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Stelle cadenti. Pasquino spiega lo stallo del Movimento @formichenews

Come ha fatto un movimento politico al governo per più di due anni a dilapidare almeno metà del suo consenso elettorale? E chi raccoglierà le macerie delle Stelle cadenti? Il commento di Gianfranco Pasquino

Personalmente, di persona non sono interessato alle sorti politiche di Giuseppe Conte e di Beppe Grillo né, per quanto possa sembrare davvero strano, a quelle di Alessandro Di Battista. Credo sia più importante capire come un movimento politico al governo per più di due anni (ma anche tuttora) sia riuscito a dilapidare metà almeno del consenso elettorale ottenuto nel marzo 2018. Forse, il potere logora chi ce l’ha e non sa usarlo perché privo di esperienza, carente di competenza/e, incapace di apprendere (non metto il punto interrogativo). Incapace anche di rivendicare alcuni significativi successi: reddito di cittadinanza, taglio dei vitalizi, riduzione del numero dei parlamentari.

   Da tempo sostengo che i riformisti sono coloro che sanno riformare le riforme. Questa è una lezione che non soltanto i Pentastellati non hanno saputo/voluto imparare. Lo scontro Conte-Grillo ha inevitabili componenti personalistiche. Preferisco, invece, buttarla in politica. Non comincerò chiedendo a Conte e a Grillo né agli altri “notabili” dei Cinque Stelle quali libri abbiano letto sui movimenti, sui partiti, sull’istituzionalizzazione. La domanda sarebbe imbarazzante anche per molti altri dirigenti del centro-destra e della sinistra e persino per i saccenti opinionisti e i giornalisti che rispondono ai lettori. La mia risposta, naturalmente, non è che è sufficiente leggere libri, ma che i Pentastellati non hanno neppure saputo fare tesoro delle loro esperienze. Non vado fino a sostenere che il Movimento 5 Stelle non ha mai ambito ad essere un “intellettuale collettivo”.

   Sostengo, invece, che proprio le sue modalità di funzionamento impediscono che vi sia un luogo dove le esperienze si accumulano, si confrontano, diventano un patrimonio collettivo dal quale attingere. Nessuna Piattaforma, neanche quella di Rousseau, è in grado di svolgere questo compito. Di nuovo, non chiedetemi chi altri in questo sistema politico sia attualmente in grado di farlo. Vi risponderò: “e, infatti, funziona in maniera soddisfacente questo sistema politico?” Per il momento oltre che puntellato è guidato da un professore già banchiere che, per l’appunto, professionalmente ha accumulato esperienze e competenze e ne sta facendo tesoro. Dove vado a parare? In linea con il ragionamento svolto fin qui è che, lasciati da parte i destini delle persone (che sono responsabili del costruirseli e distruggerli), quello che conta sono le macerie che il Movimento 5 Stelle sta lasciando sul campo. Dal punto di vista sistemico, non soltanto non hanno saputo innervare (meno che mai sostituirla) la democrazia rappresentativa con istanze, occasioni, modalità di democrazia, ma, peggio, stanno aprendo un burrone di rappresentanza politica? Dove andranno quella metà almeno di elettori/trici sedotti nel 2018 e lentamente abbandonati?

   Al di là del voto per il (forse anche la) Presidente della Repubblica, dell’alleanza più o meno organica con un PD piantato sullo scarso 20 per cento delle intenzioni di voto, chi rappresenterà i dispersi elettori del 2018? No, la disintegrazione e neppure il raffazzonamento dei Cinque Stelle non debbono essere considerati una buona notizia per la democrazia italiana. Però, citando con approvazione il mai pentastellato Cesare Pavese, “chi non si salva da sé non lo salva nessuno”.

Pubblicato il 11 luglio 2021 su Formiche.net

Sia Conte che Grillo hanno sottovalutato i limiti e la forza della nostra democrazia @DomaniGiornale

Di fronte al durissimo scontro fra Giuseppe Conte e Beppe Grillo sulla strutturazione e sulla leadership del Movimento 5 Stelle, la tentazione, soprattutto fra chi non ha votato per i pentastellati, potrebbe essere quella di pensare che sono affari loro. Si arrangino. Il fondatore vuole mantenere il controllo del Movimento ed evitare che si trasformi in un partito tradizionale/classico, supponendo che qualcuno sappia che cosa erano quei partiti e sia possibile resuscitarli? Comprensibile. Ma mantenere-restaurare è la soluzione giusta per un Movimento che i sondaggi danno per dimezzato nelle intenzioni di voto rispetto ai voti veri del marzo 2018?

