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Eredità di Weimar e futuro dell’Europa #Bologna #25ottobre @UniboMagazine

WEIMAR 1919-2019 ATTUALITÁ DI UNA COSTITUZIONE?
A cent’anni dalla Costituzione di Weimar

Venerdì 25 ottobre 2019, ore 9,15
Aula dei Poeti, Palazzo Hercolani
Strada Maggiore, 45 Bologna

Tavola rotonda
ore 14,30

A cent’anni dalla Costituzione di Weimar il Convegno si propone di
analizzare il lascito di questa importante realizzazione costituzionale
e di valutarne l’attualità.

Eredità di Weimar e futuro dell’Europa

Augusto BARBERA
Sabino CASSESE
Angelo PANEBIANCO
Gianfranco PASQUINO

Coordina: Raffaella GHERARDI

 

I vedovi del sì non capiscono il consenso dei giallo-verdi

Dal 5 marzo 2018 mattina, incessantemente, molti politici del PD e i giornalisti del Foglio, professoroni (sic) abbacinati da Renzi, dopo essersi invaghiti di Craxi e di Berlusconi, giornaliste embedded, continuano ad attribuire ai sostenitori del NO la colpa della nascita e dell’esistenza del governo giallo-verde. Chiedono ai professoroni del “no”, ma dovrebbero estendere il loro invito almeno anche ai partigiani “cattivi”, di riconoscere che hanno aperto la strada a quel governo e che, adesso, se ne stanno a guardare senza sbottare a ogni (più o meno presunta e presumibile) violazione della Costituzione –anche se finora proprio non ve ne sono state. Affermare, insieme a Casaleggio, che il Parlamento potrebbe un giorno risultare inutile, non è, peraltro, la stessa cosa di fare del Senato un dopolavoro per consiglieri regionali (come voleva la riforma Renzi-Boschi). Cattivi perdenti, “quelli del ‘sì”, non soltanto non si chiedono dove hanno sbagliato, che sarebbe il minimo, ma persistono in alcune argomentazioni logorissime, senza nessun fondamento minimamente scientifico. Secondo loro, mi riferisco in particolare all’articolo di Angelo Panebianco, Quei puristi (scomparsi) della Carta (“Corriere della Sera”, 3 novembre, pp. 1 e 28), i sostenitori del “no” non criticherebbero abbastanza, anzi, per niente, Grillo e Casaleggio (della Lega e di Salvini l’articolo non parla). Di più, sarebbero ancora prigionieri del “complesso del tiranno” ragione per la quale non avrebbero voluto il rafforzamento dei poteri del governo. Non c’era nulla nella riforma Renzi-Boschi che, attraverso un limpido intervento sulla Costituzione, rafforzasse i poteri del governo. Eppure sarebbe bastato il voto di sfiducia costruttivo alla tedesca oppure anche alla spagnola, ma i sedicenti riformatori d’antan e i loro molti commentatori amici non lo presero in nessuna considerazione. Oggi, peraltro, si vede con chiarezza quali sono i fattori che rendono forte un governo, persino, quando è di coalizione. Ricordo che la legge elettorale Italicum era stata formulata proibendo la formazione di coalizioni con l’intento di dare vita al governo di un solo partito premiato (gonfiato) da un cospicuo premio di seggi a tutto scapito della rappresentanza parlamentare. Non soltanto il governo Cinque Stelle-Lega ha a suo fondamento la maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento, ma non si sente in alcun modo ostacolato nelle decisioni che prende, nei decreti che produce, nella sua concreta attività di governo. Con vezzo italiano, proprio non solo dei complottisti e degli incompetenti, denuncia l’ esistenza dei poteri forti, delle tecnostrutture e, naturalmente, dei burocrati di Bruxelles ogniqualvolta incontra resistenze alle sue politiche, ma, almeno finora, non attribuisce le responsabilità alla Costituzione italiana. Anzi, a oggi le uniche proposte ventilate dalle Cinque Stelle stanno tutte nel solco di quanto i partecipanti alla Commissione Letta per le riforme istituzionali avevano variamente ventilato: riduzione bilanciata del numero dei parlamentari e potenziamento dell’istituto referendario. Non si vede, dunque, perché i sostenitori del “no” dovrebbero lanciarsi a capofitto in una campagna ostruzionistica. A riforme eventualmente approvate dal Parlamento si vedrà. Qualcuno potrebbe, invece, volere chiedere alle Cinque Stelle (la Lega non sembra interessata alla tematica) una profonda revisione della legge elettorale Rosato, anzi, per usare un termine caro alla parte politica di Rosato, una vera e propria rottamazione. Tornando al governo in carica le prefiche del “sì” potrebbero anche interrogarsi sulle ragioni che ne mantengono elevato il consenso in tutto il paese e chiedersi se non sarebbe meglio destinare il troppo tempo che impiegano a criticare chi ha vinto il referendum per formulare una strategia politica alternativa e farla viaggiare su quel che rimane dei partiti oggi all’opposizione.

