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«Voto anticipato? Renzi vuole uno stipendio da parlamentare» INTERVISTA @Lettera43

Il politologo a L43 attacca l’ex premier. Vede Mattarella dietro il richiamo di Napolitano. E sui franchi tiratori del Tedeschellum dice: «Sono almeno 100 i dem che sanno che non saranno ricandidati…». Intervista raccolta da Alessandro Da Rold

Per come li conosco io, magari il presidente Sergio Mattarella ha detto a Giorgio Napolitano di farsi avanti, spiegando che le elezioni anticipate sarebbero un colpo alla credibilità del Paese….». Sorride, ma neppure troppo, Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, politologo, tra i più strenui sostenitore del “No” all’ultimo referendum sulle riforme costituzionali del 4 dicembre scorso. È da poco passato mezzogiorno a Montecitorio. In Aula il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico si accusano a vicenda di aver affossato la legge elettorale. Volano stracci. Compaiono tabelloni luminosi con il voto segreto. Di tutto di più.

AL VOTO COL CONSULTELLUM? Nel frattempo sui quotidiani i retroscena dicono che, se il patto a quattro di cui si è parlato in questi giorni saltasse, si potrebbe andare lo stesso a elezioni anticipate con il Consultellum. Il capo dello Stato tace, mentre i quirinalisti spiegano che sarebbe disponibile in caso di approvazione di una legge elettorale a sciogliere le Camere. «Ma l’unico motivo valido per sciogliere il parlamento prima della sua scadenza naturale, alla fine di febbraio del 2018, è che non esista più un governo sostenuto da una maggioranza in grado di funzionare. Non pare la situazione del governo Gentiloni», spiega Pasquino.

«LA LEGGE? BASTANDO DUE MODIFICHE…». Quindi perché Matteo Renzi e i renziani vogliono andare a elezioni anticipate? «Semplice, perché Renzi vuole uno stipendio da parlamentare», chiosa il professore. La situazione è fluida. Per di più a diversi analisti appare improbabile che Renzi faccia cadere un governo di centrosinistra per la terza volta, dopo quello di Enrico Letta e il suo. E poi, appunto, c’è la discussione sulla legge elettorale: «Basterebbero due modifiche, quella sul voto disgiunto e sulle preferenze, per ottenere i voti anche dei Cinque Stelle. Bisogna dirlo, perché c’è chi racconta falsità».

DOMANDA. Anche lei, dunque, è favorevole al sistema tedesco.
RISPOSTA. Ripeto, basterebbe davvero poco per avere una legge elettorale simile a quella della Germania, dove si governa con grande tranquillità da anni.

D. Il 5% è un buon punto di partenza.
R. Assolutamente, ma poi servirebbe la possibilità di voto disgiunto, vale a dire che l’elettore può votare il candidato di un partito per il collegio uninominale e scegliere la lista di un partito diverso con il suo secondo voto.

D. Ora il Pd sostiene che la legge è morta, mentre il M5s accusa Renzi. Solo un gioco delle parti?
R. Matteo Renzi e Beppe Grillo vogliono decidere i parlamentari da inserire nelle liste. Solo su questo si trovano d’accordo.

D. A quanto pare diversi franchi tiratori arrivavano anche dal Partito democratico.
R. Mi pare evidente che sui 300 parlamentari eletti nel 2013 con il premio di maggioranza ce ne siano almeno 100 che sanno di non essere ricandidati. E quindi possono votare contro.

D. Eppure ora tra i renziani sta balenando l’ipotesi di andare lo stesso a elezioni anticipate con il Consultellum.
R. I tempi tecnici per andare al voto a settembre si assottigliano sempre di più. Basta che la legge arrivi al Senato ma poi sia rinviata di nuovo alla Camera. E poi non esiste nessuna relazione pericolosa fra l’approvazione di una nuova e indispensabile legge elettorale e l’indizione di elezioni anticipate.

D. Il presidente emerito Napolitano si è detto contrario alle urne a settembre.
R. Napolitano è consapevole che qualsiasi campagna elettorale anticipata avrebbe un rischio per l’Italia in termini economici e di credibilità.

