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Il sogno di un’Italia virtuosa
Un italiano importante, un europeista convinto: Ciampi avrebbe sicuramente accettato la seconda definizione e obiettato alla prima. No, non ha mai cercato di essere importante. Né, tanto meno, ha mai tentato di caratterizzarsi come esemplare. Il suo stile, asciutto e sobrio, lontanissimo dalla retorica e dalla vanità, lo ha portato sempre e soltanto sul sentiero del dovere, dell’adempiere nel migliore dei modi possibile ai compiti, dai più semplici, come sottotenente nella seconda guerra mondiale, ai più delicati e complessi, da Governatore della Banca d’Italia a Presidente del Consiglio, da Ministro dell’Economia a Presidente della Repubblica, che non aveva cercato. Furono compiti che gli vennero di volta in volta affidati perché Carlo Azeglio Ciampi è stato una persona credibile, competente, che si dedicò con impegno a ciascuno dei ruoli e delle cariche, importantissime, che accettò di ricoprire. Il suo percorso è stato assolutamente prestigioso, senza precedenti e difficilissimo da imitare.
Senza nessun esibizionismo Ciampi combinò in sé il meglio di una cultura politica, della quale non si vantò mai, ma che fu sempre visibile, quella del Partito d’Azione. Nella Resistenza e nel dopoguerra, Ciampi operò con spirito patriottico. La patria umiliata e offesa, portata alla morte senza dignità dal fascismo, doveva essere ricostruita. Lo si poteva fare cominciando dal senso del dovere, non esaltando la nazione, ma i valori della Costituzione, non con dichiarazioni rituali, ma con comportamenti concreti, onorandone i simboli a cominciare dalla bandiera, nella piena consapevolezza che soltanto chi ha amor di patria può diventare in piena coerenza un sostenitore dell’Europa. No, secondo Ciampi, la premessa per cittadini che vogliono costruire un’Europa politica federale non consiste affatto in una debole identità nazionale. Nessuno degli azionisti con i quali aveva interagito e con i quali aveva combattuto battaglie concrete e ideali pensò mai di cancellare l’amor di patria. Anzi, tutti loro, da Piero Calamandrei a Ernesto Rossi a Altiero Spinelli, sempre pensarono che solo chi tenta di costruire una patria migliore riuscirà a orientare e a utilizzare le sue energie anche nella lunga opera di unificazione politica europea.
Si racconta che, quando, anche grazie alle sue competenze e alle sue capacità, cominciò la storia della moneta unica, dell’Euro, Ciampi si commosse. Sì, era riuscito, con il suo prestigio personale e professionale a portare l’Italia all’adesione immediata, con i paesi economicamente “virtuosi”, alla moneta unica. Molto più di altri, Ciampi sapeva che l’Euro era soltanto un passo, per quanto grande, soltanto uno strumento, per quanto importante, per progredire sul cammino che dovrebbe portare l’Europa a dotarsi di una unica autorità in grado di sovrintendere alla politica monetaria ed economica. Ciampi non ritenne mai che la responsabilità del mancato progresso in questa direzione dovesse essere attribuita a una fantomatica Europa. Conosceva perfettamente e criticava sommessamente gli egoismi e gli errori dei governanti dei diversi Stati-membri. Colse subito la problematicità nel 2004 di un allargamento troppo ampio e troppo rapido ai sistemi politici ex-comunisti dell’Europa centro-orientale, poco e male preparati, dal punto di vista amministrativo e socio-economico, a entrare in un consesso omogeneo e sviluppato, ma fu consapevole che l’Europa che esisteva poteva comunque contribuire a fare crescere e consolidare le democrazie di quei paesi (processo che, ancora oggi, presenta non poche difficoltà).
Il suo settennato presidenziale (1999-2006) dovette fare i conti con i governi sostanzialmente Euroscettici di Silvio Berlusconi, per di più alleato con e condizionato dalla Lega, nella sua spirale che miscelava secessionismo con l’ostilità all’Euro e all’Europa. Più volte levò la sua voce a sostegno di una certa idea d’Italia, quella che agisce da partner attivo e affidabile sulla scena europea, e di una certa idea di Europa, che mira alla coesione e che fa leva sugli Stati-membri tentando di diventare “un’unione sempre più stretta”. Le sue riflessioni sull’Europa e le sue speranze sul ruolo dei giovani, le generazioni Erasmus, nel fare avanzare e nel perfezionare quanto le generazioni dei padri avevano iniziato, furono sempre semplici, misurate, scarne, ma non meno appassionate. Per Ciampi, l’Europa non era un sogno e neppure un destino. Era un futuro al quale gli italiani potevano e dovevano dedicarsi, nel quale solo sarebbero riusciti anche a rendere migliore la loro stessa patria.