Avendo guidato due governi dei quali i Cinque Stelle erano grande parte e hanno fatto riforme conformi al loro programma (e ottenuto 200 miliardi di Euro dalla Commissione Europea), Conte pensa che sia giunto il momento di cambiare. Bisogna bloccare l’emorragia di voti e anche di parlamentari, molti defluiti nel Gruppo Misto. Bisogna strutturare il Movimento dandogli un nuovo Statuto che contempli la presenza di un leader, lui stesso, non di un portavoce, e che non sia oppresso da un garante, Beppe Grillo, che si ritagli il ruolo di leader ombra. Naturalmente, l’elevato (è l’aggettivo da lui stesso scelto) garante non ha voluto essere messo da parte e qui si è consumato lo scontro. Per Grillo, il problema è che non ha formulato un’alternativa organizzativa e politica. Probabilmente, non è in grado di farlo. Continua a ricevere omaggi verbali e riconoscimenti affettuosi, anche meritati, da molti parlamentari che non sarebbero mai diventati tali, meno che mai ministri, senza gli appassionati “vaffa” del comico. Nessuno di loro, però, ha finora osato o saputo proporre qualcosa che possa servire a delineare una prospettiva diversa da quella, anch’essa non limpidissima, alla quale pensa Giuseppe Conte.

Sia Grillo sia Conte hanno sottovalutato le possenti costrizioni della politica anche nelle democrazie parlamentari che molti erroneamente ritengono deboli. Il 100 per cento per governare da soli, come annunciava Grillo, appartiene ai regimi totalitari. Il Parlamento non è una scatoletta di tonno, ma un luogo già aperto, di scontri e incontri, visibili e comunicabili. Al governo si va trovando alleati che si coalizzano e facendo politiche condivise. Il ruolo degli eletti non consiste soltanto nello schiacciare il pulsante del voto, ma nel mantenere i rapporti con un elettorato grande e diversificato che nessuna piattaforma può raggiungere, informare davvero, ascoltare, interloquire.

Conte sembra avere compreso che per tutte queste operazioni è necessaria una strutturazione sul territorio e sono indispensabili regole che stabiliscano i compiti da svolgere e le modalità e che attribuiscano i relativi poteri, a cominciare dal vertice, a un unico capo dei pentastellati. Privo di effettiva esperienza su come funzionano le organizzazioni politiche, è lecito avere dubbi sulle capacità di Conte in materia. Le ha manifestate anche Grillo che nel suo intervento ha scritto seccamente che Conte non potrà risolvere i problemi “perché non ha né visione politica né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni né capacità manageriali”. Per tagliare la testa al toro (o a Conte) Grillo ha deciso di indire sulla piattaforma Rousseau le votazioni per Il Comitato Direttivo del Movimento che dovrà elaborare il piano d’azione del Movimento per il 2023, ma con visione più lunga fino al 2050. Sic transit Conte. O si metterà all’opera per fare un suo partito personale?

Pubblicato il 30 giugno 2021 su Domani

Pd e 5 Stelle? Le alleanze organiche sono solo nella testa dei leader @formichenews

Non bisogna mai, ma proprio mai, parlare di federazioni, scrive Gianfranco Pasquino. Perché nelle democrazie parlamentari con sistemi multipartitici queste si fanno in Parlamento contati i voti e i seggi. Se non incentivate da leggi elettorali, sono solo parti mentali

Sì, lo so, bisogna guardare “con rispetto” ai travagli interni agli altri partiti, ma, aggiungo subito, soltanto se si è dirigenti di partiti a loro volta abbastanza travagliati e che non sanno che pesci prendere. Tranne, forse, il tonno in scatolette. Ciò detto, fuor d’ipocrisia, qualcuno nel Partito Democratico, a cominciare dal segretario Enrico Letta e a continuare con gli “elevati” strateghi plurintervistati, il problema deve porselo. L’alleanza organica con il Movimento 5 Stelle appariva già azzardata tempo fa, quando, peraltro le espulsioni e le emorragie mandavano segnali inquietanti, ma adesso che, comunque vada il duello Conte/Grillo, ne seguiranno problemi, che cosa deve fare il PD?

   La mia prima risposta è che non bisogna mai, ma proprio mai, parlare di alleanze organiche. Nelle democrazie parlamentari con sistemi multipartitici le alleanze si fanno in Parlamento contati i voti e i seggi. Se non incentivate da leggi elettorali adeguate e costringenti, le federazioni sono solo parti mentali. Certo, è giusto e spesso opportuno che leader e militanti segnalino preferenze magari cercando reciprocità, ma il resto va affidato agli elettoti ai quali, peraltro, è indispensabile fare offerte motivate. La seconda risposta è semplicissima. Meglio stare a guardare come si evolvono gli avvenimenti senza fare il tifo per nessuno. Dovendo, però, tifare, meglio farlo per coloro che non sono arroganti, ma dialoganti. A buon intenditor…