D. Emanuele Macaluso, storico direttore de L’Unità da sempre vicino al presidente emerito, insiste su un punto: Renzi e i renziani non hanno ancora spiegato perché bisogna andare al voto a settembre.
R. Lo dico io perché: Renzi ha bisogno in fretta di un posto da deputato o da senatore per avere uno stipendio, dal momento che non credo sia stipendiato dal Partito democratico. Su questo vorrei aggiungere un’altra cosa.

D. Prego.
R. Renzi pensa di andare a elezioni anticipate e poi, dopo un accordo con Silvio Berlusconi, farsi nominare premier. È un idea che non sta né in cielo né in terra, perché Berlusconi potrebbe preferirgli tranquillamente qualcun altro. Anzi, di sicuro sarà così.

D. Perché Mattarella continua a non intervenire nel dibattito?
R. Sta aspettando di capire l’evolversi della situazione. È un arbitro e non vuole intervenire: è il suo carattere. Ma guardi, come le ho già detto, se io conosco bene Mattarella e Napolitano, il primo ha detto al secondo di farsi avanti. E il secondo si è fatto sentire.

Pubblicato 8 giugno 2017 su LETTERA 43

 

Pasticcio elettorale per due

Berlusconi e Renzi hanno due obiettivi in comune: escogitare un sistema elettorale che consenta loro di nominare i propri parlamentari e, in subordine, andare a elezioni anticipate (che il Presidente Mattarella ha già fatto sapere di non consentire). Quando, nel 2014, andò al governo (dove aveva affermato di voler giungere solo dopo una vittoria elettorale) Renzi dovette fare i conti con parlamentari quasi tutti selezionati da Bersani. Anche se molti, nella peggiore tradizione italiana, si trasformarono subito in zelantissimi renziani, altri, quelli, non tutti, della “ditta Bersani”, fecero opposizione, peraltro sterile, fino alla loro fuoruscita/scissione. Ad abbandonare Berlusconi al quale, pure, erano debitori delle loro cariche e carriere, ci pensarono fin dall’ottobre 2013 gli alfaniani, poi qualche anno dopo i verdiniani, tutti, oggi, alla ricerca di una “nomina” da Renzi e da Berlusconi che non vogliono consentire agli elettori italiani di scegliere i parlamentari: quindi, liste bloccate. Però, queste liste possono fare capolino anche in leggi elettorali molto diverse fra loro. Qui cominciano i dissensi.

Preso atto che difficilmente sarà in condizioni di vincere, l’ex-Cavaliere del maggioritario è diventato uno strenuo sostenitore di una legge proporzionale, forse quella tedesca (che, incidentalmente, sarebbe, comunque, nella sua integralità, ottima). Vagando alla ricerca della legge che gli prometta i risultati numericamente e politicamente migliori, Renzi ne ha disinvoltamente dette/fatte di tutti i colori: dall’Italicum, largamente dichiarato incostituzionale dalla Corte, alla reviviscenza della legge Mattarella, che porta il nome del suo relatore nel 1993, al sistema elettorale tedesco, mai precisato nelle sue cruciali componenti, a qualcosa formulato da Denis Verdini (le cui qualità di esperto elettorale non erano precedentemente note) fino alla più recente proposta, detta Rosatellum (sconsiglierei caldamente l’uso del latinorum, ma qui lo faccio per brevità), poiché elaborata da Ettore Rosato, capogruppo del PD alla Camera dei deputati. Con questa legge praticamente tutti gli eletti sarebbero designati dai rispettivi partiti che li candidano nei collegi uninominali e nelle liste proporzionali.

