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C’è un rimedio per l’astensione: il voto per posta @HuffPostItalia

L’Europa non ce lo chiede, ma ce lo consente. Sarebbe contenta se procedessimo in quella direzione. Anche molti di noi

In un talk show mattutino ho ascoltato due fantasiose/fantastiche interpretazioni della crescita dell’astensionismo. Prima interpretazione: gli italiani (ma anche le italiane) non sono andati/e a votare perché non ci credono più. Loro volevano votare nell’agosto 2019 dopo la crisi del primo governo Conte e non li hanno lasciati votare. Volevano votare nel febbraio 2021, dopo la crisi del secondo governo Conte, ma nisba. Allora, hanno deciso che per punire i politici non votano neanche alle comunali del 2021 (elezioni che per di più sono in ritardo di sei mesi). Tiè.

   No, seconda interpretazione, gli italiani/e non sono andati a votare perché erano molto confusi: troppe liste, troppe candidature, perplessità, disorientamento, fuga dalle urne. Meglio non sbagliare, sto a casa. Chi sostiene l’una o l’altra di queste concezioni non ha evidentemente mai letto un libro né un articolo scientifico sul comportamento elettorale e sull’astensione, tematiche fra le più studiate e approfondite dalla scienza politica. Più liste e più candidature più probabilità che amici, parenti e conoscenti si mobilitino, vadano a votare. Incidentalmente, a riprova sono altissime le probabilità che la partecipazione scenda significativamente al ballottaggio quando si avranno solo due sfidanti.

   Chi legge e studia, ma anche chi si informa professionalmente deve sapere alcune cose basilari sul non voto. Primo, il voto è una relazione fra, da un lato, i partiti e i loro candidati e gli elettori. I primi fanno un ‘offerta, i secondi rispondono. Se l’offerta è debole e malfatta, la risposta è starsene a casa. Secondo, votano i cittadini/e inseriti in circuiti sociali e professionali. Coloro che sono isolati hanno molte difficoltà ad attivarsi. Se nessuno me lo chiede, se nessuno parla con me, non vado a votare. Questa, dell’isolamento sociale, è una situazione che cresce, è cresciuta nel tempo. I singles di necessità o per scelta che vivono in aree non centrali hanno abbandonato, perduto qualsiasi stimolo alla partecipazione elettorale. Infine, questo, l’Italia, è un paese che invecchia. Le donne e gli uomini anziani votano in percentuali declinanti. Potrei aggiungere che spesso hanno smesso di parlare di politica con chiunque e magari non l’hanno fatto abbastanza in famiglia con i propri figli. Questo, l’Italia, è un paese che continua ad avere cittadini mobili, fuorisede, all’estero per ragioni di studio e di lavoro, che non vivono nei luoghi dove dovrebbero votare.

   È venuto il tempo del voto per posta (i referendum SPID insegnano qualcosa), da consentire anche tre/quattro settimane prima del giorno del voto di persona nella gabina (sic) elettorale. L’Europa non ce lo chiede, ma ce lo consente. Sarebbe contenta se procedessimo in quella direzione. Anche molti di noi.

Pubblicato il 4 ottobre 2021 su Huffingtonpost.it

Amministrative di ottobre, che delusione. Scrive Pasquino @formichenews

Se guardiamo all’eventualità di qualche apporto per la ristrutturazione della politica nazionale, non lo si trova nelle città che vanno al voto. Se pensiamo a leadership nazionali non sono emerse nelle zone locali. Se poi siamo così masochisti da aspettarci nuove idee per il futuro del sistema politico italiano, magari nella versione “le città per l’Europa”, la delusione è assicurata

Ho visto poco di nuovo, pur leggendo e guardando molto, nella campagna elettorale di partiti e candidati nelle varie città. Scarsissima l’immaginazione politica che, ovviamente, spiega il non grande entusiasmo (è un eufemismo) dell’elettorato, ma chiarisce anche perché Draghi può andare avanti tranquillo. Questi partiti non possono impensierirlo. Non sanno quali proposte correttive o alternative fare alle sue decisioni, a cominciare dall’utilizzo dei fondi a livello locale. Non sanno dove andare. Da questo punto di vista è Giorgetti che interpreta correttamente la situazione: non buona la scelta dei candidati del centro-destra; la strada è quella europea. Il resto, ma questo lo dico io, non Giorgetti che, pure approverebbe, è nonsense (la Lega di un tempo avrebbe preferito dire bullshit).