   La terza risposta mi pare la più adeguata ai tempi. Stanno per arrivare, dopo i molti sondaggi giustamente scrutati da vicino (qualche persino troppo ravvicinatamente tanto da “ciecarsi”e non riuscire a cogliere il trend), le elezioni amministrative. Quando gli elettori si esprimono nel segreto delle urne le indicazioni che danno debbono essere prese sul serio, anche quelle di coloro che, “no, questa volta no, non me la sono sentita di votare”. Un partito buono (tanto raro quanto il debito buono) tenterà di fare scouting fra gli astensionisti d’opinione e d’irritazione. Dalle grandi città, ma anche da comuni medio-piccoli significativi, verranno molte informazioni, a cominciare dai successi o insuccessi nei probabilmente numerosi casi di ballottaggio. Che cosa dicono dirigenti e candidati pentastellati? Dove (non) vanno gli elettori/trici delle 5 Stelle? Si può capire molto delle propensioni di un elettorato, come quello delle 5 Stelle, non strutturato e volubile, dalle convergenze che farà e che rifiuterà.

   Alla fin della ballata (ma, tratto distintivo delle democrazie è che la ballata continua con orchestre che si alternano), comunque, il PD e il suo segretario dovrebbero, certo con “molto rispetto”, andare alla ricerca di voti anche fuori dal perimetro friabile e mutevole dei pentastellati. Non solo questa ricerca non è ancora cominciata, ma non è neppure stata pensata.  

Pubblicato il 29 giugno 2021 su formiche.net

L’effervescenza è finita. Se non si istituzionalizza, il M5s può disintegrarsi @DomaniGiornale

La qualità delle teorie degli studiosi si misura soprattutto sulla capacità di quelle teorie di illuminare tanto i fenomeni importanti quanto i fenomeni marginali, vale a dire di offrire spiegazioni comparate valide nel tempo e nello spazio. Lo statu nascenti delineato da Max Weber per i movimenti religiosi e i movimenti operai che hanno cambiato la storia del mondo non è molto dissimile da quello che ha dato vita al Movimento 5 Stelle: un disagio diffuso, una mobilitazione sotto forma di effervescenza collettiva, un primo sbocco. Per andare al sodo: dal Vaffa al notevole esito elettorale del 2013 il passo è stato breve, relativamente facile, non costruito. Dopodiché, ma specialmente, dopo la prima duplice esperienza di governo, era logico e giusto che non soltanto i weberiani si attendessero qualche sviluppo nel senso della istituzionalizzazione. Mantenere l’effervescenza a Palazzo Chigi non è semplice. Conquistare posizioni è utile, ma il passaggio decisivo consiste nello strutturare il movimento chiamando a raccolta tutti coloro che ne condividono gli obiettivi, stabilendo regole chiare e certe per stare insieme, trovare una leadership che non può più essere quella carismatica delle origini, insomma istituzionalizzarsi.

   Ė stato detto da molti, in maniera più o meno articolata e convincente, che l’istituzionalizzazione costituiva il passaggio critico, ineludibile. Difficile sapere quanto il fondatore del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo abbia mai inteso mettere il suo carisma a disposizione dell’istituzionalizzazione. Di tanto in tanto sembrava volerlo fare, ma con grande riluttanza. Altrettanto difficile valutare quanta consapevolezza della necessità di strutturarsi fosse diffusa nel corpaccione degli attivisti che non si conoscono e dei parlamentari che si confrontano e spesso si sfidano. Da quando Giuseppe Conte ha interpretato il suo nuovo ruolo come quello di guidare il Movimento verso uno sbocco organizzativo solido e potenzialmente duraturo, sono venuti al pettine molti nodi, teorici e pratici. In particolare, in più occasioni è apparso che, da un lato, il padre fondatore del Movimento non era affatto convinto di doversi fare da parte; dall’altro, la leadership di Conte non gode(va) di sufficiente legittimità. Un conto è stato quello di fare il capo di due governi; un conto molto diverso è quello non tanto di guidare, ma di mettere insieme i molti cocci di quello che era uno schieramento votato da un italiano/a su tre ed è oggi indicato come preferito soltanto da un italiano/a su sei/sette.

   L’effervescenza è finita da tempo, la mobilitazione è scarsa, selettiva, spesso negativa, contro qualcosa non per qualcosa, il disagio si traduce in rassegnazione piuttosto che in attivismo. Le capacità di governo non sono la stessa cosa delle capacità politiche. Non tracimano. Conte si è illuso. Non ha tenuto conto di un dissenso in parte sordo in parte strisciante. Adesso, al fine di creare le opportunità della difficilissima istituzionalizzazione, è venuto il tempo di uccidere il padre, ma molti sono ancora, inevitabilmente e giustamente, i “figli” di Beppe che vorrebbero una soluzione non sanguinosa. Naturalmente, quando un rapporto politico si incrina e piega verso incomprensioni personali, rischia di diventare incomponibile, devastante. Tra insulti e scuse formali non fa capolino la politica, ma qualcosa che neanche i grandi clinici saprebbero curare. Cosicché il percorso effervescenza mobilitazione, primi successi, non giungendo all’istituzionalizzazione rischia, non sarebbe l’unico caso, la disintegrazione.