Pubblicato AGL 17 settembre 2016
Il Manifesto di Ventotene
Sono lieto di presentare qui la seconda lezione del mio prossimo libro L’Europa in trenta lezioni che sarà pubblicato all’inizio del 2017 dalla casa editrice UTET-De Agostini.
SECONDA LEZIONE. Il Manifesto di Ventotene
Scritto nel maggio-giugno del 1941 dall’ex-comunista Altiero Spinelli e dall’ex-Giustizia e Libertà Ernesto Rossi e pubblicato la prima volta clandestinamente a Roma, a cura di e con una prefazione anonima di Eugenio Colorni, il Manifesto è giustamente considerato un testo cult del federalismo italiano. Ispirato dalla lettura di alcuni pochi testi (scritti dal liberale Luigi Einaudi e dall’economista inglese Lionel Robbins) disponibili nella biblioteca dell’isola di Ventotene dove gli autori erano stati confinati dal fascismo, il Manifesto porta come sottotitolo “Per un’Europa libera unita”. Il punto di partenza dell’analisi è la convinzione della responsabilità degli Stati sovrani nel dare vita e perpetuare “una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes“. La proposta era quella della formazione di una federazione europea “non come un lontano ideale, ma come una impellente tragica necessità”. I principi, scrive Spinelli, ma sarebbe meglio dire le fondamenta, di una federazione europea debbono essere: “esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra gli stati appartenenti alla federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica”. Si noti, primo, la sequenza: la federazione europea non può essere imbelle, ma deve sapere difendersi; secondo, quei principi sono stati e, in parte, rimangono gli obiettivi, comunque molto ambiziosi, perseguiti e sostanzialmente conseguiti dai costruttori dell’Unione Europea.
Spinelli stesso rimproverò al Manifesto “alcuni errori politici di non lieve portata: l’ottimismo sulla imminente realizzazione dell’idea federalista; l’incomprensione della debolezza degli stati europei devastati dalla seconda guerra mondiale (e quindi la necessità dell’appoggiarsi agli Stati Uniti); l’invocazione della necessità di un partito rivoluzionario federalista (prodotti dei tempi e dell’esperienza pregressa di Spinelli) che “espressa ancora in termini troppo rozzamente leninisti” si è rivelata “caduca”. Di due idee politiche Spinelli si dichiarava molto fiero: 1. La federazione europea non era solo un ideale, ma un obiettivo. Non era “un invito a sognare”, ma “un invito a operare”. Certamente, questo operare incessante e indefesso fu la cifra dell’azione politica di Spinelli. 2. La lotta per la federazione sarebbe diventata “un nuovo spartiacque fra le correnti politiche”: progressisti e reazionari si misureranno con riferimento all’uso del potere politico. I secondi si limiteranno alla conquista del potere politico nazionale. I primi vorranno usare quel potere “come strumento per realizzare l’unità internazionale”. Analiticamente importante, questa distinzione non ha trovato una coerente e profonda traduzione nella lotta/competizione politica né negli Stati nazionali né a livello europeo.
Il “leninismo ” spinelliano torna sia nella critica alla “metodologia politica democratica” che sarà “un peso morto nella crisi rivoluzionaria” sia nella dismissione dei “predicatori [democratici] esortanti laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare”. Il punto d’arrivo è un “saldo stato federale” dotato di una forza armata europea, in grado di “spezzare le autarchie economiche” , che “abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli stati stessi l’autonomia che consenta una plastica articolazione e lo sviluppo di una vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli” (quasi un’anticipazione del principio di sussidiarietà che, qualche decennio dopo, sarà codificato nei Trattati europei).
