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PD, non serve una nuova ribollita

L’ex-segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi lancerà la campagna per la sua possibile ri-elezione da un luogo simbolo: il Lingotto di Torino. Da lì il 27 giugno 2007 partì in maniera vertiginosa la corsa di Walter Veltroni all’insegna di un manifesto programmatico “Un’Italia unita, moderna e giusta” che aveva molto poco a che vedere con il partito nascituro, ma fin troppo con il governo del paese. L’esito che quasi nessuno, meno che mai Veltroni e Dario Franceschini, il suo accompagnatore nel ticket come imprevisto (la carica non sta nello Statuto) vice-segretario, volle vedere, fu l’inevitabile indebolimento del già traballante governo Prodi II. Con la sua vocazione maggioritaria e il rifiuto di fare coalizioni, Veltroni avrebbe poi perso alla grande le elezioni del 2008. È del tutto evidente che Renzi ha intrapreso lo stesso, sbagliato e pericoloso, percorso. Del partito, in realtà, gliene importa poco o nulla, se non come veicolo per raccogliere voti. Tuttavia, il problema da affrontare, che qualcuno, a cominciare dai suoi concorrenti, se non cadono nello stesso errore, dovrebbe ricordare a Renzi, è come (ri)costruire il Partito Democratico.

Dopo anni di gestione verticistica e personalistica, con una maggioranza che ha irriso e schiacciato le minoranze interne, che non si è mai curata né degli iscritti né delle organizzazioni locali del PD né della formazione di un cultura politica del partito (le passerelle dei ministri alla Scuola di politica sono state esercizi di non brillante propaganda), è venuto il tempo di una vera svolta. Per usare un lessico della vecchia “ditta” del passato, la “rivoluzione copernicana” si avvererebbe se i candidati alla segreteria, a cominciare da Renzi, narrassero sia agli iscritti sia a chi si prepara ad andare a votare, per lui o per gli altri, sia a coloro che se ne sono andati sia, più in generale, agli italiani che si occupano di politica, che tipo di partito sarà il PD prossimo venturo. Sarà ancora un partito di centro-sinistra, disposto a cercare alleati? Oppure si sposterà di più verso il centro inseguendo il cosiddetto Partito della Nazione? Accetterà al suo interno posizioni diversificate, aperto al dissenso e al flusso di idee diverse, seppur non divergenti? Vorrà caratterizzarsi come contenitore di una sinistra inevitabilmente, ma spesso anche fecondamente, plurale? Sarà il partito del leader che comunica al popolo, all’Italia e al mondo (chiedo scusa: all’Europa) oppure promuoverà la partecipazione degli iscritti, si doterà di chiari criteri per la selezione dei dirigenti, degli amministratori, dei rappresentanti e valorizzerà le personalità, le loro esperienze, le loro competenze, le loro ambizioni?

Lo spazio di elaborazione politica originale è enorme. È anche esigente poiché se il prossimo segretario del Partito Democratico non si sforzerà di dare finalmente vita e corpo a un partito come comunità di persone che vogliono cambiare la politica italiana, sarà impossibile ristrutturare il sistema dei partiti (anche grazie a una legge elettorale che dia potere ai cittadini e offra rappresentanza), vera garanzia di buon funzionamento e di qualità in tutte le democrazie nelle migliori delle quali costituisce l’argine più solido contro l’antipolitica e il populismo. Snocciolare un elenco di riforme fatte, più o meno bene, di riforme da fare, più o meno credibilmente, di nemici da sconfiggere, non serve a tonificare il PD. Soltanto un Partito davvero democratico al suo interno può raccogliere le istanze di cambiamento, anche con la rivalutazione di scelte fatte nel passato, e riuscirebbe a governare in maniera decente l’Italia. Dal Lingotto bisogna pretendere sopra tutto la risposta su che tipo di partito deve diventare il PD (di Renzi oppure di Orlando oppure di Emiliano). Altrimenti, si udirà solo propaganda, come direbbero i toscani, “ribollita”.

