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Riforme istituzionali, Pasquino: “È un sistema pasticciato, manca la visione d’insieme”

Il tempo

Non c’è il rischio di autoritarismo, ma potrebbe aprire varchi ai poteri forti”. Il politologo: “Renzi ha concepito la riforma come un suo trofeo, ma non è chiaro cosa voglia ottenere

Intervista di Giordano Locchi per IlTempo.it 8 agosto 2014

BOLOGNA Il clima è afoso, l’università è praticamente deserta. Ma il professor Gianfranco Pasquino siede nel suo studio al campus bolognese della Johns Hopkins, sede europea della Scuola di Studi internazionali avanzati della prestigiosa università americana e del suo Istituto di ricerca politica. La politica italiana, d’altronde, ancora non è andata in ferie. Palazzo Madama ha serrato i ranghi per arrivare al primo «sì» alla riforma del Senato in tempo per la pausa estiva. E il professore, politologo di fama internazionale, dopo 40 anni di attività accademica alle spalle, ancora si infervora, ancora si appassiona quando si tratta di commentare quello che succede a Roma, nei palazzi del potere. Non ha mai nascosto le sue simpatie a sinistra. Per il premier, però, ha altre parole. «L’insofferenza per le opinioni altrui è un bruttissimo segnale – dice – . Il tentativo di sfuggire al confronto è un sintomo di debolezza: se davvero si passasse a un esame condiviso delle idee, Renzi ne avrebbe poche da mettere sul tavolo. E non so fino a che punto saprebbe argomentarle. Va bene prendere decisioni, ma ci vuole una cultura politica di un certo peso per farlo in questo modo».

Attenzione Pasquino, così fa “il gufo-professore”…
«Guardi, ho tanti capelli ma non verrò relegato a recitare la parte del “parruccone”. Ho le mie opinioni, ma ho studiato e posso permettermi di dire che le mie idee si confrontano con la realtà. Cerco di vedere quello che succede negli altri Paesi, e di proporre qualche modesta soluzione per il nostro sistema politico».

Proprio per questo il presidente del Consiglio ce l’ha con gli opinionisti e i professori. Ha detto che bisogna smetterla col “discussionismo”…
«Mi piace il disprezzo per la cultura di Renzi perché mi ricorda il “culturame” di cui parlava Scelba. Il governo sostiene che il dibattito sulla riforma costituzionale è durato mesi. Considerando i ritmi con cui si riunisce la commissione Affari costituzionali e le elezioni nel mezzo, non mi pare che ci sia stata questa discussione estenuante. Ma il problema non è la fretta…»

E quale?
«Il problema è il contenuto della riforma. È un testo importante che punta a superare il bicameralismo paritario (non chiamiamolo “perfetto”, perché funziona malissimo): una scelta possibile, forse necessaria. Ma è sbagliato pensare che un risultato di questo tipo sia un trofeo per il governo. Renzi alzerà in alto la sua coppa, e poi dovremo chiedergli cosa fare di questo -0,2% di Pil…»

Non crede che il nuovo Senato potrà aiutare il sistema politico a funzionare meglio?
«È difficile dirlo. Da un punto di vista scientifico, delle riforme non possiamo mai prevedere in anticipo tutte le conseguenze. Prima di pensare al risultato, però, si doveva pensare con più esattezza a cosa si voleva ottenere. Non è affatto chiaro».

Renzi è sicuro del risultato perché ha i voti in Parlamento. Il nuovo incontro con Berlusconi a Palazzo Chigi non ha lasciato molti dubbi a questo proposito. Perché il Cavaliere è così generoso con il premier?
«Berlusconi ha bisogno di una legge elettorale che gli consenta di essere il secondo, se non il primo; di riunire sotto le sue braccia le membra sparse del centrodestra; di nominare i parlamentari perché possano dipendere da lui. C’è un problema di età: questa sfida la deve vincere adesso. E il doppio turno gli è congeniale. Non aspetta altro che gettarsi in una nuova campagna elettorale, dove è il più bravo. A differenza della sinistra, nel ballottaggio farebbe scintille».

E Renzi?
«Il suo vuole essere una sorta di atto di indipendenza e di anticonformismo, uno schiaffo a chi diceva “mai con Berlusconi”. È vero che FI offre i suoi voti, ma chissà se sarà sempre di parola. Renzi non deve dimenticarsi che lui dipende soprattutto da Alfano».

E non le sembra che l’asse Renzi-Berlusconi agisca proprio come forma di ricatto nei confronti dei piccoli partiti? In fondo se le soglie verranno abbassate, i “cespugli” lo dovranno ai due grandi leader…
«Io credo che Renzi avrebbe dovuto prima confrontarsi con la sua maggioranza, e solo dopo con Forza Italia. Il resto fa parte della tattica; appartiene all’audacia, ma anche alla superficialità del premier. La verità è che l’Italicum è stato ritagliato per garantire potere proprio ai leader dei due partiti maggiori dei due schieramenti».

L’Italicum, però, contiene il doppio turno. Una misura che voi politologi chiedete da anni.
«È la posizione ufficiale della Società italiana di Scienza politica e io la confermo. Il 90% dei docenti ha votato per il doppio turno. Questa legge però è figlia del professor D’Alimonte, che secondo me ha guardato più agli interessi di Renzi che alle indicazioni della comunità scientifica».

Cosa c’è che non va?
«Io critico il disegno complessivo. Un sistema politico è un insieme di elementi che si tengono insieme. Se si toglie da una parte (se si elimina il Senato elettivo), occorre riequilibrare dall’altra (la legge elettorale). I due passaggi dovevano andare di pari passo. La stessa cosa accade per l’elezione del Capo dello Stato, perché i nuovi 100 senatori cambiano la platea elettiva per il Quirinale. Quale Repubblica vogliono? Manca una visione d’insieme».

Esiste un pericolo di autoritarismo?
«No, non credo. È solo un sistema pasticciato, non autoritario. Ma proprio perché la riforma istituzionale manca di una logica complessiva, potrebbe aprire varchi ai poteri forti».

