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Giorgio ha fallito, avremo una successione farsa

Il fatto quotidiano
Intervista raccolta da Emiliano Liuzzi

Ha appena ascoltato il discorso del presidente Giorgio Napolitano all’Accademia dei Lincei, Gianfranco Pasquino, politologo. Lo ha ascoltato e riletto. “Conosco il presidente e l’uomo politico dal 1983, e anche questo discorso ha il limite di tutti i suoi discorsi, non va mai oltre l’approccio che storicizza e non lo sfiora mai l’autocritica, quella politica. Non affronta il tema di quello che i partiti producono, né la cultura marxista dalla quale proviene“.

L’impressione è che abbia sparato nel mucchio.

Ci può anche stare, ma se ci si mette in gioco. E mi sarei aspettato autocritica anche sull’Europa, su quella grande utopia che è l’Europa. Ma non l’ha fatto.

Se l’è presa coi populisti. Ce l’aveva con Grillo?

Soprattutto con Grillo, ma il populismo non è solo quello. E non è solo Berlusconi. Populismo è quello di Salvini, lo è stato quello di Di Pietro e il tentativo di Ingroia, sono tutti esempi di populismo.

Anche su Renzi il presidente ha cambiato idea, da un po’ di tempo a questa parte. O è solo un’impressione?

Ha cambiato atteggiamento nei confronti di Renzi. Atteggiamento e approccio, almeno da un mese e mezzo.

È Renzi il banditore di speranza in un passaggio del discorso?

Ce l’ha con Grillo, ma indirettamente anche con Renzi. Dal quale, ripeto, il presidente da un mese e mezzo ha preso le distanze. In maniera sottile, ma assai evidente.

Lei crede che Napolitano abbia fallito?

Ha vinto nell’accettare l’incarico, forse. Quando il Paese non aveva né governo né un presidente della Repubblica, ma non ha ottenuto quello che voleva. Se per fallimento si intende essersi affidati a persone mediocri, a un manipolo di ipocriti, sì, ha fallito.

Non lascia una situazione migliore: c’è un governo che senza i numeri di Forza Italia traballa e un presidente da eleggere un’altra volta senza nessuna idea.

Lui ha provato a imporre il suo candidato.

E chi sarebbe?

Giuliano Amato. Questo credo che sia una verità incontrovertibile. Ma Amato non ha i numeri del Parlamento. E dunque non riuscirà a incidere sulla successione come in un periodo si era illuso di poter fare.

Chi sarà il prossimo presidente?

Non lo so. Non credo Amato. Vedo molta confusione, autocandidature, come quella di Pietro Grasso, che rivendica il suo essere seconda carica dello Stato, l’autocandidatura di Laura Boldrini e quella di Anna Finocchiaro, ma sono loro che giocano un’altra partita.

Difficile pensare a come possa finire.

Certo, se nel 2013 fu una tragedia, ho l’impressione che si vada verso una farsa. Proporre il nome di Riccardo Muti è una farsa. Non so come possa essere venuto in mente: il Paese ha bisogno di un politico, di un uomo delle istituzioni e che conosca la Costituzione, non di uno scienziato da esportazione.

Cosa si augura che faccia Napolitano, quando sarà il momento, come ultimo atto?

Spero che non nomini nessun senatore a vita e che lui stesso rinunci alla carica, come invece gli spetterebbe. Questo spero che lo faccia, sarebbe un atto fondamentale. Non sarà così. E non ci sarà nessuno che, invece che giocare al toto nomi, tracci il profilo di un presidente del quale l’Italia avrebbe bisogno.

Pubblicata 11 dicembre 2014
intervista

Sbagliato far finta di niente

Chi cade dall’alto fa molto più rumore. Ecco perché il crollo dell’affluenza elettorale in Emilia-Romagna (dal 68 % del 2010 al 37 % del 2014, se ne sono andati a spasso più di un milione di elettori) fa più rumore del declino, pure significativo in Calabria (dal 58,5 % del 2010 al 44 % del 2014). Inaspettato nelle sue dimensioni, l’astensionismo emiliano-romagnolo è ancora più preoccupante per quello che esprime. In una regione da sempre caratterizzata da alti livelli d’impegno e di partecipazione politica, viene un segnale, non casuale, ma voluto dagli astensionisti, di rifiuto dei candidati, dei partiti, dei loro mediocri programmi, della politica espressa negli ultimi quattro anni. C’è anche del disgusto per i rimborsi spese gonfiati e ingiustificabili e per la condanna in primo grado del Presidente uscente. Anche in Calabria le elezioni anticipate sono state prodotte dalla condanna definitiva del Presidente. Però, in Calabria il comprensibile disgusto per la politica è la conseguenza del cattivo governo locale. Potrebbe, persino, esserci qualcosa di più nell’astensionismo: una dichiarazione di irrilevanza del livello regionale di governo. Insomma, hanno sicuramente pensato centinaia di migliaia di elettori, queste regioni e i loro governanti non migliorano la qualità della nostra vita. Non sanno svolgere compiti essenziali: dalla sanità, inquinatissima in Calabria, al lavoro, alle infrastrutture.

