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Democrazia diretta (da chi?). La lezione di Pasquino a Grillo e Casaleggio. Oltre il Parlamento, più piattaforme per tutti @formichenews

Abbiamo tutti potuto notare quanto soddisfacentemente funzioni la democrazia, più o meno diretta (da chi?), nel Movimento Cinque Stelle. Produce dibattiti serrati e approfonditi, smussa i contrasti fra le diverse fazioni: governativista, ortodossa, battista, e suggerisce soluzioni… Il commento di Gianfranco Pasquino

Non si è ancora spenta la eco dello straordinario successo referendario sul taglio delle poltrone (diciamo pane al pane e vino al vino) che si è inaugurata una stagione intensissima di Grandi Riforme. Per prima cosa si taglieranno le indennità dei prossimi seicento parlamentari eletti, nessuno dei quali, prevedibilmente, grazie al taglio lineare, potrà essere ascritto alla categoria dei fannulloni e degli assenteisti. Rimane il dubbio se i nuovi seicento saranno anche competenti.

Niente panico, però. Infatti, dieci costituzionalisti del “sì” hanno subito, bontà loro e grazie ad una competenza specialistica di lungo corso, trovato la soluzione: il voto di preferenza. Tutte (non proprio tutte, eh) le ricerche rivelano che con un voto di preferenza gli elettori, soprattutto quelli italiani, notoriamente i più interessati alla politica, i più informati sulla politica, i più partecipanti (o forse no visto che un terzo di loro ha deciso di astenersi nelle elezioni regionali) riusciranno sicuramente a scegliere parlamentari assolutamente competenti. Se non succederà così bisognerà ovviamente proseguire sulla strada delle riforme con un altro taglio lineare. Purtroppo, avendo già risparmiato tagliando le indennità, i risparmi ulteriori non saranno ingenti, mezza tazzina di caffè o almeno una manciata di chicchi.

Sembra che in un popolo di sospettosi qualcuno, soprattutto nelle file di coloro che hanno votato “no”, lo facesse anche perché ricordava le parole di Davide Casaleggio che non se la sentiva di escludere che fra una quindicina d’anni il Parlamento si sarebbe dimostrato/si dimostrerà inutile. Ieri è arrivata la conferma nelle sempre dotte parole di Beppe Grillo (che cito dal “Corriere della Sera”, 24 settembre 2020, p. 1): “Non credo assolutamente più in una forma di rappresentanza parlamentare, ma nella democrazia diretta”. D’altronde, abbiamo tutti potuto notare quanto soddisfacentemente funzioni la democrazia, più o meno diretta (da chi?), nel Movimento Cinque Stelle. Produce dibattiti serrati e approfonditi, smussa i contrasti fra le diverse fazioni: governativista, ortodossa, battista, suggerisce soluzioni non ideologiche, ad esempio sul MES per spese sanitarie dirette e indirette, incorona leader con procedure trasparenti e non esasperanti.

Sarà sufficiente estendere a tutto il paese questa sperimentata democrazia diretta magari con la creazione di altre quattro o cinque piattaforme. Bisognerà procedervi lentamente per non bruciare il percorso delle riforme, ovvero le sue “magnifiche sorti e progressive”. Con allegra compostezza, balli sul balcone (non sul mattone) vietati, quelle sorti ci verranno aulicamente narrate dai costituzionalisti del “sì” anche se temo che, per farsi notare, qualcuno/a di loro leverà grida allarmate, ma fatta la breccia nella Costituzione mica ci si può più fermare. Avanti tutta verso la democrazia “decidente” senza troppi impacci da parte dei pochi rimanenti parlamentari. Viva Rousseau e viva Carl Schmitt.

Pubblicato il 24 settembre 2020 su formiche.net

I Cinque Stelle non sono spacciati @domanigiornale

Gli iscritti del Movimento hanno approvato alleanze già in essere da tempo. Addio anche al limite dei due mandati. I Cinque Stelle diventano più simili agli altri partiti, ma restano i meglio attrezzati a intercettare un malcontento ancora diffuso nel paese e che continua a portare voti.

  • Nella sua critica alla Prima Repubblica (l’unica che abbiamo avuto), il Movimento 5 Stelle ha spesso sbagliato bersaglio. Non ne ha capito i pregi: adattabilità e possibilità di cambiare governi e governanti senza produrre destabilizzazioni, obbligando i nuovi protagonisti a rispettare le regole.
  • La democrazia parlamentare non è una forma di governo debole. Ha regole, procedure, istituzioni che danno rappresentanza politica e consentono decisioni. Funziona grazie ai partiti. Dalla qualità dei partiti dipende la sua stessa qualità.
  • Tutti i movimenti collettivi si trovano prima o poi ad un bivio: istituzionalizzarsi oppure deperire e sparire. Sull’orlo del deperimento, i Cinque Stelle sembra abbiano scelto la via, per loro alquanto impervia, dell’istituzionalizzazione.

Nato sull’onda alta della critica alla politica esistente il Movimento 5 Stelle ha dovuto fare di volta in volta i conti con quella politica, finendo regolarmente per adattarsi, più o meno convintamente e dolorosamente, alle sue prassi.

La politica esistente in Italia si svolge nel quadro, molto più costrittivo di quel che si pensa abitualmente, di una democrazia parlamentare ed è praticata da organizzazioni che, in un modo o in un altro, deboli o meno deboli, sono partiti. Dunque, la critica alla politica non poteva non essere anche, soprattutto, critica del Parlamento, scatoletta di tonno da aprire, e critica dei parlamentari, del loro essersi trasformati in una “classe”, del loro numero, dei loro privilegi a cominciare dalle indennità e dai vitalizi.