Pubblicato il 6 novembre 2018

Quale partito per il prossimo segretario del PD?

Dalla rumorosa cavalcata di Veltroni nell’estate-autunno 2007 fino all’inusuale ri-elezione nel 2017 di un ex-segretario sconfitto al referendum costituzionale, le battaglie (impropriamente definite “primarie) per la conquista della segreteria del Partito Democratico hanno regolarmente eluso il tema di “quale partito” debba essere il PD. Tutti i potenziali segretari hanno raccontato qualche storia più o meno credibile, più o molto meno nuova, più o meno infiorettata, sulle “magnifiche sorti e progressive” che avrebbero introdotto nel governo del paese. Con quale partito non si è saputo mai. Con quale successo lo si è visto poi. Nelle democrazie contemporanee, alla faccia di tutte le estemporanee analisi che accentuano la personalizzazione della politica (in Svezia? Norvegia? Danimarca? Finlandia? Germania? Gran Bretagna? tutte democrazie davvero pochissimo “personalizzate”, e altre se ne potrebbero aggiungere), che sostengono che i partiti sono spariti, che trovano, per assolvere gli italiani, inconvenienti simili alla sgangherata politica italiana un po’ dappertutto, i partiti continuano a esserci, in uno stato di salute accettabile, e quelle che chiamiamo crisi della democrazia sono problemi di funzionamento nelle democrazie. Quei problemi sono più evidenti e più gravi proprio laddove i partiti sono più deboli. Incidentalmente, le alternanze al governo non sono mai la causa dei problemi, ma neppure la loro magica soluzione. Marco Valbruzzi mi ha insegnato che quelle alternanze frequenti sono semplicemente il prodotto della competizione fra partiti indeboliti che non riescono a mantenere “fermo” il consenso ottenuto da una elezione alla successiva. La volatilità elettorale è inevitabilmente più alta dove i partiti sono “qual piume al vento” e non dove sono radicati. Sulla volatilità del consenso del PD, se i dirigenti del partito smettessero di raccontarci i loro sogni e studiassero un po’ di analisi elettorali, qualcosa potrebbero imparare. La prima lezione è, come si conviene, tanto elementare quanto fondamentale. Laddove l’organizzazione del partito tiene il consenso elettorale fluttua poco. La seconda lezione è quella operativa. Se i dirigenti del partito si occupano di cariche e di carriere e non della presenza organizzata sul territorio, anche le cariche e le carriere diventano a rischio. Allora, bisogna proteggerle con le candidature multiple e le nomine dall’alto. La legge Rosato ha avuto questo unico esito protettivo che, naturalmente, prescindeva dallo stato del partito ed è andato a scapito della rappresentanza politica.

