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L’Europa non si fida dell’Italia
Periodicamente, un esponente della Commissione Europea ricorda al governo italiano, forse a tutti gli italiani, con toni seri e, talvolta, perentori che, no, non stiamo mettendo abbastanza in ordine il sistema economico. Magari, i Commissari riconoscono gli sforzi fatti, li incoraggiano, i più gentili fra loro, come il francese Pierre Moscovici, si complimentano per la strada intrapresa, ma il messaggio non cambia: troppo poco il fatto, moltissimo l’ancora da fare. Questa volta è toccato al vice-presidente della Commissione, il finlandese Jyrki Katainen, affermare che “tutti possono vedere dai numeri che la situazione in Italia non sta migliorando”. La risposta sbagliata a Katainen è stata data da coloro che si sono affrettati a notare che quando lui era Primo ministro della Finlandia, l’economia del suo paese ha avuto non poche difficoltà. A parte che “mal comune [ma il male finlandese è di moltissimo inferiore a quello italiano] mezzo gaudio” non produce nessun miglioramento per l’Italia, la risposta Gentiloni e Padoan la debbono dare con i dati della Legge di Bilancio 2018 che è in discussione nelle aule del Parlamento.
Oltre ad essere fondate su un ineludibile dato di fatto, vale a dire il debito pubblico italiano che continua a trovarsi al disopra del 130 per cento del Prodotto Nazionale Lordo e che, di conseguenza, costa alcuni miliardi di euro per interessi, le affermazioni/valutazioni di Katainen sono un monito e una preoccupazione: bisogna fare di più, attenzione al futuro prossimo. L’economia italiana continua a crescere alquanto meno della media degli Stati-membri dell’Unione Europea. Ma, qui sta la parte forte del monito di Katainen, le riforme programmate debbono essere portate a compimento, in particolare quella dell’età pensionabile. Poi viene la preoccupazione. L’Italia sta entrando in una campagna elettorale che sarà alquanto prolungata e tormentata. Katainen teme, e con lui, sicuramente non pochi altri Commissari, che partiti e dirigenti italiani si lancino in promesse “economiche” che non potranno mantenere, ma che, se le mantenessero, farebbero deragliare il treno della ripresa. Gli si potrebbe replicare che i rimproveri della Commissione rischiano di essere utilizzati proprio dai “sovranisti” alla Salvini e alla Meloni che potrebbero annunciare che loro imposteranno una politica economica più attenta ai bisogni degli italiani respingendo le interferenze europee. Difficile dire, a questo punto, in quale misura il Movimento Cinque Stelle vorrà sfidare o tenere conto delle compatibilità.
Più o meno all’unisono, soprattutto per non farsi scavalcare dai concorrenti, i capi dei partiti italiani sosterranno che l’Unione dovrebbe preoccuparsi meno del rigore e più della crescita. Qualcuno vorrà andare a Bruxelles a battere i pugni sul tavolo, promesse da marinaio, comunque rimaste senza seguito. Notoriamente, sul rigore, da praticare non soltanto nei confronti dell’Italia, si ricompatta uno schieramento che segue la Germania e di cui fa parte anche la Finlandia (oltre a Olanda, Svezia, Paesi Baltici). La politica italiana ha due punti deboli. Il primo è quello di non trovare alleati sufficientemente forti e duraturi. Il detto inglese “se non puoi batterli [gli avversari] unisciti a loro” è difficile da mettere in pratica per i governi italiani che, nonostante le speranze derivanti dalla vittoria di Macron, l’alleato di peso nella Francia proprio non l’hanno trovato. Il secondo punto debole è quello finora risultato insuperabile: l’Italia non è sufficientemente credibile. I suoi governi fanno promesse a Bruxelles alle quali a casa non danno seguito. Continuano periodicamente, forse il governo Gentiloni meno dei suoi predecessori, ad attribuire le difficoltà all’Unione e a non assumersi le proprie responsabilità. Di fronte a chi è credibile si possono allentare i vincoli, i cordoni della borsa. All’Italia, dice Katainen, con tono fin troppo severo, no.