Rispetto ai partiti, organizzazioni ritenute non democratiche in mano a oligarchie interessate a perpetuarsi e in grado di farlo, il Movimento ha inteso fare valere modalità di democrazia più o meno diretta, partecipata (peraltro da non più di 60 mila aderenti su almeno il doppio di aventi diritto), costruita all’insegna dello slogan “uno vale uno”, praticata con moderne forme tecnologiche attraverso una piattaforma di proprietà di un privato. Inevitabilmente, ne conseguono lamentele e critiche alla probabilità di manipolazione di procedure tutt’altro che trasparenti e verificabili.

Al suo esordio in una competizione nazionale, nessun partito, tranne Forza Italia, ha ottenuto un numero di voti superiore a quello dei Cinque Stelle nel 2013. Alla base di questo grande successo elettorale, sta proprio la critica, pure, spesso sommaria e superficiale, espressa con toni esagitati, della politica.
Superficialità e esagitazione sono servite a raggiungere, incanalare, dare espressione e rappresentanza alla diffusa, profonda e persistente insoddisfazione degli italiani con la loro politica.

Essendo questo un dato strutturale è possibile affermare che non mancheranno mai le ragioni per le quali una parte di elettorato si indirizzerà a favore del Movimento e dei suoi candidati. Fisiologicamente, però, una parte di elettorato non poteva non diventare insoddisfatta dalle prestazioni dei Cinque Stelle nella loro azione di governo.

Troppo facile, ma vero, dunque necessario, è affermare che il passaggio non soltanto dalla protesta alla proposta, ma dalla proposta alla pratica si è scontrato con ostacoli imprevisti dai Cinque Stelle, ma non imprevedibili. Nelle democrazie parlamentari rarissimamente il governo è composto da un solo protagonista. Per dare vita ad un governo è imperativo trovare alleati e formare coalizioni. Dopodiché il programma del governo non può essere integralmente quello di ciascuno dei singoli contraenti, ma è un compromesso che deve tenere conto delle diverse preferenze.

Che soltanto alcuni giorni fa gli iscritti al Movimento abbiano dato ufficialmente la loro approvazione alla ricerca di alleanze può stupire soltanto perché l’approvazione viene dopo una pratica già in atto. Questa decisione sarebbe la prova provata della trasformazione del Movimento in partito politico. In verità, la trasformazione era già avvenuta nel momento stesso in cui il Movimento aveva presentato candidature alle elezioni nazionali, ottenuto voti e conquistato cariche.

Da Max Weber, che di movimenti collettivi ha scritto in maniera tuttora imprescindibile, dovremmo piuttosto sapere trarre le indicazioni cruciali per capire se le Cinque Stelle approderanno alla istituzionalizzazione, vale a dire a darsi una struttura, regole, modalità di selezione e ricambio della leadership che ne consentano una lunga durata.

Avere originariamente stabilito un massimo di due mandati elettivi andava contro non solo l’istituzionalizzazione, ma lo stesso buon funzionamento del Movimento nelle assemblee elettive, in particolare, nel parlamento.

Da un lato, coerentemente con il principio “uno vale uno”, il Movimento nega(va) l’importanza dell’esperienza politica e delle competenze; dall’altro, rende(va) impossibile l’applicazione di un criterio fondamentale della democrazia rappresentativa, quello della responsabilizzazione, dell’accountability. Il rappresentante se ne dovrebbe andare per una regolamentazione burocratica, due mandati svolti, non per inadeguatezza politica, vale a dire non essere riuscito a farsi rieleggere sulla base di quanto da lui/lei fatto.

Peggio, poi, se, come ribadito da troppi esponenti del Movimento, dovesse venire imposto un, peraltro impossibile (e che richiederebbe una revisione costituzionale) vincolo di mandato ai rappresentanti. Non è chiaro in che modo potrebbe essere imposto, tradotto in pratica e sottoposto a valutazione, ma è sicuro che distruggerebbe il principio stesso della rappresentanza politica con conseguenze di irrigidimento della dialettica parlamentare fondata proprio sulla reciproca persuasione e sulla conciliazione degli interessi e delle preferenze.

Nel frattempo, in parte tenendo conto delle esperienze acquisite in parte per valorizzare quanto fatto ricoprendo la carica, i militanti del Movimento hanno acconsentito ad un sotterfugio: il mandato zero (ovvero, la previa elezione nei consigli comunali e provinciali) che si configura come deroga permanente alla regola dei due mandati.

Questo vale per la sindaca di Roma Virginia Raggi. Varrà per quella di Torino Chiara Appendino e, naturalmente, per tutti i non pochi parlamentari che stanno completando il secondo mandato. Molti di costoro, però, finiranno comunque esclusi, se l’elettorato confermerà per referendum la riduzione del numero dei parlamentari, altra riforma chiave di un Movimento nel quale alcuni ritengono che il parlamento come lo abbiamo conosciuto stia diventando inutile, retaggio di un passato novecentesco, superabile.

La fase di effervescenza collettiva e di entusiasmo che aveva lanciato il Movimento è venuta inevitabilmente meno. Il suo fondatore, Beppe Grillo, si è trasformato in garante anche se, ed è per lo più un bene, interviene in maniera decisa e decisiva nei momenti più delicati.

Per quanto faticosa e difficile da guidare senza una bussola, l’istituzionalizzazione del Movimento ha fatto qualche passo aventi.

In mancanza di una cultura politica condivisa che non sia esclusivamente di critica alla democrazia parlamentare (e, molto contraddittoriamente, alle modalità di funzionamento dell’Unione europea), aderenti e elettori del Movimento Cinque Stelle appaiono perplessi e divisi. Però, potrebbero rivendicare di essere nella loro composizione e nelle loro contraddizioni, dai vaccini alle grandi opere, il partito (pigliatutti) degli italiani.

