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L’opposizione e suoi doveri

Per chi ha passato la maggior parte della sua vita parlamentare al governo del paese ovvero sostenendo il governo del suo partito, collocarsi all’opposizione è uno scivolamento doloroso. Purtroppo, sembra che i novanta giorni trascorsi dal 4 marzo non sono stati sufficienti a elaborare il lutto. Berlusconi non sarà un’opposizione molto agguerrita contro quello che definisce un governo pauperista e giustizialista. Non potrà tagliare i ponti con Salvini anche perché soltanto mantenendo le coalizioni nelle città e nelle regioni nelle quali la Lega governa con Forza Italia gli è possibile sperare in un futuro migliore. Quindi, assisteremo a qualche dichiarazione più o meno dura, ma a nessun atto concreto di rottura che non sarebbe apprezzato e neppure condiviso dai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che già si sono detti disponibili alla prosecuzione di un buon rapporto con Salvini. Di conseguenza, l’onere dell’opposizione cadrà tutto sul Partito Democratico grande sconfitto, fin dall’inizio autocollocatosi sdegnosamente in un angolino. In maniera del tutto rivelatrice, l’ex-ministro PD Graziano Delrio ha già annunciato che il suo partito starà in trincea. Credo che, se proprio bisogna ricorrere a termini militari, sarebbe molto più opportuno che il PD si preparasse a una controffensiva, andando all’attacco.

Infatti, c’è molto da attaccare nelle proposte politiche di Lega e Cinque Stelle, più o meno vagamente recepite nel Contratto di Governo (per il Cambiamento come aggiunge ossessivamente Di Maio). Una buona opposizione ha il compito, anzitutto, di non cadere nella trappola della demonizzazione, nella quale si stanno avviluppando gli operatori dei media. Il governo Lega-Cinque Stelle non è il governo più a destra mai avuto dall’Italia. I governi guidati da Berlusconi 2001-2006 e 2008-2011 sono stati governi nei quali le posizioni e le politiche di destra furono effettivamente dominanti. Più corretto affermare e documentare, soffermandosi appena su inesperienza e incompetenza, che il governo Conte-Di Maio-Salvini è un governo segnato dall’ambiguità e dalla contraddittorietà su molte tematiche. In attesa del discorso d’insediamento del Presidente del Consiglio Conte, la graduatoria delle tematiche discende dalle prime esternazioni di Salvini e, in subordine, Di Maio. “Finita la pacchia”, nella pittoresca espressione del Ministro degli Interni Matteo Salvini, si preannunciano tempi duri per gli immigrati irregolari. L’opposizione ha il dovere di criticare non tanto la durezza delle frasi di Salvini, ma la vaghezza delle sue proposte mettendo l’enfasi sul loro costo e sulla loro probabile impraticabilità. Meglio ancora se l’opposizione fa rilevare che qualsiasi successo si voglia conseguire dipenderà dalla coordinazione e dal sostegno dell’Unione Europea. Ne deriva un’implicita, ma non meno incisiva, critica del sovranismo salviniano: da sola, l’Italia non è in grado di giungere a nessuna soluzione del “problema migranti”. Di Maio si è messo all’opera non soltanto per dare il reddito di cittadinanza, ma anche per le pensioni di cittadinanza. Non basteranno, ovviamente, i soldi eventualmente recuperati da un ricalcolo, pomposamente definito eliminazione, dei vitalizi degli ex-parlamentari. Questo è il terreno sul quale un’opposizione adeguatamente attrezzata dovrebbe dare e ripetere i numeri, evidenziando che i costi sono intollerabili per il bilancio dello Stato per di più se la legge Fornero venisse deformata. I recenti efficaci dati dell’INPS rivelano da quanto tempo qualche centinaio di migliaia di italiani ha goduto di privilegi almeno in parte responsabili delle diseguaglianze che è giusto criticare con l’obiettivo di rimediarle. Sul punto, l’opposizione ha il dovere, che definirei morale ancora prima che politico, di spiegare che la flat tax, anche in due scaglioni, è, prima di tutto anticostituzionale poiché la Costituzione sancisce la progressività delle tasse, in secondo luogo produttiva di ulteriori diseguaglianze a favore dei più abbienti. Grande è lo spazio di un’opposizione sulle cose e propositiva.

Pubblicato AGL il 5 giugno 2018

Stare nella casa comune europea

I co-inquilini della casa comune chiamata Unione Europea hanno il diritto di criticare i comportamenti degli italiani, compreso quello di voto, che rischiano di produrre crepe nei muri e di destabilizzare l’edificio. Gli italiani che hanno di volta in volta criticato, spesso giustamente, greci, ungheresi, austriaci e, naturalmente, i tedeschi, per le loro rigidità, e i Commissari, erroneamente definiti eurocrati e burocrati, hanno la facoltà di replicare anche con durezza, soprattutto quando le critiche si ammantano di stereotipi offensivi. Poi, gli italiani farebbero bene a domandarsi che cosa hanno combinato nel loro paese e come usciranno dai guai economici e politici nei quali si sono cacciati. Mi limito a sostenere che nessun barone di Münchausen riuscirà a estrarre l’Italia dal suo 135 per cento di debito pubblico e nessuna uscita dall’Euro migliorerà i conti pubblici e aumenterà produttività e prosperità. Aggiungo subito che i comportamenti collettivi, che fanno dei cittadini una “nazione”, debbono essere incoraggiati e guidati dalla politica. Pertanto, hanno ragione coloro che in Europa e in Italia esprimono forti preoccupazioni sullo stato attuale della politica italiana e sulle difficoltà di dare un governo al paese. Legittima è anche la preoccupazione concernente la qualità di quel governo, in particolare se formato da una coalizione fra il Movimento 5 Stelle e la Lega.