La campagna per l’elezione del prossimo segretario è sostanzialmente già partita, “sottotraccia” dicono i retroscenisti, ma già narrata in maniera più o meno fake da giornaliste e giornalisti che hanno fonti amiche. Sappiamo di contrapposizioni fra persone, con l’obiettivo prevalente del due volte ex-segretario (e lo scrivo due volte apposta) di bloccare chi è a lui ostile, per un insieme di ragioni che nulla hanno a che vedere con le modalità con le quali sarà ricostruito il Partito Democratico oppure si porranno le premesse per un altro partito. Che Renzi e i renziani siano totalmente disinteressati al PD è lampante. Con grande loro compiacimento personale, hanno nel tempo consentito a Ilvo Diamanti di scrivere tre o quattro articoli su “Repubblica” centrati, pardon, sbilanciati proprio a favore del Partito di Renzi (PdR). Tuttavia, un partito è più di una fazione di carrieristi e, quando i carrieristi perdono, il deflusso di parte di loro, spesso senza un ancoraggio sul territorio (anche perché paracadutati), è fisiologico, alla ricerca di chi offrirà altre opportunità di carriera. Qui sta, naturalmente, il problema di come (ri)costruire il partito sostituendo parte grande di quella classe dirigente. Dal mio allievo Angelo Panebianco ho imparato molto tempo fa che i partiti non possono mai cambiare completamente. Cambiano attraverso spostamenti interni che producono nuove coalizioni dominanti. In questo modo, è nato, frettolosamente e balordamente, nonostante le critiche apertamente rivoltegli, il PD.

Probabilmente, gli spostamenti cominceranno a fare la loro comparsa al momento delle candidature alla segreteria. In particolare, non tanto curiosamente, conteranno le “desistenze” a favore di chi. L’ultimo ex-segretario vorrà certamente continuare, scrivono le giornaliste, a dare le carte, ma quante carte gli saranno restate? Il punto, che dovrebbe preoccupare di più chi pensa che senza partiti e senza un’opposizione strutturata sul territorio nessun sistema politico può funzionare in maniera decente e nessuna democrazia può avere una qualità accettabile, è che i candidati dovrebbero formulare prioritariamente con il massimo di chiarezza possibile la loro idea di partito e non annunciare un programma di governo, per un governo che senza un partito decente non formeranno mai. Schematicamente (estesamente, riflessioni e proposte di notevole qualità si trovano nel volume di Antonio Floridia, Un partito sbagliato. Regole e democrazia interna del PD, di prossima pubblicazione), ecco i temi da trattare: iscritti, sedi, attività, modalità di consultazione e decisione, procedure per la scelta dei dirigenti e dei candidati, e, oso al massimo, “cultura politica” (quindi, anche strumenti per la formazione). Nulla di tutto questo è particolaristico e specialistico. Questa è politica: come rapportarsi alle persone, come rappresentarne idee, preferenze, emozioni, come contribuire alla loro capacità di comprendere e di fare politica. Per rendere meno sgradevole l’inverno del nostro scontento.

Pubblicato il 7 settembre 2018 su PARADOXAforum

Scissione e culture politiche

Larivistailmulino

Giornalisti, editorialisti, commentatori, professori concordano: la scissione dal Partito Democratico ha natura personalistica. Discende da uno scontro fra persone. Qualcuno, poi, più intelligentemente, come Angelo Panebianco, suggerisce che potrebbero esserci anche profonde divergenze culturali. Concordo soltanto in parte. Quando si lascia un partito, la prima, spesso la più forte, divergenza è politica. In quel partito, con quel segretario, con quella gestione non esistono più spazi, non soltanto di azione, ma neppure di discussione. Il quesito diventa: discussione su che cosa? La risposta potrebbe essere sia sul tipo di partito, sia sulle politiche, sia sulla visione complessiva. Nel Pd non si vede nulla di tutto questo, tranne un ex-segretario lanciato alla riconquista, il prima possibile, della carica perduta. Quell’ex-segretario non dice come vorrebbe (ri)organizzare il partito, che tipo di presenza vorrebbe avere sul territorio, quale ruolo attribuire ai partiti locali, ai militanti, agli iscritti, di quali modalità di comunicazione, oltre ai suoi personalissimi tweet e alla sua e-news, il partito dovrebbe dotarsi. Dal Lingotto verrà poco o nulla sul partito come organizzazione, «comunità di donne e uomini». Verranno presentate delle slides sulle politiche fatte, ma soprattutto da fare che, inevitabilmente, scaveranno la fossa al governo Gentiloni. Avvenne esattamente così dieci anni fa con la cavalcata di Veltroni che fu causa non troppo indiretta della caduta del governo Prodi II. Misi in evidenza il rischio con un articolo sul «Mulino» scritto già nell’agosto 2007.