Il capitolo del Manifesto intitolato “Compiti del dopoguerra. La riforma della società”, discusso a fondo con Spinelli, è stato redatto principalmente da Ernesto Rossi. Lo si potrebbe definire figlio dei tempi, ma dei tempi che verranno e che, nei paesi scandinavi, stavano già arrivando. Quei compiti possono essere sintetizzati “nell’emancipazione delle classi lavoratici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita”. L’obiettivo deve essere perseguito con: a) l’abolizione, la limitazione, la correzione della proprietà privata; b) la nazionalizzazione delle grandi imprese monopolistiche; c) una riforma agraria e forme di gestione cooperativa e azionariato operaio; d) provvidenze necessarie per i giovani “per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita [sono le eguaglianze di opportunità]; e) l’assicurazione a tutti di “vitto, alloggio e vestiario” e di misure “che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio” [quanto di più vicino e simile al programma di uno Stato del benessere, del welfare].
Tre quarti di secolo dopo la sua stesura, il Manifesto di Ventotene non è soltanto un documento storico ricco di intuizioni lungimiranti e di indicazioni programmatiche, alcune delle quali tradotte nelle politiche formulate e attuate dall’Unione. Non è soltanto un monumento alla intelligenza degli avvenimenti dei suoi due autori. Continua a costituire la premessa e la promessa di una Federazione degli stati europei.
Sull’Europa e sulle posizioni di Spinelli #RadioRadicale
“Intervista a Gianfranco Pasquino sull’Europa e sulle posizioni di Spinelli come ricordate da Pannella” realizzata da Cristiana Pugliese .
L’intervista è stata registrata lunedì 14 dicembre 2015 alle 12:05.
Nel corso dell’intervista sono stati trattati i seguenti temi: Cultura, Democrazia, Diritto, Federalismo, Politica, Ue.
El proyecto político europeo #OPINIÓN #ElMundo
El proyecto político europeo tiene una larga y dificíl historia, pero también un futuro prometedor. La historia de la idea de Europa nace hace más de dos mil años con los griegos y sigue, más o menos visible, en la voluntad de poder de los emperadores romanos y de los Jefes de Estados europeos, y en las inspiraciones de grandes intelectuales y escritores. Nadie puede infravalorar la importancia y la fuerza de las ideas al recordar el pasado, interpretar el presente, y hacer un proyecto de futuro. El momento crucial para Europa tuvo lugar sobre los escombros de la Segunda Guerra Mundial, cuando algunos hombres de Estado, algunos grandes burócratas (entre ellos Jean Monnet) y ciertos políticos (Altiero Spinelli) iniciaron, al mismo tiempo, un proceso funcionalista (juntar los recursos y hacer crecer las ocasiones de cooperación económica) y otro federalista (empujar a los gobiernos hacia la cesión de poderes y partes de la soberanía en favor de algunas instituciones supranacionales). El camino federalista se paró en 1954 por una inédita alianza entre los comunistas y los gaullistas franceses que vetaron la Comunidad Europea de Defensa (una decisión que Europa todavía está pagando), mientras que el camino del funcionalismo avanzó con notable éxito: del Mercado Común y la Comunidad Económica Europea al nacimiento de la moneda única, el Euro.
En octubre 2012 se concedió a la Unión Europea el premio Nobel de la Paz por «sus progresos en la paz y en la reconciliación» y por haber garantizado «la democracia y los derechos humanos» en el Viejo Continente. En el comunicado oficial del premio se destacaba que la UE «ha contribuido a lograr la paz y la reconciliación, la democracia y los derechos humanos en Europa. Hoy una guerra entre Alemania y Francia sería impensable, y eso demuestra que a través de la mutua confianza, históricos enemigos ahora puedan ser amigos. Asimismo, la caída del Muro hizo posible la entrada en la Unión de los países de la Europa central y oriental, así como la reconciliación en los Balcanes y la perspectiva del ingreso de Turquía, todo lo cual representa un gran paso hacia la democracia». En suma, concluía la nota, «el papel de estabilidad jugado por la UE ha ayudado a que gran parte de Europa se transforme de un continente de guerra a uno de paz».
Estoy convencido que es posible sostener que el proyecto político europeo ha alcanzado, como señalan los observadores independientes, un primer gran objetivo: la paz. Además, mirando la historia económica de los seis países fundadores y de todos los Estados que poco a poco han pedido el acceso y han entrado en Europa, es posible afirmar que Europa ha conseguido otro objetivo también muy importante: la prosperidad. Con el paso del tiempo, todos los Estados miembros han crecido económicamente gracias a la intregración de muchos sectores de actividad. Las dificultades de la crisis del 2008, a causa de la política económica y bancaria de EE.UU, han producido graves consecuencias negativas que, sin embargo, probablemente hubieran sido peores sin la Unión Europea.