Quasi trent’anni di dibattiti sulle istituzioni, riforme (mal) fatte e non fatte, referendum manipolatori hanno prodotto uno stato di confusione molto diffusa su come funziona una democrazia parlamentare e come può essere migliorata nella sua struttura e nel suo funzionamento. Alcuni punti fermi debbono essere assolutamente messi. Nessun governo delle democrazie parlamentari è “eletto dal popolo”. Tutti i governi si formano in Parlamento con il quale è indispensabile che quei governi stabiliscano e mantengano un rapporto di fiducia. Se Cinque Stelle e Lega hanno la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, è loro diritto dare vita a un governo. Nessun capo di governo è “eletto dal popolo”. Tutti sono scelti dai partiti che hanno deciso e saputo dare vita a un governo. In Italia, il capo del governo è nominato dal Presidente della Repubblica che, ovviamente, sceglie chi gli è stato indicato dai partiti che fanno il governo. Può anche non essere un parlamentare, ma sbaglia di grosso se, come ha detto il Prof Giuseppe Conte, pensa di essere “l’avvocato degli italiani” (ruolo che spetta all’opposizione), mentre deve esserne la guida. Anche i ministri sono nominati dal Presidente della Repubblica “su proposta” del capo del governo che, quindi, può anche decidere di rifiutarli se non rispondono ad alcuni requisiti il più importante dei quali è quello di operare dentro la Costituzione, quindi non contro i Trattati firmati dall’Italia. Per tornare alla metafora di apertura violando il contratto di affitto nell’edificio europeo. [Tralascio il mio stupore nel leggere critiche di più o meno autorevoli costituzionalisti all’operato del Presidente Mattarella.]

Non è vero, come ha detto troppo spesso Luigi Di Maio, che l’Italia è entrata nella Terza Repubblica. Non siamo mai usciti dalla Prima Repubblica, dalla sua Costituzione e dalle sue istituzioni. Maldestri tentativi di riforme deformanti sono stati tentati e sconfitti, compreso il più pericoloso: quello del 4 dicembre 2016. Non è vero che quelle riforme (e la connessa legge elettorale) avrebbero migliorato in maniera taumaturgica il funzionamento del governo italiano. Non contenevano nessuna riforma del governo e la legge elettorale fu considerata parzialmente incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Non è vero che la legge attualmente vigente che porta il nome del deputato Democratico Ettore Rosato non porta nessuna responsabilità dell’esito elettorale. Era stata scritta per svantaggiare le Cinque Stelle, non c’è riuscita, ma soprattutto per consentire a Renzi e Berlusconi di “nominare” i loro parlamentari, effetto conseguito tanto che Renzi ha bloccato qualsiasi capacità di manovra del PD e di ricerca di un’eventuale intesa con le Cinque Stelle, possibile soltanto dopo un vigoroso confronto e scontro su programmi e persone. Infine, preso atto che le Cinque Stelle sono il partito che ha avuto più voti e che la Lega ha quadruplicato i suoi voti dal 2013 al 2018, un governo fra di loro è pienamente legittimo. Rappresenta la maggioranza degli elettori italiani, godrebbe di una maggioranza assoluta in Parlamento. Adesso che Salvini e Di Maio, nell’ordine, sono riusciti a dare vita al governo e a proporre ministri accettabili, anche se dotati di poca o nessuna esperienza politico-governativa e con competenze tutte da mettere alla difficile prova, tocca a loro spiegare se e come intendono stare nella casa comune europea e quali ristrutturazioni vogliono proporre. Democraticamente, ma non lesinando le critiche, ogniqualvolta sarà necessario, gli europei e gli italiani vigilano sul legittimo Governo del Cambiamento.