Quanto alle motivazioni culturali, bisognerebbe cominciare con il chiedere se la segreteria di Matteo Renzi si sia mai occupata della cultura politica del Partito Democratico. Qualcuno potrebbe anche andare a vedere oratori e contenuti della scuola di politica nazionale e delle scuole locali. Constaterebbe che certo, fra una sfilata e l’altra di ministri e di autorità locali, qualcosa di politica s’è detto: appoggiare «senza se senza ma» le magnifiche scelte e riformiste (è una parafrasi) del governo Renzi. La riflessione e ancor più l’elaborazione culturale sono state totalmente assenti ed è facile prevedere che, se rivince Renzi, continuerà a essere così. Gli esegeti del Pd con qualche new entry che si ricorda dell’Ulivo continuano a battere sullo stesso tasto: la contaminazione che il Pd doveva produrre fra la cultura degli ex-comunisti e quella dei cattolici-democratici. Peccato che nessuno vada a vedere se nei due congressi che portarono al Pd i due gruppi di «ex» avessero ripensato la loro cultura politica per giungere attrezzati e innovatori all’incontro epocale. La verità, che riguarda non soltanto il Pd, è che alla metà degli anni Novanta del XX secolo le culture politiche che avevano fatto la Costituzione e guidato la storia d’Italia erano scomparse (lo registrai e argomentai in un fascicolo intitolato La scomparsa delle culture politiche in Italia della rivista «Paradoxa», 4/2015. Fra gli autori mi limito a citare Giuliano Amato, Agostino Giovagnoli, Achille Occhetto e Marcello Veneziani, ciascuno molto rappresentativo di una cultura politica che non esiste più, è il mio parere, ma nessuno di loro disposto ad accettarne la effettiva e definitiva scomparsa). Soprattutto, nessuna di quelle antiche culture si trova adeguatamente rappresentata in qualche partito italiano e ne informa i comportamenti e le scelte politiche. Non erano, naturalmente, scomparsi gli intellettuali interessati alla politica, con le loro legittime e accertabili preferenze politiche, autori di alcune elaborazioni politiche quasi mai prese in considerazione dai partiti ai quali venivano indirizzate. Il culmine di questa assoluta mancanza di attenzione fu raggiunto con l’etichetta, oggi lo sappiamo, pre-Trumpiana, di «professoroni» affibbiata a diversi intellettuali di alto valore culturale, ma dissenzienti.

Se a qualcuno, a cominciare dall’ex-segretario e dal suo giglio-non-più-magico, interessasse la (ri?)elaborazione di una cultura politica (riformista, che non è un elenco di cose da fare o no, ma cultura), avrebbe dovuto impegnarsi per dare vita a una conferenza programmatica centrata proprio sui principi essenziali di una visione che costruisca, tenga insieme e guidi una comunità e un paese. Qualcosa di non troppo dissimile, sarò provocatorio, fu alla base della Conferenza Programmatica del Partito Socialista Italiano a Rimini nel 1982: Meriti e bisogni. Nelle conferenze programmatiche non si distribuiscono cariche, ma si fanno circolare idee. In quel che resta del Partito Democratico altre sono le priorità.

Pubblicato il 3 marzo 2017 su larivistaIlMulino

Una certa idea di scienza politica. Saggi in onore di Gianfranco Pasquino

È appena uscito per Il Mulino il volume curato da Angelo Panebianco

Una certa idea di scienza politica
Saggi in onore di Gianfranco Pasquino

Il volume vuole rendere omaggio a uno degli scienziati politici italiani più conosciuti, letti e apprezzati in Italia e all’estero. Dalla laurea con Norberto Bobbio a Torino agli insegnamenti politologici a Firenze e Bologna, il percorso intellettuale di Gianfranco Pasquino è costellato di imprese importanti: dalla promozione della Rivista Italiana di Scienza Politica, alla condirezione del Dizionario di Politica, una imponente produzione scientifica ricca di analisi illuminanti e persuasive sulla democrazia contemporanea, una infaticabile attività di consulente editoriale dedita a promuovere nel nostro paese testi fondamentali della disciplina, l’impegno pubblico come voce sempre lucidamente critica nel dibattito sui temi del funzionamento e della qualità della vita democratica. Una complessa attività, che Pasquino svolge da un cinquantennio in varie sedi – pubblicistica, accademica, politica – e che i contributi e le testimonianze qui raccolti illustrano autorevolmente.