   Sbagliano i duri, gli ortodossi, il cui grado di purezza non sono in grado di apprezzare. L’esito non sarà un ritorno alle origini, ma il rivolo irrilevante di un mini movimento. Il consiglio weberiano sarebbe quasi sicuramente che dirigenti e parlamentari dovrebbero tentare di comporre e conciliare la nobile etica della convinzione con l’altrettanto nobile, ma spesso considerata inferiore, etica della responsabilità. Sembra, invece, che vi siano troppi cultori rigidi e esclusivi di ciascuna etica e che né Grillo né Conte siano in grado di trovare anzitutto fra loro la ricomposizione necessaria. Nulla dirò sulla non-etica della convenienza alla quale vedo cedimenti che non portano da nessuna parte. Non so se il governo Draghi ne risulterà indebolito, ma credo di no. Temo, invece, molto che una parte di società si sentirà priva di rappresentanza politica. Questo sarà un inconveniente grave.

Pubblicato il 27 giugno 2021 su Domani

Democrazia diretta (da chi?). La lezione di Pasquino a Grillo e Casaleggio. Oltre il Parlamento, più piattaforme per tutti @formichenews

Abbiamo tutti potuto notare quanto soddisfacentemente funzioni la democrazia, più o meno diretta (da chi?), nel Movimento Cinque Stelle. Produce dibattiti serrati e approfonditi, smussa i contrasti fra le diverse fazioni: governativista, ortodossa, battista, e suggerisce soluzioni… Il commento di Gianfranco Pasquino

Non si è ancora spenta la eco dello straordinario successo referendario sul taglio delle poltrone (diciamo pane al pane e vino al vino) che si è inaugurata una stagione intensissima di Grandi Riforme. Per prima cosa si taglieranno le indennità dei prossimi seicento parlamentari eletti, nessuno dei quali, prevedibilmente, grazie al taglio lineare, potrà essere ascritto alla categoria dei fannulloni e degli assenteisti. Rimane il dubbio se i nuovi seicento saranno anche competenti.

Niente panico, però. Infatti, dieci costituzionalisti del “sì” hanno subito, bontà loro e grazie ad una competenza specialistica di lungo corso, trovato la soluzione: il voto di preferenza. Tutte (non proprio tutte, eh) le ricerche rivelano che con un voto di preferenza gli elettori, soprattutto quelli italiani, notoriamente i più interessati alla politica, i più informati sulla politica, i più partecipanti (o forse no visto che un terzo di loro ha deciso di astenersi nelle elezioni regionali) riusciranno sicuramente a scegliere parlamentari assolutamente competenti. Se non succederà così bisognerà ovviamente proseguire sulla strada delle riforme con un altro taglio lineare. Purtroppo, avendo già risparmiato tagliando le indennità, i risparmi ulteriori non saranno ingenti, mezza tazzina di caffè o almeno una manciata di chicchi.

Sembra che in un popolo di sospettosi qualcuno, soprattutto nelle file di coloro che hanno votato “no”, lo facesse anche perché ricordava le parole di Davide Casaleggio che non se la sentiva di escludere che fra una quindicina d’anni il Parlamento si sarebbe dimostrato/si dimostrerà inutile. Ieri è arrivata la conferma nelle sempre dotte parole di Beppe Grillo (che cito dal “Corriere della Sera”, 24 settembre 2020, p. 1): “Non credo assolutamente più in una forma di rappresentanza parlamentare, ma nella democrazia diretta”. D’altronde, abbiamo tutti potuto notare quanto soddisfacentemente funzioni la democrazia, più o meno diretta (da chi?), nel Movimento Cinque Stelle. Produce dibattiti serrati e approfonditi, smussa i contrasti fra le diverse fazioni: governativista, ortodossa, battista, suggerisce soluzioni non ideologiche, ad esempio sul MES per spese sanitarie dirette e indirette, incorona leader con procedure trasparenti e non esasperanti.

Sarà sufficiente estendere a tutto il paese questa sperimentata democrazia diretta magari con la creazione di altre quattro o cinque piattaforme. Bisognerà procedervi lentamente per non bruciare il percorso delle riforme, ovvero le sue “magnifiche sorti e progressive”. Con allegra compostezza, balli sul balcone (non sul mattone) vietati, quelle sorti ci verranno aulicamente narrate dai costituzionalisti del “sì” anche se temo che, per farsi notare, qualcuno/a di loro leverà grida allarmate, ma fatta la breccia nella Costituzione mica ci si può più fermare. Avanti tutta verso la democrazia “decidente” senza troppi impacci da parte dei pochi rimanenti parlamentari. Viva Rousseau e viva Carl Schmitt.

Pubblicato il 24 settembre 2020 su formiche.net

I Cinque Stelle non sono spacciati @domanigiornale

Gli iscritti del Movimento hanno approvato alleanze già in essere da tempo. Addio anche al limite dei due mandati. I Cinque Stelle diventano più simili agli altri partiti, ma restano i meglio attrezzati a intercettare un malcontento ancora diffuso nel paese e che continua a portare voti.