Pubblicato il 1° giugno 2018 su ITALIANItaliani

Diferenças entre Liga e M5S ameaçam coalizão na Itália, diz cientista

Ex-senador Gianfranco Pasquino vé com temor possivel governo populista

RIO E BOLONHA — Aos 76 anos, Gianfranco Pasquino, professor emérito de Ciência Política da Universidade de Bolonha e ex-senador (1983-1992 e 1994-1996), vê com temor econômico e político a perspectiva de um potencial governo entre os populistas antissistema do Movimento Cinco Estrelas (M5S) e a extrema-direita da Liga. Para Pasquino, que é membro da Academia Nacional dos Linces (Ciências) e hoje leciona na sede bolonhesa da universidade americana Johns Hopkins, os partidos farão de tudo para sustentar o governo eurocético, mas terão pela frente duras divergências internas; a própria inaptidão com as instituições de governo; a resistência do ex-premier Silvio Berlusconi — aliado do líder da Liga, Matteo Salvini, mas odiado pelos populistas liderados por Luigi di Maio —; e um muito provável abandono político pela União Europeia (UE). Com um longo histórico de publicações e comentários sobre a política italiana, o professor não vê um governo sustentável, mesmo que as duas legendas tenham maioria parlamentar – “Temo que surjam muitas divergências, confrontos, problemas, e que, no final, façam pouco, e mal feito” — definiu, em entrevista ao GLOBO.
Após meses de ataques entre Berlusconi e Di Maio, o ex-premier anunciou sua abstenção sobre um governo entre Liga e Cinco Estrelas, mas não apoiaria uma moção de confiança. Se de fato houver este governo, como ele funcionaria?
Cinco Estrelas e Liga têm, por si mesmos, maioria absoluta tanto na Câmara dos Deputados como no Senado. Berlusconi decidirá quais leis votar e quais não, tentando mostrar que tem poder político, maior competência e maior atenção aos interesses do país que, se o tivesse no governo, estaria melhor. Ele continuará com sua campanha eleitoral permanente.
Era isso o que Salvini queria desde o momento em que superou o aliado Berlusconi nas urnas? Garantir sua vaga, mas sem romper a aliança com o ‘Cavaliere’?
Sim, acredito que Salvini realmente quisesse isso. Ele provou ser coerente e leal, capaz de se tornar o verdadeiro líder da centro-direita na Itália. Agora, irá querer um cargo importante do governo. Ministro do Interior? E algum ministério que dê real poder à Liga.
Existem muitas diferenças entre Di Maio e Salvini; o M5S é um movimento heterogêneo; e Berlusconi sempre estará próximo da Liga. Embora Liga e M5S estejam bem nas pesquisas, uma aliança governamental entre eles não seria muito frágil para resistir a uma moção de desconfiança no Parlamento?
Não haverá moção de desconfiança. A aliança M5S-Liga tentará durar o máximo que puder, e tem os votos necessários para resistir. Berlusconi vem caindo, e o Partido Democrático (PD, legenda de centro-esquerda dos ex-premiers Matteo Renzi e Paolo Gentiloni) não sabe por qual caminho começar a se reconstruir.
Quem poderia ser o próximo primeiro-ministro?
O premier, que será nomeado pelo presidente da República, será um homem ou uma mulher não muito visível politicamente, que represente o ponto de equilíbrio entre M5S e Liga. Se (o presidente Sergio) Mattarella for bem sucedido, será alguém credível a nível europeu. Tarefa difícil, mas essencial.
Tudo isso poderia ser uma manobra de Berlusconi para concorrer em outra ocasião, talvez em 2019? Ele decidiu dar aval a um governo Liga-M5S só depois que todas as alternativas já haviam se esgotado…
O Força Itália, de Berlusconi, temia novas eleições, nas quais perderia votos. Não acho que Berlusconi — mas eu sugeriria dar a ele menos importância, uma vez que a política italiana não gira em torno dele — consiga retornar ao Parlamento e seja capaz de manobrar a Liga.
O que poderia significar um governo Liga-M5S para a economia e para a sociedade italianas já a curto prazo?
Estou muito preocupado. Nem o M5S nem a Liga têm economistas experientes e competentes capazes de eficácia nas negociações a nível europeu. Eles têm receitas diferentes e contrastantes: renda básica e imposto único (15%), referendo sobre o euro e o soberanismo. Temo que surjam muitas divergências, confrontos, problemas, e que, no final, façam pouco, e mal feito.
Como a Europa poderá ver o primeiro governo eurocético em seu ‘coração’? A UE acreditava que Berlusconi era um dos únicos atores que poderiam conter os populistas…
Bruxelas tomará nota de que o governo italiano é provavelmente o menos querido pela UE. Irão excluí-lo das decisões e dos contatos informais sempre que possível. Serão muito rigorosos com o que o governo italiano fará, com o que não fará, com o que terá que fazer. Nenhum alívio, nenhuma “gentileza”.
Publicado em 17 de maio de 2018

M5S-Lega: i rischi di un accordo

Al momento, non so quanto temporaneamente, hanno molto di che rallegrarsi tutti coloro che volevano il governo dei “vincitori”. Sì, certo, le Cinque stelle sono il partito più votato e la Lega ha addirittura quadruplicato i suoi voti dal 2013 al 2018. Quindi, il loro eventuale governo non tradisce il mandato elettorale, anzi, sarebbe il modo migliore, ancorché non l’unico, per tradurlo nei fatti. Tuttavia, nelle democrazie parlamentari i governi non sono mai una semplice faccenda numerica. Per fare uno solo dei diversi esempi possibili, in Portogallo, il partito più votato, PDS, conservatori, sta, alquanto irritato, all’opposizione di una coalizione di sinistra (già, proprio così). Comunque, i numeri parlamentari italiani offrivano/offrono almeno tre altre possibilità. I governi si costruiscono su affinità politiche e compatibilità programmatiche, tutte da verificare.

Sono certamente molto soddisfatti tutti quegli elettori che hanno scelto pentastellati e leghisti per esprimere il loro forte dissenso e risentimento ne confronti della politica italiana com’è, da tempo, dei politici al governo e delle loro politiche. Quasi nulla di tutto questo può essere definito con il termine tanto onnicomprensivo quanto vago, populismo. È facilmente accertabile che qualche striscia di populismo c’è, eccome, sia nel M5S sia nella Lega, ma sconsiglio di usare il termine contro tutto quello che non piace, come fanno imprenditori, giornalisti, professori, spesso parte dell’establishment e come tali non sempre erroneamente criticati. Cinque stelle e Lega rappresentano con notevoli diversità elettorati insoddisfatti e trascurati che, giustamente, adesso, pensano di avere maturato la loro rivincita. Con la Lega molto forte al Nord e con il Movimento dominante nel Sud Italia, mi avventuro a sostenere che la loro azione politica potrebbe portare ad una sorta di ricomposizione dell’unità nazionale. Alla prova dei fatti, chi sa se le diversità saranno foriere, invece, di scontri?

Non ho alcun dubbio che i più felici dell’eventuale governo Di Maio-Salvini sono il due volte ex-segretario del PartIto Democratico Matteo Renzi e i renziani di tutte le ore, compresa quella della nomina a parlamentari. All’opposizione andranno a rigenerarsi e a fare un partito più bello e più grande avendo evitato un devastante ritorno alle urne con conseguente perdita della poltrona. Nel comfort dell’opposizione magari non rappresenteranno quelli fra i loro elettori che avrebbero preferito per sé, ma anche per il paese (sì, resuscito la “funzione nazionale” dei partiti, di sinistra, sic), un governo Cinque Stelle-Partito Democratico al nascituro governo Pentastellati-Leghisti. Infatti, è sbagliato sottovalutate i rischi di questa inusitata coalizione ed è più che ragionevole preoccuparsi della inesperienza e incompetenza dei futuri probabili governanti.