Nel suo approfondito commento affidato, come al solito, a un tweet mattutino, Renzi spinge sotto il tappeto della vittoria in entrambe le regioni tutti i problemi che il non-voto segnala. Chi si contenta gode, buon per lui, ma male per gli italiani, per il suo governo e per lo stesso Partito Democratico. In Calabria, vince un esponente della più vecchia guardia, mentre il candidato Bonaccini, renziano di strettissima osservanza, vince la Presidenza dell’Emilia-Romagna lasciando per strada 300 mila voti. La Lega Nord di Salvini gongola perché la sua OPA ostile (offerta pubblico d’acquisto) sulla deterioratissima Forza Italia ha avuto successo. Tuttavia, la Lega non guadagna voti, ma ne perde 50 mila rispetto al 2010 (Forza Italia in piena rottura ne perde 400 mila). Per quanto Grillo ne abbia fatte (espulsioni varie di coloro che avevano contribuito al notevole successo iniziale delle Cinque Stelle) e non fatte (nessuna presenza in campagna elettorale né in Calabria, dove sostanzialmente viene cancellato, né in Emilia-Romagna), nella regione “rossa”il Movimento guadagna addirittura più di 30 mila voti, ma la sua percentuale, tra il 12 e il 13, rimane molto al disotto delle politiche del 2013.

Per qualche giorno, i politici s’interrogheranno sull’astensionismo. Poi passeranno ad altro, alle tematiche che appassionano (sic) gli italiani: una o più soglie di accesso al parlamento, quale percentuale per ottenere il premio di maggioranza, da darsi alla lista o alla coalizione…. Incurante del fatto che i molti voti perduti dal suo partito segnalano inevitabilmente anche grande insoddisfazione per lo scarso operato del suo governo e per i toni delle sue critiche alle organizzazioni intermedie, come la CGIL, Renzi dirà che bisogna andare avanti in fretta. Invece, gli astensionisti hanno detto che di riforme non ne hanno finora viste, che di annunci ne hanno sentiti abbastanza, che, soprattutto in Emilia-Romagna, credono che la democrazia è anche fatta di pluralismo associativo. Non bastano gli uomini soli al comando, come Renzi, o all’opposizione, come Berlusconi. I partiti personalisti possono anche vincere qualche elezione, ma non hanno cambiato e non cambiano la politica. Il ciclo di Berlusconi è finito, ma la sua ostinazione impedisce il rinnovamento di quel che resta di Forza Italia. In attesa del ciclo di Salvini, quello di Grillo continua anche se ad andamento lento poiché il leader delle Cinque Stelle non sembra più avere un progetto strategico. Il ciclo di Renzi ha subito una seria battuta d’arresto. Per coloro che ritengono che l’Emilia-Romagna sia stata un laboratorio democratico, dovrebbe crescere la preoccupazione proprio per lo stato della democrazia in Italia. E dove la democrazia funziona male la crescita economica risulta molto difficile.

Pubblicato AGL 26 novembre 2014

L’uomo solo al comando resta solo

Il fatto quotidiano

Intervista raccolta da Emiliano Liuzzi per Il Fatto quotidiano

Professor Pasquino, partiamo dalle reazioni? Renzi dice che l’affluenza non è la cosa più importante.

Mi sembra un commento post moderno. Post tutto. Post it, quegli adesivi che si attaccano e staccano. Poi si buttano.

Lei è il più autorevole dei politologi di quell’area che un tempo si chiamava sinistra. Ha insegnato ad Harvard. È stato anche parlamentare. Oggi è il critico più severo del suo stesso partito.

Non sono mai stato del Pd. Ma non c’entra niente. In Emilia Romagna ha votato la metà delle persone rispetto al 2010, e la percentuale era già bassa. Il Pd perde centinaia di migliala di dettori, non ha più iscritti e non si confronta più con la base. Non posso che essere critico.

