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Purché sia davvero tedesca
“Conoscere il vincitore la sera delle elezioni”. “Avere un governo eletto dagli italiani”. “Il premio di maggioranza assicura la governabilità”. All’insegna di queste frasi, altrove, nelle democrazie parlamentari, assolutamente prive di senso, i berlusconiani e i renziani hanno fatto ampia opera di cattivi maestri elettorali e costituzionali. Giunti sull’orlo dell’abisso, che per loro sarebbe una vittoria elettorale e conseguente governo del Movimento 5 Stelle, Renzi e Berlusconi hanno cambiato rotta. Predicatori del maggioritario si sono buttati nelle braccia di una legge elettorale proporzionale. Qualcuno è forse riuscito a spiegare a entrambi che con la proporzionale nessuno vince mai tutto e nessuno perde mai definitivamente. Sembrano avere scelto la legge tedesca che si chiama rappresentanza proporzionale personalizzata. Certamente, nel panorama dei sistemi proporzionali, la legge tedesca è una delle miglior. Ha funzionato ottimamente per oramai quasi settanta anni. In Germania nessuno ne chiede l’abbandono poiché garantisce condizioni eque a tutti i partiti esistenti e scalpitanti. Ha dato buona rappresentanza politica ai cittadini tedeschi, prima e dopo l’unificazione. Grazie al doppio voto attribuisce loro significativo potere. Metà dei parlamentari sono eletti in collegi uninominali metà su liste di partito. È il voto per il partito, purché superi la soglia del 5 per cento, che serve a stabilire quanti seggi quel partito nel Bundestag: tot voti tot seggi. Consente anche a minoranze concentrate, se vincono tre seggi uninominali, di portare in Parlamento il numero di eletti pari alla percentuale di voti ottenuta. Non è affatto vero che la proporzionale personalizzata tedesca conduce inesorabilmente a Grandi Coalizioni che sono, invece, l’esito possibile, ma non obbligato, di una scelta dei dirigenti di partito. Infine, rivelatisi privi dei voti necessari, ma anche miserevolmente formulati dal punto di vista tecnico tutti gli altri improvvisati tentativi di scrittura di sistemi elettorali con chiari intenti particolaristici, la legge tedesca è un ottimo approdo. Purché.
Il “purché” merita di essere argomentato. I sistemi elettorali sono, per l’appunto, sistemi, non supermercati nei quali i consumatori scelgono secondo le loro mutevoli preferenze. Sistema vuole dire che le diverse componenti si tengono insieme, si influenzano, funzionano per l’appunto in relazione con ciascuna delle altre componenti. Dunque, chi vuole la legge elettorale tedesca deve fissare la soglia di accesso al Parlamento al 5 per cento, non per cattiveria, ma per incentivare i partiti piccoli ad associarsi per non scomparire (salvo ritornare nel Parlamento se e quando avranno saputo riacquisire abbastanza consenso). I due voti debbono potere essere disgiunti, vale a dire per un candidato nel collegio uninominale e per la lista di un partito, anche diverso da quello del candidato. Non debbono essere agganciati alla legge elettorale tedesca vagoncini come un piccolo, forse inutile premio di maggioranza, un diritto di tribuna e altri regalini che distorcano la rappresentanza politica proporzionale.
È molto probabile, sulla base delle preferenze rivelate dagli elettori nei sondaggi, che il primo posto se lo giocheranno le Cinque Stelle e il PD, a meno che si compia il miracolo di un centro-destra che si riaggrega. Dunque, il prossimo governo, se si voterà (meglio a scadenza naturale) con la legge tedesca presa nella sua integrità e senza stravolgimenti, sarà di coalizione. I voti degli elettori decideranno a chi toccherà iniziare, sotto la guida del Presidente della Repubblica, la complessa operazione di formazione del prossimo governo. Nulla di inusitato, né per l’Italia né, tantomeno, per le democrazie parlamentari. I governi nascono, vivono e, talvolta, muoiono in Parlamento in maniera trasparente intorno ad un programma condiviso e concordato fra coloro che di quella maggioranza faranno parte. Dopo vent’anni di scorribande particolaristiche, l’Italia avrà la possibilità di tornare a fare parte a pieno titolo delle democrazie parlamentari nella speranza, ahinoi, al momento non proprio fondatissima, che i politici italiani abbiano finalmente imparato abbastanza.
Pubblicato AGL il 31 maggio 2017
Elettori senza potere
L’ultima, almeno fino ad oggi, proposta del Partito Democratico per la legge elettorale non è né, come preannunciato tempo fa da Renzi, il Mattarellum, né, come detto, più di recente, sempre da Renzi, il sistema elettorale tedesco. Il molto volubile e manovriero segretario del PD è approdato a una legge che attribuirebbe il 50 per cento dei seggi in collegi uninominali (nel Mattarellum i seggi così attribuiti erano il 75 per cento) e il rimanente 50 su una lista corta e bloccata, vale a dire senza la possibilità per l’elettore di dare un voto o più di preferenza (dov’è sparita la parità di genere?) Inoltre, non può esserci difformità fra il voto al candidato nel collegio uninominale e il voto per la lista “proporzionale”. Anzi, questo tipo di voto sarebbe considerato nullo cosicché il voto per il candidato trascinerà il voto sulla lista con effetti, da un lato, maggioritari, dall’altro, di riduzione del potere di scelta degli elettori. I partiti che non saranno riusciti a eleggere nessun candidato nei collegi uninominali entreranno in Parlamento esclusivamente se avranno ottenuto almeno il 5 per cento dei voti su scala nazionale. Nel Mattarellum la soglia era 4 per cento; nel sistema tedesco è 5 per cento, con la possibilità di ingresso nel Bundestag anche per minoranze di qualsiasi tipo purché concentrate, quindi, in grado di eleggere almeno tre candidati nei collegi uninominali.