una certa idea di scienza politica

Indice del volume

Un ricordo, di Giovanni Sartori
Introduzione, di Angelo Panebianco
I. Il sistema politico italiano: mutamenti e continuità, di Carlo Guarnieri
II. La scienza politica per riformare l’Italia, di Sofia Ventura
III. L’alternanza e la qualità della democrazia, di Marco Valbruzzi
IV. Deficit democratico, euroscetticismo e partiti nell’Unione europea, di Luciano Bardi
V. Leadership e comunicazione, di Donatella Campus
VI. I rischi del «pan-istituzionalismo», di Stefano Bartolini
VII. Gianfranco Pasquino come mio «tutor» tra politica e scienza, di Oreste Massari
Postfazione. Io e Gianfranco. Mani di velluto e mani di forbice, di Giuliano Amato
La scienza politica e i suoi nemici, di Gianfranco Pasquino
Bibliografia di Gianfranco Pasquino
Gli autori

VIDEO – Riformare la costituzione? Una riflessione tra storia e attualità.

Milano 22 giugno 2016 Fondazione Corriere della Sera
Riformare la costituzione? Una riflessione tra storia e attualità.

ne hanno discusso

Giovanni Maria Flick
Angelo Panebianco
Gianfranco Pasquino

ha coordinato
Piergaetano Marchetti

Guarda il video

Cattura

Riformare la Costituzione? Una riflessione tra storia e attualità #Milano 22 giugno ore 18

Ne discutono Giovanni Maria Flick, Angelo Panebianco e Gianfranco Pasquino

in occasione della presentazione di

La Costituzione in trenta lezioni (UTET 2016)

Sala Buzzati – via Balzan 3, Milano

Ingresso libero, solo con prenotazione
Tel 02 87387707
rsvp@fondazionecorriere.it

Locandina Corriere

In difesa delle idee

Corriere di Bologna

Qualche punto fermissimo. Non esiste nessun “caso Panebianco”. Esiste una università, una facoltà, una città che per vent’anni non hanno saputo elaborare nessuna strategia di contrasto ad organizzazioni, peraltro e notoriamente soltanto in parte, composte da studenti. Esiste anche un’ampia zona torbidamente grigia di “colleghi” che distinguono e sottilizzano, separano e comprendono, parzialmente giustificano (“sì, però”), che s’inventano il “disagio sociale”, che mettono sullo stesso piano la lezione, per quanto controversa possa essere (e Panebianco, lo affermo a suo merito, è controverso: dice e scrive, contro il mediocre senso comune, qualcosa d’importante che può sicuramente essere discusso) e le intimidazioni e le violenze che dovrebbero essere sempre bandite, non solo in università. Comunque, chi ricorre a intimidazioni e violenze dovrebbe sempre essere disposto a pagarne il prezzo. La legge può essere violata, ma, fintantoché esiste, implica che coloro che la violano accettino, anzi rivendichino, di essere puniti a norma di legge. E qualcuno ha il dovere di fare rispettare e applicare la legge.

Non raccontiamo(ci) che chi ha fatto irruzione nell’aula dove Panebianco insegnava voleva imporre un dibattito, era disposto a discutere di idee, di guerra e di pace. Tutt’al contrario. Sapendo poco di quegli argomenti (il professore che è in me non riesce a resistere a questa laica constatazione), i contestatori volevano impedire a Panebianco di insegnare. Tacciandolo di “guerrafondaio” volevano delegittimarlo a priori, e definitivamente. La solidarietà va espressa a Panebianco, non nonostante quello che dice, ma proprio per quello che dice e scrive affinché possa continuare a dirlo e a scriverlo. Al proposito, vale ancora e tuttora la posizione espressa da Voltaire (sì, un illuminista di circa tre secoli fa) che difendeva la libertà di parola di tutti coloro che non la pensavano come lui e che lui non la pensava come loro.