Ma non è che perdere iscritti e voti rientri in un disegno lucido?

In un disegno sicuramente, quanto sia lucido non saprei. La sinistra si confrontava, interloquiva, era un grande movimento per questo motivo. Senza questo ha un uomo solo al comando che non si rende conto di essere destinato a rimanere solo e basta. Un giorno non avrà più nessuno.

Ha vinto Stefano Bonaccini. Può governare con un consenso che si aggira attorno al 16 per cento se calcoliamo gli astenuti?

Potrebbe farlo. Con una buona squadra che non risponda alle logiche di correnti. Ma non sarà così.

Cosa prevede?

Molti fiorentini, qualche nipote di Prodi. Questa sarà la giunta.

Si aspettava questi numeri?

No. Non pensavo sotto il 50 per cento.

Non le pare di rivivere i tempi in cui Guazzaloca si prese Bologna?

No, siamo di fronte a fenomeni diversi, allora il centrosinistra perse, questa volta comunque ha vinto. Di uguale c’era l’atteggiamento del partito, oggi arrivato al culmine. Mi spiego. Non era diversa la Bartolini quando parlava in maniera molto sprezzante di un macellaio come avversario. Quel macellaio era uno che aveva lavorato, Bartolini no. La stessa cosa è Bonaccini, uno che non ha mai lavorato se non nel partito, ma che non riesce a trattare con i suoi dettori, con la base che non c’è più. Scomparsa.

Era l’idea di Veltroni, più o meno. Giusto?

Era un percorso che ha prodotto questo.

Astenersi dal voto cosa vuol dire?

È il segnale peggiore. Vuoi dire che il tuo elettorato lo hai maltrattato, non l’hai ascoltato. Dentro o fuori dal cerchio magico è la logica renziana. Vuoi dire che non esiste democrazia.

Il Movimento 5 stelle ha vinto, come sostiene Grillo?

Ha guadagnato 30mila voti rispetto alle passate regionali. Questo è un dato che nessuno può negare. La protesta esiste, e si chiama Grillo, appunto. Chi pensava non esistesse più ha sbagliato. Da parte sua il comico genovese ci mette una assoluta incapacità conclamata nel guidare il movimento.

Forza Italia e Lega?

Il partito di Berlusconi paga la catastrofe di un’assenza di classe dirigente. La Lega non ha vinto. Ha perso 25mila voti rispetto al 2010.

Pubblicata il 25 novembre 2014

Meglio l’elezione diretta

Dopo essersi dimostrati ignobilmente incapaci di eleggere un Presidente ed essere stati costretti a rieleggere Napolitano, la maggioranza dei parlamentari e dei dirigenti che li hanno nominati sono in attesa fervente di poterci provare un’altra volta. La notizia che Napolitano si dimetterebbe già verso metà gennaio 2015 li manda tutti in fibrillazione. Per alcuni, i “presidenziabili”, la fibrillazione è contenutissima, accompagnata da qualche frasetta ipocrita sullo “spirito di servizio” e dalla speranza che i quotidiani citino il loro nome non molto spesso (ma qualche volta, oh, sì) per non bruciarlo. Hanno tutti interpretato male le indiscrezioni dei cosiddetti quirinalisti i quali ne sanno sempre molto meno di Napolitano. Con una nota evidentemente redatta di suo pugno, il Presidente fa sapere, puntigliosamente, com’è nel suo stile, che “non conferma e non smentisce”, ma neanche aggiunge che la notizia sulle sue prossime dimissioni, annunciate già nel suo discorso di accettazione del secondo mandato nell’aprile 2013, è stata fatta circolare apposta. Il senso è che il Presidente Napolitano è irritatissimo. Ogni volta che succede qualcosa il giovane capo del governo corre dal Presidente perché vuole i consigli di Napolitano, che, non poche volte, lo ha rimbrottato e gli ha fatto cambiare idea, ad esempio su alcune nomine quantomeno abborracciate. L’economia continua a non andare affatto bene e certamente Napolitano non crede, come sostiene Renzi, che sia colpa dei tecnocrati di Bruxelles. Per sua fortuna Draghi se la cava perché abita a Francoforte, ma il suo posto al vertice dei tecnocrati è meritatissimo. E’ anche un titolo di merito per diventare Presidente della Repubblica italiana?