Nel complesso, la distribuzione dei seggi nel sistema elettorale tedesco è del tutto proporzionale fra i partiti che hanno superato la soglia del 5 per cento. Inoltre, gli elettori possono utilizzare i loro due voti come desiderano, scegliendo il candidato di un partito e la lista di un altro partito, spesso dando in questo modo una significativa indicazione della coalizione di governo che preferiscono. In sostanza, Renzi ha scelto, sembra su indicazione di Denis Verdini (però, eviterei di chiamare questo sistema “verdinellum”), una legge elettorale con effetti considerevolmente maggioritari. Se il centro-destra non procede a candidature unitarie nei collegi uninominali rischia di non vincerne nessuno tranne, forse, quelli che in alcune zone del Nord potrebbero essere appannaggio della Lega. Il Movimento 5 Stelle è competitivo e, forse, la scelta, tutt’altro che facile, di candidati anche non particolarmente conosciuti per i collegi uninominali, non lo penalizzerà troppo (ma un po’ probabilmente sì). Con il 30 per cento circa dei voti, il PD otterrà sicuramente molte più del 30 per cento di vittorie nei collegi uninominali. Sommandovi il 30 per cento e più (quanti di più dipenderà dal numero di partiti che superando la soglia del 5 per cento avrebbero accesso alla distribuzione dei seggi proporzionali) di seggi ottenuti con le liste proporzionali, il PD potrebbe avvicinarsi alla maggioranza assoluta sia alla Camera sia, più probabilmente, al Senato.
Quanto all’approvazione della legge alla Camera, nella cui aula la discussione è previsto inizi il 5 giugno, non sembrano esservi dubbi data la maggioranza gonfiata di cui gode il Partito Democratico. Al Senato, la maggioranza il PD dovrà costruirsela (è un eufemismo), magari con la promessa di un pugno di seggi sicuri a chi andrà in suo soccorso. Dopodiché, toccherà ai “tecnici” disegnare e ritagliare i collegi, operazione tutt’altro che facile e che richiederà tempo, ma non è comunque il caso di continuare con il tormentone delle elezioni anticipate. Purtroppo, gli elettori italiani continueranno ad avere pochissimo potere poiché le fatidiche crocette non potranno passare dal candidato “uninominale” di un partito alla lista di un partito diverso anche se preferibile (o viceversa). La scelta della potenziale coalizione di governo, prodotta da accordi pre-elettorali, potrà anche non essere loro comunicata in anticipo. Tutto il “gioco” resta nelle mani dei partiti, dei loro dirigenti e, naturalmente, dei parlamentari paracadutati e trasformisti. Non finisce qui.
Pubblicato AGL 22 maggio 2017
Premiato chi ha giocato in nome dell’Europa
Prima di buttarsi a capofitto nei paragoni sbagliati Francia-Italia, che denotano un misto di ignoranza e malafede, è opportuno mettere in evidenza gli insegnamenti importanti dell’elezione presidenziale francese. Al ballottaggio ha vinto il candidato che ha fatto dell’Europa, così com’è, ma anche come vorrebbe che fosse, il cuore della sua campagna elettorale e del suo messaggio politico. In maniera persino commovente il suo discorso della vittoria di fronte al Louvres è stato accompagnato dalle note dell’Inno alla Gioia della Nona Sinfonia di Beethoven che è anche l’Inno ufficiale dell’Europa. Il 66 per cento dei francesi hanno segnalato con il voto che credono che il loro futuro migliore si costruirà dentro l’Unione Europea e che Emmanuel Macron è l’uomo più credibile per rappresentare le loro preferenze, i loro interessi e i loro ideali a Bruxelles. Fino ad ora, sulla scena politico-elettorale europea non s’era visto nulla di tanto esplicitamente e coerentemente europeista. Anzi, i candidati a cariche elettive usa(va)no abitualmente l’Europa come capro espiatorio di quello che non va nel loro paese oppure come alibi delle riforme che dovrebbero fare se rispettassero gli impegni presi a Bruxelles. Altrove, ad esempio, in Italia, l’Europa è identificata con gli Eurocrati, i Burocrati e i Tecnocrati che applicano regole senza pietà e non conoscono le condizioni di vita degli europei. Quasi tutti quegli Eurocrati, se parliamo dei Commissari, sono stati capi di governo e ministri dei loro paesi, avendo vinto e governato. Con loro e con gli altri capi di governo, il Presidente Macron sarà in grado di utilizzare la carta del grande consenso elettorale ottenuto e della sua personale credibilità, diversamente da chi, criticando e non adempiendo agli impegni presi, si aliena qualsiasi potenziale alleato.