Se ne preoccupa e molto il Presidente della Repubblica al quale spetta, sembra l’abbiano finalmente capito sia Di Maio sia Salvini, nominare il Presidente del Consiglio. Mattarella terrà certamente conto delle loro preferenze, ma, oramai lo ha ripetuto solennemente tre volte, sceglierà qualcuno che sappia che l’Italia nell’Unione Europea ci deve stare, convintamente e attivamente. Non è possibile dire quanto effettivamente abbiano perso gli europeisti, purtroppo per loro privi di guida e di grinta (Macron non abita qui). Infatti, se, da un lato, Grillo, che riesuma la proposta di un incostituzionale referendum sull’Euro, dà un assist al sovranista Salvini, dall’altro, dopo la sua processione in Europa, Di Maio sembrava avere capito che esiste un vincolo esterno, dall’Italia liberamente accettato, e che, rispettandolo, si creano anche le premesse per chiedere credibilmente di cambiarlo.

Hanno perso tutti coloro che pensavano di fare politica con gli annunci, con le narrazioni, con le prevaricazioni senza andare a parlare con gli elettori offrendo loro una legge elettorale che consentisse di esercitare potere sulla scelta dei candidati e dei partiti, con il voto disgiunto e senza la tremenda manipolazione delle pluricandidature. Infine, hanno di che riflettere e dolersi tutti coloro che, qualche volta pur consapevoli che la politica è cambiata e deve certamente ancora cambiare, hanno mantenuto vecchi riti, conditi con qualche esagitazione, che si sono tenuti lontano dagli elettori, non proponendo spiegazioni, non offrendo partecipazione e rinunciando, per insipienza e per comodità, nonostante tutte le avvisaglie dell’insoddisfazione che venivano da più fonti, sondaggi inclusi, a cercare di (ri)dare dignità alla politica cominciando con i loro comportamenti personali. Ricominciare da capo non sarà sufficiente. Senza conoscenza del passato (una sola Repubblica democratica e una Costituzione da rispettare e attuare) non andremo da nessuna parte.

Pubblicato il 12 maggio 2019

Maggioranza con tante incognite

Giunti sull’orlo del baratro elettorale, di cui tutti dicevano di non avere paura, e del baratro istituzionale, di cui tutti dovrebbero avere il terrore, Di Maio e Salvini hanno ripreso il dialogo per dare un governo al paese. Hanno anche il beneplacito, un po’ tormentato, di Berlusconi che consente a Di Maio di salvare la faccia del suo ostracismo nei confronti del leader di Forza Italia costretto, da tutti i sondaggi che registravano un suo ulteriore calo di consensi nel caso di elezioni anticipatissime, a far buon viso a un gioco per lui cattivo. Il respiro di sollievo lo tirano anche i dirigenti del PD, ugualmente dati in forte calo, tutto meritato, poiché dal 5 marzo non sono stati in grado di delineare una qualsiasi strategia. Se vedrà la luce, il governo Di Maio-Salvini, qualcuno del PD, in particolare i renzianiduri, dovrà spiegare ai loro elettori e, forse, a tutti gli elettori, che quel governo è un’opzione migliore di tutte le alternative, persino di quella che avrebbe potuto vedere il PD in una coalizione, certo, complessa e faticosa, con le Cinque Stelle. Compito non facile neppure per gli acrobati del politichese che, invece, diranno che il PD si rigenera all’opposizione.

Un governo dei due vincitori, il Movimento 5 Stelle essendo lo schieramento più votato e la Lega avendo addirittura quadruplicato i suoi voti rispetto alle elezioni del 2013, ha piena legittimità democratica. Si potrebbe addirittura sostenere che, con la Lega, che rappresenta buona parte dell’elettorato del Nord e le Cinque Stelle, che sono dominanti nel Sud, il loro governo darebbe ricomposizione politica e sociale all’Italia spesso fin troppo divisa. Preso atto che in democrazia i numeri contano e che una maggioranza numerica in Parlamento è essenziale per qualsiasi governo, appare opportuno interrogarsi su quali saranno effettivamente le convergenze programmatiche fra Cinque Stelle e Lega e quali saranno i ministri capaci di tradurle in provvedimenti legislativi.

Anche se, di recente, il Movimento Cinque Stelle ha dimostrato notevole agilità nel territorio programmatico, andando oltre ovvero, secondo non pochi critici, tradendo, punti importanti votati on-line, alcune posizioni non sembrano facilmente conciliabili con quello che la Lega, meno ondivaga, ha scritto nel suo programma e ha detto in campagna elettorale. Il reddito di cittadinanza, vero cavallo di battaglia delle Cinque Stelle, è assolutamente impraticabile se la Lega vorrà ottenere la flat tax. Semplicemente, mancheranno i soldi richiesti, che sono molti. Fra l’altro, è giusto evidenziare che la flat tax è in contrasto con l’art. 53 della Costituzione che sancisce il principio della tassazione progressiva. In materia d’Europa, Salvini, che vuole riappropriarsi della sovranità nazionale, può rallegrarsi di un eventuale referendum sull’Euro resuscitato da Grillo. Tuttavia, questo referendum non è attualmente possibile secondo la Costituzione italiana e va contro tutti gli sforzi fatti da Di Maio per accreditare le Cinque Stelle in ambito europeo. Va anche contro dichiarazioni esplicite del Presidente Mattarella che ha più volte segnalato la necessità e importanza di un ruolo credibile e attivo dell’Italia nell’Unione Europea.

