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Gentiloni-bis e nuove elezioni? I commentatori si copiano a vicenda ma si logora la pazienza degli elettori

Ma perché commentatori politici anche autorevoli si mettono a discettare sugli esiti delle elezioni italiane di marzo copiandosi a vicenda e sostenendo che un governo Gentiloni-bis dovrà portarci a nuove elezioni sei mesi dopo? Le elezioni logorano, quel che rimane dei partiti e la pazienza degli elettori. Non era preferibile che quei commentatori criticassero duramente la legge Rosato? E adesso che scrivessero, con qualche cognizione di causa, quale legge elettorale l’Italia dovrebbe darsi per avere un Parlamento decente nel quale dare vita ad un governo ugualmente decente?

Senso delle istituzioni e opportunisti di oggi, ieri e domani.

Dopo la legge elettorale che “tutta l’Europa c’invidierà che metà Europa imiterà” (largamente cassata dalla Corte Costituzionale), è arrivata la legge firmata dal capogruppo del PD alla Camera, Ettore Rosato, noto esperto di leggi elettorali, certo più di Roberto D’Alimonte. La legge di Rosato di europeo non ha proprio nulla. Per di più, non consentirà di sapere la sera stessa chi ha vinto le elezioni e chi governerà (né l’uno né l’altro obiettivi ritenuti prioritari e perseguiti dai sistemi elettorali europei), ma impone la formazione di coalizioni pre-elettorali (che si scomporranno per dare vita ad una coalizione di governi) rendendo impossibile agli elettori di darne una valutazione disgiunta dal loro voto a favore o contro il candidato nel collegio uninominale. Se questa non è “la sua legge”, come Renzi ha dichiarato più volte sdegnosamente con il labbro all’insù, trovando spazio nei reportages di Maria Teresa Meli, il segretario ha subito una sconfitta (e con lui Maria Elena Boschi e Anna Finocchiaro). Sconfitto, invece, non è il giurista del PD Stefano Ceccanti per il quale è andato sempre tutto ottimamente: lo spagnolo in salsa tedesca e viceversa, l’Italicum e, adesso, almeno per qualche tempo, il bruttamente detto Rosatellum.

Che, poi, Camera e Senato abbiano legiferato con la pesante tagliola del voto di fiducia che ha impedito ai non molti parlamentari che ne hanno il coraggio di esprimere le loro preferenze e formulazioni alternative, è parso grave soltanto al Presidente del Senato Grasso che ha abbandonato il Gruppo del Partito Democratico dopo il voto. I commentatori a chiedersi dove andrà e cosa farà da grande invece di porsi il problema del senso delle istituzioni del segretario del PD e dei molti, troppi, suoi parlamentari alla ricerca della (ri)candidatura. Disposti a tutto, specialmente, alla Camera dove, grazie al premio in seggi del 2013, almeno un centinaio di loro non torneranno più (mai dire mai), 211 parlamentari del PD hanno approvato una classica mozione tanto improponibile quanto populista. Gli eletti (aggiungere dal popolo, trattandosi di designati dai capipartito e corrente sarebbe quasi offensivo) si sono audacemente posti a difesa dei risparmiatori contro il banchiere Ignazio Visco, noto nemico del popolo, accusato di non avere utilizzato gli strumenti di vigilanza della Banca d’Italia. Sobillati dal loro segretario che ha rivendicato la scelta e difeso l’esito (persino contro il coro di suoi tardivi critici da Napolitano a Prodi, ma non ho letto di Arturo Parisi), quei parlamentari, hanno gravemente interferito nei poteri del capo del governo, del Consiglio dei Ministri del Presidente della Repubblica ai quali, oramai lo sappiamo tutti, speriamo di ricordarcene, spetta la proposta, la nomina, la firma. La legittima espressione di critiche al governatore in carica Ignazio Visco avrebbe potuto trovare una legittima sede nella appositamente istituita Commissione d’inchiesta sulle banche alla cui Presidenza era stato nominato il tuttologo PierFerdinando Casini, già referendario del “sì”, Presidente della Commissione Affari Esteri del Senato. Il senso istituzionale del doppio incarico mi sfugge. Non mi sfugge l’alto livello di dilettantismo di Casini.