“Nominare” i parlamentari non è un peccato secondo nessuna fede, neanche quella “francescana”, appena abbracciata da Beppe Grillo, tranne quella, laica, che vuole un parlamento composto da uomini e donne che hanno conquistato il voto degli elettori, che eserciteranno il loro mandato tenendo conto delle preferenze e degli interessi degli elettori, del collegio uninominale e del paese, e del programma del loro partito. Non soltanto queste sottigliezze non sono gradite né a Renzi né a Berlusconi, ma sfuggono anche all’etica politico-parlamentare dei grillini che vogliono il mandato imperativo che toglierebbe qualsiasi autonomia agli eletti, francescani o no che si dichiarino. Se, però, Renzi vuole un sistema con forti effetti maggioritari, a partire dai collegi uninominali, allora, no, Berlusconi non può essere d’accordo. Forza Italia, ma non la Lega, ha sempre avuto notevoli difficoltà a trovare candidature singole attraenti, destinate comunque a essere schiacciate dalla personalità del leader. Incidentalmente, il Movimento 5 Stelle sa che non importa che i suoi candidati siano noti poiché gli elettori votano il Movimento a prescindere da qualsiasi valutazione delle candidature. Berlusconi vuole una legge proporzionale per perdere poco, ma anche per impedire a Renzi di vincere abbastanza da governare da solo e per tornare a essere l’interlocutore più rilevante. Renzi vuole una legge con componenti maggioritarie anche nascoste per provare a vincere da solo, altrimenti, per arrivare a dettare da posizioni di forza le condizioni per la coalizione di governo. Quello che si preannuncia sarà il prodotto di una forzatura di Renzi grazie al sostegno di senatori alla spasmodica ricerca della ricandidatura oppure un indigeribile pasticcio di formulette elettorali che non porteranno a nulla di buono (e a molto di già visto e non gradito).

Pubblicato il 23 maggio 2017

La ricetta di Pasquino “Il partito ora coinvolga chi ha fatto la fila ai gazebo”

Intervista raccolta da Dario Del Porto per La Repubblica Napoli

«Se fossi un dirigente del Pd napoletano cercherei in tutti I modi di raggiungere quelli che hanno votato alle primarie. Sarebbe il modo migliore per tradurre la partecipazione in energia positiva. Ma so che i dirigenti del Pd non vorrebbero mai farsi dare consigli da me», scherza il politologo Gianfranco Pasquino, che analizza i dati delle elezioni che hanno confermato Matteo Renzi nella carica di segretario.

Perché secondo lei i vertici democrat dovrebbero rivolgersi agli elettori di domenica 30 aprile, professor Pasquino?
«Se dipendesse da me, mi impegnerei per trasformare queste persone in potenziali iscritti al partito. Inizierei da quelli che hanno più tempo a disposizione, dunque i giovani e i pensionati».

E come farebbe?
«Molto semplicemente, chiederei loro cosa pensano che possa essere utile per la città e per il Paese, o semplicemente cosa li diverte o li interessa. Parliamo di persone che hanno scelto di fare una fila e versare due euro per scegliere un segretario. Mi sembra un buon punto di partenza».

I numeri però dicono che a Napoli il dato dell’affluenza ha fatto registrare un crollo.
«Sui dati del capoluogo bisogna vedere come ha influito la presenza di un sindaco come Luigi de Magistris. Escludo che abbia dato indicazione di votare per Renzi, naturalmente. Ma è significativo che Michele Emiliano abbia ottenuto un buon risultato a Napoli».

Renzi invece ha fatto il pieno a Salerno.
«Certamente il governatore Vincenzo De Luca ha svolto un ruolo significativo. Questa volta è riuscito a convincere molti di quello che lo seguono ad andare a votare per le primarie. Credo che per le primarie sia sempre importante capire come si muovono quelli che, pudicamente, chiamo i “notabili” del territorio. Ad esempio, sarebbe interessante capire quali siano state le scelte del sindaco di Benevento, Clemente Mastella».

E con il rischio di un voto clientelare, come la mettiamo?
«Ma è normale che nelle primarie ci sia un voto di clientela. Se mi lascia passare una battuta, bisognerebbe controllare di quanto è aumentata la vendita di fritture di pesce, soprattutto nelle città di mare, nella giornata di domenica scorsa».