La grande occasione di ottenere cariche di governo suscita comprensibili ambizioni personali anche molto forti. Entrambi, Di Maio e Salvini, hanno annunciato che la formazione del governo non sarà intralciata da una loro richiesta non negoziabile di diventare Presidente del Consiglio: sconfessione netta della linea personalistica troppo spesso espressa da Di Maio e ribadita pedissequamente dalle Cinque Stelle. Ricordato che la nomina del Presidente del Consiglio spetta costituzionalmente al Presidente della Repubblica, Di Maio e Salvini dovranno trovare l’accordo su un nome, meglio su una rosa di candidati, in grado di essere il punto di equilibrio più autorevole possibile della loro coalizione. Discorso non dissimile per il Ministro dell’Economia. Insomma, il cammino è appena agli inizi. Una cosa sola sappiamo con certezza: le prossime elezioni non sono dietro l’angolo.

Pubblicato AGL 11 maggio 2018

Di Maio, la democrazia parlamentare e i nodi che vengono al pettine #M5S

“Che peccato che dopo cinque anni i Cinque Stelle non abbiano ancora imparato il minimo delle regole della democrazia parlamentare…”

“Adesso Luigi Di Maio sta per andare a sbattere anche contro l’assurdo limite dei due mandati… Fateci votare i parlamentari bravi e escludete già dalla prima legislatura quelli pessimi. Ce ne sono!”

 

Da Franceschini a Mogherini ci sono i nomi per l’esecutivo con i grillini #intervista #IlMattino

«Adesso ci vorrà un po’ di tempo per stemperare vecchi rancori
il Colle dovrà avere pazienza»

Intervista raccolta da Federica Fantozzi

Professor Gianfranco Pasquino,l’esplorazione del presidente della Camera Fico può avere successo o rappresenta un tentativo doveroso quanto inutile?

La possibilità di risolvere la situazione con un governo M5S-Pd è in leggera crescita ma partendo da un punto molto basso. Serve tempo: bisogna aspettare che si stemperino vecchi rancori. In ogni caso, non potrà essere un esecutivo guidato da Di Maio e dipenderà dalla flessibilità dei renziani.

La mancata premiership per Di Maio non sembra un punto pacifico per i Cinquestelle…

Non lo sarà, come non lo sarà l’atteggiamento dei renziani. Entrambi dovranno acconsentire a cercare per Palazzo Chigi un nome accettabile dai due partiti. E anche da Leu, che ha 4 senatori e 14 deputati.

Serve tempo, lei dice. Mattarella però non ha esaurito la pazienza?

Mattarella dovrà farsi venire o mantenere la voglia di aspettare che le cose maturino. Deve solo sentirsi dire da Fico che in entrambi i partiti, Pd e M5S, c’è la disponibilità massima a confrontarsi e andare a vedere le carte.

La coalizione di centrodestra è fuori dai giochi? Anche se gli ultimi giorni sembrano avere scavato un solco tra Berlusconi e Salvini?

Ciò che dice Berlusconi rende complicato il mantenimento della coalizione, ma rende ancora più inaccettabile per M5S la prospettiva di avere a che fare con lui. Il ruolo di Salvini, invece, dipenderà dalle sue ambizioni: se vuole andare al governo adesso o aspettare il prossimo giro.

In caso di fallimento di Fico, è ancora pensabile un governo di tutti nonostante il carico di rancori e litigi che si è manifestato?

Non sarebbe comunque un governo di tutti. Dovrebbe avere componenti politiche significative, esponenti che rappresentino pezzi di partito e culture politiche. Nessuno ovviamente verrebbe lasciato fuori, ma Giorgia Meloni o lo stesso Salvini potrebbero decidere di non farne parte.

In una situazione così complessa, lasciare un partito all’opposizione non significherebbe consegnargli le praterie dal punto di vista del consenso?

Io di praterie politiche non ne vedo: vedo piuttosto deserti intorno ai partiti. L’unico a dovere entrare per forza è M5S, che deve cimentarsi con le asperità del governare. Di certo il Quirinale farà appello alla responsabilità di ognuno. E almeno una parte del Pd deve sostenere il “governo di molti”: è necessario numericamente e politicamente.

Gentiloni potrebbe rimanere premier?

Gentiloni sarebbe stato una carta da giocare per Mattarella, se gli avesse affidato l’incarico esplorativo. Adesso potrà far parte del futuro governo, ma non guidarlo. Nel Pd ci sono comunque alcuni nomi spendibili.

Facciamoli.

Non ho nessun dubbio che Dario Franceschini sarebbe accettabile per l’M5S e uomo capace di ricomporre. Anche Andrea Orlando, che non dispiacerebbe neanche a Salvini. Ma lui non vuole allearsi con il Pd e qui sorge un problema. Se volessimo fare il nome di una donna: Roberta Pinotti. E se i Cinquestelle desiderano accreditarsi in Europa c’è Federica Mogherini, che non ha una posizione troppo ostile alla Russia.

Il “governo di molti” servirebbe solo a cambiare la legge elettorale?

Questa è una delle favole peggiori che si raccontano. Non serve il governo. Basterebbe che il Parlamento ritoccasse pochi punti – consentendo il voto disgiunto ed eliminando le pluricandidature – per rendere decente il pessimo Rosatellum. E poi il Quirinale non darebbe mai un incarico a tempo. Il prossimo esecutivo durerà finché verranno portati a termine i punti programmatici su cui è stato raggiunto l’accordo. Il resto dipenderà dal livello di insoddisfazione degli elettori.