Sconfitto nel suo referendum costituzionale trasformato in plebiscito personale, frustrato nel suo tentativo di ottenere elezioni anticipate, innervosito dalla popolarità acquisita dal Primo Ministro Gentiloni, leader tranquillo, ma certo non entusiasmante, Renzi sta menando colpi a destra e a manca contro le regole e le istituzioni. Non è l’inizio, ma la prosecuzione di un’avventura che rischia di travolgere i principi della democrazia rappresentativa parlamentare italiana che qualche commentatore ha svilito nel corso della campagna referendaria e che altri, come Paolo Mieli, ritengono inadeguata per mancanza di alternanza (e non piuttosto per carenza di senso delle istituzioni, qualità delle quale tutti gli azionisti furono sempre abbondantemente provvisti).

Non frequento l’astrologia, ma non ne ho bisogno per prevedere che un capo partito che non ha senso delle istituzioni (e neppure alternative occupazionali) alzerà il tiro della sua campagna elettorale fino al parossismo rendendo difficilissima la formazione del primo governo della legislatura che comincerà nella primavera 2018. In questo modo si renderà degno della qualifica di “mattatore trascendente” offertagli (Il Mattino 30 ottobre) con understatement anglosassone dal politologo per il “sì” Mauro Calise. Non riesco a dimenticare di avere imparato da James Madison che poiché gli uomini, ma neppure le donne, non sono angeli, è necessario un governo ovvero istituzioni che stabiliscano i limiti e le modalità accettabili dei conflitti e delle loro risoluzioni. Chi attenta alle istituzioni distrugge beni preziosi. Prendo atto che stuoli di commentatori politici non condividono l’importanza di salvaguardare le istituzioni della democrazia italiana. I chierici non tradiscono mai una volta sola.

Pubblicato il 2 novembre 2017 su PARADOXAforum

Quel venticello che sospinge il Carroccio

Zaia 3-Maroni 2. I suoi gol Maroni li ha segnati nel tempo di recupero quando oramai la squadra dei Veneti guidati da Zaia aveva dilagato. Proprio perché era un referendum consultivo, il dato sull’affluenza ha segnalato sia l’interesse effettivo degli elettori sia la presa dei due governatori sull’opinione pubblica della loro regione. Certo, la prospettiva, molto ingannevole, di tenersi nei confini della propria regione i nove decimi degli schei pagati in tasse è stata mobilitante per gli elettori/contribuenti veneti. In Lombardia, invece, il tasso di europeismo e di cosmopolitismo di alcune città, in particolare di Milano, ha giocato contro le aspettative di Maroni, che pure le aveva tenute basse mirando, chi sa perché, al 34 per cento di affluenza. Con il referendum consultivo che mira a ottenere più competenze dal governo centrale e a versare meno imposte, le due ricche regioni del Nord aprono un contenzioso nazionale e non troppo indirettamente sfidano anche le altre regioni italiane, la maggior parte delle quali, a cominciare, lo sanno tutti e lo confermano tutte le statistiche, da quelle del Sud, sono poco virtuose. Probabilmente, Veneto e Lombardia potevano fare a meno delle nient’affatto piccole spese per un referendum consultivo e seguire la strada della dichiarazione d’intenti approvata dal Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna che persegue obiettivi simili, con un pizzico in meno di autoreferenzialità fiscale.

Adesso, tratto il dado, una qualche risposta dal governo dovrà arrivare. Certamente, sarebbe utile ascoltare le reazioni del Ministro per la Riforme Istituzionali, la piddina siciliana Anna Finocchiaro, ma tutti devono essere consapevoli che nessun percorso di ridefinizione di compiti e di competenze, di redistribuzione delle risorse e di un migliore loro impiego può cominciare adesso. L’agenda legislativa di un Parlamento in prossima scadenza è già fin troppo piena di materie importanti, alcune, come la impegnativa Legge di bilancio, assolutamente ineludibili. Il governo Gentiloni, che ha molte gatte da pelare, alcune recapitategli dal segretario del PD, non può assumersi l’onere di dare adesso risposte che il prossimo governo, fatto chi sa come, guidato da chi sa chi, dovrebbe mettere in atto oppure respingere cominciando da capo. Comunque, è bene che il tema del riordino complessivo del regionalismo italiano sia stato posto. In contemporanea, è successo qualcosa di importante anche per la politica intesa come rapporto fra partiti e coalizioni.