  • Nella sua critica alla Prima Repubblica (l’unica che abbiamo avuto), il Movimento 5 Stelle ha spesso sbagliato bersaglio. Non ne ha capito i pregi: adattabilità e possibilità di cambiare governi e governanti senza produrre destabilizzazioni, obbligando i nuovi protagonisti a rispettare le regole.
  • La democrazia parlamentare non è una forma di governo debole. Ha regole, procedure, istituzioni che danno rappresentanza politica e consentono decisioni. Funziona grazie ai partiti. Dalla qualità dei partiti dipende la sua stessa qualità.
  • Tutti i movimenti collettivi si trovano prima o poi ad un bivio: istituzionalizzarsi oppure deperire e sparire. Sull’orlo del deperimento, i Cinque Stelle sembra abbiano scelto la via, per loro alquanto impervia, dell’istituzionalizzazione.

Nato sull’onda alta della critica alla politica esistente il Movimento 5 Stelle ha dovuto fare di volta in volta i conti con quella politica, finendo regolarmente per adattarsi, più o meno convintamente e dolorosamente, alle sue prassi.

La politica esistente in Italia si svolge nel quadro, molto più costrittivo di quel che si pensa abitualmente, di una democrazia parlamentare ed è praticata da organizzazioni che, in un modo o in un altro, deboli o meno deboli, sono partiti. Dunque, la critica alla politica non poteva non essere anche, soprattutto, critica del Parlamento, scatoletta di tonno da aprire, e critica dei parlamentari, del loro essersi trasformati in una “classe”, del loro numero, dei loro privilegi a cominciare dalle indennità e dai vitalizi.

Rispetto ai partiti, organizzazioni ritenute non democratiche in mano a oligarchie interessate a perpetuarsi e in grado di farlo, il Movimento ha inteso fare valere modalità di democrazia più o meno diretta, partecipata (peraltro da non più di 60 mila aderenti su almeno il doppio di aventi diritto), costruita all’insegna dello slogan “uno vale uno”, praticata con moderne forme tecnologiche attraverso una piattaforma di proprietà di un privato. Inevitabilmente, ne conseguono lamentele e critiche alla probabilità di manipolazione di procedure tutt’altro che trasparenti e verificabili.

Al suo esordio in una competizione nazionale, nessun partito, tranne Forza Italia, ha ottenuto un numero di voti superiore a quello dei Cinque Stelle nel 2013. Alla base di questo grande successo elettorale, sta proprio la critica, pure, spesso sommaria e superficiale, espressa con toni esagitati, della politica.
Superficialità e esagitazione sono servite a raggiungere, incanalare, dare espressione e rappresentanza alla diffusa, profonda e persistente insoddisfazione degli italiani con la loro politica.

Essendo questo un dato strutturale è possibile affermare che non mancheranno mai le ragioni per le quali una parte di elettorato si indirizzerà a favore del Movimento e dei suoi candidati. Fisiologicamente, però, una parte di elettorato non poteva non diventare insoddisfatta dalle prestazioni dei Cinque Stelle nella loro azione di governo.

Troppo facile, ma vero, dunque necessario, è affermare che il passaggio non soltanto dalla protesta alla proposta, ma dalla proposta alla pratica si è scontrato con ostacoli imprevisti dai Cinque Stelle, ma non imprevedibili. Nelle democrazie parlamentari rarissimamente il governo è composto da un solo protagonista. Per dare vita ad un governo è imperativo trovare alleati e formare coalizioni. Dopodiché il programma del governo non può essere integralmente quello di ciascuno dei singoli contraenti, ma è un compromesso che deve tenere conto delle diverse preferenze.

Che soltanto alcuni giorni fa gli iscritti al Movimento abbiano dato ufficialmente la loro approvazione alla ricerca di alleanze può stupire soltanto perché l’approvazione viene dopo una pratica già in atto. Questa decisione sarebbe la prova provata della trasformazione del Movimento in partito politico. In verità, la trasformazione era già avvenuta nel momento stesso in cui il Movimento aveva presentato candidature alle elezioni nazionali, ottenuto voti e conquistato cariche.

Da Max Weber, che di movimenti collettivi ha scritto in maniera tuttora imprescindibile, dovremmo piuttosto sapere trarre le indicazioni cruciali per capire se le Cinque Stelle approderanno alla istituzionalizzazione, vale a dire a darsi una struttura, regole, modalità di selezione e ricambio della leadership che ne consentano una lunga durata.

Avere originariamente stabilito un massimo di due mandati elettivi andava contro non solo l’istituzionalizzazione, ma lo stesso buon funzionamento del Movimento nelle assemblee elettive, in particolare, nel parlamento.