Al principio, el proyecto político europeo no tenía la ambición de liberar a los países de la Europa centro-oriental del comunismo, sino más bien de hacer más sólida y próspera la democracia dentro de la Unión. Pero, en seguida, por un lado el ejemplo de países que protegen y promueven los derechos de sus ciudadanos y garantizan su participación política, y por otro, su visible prosperidad económica, jugaron ciertamente un papel importante al hacer entrar en crisis a los regímenes comunistas. La Unión Europea es una gran sociedad abierta, para utilizar las palabras de Karl Popper; es el más grande espacio de civilización en el mundo, donde, por ejemplo, no existe y no se aplica la pena de muerte. Su ampliación a los países del Este y, en parte, también a los países Bálticos es otro jalón importante para el proyecto político europeo. Paz, prosperidad y democracia son éxitos extraordinarios, pero que no pueden considerarse alcanzados para siempre ni completamente.
Desde hace varios años, se han manifestado tensiones con respecto a la economía y a la democracia. Algunos europeos creen que las tensiones puedan desaparecer con una vuelta a las políticas nacionales. Se equivocan. Otros europeos piensan que la Unión ha ido demasiado deprisa. Por eso, en su opinión, habría que pararse y consolidar lo que tenemos, tranquilizando a los ciudadanos. También se equivocan. Desafortunadamente, ésta parece ser la política dominante: ganar/perder tiempo a la espera de que lleguen tiempos mejores. Un liderazgo verdaderamente europeo se debería comprometer en la construcción de esos tiempos mejores, pero parece que ningún gobierno u oposición europea ejerce un liderazgo que esté a la altura de ese desafío. Esta opción es la minoritaria entre los líderes, los intelectuales y los ciudadanos europeos. Otros sostienen que habría que seguir adelante, aceptando velocidades diferentes entre los países miembros, hacía una unificación política de Europa: hacia los Estados Unidos de Europa. En cualquier caso, hasta que se configure un pueblo europeo es necesario aumentar los intercambios culturales de todo tipo, incrementando programas como Erasmus y Sócrates. Hace falta que los partidos de las tres grandes familias europeas -cristiano-demócratas, social-demócratas y liberal-demócratas- hagan un política activa e incisiva de educación política entre los electores europeos, y no sólo con ocasión de las elecciones al Parlamento Europeo. Hace falta que las políticas económicas y las políticas sociales pasen a manos de la Comisión Europea, de forma que estén más controladas por el Parlamento Europeo y menos por los distintos parlamentos nacionales. En fin, hace falta que las instituciones europeas se reformen en el sentido de mostrar mayor transparencia y sensibilidad hacia los ciudadanos.
El proyecto político europeo contempla también la democratización de los procedimientos y de las decisiones. La burocracia europea tiene que ser como una casa de vidrio. Actualmente hay dos organismos europeos que han realizado y siguen realizando una gran contribución al proceso de la unificación económica y política: el Banco Central Europeo y la Corte Europea de Justicia. Es el círculo Consejo-Comisión-Parlamento el que tiene que mejorar y ser reestructurado. Su modo de funcionamiento tiene que mejorar para fortalecer las relaciones con los ciudadanos europeos. Todo esto es difícil que se alcance en un momento en el que, por un lado, hay que afrontar el desafío de milliones de inmigrantes que huyen de las guerras civiles y de la pobreza de sus países y, por otro, es urgente e indispensable demostrar que el proyecto político europeo tiene todavía mucha fuerza propulsiva. Nadie puede creer que sea fácil la operación de construir una Europa politicamente unida en un contexto donde existe una Babel lingüística, de culturas y tradiciones diferentes. Sin embargo, tampoco nadie puede negar que la operación está en marcha y ya ha dado muchos pasos hacia adelante. Pero hay que seguir. Frente a los populismos nacionalistas, las relaciones intergubernamentales, hoy tan frecuentes, pueden ofrecer resistencia, interponer obstáculos, pero no derrotarlos definitivamente. La política federalista sería la solución más eficaz. Es posible sostener que los Estados Unidos de Europa son nuestro destino, pero es un destino que sólo se podrá alcanzar mediante el trabajo y las transformaciones tanto institucionales como económicas, políticas como sociales, combinando los derechos y los deberes del ciudadano europeo. Europa será lo que sus ciudadanos quieran que sea.