Pubblicato AGL il 17 novembre 2017
Cinque lezioni dal voto in Sicilia
Il dopo elezioni regionali siciliane è stato segnato da manipolazioni e errori interpretativi. Primo, no, la Sicilia non è un laboratorio, né nel bene né nel male, per partiti e coalizioni. In un paese molto differenziato, laboratorio non è nessuna regione, per fare due esempi, né la Liguria né il Veneto. Tuttavia, qualche lezione “individuale” e precisa può essere tratta. Se il centro-destra si presenta unito dietro un candidato è molto competitivo e può risultare vincente, ma questo non basterà né in Emilia-Romagna né in Toscana. Invece, lezione vera, se il PD di Renzi raccoglie soltanto frattaglie di alleati, competitivo non sarà né in Sicilia né in Veneto né in Lombardia. Se non vince molti seggi in queste regioni, quasi sicuramente perderà le elezioni politiche. Se il PD non cerca e non trova nessun accordo con il Movimento Democratico e Progressista non farà molta strada. Non è vero che le elezioni si vincono al centro. Si possono vincere anche a sinistra purché la coalizione sia equilibrata e delicatamente guidata. Seconda grande lezione: dal maggio 2014 il PD di Renzi e Renzi stesso non hanno fatto che collezionare sconfitte elettorali più o meno brucianti.
“Blindare” il segretario che, proprio in quanto tale, è responsabile dell’andamento del suo partito farà anche bene al segretario, che si commuoverà per tanto affetto (o non è piuttosto la speranza di essere da lui ricandidati?), ma fa piuttosto male al partito. Fanno molto male al PD coloro che confrontano i suoi risultati, altrove e in Sicilia, con quelli del PCI. Infatti, il Partito Democratico dovrebbe essere PCI più DC (incidentalmente, Alternativa Popolare di Alfano è andata abbastanza male). Buttare la palla in tribuna sostenendo che la sconfitta era “annunciata” e lodare il segretario perché l’ha “ammessa” sono giochi da bambini alle scuole elementari. Per chi ha fatto almeno tutta la scuola dell’obbligo s’impone la riflessione accompagnata da suggerimenti operativi che solo un partito nel quale la maggioranza non si autoblinda è in grado di formulare. Terzo, no, in Sicilia non hanno vinto i “moderati”, come stancamente ripete Berlusconi. Non è mai chiaro chi siano i moderati, mentre molto chiaro è che Nello Musumeci viene dalla tradizione missina che mai moderata fu e non è il candidato voluto da Berlusconi, ma identificato e sostenuto con vigore e coerenza da Giorgia Meloni. No, la Sicilia non ha affatto risolto il problema della leadership nel centro-destra. Quarto, raramente in politica si assiste a vittorie morali, dei puri e dei duri ai quali sono mancati i voti per la vittoria che conta: quella del seggio o della carica. Prima il Movimento Cinque Stelle prende atto di una realtà inoppugnabile meglio sarà per lui (e per i suoi elettori).
Chi non trova alleati quand’anche risulti il partito più votato, e le Cinque Stelle lo sono stato alla grande, potrà anche arrivare in testa alle elezioni politiche, ma, per colpa della legge Rosato (su questo punto e non solo formulata appositamente contro i pentastellati) non arriverà al governo del paese. Nelle democrazie parlamentari europee che offrono tutti i casi rilevanti, i governi sono, tranne rare eccezioni, composti, sostenuti e fatti funzionare da coalizioni di partito. Gli intransigenti rimarranno puri, duri e all’opposizione forse provocando dopo il voto la delusione in molti loro elettori, ma, peggio, scoraggiando alcuni potenziali elettori che giungono alla conclusione che il voto dato a chi non andrà al governo è un voto inutile, ovvero sprecato. Ultima lezione: poco meno del 54 per cento di siciliani hanno deciso di non sprecare la loro domenica andando a votare. Invece di fare finta di comprendere il loro “malessere”, il loro stato di disagio, le loro difficili condizioni di vita, politici e commentatori farebbe meglio a affermare chiaramente che chi non vota rinuncia colpevolmente a parte della sua sovranità senza ottenere nulla. Il suo è davvero un non-voto inutile.