Il ballottaggio francese, che non ha nulla a che vedere con il ballottaggio previsto nell’ormai defunto Italicum, è servito, non a dare un cospicuo premio in seggi a un partito, ma a eleggere il Presidente. In quel ballottaggio, a sostegno dei due candidati si sono schierati anche i partiti i cui candidati erano stati sconfitti al primo turno, mentre le coalizioni erano/sono vietate nell’Italicum. È molto probabile che quelle coalizioni si riproducano nei collegi uninominali per le elezioni legislative. Non ci saranno pluricandidature e, naturalmente, neppure candidati privilegiati. Ciascuno e tutti dovranno conquistarsi i voti offrendo sia rappresentanza al collegio sia sostegno alla maggioranza di governo o all’opposizione. Il sistema maggioritario a doppio turno nei collegi uninominali garantisce competizione politica e avvicina la politica agli elettori e viceversa. Chi non vuole un sistema elettorale proporzionale (e l’Italicum è proporzionale, peggiorato dal premio di maggioranza) sa dove guardare.
Il Presidente Macron non può fare affidamento su un partito, ma su migliaia di entusiasti sostenitori e su molti parlamentari uscenti, specialmente del Parti Socialiste, che potranno essere ottimi candidati nei collegi uninominali. D’altronde, neanche in Francia mancano coloro che, come scrisse memorabilmente Ennio Flaiano, corrono in soccorso del vincitore. È un bene che sia così poiché al vincitore toccherà anche l’arduo compito di operare per la ristrutturazione del sistema dei partiti francesi. No, la destra e la sinistra non sono scomparse. Marine Le Pen non è principalmente una populista. Rappresenta la destra nazionalista francese che ha una lunga, non sempre onorevole, storia. I gollisti debbono la loro crisi, non mortale, alla cattiva selezione del candidato Fillon e alla sua mediocrissima campagna elettorale. È la sinistra francese il luogo della divisione e della conseguente debolezza politica. Forse sul territorio, nei collegi uninominali si formeranno utili alleanze di centro-sinistra. Dall’Eliseo Macron avrà modo di inviare consigli e aiuti. Nel frattempo, che tutti imparino che la politica in Francia ha dimostrato che né la Brexit né il trumpismo possono fermare chi predica e agisce in nome della libertà e dell’Europa.
Pubblicato AGL il 9 maggio 2017
Macron-LePen al voto con l’ombra degli hacker
Il confronto televisivo fra Emmanuel Macron e Marine Le Pen è stato, secondo il vecchio Jean-Marie, “noioso e incomprensibile”. Forse “malconsigliata”, Marine non è stata, secondo suo padre, “all’altezza”. Comunque, bontà di genitore, escluso, sostituito e emarginato dalla figlia, alla fine il duello si è risolto in un pareggio. L’invidia del risultato elettorale ottenuto da Marine, 5 per cento e 1 milione e 2000 mila voti in più del suo massimo, e delle prospettive che la danno addirittura al 40 per cento nel ballottaggio, hanno spinto il padre a giudizi severi, non condivisi da buona parte dell’elettorato. Tuttavia, Marine è, da un lato, la candidata che ha un elettorato molto fedele, che sicuramente tornerà a votarla al ballottaggio, ma, dall’altro, elettori molto ostili che la temono e che dichiarano di non volerla assolutamente vedere vittoriosa. Grazie all’alleanza siglata con Dupont-Aignan, al quale ha promesso di nominarlo Primo ministro, Marine Le Pen gode in partenza di una base di voti superiore al 26 per cento, in numeri assoluti più di 9 milioni e 350 mila.
Non sappiamo chi abbia “hackerato” i computer del quartier generale di Macron: i soliti russi di Putin, la destra americana, altri che cercano di impedirgli di compiere l’ultimo passo verso la vittoria? Chiunque sia stato segnala che questa elezione presidenziale francese è davvero importante e che, per dirla con le parole di Marine, la globalizzazione è diventata effettivamente selvaggia. In tutto questo si staglia un dato in una certa misura sorprendente e abbastanza rassicurante per Macron: due terzi dei francesi dichiarano che l’Unione Europea è positiva per la Francia. Se, dunque, ha ragione Marine Le Pen nel dire che la linea distintiva più profonda fra i due candidati è data dall’atteggiamento nei confronti dell’Europa, allora Macron ha un grande motivo per stare sereno. Tuttavia, vi sono due elementi che bisogna prendere in seria considerazione in attesa dei risultati. Il primo elemento è, per dirla con le ricerche elettorali italiane, che il voto per Macron, candidato senza partito, è sostanzialmente un voto di opinione, quindi, non incardinato, ma fluttuante e mutevole.
Senza la convergenza di elettori che, come i socialisti e i gollisti, non hanno più il loro candidato in lizza, Macron vedrebbe ridursi significativamente le sue chances. Inoltre, chi l’ha votato al primo turno afferma di averlo fatto più in mancanza di meglio (il 60 per cento) che per convinzione (40 per cento). Le motivazioni dei voti dati Marine sono quasi specularmente opposte: molto più per convinzione. Il secondo elemento è che, dunque, Macron ha assoluta necessità dell’apporto dei socialisti piuttosto indeboliti, e dei gollisti, rimasti senza candidato, ma soprattutto memori che il Gen. de Gaulle fu sempre intransigente nel chiudere la porta alla destra francese. Quasi la metà degli elettori gollisti ha dichiarato ai sondaggisti di volere seguire l’indicazione di voto a favore di Macron data da François Fillon e da Alain Juppé, già Primo ministro, oggi sindaco di Bordeaux, ma il comportamento dell’altra metà farebbe una notevole differenza se si traducesse nel voto a Marine piuttosto che nella più probabile astensione.