I candidati sindaci politici hanno detto quello che i loro partiti stancamente ripetono, spingendosi a fare (Lepore a Bologna) affermazioni roboanti: Bologna diventerà “la città più progressista del mondo” (qualcuno ha sempre pensato che già lo fosse…). Sala a Milano ha raffinato il suo profilo di amministratore che viene dalla società, ma non vuole tornarci anche perché ritiene di avere fatto molto bene come sindaco, disegnando un futuro praticabile. Il Movimento 5 Stelle (soprattutto Virginia Raggi) conta sullo stellone, ma difficilmente Conte potrà a sua volta contare molti voti e qualche successo. Il centro-destra ha, con la scelta dei candidati civici, dimostratisi ampiamente inadeguati, “spaesati” (è un gioco di parole), ha quasi confessato che la sua classe politica è solo quella nazionale e che un civico come Berlusconi non lo si inventa. Se esistesse si affermerebbe da solo proprio come, memorabilmente, fece Giorgio Guazzaloca a Bologna nel 1999.

Quanto alle tematiche mi pare che nessuno dei i candidati abbia voluto affrontare il tema più importante: come utilizzare i fondi europei. Meglio esibirsi sulle periferie e sulle diseguaglianze per dare sollievo alle quali dovremo diventare tutti più buoni e più inclusivi, magari facendo proposte concrete basate sulle montagne di dati disponibili. Ma, disse una volta un mio autorevole collega, “chi tocca i dati muore” (se e perché non lo sa fare). Può anche essere contraddetto. Questo contrasto, fra le affermazioni pompose e il fact-checking reciproco, sarebbe poi anche il sale della democrazia.

Insomma, se guardiamo all’eventualità di qualche apporto per la ristrutturazione della politica nazionale, non lo si trova nelle città che vanno al voto. Se pensiamo a leadership nazionali non sono emerse nelle zone locali. Se poi siamo così masochisti da aspettarci nuove idee per il futuro del sistema politico italiano, magari nella versione “le città per l’Europa”, la delusione è assicurata. La giacchetta di Draghi può democraticamente essere tirata, ma le mani che ci provano non sanno dove trascinarlo. Conteranno i voti, poi, salvo imprevedibili sorprese, i partiti continueranno nel già logoro tran tran. Il centro-destra dirà di essere unito, addirittura compatto. Partito Democratico e Conte sosterranno che è aperto il cantiere della loro possibile coalizzabilità. Poi arriverà l’lezione del prossimo Presidente della Repubblica (e Formiche mi chiederà un ventaglio di commenti), forse uno spartiacque (ma non vorrei elaborare fra quali acque). Nel frattempo, votate e siate contenti di avere l’opportunità del voto disgiunto e di godere della possibilità di ballottaggio quando il vostro voto si rivelerà e sarà pe san tis si mo.

Pubblicato il 1° ottobre 2021 su Formiche.net

Dalle elezioni comunali ripercussioni sui partiti ma il governo è salvo #intervista @LumsaNews

Il politologo Pasquino a Lumsanews:il 40% degli elettori decide all’ultimo
Intervista raccolta da Tommaso Bertini

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, intervistato da Lumsanews, ha descritto come le prossime elezioni amministrative potranno influenzare la politica nazionale.

Il sistema elettorale delle amministrative presenta secondo lei delle criticità? Se ci sono, quali potrebbero essere le alternative?

“Ci sono altri metodi sicuramente, ma non credo che siano migliori di quello che abbiamo in Italia. Penso che coloro che criticano il sistema elettorale italiano si dimenticano che abbiamo avuto in passato un sistema che consentiva ai partiti di scegliere il sindaco dopo le elezioni, tagliando fuori il parere degli elettori”. 

L’alleanza tra Pd e M5s in alcuni comuni italiani sarà la prova generale per una alleanza nazionale alle prossime politiche? 

“Nelle elezioni amministrative comunali conta il territorio, e dunque in qualche territorio si possono fare alleanze di un certo genere, e in altri quelle alleanze sono impossibili. Detto questo, al momento vedo un’alleanza di centrosinistra meno compatta rispetto a quella ipotizzata per il centrodestra.”

Ci saranno ripercussioni sui rapporti di forza tra Lega e Fratelli d’Italia?

“Faranno tutti delle acrobazie per dimostrare che hanno vinto loro: che ha vinto Fratelli d’Italia qui e la Lega là. Le elezioni locali hanno una loro specificità, è difficilissimo mettere insieme i voti ottenuti a Milano con quelli ottenuti a Roma o a Torino, o nelle molte località di cui non parliamo perché non sono grandi città.”