Sono sicuro che il mio allievo (sì, intendo rivendicare la mia qualifica di relatore della sua tesi di laurea) Angelo Panebianco non desidera affatto fare della contestazione nei suoi confronti un caso emblematico. Prima la smetteranno meglio sarà. Toccherà agli studenti dei suoi corsi decidere, di volta in volta, se come quanto interloquire con lui (e con le sue, che non sono soltanto “idee”, ma conoscenze): il modo corretto di agire e più produttivo. Sono l’Ateneo di Bologna, la Facoltà di Scienze Politiche, l’opinione pubblica, cittadina e non, che dovrebbero volerne fare un caso emblematico: l’emblema di come si sconfessano e si sconfiggono i violenti e di come si protegge e si esercita la libertà di insegnamento. Tutto il resto è insopportabile e pericolosa ipocrisia.

Pubblicato il 25 febbraio 2016

Serve soltanto a chi governa. E il parlamento sarà pieno di nominati #Italicum

Corriere della sera

Intervista raccolta da Marco Galluzzo per il Corriere della Sera

ROMA (m.gal.) “La prima vera corbelleria è dire che questo sistema serva a eleggere un Parlamento. Serve a scegliere un governo, il contrario di quello che avviene in tutte le democrazie parlamentari
Gianfranco Pasquino, politologo, accademico, salva quasi nulla dell’Italicum: “È fatto apposta per scegliere un partito che darà vita al governo e questa è una grande novità, ma deteriore. In qualche modo tocca al cuore la qualità fondamentale delle democrazie parlamentari, la loro flessibilità. Stiamo andando in direzione di una totale rigidità, per avere un governo forte, con un solo partito, sostenuto dal 60 per cento di propri parlamentari nominati.
Eppure la legge voluta da Renzi risolve certamente almeno un problema storico dell’Italia quello di avere un vincitore chiaro la sera delle elezioni. Ma per Pasquino questo è vero sino a un certo punto: “Cosa succede se quel governo non funziona, cosa facciamo? Questo è il difetto più visibile e che invece sia Polo Mieli che Angelo Panebianco, negli interventi dei giorni scorsi, considerano il regio maggiore“.
Secondo Pasquino “ci troveremo con un Parlamento in cui almeno il 65 per cento dei parlamentari sarà nominato, un fatto gravissimo; quasi tutti saranno scelti dai loro dirigenti, un Parlamento di persone che se aspirano alla rielezione devono essere assolutamente ingessati, senza libertà, sottoposti al controllo del governo”.
Non le sembra di essere troppo critico? “Non credo, questa legge elettorale consente sino a dieci candidature in dieci collegi diversi, un vero scandalo, con l’aggravante di poter optare per un collegio piuttosto che in un altro, magari solo per escludere qualcuno. È una legge da buttare, una truffa. Almeno così com’è. Si consenta almeno di avere coalizioni al secondo turno, sia consentito un apparentamento che è quello che succede nell’elezione del sindaco. Del resto in tutta Europa le democrazie sono governate da coalizioni, con l’unica eccezione, sino a ieri, della Spagna. Se non si vuole la frammentazione si metta uno sbarramento più alto, al quattro come in Svezia. E la base di rappresentanza è comunque distorta, in Inghilterra e in Francia il premio è sempre di collegio non nazionale.”

Pubblicato il 31 dicembre 2015

XII CONGRESO NACIONAL DE CIENCIA POLÍTICA #SAAPUNCuyo2015

Mendoza 1SAAP original

Ciudad de Mendoza, Mendoza Argentina

Viernes 14 de agosto 13 hs  Aula 10

Maestría en Relaciones Internacionales – Universidad de Bolonia (Unibo).

Con la presencia de los profesores

Gianfranco Pasquino y Angelo Panebianco

 

Sociedad Argentina de Análisis Político (SAAP)

El XII Congreso Nacional tiene como tema de convocatoria el de “La política en balance. Debates y desafíos regionales”