Comunque, continuano ad avere dalla loro parte l’insoddisfazione e lo scontento politico, pulsioni e emozioni che sembrano di entità tale da riprodurre una riserva di voti alla quale il Movimento è tuttora in condizioni di attingere meglio e più di altri.

Pubblicato il 19 agosto 2020 su editorialedomani.it

M5S? Non è alla fine della sua avventura, anzi… La versione di Pasquino @formichenews

Il Movimento 5 Stelle si era illuso, per gravi, e insuperate, carenze di cultura politica, di essere immune dal conflitto di idee che si traduce in “anime” (non belle) e che non sono giunte a sintesi con Di Maio né, quasi sicuramente, ci arriverebbero con Di Battista. No, non sono ancora arrivati sull’orlo dell’abisso. Avranno modo e tempo di fare altri errori e di recuperare.

Il commento di Gianfranco Pasquino

Quando all’interno di un movimento/partito qualcuno si mette a parlare dell’esistenza di anime diverse, di “sensibilità” diverse e di altre piacevolezze retoriche e ipocrite, mi rassereno. È un terreno che conosco, già arato e praticato da quasi tutti i partiti italiani. Nel passato, alcuni, però, non avevano peli sulla lunga. Quelle anime non esageratamente sensibili erano e si lasciavano chiamare correnti, espressione di un pluralismo che, a determinate condizioni, svolge più di un compito importante. Elettoralmente, attrae un numero considerevole di voti pescando in settori sociali diversificati. Politicamente, suscita un confronto/scontro di idee, di proposte, di soluzioni. Poi, aggregazioni mutevoli di quelle correnti guideranno il partito a vittorie e sconfitte, e, allora, cambieranno le aggregazioni. Nulla di particolarmente nuovo sotto le (Cinque) Stelle se non fosse che si erano illuse, per gravi, e insuperate, carenze di cultura politica, di essere immuni dal conflitto di idee che si traduce in “anime” (non belle) e che non sono giunte a sintesi con Di Maio né, quasi sicuramente, ci arriverebbero con Di Battista.

Fin dall’inizio della loro avventura, comunque, da valutare di successo, a prescindere da come finirà (non è affatto detto che finisca presto), di anime ce n’erano inevitabilmente molte. Per loro fortuna, il predicatore Grillo sapeva parlare a tutte e prometteva abbastanza credibilmente latte e miele. Qualche eretico c’era e veniva opportunamente messo alla porta. Gli altri componevano (o nascondevano) i loro dissensi all’ombra di una piattaforma, con procedure da selva oscura. Quando, però, la scelta che bisogna assolutamente fare diventa binaria: sì/no, alla Tav, alla Gronda di Genova, al rinnovo della concessione a Atlantia, al MES (senza condizionalità), allora le differenze appaiono, ma non necessariamente “esplodono”.

Tranne gli ortodossi, che non hanno bisogno di “caratterizzarsi”, le altre anime un po’ mugugnano un po’ criticano, ma di alternative specifiche, precise, strategiche non riescono proprio a formularne. D’altronde, i due sì che contano: al governo con Salvini, al governo con il PD, li hanno già pronunciati. Tertium non datur. Infatti, quel che resta sono le forche caudine elettorali sotto le quali, almeno la metà di loro non dovrebbe arrivare avendo completato i famigerati due mandati. L’altra metà non riuscirebbe, secondo i sondaggi, a passare. Epperò, come la legge ferrea della politica insegna da tempo, qualche visibilità personale è meglio acquisirla, qualche messaggio ai potenziali sostenitori è opportuno mandarlo, qualche dissenso (a scelte non troppo chiare) bisogna esprimerlo. Se, poi, si è fuori dal governo, allora è un gioco da bambini prendere posizione contro.

Naturalmente, la corda non va tirata troppo perché finché il Movimento è la somma di molte anime e dei loro animatori conta, ottiene voti e cariche, influenza le scelte e le decisioni. Le anime perse e sparse vanno ineluttabilmente alla deriva. Molti, dentro il Movimento, a cominciare dal Fondatore e Garante, lo sanno. Altri si lasciano trascinare da loro istinti battaglieri e, forse, di rivalsa. Gli errori li pagherebbero/pagheranno tutti i pentastellati. No, non sono ancora arrivati sull’orlo dell’abisso. Avranno modo e tempo di fare altri errori e di recuperare. Quosque tandem? Almeno fino al prossimo commento.

Pubblicato il 19 giugno 2020 su formiche.net

I soldi di Chavez ai 5 Stelle? La prova è poco convincente #intervista @CdT_Online

Le valutazioni del politologo Gianfranco Pasquino sul presunto scoop del quotidiano spagnolo ABC

Intervista raccolta da Osvaldo Migotto pubblicata il 17 giugno 2020

I documenti che proverebbero il presunto finanziamento del 2010 ai pentastellati da parte del regime di Chavez, rivelato dal quotidiano spagnolo ABC, mostrano alcune incongruenze. Caracas e il M5S smentiscono la transazione ma nel Movimento creato da Grillo le tensioni interne non si affievoliscono. Abbiamo sentito il parere del politologo Gianfranco Pasquino.

Lo scoop del quotidiano conservatore spagnolo arriva mentre nel Movimento fondato da Grillo crescono le divergenze interne. Una semplice casualità?