Si riferisce al caso dell’audio di De Luca registrato alla vigilia del referendum?
«Era una battuta, ripeto. Ma il discorso è semplice: quando si vota sulle persone è inevitabile che i rapporti personali influiscano. Poi, evidentemente, le cose cambiano se si verificano scambi di soldi, di fritture o di qualsiasi altra utilità».

Visti i numeri, lo strumento delle primarie funziona ancora?
«È sicuramente un esercizio di democrazia partecipativa. Ci sono persone che si mettono in coda e, prima di fare una scelta, si sono certamente informate, magari leggendo. Ma la democrazia non si esaurisce nel voto per il segretario del partito. Poi bisogna praticarla».

A Napoli il Pd attraversa un momento difficile, non è riuscito a portare il suo candidato al ballottaggio.
«Per come la vedo io, spetta ai dirigenti di partito mantenere vivo il rapporto con i cittadini, organizzando iniziative e tenendo vive le idee, e ai consiglieri comunali. La pratica quotidiana non implica l’obbligo di vedersi ogni giorno, ma che ci si possa incontrare perché c’è un referente con il quale parlare e confrontarsi. Prima quel referente era il parlamentare del territorio, ora con le liste bloccate è diverso».

Forse anche per questo il M5S ha scelto il web, al posto dei gazebo.
«Quello di Beppe Grillo è un non-partito. Ma non si fa politica solo schiacciando un pulsante o muovendo il mouse. Non si può pensare che quella sia davvero democrazia diretta».

Pubblicato il 3 maggio 2017

El resultado refleja una crítica al gobierno, no una protesta

la-nacion

Entrevista Elisabetta Piqué LA NACION martes 06 de diciembre de 2016

ROMA.- Es un error clamoroso considerar la derrota deRenzi una victoria del populismo. Palabra de Gianfranco Pasquino, politólogo italiano de gran prestigio internacional, que tuvo entre sus maestros a Norberto Bobbio y Giovanni Sartori.

En una entrevista con LA NACION, Pasquino, profesor de Ciencia Política en la Universidad de Bologna y defensor del no en el referéndum constitucional, también destacó que Europa hace bien en tenerle miedo al Movimiento Cinco Estrellas, del cómico Beppe Grillo, el gran ganador de la cita electoral que hundió a Matteo Renzi.

-¿Se esperaba un resultado tan imponente?

-Así de imponente no. Habiendo hecho campaña por el no, esperaba el rechazo a la reforma constitucional, pero el resultado fue más allá de mis expectativas.

-¿Cree que los italianos votaron en contra de la reforma constitucional o que fue un voto de protesta?

-No, no fue un voto de protesta. Ha sido un no a las terribles reformas que el gobierno de Renzi pretendía llevar a cabo en la Constitución. Ha sido un no a la horrible campaña electoral que ha acompañado el casi plebiscito personal en el que Renzi ha tratado de convertir este referéndum. Ha sido un rechazo frontal a las reformas sociales y económicas que ha llevado a cabo, y que atañen sobre todo al mercado laboral y a la escuela. Y ha sido también un no a los pequeños regalitos que Renzi ha hecho a los jóvenes y a las mujeres. Todo junto provocó un no sonoro y rotundo.

-¿No considera entonces que en este resultado también ha jugado un papel importante la protesta de la clase media

-No entiendo por qué debe protestar la clase media. Si se trata de protestar, todos los que no están demasiado bien tienen motivos para protestar, y se trata de un número importante de italianos. Pero tampoco hay que exagerar. En Italia no existe un grandísimo malestar, al menos no tan difundido como en otros países, porque el Estado de Bienestar sigue funcionando bastante bien. El resultado refleja más una crítica al gobierno que una protesta.

-Esta derrota de Renzi es vista en medio mundo como una nueva victoria del populismo. ¿Usted comparte esta opinión?

-No, me parece un error clamoroso. Hay populismo en algunos aspectos de hacer política de la Liga Norte. E incluso en Renzi: en los mensajes que ha lanzado de cara a este referéndum, en su insistencia en que lo que estaba en juego era reducir cargos y disminuir los costos de la política y mensajes parecidos. Son todos llamamientos populistas realizados por el jefe de gobierno que, como se ha visto, han sido rechazados por la gran mayoría de los italianos.