Seppure indirettamente e, in parte, inconsapevolmente, Zaia e Maroni hanno lasciato/fatto cadere il sovranismo di Salvini. Chi vuole potenziare nell’ambito dello Stato italiano le regioni virtuose del Nord non può al tempo stesso aderire alla prospettiva di uscire dall’Unione Europea e di riconquista della (ceduta, non perduta) sovranità nazionale. È un conflitto non da poco quello che potrebbe aprirsi nella Lega del Nord. C’è dell’altro poiché la leadership interna di Salvini esce un pochino appannata dal successo dei due governatori, incidentalmente, né l’uno né l’altro abituati ai toni roboanti del capo della “loro” Lega. Tuttavia, ed è sicuramente questo che per Salvini conta molto di più, il profilo politico della Lega di lotta e di governo si staglia alto. Insomma, Zaia e Maroni hanno dimostrato di sapere intercettare e interpretare le pulsioni profonde, ma anche gli interessi degli elettori veneti e lombardi che costituiscono un patrimonio cospicuo di voti per la Lega. Con molti sondaggi credibili che danno il centro-destra competitivo a livello nazionale, non c’è dubbio che Salvini saprà spendere l’esito referendario sul tavolo dell’assegnazione dei collegi del Nord. Insomma, il venticello del Nord soffia nelle vele della Lega, ma moltissimo rimane da prospettare e da fare per chi vorrà rimettere mano all’ordinamento regionale italiano in un’ottica non provinciale, ma europea.

Pubblicato AGL il 24 ottobre 2017

I giudici e la miopia dei politici

In nessuna democrazia in nessun momento della loro storia, i parlamentari e i governanti si sono mai fatti scrivere la legge elettorale dai giudici, neppure da quelli costituzionali. In nessuna sono mai giunti a stabilire che, come hanno inserito nell’Italicum, la legge elettorale da loro formulata e approvata, addirittura con ricorso da parte del governo Renzi al voto di fiducia, dovesse essere sottoposta al vaglio della Corte costituzionale prima di essere utilizzata. In nessuna democrazia la legge elettorale è rimasta oggetto del contendere per vent’anni e più (con il “più” che rischia di continuare). Questa è la situazione italiana in attesa della sentenza sull’Italicum che i giudici costituzionali hanno, credo lo si debba sottolineare, rinviato un po’ troppo nel tempo così come avevano lasciato vivere una legge, il Porcellum, considerata incostituzionale quasi nella sua interezza, addirittura per tre elezioni nazionali.

Non contenti della loro inadeguatezza di riformatori elettorali (a quella dei riformatori costituzionali hanno già ovviato gli elettori del NO nel referendum), parlamentari e governanti hanno trascorso quasi cinquanta giorni in attesa della sentenza della Corte fornendo materiale ai cosiddetti retroscenisti affinché almeno i cittadini che leggono i giornali fossero informati delle loro preferenze particolaristiche. Ripetutamente è stato scritto che Renzi non vuole rinunciare al premio di maggioranza, ma neppure al ballottaggio. La posizione di gran parte del Partito Democratico sembra essere favorevole a un ritorno al Mattarellum che, fra l’altro, avrebbe il pregio di accertata costituzionalità. Salvini con la sua Lega e i Fratelli d’Italia accettano il Mattarellum che li renderebbe entrambi preziosi alleati di chi volesse costruire una coalizione di centro-destra. Da soli, non andrebbero da nessuna parte. Pur avendo vinto due elezioni su tre con il Mattarellum, ma erano altri tempi, Berlusconi, già considerato, con qualche esagerazione, l’artefice del bipolarismo italiano, dichiara alta e forte la sua preferenza per una legge elettorale proporzionale. Commentatori e retroscenisti si affrettano a scrivere che quella preferenza è motivata dal desiderio di risultare indispensabile alla formazione di un governo che escluda il Movimento Cinque Stelle. Anche Alfano è favorevole alla legge proporzionale purché non le s’introduca una troppo alta soglia percentuale per l’accesso al Parlamento. Il Movimento 5 Stelle, al quale i sondaggi attribuiscono la prevalenza in caso di ballottaggio su scala nazionale, sia per non cercare alleati sia, forse, per timore di andare al governo, s’inventa un legalicum, legge proporzionale, che gli darebbe notevole peso in Parlamento consentendogli di rimanere duro e puro, quasi di governare, come, sbagliando, dissero molto tempo fa i comunisti, dall’opposizione.