Pubblicato AGL l’8 novembre 2017
Una riforma che soffocherà la voce dei cittadini
I Democratici s’affannano a sostenere che la legge elettorale che porta il nome latinizzato (Rosatellum) del capogruppo del Partito Democratico alla Camera dei Deputati Ettore Rosato è buona, la migliore nelle condizioni date. Se fosse così buona non si capirebbe perché la sua approvazione abbia dovuto essere imposta con un voto di fiducia alla Camera dei Deputati e cinque voti di fiducia al Senato subendo le “pressioni esterne”del segretario del PD Matteo Renzi, denunciate dal Presidente Emerito Napolitano. Dopo avere urlato che l’Italicum era una straordinaria legge elettorale poiché avremmo tutti conosciuto il nome del vincitore la sera stessa del voto e ci sarebbe stato un partito (mai una litigiosa coalizione) che, grazie al premio in seggi, avrebbe garantito la governabilità, i renziani hanno scritto e imposto una legge che non consentirà di conoscere subito il vincitore (elemento, comunque, nient’affatto importante), che il vincitore non sarà mai un partito e neppure una coalizione poiché né la coalizione che farà il PD né quella che, fantasiosamente, metterà insieme Berlusconi avranno la maggioranza assoluta dei seggi, che la prossima coalizione di governo, inevitabilmente esposta a tensioni e compromissioni sarà un pateracchio fra centro-sinistra e centro-destra. Dunque, non ci saranno le premesse per la tanto desiderata governabilità che, incidentalmente, dipende non soltanto dai numeri, ma dalle competenze e dalla qualità della leadership politica che è lecito dubitare esistano in maniera abbondante nei due schieramenti.
Quanto alla rappresentanza delle preferenze, degli interessi, degli ideali dei cittadini viene tutta sacrificata alle esigenze dei partiti, delle correnti e dei loro capi: avere parlamentari fedeli, consapevoli di essere debitori del loro seggio e della loro futura eventuale ri-candidatura a chi li ha designati. Infatti, agli elettori italiani questa legge nega tutto quello che hanno gli elettori delle altre democrazie parlamentari. Gli italiani potranno soltanto tracciare una crocetta. Se lo fanno sul nome del candidato nel collegio uninominale il loro voto si estende a tutti i partiti che compongono la coalizione della quale quel candidato è espressione (e viceversa). Ad esempio, votando il candidato del PD il voto andrà anche, probabilmente, alla lista di Alfano. Altrove, invece, come in Francia il collegio è uninominale davvero e il voto va a ciascun specifico candidato oppure, come in Germania, il voto è doppio e disgiunto. È possibile scegliere un candidato nel collegio uninominale e un partito diverso nella lista proporzionale. Altrove, ancora, nella maggioranza degli Stati membri dell’Unione Europea ci sono modalità diverse grazie alle quali gli elettori possono sovvertire la lista stilata dai capipartito dei candidati del loro partito.
Stanno circolando le cosiddette simulazioni sulle conseguenze che la legge Rosato avrà sul prossimo Parlamento. A cinque mesi dalle elezioni quelle simulazioni non sono molto significative. Certo, potremmo anche rallegrarci alla notizia che Rosato perderà nel suo collegio uninominale, ma sappiamo che, grazie alle candidature multiple potrà essere capolista in cinque circoscrizioni cosicché il suo trionfale ritorno a Montecitorio è garantito. Una buona legge elettorale non deve essere fatta per garantire i dirigenti di partito e i seggi loro e dei loro fidati e fedeli (servili?) collaboratori. Non soltanto gli elettori non avranno nessuna influenza su chi andrà in Parlamento, ma i predestinati non avranno nessun interesse a rapportarsi a elettori che non conoscono e dai quali non è dipesa la loro elezione e non dipenderà la loro ri-elezione. Asfaltata la rappresentanza politica, dunque, grazie alla pessima formulazione di Rosato, se ne va anche la responsabilità/responsabilizzazione degli eletti. Zittiti i parlamentari con il voto di fiducia, la nuova legge elettorale, per qualche verso quasi peggiore del Porcellum, soffocherà quasi completamente la voce dei cittadini italiani.