E Grillo, invece, non le pare in difficoltà?
«Forse la riforma del Senato lo ha messo un po’ in difficoltà nel contestare il dato indiscutibile che numerosi senatori lasceranno la poltrona. Anche dal punto di vista della comunicazione, ci sono molte espressioni renziane che vanno a pescare nell’immaginario grillino. Ma il Movimento 5 Stelle è un partito antisistema. E in Italia c’è una fetta di elettorato che è di per sé antisistema. Se i 5 Stelle continuano a contestare la casta, manterranno un 21-22% di consensi. Sul territorio hanno tutte le possibilità di radicarsi. E a quel punto, nel nuovo Senato “delle Autonomie”, potranno contare su una buona rappresentanza».

Giordano Locchi

Un patto contro gli elettori

Sembra che il vero punto unificante del patto del Nazareno fra Renzi e Berlusconi, stilato a gennaio e confermato ieri, consista nel ridimensionamento del potere degli elettori italiani. Il Senato non sarà più elettivo. La sua composizione sarà determinata dai consigli regionali, vale a dire, dai partiti colà rappresentati, certamente, come rivelano i troppi scandali degli ultimi anni, non la migliore delle classi politiche. I nuovi senatori faranno riferimento a chi li ha nominati, non ai cittadini delle rispettive regioni. Aumenteranno le firme per chiedere i referendum abrogativi, da 500 mila a 800 mila, ma anche per esercitare l’iniziativa legislativa popolare, moltiplicate per cinque: da 50 mila a 250 mila firme. Quanto alla legge elettorale, il vero snodo nei rapporti fra gli elettori, i deputati e il governo, sembra che nel migliore dei casi, Renzi e Berlusconi siano disposti ad ammorbidire le soglie per l’accesso al Parlamento, consentendo anche a partiti relativamente piccoli di ottenere seggi, in special modo se si alleano con il Partito Democratico oppure con Forza Italia, ma finora netto è il loro “no” alle preferenze. La motivazione non è detta, ma chiara: perché, da un lato, raccogliendo preferenze, i candidati riuscirebbero a dimostrare di avere un consenso politico personale; dall’altro, una volta eletti grazie alle proprie forze, non sarebbero malleabili dai loro capi partito e pretenderebbero di decidere come votare, magari, addirittura, facendosi portatori delle esigenze, delle preferenze dei loro elettori.

Ecco, il punto: “no”, quindi, alle preferenze che, con il soccorso di alcuni professoroni non soltanto costituzionalisti, costituirebbero “un’anomalia tutta italiana”, espressione di voto di scambio, tramite dei voleri delle lobby, portatrici di corruzione. Non importa che siano tutti fenomeni raramente provati e, in alcune aree del paese, inesistenti. Importa che, in assenza del voto di preferenza, il potere di nominare i parlamentari rimarrà solidamente nelle mani del declinante Berlusconi e dell’ascendente Renzi. Naturalmente, per riportare agli elettori il potere di scegliere i parlamentari sarebbe sufficiente e molto “democratico” introdurre i collegi uninominali nei quali chi vince cercherà poi di rappresentare tutti gli elettori con l’obiettivo di essere rieletto. In tre quarti delle democrazie europee, variamente congegnata, è garantita agli elettori la possibilità di esprimere una o più preferenze nell’ambito della lista di candidature presentata dal partito prescelto. L’elenco è molto lungo. Riguarda, con poche differenze pratiche, tutti i paesi scandinavi: Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia (incidentalmente, sono i sistemi politici nei quali c’è meno corruzione in assoluto). L’elenco contiene anche le nuove democrazie dell’Estonia, della Lettonia, della Lituania e della Polonia e vecchie democrazie come Belgio Lussemburgo, Olanda.

Fra le ventotto democrazie occidentali prese in considerazione (nell’analisi del mio allievo Marco Valbruzzi), ventitré concedono ai loro elettorati la possibilità di intervenire in maniera incisiva, in collegi uninominali oppure esprimendo un voto o più di preferenza, sulla scelta del o dei candidati che andranno a rappresentarli in Parlamento. Dunque, il voto di preferenza, sul quale in Italia si tenne anche un referendum popolare nel giugno del 1991, non costituisce affatto “un’anomalia tutta italiana”. Al contrario, l’Italia si trova adesso nella compagnia di una minoranza di Stati che hanno liste bloccate: Bulgaria, Croazia, Portogallo, Romania, Spagna. Non è il caso di andare a valutare il grado di soddisfazione dei cittadini di quei sistemi politici sul funzionamento delle loro democrazie. Sappiamo che gli italiani sono fra i più insoddisfatti ed è davvero azzardato pensare che la nomina dei parlamentari ad opera dei capi dei partiti non sia una delle motivazioni dell’elevata insoddisfazione. Non sarà il voto di preferenza a salvarci, ma avendolo e utilizzandolo gli elettori sarebbero almeno consapevoli che il miglioramento della politica dipende anche da chi votano.

Pubblicato AGL 7 agosto 2014

Liste bloccate? ma mi faccia il piacere!

Il voto di preferenza è, come sostengono alcuni professoroni non soltanto costituzionalisti, “un’anomalia tutta italiana”?

Sbagliato!

Come dimostra chiaramente la tabella preparata dal mio allievo Marco Valbruzzi, soltanto quattro paesi su ventuno condividono quella che non è “un’anomalia”, ma una scelta politicamente e elettoralmente rilevante.

Per non consegnare i prossimi parlamentari nelle mani di Renzi e di Berlusconi, la battaglia per almeno una preferenza è cosa buona e giusta.

clicca sulla tabella per espanderla

tabella Valbruzzi

Se escludiamo i casi in cui la “rappresentanza personale” deriva dal collegio uninominale (Francia, Regno Unito, in parte Germania e Ungheria) o dal ricorso al Voto Singolo Trasferibile (Irlanda e Malta), i paesi che restano fuori, a far compagnia all’Italia, sono: Spagna, Portogallo, Romania, Bulgaria e Croazia.