Il documento che proverebbe il finanziamento appare abbastanza contraffatto, considerati i particolari che alcuni quotidiani italiani hanno messo in rilievo e che mostrano un modo di procedere pasticciato. Per cui il documento non è del tutto convincente. Che ci sia un tentativo di screditarei 5 stelle è noto, loro però vi hanno contribuito: troppe volte avevano infatto elogiato i regime di Chavez e sono poi stati moto ambigui su Maduro. Che Casaleggio abbia accettato dei soldi dal Venezuela

CONTINUA LA LETTURA QUI Corriere del Ticino 17 06 2020

La suggestione. La soluzione è ancora Grillo (o un artista)@fattoquotidiano

Già molti elettori dei 5 Stelle non avevano gradito l’esperienza di governo con Salvini, poi adesso, dopo l’accordo con il Partito democratico, altri ancora si sono ritratti e si mantengono in attesa, guardano come vanno le cose. Sono i cosiddetti “elettori disponibili”, ma per convincerli a venire dalla propria parte bisogna saper fare loro una offerta credibile ed è quello che il Pd in questi mesi non è riuscito a fare, forse perché cerca solo di salvare quel che si può salvare di questo governo.

All’interno del Movimento 5 Stelle servirebbe una figura “trascinante”per riprendersi quegli elettori delusi. Uno come Di Battista è in grado di “fare l’offerta” agli indecisi, ma di certo non si tratterebbe di un’offerta di governo. I 5 Stelle hanno avuto la fortuna di trovare Giuseppe Conte, ma il presidente è un governante, non credo farebbe il leader per raggiungere i consensi e gli elettori. C’è poi un altro aspetto: questo tipo di attività politica la si fa di solito a ridosso delle elezioni, esporsi adesso sarebbe rischioso per chiunque e si creerebbero dei conflitti interni.

Anche per questo motivo chi potrebbe mettersi in gioco è Beppe Grillo: non c’è dubbio che abbia la capacità di trainare i 5 Stelle e in questi anni non ha perso prestigio tra i suoi. Certo dipende da quanta voglia avrà lui, ma credo non abbia smesso di ritenere il Movimento una sua creatura e dunque se fosse necessario aiutarlo potrebbe tornare in campo. Più difficile proiettare a livello nazionale Chiara Appendino, anche se l’idea di affidare la guida a una donna è certamente importante: dentro al Movimento, però, credo ci siano altre esponenti che aspirerebbero alla leadership e non sarebbe facile gestire le spaccature. Nel caso scegliessero una donna, se posso dare un suggerimento ai 5 Stelle, cercherei un’artista, qualcuna che parta con una visibilità pregressa. Magari un soprano come Cecilia Bartoli, con la quale mi scuso immediatamente per averla coinvolta in questa suggestione.

Dichiarazione al Fatto Quotidiano pubblicate il 31 maggio 2020

M5S-Pd? La Liguria merita una coalizione governante. Pasquino spiega perché

I Cinque Stelle hanno l’obbligo di trovare un alleato, ma siamo cauti. Sarebbe prematuro fare dell’eventuale alleanza in Liguria il primo passo verso un blocco elettorale “organico”, pronto per le prossime elezioni nazionali. L’analisi di Pasquino

Il Movimento 5 Stelle, aveva garantito fin dagli esordi il suo fondatore, avrebbe presto ottenuto il 100 per cento dei voti. In pubblico sostenni platealmente che “no, non più del 97 per cento, poiché, oltre a me, indipendentemente, neppure i mie due figli l’avrebbero mai votato”.”

Poi, lentamente, ma in maniera largamente incompleta, non convinta e sicuramente inadeguata, molti nel Movimento hanno imparato che in una democrazia parlamentare, persino a prescindere dal sistema elettorale (nessuno dei quali, rassicuro i commentatori allarmisti perché incompetenti, porta a Weimar), è preferibile trovare alleati e fare coalizioni. Non è obbligatorio, ma chi non vuole e non sa farle paga logicamente e giustamente un prezzo.

Finora nelle elezioni regionali, i Cinque Stelle alleati non ne hanno cercati e sempre meno voti (ma il trend è nazionale) hanno trovato. Con altre imminenti elezioni regionali sono adesso costretti a decidere se intendono scomparire dalle assemblee regionali circondati da un alone di soffusa purezza, la quale, però, priva di rappresentanza politica molti dei loro attuali e potenziali elettori, oppure formulare con chiarezza una o più proposte alternative. Meglio non affidarsi a Beppe Grillo, neppure nella sua regione. Quella sua intimazione “fidatevi di me”, che travolse l’esito delle primarie pentastellate per imporre la sua candidata al Comune di Genova, non condusse ad un esito propriamente eclatante.

Dal momento che il centro-destra si presenterà tutto a sostegno del suo candidato (naturalmente, nessuno può pensare che l’incumbent, il Governatore in carica, sia sostituibile senza pagare pegno), per ribaltare il pronostico, i Cinque Stelle hanno l’obbligo di trovare un alleato (scriverei anche “possente”), ma poi, dovendo individuarlo nel Partito Democratico mi accorgo immediatamente che esagererei). Il PD non può che dichiararsi disponibile a determinate, poche e chiare, condizioni programmatiche. Aggiungerei subito la cautela di non fare dell’eventuale alleanza in Liguria il primo passo verso un blocco elettorale “organico”, pronto per le prossime elezioni nazionali. Sarebbe prematuro dichiararlo. Potrebbe essere controproducente. Se si voterà con una legge proporzionale, meglio se non obbrobriosa, non sarebbe neanche necessario. Il problema, semmai, questo sì inevitabile, consiste nello scegliere il candidato per la Presidenza della Regione. Dovrebbe essere portatore di un valore aggiunto, vale a dire in grado di raggiungere elettori che, altrimenti, non voterebbero né le Stelle né i Democratici.