Pubblicato AGL il 27 ottobre 2017
Atto nel segno del populismo
Con un inusitato atto di violenza populista che ha colto di sorpresa il Presidente del Consiglio e il Ministro dell’Economia, quasi tutto il gruppo dei deputati del Partito Democratico ha approvato una mozione che sostanzialmente dichiara la contrarietà del segretario del loro Partito a rinnovare il mandato al Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. La mozione è giunta sostanzialmente inaspettata mentre Renzi, che l’ha ispirata e avallata, iniziava il suo viaggio ferroviario pre-elettorale (e mentre una apposita Commissione parlamentare sta “investigando” lo status e l’attività delle banche italiane, Banca d’Italia compresa). Non si è fatta attendere, alquanto indispettita, nella misura in cui glielo consente la sua personalità, la reazione del Presidente della Repubblica che l’ha affidata all’agenzia internazionale Reuters quasi a volere informare soprattutto gli operatori economici stranieri. Se sapesse infuriarsi, il Presidente del Consiglio lo sarebbe moltissimo così come il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Senza indulgere in nessuna illazione, ad esempio, quella che Visco è divenuto malvisto a Renzi proprio perché Bankitalia indaga su misfatti di banche in qualche modo collegate con il segretario del PD, con la sua fidata sottosegretaria Maria Elena Boschi, con loro parenti, quella mozione va valutata da due prospettive. La prima è quella europea. Proprio mentre la politica dell’Unione nei confronti delle banche dei diversi Stati-membri annuncia rinnovato rigore, indebolire in qualsiasi modo la Banca Centrale di uno Stato-membro ad opera del partito di maggioranza manda un segnale pericoloso, di una discontinuità che difficilmente potrebbe essere considerata positiva e di apertura di un conflitto non destinato ad essere facilmente ricomposto. Ne va della credibilità del sistema Italia sulla scena europea, in particolare poiché il conflitto nasce e si situa nel cuore del governo contrapponendo il segretario del Partito democratico al Presidente del Consiglio espressione di quel partito. Per quel che riguarda la situazione nazionale, va rilevato come la mozione dei deputati del PD, più volte limata e depurata (secondo alcune fonti retrosceniste la prima versione era sostanzialmente equiparabile un voto di piena sfiducia nei confronti del Governatore in carica), sembra avere rincorso la mozione dei deputati del Movimento Cinque Stelle da tempo molto critici non solo di Ignazio Visco, ma della Banca d’Italia in quanto istituzione. Dunque, il partito che Renzi dichiara costituire l’argine contro i populisti, che, secondo lui, si trovano sia a destra sia dentro le Cinque Stelle, si sposta lui stesso su posizioni populiste. Notoriamente, quando i populisti elaborano un discorso sulle istituzioni, il cuore è costituito da una sequenza di affermazioni semplici, semplicistiche, trancianti: il potere deriva del popolo, dal popolo viene esercitato attraverso le elezioni, chi ottiene il mandato politico-elettorale dal popolo sta al di sopra delle istituzioni. Secondo loro, chi ha (avuto) più voti deve contare più del Parlamento, della Magistratura e, ovviamente, della Banca d’Italia. Fra i nemici del popolo i banchieri occupano regolarmente una posizione privilegiata. Attraverso il gruppo parlamentare dei suoi deputati, ai quali il segretario del PD ha forse ricordato che sta arrivando il tempo delle ri-candidature, Renzi pretende di dettare la linea della non riconferma di Visco interferendo pesantemente nei poteri del capo del suo governo e del Ministro dell’Economia, ai quali spetta, unitamente al Consiglio direttivo della Banca d’Italia, la designazione del Governatore, e nella prerogativa del Presidente della Repubblica al quale, ovviamente, consultato in precedenza, spetta di ratificare la nomina. Quando un partito tenta di imporre le sue preferenze alle istituzioni che svolgono compiti chiaramente definiti dalla legge non è possibile non cogliere un grave e pericoloso sconfinamento populista.