Vi faccio la sintesi del discorso di Renzi in #DirezionePD

FQ
“sintesi” del discorso di Matteo Renzi alla Direzione del Partito Democratico, 31 luglio 2014

La situazione non è strepitosa, ma, Stefano, Marianna, Luca, Francesca, voi siete bravissimi. Ringrazio anche i senatori che si preparano eroicamente a fare i tacchini. Il treno delle riforme va come una lumaca, ma con l’espediente del canguro lo cambieremo quel Senato. Immagino già i salti di gioia degli Europei a fine agosto quando, ma anche no, gli offriremo su un piatto d’argento la testa di 215 senatori. Sarà una spinta fortissima per l’economia italiana che non ha bisogno di nessun Cottarelli. Le spese le tagliamo noi, vero, Pier Carlo?

Abbiamo avuto il 41 per cento e non c’è esperto che tenga di fronte a un tal consenso popolare. Magari, cambieremo anche la legge elettorale (voce dal fondo: ma non era intoccabile? allora non era neanche perfetta). Datemi un mandato a parlarne con Berlusconi. Ah, Giachetti si sente spiazzato? Peggio per lui, dovrebbe averlo capito che io sono un’anguilla. Non mi formalizzo se la riscriviamo da capo a fondo, tranne il premio di maggioranza che, mica son bischero, mi serve anche a mettere a posto, cioé a lasciare a casa, quelli di Sel. Neanche il testo che uscirà dal Senato assomiglia a quello che Maria Elena aveva portato. A me basta dire che, dopo trent’anni di dibattiti, noi le riforme le facciamo (voce dal fondo: ma la legge elettorale è cambiata già due volte negli ultimi vent’anni; e il Titolo V l’ha riformato proprio il centro-sinistra; non erano riforme? non erano riformatori?).

Non vedete come sono rilassato. La poltrona me l’avete data e me la tengo fino a quando vorrò. Appoltronati sono i Senatori che non vogliono perderla. Come, dite che Vannino Chiti ha vinto diverse elezioni senza aiutini e che di poltrone non ne ha bisogno? Ma è vero che Felice Casson non perderebbe granché tornando a fare il magistrato? Sì, mi ricordo che Massimo Muchetti è un giornalista professionista del “Corriere” e che Mineo è un pensionato Rai di lusso. Allora, non sono le poltrone che vogliono, ma, possibile?, hanno in mente una riforma del Senato migliore della mia? Fatemi parlare con Maria Elena.

Comunque, potete vedere che io sono assolutamente tranquillo. Colgo l’occasione per ringraziare i molti giornalisti che continuano a dire e a scrivere “settimana decisiva per le riforme”. Gliene daremo almeno un’altra decina di settimane decisive e, poi, anche se non lo vogliono, daremo loro un bel referendum. Ah, dite che non sanno neanche di che cosa parlano quando analizzano le riforme. Non sono mica gli unici. Questo è il paese che amo, queste sono le giornaliste che apprezzo. Suona la campanella. La Direzione (la ricreazione) è finita.

Pubblicato su Futuroquotidiano.com il 2 agosto 2014

Rimandati a settembre

Viviamo in un mondo difficile. Ci sono brutte guerre in diverse aree, la più pericolosa è quella fra Israele e Hamas. Proliferano anche intrattabili guerre civili: dall’Ucraina alla Libia, dalla Siria all’Iraq. Qualcuno critica “il silenzio dell’Europa”, ma certamente non è possibile sostenere che “le parole dell’ONU” si stiano dimostrando utili a porre fine alla guerra in Palestina né altrove. Nessuno Stato nel mondo islamico sa fare di meglio; anzi, spesso, quei governi autoritari e corrotti sono gran parte del problema. Ciò detto, quando il segretario di un partito italiano, il Partito Democratico, si avventura nella sua lunga relazione alla Direzione a parlare della politica e della guerra nel resto del mondo dovrebbe essere in grado di dare indicazioni precise e operative. Altrimenti la sua analisi diventa un diversivo dai temi spinosi che lo riguardano più direttamente. Questa è l’impressione che ho tratto guardandolo e ascoltandolo in streaming. I tiepidi applausi che hanno accolto la relazione di Matteo Renzi suggeriscono che il suo sogno di mezz’estate di produrre riforme incisive e decisive non sta traducendosi in realtà. Lo scarno e moscio dibattito successivo non ha fatto emergere proposte sensazionali.

Certo, la riforma del Senato va avanti con lentezza e con una pluralità di inconvenienti ai quali probabilmente porranno rimedio le doppie letture (ah, il pregio del bicameralismo!). Quanto all’Italicum, ovvero alla riforma della legge elettorale approvata in prima lettura alla Camera dei deputati, il segretario ha sostanzialmente chiesto e ottenuto una sorta di delega a ri-negoziarne il testo in alcuni punti cruciali. E’ un segnale a doppio taglio. Il lato positivo è che il segretario ha, seppur tardivamente, preso atto che, nella sua stesura attuale, l’Italicum non è una buona riforma; dunque, bisogna introdurvi correttivi anche profondi. Il lato negativo è che l’accordo su quali correttivi va cercato con Berlusconi che, dal canto suo, non sa esattamente, non che cosa vuole, ma che cosa gli conviene, tranne, è l’unico suo punto fermo, che gli preme continuare a nominare tutti i suoi parlamentari. Quindi, da Berlusconi verrà un no alle preferenze e, a maggior ragione, un no ai collegi uninominali. Il negoziato con Berlusconi si blocca lì dove, forse, Renzi riuscirebbe a incontrare le richieste e le aspettative del Movimento Cinque Stelle e, se intende abbassare le soglie di accesso al Parlamento (ovvero, prossimamente, alla sola Camera dei deputati), anche quelle di Sinistra Ecologia Libertà. Dall’alto del 40,8 per cento dei voti “europei”, il PD di Renzi annuncia che con il partito di Vendola rimangono le alleanze politiche già in esistenza, ma che nelle prossime elezioni amministrative (e più tardi politiche)il PD è convinto che, anche senza alleanze, otterrà ottimi risultati. Addirittura, Renzi sostiene che l’ostruzionismo parlamentare sta facendo gradualmente, ma inesorabilmente crescere la percentuale dei voti per il PD.