Nell’imbarazzato silenzio delle due maggiori responsabili dell’Italicum: la sottosegretaria Maria Elena Boschi, già Ministro delle Riforme Istituzionali, e chi l’ha sostituita in quella carica, vale a dire Anna Finocchiaro, già Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato, sempre schierata a sostegno di tutte le scelte di Renzi in materia elettorale e costituzionale, nessuna voce si leva a difesa del potere degli elettori e della rappresentanza politica dei cittadini italiani. Periodicamente, quasi tutti i parlamentari diventano garantisti, rigorosamente a difesa dei loro colleghi, preferibilmente dello stesso partito, e deplorano la magistratura che supplisce e soppianta la politica. Adesso, sappiamo il perché della supplenza e della invadenza dei giudici. Su quello che è il meccanismo più importante di un regime democratico che serve a tradurre i voti in seggi, parlamentari e governanti non riescono a ragionare oltre i loro obiettivi miopi, particolaristici, legati alle contingenze e alle carriere. Qualcuno potrebbe anche paventare che, dovendo applicare la sentenza della Corte Costituzionale, i parlamentari non soltanto ci metteranno un sacco di tempo a scrivere una legge elettorale decente, ma soprattutto faranno molti pasticci. È un timore fondato.

Pubblicato AGL il 23 gennaio 2017

Renzi, drop your guns

Larivistailmulino

La popolarità del governo Gentiloni sembra leggermente in crescita, ma il suo futuro continua a essere oscuro. Tutti i retroscenisti, ma anche troppi commentatori orfani/e di Renzi sondano le intenzioni dell’ex-capo del governo, che aveva annunciato il suo ritiro dalla politica se avesse perso il referendum. Invece, adesso preannuncia il suo ritorno lasciando che in maniera quasi rassegnata i suoi collaboratori sostengano che elezioni anticipate il prima possibile sono l’unica soluzione ai mali prodotti da coloro che hanno votato NO. In un paese decente, giornalisti/e, autorità, parlamentari dovrebbero attenersi ai fatti e alle regole del gioco. Prima fondamentale regola: il governo, qualsiasi governo rimane in carica non ad libitum di qualcuno, neppure a piacimento del segretario di un partito (roba, direbbero molti, spregiativamente, “da Prima Repubblica”), ma fintantoché quel governo è operativo. Comunque, nessun segretario di partito, non nella Prima Repubblica, tantomeno nella “Seconda”, gode della prerogativa autonoma di imporre lo scioglimento anticipato al Presidente della Repubblica, il quale è l’unico ad avere il potere costituzionale di deciderlo. In caso di crisi di governo, il Presidente della Repubblica ha sempre il dovere costituzionale di “sentire” i Presidenti di entrambe le camere per sapere se esiste la possibilità di dare vita a un altro governo, purché non sia un governo qualsiasi, ma prometta di funzionare, di fare “cose”, e molte sono le cose domestiche ed europee che il governo italiano deve fare. Altrimenti, sarà il Presidente a tenere le consultazioni con i capi dei partiti. Non bisognerà mai più assistere a raccapriccianti consultazioni parallele come quelle ostentatamente fatte da Ronzi nel dicembre 2016 (e che, purtroppo, nessuno gli ha dura(tura)mente rimproverato). Un altro governo potrebbe anche diventare, alla prova dei fatti, quello che conduce il paese alle elezioni, meglio se alla scadenza naturale del Parlamento: febbraio-marzo 2018 (data più volte indicata da Renzi stesso).