Pubblicato AGL il 19 ottobre 2017
Le sinistre che odiano la leadership
Pisapia se n’è andato, forse, e, come ironizzano i social, ha lasciato sole (e viceversa) le altre piccole sparse membra della sinistra: il Movimento Democratico e Progressista, Possibile, Sinistra Italiana. Non posso scrivere “chi più ne ha più ne metta” poiché di organizzato, a sinistra, c’è ben poco d’altro. D’altronde, Pisapia aveva proposto un Campo (ancorché Progressista) non una modalità organizzativa quello che, invece, a mio parere giustamente, desiderano i politici di MDP. Prima il Campo oppure prima il Programma e, prima o poi, vista la dichiarata indisponibilità dello stesso Pisapia, il/un leader? Purtroppo per loro, le sinistre hanno sempre avuto delle idiosincrasie negative nei confronti della leadership. Infatti, l’avvento di Renzi, quanto sia leader si vedrà, ma certamente e fermamente ha voluto esserlo, ha scompaginato la sinistra. È proprio sulla leadership di Renzi che si è arenata l’operazione, peraltro già con molti elementi di ambiguità suoi propri, condotta da Pisapia.
È chiaro, ovvero dovrebbe esserlo, che non può esistere nessuna riaggregazione a sinistra che consideri nemico il più grande partito che si trova da quelle parti, il Partito Democratico, situato a cavallo fra sinistra e centro. Se Tomaso Montanari e Anna Falcone di Alleanza popolare per la democrazia e l’eguaglianza sostengono che il PD è una variante della destra italiana, non soltanto sbagliano, ma sicuramente faranno pochissima strada. Per Pisapia e per quasi tutti gli altri esponenti nella sinistra il PD è, giustamente, un interlocutore. Nessuna sinistra italiana sarà in grado di vincere (questo verbo quasi non ha senso) le elezioni contro il PD, senza il PD. Assodato che il PD debba essere un interlocutore delle sinistre, è, però, strutturalmente, anche un competitore. Tuttavia, il gioco elettorale non è necessariamente “a somma zero”, vale a dire che le sinistre guadagnano quello che il PD perde e viceversa se le sinistre vanno male questo farebbe automaticamente bene al PD. Il gioco è molto più complicato, a cominciare dal coinvolgimento o no degli astensionisti, non di tutto il grosso modo 25 per cento di quelli che non hanno votato nel 2013, ma almeno del 10-12 per cento che, con un’offerta programmatica, di leadership e di governo, sceglierebbero di tornare a votare. Vi si potrebbe aggiungere una parte di elettori che scelsero il Movimento Cinque Stelle nel 2013 e che non sono propriamente entusiasti delle prove nazionali e locali date dai suoi esponenti.
Anche se la politica non si dovrebbe fare con i risentimenti e con i rancori, è evidente che lo scoglio più grosso nei rapporti dentro e fra le sinistre è costituito dalla figura di Matteo Renzi, dalle sue esternazioni, amplificate dai suoi seguaci e dal suo prossimo eventuale ruolo. Dopo avere detto ripetutamente no alle coalizioni, Renzi le ha riscoperte di recente (bastava che guardasse oltre le Alpi e avrebbe visto che tutti i governi delle democrazie parlamentari sono coalizioni) e adesso dichiara la sua disponibilità. Le varie sinistre sanno che dovranno comunque fare una coalizione in parlamento (se ci entreranno) e che quella coalizione ha un unico alleato plausibile: il PD, a meno che qualcuno già pensi ad offrirsi come alleato del Movimento Cinque Stelle. Vantandosi di avere avuto due milioni di voti per la sua rielezione (in realtà, meno di due milioni furono i votanti e 1.257 mila i voti per Renzi), il segretario del PD non intende farsi da parte. Però, proprio questo è l’obiettivo delle sinistre, forse anche di Pisapia: non averlo come capo. Per non perdere altro tempo, c’è una soluzione: presentare le liste, fare campagna elettorale, contare i voti ai quali, grazie alla proporzionale, corrisponderanno i seggi e si vedrà se e chi andrà a guidare il governo. In sostanza, invece di scambiarsi insulti e indulgere in rancori, è giunta l’ora che le sinistre parlino con i cittadini e si organizzino sul territorio. Le sinistre liquide faranno certamente una brutta fine.