“Se sapessero (e volessero, Covid-19 permettendo) farle in maniera decente, suggerirei lo strumento delle primarie, quelle “cartacee” nelle quali gli elettori camminano fino alle urne e le schede possono essere contate e ri-contate. Altrimenti, in partenza né i Cinque Stelle né i Democratici dovrebbero porrebbe veti, ma neanche far circolare candidature “ballons d’essai” per farsele bocciare e poi contrattare il loro second best. La trasparenza serve ad informare gli elettori e ottenere spazi sui media. Concludo affermando senza se senza ma che per governare una Regione è utile candidare qualcuno che abbia già dimostrato di avere qualche competenza politica e amministrativa. Non sto chiedendo troppo. Mi pare il minimo (non sindacale, ma politico).

Pubblicato l’ 8 marzo 2020 su formiche.net

Il confronto tra banco e Pd nel mare della sinistra #sardine #FormicheRivista @formichenews

In FORMICHE RIVISTA n. 156
Politica in movimento. Sardine, grillini e non solo. Una radiografia
pp. 15 16

 

I movimenti nascono quando una società è viva e quando l’insoddisfazione nei confronti del suo funzionamento e di quello della sfera politica è altrettanto viva e vivace. La fase di effervescenza vede il mobilitarsi di alcuni/molti settori di quella società intorno ad una tematica generale che non ha bisogno di essere né precisata né declinata. Ci si trova insieme, si sta insieme, si agisce insieme poiché esiste un idem sentire. In qualche situazione, il mobilitatore è un leader già noto, subito riconoscibile. È stato il caso di Beppe Grillo che poteva utilizzare/sfruttare non soltanto la sua notorietà, ma anche le sue doti di comico e attore. In altre situazioni, la mobilitazione può prendere le mosse dalla critica nei confronti di un “nemico”, lui sì molto noto e anche controverso: Matteo Salvini. Anche il Movimento 5 Stelle individuò/trovò rapidamente il suo nemico: la Casta (strada spianata da non pochi giornalisti italiani) e contro la Casta ha costruito gran parte della sua fortuna politica e elettorale.

Le Sardine hanno usato il (loro) nemico principalmente per connettersi, per espandersi, per frequentare le piazze, per lanciare messaggi di politica seria e sobria. Non “seria” (a volte scherzosa, più spesso sarcastica), non sobria, ma sopra le righe e gridata, anche volgare (talvolta consapevolmente, talaltra per incapacità di fare diversamente) è stata la politica di Grillo e dei Cinque Stelle. Indossato la cravatta, i Cinque Stelle “di governo”, hanno cambiato di pochissimo il lessico, togliersi la cravatta, per i Cinque Stelle “di lotta”, significa tornare al popolo proprio mentre questo “popolo” se ne sta andando, con la sua solo parzialmente diminuita irritazione, ferma restando la sua insoddisfazione.

In una certa misura, il Movimento 5 Stelle s’è fatto, proprio come indicato più di quarant’anni fa da Francesco Alberoni, istituzione. In maniera riluttante, dimenandosi fra contraddizioni, respingendo le responsabilità, sostenendo di volere mantenere un’impossibile purezza (di cosa? di comportamenti? si può; di solitudine? impossibile), i Cinque Stelle sono entrati nel vortice del governo, in qualche modo, “istituzionalizzandosi”. Non del tutto a loro insaputa, ma non sapendo come “difendersi” dagli imperativi delle scelte da fare e non fare. Nella loro fase di movimento, le Sardine stanno raccogliendo insoddisfazione che incanalano verso la sinistra mirando soprattutto a svegliarne i dormienti e a raggiungerne le sparse membra.

Se i Cinque Stelle dicono di non essere né di destra né di sinistra (ma “confusi” nello schieramento sociopolitico), le Sardine nascono, stanno, nuotano, si muovono nella sinistra, quella non partitica non organizzata non ufficiale. La smuovono? In Emilia-Romagna in parte sì. Altrove lo si vedrà. Privi di un capo fanno affidamento sui quattro promotori. Nella misura in cui si estendono incontrano problemi di composizione di diversità, non di conformismo. Da più parti si chiede loro il passo dell’istituzionalizzazione. Difficile da compiere, ma qualche rafforzamento organizzativo è nelle cose/nelle corde, questo passo sembra prematuro. Il futuro è solo in parte nelle loro mani. Dipende dalle scadenze elettorali e, soprattutto, dipende dal campo della politica, del PD e delle sinistre. Debbono chiedere apertura e valutare le modalità e le possibilità di inclusione, senza farsi disgregare e/o fagocitare.

Con energia e intelligenza, approfittando delle circostanze favorevoli, Grillo si creò un grande spazio, lo colmò, lo sfruttò. Parte della spazio a sinistra è occupato da un attore, il PD, tutt’altro che “movimentista” e che non si è mai neppure mostrato disponibile ad aperture. La sfida incombente riguarda entrambi: le Sardine e la piccola, ma astuta, casta dei dirigenti del PD. Contaminazione fu la disattesa parola chiave dei fondatori del Partito Democratico. Andare oltre è oggi indispensabile verso la “circolazione” di chi dirige, anche per garantire alle Sardine che verranno l’agibilità politica che serve a ridurre l’insoddisfazione e a incoraggiare l’azione. Se no, mare aperto.

 

Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza Politica. Di recente ha pubblicato Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020) e Italian Democracy. How It Works (Routledge 2020).

Il governo durerà ma i 5S si liberino di Di Maio #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giulia Merlo
“Le sardine? Apprezzo sempre la partecipazione e dico che un movimento nella fase nascente ha bisogno di tempo per trovare uno sbocco”.

I sondaggi dicono il vero, secondo il politologo Gianfranco Pasquino: l’Italia, per ora, è un paese che si è orientato verso il centrodestra. Ma l’attuale quadro politico è in subbuglio: con il movimento delle sardine ma anche con la variabile ancora incalcolabile sul futuro del premier Giuseppe Conte.