L’ostacolo ora e, presumibilmente, anche dopo la attesissima sentenza della Corte Costituzionale, è l’inesistenza di una legge elettorale immediatamente utilizzabile, ma, anche se esistesse la legge per la Camera, consultellum o miniItalicum, bisognerebbe pure scrivere quella per il Senato, prematuramente e colpevolmente già dato per defunto dagli improvvidi riformatori costituzionali. Quindi, qualsiasi discussione sul ritorno alle urne appare contare su tempi che non sono né scontati né prevedibili. Allora perché se ne discute fin dal giorno stesso in cui venne creato il governo Gentiloni? L’unica interpretazione possibile, certamente quella con più solide basi, è che l’ex-Presidente del Consiglio Matteo Renzi non stia sereno. Senta che più il tempo passa meno è probabile che l’elettorato lo premi per non si sa quali meriti pregressi e che il suo partito tragga vantaggi da un qualche sussulto post-referendario. Il segretario del Partito Democratico è palesemente meno interessato alla capacità del governo, nel quale lui stesso ha imposto la re-immissione di tutti i suoi ministri e ha addirittura premiato chi aveva contribuito alle riforme bocciate (Maria Elena Boschi e Anna Finocchiaro, la Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato), di risolvere i molti problemi lasciati aperti dal suo malposto attivismo.

Il segretario del Partito Democratico non desidera nessun miglioramento nell’economia, nella società, nel sistema politico il cui merito finisca per essere attribuito al suo successore Paolo Gentiloni. Renzi guarda esclusivamente al suo interesse personale di rappresaglia/vendetta politica e di riconquista del governo. Tempo fa, Michele Salvati consigliò a Renzi di non prestare nessuna attenzione ai critici delle sue audaci attività invitandolo a insistere (in altri tempi si sarebbe detto a “tirare diritto”): “stick to your guns”. Oggi il suggerimento, che tenga anche conto della [referendaria]”responsabilità repubblicana”, tanto cara a Massimo Cacciari, dovrebbe essere, al contrario, quello di non ostacolare il governo Gentiloni, di sostenerne l’opera, di non minacciarlo con gravi conseguenze per l’Italia. Insomma, per il bene del sistema politico, della patria repubblicana: “Renzi, drop your guns”.

Pubblicato il 16 gennaio 2017 su La rivista il Mulino

La proposta del leader Pd è chiara, sono altri nominati

Il fatto

Intervista raccolta da LUCA DE CAROLIS per il Fatto Quotidiano

E’ stato un discorso protervo. Quello di un uomo che vuole comandare, e che arriva a usare un tono minaccioso nei confronti del presidente del Senato, per intimidirlo“. Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica presso l’università di Bologna, giudica “per molti versi sgradevole” l’intervento di Matteo Renzi nella direzione del Pd. Ed è critico sulla riforma del Senato. Sul tema ha da poco pubblicato Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate(Università Bocconi editore).

Renzi è stato duro. Ma in fondo è il suo stile.

È stato un discorso nelle sue corde. Ma le parole rivolte a Grasso sono davvero fuori luogo. Un conto è bastonare le minoranze interne, un conto è prendersela con il presidente del Senato, che è e deve essere un’autorità indipendente.

Dopo l’intervento ha precisato: “Quando parlavo di convocazione di Camera e Senato mi riferivo ai gruppi del Pd”.

Si è corretto sul contenuto, ma non ha corretto il tono. Credo che il suo sia stato un lapsus freudiano: a detta di Renzi, il presidente del Senato non deve esercitare la sua autorità, ossia non deve riaprire il dibattito sull’articolo 2 (quello sull’elettività dei senatori, ndr), perché “Anna aveva già deciso”. E ovviamente il riferimento è alla Finocchiaro (la presidente della commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama,ndr)

Ma pensava davvero di influenzare Grasso?

Il suo è un chiaro avvertimento. Ma certe parole le dice anche perché è nel suo carattere dirle. Renzi è lo stesso che, quando si presentò in Senato per chiedere la fiducia per il suo governo, parlò al microfono tenendo le mani in tasca. La verità è che non rispetta le istituzioni.