Un conto sono le cose, belle e meno belle, sul piano nazionale e sulle riforme istituzionali, ma dall’Unione Europea non smettono di guardare e di monitorare i comportamenti dei governanti italiani. Probabilmente, le parole dure di Renzi nei confronti dei tecnici, dei tecnocrati e, in buona sostanza, di Cottarelli, che ha il compito di ridurre e tagliare le spese degli apparati dello Stato, non saranno piaciute né ai Commissari europei né agli esperti dei governi dell’UE. Nessuno può credere che sono state le politiche dell’Unione Europea a creare disoccupazione in Italia e a ingrassare il nostro ingente debito pubblico. L’Unione Europea non può essere un capro espiatorio della cattiva condotta nazionale, ma neanche possiede la bacchetta magica per risolvere i problemi di nessun Stato-membro. I famosi “compiti a casa”, adesso certamente da intendersi come “compiti delle vacanze”, è assolutamente necessario farli. Chiamandoli spesso per nome di battesimo, Renzi ha lodato i suoi compagni di classe, vale a dire, i suoi ministri. Però, alla luce dei risultati finora conseguiti, tutta la classe deve ritenersi rimandata a settembre.

Pubblicato AGL 1 agosto 2014

Scontento a cinque stelle

mondoperaio
dal mensile mondoperaio n 7/8 luglio/agosto 2014
Nelle elezioni europee del 25 maggio 2014 il Movimento Cinque Stelle ha perso circa due milioni e mezzo di voti rispetto a quelli ottenuti nelle elezioni politiche del febbraio 2013. Tirare in ballo la diminuita percentuale di votanti non cambia la sostanza. Infatti, nel migliore dei casi significa che una parte rilevante degli elettori del 2013 del Movimento hanno deciso di astenersi, vale a dire di non ripetere il loro voto di poco più di un anno prima. I voti contano e si debbono contare. Peraltro, sappiamo che, se il Movimento non fosse stato presente sulla scheda nel febbraio di un anno fa, una percentuale non marginale di elettori non sarebbe andata alle urne. Quindi, il loro “non ritorno”, nonostante l’esistenza di un’offerta politica a Cinque Stelle abbondantemente pubblicizzata, ha un chiaro significato politico. Per quanto fin troppo facili esistono due spiegazioni essenziali per la perdita di voti da parte del Movimento. La prima è che, dagli ex-elettori delle Cinque Stelle come da molti altri italiani, le elezioni europee sono considerate molto meno importanti delle elezioni politiche. Tuttavia, nel caso del Movimento, la violenta campagna di Grillo contro l’Unione Europea e la sua sfida agli altri partiti, in particolare, il PD, superato il quale di un solo voto, il Movimento avrebbe chiesto elezioni anticipate per mandare tutti (il Presidente Napolitano compreso) a casa, avrebbe dovuto mobilitare gli elettori “contro”. La seconda spiegazione è che nel Parlamento italiano e nella società, addirittura nei mass media che, pure, hanno dato enorme e abnorme spazio a qualsiasi elucubrazione, meglio se contorta e assurda, dei grillini, si è diffusa la sensazione che finora i deputati e i senatori delle Cinque Stelle abbiano offerto poca e mala rappresentanza degli interessi e delle preferenze dei loro elettori. Inevitabilmente, questa delusione si è tradotta in astensione. In altri tempi si sarebbe parlato di “voti in libera uscita”. A giudicare dalla percentuale di volatilità (volubilità) elettorale -quasi il 40 per cento degli elettori del febbraio 2013 aveva votato un partito differente rispetto alle elezioni precedenti-, siamo di fronte a una grande quantità di voti che sono in “libera circolazione”. Vanno, non dove li porta il cuore, ma dove li porta l’ira (e qualche volta l’ignoranza) nei confronti dei politici e della politica spoliticata. Quei voti, quegli elettori continueranno, ancora per qualche tempo, fintantoché il sistema dei partiti non si consoliderà in maniera decente, ad andare in giro fra le varie liste. Approderanno temporaneamente un po’ dappertutto, disposti a sperimentare qualsiasi “nuovo che avanza” (anche Matteo Renzi rientra in questa categoria), pronti a cambiare alle prime dolorose fitte provocate dall’ inadeguatezza degli eletti e dallo sconforto personale. Non mancherà nulla di tutto questo nei prossimi mille giorni, l’arco di tempo che, non più tarantolato dalla velocità giovanil-futurista, si è dato il Primo Ministro Renzi.

Naturalmente, i grillini, fra i quali metto un po’ di tutto: Grillo e Casaleggio, i parlamentari, gli attivisti e gli elettori, molti redattori e lettori del “Fatto Quotidiano”, qualche giornalista de “la Repubblica” e del “Corriere della Sera”, esultano per la conquista di Livorno, e ne hanno buone ragioni. Il doppio turno, ballottaggio oppure aperto, consegna agli elettori notevole potere. Prima a Parma poi a Livorno ne hanno fatto ottimo uso. Però, insieme a grandi opportunità, il doppio turno comporta altrettanta incertezza. Eh, no, l’incertezza non è quello che desiderano i grillini (ma non la vogliono neppure Berlusconi e neppure Renzi) che hanno prodotto, non sappiamo su quale base, con quali riferimenti, utilizzando quali testi e quali esperienze (però, non dovrei fare queste domande, imbarazzanti anche per la Ministra Boschi e per i suoi referenti), una proposta di legge elettorale sostanzialmente proporzionale con qualche ammennicolo per dare e per togliere preferenze ai candidati. Non importa entrare nei particolari salvo rilevare che tutte le leggi elettorali proporzionali contengono tre elementi. Primo, sono, per così dire, difensive. Impediscono a qualsiasi partito di vincere molto (e, comunque, attutiscono l’avanzata anche di chi cresce); consentono a chi perde di perdere poco; facilitano ad entrambi la scelta di non rischiare. Insomma, sono del tutto estranee alla logica dei sistemi elettorali maggioritari: winner takes all (che significa tutto il potere politico-decisionale, fatta salva l’autonomia delle istituzioni non governative, non tutta la roba, tutte le cariche, tutta la comunicazione politica). Con i sistemi proporzionali chi vince prende abbastanza (enough) potere, il resto se lo deve conquistare con proposte e accordi. Dunque, dalla loro preferenza per una legge elettorale proporzionale dobbiamo desumere che Grillo e gli attivisti del Movimento hanno silenziosamente messo da parte la loro smodata (sproporzionata!) ambizione, anche soltanto propagandistica, di diventare il partito di maggioranza assoluta. Vogliono tutelarsi per il futuro cosicché la loro proposta di proporzionale serve soprattutto, forse esclusivamente, a questo obiettivo. Il secondo elemento che tutte le leggi elettorali proporzionali contengono è una netta, forte, sostanzialmente irresistibile, spinta alla formazione di governi di coalizione. Anche con questo riferimento potremmo, dunque, interrogarci se Grillo e Casaleggio non abbiano finalmente deciso di fare politica, ovvero di passare dal “rumore e dal furore che non significano nulla ” (di politicamente rilevante) a esibire un po’ di “metodo nella follia” (tutta farina di Shakespeare).