Professore, quale è il suo giudizio sulle sardine?

Io apprezzo sempre quando le persone si mettono insieme con un obiettivo comune e risvegliano la partecipazione, soprattutto quella giovanile. Sono favorevole anche quando l’obiettivo è la protesta, a maggior ragione se fatta contro Matteo Salvini e il populismo.

La critica maggiore è che si tratta di protesta senza proposta.

Che significa? Quelli che oggi sbandierano proposte spesso si riempiono la bocca di parole solo retoriche oppure di offese nei confronti di qualcuno. Io dico di dare tempo al tempo: per citare Weber, il movimento delle sardine è ancora nella fase di stato nascente. Poi la mobilitazione si estenderà ancora, infine si deciderà che farne e se darle sbocco.

Di solito le mobilitazioni sono contro il governo, mentre in questo caso sono contro il populismo salviniano, quindi l’opposizione.

Sulla base di questo ragionamento, non avrebbe senso nessuna manifestazione contro il fascismo, visto che è stato sconfitto. Invece ha senso, perché si manifesta contro un pericolo che si percepisce come attuale e questo fa parte della conversazione democratica. Io non trovo nulla di male nel protestare contro un’opposizione che agisce in modo scomposto e propaganda notizie false. E poi la protesta delle sardine non è solo contro Salvini, ma anche contro l’eccessiva timidezza del governo, ovvero di chi dovrebbe fargli da contraltare.

Esiste spazio per uno sbocco elettorale di questo movimento?

Esiste se la sinistra partitica rimane statica. Se le sardine avranno voglia, allora avranno anche lo spazio per organizzarsi. Del resto, abbiamo visto succedere qualcosa di simile con i 5 Stelle, anche se in quel caso a capo c’era un leader forte come Beppe Grillo.

Altrimenti il consenso delle sardine si riverserà nel centrosinistra?

È possibile, ma non è un meccanismo automatico. Il Pd deve cercare quel consenso, dicendo alcune cose o candidando determinate persone, per esempio. Insomma, deve esserci una trattativa e un accordo preelettorale tra i dem e le sardine.

I 5 Stelle sono in netto tracollo, è una parabola invertibile?

Lo spazio di protesta nei confronti del sistema politico che il Movimento intercettava esiste ancora, ma ora c’è la concorrenza sia di Salvini e, a loro modo, anche delle sardine. Il problema dei 5 Stelle è uno solo: la leadership. Luigi Di Maio è debole, inadeguato e fa perdere voti. Per recuperarli, tornando non certo al 32% del 2018 ma a un buon 20%, bisogna fare una buona campagna elettorale ma soprattutto trovare un nuovo leader: Beppe Grillo, per esempio, recupererebbe molto consenso.

Il Pd, ieri, ha chiesto una «verifica» di questo governo. È segno che i dem vogliono staccare la spina?

Io trovo normale che si chieda di fare il bilancio, perché questo è un governo strano e la verifica fa parte delle necessità di tutte le coalizioni, in cui può sorgere la necessità di sostituire qualche ministro o trovare una nuova linea politica.

Nessun rischio di crisi, quindi?

Se questo governo nasce per contrastare Salvini, allora deve rimanere in carica finché può e dimostrare che la sua politica funziona adoperando tutto il tempo a disposizione, quindi fino al 2023. Per durare, però, i partiti devono smettersi di farsi concorrenza interna. Altrimenti sarà un fallimento di tutto il governo e farà crescere l’opposizione, quindi Salvini.

I sondaggi sono veri e il nostro è un paese di centrodestra?

I sondaggi raramente sbagliano, ma fotografano una situazione hic et nunc. Però la campagna elettorale può cambiare tutto: qualcuno fa errori, qualcuno individua la tematica vincente oppure qualcosa di imprevedibile accade. Nelle ultime elezioni alcuni milioni di italiani hanno cambiato comportamento elettorale. Inoltre, esiste una variabile ancora imponderabile.

Quale?

Il premier Conte. Secondo i sondaggi è il più popolare, ma non si sa ancora cosa farà. Lui dice che non si candiderà, ma chissà: potrebbe stare coi 5 Stelle, farsi un partito personale … Oppure, forse, si sta preparando a diventare il prossimo presidente della Repubblica.

Pubblicato il 10 dicembre su ildubbionews.it

Le sardine anti Salvini hanno un futuro nel mare della politica? @sputnik_italia

 

Intervista raccolta da Tatiana Santi per Sputnik Italia

Le “sardine” manifestano nelle piazze italiane e incentrano la propria protesta contro Matteo Salvini. I promotori del movimento si definiscono apartitici, ma si scagliano solo contro la destra e il leader del Carroccio. Le sardine anti Salvini hanno un futuro nel mare della politica?

Tutto inizia a Bologna in concomitanza con la campagna elettorale della Lega in Emilia Romagna. Una sfida lanciata sui social da 4 ragazzi riesce a riunire migliaia di persone in piazza. Il movimento delle sardine nasce quindi in opposizione a Matteo Salvini, il quale è all’opposizione. Parliamo di un fenomeno originale, visto che di solito si protesta contro chi governa.

Secondo gli organizzatori delle proteste non si tratta di un possibile partito né di un movimento vero e proprio. Una cosa è certa: il collante che unisce le sardine è la loro posizione anti Salvini. Quali sono però le loro idee e i loro obiettivi? Il progetto potrebbe diventare col tempo un soggetto politico, com’è successo per il Movimento 5 stelle? Sputnik Italia si è rivolto ai ragazzi fondatori delle sardine richiedendo un’intervista, senza ottenere per ora risposta positiva. Nel frattempo per analizzare questo originale fenomeno abbiamo intervistato Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna.