-Pero es evidente que en Europa hay terror ante la posibilidad de que el Movimiento Cinco Estrellas (M5E) que lidera Beppe Grillo, y que Bruselas y mucha cancillerías tachan de populista, pueda llegar al poder.

-Europa hace bien en tenerle miedo al M5E, porque es un movimiento muy fuerte y que no está salpicado por ningún escándalo. Pero Europa hace mal en considerarlo populista. Es un movimiento de crítica de la política y de los políticos, pero no tiene características como las que, por ejemplo, puede tener la extrema derecha en Austria, algunas formaciones en Holanda, organizaciones como los suecos democráticos o los así llamados Verdaderos Finlandeses. El M5E representa una parte importante del electorado italiano, cuenta con el apoyo de muchísimos jóvenes que quieren cambiar la política, y no es un movimiento de tipo xenófobo.

-¿Ganará el M5E las próximas elecciones generales, como dicen los sondeos?

-Eso no lo sé. Dependerá en parte de los votantes italianos y en parte del tipo de ley electoral que se haga.

-Tras el Brexit muchos predecían una hecatombe financiera en Italia en caso de que saliera el no en el referéndum. Pero no ha habido esa reacción.

-Porque los mercados son sabios, porque han entendido que el resultado no genera ningún apocalipsis. Provocará un cambio de gobierno, pero los italianos estamos habituados a los cambios de gobierno y sabemos muy bien cómo administrarlos. La economía italiana probablemente sea lenta, pero aún es bastante sólida.

Arroganza e forzature: è la riforma ad personam. Perchè votare No al referendum costituzionale

panorama

7 dicembre 2016 Panorama n 51

La riforma costituzionale su cui saremo chiamati a votare è legata a doppio filo al percorso politico di Matteo Renzi e alla sua ascesa a Palazzo Chigi. Fin da quando l’ha concepita, il suo obiettivo è stato quello di poter rivendicare un successo personale che lo legittimasse davanti agli elettori e a tutti coloro che pensano che sia arrivato a Palazzo Chigi senza essere eletto, con un “colpo” di Palazzo.

Ecco perché nel percorso riformatore Renzi ha introdotto, da subito, un elemento fortemente personalistico, arrivando a una sorta di ricatto politico: o votate la riforma o me ne vado.

In questo senso, anche il varo dell’Italicum, con il premio di maggioranza assegnato non alla coalizione, ma alla lista, andava a sostegno di una riforma cucita a misura sulla sua figura di segretario di un partito che fino a poco tempo fa sembrava così forte da poter incassare il premio e andare al governo con una maggioranza cospicua da guidare in una sola delle due Camere: la combinazione tra legge elettorale e riforme costituzionali vuole suggerire il rafforzamento della investitura popolare, ma in realtà rimarca solo il ruolo del leader forte.

Oggi Renzi sottolinea l’esigenza di votare Sì per garantire maggiore “governabilità” al Paese, ma in realtà segue lo schema del rafforzamento del potere esecutivo e dei poteri del premier rispetto al Parlamento. Un modello che oggi, peraltro, potrebbe finire paradossalmente per favorire un altro teorico del leaderismo, ovvero il leader dei 5 Stelle, Beppe Grillo.

Nell’analisi della riforma ad personam un altro aspetto da considerare è il metodo utilizzato dal governo per la sua approvazione. Per quel che mi riguarda, non sono un sostenitore a tutti i costi della revisione costituzionale “condivisa”, ma qui siamo di fronte a vere e proprie forzature di Renzi. Dopo aver provato a mantenere un rapporto personale e politico con Silvio Berlusconi e dopo la rottura seguita alla elezione di Sergio Mattarella, il premier ha cercato voti ovunque liberandosi degli ostacoli di volta in volta, arrivando perfino a sostituire alcuni membri della Commissione Affari costituzionali perché non più di sua fiducia, senza manifestare alcun interesse reale per la condivisione bipartisan delle riforme.