Pubblicato AGL il 10 ottobre 2017
Il braccio di ferro della Merkel
Premesso che le Grandi Coalizioni non sono il male assoluto, ma una modalità di formazione dei governi nelle democrazie parlamentari, CDU e SPD hanno perso voti non perché protagonisti della Grande Coalizione 2013-2017, ma per le politiche che hanno attuato/sostenuto, in materia d’immigrazione e di politica economica e sociale nell’Unione Europea. Immediatamente ripudiata dal molto sconfitto Martin Schulz, candidato della SPD, la Grande Coalizione è tuttora numericamente possibile. Potrà persino diventare politicamente praticabile. Su un punto, però, Schulz ha ragione da vendere: non si può lasciare il ruolo di opposizione parlamentare (e sociale) ad Alternative für Deutschland. Sbagliano la maggioranza dei commentatori quando molto sbrigativamente etichettano l’AfD come movimento/partito populista. No, primo, non tutto quello che non piace ai democratici sinceri e progressisti è populismo, brutto, cattivo e irrecuperabile. Secondo, la piattaforma programmatica di AfD comprende almeno tre tematiche: i) la difesa dei tedeschi, quelli che parlano il tedesco, hanno precisato alcuni dirigenti del partito, contro l’immigrazione eccessiva e incontrollata accettata/incoraggiata dalla cancelliera Merkel; ii) una posizione più dura in Europa contro gli Stati-membri che sgarrano, ma anche minore disponibilità ad andare a soluzioni quasi federaliste; iii) qualche, talvolta eccessiva, pulsione che non accetta tutta la responsabilità del passato nazista e che, talvolta, ne tenta un (odioso, l’aggettivo è tutto mio) recupero.
Facendo leva solo sulle “pulsioni”, nel passato, partiti di stampo neo-nazista erano riusciti ad arrivare nei pressi della soglia del 5 per cento, rimanendo esclusi dal Bundestag. Insomma, almeno l’8 per cento degli elettori dell’Afd, che ha ottenuto quasi il 13 per cento dei voti, è contro l’Unione Europea com’è e i migranti. Questa posizione è condivisa dai quattro di Visegrad, Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia e Ungheria. Poiché due terzi dei voti di AfD provengono dai Länder della Germania orientale è lecito dedurne che non è stato fatto abbastanza per superare democraticamente culture nazionaliste e xenofobe che i regimi comunisti avevano superficialmente mascherato. Non si cancelleranno quegli infausti retaggi colpevolizzando gli elettori di AfD quanto, piuttosto, premendo sulle contraddizioni interne al movimento/partito. Con ogni probabilità, Angela Merkel farà una coalizione con i Verdi, affidabilmente europeisti, e con i Liberali, blandamente europeisti, direi europeisti à la carte, inclini a sfruttare tutti i vantaggi di cui la Germania già gode pagando il prezzo più contenuto possibile. Qui, rientra in campo, la Cancelliera con il suo potere istituzionale, con il suo appena intaccato prestigio politico, con la sua ambizione personale mai sbandierata a entrare nella storia.
Il lascito del suo mentore, Helmut Kohl, cancelliere per 16 lunghissimi e importantissimi anni 1982-1998, è consistito sia nel successo della quasi fulminea riunificazione sia nella sua infaticabile azione europeista della quale il Trattato di Maastricht e l’Euro sono i due più luminosi risultati. Vorrà la Cancelliera uscire a testa alta dal suo lungo periodo di governo avendo operato per spingere l’Unione Europea ancora più avanti in termini economici e sociali, se non anche politici? L’asse franco-tedesco non può in nessun modo essere messo in discussione. Allora, l’interrogativo è se, consumata la Brexit, Italia e Spagna sapranno cogliere l’opportunità di inserirsi costruttivamente nei rapporti fra la Germania della Merkel e la Francia di Macron. La consapevolezza che nessuno dei grandi problemi, economici e sociali, può essere risolto dagli Stati nazionali e dai “sovranisti” più o meno populisti potrà costituire l’elemento comune per inaugurare le politiche europee necessarie. È un compito per il quale la Merkel, politicamente indebolita, ma oramai liberata dall’esigenza di prossime campagna elettorali, è in grado di attrezzarsi e di svolgere.