Il Presidente in carica ha anche fatto sapere che, a quasi due anni dalla sua non desiderata rielezione, di riforme costituzionali ne intravvede solo l’ombra, bruttina, per di più esposta “a opportune verifiche di costituzionalità” parole che, a chi sa qualcosa di costituzione, dovrebbero suonare come un severo richiamo. Con le modifiche di cui si discute a una legge elettorale che rimane indigeribile, sembra addirittura che si rompa il Patto del Nazareno, sul quale, con stile, Napolitano non ha mai fatto filtrare il suo giudizio. Se non fate le riforme, fa sapere Napolitano ai parlamentari nominati e ai dirigenti e governanti, inetti, me ne vado. Naturalmente, non darà seguito poiché non vuole lasciare il paese nei pasticci in cui si trovava una ventina di mesi fa. Lui non si vanta del suo “spirito di servizio”, ma fa parlare le sue azioni, compresa la recente tempestiva nomina dei due giudici costituzionali di sua competenza. Non confermando e non smentendo le sue prossime dimissioni, con grande delusione del Direttore de “Il Giornale”, Sallusti, e dell’editorialista principe de “Il Fatto Quotidiano”, Travaglio, curiosamente entrambi suoi critici impenitenti, Napolitano fa sapere ai parlamentari nominati e inetti che le riforme dovrebbero farle prima che tocchi loro svolgere il compito della elezione di un altro Presidente (pardon, Signora Presidente della Camera Laura Boldrini), una donna alla Presidenza della Repubblica, conoscendo il nome della candidabile si potrebbe discuterne. Questo è, infatti, quasi sicuramente contro la visione costituzionale del parlamentarista Napolitano, il problema emergente.

Probabilmente è venuto il tempo, dopo la straordinaria utilizzazione al limite dei poteri presidenziali ad opera di Napolitano, sicuramente al disopra delle parti ovvero, come, piccato dalle accuse di Berlusconi, lui stesso puntualizzò: “dalla parte della Costituzione”, che l’elezione del Presidente della Repubblica italiana non sia più nelle mani di una maggioranza, per di più artificialmente creata dal premio in seggi della legge elettorale. L’elezione di un Presidente che molti sostengono dovrebbe essere di garanzia, ma i pochi che contano vorrebbero “amico” e debitore della sua elezione, non deve più essere affidata al Parlamento, ma ai cittadini. Quello che sappiamo delle non molte (almeno nove hanno a capo dello Stato un re o una regina) democrazie europee che fanno eleggere il Presidente dai loro cittadini, è che l’eletto cerca poi di rappresentare la nazione, non il “partito della nazione”, ma il “partito dei cittadini”, anche di coloro che non lo hanno votato. I cittadini italiani non farebbero certamente peggio dei parlamentari che non hanno potuto eleggere e che non riusciranno a scalzare.

Pubblicato AGL 11 novembre 2014

Il partito post-Leopolda

Davvero è possibile parlare di due partiti democratici: uno che si è riunito alla Leopolda (il partito di governo) e uno che ha sfilato con la CGIL a Roma (il partito di lotta)? Sono due partiti incompatibili, destinati a lasciarsi in occasione del prossimo scontro parlamentare sulla legge che traduce i principi della delega al governo sul lavoro e sulla modifica dell’art.18? Dove andranno gli scissionisti i quali sono, per definizione, quelli che abbandonano il segretario del partito? Tuttavia, riflettendo un po’, si direbbe che è proprio Renzi, con i suoi entusiasti sostenitori, ad avere orgogliosamente creato un nuovo partito democratico. Il suo Partito della Leopolda è, dicono gli appassionati seguaci, il partito del 41 per cento (alle elezioni europee, 11 milioni e centomila voti), ma i “vecchi” avevano pur sempre ottenuto con Veltroni 12 milioni e centomila voti nelle elezioni politiche del 2008 (non il 25, come li accusa Renzi, ma il 33,2 per cento). Nello spappolamento della destra e nel declino più che fisiologico del partito di Berlusconi, il Partito Democratico di Renzi appare dominante ed è persino diventato punto di attrazione per alcuni parlamentari di SEL e per diversi espulsi da Grillo dei quali è difficile dire quanti voti porterebbero.