Pubblicato il 25 aprile 2018

I cittadini eleggono il parlamento, non il governo #patriaindipendente

La pessima legge elettorale attuale. Il ruolo dei partiti. L’errore dei “sovranisti”. Come criticare l’Ue. Diritti e doveri secondo la Costituzione.

Quanto sbagliato e manipolatorio è attribuire la difficoltà di fare un governo alla Costituzione italiana! Sul banco degli incorreggibili imputati debbono stare coloro che nel corso di quasi quindici anni hanno scritto leggi elettorali non per dare buona rappresentanza politica ai cittadini italiani, ma per consentire ai capi partito e ai capi corrente di nominare i (loro) parlamentari. La legge Rosato è pessima non solo nel suo balordo mix maggioritario-proporzionale, ma, soprattutto, per la mancanza di voto disgiunto e per le candidature multiple. Nessuna legge elettorale delle democrazie parlamentari serve a eleggere il governo. Tutte eleggono più o meno bene un Parlamento che darà vita a un governo rappresentativo delle preferenze, degli interessi, persino dei valori dell’elettorato. Quel governo, inevitabilmente di coalizione, come i Costituenti sapevano e volevano, si regge, funziona e può essere sconfitto e sostituito da parlamentari consapevoli di potere e dovere operare senza vincolo di mandato, neppure del mandato imposto loro dai dirigenti di partito. Questo vale tanto per i parlamentari delle Cinque Stelle quanto per i parlamentari nominati da Renzi e da Berlusconi. Come sta scritto nell’articolo 49, debbono essere i cittadini, liberamente associati in partiti politici, a concorrere alla determinazione della politica nazionale. Rivendicare un primato dei partiti, oramai organizzazioni fatiscenti, inadeguate, personalizzate, non è il modo migliore per consentire ai cittadini di “determinare” la politica nazionale. L’esempio faticosamente emerso dal contesto tedesco nel quale, dopo essersi dichiarati all’opposizione in quanto sconfitti alle urne, i socialdemocratici hanno poi accettato di confrontarsi sui programmi con i democristiani e hanno infine sottoposto il testo del programma di governo ai loro iscritti dando loro il potere di approvarlo/rifiutarlo, dovrebbe essere fatto proprio da tutti coloro che desiderano una democrazia migliore.

Nell’epoca della globalizzazione nessuno può credere che rintanarsi negli angusti confini nazionali, vale a dire diventare “sovranisti”, consenta di avere politiche economiche, sociali, dell’immigrazione, della sicurezza preferibili a quelli che solo un’organizzazione sovranazionale potenzialmente federale come l’Unione Europea è in grado di formulare e di perseguire. Essere insoddisfatti di quel che l’Unione fa e non fa deve spingere ad agire con più forza a quel livello, non a ritrarsi e a chiamarsi fuori. Le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana e europea (che, probabilmente, non sono una delle letture fatte dai dirigenti di partito e dagli attuali parlamentari) costituiscono una testimonianza ammirevole di quanto importante fosse per loro la visione di un’Europa unificata per garantire pace e libertà. In larga misura, ma non del tutto, l’Unione Europea ha conseguito entrambi gli obiettivi. Dunque, la piena accettazione dell’appartenenza italiana alla UE anche nella prospettiva e nell’impegno a riformarla deve essere fatta valere, come chiaramente ha già detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nei confronti di chiunque intenda formare e fare parte del prossimo governo italiano. Il destino dell’Italia non è più soltanto nelle mani degli italiani, ma degli europei. Potremo plasmarlo con qualche successo agendo con impegno, con consapevolezza e con credibilità dentro le istituzioni europee.

Troppo spesso della Costituzione italiana si sottolinea l’ampia gamma di diritti esplicitamente introdotti e codificati dai Costituenti, mettendo in secondo piano i doveri degli italiani. Lo scriverò parafrasando il Presidente John F. Kennedy. “Non chiediamoci (soltanto) quello che la Repubblica [che, incidentalmente, è composta da tutti i cittadini italiani] può fare per noi, ma quello che noi possiamo fare per la Repubblica”. Allora, diventerà condivisibile e assolutamente importante che siano rimossi “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3). Sono parole elevate e impegni onerosi che possono trovare spazio nel programma di un governo che sottolinei l’assoluta priorità di creare posti di lavoro produttivo e di dare una rete di sicurezza a tutti, a cominciare dai giovani, con redditi di inclusione e/o di cittadinanza.

Chi ha a cuore le sorti della Repubblica sa che soltanto mantenendo fermi i principi ispiratori della Costituzione che risalgono all’antifascismo e alla Resistenza si ottiene il quadro nel quale si collocano buone coalizioni di governo in grado di tradurre quei principi in politiche pubbliche che rispondano alle esigenze della cittadinanza. La rispondenza non sarà mai completa e perfetta, ma i Costituenti sapevano, come scrisse Piero Calamandrei, di avere dato vita a una Costituzione “presbite”, che guarda avanti e vede meglio lontano. Anche la capacità di progettare il futuro possibile dovrebbe essere un criterio da utilizzare nella formazione del prossimo governo.

