anche eliminare quei fascisti che avevano oppresso l’Italia e l’avevano portata in guerra. Opportunamente e molto chiaramente, il Presidente della Repubblica Mattarella ha detto che né i repubblichini né i ragazzi di Salò possono essere equiparati ai partigiani. Naturalmente, non ne consegue che i partigiani tutti siano stati esenti da errori, da eccessi, talvolta da crimini. Qualsiasi guerra abbrutisce, ma il suo obiettivo può fare capire gli errori anche senza condonarli.
Forse non riflettiamo abbastanza su una domanda che il grande filosofo torinese Norberto Bobbio ci ha lasciato: “e se avessero vinto i nazisti?” Se avessero vinto i nazisti, non avremmo avuto la Repubblica democratica e la sua Costituzione che per molti italiani continua a essere un oggetto misterioso, da riformare, sull’onda di qualche campagna propagandistica artificiosa, senza necessariamente conoscerla. Anche se fra i conservatori costituzionali si trovano posizioni di mummificazione degli articoli della Costituzione che neppure i Costituenti riterrebbero accettabili, tantomeno condivisibili, almeno un punto dovrebbero essere chiaro e fermo: la Costituzione democratica è uno dei prodotti, quasi sicuramente il più importante, della Resistenza. Senza l’antifascismo e senza la Resistenza non sarebbe stata scritta nessuna Costituzione. Di più, i valori della Resistenza sono stati tradotti nei principi fondamentali della Costituzione, ma non di ogni soluzione istituzionale relativa al governo, al Parlamento, alla Presidenza della Repubblica, alla magistratura e, ancor meno, alla legge elettorale che neppure si trova nella Costituzione. Onorare la Resistenza in maniera non retorica, ma fortemente pedagogica, significa insegnare quei principi, nelle scuole e nel Parlamento della Repubblica, e praticarne le conseguenze. Qualcuno ha sicuramente tradito la Resistenza, nei suoi comportamenti e nelle sue omissioni. Troppi la celebrano soltanto una volta l’anno. La maggioranza degli italiani non sa, forse non vuole, coniugare i due valori centrali della Resistenza: la libertà e l’eguaglianza. Il 25 aprile serve a ricordare coloro che, in Italia e in Europa, combatterono per la libertà e per l’eguaglianza.
Pubblicato AGL 26 aprile 2015
Sopruso politico dei renziani
Sostituire i componenti di una Commissione non viola né il regolamento della Camera né, tantomeno, la Costituzione. Il titolare è malato oppure, come avviene abbastanza spesso, è impegnato in un’altra Commissione -quelle non permanenti prosperano. Oppure è bloccato da inconvenienti logistici, trasporti difficili e in ritardo, oppure è in missione ufficiale in Italia/all’estero. La sostituzione, riguardante uno al massimo due componenti di un gruppo, non soltanto è praticabile, abitualmente decisa dal capogruppo (che, lo dico subito, nel Partito Democratico al momento non esiste), è anche indispensabile per garantire il numero legale e la funzionalità della Commissione. Il caso estremo, ma molto importante, è dato dalla sostituzione temporanea, ad rem, vale a dire per un provvedimento specifico, affinché subentri un parlamentare particolarmente esperto della materia in discussione. Nulla di tutto questo si applica alla sostituzione di massa, addirittura dieci, degli esponenti della minoranza del Partito Democratico in Commissione Affari Costituzionali. Non risulta che i subentranti, il cui unico titolo è quello di essere renziani “spinti”, siano più competenti in materia elettorale di coloro che hanno sostituito né che posseggano expertise non altrimenti acquisibile né, quel che conta molto, abbiano seguito il dibattito, lungo, aspro, serrato e quindi siano particolarmente preparati e in grado di dare qualche contributo per migliorare l’Italicum. Anzi, i sostituti sono stati chiamati per stare zittissimi e votare la linea. Curioso che gli stessi renziani che sostengono che non esiste un sistema elettorale perfetto difendano l’Italicum come se fosse perfetto e non accettino, per principio, nessuna miglioria.
Da qualsiasi prospettiva la si guardi la sostituzione di massa dei Commissari della minoranza non è soltanto una forzatura. E’ un sopruso politico. Grave sarebbe se diventasse anche un precedente. Tutte le volte che un capogruppo subodora che un Commissario del suo gruppo/partito esprimerà riserve o, peggio, addirittura il suo esplicito argomentato dissenso (lasciando nei resoconti una traccia significativa) che potrebbe culminare in un voto contrario, voilà, procederà fulmineamente alla sua sostituzione, naturalmente, ad rem, solo per quella discussione e votazione. Renzi, Boschi, Guerini e Serracchiani, all’unisono con tutti i renziani della prima e delle prossime ore, ovvero le ore delle (ri-)candidature, dichiarano che un partito non è e non deve essere un’armata Brancaleone (che, lo ricordo, era variegata, ma anche molto divertente). Preferiscono fare del PD una caserma dove i soldati sono costretti all’obbedienza assoluta senza discussione dai sergenti di turno. La democrazia non abita nelle caserme anche se, qualche volta, per migliorarne la funzionalità persino i sergenti ascoltano i soldati che ne possono sapere di più su aspetti specifici della vita militare.