Gianfranco Pasquino es profesor Emérito de Ciencia Política en la Universidad de Bolonia.
Publicado 13 de noviembre 2015 en la página 6 di El Mundo y en elmundo.es
Quell’idea di nazione e di Europa
Il Presidente che se ne va ha fatto tutto il possibile per “tenere insieme” un sistema politico che stava disgregandosi. Ha fatto moltissimo, secondo alcuni anche troppo. Probabilmente se ne va con un po’ di amarezza e di preoccupazione, consapevole che il sistema non è ancora messo in sicurezza e che proprio la scelta del suo successore potrebbe produrre forti tensioni. Due stelle polari hanno guidato l’azione di Napolitano per quasi nove lunghissimi anni: un’idea di nazione, una visione dell’Europa. Come quasi nessun altro prima di lui, il Presidente Napolitano ha inteso rappresentare “l’unità nazionale” come il suo fondamentale compito a norma di Costituzione. L’ha fatto spingendo i partiti politici e i loro dirigenti a trovare accordi e a prendere decisioni condivise. Le “larghe intese” sono state una delle modalità di rappresentare l’unità nazionale e di procedere a riforme, socio-economiche e istituzionali, tuttora, però, incompiute. L’ha fatto opponendosi a scioglimenti anticipati del Parlamento, richiesti da una classe politica composta da ignavi e da presuntuosi, che avrebbero logorato le istituzioni e gli stessi cittadini elettori senza risolvere nessun problema. L’ha fatto nominando tre capi del governo e sostenendoli fin dove poteva con il suo prestigio, le sue indicazioni, i suoi consigli, preziosissimi perché derivanti da cinquant’anni di onorata esperienza politico-parlamentare. L’ha fatto, infine, “predicando” i valori della libertà, della partecipazione, dell’appartenenza a una stessa comunità, del senso civico, dell’impegno politico. Sono valori tanto più credibili poiché da lui non soltanto annunciati, ma coerentemente praticati.
Quella visione d’Europa, di un continente che si unifica politicamente anche perché condivide una storia, tragica, ma superata, che è fondato su valori occidentali diventati universali, che si oppone alla violenza e al fondamentalismo di tutti i tipi, ha fatto la sua (ri)comparsa nella grande marcia di Parigi. Il Presidente Napolitano, sulla scia del grande combattente federalista Altiero Spinelli, l’aveva fatta sua, interpretata e manifestata da almeno quarant’anni. L’ha ripetutamente richiamata nell’assoluta consapevolezza che unicamente in Europa, grazie all’Unione Europea, agendo credibilmente e responsabilmente, l’Italia e gli italiani (ri)troveranno la strada della crescita, non soltanto economica, ma politica e culturale. I capi di governo e di Stato europei e molte università in Italia e nel continente hanno dato ampio riconoscimento all’europeismo di Napolitano che, purtroppo, continua a non essere pienamente, in maniera convinta e operosa, tradotto in comportamenti proprio in Italia.
Chiarissimo, ampio e positivo il lascito di Napolitano potrà durare esclusivamente se chi gli succederà, uomo o donna, avrà, se non le sue stesse, probabilmente inimitabili, qualità, almeno la volontà e le capacità per svolgere i difficilissimi compiti che l’Italia ha di fronte. Napolitano è stato molto più di un arbitro, ancorché severo, e di un garante autorevole. Ha voluto e saputo essere il garante dei cittadini, non dei dirigenti di partito, il garante del buon funzionamento delle istituzioni, non dei detentori delle cariche. Il Presidente Napolitano è anche stato, nei limiti della Costituzione ma, talvolta, anche proiettandosi per necessità oltre, senza mai violarla, un protagonista. Questo suo innegabile protagonismo ha anche significato l’ineludibile presa d’atto che la Costituzione, da lui celebrata nel 2008 come una splendida sessantenne con poche rughe, è esigente con tutti, dai cittadini al Presidente della Repubblica, ai quali impone doveri democratici. Indiscrezioni suggeriscono che Napolitano, tornato, in veste diversa, Senatore a vita, si appresta a votare il suo successore. Auguriamo a lui e a noi tutti che il successore sia più che degno, quindi non una persona di basso profilo e di limitata autonomia politica, altrimenti turbolentissimi saranno i tempi della Repubblica.