Il presidente della Repubblica dovrebbe dire qualcosa sul caso?

Sergio Mattarella è un uomo molto cauto. Si può sperare in qualche telefonata. Renzi non è sembrato conciliante verso i ribelli del Pd. Decisamente no. In sostanza li ha ammoniti: “Non provate a mettermi i bastoni tra le ruote”.

Ha detto no all’elezione diretta dei senatori, aprendo invece “a una designazione, come nella legge Tatarella del 1995”. Che intendeva?

Credo che si riferisse al 20 per cento di consiglieri regionali votati tramite un listino. Ossia a quei candidati che i partiti mettono in una lista bloccata del presidente, perché non li ritengono capaci di raccogliere preferenze. Di fatto, dei nominati. I cittadini dovrebbero solo ratificarne la scelta.

La minoranza non ha votato la relazione finale. Terrà il punto?

Il problema è che non c’è una solo minoranza, ma ce ne sono diverse, che marciano divise. Ora gli oppositori dovrebbero andare fino in fondo. Se ciò non avvenisse, vorrebbe dire che il loro unico scopo era intralciare Renzi.

Conducono una battaglia giusta?

A mio avviso avrebbero dovuto lottare per l’abolizione del Senato, non per soluzioni intermedie.

Il premier è entrato a gamba tesa contro Jeremy Corbyn: “I laburisti godono nel perdere”.

Un altro eccesso. Dovrebbe ricordarsi che non parla solo da segretario, ma anche da presidente del Consiglio.

Ha riservato un pensierino anche ai 5Stelle: “Sono passati da Farage a Orban”.

Logico che li attacchi, sono i suoi veri awersari. Sa che la politica estera è il loro punto debole, e prova ad approfittarne.

E i talk show, derubricati a gufi che fanno meno ascolti di Rambo?

Li attacca perché non vuole un dibattito pluralista, magari incasinato. Ama sentire la sua voce, e gli applausi che seguono.

Afferma:”A chi parla di svolta autoritaria, rispondo con una risata”.

Di per sé questa riforma non è autoritaria. Ma i suoi effetti sistemici potrebbero diventarlo. Avremo un Senato che non conterà quasi nulla, e una Camera dove, con questa legge elettorale, Renzi potrebbe avere una maggioranza enorme.

Mancheranno contrappesi.

Di certo ci saranno conflitti tra i senatori e le Regioni dove sono stati eletti, e tra le due Camere. Il capo dello Stato verrà ripetutamente chiamato in causa. Ci sarà un generale scombussolamento.

Pubblicato il 22 settembre 2015

Perchè il primo ostacolo del Presidente Mattarella sarà l’Italicum

FQ

 

Alla fine, Renzi e Berlusconi hanno avuto gran parte di quello che volevano dalla riforma elettorale, ovvero si sono messi d’accordo su quello che era davvero importante per loro. La ministra Boschi, che raramente sa di cosa parla e che, dunque, non per caso è spesso lodata dal noto saggio di Lorenzago, Roberto Calderoli, ha affermato che con questa legge non ci saranno più “inciuci” (a malincuore uso la loro mediocre e riprovevole terminologia). Scampato il pericolo di un maxinciucio presidenziale, ci prepariamo a verificare a futura memoria. Al momento, è possibile dire che, primo, l’Italicum ha solo qualche somiglianza con il testo inizialmente introdotto in Parlamento. Dunque, il Parlamento ha svolto un compito, nella misura del possibile, di effettivo miglioramento. Secondo, l’Italicum continua a essere una brutta legge.