– Professore Pasquino, qual è il suo punto di vista sul movimento delle “Sardine”? Crede che resterà una protesta di piazza o potrà diventare un vero movimento politico?

– Naturalmente per qualche tempo ancora resterà una protesta di piazza che però è riuscita a mobilitare un numero veramente consistente di persone. C’è qualcosa di inusuale ed abbastanza straordinario. Non sono in grado di prevedere i passaggi successivi. Vedremo come andranno le elezioni in Emilia Romagna: se perderà il PD vorrà dire che le Sardine non hanno avuto alcun effetto positivo ed andrà quindi ripensato. Al momento si tratta di una protesta diffusa e ben organizzata.

– Le sardine dicono di non appartenere a nessuno schieramento. Possiamo dire che però nella protesta si intravede il Partito Democratico … Lei cosa ne pensa?

– A mio giudizio il Partito Democratico non c’entra niente, nel senso che non ha la capacità di organizzare proteste di questo genere. Il PD potrebbe essere il beneficiario di questa situazione, però non è certamente colui che ha dato vita a questo, anzi, molti di quelli che partecipano alle varie manifestazioni non hanno alcuna precedente esperienza con il Partito Democratico. Il PD potrà certamente trarne vantaggio, ma se cercherà di controllare questo movimento ne perderà il sostegno che gli arriva.

– Crede che si possano fare dei parallelismi con il Movimento 5 Stelle dei primi giorni?

– Credo che abbiano qualcosa in comune poiché esprimono insoddisfazione, le sardine esprimono una posizione di cambiamento poiché vogliono cambiare lo schieramento di sinistra. Il movimento che ora riempie le piazze è fatto in gran parte, ma non esclusivamente, da giovani e quindi ha alcuni elementi in comune col Movimento 5 Stelle. Ci sono però almeno due elementi di differenza che sono importantissimi: il primo è che non c’è un leader riconosciuto come Beppe Grillo, questo è un elemento di grande importanza poiché è stata la personalità di Grillo che ha prodotto il Movimento 5 Stelle all’inizio. Il secondo punto di differenza è che si va sviluppando anche in base alle caratteristiche dei luoghi dove si organizza, con i 5 stelle la mobilitazione viene diretta dall’alto, mentre qui avviene luogo per luogo: Bologna, Modena e qualche città siciliana.

– Crede sia un movimento propositivo o è sostanzialmente anti – Salvini? Non crede siano solo una opposizione all’opposizione?

– Loro protestano contro Salvini, cosa che a me sembra già importante, sostengono inoltre di essere antifascisti e quindi questa è già una posizione di campo. Perché dovrebbero fare delle proposte? Non sono mica un movimento di governo … Si muovono all’interno della società e raccolgono quello che la società va dicendo. La proposta la devono fare i partiti, in questo caso se cerchiamo la proposta è quella di far vincere i candidati delle elezioni regionali che sono contrari alle politiche di Salvini. Se parliamo di proposte credo che sia veramente troppo presto. Come si fa nel giro di 4 settimane ad avere una proposta? Se io fossi uno di loro direi: < ma che proposta volete da noi?>. Certo vogliono cambiare e vogliono evitare dei cambiamenti in peggio, cioè un cambiamento con Salvini.

– Quindi sono contro Salvini, ma non vogliono proporre alcuna idea?

– Esatto, non devono fare nessuna proposta specifica. Poi dalla storia dei movimenti, sappiamo che possono avere un’unica questione rilevante. In seguito potrebbe succedere qualcosa di rilevante ed il movimento potrebbe prendere una posizione su quella questione.  Ci sono tante materie sulle quali credo che le “Sardine” sarebbero in grado di prendere posizione: per esempio sul testamento biologico di cui si sta discutendo, sul clima poi hanno preso le posizioni di Greta. Ci sono quindi elementi di protesta, ma non essendo un partito non devono governare.

Pubblicato il 27 novembre 2019 su it.sputniknews.com

 

«Salvini è l’unico leader, al centrosinistra servirebbe un nuovo Willy Brandt #intervista @ildubbionews

Intervista al politologo Gianfranco Pasquino: «il governo è fragile ma farà di tutto per campare in attesa di un miracolo: se risolvesse il pasticcio Ilva o facesse aumentare la crescita, pd e 5 stelle potrebbero risollevarsi. Ma serve tempo» di Giulia Merlo

Il governo è fragile, il centrosinistra fragilissimo «e soprattutto senza un leader», commenta il politologo Gianfranco Pasquino, che per sfidare Matteo Salvini sognerebbe «di importare un politico alla Willy Brandt».

Professore, il premier Conte ha chiesto proposte dai ministri per risolvere il caso Ilva. Passo falso o giusta apertura?

Chiedere aiuto ai ministri mi sembra una cosa utile, ma Conte dovrebbe sapere che la decisione spetta a lui. Quindi, sarebbe meglio che fissasse le sue condizioni e la sua linea di preferenza e solo dopo chiedesse proposte alternative da esaminare in Cdm. Detto questo, noi che abbiamo visto il mondo sappiamo che non decidono solo i ministri…

Chi altro andrebbe interpellato?

Mi sembra che nè il segretario del Pd Nicola Zingaretti nè quello con la briscola in mano, alias Matteo Renzi, siedano al Cdm.

In realtà, l’unica condizione fino ad ora l’ha posta il Movimento 5 Stelle che, con i parlamentari pugliesi, pone il veto sul ripristino dello scudo penale.

I 5 Stelle continuano a dimostrarsi alleati inaffidabili e mi chiedo se pensino alle conseguenze di ciò che dicono. Inoltre, partendo dall’assunto che se si rompe l’Ilva si rompe anche il governo, allora significa che spingono per la rottura.