Renzi sembra deciso, almeno questo è il messaggio, nel tono e nei contenuti del suo discorso forse fin troppo “caricato” dall’atmosfera torrida della Leopolda, a spingere fuori dal PD la vecchia guardia. Fermo restando che nient’affatto tutti quelli che dissentono da Renzi sono inclini ad andarsene, quali sarebbero le conseguenze politico-elettorali di una scissione? Per cominciare, bisogna chiedersi se chi se ne va riuscirà davvero a portare via voti al PD. E’ possibile intravedere tre dinamiche diverse nell’ambito dell’elettorato che ha votato Partito Democratico o che intrattiene l’idea di votarlo prossimamente. Primo, ci sono vecchi elettori, vale a dire, di lunga data, che ne hanno ingoiate di tutti i colori, ma che sempre e comunque votano il Partito, per l’appunto con la P maiuscola, a prescindere da qualsiasi cambiamento: uno zoccolo duro, ristretto, ma esistente. Secondo, ci sono elettori democratici mobili che sicuramente fornirebbero appoggio agli eventuali scissionisti, ma esclusivamente se chi se ne va dal PD è capace di darsi molto rapidamente una struttura organizzata su scala nazionale.

Curiosamente, è proprio l’andamento lento e debole delle iscrizioni al PD che costituisce un ostacolo alla comparsa di un partito degli scissionisti. Chi non si iscrive più lo fa perché non condivide il percorso di Renzi, ma probabilmente ha anche preso atto che non c’è più niente da fare, neppure con la vecchia guardia. Infine, ci sono gli elettori che, abbandonando il PD, si guardano intorno e vedono l’attivismo, non sempre brillante, ma già condiviso da persone che conoscono, delle Cinque Stelle. Per irritazione, per voglia di dare una lezione a Renzi, per obbligare il PD ad essere più “radicale”, questa parte di elettorato è pronta a votare il Partito di Grillo. Se no, l’astensione diventerà il luogo del loro rassegnato rifugio.

Quantitativamente, l’esito complessivo del deflusso degli elettori già democratici, non sarà rilevante. Anzi, Renzi potrebbe persino sostenere, come ha già annunciato alto e forte, che il suo nuovo Partito Democratico si lascia alle spalle la nostalgia, che è polvere e cenere, sostituendola con la speranza, con il futuro che è all’inizio. Però, se vuole rimanere convincente e governante, soprattutto in una fase nella quale in pratica nessuna riforma incisiva è stata approvata in via definitiva, il suo attivismo ha bisogno di essere continuamente alimentato con nuovi consensi. Anche soltanto una battuta d’arresto elettorale, per esempio, nelle elezioni regionali dell’Emilia-Romagna (fine novembre) potrebbe ridimensionare l’entusiasmo e rallentare la spinta al cambiamento. Emarginati i dissenzienti e svilito il loro apporto, confluito o no in un altro piccolo PD, tutto diventerebbe più difficile per il Partito Democratico di Renzi e della Leopolda.

Pubblicato AGL 28 ottobre 2014

Il Partito della Regione

Corriere di Bologna

“Non ci sono più posti dove è impossibile perdere” è il lapidario annuncio di Stefano Bonaccini nella sua campagna elettorale finora solitaria. Meglio sarebbe dire che ci sono posti dove è difficile perdere per il PD, ma c’è spesso qualcuno che ci prova e ci riesce purché, ovviamente, gli altri dalle Cinque Stelle a Forza Italia sappiano scegliere i candidati e votare, all’occorrenza, in maniera strategica. Non sembra proprio essere il caso dell’Emilia Romagna dove le espulsioni delle Stelle Dissenzienti e il disinteresse di Berlusconi alla conquista della Regione (sarà mica uno dei codicilli al Patto del Nazareno?) non possono creare nessun problema. Purtroppo, incapaci anche di creare una sfida decente, le latitanze degli oppositori non spingono Bonaccini e i candidati in lista a elaborare quell’innovazione politica e amministrativa che imprenditori, operatori economici e sociali, associazioni e cittadini aspettano da tempo. Eppure da quello che, per fortuna, Bonaccini non ha (ancora?) chiamato Partito della Regione, è da tempo, almeno da quando fu sommessamente criticata la decisione di fare ottenere a Errani un terzo mandato, ci si aspetta un salto di qualità. Galleggiare appena al di sopra della crisi, con quasi tutti gli indici di poco migliori delle altre regioni italiane, non basta più. Soprattutto, non serve a mobilitare le energie che in regione esistono, ma che spesso decidono di andarsene a cercare altrove, non fortuna, ma occasioni e condizioni di lavoro migliori. E’ brutto, a fronte dello stallo di innovazione e dell’assenza di sfide politiche, rispondere alle critiche come Bonaccini fa replicando a Guccini: “basta che voti PD” e rincarare la dose dicendo di non amare “chi critica dai salotti” e di non sopportare (cito dal titolo all’intervista pubblicata dal Corriere di Bologna), “la sinistra radical”: dove sono finiti i chic? La sinistra radical, fra un salotto e un concerto, fra un vernissage e la presentazione di una collezione invernale, se ne farà una ragione. Per esperienza personale so che quella sinistra non ha poi mai il coraggio di non votare PD (e prima DS e PCI) e soprattutto di dire perché no, magari argomentando le sue critiche. Il punto, però, è che questi dirigenti renziani del PD non sembrano molto inclini a dialogare con chi dissente nella loro area, ampia e vaga. Dei tecnocrati si può parlare male anche se, in fondo, quasi tutti loro posseggono competenze che potrebbero essere utili (e alcuni le hanno già fatte fruttare in ruoli di governo nella Regione). I gufi sono animali graziosi e miti. Fino ad ora non hanno neanche portato sfortuna. Peggio sono, naturalmente, i professoroni, ma anche loro si sono rivelati inadeguati a contrastare confuse e tutt’altro che concluse riforme. Adesso tocca ai professionisti che, immagino, sono i frequentatori abituali dei salotti (ahimé, ho scarsissime conoscenze di prima mano), essere colpiti dalla critica. Se il futuro Partito della Regione dovrà essere nazional-popolare come quello abbozzato da Renzi, allora tutto si spiega. Ma non tutto si apprezza.