Bella sorpresa per Macron è che più di un terzo degli elettori di Mélenchon (che al primo turno sono stati 7 milioni e 126 mila) sceglieranno di votarlo non seguendo l’esiziale suggerimento di equidistanza espresso dal loro candidato. La conquista della Presidenza ad opera di Macron sarà un’ottima notizia soprattutto per coloro che pensano che la politica debba essere fatta con argomentazioni razionali contro chi manipola gli elettori facendo appello alla paura e ai risentimenti. Sarà anche una buona notizia per tutti gli europeisti. Però, per sapere come sarà governata la Francia per i prossimi cinque anni bisognerà attendere le elezioni legislative di giugno quando si vedrà quanta forza è rimasta a socialisti e gollisti e quanta disponibilità a collaborare con il Presidente eletto.
Pubblicato AGL il 7 maggio 2017
Ora il compito di fare il vero democratico
Ancorché parecchio inferiore alle consultazioni comparabili finora svolte dal PD, la partecipazione al voto di poco meno di due milioni di elettori ha evitato un pericoloso e temutissimo flop (che avrebbe anche coinvolto lo strumento “primarie” in quanto tale). Tirato un profondissimo sospiro di sollievo, tutti i sostenitori di Renzi, che aveva scaramanticamente fatto scendere l’asticella a un milione di voti, si sono subito lanciati nel trionfalismo “grandissima, unica, insuperabile prova di democrazia”. Certo, esiste anche la democrazia numerica che, in questo caso, è servita a eleggere il segretario del Partito con una percentuale superiore al 60 (nel 2013 era stata 68). Ciò detto, la democrazia è faccenda molto più complessa e molto più ricca di qualsiasi conta numerica. Si intesse di comportamenti e di azioni, si nutre di politiche e di critiche. La democrazia è, in special modo, riconoscimento delle opposizioni e del loro diritto di critica e di controproposta. I democratici hanno da tempo imparato che, molto spesso, gli oppositori hanno idee buone e proposte utili. Ascoltano entrambe e, nella misura del possibile, le mettono in pratica.
C’è molto di nuovo da mettere in pratica da parte del non più tanto nuovo segretario del Partito Democratico. Per esempio, dovrebbe forse dire, finalmente, visto che in campagna elettorale non l’ha fatto proprio, che tipo di partito vuole, al centro e nelle aree locali. Dovrebbe chiarire se davvero ha una proposta di legge elettorale che risponda non solo alle sacrosante esigenze espresse dal Presidente della Repubblica, di essere applicabile in maniera armonizzata sia alla Camera sia al Senato, ma che elegga un Parlamento rappresentativo in grado di dare vita a un governo. Dovrebbe, quel segretario, spiegare se preferisce alleanze con il centro-destra di Berlusconi et al o se vuole (ri)costruire un tessuto connettivo con tutto il Campo Progressista di Giuliano Pisapia. Dovrebbe immediatamente ritirare l’appellativo “traditori” per Bersani e Speranza e tutti coloro che dal Partito Democratico sono stati spinti fuori dai suoi collaboratori e da lui stesso. Il primo compito di un segretario di partito e tenere quel partito unito, anche nelle difficoltà e nelle divergenze, spesso giustificate, di opinione.
Dovrebbe, infine, non pronunciare mai giudizi sommari sul governo guidato da un autorevole esponente del PD, per di più da lui suggerito e al quale ha imposto praticamente tutti i ministri del suo precedente governo. Fra l’altro, non è affatto vero, come Renzi ha dichiarato, che l’Italia è ferma dal 4 dicembre. È vero che l’Alitalia non è affatto decollata, come lui aveva trionfalmente dichiarato, ma non certo per responsabilità di Gentiloni. È altrettanto vero che, seppure molto, troppo, lentamente, la crescita economica c’è e che quel che manca è la riduzione del debito pubblico operazione contro la quale è proprio lui che si oppone per motivazioni puramente elettoralistiche. Pensare che, sta qui l’errore non soltanto semantico, avendo riconquistato la carica di segretario del Partito Democratico, adesso può muovere a tutta velocità verso elezioni anticipate che lo riporteranno a Palazzo Chigi non è soltanto avventurismo. È un errore politico, ma anche, usando un eufemismo, uno sgarbo istituzionale nei confronti del Presidente Mattarella che ritiene, giustamente e costituzionalmente, che la stabilità del governo è un bene da non mettere imprudentemente a rischio. Inevitabilmente, si sono riaperte alcune partite. Forse conterà anche molto la partita delle elezioni amministrative di giugno. Avere di mira il buon funzionamento del sistema politico, non producendo strappi per ambizioni personali, è il miglior modo di tradurre la democrazia dei numeri in democrazia dei comportamenti. Sapranno Renzi e i suoi sostenitori mostrarsi all’altezza di una sfida che nel passato hanno perso?