No, i pasdaran renziani non hanno questa volontà e neppure la capacità di ascolto. Sostengono, contro tutto quello che hanno scritto i teorici della democrazia da Hans Kelsen a Norberto Bobbio, che la democrazia è decisione a maggioranza “senza se e senza ma”. Imponendo di uniformarsi alla maggioranza del gruppo, adesso in Commissione, poi, lo hanno già annunciato, coartati dal voto di fiducia, anche in Aula, i renziani rischiano di calpestare l’art. 67 che prescrive ai parlamentari di esercitare le loro funzioni “senza vincolo di mandato”. Purtroppo, non posseggo la famosa e indispensabile sfera di cristallo per prevedere che Renzi voglia comunque utilizzare l’Italicum per andare subito, facendo saltare la riforma, peraltro non di spettacolare qualità, del Senato, a elezioni anticipate sia se approvato sia se bocciato. Sono sicuro che, comunque vada, la sostituzione dei dissenzienti in Commissione è il prodromo della loro non ricandidatura. Peccato, l’imperfetto Italicum rimarrà brutto e cattivo, il Partito Democratico darà dimostrazione che il suo aggettivo non è perfettamente attinente, i cittadini non avranno maggiore potere elettorale e le prossime elezioni non miglioreranno la qualità dei parlamentari (ancora nominati per circa tre quarti).
Pubblicato AGL 23 aprile 2015
Le pentole e i coperchi dell’Italicum
La secca dichiarazione del Ministro Boschi: “il testo dell’Italicum è corretto e funziona, non c’è la necessità di modifiche” chiude, forse, la parta in faccia anche alle minoranze dialoganti del PD. Non è dato sapere su quali elementi il Ministro basi le sue certezze di “correttezza” e di funzionalità dell’Italicum. Sappiamo, invece, che altri esponenti, altrettanto renziani della Boschi, sostengono una tesi meno perentoria: “nelle condizioni date, l’Italicum è la migliore legge possibile”.
Non è chiaro in base a quali criteri, l’Italicum sia considerato migliore di altre leggi elettorali che le democrazie parlamentari europee hanno da tempo e che si tengono senza nessuna nervosa preoccupazione. Inoltre, è lecito osservare che i riformatori veri sono coloro che non accettano le condizioni date, di qualsiasi tipo siano, ma cercano proprio di creare condizioni migliori. Incidentalmente, le condizioni per una buona riforma sono cresciute nel corso del tempo da quando l’altro contraente del patto del Nazareno, ovvero Silvio Berlusconi, ha perso qualsiasi capacità di condizionamento delle riforme. Tuttavia, nell’Italicum è rimasto un elemento per lui di grandissimo interesse: la possibilità di nominare i suoi prossimi parlamentari poiché Forza Italia non riuscirà a eleggere nessuno in aggiunta ai capilista “bloccati”.
La minoranza del PD ha fatto due conti, o forse qualcuno in più, e si è resa tristemente “conto” che: 1) Renzi nominerà tutti i capilista bloccati, che saranno una falange di 100 (tante sono le circoscrizioni) combattenti per lui e con lui; 2) se non saranno concesse le preferenze, e la Ministra Boschi ha espresso il suo parere negativo, Renzi deciderà anche la graduatoria dei candidati in ciascuna circoscrizione. Potrà, di conseguenza, procedere ad una sorta di paventatissima “pulizia etnica”. Naturalmente, Renzi sarà in grado di mostrare un po’ di generosità non rottamando qualche leader particolarmente visibile, ma l’esito dell’Italicum nella sua struttura attuale è che il PD diventerà davvero e del tutto il Partito Di Renzi. Un’eventuale scissione indebolirà solo marginalmente il PD. Non gli impedirà sicuramente di rimanere il partito più grande dello schieramento attuale. Non lo priverà della vittoria al ballottaggio contro, se i numeri dei sondaggi non sono (e non lo sono) un’opinione, il Movimento Cinque Stelle.
Come tutti i casi precedenti di scissioni nella sinistra italiana, dal PSDI nel 1947 allo PSIUP nel 1964 a Rifondazione Comunista nel 1991, potrà forse fare la sua comparsa un partitino delle minoranze, in una deriva che lo porterà nei pressi della Coalizione sociale di Landini, ma non avrà nessuna influenza sul governo guidato Renzi, sulle sue politiche, sulla sua capacità operativa. Infatti, il premio di maggioranza darà a Renzi tutto il potere che vuole e, fatto non marginale, indebolirà tutti i partiti di opposizione nel centro-destra consegnando il ruolo di alfiere di un’altra politica alle Cinque, incattivite, Stelle.