Pubblicato AGL il 10 marzo 2017

Scegliere il segretario, non destabilizzare il governo

Quello che succede nel Partito Democratico e nei suoi dintorni è oggettivamente importante per due ragioni. Prima ragione: anche se i dirigenti dem, a partire dal suo segretario, fanno di tutto per smembrarlo, il PD è ancora, non si sa per quanto tempo, l’unico partito meritevole di questo nome nel sistema politico italiano. Il suo indebolimento si rifletterebbe/rifletterà negativamente su tutto il sistema. Seconda ragione: il PD è l’asse portante del governo presieduto da un suo esponente. Se le convulsioni del PD diventano gravi la caduta del governo è quasi certa. Dunque, prima il PD in qualche modo si riassesta, anche se ridimensionato, meglio sarà un po’ per tutti. Per l’eventuale riassestamento bisognerà aspettare almeno un paio di mesi. Usando una terminologia sbagliata, che non compare nello Statuto del partito, ma che è stata adottata da tutti gli operatori dei media, le procedure con le quali sarà eletto il prossimo segretario del PD vengono chiamate “primarie”. sbagliato. Grande innovazione politica, le primarie servono a consentire agli elettori di scegliere le candidature alle cariche elettive monocratiche, di governo o di rappresentanza: negli USA il Presidente della Repubblica, i Governatori degli Stati, Senatori e Rappresentanti; in Italia, i sindaci, i Presidenti delle Regioni, il Presidente del Consiglio.

L’elezione del segretario di un partito non è affatto una primaria. È una votazione aperta anche ai non iscritti per la scelta di quella specifica carica che finisce lì, per l’appunto con la vittoria di un candidato. Per quel che riguarda il PD, l’elezione potrebbe addirittura essere decisa, non da chi è andato a votare, ma, se nessuno dei candidati ottiene la maggioranza assoluta, dall’Assemblea dei delegati, con una logica contraria al principio fondamentale delle primarie che consiste nell’attribuire il potere di scelta, senza nessuna mediazione, agli elettori. Allora, perché insistere, da parte anche degli stessi Democratici compresi, in un grave, imperdonabile errore terminologico

Seppure molto criticate dai giornalisti, le primarie, quelle vere, sono comunque uno strumento di democrazia che sposta potere dalle élite partitiche ai cittadini, che potranno compiere una delle operazioni politiche più importanti: selezionare le candidature, eventualmente anche per il Parlamento. Persino Grillo lanciò, seppur malamente, le primarie per le candidature del Movimento Cinque Stelle al parlamento, chiamandole “parlamentarie” e scimmiottando il PD che le aveva fatte in maniera non proprio limpidissima. Dal 2005 a oggi il PD ha tenuto quasi mille primarie, delle quali appena una decina contestate, in quasi tutta Italia. Contrariamente a quel che si dice, i candidati del PD hanno vinto tra il 75 e l’80 per cento dei casi e una percentuale simile ha poi vinto anche la carica in gioco.

L’idea-obiettivo di coinvolgere molte centinaia di migliaia di cittadini nella selezione delle candidature è apprezzabile in special modo in Italia dove i partiti e anche i non-partiti sono tutt’altro che associazioni democratiche, come avrebbero voluto i Costituenti che scrissero l’art. 49. Chiamare primarie l’elezione del segretario del Partito Democratico è un omaggio alle primarie “vere”, ma serve soprattutto a dare maggiore legittimità a un procedimento che, invece, è ancora fortemente controllato dai dirigenti. Aprire le votazioni a tutti coloro che dichiareranno di voler sostenere il programma del PD e verseranno due euro e consentire due mesi di campagna elettorale, indispensabili a Michele Emiliano e Andrea Orlando, gli sfidanti di Renzi, per fare circolare le loro idee, sono decisioni che garantiscono una competizione non troppo squilibrata a favore del segretario dimissionario. Adesso è auspicabile che tutti i candidati, ex-segretario compreso, spieghino come desiderano ristrutturare il Partito Democratico, non le politiche che attuerebbero come capi del governo. Lo faranno dopo lo scioglimento del Parlamento, alla conclusione naturale di questa legislatura. Sarebbe molto grave se il primo atto politico del prossimo segretario del PD fosse quello di dare una fulminea spallata contro il governo del PD per ragioni egoistiche di carriera.

Pubblicato AGL 27 febbraio 2017