Fin dall’inizio, Renzi ha avvolto questo processo riformatore in un’aura di arroganza e protervia, legando i suoi destini a quelli di un Paese intero, al punto che oggi si trova di fronte a un bivio al quale non può sottrarsi: o vince il referendum e va avanti o perde e deve dimettersi. Non c’è alternativa.

Sia chiaro, spetta al presidente Mattarella il compito di decidere se rimandarlo davanti al Parlamento, in caso di sconfitta. In ogni caso, il premier potrà provare a ottenere un nuovo incarico solo se accetterà di riconoscere i propri errori spiegando perché ha perso e come intende cambiare, ma senza provare a mettersi di traverso, da segretario del partito di maggioranza in Parlamento, a un eventuale nuovo governo affidato ad altri.

Per i motivi che ho elencato e per tanti altri di merito su riforme brutte e confuse, invito a votare No al referendum di domenica. Però, non mi illudo. Neanche dopo una sconfitta Renzi farà un bagno di umiltà. Per quello ci sarebbe bisogno di enormi quantità di acqua e non so se ne abbiamo a disposizione a sufficienza…

(testo raccolto da Luca Maurelli)

Pubblicato in anteprima il 2 dicembre 2016 su panorama.it

L’estrema semplificazione rende il populismo debole

Corriere della sera

Vedo un eccessivo e scriteriato (vale a dire, senza validi criteri) uso delle parole “populismo” e “populisti”. Quello che non (ci) piace, poiché noi saremmo tutti sinceri democratici, e che, per di più vince e , in qualche modo, ci minaccia, è populismo: dalla Svezia alla Grecia, dalla Finlandia alla Spagna, da Marine Le Pen a Beppe Grillo (Matteo Salvini lo metto fra parentesi). Così facendo, anneghiamo le differenze fra i vari partiti e partitini che criticano la politica tradizionale e attaccano le democrazie esistenti e precludiamo a noi e ai nostri concittadini “non populisti” una adeguata e differenziata comprensione del populismo (che, com’è noto, circola anche in America latina e fa sempre capolino nella politica degli USA).

In linea di principio, non è affatto chiaro perché coloro che sono preoccupati dall’immigrazione e che vorrebbero filtrarla, contenerla, ridurla debbano essere definiti populisti. Allo stesso modo, mi pare più che legittimo porre il problema delle modalità di, qui qualsiasi parola che userò è destinata ad essere controversa, assorbimento (?), integrazione (?), inclusione(?), accettazione (?) dell’Islam, ovvero dei migranti di religione musulmana, senza essere etichettati come populisti. Nessuno può davvero credere che qualsiasi critica all’Euro e all’Unione Europea sia impregnata di populismo. Anzi, molte critiche sono pienamente giustificate, addirittura utili, magari ricordandoci che l’Unione europea siamo noi e che, pur tenendo conto delle istituzioni dell’UE e di chi vi occupa cariche, la responsabilità di quello che non funziona e di quello che non viene riformato spetta, quasi tutta, ai capi di governo degli Stati-membri.

Chi critica il proprio governo, ma anche quello di altri paesi, per esempio, il Cameron della Brexit, l’ungherese Orbán alacre costruttore di muri, il non proprio affidabile greco Tsipras, non è necessariamente populista. Anzi, di solito è un democratico che vede errori, furbizie, inadeguatezze che si riflettono pesantemente sull’UE. Infine, abitualmente i movimenti e partiti definiti populisti “sfruttano” il disagio dei loro concittadini per le diseguaglianze crescenti e cresciute, per disagi economici effettivi, per la corruzione e la disonestà di non pochi ambienti della politica. Neppure questo, di per sé, mi pare populismo. Potrebbe, persino, segnalare l’esistenza di una opinione pubblica che ha deciso di essere vigile e di attivarsi, quando può, con il voto, costretta a scegliere fra le alternative che le vengono offerte.