Da un lato, coerentemente con il principio “uno vale uno”, il Movimento nega(va) l’importanza dell’esperienza politica e delle competenze; dall’altro, rende(va) impossibile l’applicazione di un criterio fondamentale della democrazia rappresentativa, quello della responsabilizzazione, dell’accountability. Il rappresentante se ne dovrebbe andare per una regolamentazione burocratica, due mandati svolti, non per inadeguatezza politica, vale a dire non essere riuscito a farsi rieleggere sulla base di quanto da lui/lei fatto.

Peggio, poi, se, come ribadito da troppi esponenti del Movimento, dovesse venire imposto un, peraltro impossibile (e che richiederebbe una revisione costituzionale) vincolo di mandato ai rappresentanti. Non è chiaro in che modo potrebbe essere imposto, tradotto in pratica e sottoposto a valutazione, ma è sicuro che distruggerebbe il principio stesso della rappresentanza politica con conseguenze di irrigidimento della dialettica parlamentare fondata proprio sulla reciproca persuasione e sulla conciliazione degli interessi e delle preferenze.

Nel frattempo, in parte tenendo conto delle esperienze acquisite in parte per valorizzare quanto fatto ricoprendo la carica, i militanti del Movimento hanno acconsentito ad un sotterfugio: il mandato zero (ovvero, la previa elezione nei consigli comunali e provinciali) che si configura come deroga permanente alla regola dei due mandati.

Questo vale per la sindaca di Roma Virginia Raggi. Varrà per quella di Torino Chiara Appendino e, naturalmente, per tutti i non pochi parlamentari che stanno completando il secondo mandato. Molti di costoro, però, finiranno comunque esclusi, se l’elettorato confermerà per referendum la riduzione del numero dei parlamentari, altra riforma chiave di un Movimento nel quale alcuni ritengono che il parlamento come lo abbiamo conosciuto stia diventando inutile, retaggio di un passato novecentesco, superabile.

La fase di effervescenza collettiva e di entusiasmo che aveva lanciato il Movimento è venuta inevitabilmente meno. Il suo fondatore, Beppe Grillo, si è trasformato in garante anche se, ed è per lo più un bene, interviene in maniera decisa e decisiva nei momenti più delicati.

Per quanto faticosa e difficile da guidare senza una bussola, l’istituzionalizzazione del Movimento ha fatto qualche passo aventi.

In mancanza di una cultura politica condivisa che non sia esclusivamente di critica alla democrazia parlamentare (e, molto contraddittoriamente, alle modalità di funzionamento dell’Unione europea), aderenti e elettori del Movimento Cinque Stelle appaiono perplessi e divisi. Però, potrebbero rivendicare di essere nella loro composizione e nelle loro contraddizioni, dai vaccini alle grandi opere, il partito (pigliatutti) degli italiani.

Comunque, continuano ad avere dalla loro parte l’insoddisfazione e lo scontento politico, pulsioni e emozioni che sembrano di entità tale da riprodurre una riserva di voti alla quale il Movimento è tuttora in condizioni di attingere meglio e più di altri.

Pubblicato il 19 agosto 2020 su editorialedomani.it

M5S? Non è alla fine della sua avventura, anzi… La versione di Pasquino @formichenews

Il Movimento 5 Stelle si era illuso, per gravi, e insuperate, carenze di cultura politica, di essere immune dal conflitto di idee che si traduce in “anime” (non belle) e che non sono giunte a sintesi con Di Maio né, quasi sicuramente, ci arriverebbero con Di Battista. No, non sono ancora arrivati sull’orlo dell’abisso. Avranno modo e tempo di fare altri errori e di recuperare.

Il commento di Gianfranco Pasquino

Quando all’interno di un movimento/partito qualcuno si mette a parlare dell’esistenza di anime diverse, di “sensibilità” diverse e di altre piacevolezze retoriche e ipocrite, mi rassereno. È un terreno che conosco, già arato e praticato da quasi tutti i partiti italiani. Nel passato, alcuni, però, non avevano peli sulla lunga. Quelle anime non esageratamente sensibili erano e si lasciavano chiamare correnti, espressione di un pluralismo che, a determinate condizioni, svolge più di un compito importante. Elettoralmente, attrae un numero considerevole di voti pescando in settori sociali diversificati. Politicamente, suscita un confronto/scontro di idee, di proposte, di soluzioni. Poi, aggregazioni mutevoli di quelle correnti guideranno il partito a vittorie e sconfitte, e, allora, cambieranno le aggregazioni. Nulla di particolarmente nuovo sotto le (Cinque) Stelle se non fosse che si erano illuse, per gravi, e insuperate, carenze di cultura politica, di essere immuni dal conflitto di idee che si traduce in “anime” (non belle) e che non sono giunte a sintesi con Di Maio né, quasi sicuramente, ci arriverebbero con Di Battista.