Pubblicato il 23 ottobre 2014

I tre colori del governo

Sala verde, soccorso azzurro, delega in bianco: questi sono i colori dell’energica azione di governo intrapresa da Renzi per l’approvazione del Jobs Act, che va molto oltre la, pur non semplice e controversa, modifica dell’art. 18 sui licenziamenti. L’invito ai sindacati nella sala verde, tradizionalmente luogo di quella concertazione che Renzi non vuole più perseguire, è apparso sostanzialmente una sfida. Renzi ha espresso la sua posizione e, in quell’oretta loro riservata, i sindacati non hanno saputo, con gradazioni diverse, la CGIL molto più contraria di CISL e UIL, andare oltre il loro rifiuto ad intervenire sull’art. 18. Il capo del governo sembra essere riuscito a dimostrare la quasi totale irrilevanza dei sindacati nella ridefinizione del mercato del lavoro, nella trasformazione degli ammortizzatori sociali e nella elaborazione di una nuova politica economica. A fronte delle critiche provenienti dall’interno del Partito Democratico e delle preoccupazioni dell’alleato Nuovo Centro Destra, il capo del governo mira anche a dimostrare che la sua attuale maggioranza, piuttosto risicata al Senato, è autosufficiente, vale a dire non ha bisogno dei voti o dei marchingegni di Forza Italia.

Gli “azzurri” non avranno modo di vantarsi di essere essenziali per la sopravvivenza del governo al Senato e per l’approvazione di un importante disegno di legge poiché Renzi ha deciso di porre la fiducia sulla legge delega. Questa richiesta è molto irrituale e si configura, per l’appunto, come una delega in bianco poiché il testo del Jobs Act, ripetutamente rivisto negli ultimi giorni, non è ancora noto nei particolari che, come si sa, contano e molto. La fiducia mira a ricompattare forzosamente il PD e tenere lontana Forza Italia. Ha ragione la minoranza del partito, che pure, sulla base di quanto è noto, ha preparato alcuni emendamenti “irrinunciabili”. Proprio per questo, Renzi pone la fiducia, che fa cadere tutti gli emendamenti e che, se ottenuta, com’è probabilissimo, gli consentirà un’approvazione rapida e integrale di quanto desidera. La delega in bianco è anche una specie di biglietto da visita che Renzi vuole presentare all’incontro di Milano con i capi di governo dell’Unione Europea. Da qualche tempo accusato in Italia e criticato in Europa per frequenti annunci di riforme che non si materializzano (non soltanto perché hanno necessità di maturazione, ma anche perché appaiono dilettantescamente formulate), Renzi vuole arrivare a quell’incontro con qualcosa di concreto.