Non vale più la logica iniziare del “purchè non vinca Salvini”?

Vale fino a quando Salvini non vince davvero. Impedirglielo è l’imperativo del Pd ma anche dei 5 Stelle, anche perchè Salvini non farà prigionieri. Insieme alla logica politica, però, andrebbe messa anche un po’ di materia: questo governo ha la capacità di durare ancora?

E ce l’ha?

A me sembra che abbia già perso la spinta propulsiva, che del resto era debole sin dall’inizio e Luigi Di Maio per primo non è mai stato convinto dell’alleanza. Dunque, come vede, i fenomeni della politica italiana possono infrangere anche la logica. Anche se escludo che la crisi arrivi prima di Natale.

Quindi l’ago sarà l’Emilia Romagna?

L’esito emiliano è legato alle decisioni dei 5 Stelle. Se non appoggeranno il candidato dem Stefano Bonaccini significa che hanno definitivamente preso le distanze dal Pd. Se Bonaccini perde, però, è inevitabile che il centrodestra spinga per le elezioni.

A quel punto le urne sarebbero una richiesta legittima, secondo lei?

Guardi, io credo che gli elettori sappiano che stanno votando per le regionali emiliane e non per il governo. Il centrodestra, tuttavia, dice una cosa diversa: che esiste una maggioranza politica in Parlamento e una maggioranza numerica nel Paese. Se questa tesi del paese reale venisse confermata sia dai sondaggi che dal voto regionale, la richiesta del centrodestra sarebbe legittima ma contrasterebbe con un’altra legittimità, quella del paese legale che ha la maggioranza nelle Camere.

Davvero questa maggioranza potrebbe spingere per il voto?

Già a ottobre in molti chiedevano le elezioni, con un unico obiettivo: far fuori i renziani. Con le elezioni, secondo loro, si sarebbe fatta chiarezza: Salvini avrebbe vinto, Renzi starebbe sparito perchè aveva tirato troppo la corda e tutto avrebbe poi ripreso il suo corso. A me sembra una visione assurda, perchè in questo modo sarebbe rimasto in piedi solo un Pd sgangherato e un Salvini trionfante e con pieni poteri.

Meglio la situazione attuale, quindi?

Per le parti in causa, certo. Renzi ha bisogno di tempo per organizzarsi, anche se credo che il suo movimento non supererà il 5%. Il Pd e i 5 Stelle sanno che, se si vota, perderanno dunque per loro è meglio rimanere in sella e sperare in un evento improvviso.

Che evento improvviso?

Pensi se questo governo riesce a risolvere il pasticcio dell’Ilva, oppure la vicenda Alitalia, oppure ancora a portare la crescita all’ 1%. Se questo succedesse le elezioni potrebbero non essere un’ecatombe, ma perchè una cosa del genere succeda serve tempo.

Conte avrà un futuro dopo questo governo?

No, finito il Conte bis lui sarà fuori, e anche senza particolare gloria. Un governo Conte ter è inimmaginabile e, se questo Esecutivo finirà presto, anche Conte verrà investito dalla sua impopolarità. Del resto, nei fatti Conte non ha combinato un gran che. Per questo fa bene a tirare avanti, sperando nel miracolo che dicevo prima.

A destra una leadership c’è, ma esiste già un competitor vero per Salvini?

Le rispondo così: mi piacerebbe importare un politico dall’estero e sceglierei probabilmente Willy Brandt. Ecco, vorrei che il leader dell’opposizione fosse lui: un socialdemocratico con esperienza di amministrazione ma anche di governo. Uno capace non solo di ascoltare, ma anche e soprattutto di capire gli elettori. Invece, ora come ora l’opposizione non ha nessuno in grado di contrastare Salvini sul piano della personalità.

Cosa ha Salvini che gli altri non hanno?

Salvini sente il suo elettorato, ha con esso un rapporto fisico. Pensi al Papeete: Zingaretti non avrebbe mai potuto andare in giro a petto nudo, Salvini sì. Inoltre, al leader leghista piace visibilmente fare campagna elettorale, lo gratifica farsi i selfie per strada e bere il mojito in pubblico. I politici del Pd e dei 5 Stelle, invece, quando sono in mezzo alla gente hanno l’aria triste. Si vede che, se potessero, andrebbero al cinema o in giro in barca piuttosto che stare lì. Quando dico che serve un leader che sappia capire gli elettori e non solo ascoltarli, intendo esattamente questo. Bisogna imparare a parlare anche alla pancia dell’elettorato, ma per farlo bisogna prima sapere dove sta questa pancia. Altrimenti si rischia di dire cose banali e sbagliate.

Di Maio e Renzi non sono capaci?

Di Maio ormai è un leader in via di sparizione, prima viene sostituito e meglio è. Renzi è tutto preso dal suo bisogno di dimostrare che è potente e per farlo usa il ricatto di governo. L’unico che saprebbe fare quello che fa Salvini è Beppe Grillo, ma ormai ha fatto un passo indietro e il tempo passa anche per lui. Non creda, però, che Salvini sia infallibile.

Anche il centrodestra oggi ha un punto debole?

Cova un dramma esistenziale enorme: Salvini e Meloni sono convintamente sovranisti, mentre Berlusconi non se lo può permettere e, se andrà al governo con il suo 8% ad essere buoni, non potrà condividere la politica antieuropeista. Per contro, la Commissione europea sarà ostile a un governo sovranista e ci metterà di nuovo sotto osservazione e questo, alla fine, sarà penalizzante solo per l’Italia. Per questo Salvini deve stare attento: prima capirà che la sovranità oggi è condivisa e va esercitata dentro e non contro la Commssione europea, meglio sarà per tutti.

 Pubblicato il 13 novembre 2019  su ildubbionews