Il nuovo corso del M5s influirà sul risultato elettorale, o le elezioni saranno un test per la leadership di Conte?

“Le elezioni non andranno né male né bene per loro, perché ci sono delle zone nelle quali i 5 stelle andranno relativamente bene, altre nelle quali andranno relativamente male. Conte sfrutterà al massimo i voti dove è andato bene, e dirà che nei luoghi dove è andato male non è colpa sua, ma che il processo di rinnovamento è appena agli inizi.”

In queste elezioni comunali quanto peso avrà l’ideologia e quanto invece la capacità di risolvere pragmaticamente i problemi delle città?

“Al di là del contesto milanese, dove il sindaco uscente cerca un secondo mandato, non si sa se i candidati saranno buoni sindaci, sarà una scommessa. Dopodiché, gli elettori italiani si orientano a seconda delle preferenze generali (sono più o meno di sinistra o destra) e sulla base della personalità del candidato. Questo può fare la differenza, come nel caso di Manfredi a Napoli.”

E le disuguaglianze economiche e sociali influiranno sul voto?

“Quelli che hanno poche risorse economiche, culturali e di status, sono quelli che abitualmente votano meno degli altri, che hanno meno informazioni. Ma complessivamente, l’Italia non è un Paese così diseguale, e quindi le disuguaglianze avranno poco impatto sul voto.”

Il voto degli indecisi ora sarà determinante o i giochi sono prevedibili?

“No, i giochi non sono prevedibili. Guardando i sondaggi dobbiamo essere molto preoccupati dall’imprevedibilità dell’elettorato italiano. Abbiamo circa un 40 per cento degli elettori che si dichiarano indecisi. Questi sceglieranno gli ultimi due o tre giorni.” 

Questo voto avrà dei riflessi sulla politica nazionale? Se sì quali scenari si potranno creare?

“Se il M5s va particolarmente male, questo sarà un campanello d’allarme per il Pd in vista delle prossime elezioni politiche. Se la Lega va molto male, rispetto a Fratelli d’Italia, Salvini dovrà interrogarsi su quanto gli costa rimanere nell’esecutivo. Ma il governo Draghi non ha quasi nulla da temere. Infatti, se i 5 stelle perdono voti, dovranno rimanere al governo. Se Salvini esce, nessun problema, perché la maggioranza c’è ancora, con un qualche vantaggio per Forza Italia, che può sperare di catturare quella parte di leghisti che sanno benissimo che hanno bisogno dell’Europa, e che esprimono una linea pro-Europa.”

Pubblicato il 30 settembre 2021 su LumsaNews.it

Ottima risorsa per gli elettori pensanti @qn_carlino

Due voti sono meglio di uno. Lo sanno perfettamente i francesi con il loro maggioritario a doppio turno di collegio, e i tedeschi, voto per candidati e voto di lista. Entrambi sono consapevoli di avere il potere, in qualche caso addirittura il dovere, di differenziare il loro voto.

La legge elettorale per i sindaci dei comuni al di sopra dei 15 mila abitanti, alla cui stesura mi onoro di avere contribuito, prevede per l’appunto che gli elettori abbiano due voti. Uno per scegliere il candidato sindaco che preferiscono; l’altro per votare la lista/partito di loro gradimento anche, semplicemente, dando la preferenza ad un/a candidato.

Il voto è disgiunto quando, scelto il sindaco, l’elettore dà il suo voto ad una lista/partito diversa da quella del candidato sindaco oppure, persino, a candidati che non si trovano fra le liste/partiti che sostengono quel sindaco, e viceversa. Non è possibile sapere con precisione quale è la percentuale di elettorato che decide di fare uso del voto disgiunto. Dipende, naturalmente, da molti fattori: la popolarità del sindaco, politico o civico, la campagna elettorale di alcuni candidati e il peso e la coesione delle associazioni che li sostengono, il gradimento dei partiti. Talvolta quella minoranza di elettori che votano “disgiunto” può fare la differenza sia nell’elezione dei consiglieri comunali sia nel mandato più o meno ampio e personale per il sindaco eletto sia, infine, nel sostegno all’opposizione. Il voto disgiunto è un’ottima risorsa per gli elettori pensanti.