Difficile dire se i più critici fra i capi di governo dell’Unione (e fra i neo-commissari) si accontenteranno, ma certamente dovranno moderare le loro critiche. Quanto agli oppositori interni, sia nel PD sia in Forza Italia, i primi non potranno spingere la loro azione fino a negare la fiducia al governo e non riusciranno neppure ad argomentare in maniera solenne e incisiva le loro alternative al disegno di legge del governo. I secondi, vale a dire gli “azzurri”, in difficoltà a causa della sfida di Fitto a Berlusconi e indecisi sulla strategia, vengono privati proprio della possibilità di colmare un’eventuale mancanza di voti per il governo. Infatti, la scelta di un loro intrufolarsi a sostegno del governo non è praticabile in occasione di un voto di fiducia perché configurerebbe un cambio surrettizio di maggioranza tale da aprire problemi istituzionali e costituzionali. Ancora una volta, ma oggi più di ieri, Matteo Renzi gioca d’azzardo. Finora ha vinto e le probabilità che continui a vincere anche in questa importante occasione sono elevate. Tuttavia, il dissenso che serpeggia nel suo partito e alcuni segnali, fra i quali la vittoria nelle primarie calabresi di un esponente di quella che Bersani definirebbe ditta, le severe critiche di un renziano della prima ora e il crollo delle iscrizioni al Partito Democratico, suggeriscono che il cammino di Renzi non è ancora del tutto spianato e privo di ostacoli. Insomma, per ritornare ai colori, se il Prodotto Interno Lordo non cresce e la disoccupazione non diminuisce, il cammino non sarà roseo.

Pubblicato AGL 8 ottobre 2014

Cosa insegna il caso Richetti. La versione di Pasquino

formiche

Nel giorno in cui Matteo Richetti, indagato per peculato, si ritira dalle primarie in Emilia-Romagna e si apprende che anche l’altro candidato Stefano Bonaccini è indagato, il politologo Gianfranco Pasquino ricava una lezione utile sul nuovo Senato riformato da Renzi e ai rottamatori vecchi e nuovi dice che…

Intervista raccolta da Fabrizia Argano per Formiche.it
9 settembre 2014

Cosa c’entrano il ritiro dalle primarie in Emilia-Romagna di Matteo Richetti, indagato per peculato, e la notizia arrivata in serata dell’iscrizione nel registro degli indagati anche dell’altro candidato, Stefano Bonaccini, con il nuovo Senato? Lo spiega a Formiche.net il politologo Gianfranco Pasquino: “Questo caso dimostra semplicemente come purtroppo la maggior parte dei consiglieri regionali ha fatto cose che non doveva fare. Non si capisce quindi perché debbano essere proprio i consiglieri regionali a far parte del nuovo Senato ipotizzato nella riforma Renzi-Boschi, vista la loro onestà tutt’altro che impeccabile”.

Richetti è in qualche modo vittima del giustizialismo rottamatorio praticato da se stesso e dalla cerchia dei renziani duri e puri?
In questi casi, vale una frase che i politici utilizzano spesso: bisogna lasciare che la Giustizia faccia il suo corso. Certo, Renzi dovrebbe imparare a filtrare chi riesce a salire sull’affollato carro del vincitore. Fino ad ora si è limitato a incamerare tutti, ora dovrebbe fare maggiore selezione altrimenti questo aspetto rischia di diventare un problema innanzitutto suo e poi di tutto il Pd.

C’è chi dice che l’iscrizione nel registro degli indagati di un renziano della prima ora come Richetti sia un primo avvertimento delle toghe a Renzi. Cosa ne pensa?
Certo, il timing dell’iscrizione fa pensare ma i magistrati hanno sempre una spiegazione per questo. Non credo comunque in un possibile futuro accanimento delle toghe verso Renzi né in passato verso Berlusconi. Esistono solo dei reati che giustamente vengono perseguiti dai magistrati.

Richetti ha fatto bene a ritirarsi?
Credo di sì, comunque sia è un gesto importante. Da indagato, penso sia opportuno uscire temporaneamente di scena.

Ora che succede in Emilia?
La notizia del passo indietro di Richetti è interessante per le conseguenze. I renziani staranno con il segretario regionale Stefano Bonaccini o con l’ex sindaco di Forlì Roberto Balzani? Il primo non è un renziano né della prima né della seconda ora ma un rappresentante della vecchia guardia, appoggiato da tutto l’establishment. Il secondo è l’outsider che a livello di idee potrebbe essere renziano ma non si è mai posto in atteggiamento servile verso il leader del Pd. La sua eventuale vittoria rappresenterebbe davvero la fine della vecchia guardia.