Sono arrivato quasi a sostenere che il populismo non esiste? Nient’affatto. Ho voluto mettere in evidenza che a fondamento delle critiche ai partiti esistenti e alla loro inadeguatezza di governance nazionale e europea stanno corpose tematiche difficili da affrontare e destinate a durare. La debolezza del populismo, che è anche la caratteristica che ne consente una precisa individuazione, è l’estrema semplificazione delle soluzioni: un muro contro i migranti; sepoltura dell’Euro e ritorno alle monete nazionali; fuoruscita dall’Unione Europea; rottamazione (sic) della classe politica e ingresso trionfale dei cittadini in Parlamento. Di tanto in tanto, poi, arriva la verifica empirica, quella che Norberto Bobbio chiamava “la dura lezione della storia”. Quei terribili semplificatori dei populisti non hanno praticamente nessuna soluzione a nessuno dei problemi grazie alla denuncia dei quali hanno conquistato voti. Togliere il “popolo” ai populisti si può, non demonizzandolo, ma approntando risposte e costruendo canali di espressione e strutture di partecipazione per il popolo poiché la democrazia è “potere del popolo”. Se rimane solo il potere e il popolo sparisce, gli anglosassoni direbbero che fa la sua comparsa un entirely new ball game. E’ un gioco al quale i democratici non possono acconsentire.

Pubblicato il 25 settembre 2016

Tutti ossessionati dal controllo degli eletti: si combattono ma invece sono molto simili

Il fattoIntervista raccolta da Luca De Carolis per Il Fatto Quotidiano

Il Pd e il M5s sono modelli simili, in entrambi i casi i leader vogliono controllare i propri eletti. E il tasso di democrazia interna è molto basso”. Gianfranco Pasquino, politologo, ha da poco pubblicato La Costituzione in trenta lezioni(Utet).

Quello tra dem e 5 Stelle è anche uno scontro tra due schemi di partito, uno vecchio stile e uno molto più moderno?

C’è molto di vecchio in questo confronto. Su entrambi i fronti vogliono controllare i propri eletti. Il Pd ha nominato i propri parlamentari e pretende che seguano la linea dei vertici. In caso contrario, non verranno ricandidati. Nel M5S invece Grillo e Casaleggio si affidano al reclutamento on line, sul quale però possono avere un controllo limitato. E allora ecco la multa. Di fatto i Democratici e i 5 Stelle applicano forme di coercizione.

Molti evocano l’articolo 67 della Costituzione, in base al quale i parlamentari non sono sottoposti a vincolo di mandato.

Con questi metodi, sia il Pd che i 5 Stelle dimostrano di ignorarlo.

Prima obiezione: la multa del M5S vale per i futuri eletti al Comune di Roma.

La multa è nulla, una stupidaggine. Non è esigibile in nessun tribunale.

Seconda obiezione: dem e 5 Stelle hanno concesso libertà di coscienza sulla stepchild adoption.

La libertà di coscienza mi sta bene, ma su votazioni trasparenti, non su decisioni con il voto segreto. E comunque chi vota secondo coscienza dovrebbe spiegare ai cittadini le sue ragioni, nel dettaglio.

Volano accuse incrociate sulla penale del M5S. Secondo lei perché l’hanno decisa?

Innanzitutto non trascurerei le pulsioni autoritarie di Casaleggio. Poi vale sempre il principio di Mao Tse-Tung, “colpirne uno per educarne cento”. Infine, la multa deve dare un’impressione di solidità, di saldezza della leadership.

Il Pd afferma che serve una legge sui partiti.

È giusto, ma non dovrebbero perdere troppo tempo. Esiste un ottimo disegno di legge, depositato una decina di anni fa da Valdo Spini (ex Psi, Ds e Si-nistra democratica, ndr) che regolamentava la democrazia interna nei partiti e il loro finanziamento.

Il M5S denuncia: vogliono imporci le loro regole.

Imporre non è mai giusto, ma sarebbe opportuno che un movimento con un così grande consenso si doti di meccanismi più democratici.

E il Pd?

Il Pd all’opposto dovrebbe essere molto più severo nell’applicare le proprie regole interne, o nel crearne di nuove. Un inquisito farebbe meglio a saltare un giro, per dire.

Pubblicato il 10 febbraio 2016