La richiesta di incontro con il Partito Democratico, tardiva, ma non fuori tempo massimo deve, però, essere eletta anche come un segnale di debolezza. Qualcuno fra i parlamentari e gli attivisti ha capito, quindici mesi di irrilevanza hanno portato qualche consiglio, che con il Partito Democratico, se non lo si sorpassa e distrugge, bisognerà negoziare. Quanto abbiano ottenuto o otterranno non è possibile stabilire al momento. Al massimo è possibile dire che hanno creato un precedente e che i passi successivi potranno essere più facili, magari anche più produttivi.

Il problema dei grillini, i quali, finora, non hanno, fatta salva qualche distorsione del dibattito politico, contato quasi niente, è soltanto come uscire dal non splendido isolamento? Poco meno di una ventina di deputati e senatori hanno già votato con i piedi. Se ne sono andati dai loro gruppi parlamentari, inutilmente inseguiti dagli insulti di alcuni colleghi e dei sempre connessi sul web (ma totalmente sconnessi dalla politica). In verità, si direbbe che Grillo e Casaleggio non abbiano la minima idea di come entrare in gioco. Galleggiano a tentoni, adesso con la legge elettorale, prossimamente con qualsiasi incidente di percorso che la politica italiana offrirà e che il governo, in particolare, alcuni ministri/e incompetenti, riusciranno a provocare. Non tutti quegli incidenti e non sempre potranno essere risolti dal Presidente della Repubblica. Qui entrano in gioco alcuni fattori strutturali che l’effervescenza della politica italiana fa troppo spesso dimenticare ai commentatori e agli stessi politici. Il primo fattore strutturale è rappresentato dal declino di Berlusconi e dalla frammentazione del centro-destra.

Incapace di affrontare il problema fisiologico della sua successione, ma tuttora capace, grazie anche ai suoi pretoriani (il cerchio magico del risotto di Arcore), di impedire il ricorso a qualsiasi procedura anche vagamente democratica, Berlusconi sta trascinando a fondo Forza Italia e l’intero centro-destra. Parte consistente degli elettori cosiddetti moderati semplicemente non gli crede più, ma non pochi di quegli elettori, per il momento a livello locale, fanno qualche convergenza strategica sui candidati delle Cinque Stelle (da Parma alla citata Livorno). Lo sfaldamento del centro-destra spalanca praterie nelle quali anche le Cinque Stelle potranno fare incursioni. Il secondo fattore strutturale lo esprimo facendo ricorso a un detto inglese e capovolgendolo. Poiché nulla ha successo come il successo (nothing succeeds like success), allora la mancanza di successo produce altri insuccessi. Per di più, essendo il Movimento Cinque Stelle assolutamente personalistico, se il suo leader non s’inventa qualcosa di nuovo e di efficace, il declino, lento, oppure drastico, a seconda delle circostanze, è assicurato. Anche i migliori dei giullari perdono la verve, diventano ripetitivi e vedono le loro energie fisiche (e mentali) deperire. Il Movimento da loro creato, alimentato, ma mai consolidato, rischia lo sfaldamento oppure, non so se dire nel migliore o nel peggiore dei casi, finisce per diventare un partitino panda eventualmente protetto dalla proporzionale. Nessun giullare ha eredi designati/bili alla sua altezza. Non basteranno né i meet-up né le consultazioni on-line a risolvere il problema della leadership del Movimento Cinque Stelle.

Il terzo fattore davvero strutturale è rappresentato dalle eventuali, ma probabili perché promesse, dimissioni di Napolitano. La clausola che attiverà le dimissioni del Presidente è quella delle riforme fatte, in special modo la riforma elettorale. Paradossalmente, Grillo dovrebbe contribuire all’approvazione della riforma elettorale sperando di inserirsi nell’elezione presidenziale prossima ventura, magari con esito migliore di quella dell’aprile 2013. Naturalmente, imparata la lezione, potrebbe farlo andando a una discussione preventiva delle candidature presidenziali, non soltanto con gli attivisti, ma, soprattutto, con quello che è il gruppo parlamentare più grande, ovvero il Partito Democratico.