Pubblicato AGL il 1°maggio 2017
Avanza chi capisce la lezione #Francia
C’è qualcosa di patetico nei commenti, di politici e giornalisti, al primo turno (sottolineo primo), delle elezioni presidenziali francesi. No, non ha vinto Marine Le Pen, come sembra sostenere Salvini. No, non è andato bene neppure Jean-Luc Mélenchon, come pensa Stefano Fassina, che suggerisce l’astensione al ballottaggio come se fra Le Pen e Macron la (sua) sinistra potesse/dovesse dichiararsi equidistante. No, Emmanuel Macron non è Renzi (meno che mai un giovane Berlusconi). Non è né il nuovo che avanza né un politico senza esperienza. Ha soltanto capito, ma questa è una lezione importantissima, per tutti, che era cosa buona e giusta sfidare chi non si mostrava sufficientemente europeista e che, in Francia, esiste un elettorato che vuole una guida di centro-sinistra, rassicurante e non aggressiva, competente e non improvvisata. Poiché in un’elezione presidenziale conta anche e molto la personalità del candidato, Macron ha goduto di tre elementi positivi. Primo, la sfida più credibile alla sua persona era/è rappresentata da Marine Le Pen, destra estrema, nazionalista, sovranista, xenofoba prima ancora e più che semplicemente populista. Secondo, i socialisti hanno pagato il prezzo, alto, delle troppe inadeguatezze della Presidenza di François Hollande e della non brillante candidatura di Benoît Hamon, piombato a una percentuale simile a quella che, nel 1969, con l’allora sindaco di Marsiglia Gaston Defferre, segnò la fine di quella che si chiamava Sezione Francese dell’Internazionale Operaia (SFIO). Su quelle ceneri, due anni dopo, François Mitterrand costruì il Parti Socialiste. Dunque, non è affatto detto che il socialismo sparirà dalla faccia della Francia. Terzo, la mancata rinuncia alla candidatura del gollista François Fillon, troppo disinvolto nel suo nepotismo (soldi alla moglie e ai figli per collaborazioni parlamentari mai effettuate), ha spinto non pochi elettori a preferirgli proprio Macron.
Sembra abbastanza scontata la vittoria di Macron al ballottaggio, che si svolge fra due candidati alla Presidenza della Repubblica e non ha quindi nulla da vedere con l’ex-ballottaggio dell’Italicum, sperabilmente defunto per sempre, che si sarebbe svolto fra due partiti per ottenere più seggi in Parlamento. Tuttavia, poiché i voti contano, anche se bisogna saperli contare, l’esito numerico avrà grande importanza. Il ballottaggio 2017 è significativamente diverso da quello che ebbe luogo nel 2002 quando la sinistra, esclusa per suoi enormi errori di calcolo e politici, fu obbligata a convergere sul gollista Chirac contro Jean-Marie Le Pen, più estremo e più sgradevole di sua figlia Marine. Non è affatto detto che tutti gli elettori del gollista Fillon andranno a votare Macron. Potrebbero semplicemente astenersi, in questo modo, però, indirettamente favorendo Marine che gode di quello che è un consenso consistente, fortemente motivato e stabile. Sono possibili, anche prevedibili, ma non calcolabili, astensioni di sinistra, di alcuni/molti elettori di Mélenchon. Insomma, Macron ha ancora molto da lavorare. Lo deve fare anche in prospettiva delle elezioni legislative, di cui si dovrà parlare a suo tempo, poiché, essendo praticamente privo di un partito organizzato, avrà qualche difficoltà, a meno che non stringa molti accordi con i socialisti, nel presentare suoi candidati (o candidati concordati) in tutti i 577 collegi uninominali della Francia e dei territori d’oltremare.
È vero che il sistema partitico francese sembra essersi sostanzialmente sfaldato, ad eccezione del Front National, ma la ricomposizione potrebbe essere incentivata proprio dall’imperativo, che il centro-sinistra francese non potrà eludere, di candidature comuni in molti/ssimi collegi uninominali. Questa, probabilmente, è la lezione più importante che i tuttora incerti e maldestri riformatori elettorali italiani dovrebbero imparare. A meno che vogliano tenersi un sistema partitico malamente destrutturato senza nessuna leadership legittimata, come sarà il prossimo Presidente francese, dal voto dei cittadini.
Pubblicato AGL il 25 aprile 2017
25 aprile: il senso etico della Resistenza

L’immagine riproduce l’ultima lettera scritta da Paolo Braccini al fratello Fabio. Il documento è vergato su un foglietto con il timbro delle “Carceri giudiziarie di Torino”
Chi avesse bisogno, ancora oggi (e sembrano essere in molti in Italia, ma anche in alcuni paesi europei, specialmente all’Est), di capire qual era e continua a essere il significato della Resistenza, dovrebbe assolutamente leggere le Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea (in Italia pubblicato da Einaudi). Noterebbe, anzitutto, che la Resistenza non fu, in nessun paese europeo, un fenomeno esclusivamente di classe. Certo, furono i settori medio-bassi delle diverse società ad attivarsi. Erano anche stati i più oppressi dai rispettivi regimi autoritari, ma nel complesso l’aggettivo “interclassista” si attaglia ottimamente alla Resistenza. Dunque, per chi ha una visione equilibrata di che cosa è un popolo, la Resistenza fu guerra di popolo. In quelle lettere, scritte da combattenti di tutti i paesi europei, invasi e travolti dal nazismo, è possibile, anzi, facilissimo riscontrare alcuni elementi comuni, in particolare riguardo alle motivazioni e alle aspirazioni. La motivazione più forte e più diffusa è la (ri)conquista della libertà. È in nome della ricerca della libertà che milioni di uomini e donne europee presero le armi e rischiarono consapevolmente la vita, perdendola, come rivelano molte struggenti lettere, con grande serenità.