I riformatori renziani sembrano anche un po’ troppo sicuri che la riforma del Senato giungerà in porto nonostante i dissensi nel PD che dall’Italicum finiranno per trasferirsi anche sulla struttura, sui poteri e soprattutto sulle modalità di selezione dei prossimi Senatori. Forse peccano di presunzione; forse pensano che le minoranze del PD non saranno abbastanza coordinate e coese, come ha suggerito loro, finora inascoltato, D’Alema. Forse, hanno un piano per accontentarne alcune con promesse a futura memoria dei molti seggi che il premio di maggioranza renderà disponibili. Sì, la politica, senza farne troppo scandalo, è anche questo. Non è neppure uno scandalo formulare e difendere una legge elettorale brutta, sicuramente la peggiore nel panorama delle democrazie europee. Però, con buona pace dei renziani e di quelli che si sono fatti abbindolare dalla narrazione del Presidente del Consiglio, le riforme brutte, tagliate su misura di due contraenti, Renzi e Berlusconi, senza tenere conto del loro impatto sistemico, sono un errore. Rischiano di durare poco, come il Porcellum, predecessore dell’Italicum. Qualcuno potrebbe anche concluderne con un proverbio azzeccato: “il diavolo fa le pentole, non i coperchi”.
Pubblicato AGL 14 aprile 2015
Una buona legge, ma non basta
L’approvazione in prima lettura al Senato della legge che punisce i comportamenti che implicano una pluralità di fattispecie di corruzione è, anche se avvenuta a quasi due anni dalla presentazione del disegno di legge, una buona notizia. Resta da vedere quanto veloce, l’aggettivo preferito dal Presidente del Consiglio Renzi, sarà il passaggio della legge alla Camera dei Deputati nella quale il governo ha una larghissima maggioranza. Negli ultimi due anni, da un lato, la corruzione in politica e, per così dire, nel mercato si è manifestata in moltissime occasioni, in particolare nelle opere pubbliche (da Venezia a Roma a Milano); dall’altro lato, le classifiche internazionali hanno evidenziato quanto elevata sia la percezione degli operatori economici italiani e stranieri che l’Italia è un paese molto corrotto, nel quale è meglio non investire, nel quale è preferibile rinunciare a fare affari. Rendendo punibile con pene rafforzate il falso in bilancio, sciaguratamente cancellato da una legge del governo Berlusconi, nel silenzio preoccupante degli imprenditori e della loro Associazione, la nuova legge dovrebbe rendere molto più complicato il ricorso a fondi neri accumulati proprio per corrompere e ricompensare coloro che, dai sindaci agli assessori, dai Presidenti delle Regioni ai ministri, hanno il potere di decidere sugli appalti, sulle concessioni, sulle regole e sulla discrezionalità.
Difficile continuerà a essere la valutazione della rilevanza giuridica dei finanziamenti e delle “regalie” a favore delle moltissime Fondazioni con le quali molti politici supportano le loro personali attività, qualche volta il loro partito, più spesso la loro corrente. D’altronde, in un paese nel quale la corruzione ha radici profonde e la società civile reagisce in maniera poco incisiva e sempre politicizzata -il doppiopesismo non è monopolio dei politici e dei loro giornalisti di riferimento-, nessuna legge, neppure la più dettagliata ed efficace, sarà mai sufficiente. Il testo approvato è, da molti punti di vista, molto buono e metterà a disposizione dei magistrati strumenti più incisivi. Discutibile, invece, appare il restringimento dell’uso delle intercettazioni telefoniche nelle indagini, anche se non soltanto alcuni politici, ma diversi giornalisti e gli opinionisti che ritengono di essere à la page mostrando un volto ipergarantista, avrebbe desiderato un giro di vite.
Da vent’anni è la stessa “narrazione”: le intercettazioni mettono in piazza anche fatti privati giuridicamente irrilevanti, ma lesivi dell’onorabilità di persone talvolta neppure indagate(da ultimo è il caso di D’Alema). Accogliendo questa obiezione, quello che deve essere meglio regolamentato non è l’intercettazione in sé, ma la diffusione e la pubblicazione di quei testi. Accertate le responsabilità dei magistrati che fanno “filtrare” i dettagli e dei giornalisti che, per amore, non della verità, ma dello scoop, li pubblicano, toccherebbe ai codici di comportamento delle due categorie porre un argine agli eccessi, in qualche caso gravi. Buttare la bambina (l’intercettazione) con l’acqua sporca (rapporti incestuosi fra alcuni magistrati e alcuni giornalisti) non è una soluzione apprezzabile. Soltanto l’integrità dei magistrati, da punire tutte le volte che la violano, e la correttezza dei giornalisti, a loro volta da espellere dall’Ordine tutte le volte che macchiano la reputazione degli inquisiti e dei loro interlocutori, porranno un freno alla tentazione di fare di tutta l’erba un fascio.
Infine, è essenziale che tutte le associazioni professionali vigilino sul comportamento dei loro associati e di coloro che sono attivi nel loro rispettivo settore. Gli avvocati prezzolati, gli imprenditori che pagano tangenti, le cooperative che distorcono il mercato debbono essere messi fuori gioco. La legge approvata colpirà i comportamenti corrotti. Il resto lo debbono fare coloro che credono nella competizione secondo le regole, nel merito e nel premio da dare a chi sa lavorare di più e meglio. Almeno, questo è l’obiettivo da perseguire.
Pubblicato AGL 2 aprile 2015