 
La legge elettorale Renzi-Boschi

 
Per adesso accontentiamoci di sapere che, primo, la legge elettorale dei miracoli Renzi-Boschi produrrà un vincitore la sera stessa delle elezioni. Poverini i tedeschi, gli inglesi, i francesi e persino i greci i cui rispettivi, molto diversi, sistemi elettorali producono vincitori soltanto alle calende greche. O no? Tuttavia, se ci sarà, come probabile, un ballottaggio fra le due liste più votate, nessuna delle quali abbia superato il 40 per cento, per conoscere il vincitore, gli italiani dovranno dolorosamente aspettare un paio di settimane. Secondo, la legge elettorale dei miracoli garantirà la governabilità che, evidentemente, Renzi, Boschi, Del Rio e Madia sono consapevoli di non riuscire a garantire in questa legislatura. O no? Soprattutto la legge elettorale dei miracoli, terzo, porrà fine agli inciuci anche se essa stessa è finora il più visibile prodotto dell’inciucio Renzi- Berlusconi, e degli inciucini in Commissione Finocchiaro-Calderoli. Qualcuno, poi, non i loro giuristi di riferimento, spiegherà a Renzi et al. che gli inciuci non riguardano la formazione delle coalizioni di governo (minima vincente, come si dice nel lessico politologico, la coalizione fatta da Tsipras, ma bella e limpida proprio no), ma il fare e approvare insieme brutte politiche pubbliche e istituzionali di cui, per l’appunto, la legge elettorale costituisce un esempio clamoroso. Del Senato parleremo un’altra volta.

 
Perchè l’Italicum non è una buona legge

 
Questo Italicum, che piace anche ad alcuni politologi pragmatici e calabrache, i quali sostengono addirittura che è simile alle loro proposte del gennaio 2014, mentre in realtà è parecchio diversa, ma non importa, è persino migliorato. Continua a non essere una buona legge per almeno quattro motivi e mezzo. Primo, circa il 70 per cento dei parlamentari saranno comunque nominati dai capipartito e capicorrente, quindi obbedienti e ossequienti nei confronti dei loro severi e burberi nominatori, mandando a benedire l’assenza del vincolo di mandato. Inoltre, che il capolista in un collegio sia il rappresentante di quel collegio è tutto da vedere, soprattutto se sarà, e accadrà spesso, un/a paracadutato/a. Chi sa che cosa penseranno i candidati che si faranno un mazzo tanto sul territorio per ottenere le preferenze e che, se eletti, verranno trattati, neanche come figli, ma come nipoti di un dio minore. Secondo, le candidature multiple, fino alla possibilità di essere presenti, sicuramente come capilista, in dieci collegi, rimangono un intollerabile obbrobrio, un unicum dell’Italicum.
Questi, però, sono i due punti sui quali Renzi e Berlusconi, interessati a esercitare un ferreo controllo sui loro parlamentari, si sono trovati d’accordo. Attendiamo anche di conoscere quella che è più di un’opinione del Presidente Mattarella, padre del Mattarellum e devastatore del Porcellum. Terzo, anche se il premio di maggioranza dovrà essere assegnato con il ballottaggio, esiste il rischio che sia vinto da una lista che al primo turno abbia ottenuto poco più del 25 per cento dei voti. I giudici costituzionali, immagino Mattarella compreso, potrebbero obiettare che la loro sentenza aveva detto molto di diverso, chiedendo una soglia decente. Quarto, con la scelta della lista e non della coalizione come aspiranti al premio di maggioranza sia Renzi che Berlusconi hanno mandato un messaggio chiaro ai cespugli di sinistra e di destra: entrate subito con noi, altrimenti vittoriosi o no vi terremo lontani dal governo e dalle cariche che spettano all’opposizione. I grillini dissenzienti l’hanno capita e si sono avvicinati al Nazareno. Li seguiremo fino alla loro eventuale probabile ricandidatura nel generoso Partito della Nazione.
Infine, c’è un ultimo punto discutibile, forse grave, ma non riprovevole, anzi, che potrebbe diventare divertentissimo. Con gli attuali rapporti di forza, il ballottaggio potrebbe anche avere luogo fra il Pd e il Movimento Cinque Stelle consegnandoci per sempre al laboratorio del Dr. Jekyll che ha già avuto modo di vedere la sua creatura all’opera a Parma e a Livorno (città modello per la trasposizione del “sindaco d’Italia). Non ci resta che augurare la vittoria allo schieramento che avrà candidato, s’intende, non come capilista, il maggior numero di gufi saggi (e residenti nei loro collegi). Ce ne sono. Ne conosco almeno uno.

Pubblicato il 3 febbraio 2015