In queste lettere, i desideri di vendetta e le manifestazioni di odio sono sostanzialmente assenti. Sono, invece, molto presenti e visibili gli auspici che le loro morti siano utili, che contribuiranno a preparare un mondo migliore. Ancora una volta, in maniera sorprendente, certo con toni e accenni diversi che derivano, sì, dalle diversificate sensibilità e culture dei condannati a morte, si notano straordinarie somiglianze concernenti il mondo che quei resistenti avrebbero voluto costruire. Sullo sfondo, per tutti, sta ovviamente l’aspirazione alla pace, vale a dire a porre termine alle ricorrenti guerre. Tuttavia, ancora più chiara è la richiesta di giustizia sociale nella consapevolezza che nessuna pace può essere duratura se non è una pace riconosciuta come giusta ovvero basata su un assetto che protegga e promuova i diritti dei cittadini e che stabilisca criteri condivisi per la suddivisione delle risorse. No, non è né ricerca né anelito alla prosperità, ma l’obiettivo indicato è anche l’accesso ai frutti del proprio lavoro. Infine, ma assolutamente non come elemento marginale, questi condannati a morte condividono un elemento, forse embrionale, ma che si affaccia alle loro menti: il superamento dei gretti nazionalismi guerrafondai. L’idea che una pace giusta debba essere costruita superando, se non abolendo del tutto i nazionalismi, circola in molte lettere. È l’idea alla quale daranno sostanza fortissima Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni con il Manifesto di Ventotene (1941) redatto nel mezzo della guerra civile europea. Gli Stati nazionali sono fonti di guerre. Per renderle impraticabili è essenziale costruire un’Europa dei popoli che, naturalmente, è molto di più di un grande mercato. È uno spazio di diritti civili, politici, sociali, di convivenza, per l’appunto, nella pace, dove il perseguimento di politiche di potenza non ha più nessun senso.
Celebrare degnamente la Resistenza oggi (e domani) obbliga a riconoscere il messaggio delle lettere dei condannati a morte. Sono le loro ultime, nobili, solenni, mai retoriche, mai vendicative, parole. Quelle parole hanno un senso storico che, quindi, esclude dalle celebrazioni tutti coloro che allora stavano con i repressori e che oggi riadattano alcuni slogan di quei repressori. Hanno un senso politico che riguarda la costruzione di condizioni che impediscano il ripetersi dei fenomeni che portarono all’oppressione dei popoli europei. Hanno, infine, un potentissimo senso etico: cercare la pace nella giustizia sociale. Celebrare la Resistenza significa anche adoperarsi per un’Europa che sappia perseguire la giustizia sociale per i suoi cittadini e per tutti coloro, da dovunque vengano, che ripongono molte speranze nella giustizia.
Pubblicato AGL il 23 aprile 2017

notte 3-4 aprile 44
Fratello mio, sono morto sereno, anzi quasi con gioia.
All’altare della Patria e della Fede occorre immolare vittime. La mia vita è stata necessaria e l’ho data.
Negli ultimi momenti ho avuto tutti in mente, tutti a me davanti, ma tra tanti giganti, giganteggiava il Babbo.
Sarai orgoglioso anche di tuo fratello.
Tu conservati: pensa a Mammetta nostra: pensa a Gianna e a Marcella.
Addio, un bacio
tuo fratello
Cosa si può imparare dalla Francia
Le elezioni presidenziali francesi possono offrire molte lezioni importanti anche per l’Italia. Prima lezione: non bisogna identificare il populismo con Marine Le Pen. Certamente, la candidata del Front National usa argomenti che sono anche populisti, ma il suo consenso elettorale dipende da due elementi. Da un lato, Marine Le Pen rappresenta l’estrema destra francese che ha una lunga, qualche volta brutta, storia di nazionalismo, di sovranismo, anche se non si chiamava così, di anti-semitismo. Dall’altro, sfrutta, proprio grazie all’esaltazione dello sciovinismo (Chauvin era francese) sovranista, tutte le pulsioni contro l’Unione Europea. Più che fare appello al popolo, chiama a riscossa la nazione. Seconda lezione: dopo la deludente esperienza presidenziale di François Hollande, i socialisti si sono nuovamente divisi andando a sinistra con Benoît Hamon e occupando una parte del centro con Emmanuel Macron, già ministro in un governo socialista. Nel 2002, la divisione dei socialisti impedì addirittura a Lionel Jospin che, pure, era stato un buon Primo ministro, di andare al ballottaggio. Anche questa volta, i sondaggi dicono che il candidato socialista ufficiale non andrà al ballottaggio superato da Emmanuel Macron, mentre parte della sinistra, quella “non sottomessa”, farà convergere i suoi voti sul 65enne Jean-Luc Mélenchon che, per l’appunto, usa quello slogan elettorale. In buona sostanza, terza lezione, dal centro-sinistra alla sinistra finirebbero per esserci circa il 60 per cento di voti divisi fra tre candidati. Peggio di tutti sembra stare il candidato gollista, Françosi Fillon, appesantito dalla sua personale e familiare (prebende a moglie e figlio) modica, ma non per questo scusabile, corruzione e, forse, dal peso della storia di un partito gollista che, quarta lezione, non si è rinnovato in programmi e in facce. Il gollismo senza de Gaulle sembra davvero giunto al capolinea.