Pubblicato AGL il 26 settembre 2017
Uno sciopero che non serve #ScioperoUniversità
Sciopero dei professori universitari: contro chi? contro il governo che, bloccati da diversi anni gli scatti di stipendio (con conseguenze nefaste anche per chi in questi anni è andato in pensione), non sembra intenzionato a procedere agli adeguamenti. Dunque, uno sciopero forse utile per attirare l’attenzione (ma di chi?), ma decisamente corporativo. Certo, lo sciopero, anche qualora fosse vittorioso, non risolverà nessuno dei problemi dell’Università italiana a cominciare da quello attualmente saliente, vale a dire l’asserita necessità del numero chiuso per alcune facoltà. Non sappiamo quali sarebbero le proposte degli scioperanti su questo argomento, quanti e quali studenti ammettere, addirittura tutti coloro che, superata la maturità, fanno domanda? È in questo modo che debbono essere interpretati gli articoli 33 e 34 della Costituzione sul diritto allo studio oppure si può sostenere che la prescrizione di “un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole” valga anche per l’accesso alle singole facoltà? Non farebbero meglio i professori a uscire dalla richiesta salariale corporativa argomentando che vogliono un’università migliore per tutti, a cominciare dagli studenti? Dunque, è nell’interesse degli studenti stessi essere orientati alla Facoltà per le quali appaiono meglio dotati, alle Facoltà in grado di provvedere insegnamenti adeguati perché non sovraffollate e dotate di laboratori e biblioteche che offrono il migliore dei servizi?
Invece, allo stato attuale, lo sciopero dei professori colpisce proprio gli studenti impedendo loro di dare gli esami. Per alcuni si tratterà, seppur con piccolo disagio, di aspettare l’appello successivo. Per altri, invece, il posticipo potrebbe creare gravi inconvenienti per la laurea e per la frequenza di università straniere nelle quali i corsi sono già cominciati. Non sarebbe stato preferibile per i professori che, pure, dovrebbero saperne di più, escogitare nuove forme di “lotta”? Da tempo, molti sostengono che lo sciopero è superato, peggio, che colpisce proprio i ceti più deboli che sostanzialmente sono gli utenti dei servizi pubblici (e l’Università è un servizio pubblico), raramente apportando vantaggi alla collettività. È troppo chiedere che i professori universitari ragionino anche, meglio se soprattutto, in termini di miglioramento complessivo del servizio che offrono agli studenti e per esteso alla società italiana? Lo so, lo so che i miei ex-colleghi sosterrebbero che, da un lato, c’è l’adeguamento dello stipendio, dall’altro, molto diverso e distante, lato, stanno gli ordinamenti burocratici che nessuno riesce a cambiare se non, qualche volta, in peggio.
Proprio per questa difficoltà di cambiamento ad opera della burocrazia ministeriale, l’iniziativa dovrebbe partire dai proff. Sono loro che sanno più di chiunque altro che cosa non va, ed è molto. Sono loro che sanno anche quali soluzioni immediate, Facoltà per Facoltà, sarebbero possibili e di facile attuazione. Invece, a fronte di soluzioni che implichino cambiamenti dello status quo e controllo dei comportamenti (che sarebbero opportuno fosse effettuato anche dagli stessi studenti), spesso la maggioranza dei proff si trincera arcignamente dietro il primo comma dell’art. 33: “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. L’esito è sotto gli occhi di tutti, in particolare di coloro che leggono le graduatorie internazionali delle Università nelle quali l’Italia, collocata con i suoi atenei migliori nei pressi delle posizioni 180-200, non brilla. Ben venga l’adeguamento degli stipendi, peraltro, già adesso comparativamente accettabili, in attesa della prossima battaglia per il miglioramento della preparazione dei docenti, della loro capacità di insegnamento e di ricerca (i “cervelli” che se ne vanno all’estero segnalano che in Italia né l’insegnamento né la ricerca sono adeguatamente svolti e premiati).
Pubblicato AGL 13 settembre 2017