Pubblicato Agl 14 gennaio 2015
Conciliare sogni e concretezza
La cultura e la scuola ci salveranno, sostiene il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, contro i molti che pensano che gli insegnanti siano il problema. L’Europa, quella “cosa” bella sognata da un uomo confinato a Ventotene nel pieno della Seconda Guerra mondiale (magari sarebbe stato preferibile farne il nome: Altiero Spinelli), è il luogo dove troveremo molte soluzioni ai problemi italiani se sapremo comportarci come si deve. L’Europa è il luogo dove dal 1 luglio il Presidente del Consiglio italiano si troverà a collaborare con gli altri capi di governo europei per il suo importante semestre di Presidenza. In maniera molto disinvolta, qualche volta fin troppo (le mani in tasca), Renzi ha cercato di parlare di più alla società che alle istituzioni e ai suoi rappresentanti. Nella parte iniziale del suo intervento, probabilmente, la parte migliore, ha ricordato a tutti, che la politica è un’attività nobile e che chi disprezza la politica non sarà mai grado di guidare una società. Secondo lui, ma la diagnosi è controversa, la società italiana è, da parecchi anni, più avanti della politica cosicché da tempo la politica deve rincorrere la società. La potrà raggiungere esclusivamente se saprà fare le riforme, quelle istituzionali e quelle socio-economiche. Le riforme istituzionali, a cominciare dall’abolizione, urgentissima, delle province e poi dall’approvazione della legge elettorale e, detto con qualche esitazione, vista la sede in cui parlava, del Senato, debbono essere fatte con tutti coloro che le condividono. Le altre non escludono apporti fuori della maggioranza di governo, ma richiedono compattezza e concretezza.
A tratti, Renzi, che non leggeva un testo scritto, è sembrato persino troppo sicuro di sé, accettando, addirittura incentivando, qualche interruzione ad opera dei senatori, in particolare di quelli delle Cinque Stelle da lui sfidati. Qualche volta ha mostrato eccessi di autostima, ricorrendo a una terminologia inusuale nelle aule parlamentari quasi a marcare con lo stile il distacco da un passato in verità molto prossimo e nient’affatto superato. In maniera non proprio originale, ha insistito alla Veltroni sui sogni e sul coraggio. Ha fatto qualche esempio, non sempre calzante, per rendere vivace la sua esposizione. Ha tentato una difficile conciliazione fra coloro che vorrebbero procedere a un’integrazione a maglie larghe degli immigrati (concedendo subito la cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia) e coloro che difendono l’identità italiana come un baluardo invalicabile. E’ sembrato disposto a non pochi compromessi, a suo modo di vedere, essenziali per trovare punti d’accordo.
Nel complesso, il suo discorso, interrotto da non molti applausi, ha spiccato soprattutto per il modo con il quale veniva pronunciato, molto meno per la concretezza, rivendicata, ma non sufficientemente esplicitata. I numeri e le date sono stati pochi. I costi e i tempi delle riforme, in special modo, quella cruciale della burocrazia, affidata a una neo-Ministra non proprio preparatissima, non ci è dato conoscerli, mentre prima di entrare in carica Renzi aveva baldanzosamente garantito l’attuazione di una riforma importante al mese. Sono stati i due banchi del governo a mandare un visibilissimo (e, in linea di principio, positivo) segnale: una nuova generazione, salve tre o quattro eccezioni, ha conquistato le cariche e ha conseguito la parità di genere. Le parole del premier, non tutte scelte ad arte, ma a lui congeniali, indicano che almeno il lessico è già cambiato. Non è necessariamente migliore del linguaggio dei politici più capaci della Repubblica, il migliore dei quali sta al Quirinale, ma costruisce aspettative di cambiamento. Però, l’indispensabile passaggio dalle parole ai fatti, quello che Renzi ha insistentemente rimproverato al suo predecessore Letta di non avere saputo fare, rimane inevitabilmente ancora tutto da costruire.
Pubblicato AGL 25 febbraio 2014