La competizione fra cinque candidati andrà sbrogliata dagli elettori che grazie a un ottimo sistema elettorale, quinta importante lezione, hanno un doppio voto molto pesante. Al primo turno avranno la possibilità di votare per la candidatura che davvero preferiscono. Si comporteranno in questo modo certamente e compattamente tutti gli elettori del Front National cosicché è possibile che Marine Le Pen risulti la più votata. Lo faranno anche i gollisti sperando in qualche molto improbabile imprevisto che consenta a Jacques Fillon di piazzarsi secondo. Saranno gli elettori socialisti quelli obbligati a riflettere se correre il rischio, votando Hamon, non solo di non riuscire a farlo andare al ballottaggio, ma di fare mancare a Macron quel pugno di voti che renda lui secondo. Dopodiché, tutti i sondaggi dicono che se il ballottaggio sarà fra Le Pen e Macron, al candidato di centro-sinistra la maggioranza degli elettori offrirà la chance di (ri)mettere “in marcia” (questo è il suo slogan elettorale) la Francia. Qui sta il grande pregio, ultima lezione, del sistema elettorale francese usato per le elezioni presidenziali: quello di consentire agli elettori di votare “sinceramente”, per la candidatura preferita, al primo turno, e “strategicamente”, vale a dire, eventualmente per la candidatura meno sgradita, al ballottaggio. Per di più, fra il primo e il secondo turno, gli elettori ottengono dai candidati, dai loro partiti, dai mass media una grande quantità di informazioni aggiuntive che consentirà loro di formarsi un’opinione più rispondente alla competizione e alle conseguenze della vittoria dell’uno o dell’altra. Questa crescita delle informazioni grazie alle clausole del sistema elettorale è qualcosa che un po’ tutti vorremmo e apprezzeremmo. Sarebbe consigliabile che i dirigenti di quel che rimane dei partiti italiani e i parlamentari guardassero alla Francia invece di affannarsi a cercare una legge elettorale che dia loro vantaggi, magari anche a scapito del potere degli elettori. Non la troveranno. Dunque: Vive la France républicaine!
Pubblicato AGL il 19 aprile 2017
Renzi e M5S: sfida fra futuristi
Da Ivrea, la sfilata dei potenziali ministri del Movimento 5 Stelle, a Roma, l’incontro/incoronamento dei tre candidati alla segreteria del Partito Democratico (ma Emiliano, infortunato, era in video-conferenza da Bari) giunge l’annuncio della sfida. Da un lato, quello delle Cinque Stelle, sta il nuovo che avanza e che annuncia che bisogna “Capire il futuro”. Dall’altra, colui che, con molta probabilità, tornerà ad essere il segretario del Partito Democratico non si stanca di ripetere che bisogna guardare al futuro, mai al passato. Sfida fra futuristi, dunque, o fra futuribili? E’ una “sfida totale” annuncia Renzi, ma nessuno ancora sa quali saranno le regole, elettorali, della sfida. Qualcuno, però, intravede una sfida fra due modelli di partito: pigliatutti, quello delle Cinque Stelle orientate fondamentalmente a raccogliere tutti i cittadini scontenti, che sono molti, diffusi, granitici, contro la politica e politici; e pigliatutto, quello del Partito Democratico di Renzi, fin dall’inizio orientato a conquistare tutte le posizioni di potere e, dopo la sconfitta nel referendum, desideroso di rifarsi con gli interessi. Non ci saranno prigionieri se Renzi vince e tutte le cariche disponibili saranno attribuite ai renziani in una graduatoria che premierà la vicinanza e la fedeltà. Poi, naturalmente, sia le Cinque Stelle sia il PD dovranno trovarsi gli alleati poiché, probabilmente e, aggiungo io, sperabilmente -sarebbe tremenda la concentrazione di potere in ciascuno dei due, da solo-non avranno abbastanza seggi in Parlamento per formare da soli il governo.
A Roma, campeggiava la scritta “La democrazia è qui”, messaggio mandato ai pentastellati che credono che la democrazia sia soltanto quella diretta da Grillo e Casaleggio, chiedo scusa, quella che si trasmette sulla rete, grazie alla piattaforma chiamata Rousseau. Il PD replica con la ventilata creazione di una piattaforma definita Bob. Mentre capisco e conosco Rousseau, anche se gli studiosi del pensatore ginevrino sostengono che lui non sarebbe affatto andato a Ivrea e non si riconosce in quella piattaforma, mi sfugge perché il PD abbia scelto il nome di Bob che sembra qualcosa che persino Alberto Sordi avrebbe definito un’americanata. Non farò il pedante, ma la democrazia continua a essere in tutti paesi del mondo che democratici sono una “conversazione” fra persone che la tecnica/tecnologia può aiutare e supportare, mai rimpiazzare, e che, insomma, sulla rete debbono correre contenuti e non intimazioni, espulsioni e altre sgradevolezze con il rischio di chiamare, come a Genova, i magistrati a decidere, nella fattispecie, al momento, dando torto a Grillo.