Fin dall’inizio della loro avventura, comunque, da valutare di successo, a prescindere da come finirà (non è affatto detto che finisca presto), di anime ce n’erano inevitabilmente molte. Per loro fortuna, il predicatore Grillo sapeva parlare a tutte e prometteva abbastanza credibilmente latte e miele. Qualche eretico c’era e veniva opportunamente messo alla porta. Gli altri componevano (o nascondevano) i loro dissensi all’ombra di una piattaforma, con procedure da selva oscura. Quando, però, la scelta che bisogna assolutamente fare diventa binaria: sì/no, alla Tav, alla Gronda di Genova, al rinnovo della concessione a Atlantia, al MES (senza condizionalità), allora le differenze appaiono, ma non necessariamente “esplodono”.

Tranne gli ortodossi, che non hanno bisogno di “caratterizzarsi”, le altre anime un po’ mugugnano un po’ criticano, ma di alternative specifiche, precise, strategiche non riescono proprio a formularne. D’altronde, i due sì che contano: al governo con Salvini, al governo con il PD, li hanno già pronunciati. Tertium non datur. Infatti, quel che resta sono le forche caudine elettorali sotto le quali, almeno la metà di loro non dovrebbe arrivare avendo completato i famigerati due mandati. L’altra metà non riuscirebbe, secondo i sondaggi, a passare. Epperò, come la legge ferrea della politica insegna da tempo, qualche visibilità personale è meglio acquisirla, qualche messaggio ai potenziali sostenitori è opportuno mandarlo, qualche dissenso (a scelte non troppo chiare) bisogna esprimerlo. Se, poi, si è fuori dal governo, allora è un gioco da bambini prendere posizione contro.

Naturalmente, la corda non va tirata troppo perché finché il Movimento è la somma di molte anime e dei loro animatori conta, ottiene voti e cariche, influenza le scelte e le decisioni. Le anime perse e sparse vanno ineluttabilmente alla deriva. Molti, dentro il Movimento, a cominciare dal Fondatore e Garante, lo sanno. Altri si lasciano trascinare da loro istinti battaglieri e, forse, di rivalsa. Gli errori li pagherebbero/pagheranno tutti i pentastellati. No, non sono ancora arrivati sull’orlo dell’abisso. Avranno modo e tempo di fare altri errori e di recuperare. Quosque tandem? Almeno fino al prossimo commento.

Pubblicato il 19 giugno 2020 su formiche.net

I soldi di Chavez ai 5 Stelle? La prova è poco convincente #intervista @CdT_Online

Le valutazioni del politologo Gianfranco Pasquino sul presunto scoop del quotidiano spagnolo ABC

Intervista raccolta da Osvaldo Migotto pubblicata il 17 giugno 2020

I documenti che proverebbero il presunto finanziamento del 2010 ai pentastellati da parte del regime di Chavez, rivelato dal quotidiano spagnolo ABC, mostrano alcune incongruenze. Caracas e il M5S smentiscono la transazione ma nel Movimento creato da Grillo le tensioni interne non si affievoliscono. Abbiamo sentito il parere del politologo Gianfranco Pasquino.

Lo scoop del quotidiano conservatore spagnolo arriva mentre nel Movimento fondato da Grillo crescono le divergenze interne. Una semplice casualità?

Il documento che proverebbe il finanziamento appare abbastanza contraffatto, considerati i particolari che alcuni quotidiani italiani hanno messo in rilievo e che mostrano un modo di procedere pasticciato. Per cui il documento non è del tutto convincente. Che ci sia un tentativo di screditarei 5 stelle è noto, loro però vi hanno contribuito: troppe volte avevano infatto elogiato i regime di Chavez e sono poi stati moto ambigui su Maduro. Che Casaleggio abbia accettato dei soldi dal Venezuela

CONTINUA LA LETTURA QUI Corriere del Ticino 17 06 2020

La suggestione. La soluzione è ancora Grillo (o un artista)@fattoquotidiano

Già molti elettori dei 5 Stelle non avevano gradito l’esperienza di governo con Salvini, poi adesso, dopo l’accordo con il Partito democratico, altri ancora si sono ritratti e si mantengono in attesa, guardano come vanno le cose. Sono i cosiddetti “elettori disponibili”, ma per convincerli a venire dalla propria parte bisogna saper fare loro una offerta credibile ed è quello che il Pd in questi mesi non è riuscito a fare, forse perché cerca solo di salvare quel che si può salvare di questo governo.

All’interno del Movimento 5 Stelle servirebbe una figura “trascinante”per riprendersi quegli elettori delusi. Uno come Di Battista è in grado di “fare l’offerta” agli indecisi, ma di certo non si tratterebbe di un’offerta di governo. I 5 Stelle hanno avuto la fortuna di trovare Giuseppe Conte, ma il presidente è un governante, non credo farebbe il leader per raggiungere i consensi e gli elettori. C’è poi un altro aspetto: questo tipo di attività politica la si fa di solito a ridosso delle elezioni, esporsi adesso sarebbe rischioso per chiunque e si creerebbero dei conflitti interni.