Senza esagerare nell’attribuire raffinata consapevolezza politica ai grillini e ai loro capi, ma neppure al circolo giovanilistico giunto alla guida, pardon, al comando del Partito Democratico, entrambe dovrebbero sapere che si stanno giocando due partite. La prima è quella, classica in Italia e molto nota, dell’esercizio dei poteri di ricatto, di condizionamento, di intimidazione. Grillo sente che questa partita la sta perdendo, ma non sa quali sono i costi del giocare fino in fondo la partita della coalizione che comincia con la dimostrazione di disponibilità. La seconda partita molto più importante e molto più difficile per tutti (meno che, al momento, per Renzi), è quella della ristrutturazione del sistema partitico e della competizione politica. Il termine che gli italiani utilizzano per la seconda partita è bipolarismo. Se Grillo si chiama fuori, e chiama fuori i suoi cacciando fuori i dissenzienti, il rischio è che le grandi intese continuino stancamente riproducendosi a scapito di scelte politiche limpide, responsabilizzate, valutabili dagli elettori. Se Grillo mette i piedi nel recinto della politica competitiva, il suo movimento rischia, proprio così, un ruolo, più incisivo dell’attuale, ma inevitabilmente subordinato al 40,8 per cento del Renzi vittorioso. Aspettare tutta la legislatura per scegliere e agire di conseguenza non si può. Scelta e non scelta annunciano l’ arrivo dell’inverno dello scontento di molti grillini.

copertina mondoperaio maggio

Damocle senza spada

l'Unità
Il testo di riforma del Senato che pone fine al bicameralismo italiano paritario (per carità, si smetta di definirlo “perfetto”) è sicuramente perfezionabile. Appunto. Mi limito ad un paio di piccole osservazioni e ad un’osservazione più importante. I cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica (in base a quali criteri?) per sette anni (affinché, presumo, ogni Presidente goda di questo privilegio) c’entrano come i cavoli a merenda se il Senato deve diventare camera di rappresentanza delle autonomie. Seconda osservazione: anche i sindaci, in qualsiasi modo saranno selezionati, hanno pochissimo a che fare la logica delle autonomie, peraltro malintesa anche se, fortunatamente, il prossimo Senato seppellirà il discorso sul federalismo degli opportunisti (i leghisti e tutti coloro che per più di un decennio li hanno inseguiti lungo una strada che non portava da nessuna parte). L’osservazione a mio vedere più importante riguarda il potere e il prestigio di una camera di second’ordine, pardon, di elezione indiretta, alquanto pasticciata nel testo (nient’affatto modellato sul virtuoso Bundesrat) che sarà in aula lunedì.

   Passata la, probabilmente non elevata, eccitazione di farne parte per la prima volta, i neo-senatori si chiederanno che senso ha il loro doppio lavoro (dopolavoro?), rivendicheranno poteri, cercheranno di farsi valere nei confronti di quanto viene fatto dalla Camera dei troppi deputati. Alcuni di loro si adopereranno con voti, azioni e omissioni per essere ri-selezionati dai capi dei partiti regionali. Dopodiché: altro che assenza di vincolo di mandato! Dalla discussione nell’aula del Senato che c’è vedremo se l’esistente assenza di vincolo di mandato informa i comportamenti dei senatori, che non sono né gufi né cinesi di qualsiasi dinastia e che non possono mai, ma proprio mai, essere richiamati ad una ferrea disciplina di partito che non può assolutamente essere imposta in materia di riforme costituzionali. Due letture delle due camere saranno lunghe e, si spera, feconde, senza ultimatum privi di senso e di prospettive. Temo che urgenze e scomuniche traggano cattivo alimento dall’inquietante partenza della riforma sia della legge elettorale sia del Senato.

   A volte sembra che quello che conta, come si affannano a spiegarci troppi commentatori che non se ne intendono, è se il patto del Nazareno tiene piuttosto che se le riforme sono buone, funzioneranno, non produrranno squilibri, ma semplificazioni controllabili, verificabili, migliorabili. Ancora più inquietanti sono i messaggi non tanto subliminali che vengono dai collaboratori del principale contraente del patto con il non ancora Presidente del Consiglio Renzi. Come contropartita, non esplicitamente richiesta, del suo operare da genitore delle riforme (“padre della patria” mi sembra un tantino esagerato)per il paese che ama, Berlusconi si attende una qualche forma di salvacondotto o grazia o indulto. Sono vago come le sue non formulate richieste che qualcuno, sicuramente “demonizzatore”, ardirebbe definire impunità. Il passare del tempo e, forse, il cumularsi di sentenze a lui sfavorevoli consentono ai suoi consiglieri e al suo Giornale di ventilare il ritrarsi di Berlusconi dal patto del Nazareno se non ne scaturirà qualcosa di positivo per lui.

   Quel patto non diventerà comunque, né per Renzi né per coloro che vogliono le riforme, un patto di Damocle poiché la spada berlusconiana è quasi priva della forza che soltanto gli elettori, declinanti, potrebbero conferirgli. Bruttissima, però, rimane, se non la prassi, la supposizione che il patto contempli uno scambio: accettazione delle riforme (in particolare della proposta di riforma elettorale che è la più simile alla legge da lui voluta nel 2005) in cambio di  interventi incisivi, decisivi a suo favore, sulla giustizia, meglio sui giudici (i quali, dal canto loro, stanno facendo del loro meglio per buttarsi discredito l’uno contro l’altro, in qua e in là). Tutto alquanto deplorevole.

Pubblicato su l’Unità domenica 13 luglio 2014

Riforme e più potere agli elettori

Il testo della riforma del Senato, considerevolmente cambiato rispetto a quello presentato dal governo, indica che il dibattito e le critiche servono ad apportare miglioramenti. Anche la legge elettorale approvata alla Camera dei deputati dovrebbe essere cambiata in molti punti. Il governo recalcitra richiamandosi al patto del Nazareno fra Renzi e Berlusconi, ma sembra che neppure il leader di Forza Italia sia pienamente soddisfatto della stesura attuale. E’ improbabile che si riesca a ricominciare da capo anche se la riforma elettorale è alquanto brutta, molto bizantina e dà pochissimo potere agli elettori. Il fatto nuovo è rappresentato dall’esistenza di un progetto di riforma, piuttosto tardivo, formulato dal Movimento Cinque Stelle che desidera discuterne con il PD (e con il Ministro delle Riforme). D’impianto totalmente proporzionale, il progetto delle Cinque Stelle non è recepibile. Però, da un lato, suggerisce che il Movimento ha deciso di entrare nella logica della politica che richiede trovare alleati per fare approvare le proprie proposte. Dall’altro, potrebbe essere utilizzato per cambiare alcuni aspetti nient’affatto marginali della riforma elettorale governativa.