Per essere totale la sfida PD/5Stelle non dovrebbe riguardare le loro rispettive “narrazioni” sul da dove vengono, dove intendono andare, dove vorrebbero portare gli italiani, ma soprattutto il come e che cosa fare con riguardo alle condizioni date. L’Europa, che è il luogo dove, comunque, rimanga l’Italia dentro Euro e Unione Europea oppure, traumaticamente, esca fuori da entrambi, dovremo confrontarci, non ha neppure fatto capolino nelle due kermesse. Anzi, per rimanere nelle parole francesi (in attesa delle “epocali” elezioni presidenziali della Quinta Repubblica), mi è parso di vedere entrambi gli sfidanti in surplace. Sta arrivando il tempo del Documento di Programmazione Economica e Finanziaria e poi della manovra d’autunno. Sembra che il (governo del) PD non vorrà fare nulla o quasi per non provocare le reazioni elettorali degli elettori-contribuenti. Dal canto loro, le Cinque Stelle nulla dicono del bilancio dello Stato e della montagna del debito pubblico che, pure, impedirebbe/impedirà qualsiasi attuazione del “loro” reddito di cittadinanza. No, né il PD né il Movimento Cinque Stelle guardano, al futuro e meno che mai cercano di costruirlo. Il futuro è altrove.
Pubblicato AGL il 14 aprile 2017
Trattato di Roma. Dal passato la lezione per andare avanti
Guardare indietro per meglio andare avanti? Celebrare il 60esimo anniversario del Trattato di Roma (25 marzo 1957) che lanciò il mercato comune dal quale si dipanò tutto il percorso che ha portato all’attuale Unione Europea è doveroso. E’ giusto farlo senza dimenticare le difficoltà degli ultimi sette-otto anni prodotte da fattori esogeni, che vengono da fuori: per l’economia, da quanto successo con il fallimento della Lehman Brothers negli USA; per la società, da ondate di migranti che lasciano i loro paesi poveri, ma anche molto oppressivi, talvolta lacerati da guerre civili. Quei migranti rendono uno straordinario omaggio all’Europa. Lo ritengono il continente che consentirà a loro e ai loro figli di vivere una vita migliore. Lo ha anche già consentito a tutti gli europei i quali, purtroppo, hanno la memoria corta e una inadeguata conoscenza della storia. Gli europei “occidentali” hanno dimenticato le condizioni dei loro paesi quando si accordarono per l’Europa dei sei; gli europei “orientali” hanno subito spinto sotto il tappeto i decenni nei quali furono oppressi dal comunismo.
Anche se non è sbagliato, ricordare i successi sembra servire a poco. I grandi europeisti, dal tedesco Adenauer all’italiano De Gasperi , dal francese Schuman al belga Spaak, da Jean Monnet a Altiero Spinelli riuscirono a proiettarsi con la riflessione e con l’azione nel futuro, non con sogni da realizzare, ma con impegni di tradurre in realtà. Hanno visto molto lontano. Le alternative attuali sono state descritte con grande chiarezza nel documento sui cinque scenari di fronte all’Unione Europea preparato dal Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker: 1. Avanti così; 2. Limitarsi al mercato comune; 3. Chi vuole faccia di più; 4. Fare meno in modo più efficace; 5. Fare molto di più insieme. Il quinto è lo scenario federalista, assolutamente improbabile a questo stadio, ma che Juncker fa molto bene a delineare poiché gli Stati Uniti d’Europa sono stati una motivazione potente e tuttora esistono Movimenti Federalisti Europei un po’ dappertutto, Italia compresa. Lo scenario che si sta lentamente affermando è il terzo, spesso definito come Europa a due velocità. In effetti, variazioni nella velocità dell’integrazione fra gli Stati-membri dell’Unione già esistono: sono 19 su 28 gli Stati che usano l’Euro. Sono 22 su 28 gli Stati che hanno firmato il Trattato di Schengen, ma alcuni hanno già sollevato obiezioni e imposto eccezioni.
E’ possibile, ma soprattutto auspicabile, che gli Stati più veloci procedano più rapidamente sul terreno sia della difesa e della sicurezza comune sia delle politiche fiscali e sociali, del welfare. L’Italia ha la possibilità di stare nel gruppo degli Stati più veloci. Anzi, cercare di rimanervi significherà spiegare agli italiani, al fine di ottenerne il necessario consenso, il significato delle politiche da attuare e dei sacrifici da fare. Nessuna politica europea è bizzarra, cervellotica, emanata soltanto perché fa comodo ad uno Stato, per quanto forte, come, per esempio, la Germania, ma perché è condivisa, dagli olandesi e dagli austriaci, dai danesi e dagli svedesi. Se, poi, gli Stati più veloci conseguiranno, com’è probabile, risultati molto positivi, ne seguirà un effetto di imitazione/emulazione. Dopo Brexit molti hanno pensato che l’imitazione si sarebbe scatenata per lasciare l’Unione Europea. Al contrario, adesso sono molti proprio in Gran Bretagna a pensare di avere sbagliato alla grande, mentre i paesi dell’Est Europeo, fatti i conti sui vantaggi che traggono dalla loro adesione all’UE, non manifestano nessuna propensione all’uscita. Debbono essere sfidati a impegnarsi a fare di più, a procedere più rapidamente. Hic Roma hic salta.
Pubblicato AGL 24 marzo 2017