Pubblicato il 16 settembre 2021 su Il Resto del Carlino

Il caso Bologna: solo Renzi costringe il Pd a fare vere primarie per il sindaco @DomaniGiornale

La notizia è che, dopo circa sei mesi di acrimoniose discussioni, l’audacissimo Partito Democratico di Bologna organizzerà le primarie per la scelta della candidatura a sindaco di Bologna. L’altra importante notizia è che saranno primarie competitive con un esito non predeterminato. Le precedenti primarie bolognesi, 1999, 2009 e 2011, erano state ampiamente controllate (la tentazione di scrivere “manipolate” mi rimane) dal gruppo dirigente. Anche questa volta, ha cominciato il sindaco Merola, non rieleggibile dopo due mandati senza troppa gloria, a battezzare come successore il suo assessore alla Cultura Matteo Lepore. Poi, candidatosi anche l’assessore alla Sicurezza, Alberto Aitini, invece di prenderne atto e prepararsi alle primarie, il gruppo dirigente del PD ha traccheggiato all’insegna della ricerca di una candidatura unitaria, un modo per fare sapere a Aitini che doveva ritirarsi. La situazione si è sbloccata rumorosamente quando, incoraggiata da Matteo Renzi, ha fatto irruzione la candidatura di Isabella Conti, esponente di Italia Viva (ma, prima, PD), rieletta sindaco di San Lazzaro con quella che chi non conosce la Bulgaria post-1989, continua a chiamare “maggioranza bulgara”: 80 per cento dei voti. Inevitabilmente, molto contrariati, gli esponenti del vertice (mi veniva la parola “cupola”) del PD hanno preso atto e annunciato che si terranno primarie di coalizione il 13 oppure il 20 giugno.

Fin dall’inizio lo svolgimento di elezioni primarie doveva essere considerato l’esito naturale, previsto nello Statuto del partito (art. 24 Elezioni primarie per la cariche monocratiche istituzionali). Con buona pace di Beppe Provenzano, vicesegretario del PD nazionale, non sbaglia affatto “chi dice che le primarie sono l’identità del Pd”. Al contrario sono un elemento costitutivo della, pur pallida, identità del partito. Bologna ci dice, però, che questa pratica, a determinate condizioni, sicuramente democratica, cozza frontalmente con le preferenze di chi continua a preferire le cooptazioni e altre oscure attività.

Ovviamente, le primarie, tutte le primarie in tutti i luoghi nei quali si svolgono (il PD ne ha fatte più di mille) sono anche un confronto/scontro fra persone le quali, nel caso di Bologna e in quasi tutti gli altri, hanno una biografia politica e professionale che le rende più o meno qualificate per aspirare ad una carica importante. I due assessori vantano per l’appunto la loro esperienza di governo della città, ma Isabella Conti può molto facilmente replicare con il buongoverno che ha garantito come sindaca di San Lazzaro, comune con più di 30 mila abitanti. L’ostacolo che le hanno subito frapposto è quello di essere “una renziana”, ma se le primarie di Bologna hanno da essere primarie di coalizione quest’ostacolo non ha da essere. Anzi, il PD dovrebbe rallegrarsi che fondamentalmente Italia Viva abbia deciso di fare parte della coalizione di centro-sinistra. Nel regolamento, il più garantista possibile per tutt’e tre i concorrenti, dovrà essere limpidamente statuito che i perdenti si impegnano a sostenere la vincente.    Proprio il regolamento potrebbe essere il prossimo punctum dolens: quante iniziative, quanti confronti, in quali spazio, con quali impegni di risorse sono tutti elementi che debbono essere sanciti per non dare vantaggi e non procurare svantaggi a nessuno. Le esperienze passate non sono del tutto rassicuranti con pezzi di partito che non solo si adoperarono palesemente a favore di uno specifico candidato, ma premettero sulla CGIL, sulle cooperative, su altre associazioni vicine per conseguire l’esito voluto. Divenuta famosa anche per avere resistito con successo alle mire poco ecologiche (sic) delle cooperative costruzioni, Isabella Conti sa di partire in salita nel mondo (che qualche commentatore bolognese ha infelicemente definito “di mezzo”) del PD. Proprio per questo la campagna elettorale bolognese si annuncia molto interessante. Le primarie servono anche a mobilitare gli elettori e i simpatizzanti, a comunicare politica e politiche, ad allargare la sfera del consenso. A Bologna, forse, potranno fare circolare un po’ d’aria nuova in un partito che troppo spesso risulta essere una struttura cementata e appesantita dal troppo potere che ha (talvolta neppure sapendolo esercitare).

Pubblicato il 23 aprile 2021 su Domani