Anche per questo motivo chi potrebbe mettersi in gioco è Beppe Grillo: non c’è dubbio che abbia la capacità di trainare i 5 Stelle e in questi anni non ha perso prestigio tra i suoi. Certo dipende da quanta voglia avrà lui, ma credo non abbia smesso di ritenere il Movimento una sua creatura e dunque se fosse necessario aiutarlo potrebbe tornare in campo. Più difficile proiettare a livello nazionale Chiara Appendino, anche se l’idea di affidare la guida a una donna è certamente importante: dentro al Movimento, però, credo ci siano altre esponenti che aspirerebbero alla leadership e non sarebbe facile gestire le spaccature. Nel caso scegliessero una donna, se posso dare un suggerimento ai 5 Stelle, cercherei un’artista, qualcuna che parta con una visibilità pregressa. Magari un soprano come Cecilia Bartoli, con la quale mi scuso immediatamente per averla coinvolta in questa suggestione.

Dichiarazione al Fatto Quotidiano pubblicate il 31 maggio 2020

M5S-Pd? La Liguria merita una coalizione governante. Pasquino spiega perché

I Cinque Stelle hanno l’obbligo di trovare un alleato, ma siamo cauti. Sarebbe prematuro fare dell’eventuale alleanza in Liguria il primo passo verso un blocco elettorale “organico”, pronto per le prossime elezioni nazionali. L’analisi di Pasquino

Il Movimento 5 Stelle, aveva garantito fin dagli esordi il suo fondatore, avrebbe presto ottenuto il 100 per cento dei voti. In pubblico sostenni platealmente che “no, non più del 97 per cento, poiché, oltre a me, indipendentemente, neppure i mie due figli l’avrebbero mai votato”.”

Poi, lentamente, ma in maniera largamente incompleta, non convinta e sicuramente inadeguata, molti nel Movimento hanno imparato che in una democrazia parlamentare, persino a prescindere dal sistema elettorale (nessuno dei quali, rassicuro i commentatori allarmisti perché incompetenti, porta a Weimar), è preferibile trovare alleati e fare coalizioni. Non è obbligatorio, ma chi non vuole e non sa farle paga logicamente e giustamente un prezzo.

Finora nelle elezioni regionali, i Cinque Stelle alleati non ne hanno cercati e sempre meno voti (ma il trend è nazionale) hanno trovato. Con altre imminenti elezioni regionali sono adesso costretti a decidere se intendono scomparire dalle assemblee regionali circondati da un alone di soffusa purezza, la quale, però, priva di rappresentanza politica molti dei loro attuali e potenziali elettori, oppure formulare con chiarezza una o più proposte alternative. Meglio non affidarsi a Beppe Grillo, neppure nella sua regione. Quella sua intimazione “fidatevi di me”, che travolse l’esito delle primarie pentastellate per imporre la sua candidata al Comune di Genova, non condusse ad un esito propriamente eclatante.

Dal momento che il centro-destra si presenterà tutto a sostegno del suo candidato (naturalmente, nessuno può pensare che l’incumbent, il Governatore in carica, sia sostituibile senza pagare pegno), per ribaltare il pronostico, i Cinque Stelle hanno l’obbligo di trovare un alleato (scriverei anche “possente”), ma poi, dovendo individuarlo nel Partito Democratico mi accorgo immediatamente che esagererei). Il PD non può che dichiararsi disponibile a determinate, poche e chiare, condizioni programmatiche. Aggiungerei subito la cautela di non fare dell’eventuale alleanza in Liguria il primo passo verso un blocco elettorale “organico”, pronto per le prossime elezioni nazionali. Sarebbe prematuro dichiararlo. Potrebbe essere controproducente. Se si voterà con una legge proporzionale, meglio se non obbrobriosa, non sarebbe neanche necessario. Il problema, semmai, questo sì inevitabile, consiste nello scegliere il candidato per la Presidenza della Regione. Dovrebbe essere portatore di un valore aggiunto, vale a dire in grado di raggiungere elettori che, altrimenti, non voterebbero né le Stelle né i Democratici.

“Se sapessero (e volessero, Covid-19 permettendo) farle in maniera decente, suggerirei lo strumento delle primarie, quelle “cartacee” nelle quali gli elettori camminano fino alle urne e le schede possono essere contate e ri-contate. Altrimenti, in partenza né i Cinque Stelle né i Democratici dovrebbero porrebbe veti, ma neanche far circolare candidature “ballons d’essai” per farsele bocciare e poi contrattare il loro second best. La trasparenza serve ad informare gli elettori e ottenere spazi sui media. Concludo affermando senza se senza ma che per governare una Regione è utile candidare qualcuno che abbia già dimostrato di avere qualche competenza politica e amministrativa. Non sto chiedendo troppo. Mi pare il minimo (non sindacale, ma politico).

Pubblicato l’ 8 marzo 2020 su formiche.net