La motivazione di tutti gli emendamenti deve essere quella di dare più potere agli elettori. Il primo elemento da riformare è il più semplice. Già variamente richiesta alla Camera e contenuta nel progetto delle Cinque Stelle, l’introduzione di una preferenza per ovviare alla bruttura partitocratica delle liste bloccate, che l’elettore può solo ingoiare, merita di essere accettata, magari ricordandosi che milioni d’italiani aprirono la strada della riforma elettorale approvando la preferenza unica nel referendum del 9 giugno 1991. Il secondo elemento, appena meno importante, è direttamente conseguente: abolizione della possibilità di candidature multiple che garantiscono l’elezione a qualcuno, ma ingannano l’elettore che si troverebbe a votare un candidato che poi sceglie un altro collegio. Il terzo ritocco, molto espressivo, consiste nella formulazione di un’unica soglia di sbarramento per l’accesso al Parlamento (direi, come in Germania, 5 per cento), non, come nel progetto, tre soglie cervellotiche e prive di giustificazioni plausibili. Soltanto i partiti che superano il 5 per cento su scala nazionale, non importa se si coalizzano oppure no, entrano alla Camera dei deputati. Gli altri, se vogliono, ci proveranno la prossima volta.

Infine, il ritocco più importante, davvero qualificante riguarda l’attribuzione del premio di maggioranza. La percentuale alla quale si ottiene il cospicuo premio di maggioranza in seggi, che consente al vincitore di governare, è stata, dopo qualche tentennamento rivelatore, fissata al 37 per cento dei voti espressi. L’impennata europea del Partito Democratico di Renzi che lo ha portato al 40,8 per cento sembra preoccupare gli altri contendenti. Le Cinque Stelle da sole non ci arriveranno mai, ma neppure Forza Italia, senza scontare la grande capacità di Berlusconi di aggregare alleati, può sperare di ritornare ad essere competitiva. Tuttavia, la soluzione non è, come si dice, alzare l’asticella, anche perché le leggi elettorali non debbono né essere formulate né essere cambiate con riferimento a tornaconti immediati e/o prevedibili che fortunatamente l’elettore spesso scompagina. In linea con il precetto democratico di dare più potere agli elettori esiste una bella soluzione facilmente praticabile. Saranno gli elettori stessi ad attribuire il premio di maggioranza in un ballottaggio fra i due partiti oppure le due coalizioni più votate al primo turno. Questa modalità incoraggerà anche gli elettori il cui partito preferito non si trova fra i primi due a tornare alle urne per scegliere, visti i leader rimasti in lizza e valutati i loro programmi, a chi vogliono attribuire quel premio in seggi che consentirà a chi vince di governare con un’ampia maggioranza parlamentare. E sarà meglio per tutti.

Pubblicato Agl 25 giugno 2014

Mario Mauro cacciato per puntellare le riforme di Napolitano

Il sussidiario

Intervista di Pietro Vernizzi pubblicata su il sussidiario.net  mercoledì  11 giugno 2014

 

IL CASO/ Pasquino: Renzi ha cacciato Mauro per puntellare le riforme di Napolitano

“Non potevo mancare visto il temporaneo prolungamento del mio mandato che cerco di esercitare, nei limiti del possibile, fermamente e rigorosamente nell’interesse del Paese”. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione dei premi David di Donatello in Quirinale. Il capo dello Stato ha aggiunto: “L’interesse generale del Paese suggerisce cambiamenti e riforme in molti campi, anche in quello istituzionale”. Il presidente della Repubblica è dunque tornato a sollecitare le riforme. Si tratta di capire che cosa è mutato, nel frattempo, nello scenario politico. Ne abbiamo parlato con Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica nell’Università di Bologna.

 

Che cosa vuol dire il segnale di Napolitano ai partiti, proprio quando dopo le Europee le riforme sembrano allontanarsi?

Proprio perché sembrano allontanarsi, Napolitano ricorda che le riforme andrebbero comunque fatte entro tempi decenti. Anche perché probabilmente Napolitano non ha intenzione di rimanere ancora per molto tempo al suo posto.

 

In questo momento qual è l’interesse di Renzi? Fare le riforme o no?

L’interesse di Renzi è approvare le riforme, purché siano fatte bene. Occorre quindi una pausa di riflessione, in quanto la riforma del Senato così com’è non v a bene. La riforma della legge elettorale è stata pensata in un sistema politico e partitico diverso, che dopo le elezioni europee è cambiato. La riforma elettorale non va comunque pensata con riferimento a interessi di corto periodo, in quanto al centro dovrebbe avere il fatto di dare più potere agli elettori. Mentre così come l’hanno congegnata Renzi e Berlusconi, sembra avere come obiettivo il fatto di mantenere al potere i due grandi partiti, Pd e Forza Italia. Il primo è diventato un po’ più grande, il secondo un po’ più piccolo, e a questo punto gli interessi dei due partiti divergono.

 

L’esito dei ballottaggi delle amministrative deve preoccupare Renzi?

No, il segretario del Pd non deve essere preoccupato perché lui non ha fatto campagna elettorale né a Livorno, né a Padova (dove hanno vinto rispettivamente il Movimento 5 Stelle e il centrodestra, ndr). Uno dei suoi più stretti collaboratori, Giorgio Gori, ha comunque vinto a Bergamo. L’effetto-traino di Renzi del resto si è registrato alle Europee, che si sono svolte su tutto il territorio nazionale, mentre alle amministrative al contrario contano molto i fattori locali.

 

Renzi può permettersi di mettere le riforme in agenda senza andare allo scontro?

Assolutamente sì. Renzi ora può mettere le riforme in agenda insieme a Scelta Civica e al Nuovo Centro Destra, che sono i partiti che fanno parte della coalizione di governo e che quindi avrebbero la maggioranza assoluta per approvarle. E’ con loro che deve discuterne, che poi Berlusconi ci sia o non ci sia è un fatto irrilevante e anche a Renzi non dovrebbe importare.

 

Qual è la vera potenzialità del 40% del Pd per le riforme di Renzi?