Non basta andare di corsa

Il “passo dopo passo” dichiarato da Renzi a conclusione di quello che doveva essere un importante Consiglio dei Ministri rappresenta un significativo arretramento rispetto alla avventata promessa iniziale di “una riforma al mese” oppure è il segno di un ritrovato pragmatismo? Il Presidente del Consiglio sembra essersi accorto che per governare un paese complesso come l’Italia, popolato da quelli che lui chiama gufi e rosiconi, infestato da professoroni, bloccato da burocrati e banchieri, non basta correre. Non basta inviare molti tweet (facendo affidamento sui giornalisti amichevoli). Bisogna riflettere, selezionare, investire tempo ed energie, convincere. Soprattutto, è venuta l’ora di indicare un progetto di lungo periodo (Renzi si è dato un orizzonte di mille giorni a partire dal primo settembre) e di formulare una strategia. Infatti, l’Italia è stata bloccata da governi come, in particolare, ma non esclusivamente, quelli guidati da Berlusconi, che di strategie di lungo periodo, tranne quella della propria sopravvivenza, non ne avevano proprio. Correre e fare in fretta sono due modalità d’azione, qualche volta apprezzabili anche in politica, ma non si trasformano automaticamente in nessuna strategia in grado di mobilitare le forze vitali di coloro, che quasi sicuramente non sono la maggioranza in Italia, vale a dire, i riformisti, che vogliono davvero cambiare, lavorando.

Alla necessità di dare contenuti chiari e precisi ai suoi provvedimenti, a non affastellare, ma a tenere distinti i diversi ambiti delle riforme e a stabilire una sequenza di priorità, Renzi è stato richiamato dal Presidente Napolitano il quale, oramai da vero e severo governante ombra, ha poi anche discusso di cifre, conti, coperture con il Ministro dell’Economia. In Europa, non basterà replicare al settimanale “‘Economist” gustando ostentatamente gelati (italiani, of course) e neppure dicendo che stiamo già facendo i compiti a casa, che non è del tutto vero. Bisognerà, invece, conquistare la flessibilità possibile sulla base di riforme italiane che sveltiscano il funzionamento della giustizia civile, la quale, oltre ad essere un costo sistemico per l’Italia, scoraggia gli investimenti stranieri, e che rendano più efficiente la burocrazia e migliore la scuola. Di sicuro, la burocrazia, che per natura è inevitabilmente una struttura popolata da conservatori, si opporrà a qualsiasi riforma, in modo speciale a quelle che colleghino carriera e stipendi alla produttività e all’efficienza. Tuttavia, un attacco frontale ai burocrati senza distinguere fra loro gli efficienti e gli indispensabili dai troppi altri provoca soltanto rigetto ed è destinata, se non a fallire, a dare scarsi e sterili frutti. Un discorso molto simile vale per la scuola sulla alquanto abborracciata riforma della quale lo stesso Napolitano, che non è un esperto, ha chiesto a Renzi chiarimenti e approfondimenti.

L’entusiasmo seguito al tanto inaspettato quanto straordinariamente positivo risultato per il PD e, indirettamente, per il suo segretario-capo del governo, delle elezioni europee del maggio sembra sostanzialmente svanito. Il Presidente del Consiglio rincorre qualche successo di prestigio, come, ad esempio, la nomina di Federica Mogherini a responsabile della politica estera dell’Unione Europea: un riconoscimento, ma anche una difficile sfida. Gli operatori economici, italiani e soprattutto europei, attendono, invece, di vedere una strategia di fondo che si proponga di portare l’Italia fuori dalla recessione. Efficace è lo slogan del decreto “Sblocca-Italia”, ma per andare in quale direzione, perseguendo quali obiettivi prioritari e con quali modalità? Oltre al tempo per correre, c’è anche un tempo per riflettere, magari, in questo caso, concentrandosi, studiando (in fretta) e andando al di là del troppo ristretto e non abbastanza attrezzato cerchio dei consiglieri del Presidente del Consiglio.

Pubblicato AGL domenica 31 agosto 2014

#Checkpoint Renzi, le riforme e la situazione economica europea

Intervista rilasciata il 14 Agosto 2014 a Checkpoint, rubrica di TgCom24.
Esiste un caso Italia?
Renzi ha incontrato Draghi e Napolitano: c’è un Renzi sotto tutela?
Renzi senza Berlusconi può fare le riforme che servono al Paese?
Art.18, totem e tabù: bisogna metterci mano?
Tagli: perchè non si riesce ad incidere, sono così forti le corporazioni?
Senato delle Regioni: è una buona riforma?
C’è autoritarismo in queste riforme?
E’ vero che se Renzi fallisce non ci sono alternative?
L’Italia è sotto attacco dei poteri forti?
Ha un futuro il Movimento cinque stelle?

https://www.youtube.com/watch?v=tPbRMIuoImQ&feature=youtu.be