Pubblicato il 24 aprile 2018

Contro la politica degli analfabeti

Nella sua brillante introduzione alla Antologia di scienza politica da lui curata e pubblicata dal Mulino nel 1970, Sartori affermava senza mezzi termini che la cultura politica italiana soffriva di “analfabetismo politologico”. I suoi bersagli erano chiari: democristiani e comunisti, e lo sarebbero rimasti fino alla loro ingloriosa scomparsa. I democristiani irritavano Sartori per la loro accertata incapacità di andare oltre una cultura giuridica alquanto formalistica e per l’incomprensione dei meccanismi della politica, a cominciare, già allora, dai sistemi elettorali. Ai comunisti rimproverava, nella sua veste non soltanto di politologo, ma di liberale, l’uso della teoria marxista, per quanto ridefinita da Gramsci, inadeguata alla comprensione di tematiche come la Costituzione e lo Stato. Soprattutto, però, la critica che valeva per entrambi riguardava in particolare il cattivo uso dei concetti e la manipolazione talvolta persino inconsapevole che ne facevano gli intellettuali di entrambi i partiti. Soltanto molto tempo dopo mi sono reso conto che fin dalla metà degli anni cinquanta, in chiave e con obiettivi parzialmente diversi, sia Bobbio (Politica e cultura, Einaudi 1955) sia Sartori (Democrazia e definizioni, Il Mulino 1957), avevano sfidato frontalmente la cultura politica “catto e comunista”. Bobbio continuò a farlo apertamente e esplicitamente fino all’ultimo. Destra e sinistra, (Donzelli 2004) ne è una chiara testimonianza. Sartori intraprese un lungo percorso di ricerca nel quale il caso italiano rimaneva un caso e poco più. Anzi, Sartori affermò ripetutamente, anche in polemica con il provincialismo di troppi studiosi, che parlavano dell’Italia DC-PCI come di un’anomalia positiva, che chi conosce un solo sistema politico non conosce neppure quel sistema. Non scrisse mai un libro dedicato a una tematica sostanzialmente italiana anche se divenne un critico severissimo e agguerritissimo di tutte le riforme elettorali e istituzionali italiane che, uomini (e donne) privi di cultura politologica e politica, hanno fatto e rifatto con pessimi esiti. I suoi libri sulla democrazia e sui sistemi di partito restano monumenti della scienza politica della seconda metà del secolo scorso e sono letture imprescindibili, ma Sartori teneva moltissimo a due volumi più recenti e più mirati: Ingegneria costituzionale comparata (Il Mulino, più edizioni, da ultimo 2004) e Homo videns (Laterza 2000).

Ogniqualvolta, specialmente nei pungentissimi editoriali per il “Corriere della Sera” (variamente raccolti Mala tempora, Laterza 2004 e Il sultanato, Laterza 2009) analizzava un qualche fenomeno politico, Sartori metteva grande cura nell’applicare in maniera ovviamente molto concisa il suo metodo comparato e le conoscenze acquisite. La domanda di fondo alla quale rispondeva era sempre quella relativa alle conseguenze prevedibili di interventi, mutamenti, trasformazioni nel sistema, nei partiti, nella leadership, nelle leggi elettorali. Spiegazioni e/o teorie probabilistiche erano i ferri del suo mestiere: “se cambiano le condizioni a, b, e c allora è probabile che cambino le conseguenze x, y, z”. Certo, discutere con chi di volta in volta produceva spiegazioni ad hoc, spesso tanto particolaristiche quanto fragili, era un esercizio che spesso lo irritava e che volgeva sul beffardo, sulla presa in giro.

Spariti i suoi interlocutori democristiani e comunisti i quali, almeno, avevano letto qualche libro e talvolta s’interrogavano effettivamente su riforme e conseguenze, persino sul metodo con il quale analizzare il sistema politico italiano e i suoi partiti, Sartori si trovò costretto a fare i conti con analisti e politici improvvisati. Il liberale che era in lui colse immediatamente l’incongruenza di una rivoluzione liberale di cui, dopo la caduta del Muro di Berlino, avrebbe dovuto farsi portatore e interprete un imprenditore duopolista (nell’importantissimo settore della comunicazione, in particolare televisiva), un imprenditore che (af)fondava la sua politica in un gigantesco conflitto di interessi. Perché mai questo accanimento contro Berlusconi, si chiesero molti commentatori, visto che l’allora Cavaliere aveva “salvato” l’Italia dai comunisti e dai post-comunisti? Eppure, la risposta di Sartori era semplice, lineare, inoppugnabile: liberalismo c’è quando potere economico e potere politico sono e, nella misura del possibile, rimangono nettamente separati. In una democrazia liberale al potere economico non si può consentire di conquistare il potere politico. Il conflitto d’interessi è una ferita permanente nel corpo di quella democrazia. Sartori era tanto più credibile in questa denuncia poiché si era per tempo schierato contro la partitocrazia ovvero quella situazione nella quale il potere politico, più precisamente dei partiti, si annetteva pezzi di potere economico, sociale, culturale.

Il liberalismo di Sartori si rafforzava e raffinava grazie alla sua scienza politica, ad esempio, ricordando che le democrazie liberali sono tali quando garantiscono effettiva rappresentanza politica agli elettori. Dai buoni sistemi elettorali viene buona rappresentanza che esige nella maniera più assoluta l’assenza di qualsiasi vincolo di mandato. Fin dal 1963 Sartori aveva sollevato il quesito se i parlamentari si sentissero maggiormente responsabili nei confronti dei dirigenti di partito, dei gruppi d’interesse, degli elettori? La risposta è, naturalmente, empirica, ma la proposta di Sartori è chiara: bisogna disegnare sistemi elettorali che consentano ai parlamentari di essere effettivamente e essenzialmente responsabili nei confronti degli elettori. A Sartori è stato risparmiato l’obbrobrio tanto dell’Italicum (non ho dubbi che avrebbe fatto notare che i premi di maggioranza Italicum-style c’entrano con la buona rappresentanza come i cavoli a merenda) quanto, ancor più, della Legge Rosato. Ma ha avuto il tempo di bollare la Legge Calderoli con l’epiteto Porcellum. Non gli attribuisco niente che non si possa trovare nei suoi scritti se aggiungo che sarebbe inorridito ad ascoltare fior fiore (sic) di riformatori e di commentatori, neanche analfabeti di ritorno, perché mai alfabetizzati, sostenere la necessità di un’apposita legge elettorale in un sistema partitico diventato tripolare. Tanto per cominciare avrebbe sostenuto che prima di contare i poli si contano i partiti (quindi, il sistema partitico italiano è multipartitico), poi se ne valuta lo stato di consolidamento, davvero molto limitato, infine che alcuni sistemi elettorali forti hanno effetti restrittivi sui partiti e sui sistemi di partiti. Le leggi elettorali si scelgono per dare vita al sistema di partiti preferito, che non è la stessa cosa di favorire o svantaggiare qualsivoglia partito.