Non è una questione di numeri, ma di intelligenza e di adeguatezza delle riforme. Se il presidente del Consiglio attua delle buone riforme, l’intero Partito democratico lo seguirà. Nel frattempo ci sono le elezioni del nuovo presidente del Pd.

 

Per Renzi sarà un nuovo grattacapo?

Non necessariamente, credo che ci siano altre tre o quattro buone candidature, Renzi naturalmente ha una maggioranza solida nell’assemblea nazionale e quindi può decidere se vuole puntare a prendere tutto, e allora sosterrà un candidato che gli sia vicino, oppure se vuole essere generoso e scegliere una personalità a prescindere dal fatto che sia o meno renziana.

 

Lei ritiene che la favorita sia Paola De Micheli?

Paola De Micheli va benissimo: è una donna competente, capace, dotata di abilità politica e con un trascorso bersaniano che secondo me non è affatto da disprezzare.

 

Che cosa ne pensa dell’estromissione di Mario Mauro dalla commissione Affari costituzionali?

I gruppi parlamentari hanno il potere di sostituire i loro rappresentanti nelle varie commissioni. Noi possiamo non gradire le modalità con cui ciò avviene, ma resta il fatto che il potere spetta ai gruppi parlamentari. Questi ultimi designano e revocano, se poi c’è anche un obiettivo futuro lo vedremo. Dipenderà da come voterà Lucio Romano, colui che ha sostituito Mario Mauro.

 

Ma qual è il significato complessivo di questa operazione?

Il significato complessivo è che queste riforme preparate in fretta e furia da Renzi traballano, e quindi cercano di puntellarle non con l’intelligenza istituzionale, ma con un ricambio politico dei parlamentari che sono meno sensibili al richiamo del partito, e invece più sensibili al contenuto della riforma.

 

Pietro Vernizzi

Per fare bene niente fretta

l'Unità

Potrei cominciare dicendo che, se la riforma elettorale e la trasformazione del Senato erano impostate correttamente, l’esito elettorale, vale a dire il grande successo del Partito Democratico di Renzi, non cambia nulla. Al contrario, da un lato, potrebbe essere considerato un sostegno dato dai cittadini a quelle riforme, dall’altro, addirittura una loro forte spinta affinché vengano approvate rapidamente. Invece, penso che i cittadini italiani non abbiano votato avendo come motivazione prevalente quelle riforme e che il successo elettorale del PD di Renzi discenda dalla sua campagna elettorale e dalla, giusta, convinzione degli elettori che il Partito Democratico, da poco condotto da Renzi nel Partito del Socialismo Europeo, fosse, per l’appunto, il più europeista dei partiti italiani. Dunque, il partito da premiare contro gli euroscettici, gli anti-Euro e gli eurostupidi.

Coloro che oggi sostengono che le riforme di Renzi, in particolare quella della legge elettorale, debbono essere riscritte perché il quadro politico è cambiato danno ragione a quanti (fra i quali chi scrive) avevano sostenuto che quelle riforme servivano fondamentalmente gli interessi di Berlusconi e dello stesso Renzi. Invece, riforme delle regole (e delle istituzioni) del gioco che servono interessi particolaristici e di corto respiro non vanno mai fatti. Peraltro, non credo neppure che le riforme debbano essere fatte da tutti. Nessun potere di veto va concesso a chi prospera in un sistema politico arrugginito. La via di mezzo (in medio stat virtus) è quella delineata dal grande filosofo politico John Rawls: le riforme vanno formulate dietro un “velo di ignoranza”. Mi affretto ad aggiungere, primo, che in questa espressione non è implicito nessun complimento per gli ignoranti patentati i quali, in materia di regole, sono tanto numerosi quanto inconsapevoli e, secondo, che le simulazioni non strappano il velo d’ignoranza, ma sollevano il polverone della confusione.

Nel Parlamento italiano non sono cambiati i rapporti numerici fra partiti e gruppi. Continuerà, dunque, a essere necessaria una convergenza (non una grande indistinta ammucchiata) fra più gruppi su riforme che promettano la semplificazione dei procedimenti legislativi (riforma del Senato), maggiore incisività del voto degli elettori (anche in questo caso con l’individuazione di una legge semplice, non bizantina), migliore definizione dei livelli di governo. Nei tecnicismi non desidero entrare. Quindi, mi limito ad affermare che nessuna legge elettorale prossima ventura deve basarsi né sulla aspettativa di un grande balzo in avanti del PD alle prossime politiche (pure possibile e, a scanso, di equivoci, anche auspicabile) né sulle necessità del centro-destra né sulle prospettive di coalizioni prossime venture.

Il consenso “europeo” del Partito Democratico lascia intravedere un futuro da partito dominante che, incidentalmente, è, secondo me, l’unico elemento che consenta una limitata comparazione con la Democrazia Cristiana. La riforma elettorale non deve né riflettere questa situazione né prefiggersi di consolidarla. Deve, invece, garantire quella competitività indispensabile affinché l’elettorato senta il desiderio di andare alle urne. Deve, inoltre, contenere disposizioni che incoraggino il centro-destra, se non è ostaggio degli interessi di un leader, a ristrutturarsi. Deve, infine, dare ragionevoli garanzie che si formi un governo operativo che trovi qualche contrappeso alla sua azione.

Ricominciare tutto daccapo? Neanche se il governo procedesse a una revisione approfondita della sua brutta e bizantina proposta elettorale si tornerebbe davvero daccapo. Infatti, nel corso del tempo molti sono riusciti a vederne i difetti e alcuni ne hanno prospettato non disprezzabili rimedi. Riflettere in maniera sistemica sul rapporto fra legge elettorale per la Camera e ruolo del Senato non è necessariamente perdere tempo. D’altronde, l’esito delle elezioni europee significa anche che sia il PD sia il governo hanno guadagnato anche il tempo per consentire al Parlamento un’analisi approfondita delle riforme. Per fare bene non c’è nessun bisogno di fare in fretta e furia.

Pubblicato mercoledì 4 maggio 2014