Alla morte di Bobbio, il necrologio scritto da Sartori sulla “Rivista Italiana di Scienza Politica” (aprile 2004), intitolato Norberto Bobbio e la scienza politica in Italia, si concludeva con le seguenti parole: “Bobbio è stato per tutti gli studiosi un modello di come si deve scrivere, insegnare, e anche partecipare alla vita pubblica. … Norberto Bobbio è stato, e resta, il più bravo di tutti noi”. Credo di potermi permettere sia di condividere queste parole sia di aggiungere nel primo anniversario della sua morte che Sartori è senza nessun dubbio stato “il più bravo di tutti noi”, ma anche uno dei migliori scienziati politici degli ultimi cinquant’anni.

Pubblicato il 3 aprile 2018

“M5S-Lega, prima si tratta e poi si governa assieme” #intervista

Intervista a Gianfranco Pasquino raccolta da Lorenzo Giarelli

Il politologo: “Occorre tempo per un accordo

“Ci vorrà tempo”. Ma il tempo, in questi casi, aiuta. Cambia gli umori di eletti e elettori, fino a rendere possibili scenari che sembravano irrealizzabili. Ne è sicuro Gianfranco Pasquino, politologo e Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Chiuso l’accordo sulle presidenze delle Camere, c’è chi adesso dà per certo un’intesa tra Lega e Movimento 5 Stelle anche per la formazione di un governo.

 

 

Professor Pasquino, secondo lei si arriverà a un’intesa?

La presidenza delle camere e il governo sono due partite separate, ma il risultato della prima mi fa pensare che la lega e 5 Stelle arrivino alla seconda con qualche vantaggio in più. In questo momento però credo che i giochi non siano fatti. Dovessi dire una percentuale, sarebbe un 50 e 50.

Ma a Salvini e Di Maio converrebbe? Non perderebbero parte del proprio elettorato?

I passaggi di questa trattativa non sono banali, servirà un po’ di tempo. Ma il tempo passa e più sarà facile accettare un accordo. E non dimentichiamo che le basi condividono una forte critica alla politica tradizionale, quella che ha dimenticato parti del Paese che Lega e 5 Stelle hanno saputo intercettare.

In ogni caso Salvini dovrebbe rinunciare a Berlusconi.

Non credo che i 5 Stelle accetterebbero mai di stare con Berlusconi. Se facessero un governo con Forza Italia, gli elettori grillini sarebbero sconvolti, oltre che molto preoccupati. Dopo tutto quello che gli hanno detto in questi anni-spesso a ragione-non se lo possono permettere. Anche perché sono stati determinanti per la sua ultima sconfitta politica, con il veto su Paolo Romani alla presidenza del Senato.

Nei programmi di lega e cinque stelle però ci sono parti poco conciliabili.

Mi sembra che i 5 Stelle abbiano un po’ alzato il piede dall’acceleratore sul tema del reddito di cittadinanza, così come la Lega potrebbe rinunciare alla flat tax. Una discriminante sarebbe il tema dell’Europa: se il Movimento accettasse una linea più sovranista, dovremmo aspettarci una reazione da parte degli organismi internazionali. A questo si collega alla gestione dell’immigrazione, su cui comunque i 5 Stelle mi sembrano più malleabili rispetto a Salvini. Detto questo, è evidente che un programma comune nasca dai negoziati: sforbiciate, compromessi.

Entrambi il leader dovrebbero rinunciare a fare il premier?

Salvini credo abbia meno problemi. Di Maio alla fine potrebbe anche farsi da parte, condividendo la scelta di una terza persona con il leghista.

Ci sono alternative, se non il ritorno al voto?

No se il partito democratico rimarrà ancora seduto sulla riva del fiume ad aspettare. I cadaveri dei nemici non stanno passando: passano soltanto gli elettori che chiedono conto di questo immobilismo.

I dem sperano che Lega e M5S vadano a sbattere.

Mi pare difficile che si schiantino, perché l’intesa potrebbe anche non valere per tutta la legislatura e non è detto che gli elettori valutino in maniera negativa quanto faranno Lega e 5 Stelle. Il PD fa opposizione a un governo che non esiste. Forse sperano che durante le consultazioni possano tornare in gioco, sempre che allora siano ancora vivi. Non è vero, come continuano a ripetere i dem, che gli elettori li hanno mandati all’opposizione: gli elettori hanno bocciato gli ultimi governi.

Occorre superare Renzi?

Anche in questo caso serve tempo, anche perché gran parte del partito e lì grazie a Renzi e ancora non se la sente di mollarlo. Non credo manchino le persone capaci di prendere in mano il cambiamento, manca solo un po’ di coraggio.

Pubblicato il 28 marzo 2018