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M5S-Lega: i rischi di un accordo

Al momento, non so quanto temporaneamente, hanno molto di che rallegrarsi tutti coloro che volevano il governo dei “vincitori”. Sì, certo, le Cinque stelle sono il partito più votato e la Lega ha addirittura quadruplicato i suoi voti dal 2013 al 2018. Quindi, il loro eventuale governo non tradisce il mandato elettorale, anzi, sarebbe il modo migliore, ancorché non l’unico, per tradurlo nei fatti. Tuttavia, nelle democrazie parlamentari i governi non sono mai una semplice faccenda numerica. Per fare uno solo dei diversi esempi possibili, in Portogallo, il partito più votato, PDS, conservatori, sta, alquanto irritato, all’opposizione di una coalizione di sinistra (già, proprio così). Comunque, i numeri parlamentari italiani offrivano/offrono almeno tre altre possibilità. I governi si costruiscono su affinità politiche e compatibilità programmatiche, tutte da verificare.

Sono certamente molto soddisfatti tutti quegli elettori che hanno scelto pentastellati e leghisti per esprimere il loro forte dissenso e risentimento ne confronti della politica italiana com’è, da tempo, dei politici al governo e delle loro politiche. Quasi nulla di tutto questo può essere definito con il termine tanto onnicomprensivo quanto vago, populismo. È facilmente accertabile che qualche striscia di populismo c’è, eccome, sia nel M5S sia nella Lega, ma sconsiglio di usare il termine contro tutto quello che non piace, come fanno imprenditori, giornalisti, professori, spesso parte dell’establishment e come tali non sempre erroneamente criticati. Cinque stelle e Lega rappresentano con notevoli diversità elettorati insoddisfatti e trascurati che, giustamente, adesso, pensano di avere maturato la loro rivincita. Con la Lega molto forte al Nord e con il Movimento dominante nel Sud Italia, mi avventuro a sostenere che la loro azione politica potrebbe portare ad una sorta di ricomposizione dell’unità nazionale. Alla prova dei fatti, chi sa se le diversità saranno foriere, invece, di scontri?

Non ho alcun dubbio che i più felici dell’eventuale governo Di Maio-Salvini sono il due volte ex-segretario del PartIto Democratico Matteo Renzi e i renziani di tutte le ore, compresa quella della nomina a parlamentari. All’opposizione andranno a rigenerarsi e a fare un partito più bello e più grande avendo evitato un devastante ritorno alle urne con conseguente perdita della poltrona. Nel comfort dell’opposizione magari non rappresenteranno quelli fra i loro elettori che avrebbero preferito per sé, ma anche per il paese (sì, resuscito la “funzione nazionale” dei partiti, di sinistra, sic), un governo Cinque Stelle-Partito Democratico al nascituro governo Pentastellati-Leghisti. Infatti, è sbagliato sottovalutate i rischi di questa inusitata coalizione ed è più che ragionevole preoccuparsi della inesperienza e incompetenza dei futuri probabili governanti.

Se ne preoccupa e molto il Presidente della Repubblica al quale spetta, sembra l’abbiano finalmente capito sia Di Maio sia Salvini, nominare il Presidente del Consiglio. Mattarella terrà certamente conto delle loro preferenze, ma, oramai lo ha ripetuto solennemente tre volte, sceglierà qualcuno che sappia che l’Italia nell’Unione Europea ci deve stare, convintamente e attivamente. Non è possibile dire quanto effettivamente abbiano perso gli europeisti, purtroppo per loro privi di guida e di grinta (Macron non abita qui). Infatti, se, da un lato, Grillo, che riesuma la proposta di un incostituzionale referendum sull’Euro, dà un assist al sovranista Salvini, dall’altro, dopo la sua processione in Europa, Di Maio sembrava avere capito che esiste un vincolo esterno, dall’Italia liberamente accettato, e che, rispettandolo, si creano anche le premesse per chiedere credibilmente di cambiarlo.

Hanno perso tutti coloro che pensavano di fare politica con gli annunci, con le narrazioni, con le prevaricazioni senza andare a parlare con gli elettori offrendo loro una legge elettorale che consentisse di esercitare potere sulla scelta dei candidati e dei partiti, con il voto disgiunto e senza la tremenda manipolazione delle pluricandidature. Infine, hanno di che riflettere e dolersi tutti coloro che, qualche volta pur consapevoli che la politica è cambiata e deve certamente ancora cambiare, hanno mantenuto vecchi riti, conditi con qualche esagitazione, che si sono tenuti lontano dagli elettori, non proponendo spiegazioni, non offrendo partecipazione e rinunciando, per insipienza e per comodità, nonostante tutte le avvisaglie dell’insoddisfazione che venivano da più fonti, sondaggi inclusi, a cercare di (ri)dare dignità alla politica cominciando con i loro comportamenti personali. Ricominciare da capo non sarà sufficiente. Senza conoscenza del passato (una sola Repubblica democratica e una Costituzione da rispettare e attuare) non andremo da nessuna parte.

Pubblicato il 12 maggio 2019

Maggioranza con tante incognite

Giunti sull’orlo del baratro elettorale, di cui tutti dicevano di non avere paura, e del baratro istituzionale, di cui tutti dovrebbero avere il terrore, Di Maio e Salvini hanno ripreso il dialogo per dare un governo al paese. Hanno anche il beneplacito, un po’ tormentato, di Berlusconi che consente a Di Maio di salvare la faccia del suo ostracismo nei confronti del leader di Forza Italia costretto, da tutti i sondaggi che registravano un suo ulteriore calo di consensi nel caso di elezioni anticipatissime, a far buon viso a un gioco per lui cattivo. Il respiro di sollievo lo tirano anche i dirigenti del PD, ugualmente dati in forte calo, tutto meritato, poiché dal 5 marzo non sono stati in grado di delineare una qualsiasi strategia. Se vedrà la luce, il governo Di Maio-Salvini, qualcuno del PD, in particolare i renzianiduri, dovrà spiegare ai loro elettori e, forse, a tutti gli elettori, che quel governo è un’opzione migliore di tutte le alternative, persino di quella che avrebbe potuto vedere il PD in una coalizione, certo, complessa e faticosa, con le Cinque Stelle. Compito non facile neppure per gli acrobati del politichese che, invece, diranno che il PD si rigenera all’opposizione.

Un governo dei due vincitori, il Movimento 5 Stelle essendo lo schieramento più votato e la Lega avendo addirittura quadruplicato i suoi voti rispetto alle elezioni del 2013, ha piena legittimità democratica. Si potrebbe addirittura sostenere che, con la Lega, che rappresenta buona parte dell’elettorato del Nord e le Cinque Stelle, che sono dominanti nel Sud, il loro governo darebbe ricomposizione politica e sociale all’Italia spesso fin troppo divisa. Preso atto che in democrazia i numeri contano e che una maggioranza numerica in Parlamento è essenziale per qualsiasi governo, appare opportuno interrogarsi su quali saranno effettivamente le convergenze programmatiche fra Cinque Stelle e Lega e quali saranno i ministri capaci di tradurle in provvedimenti legislativi.

Anche se, di recente, il Movimento Cinque Stelle ha dimostrato notevole agilità nel territorio programmatico, andando oltre ovvero, secondo non pochi critici, tradendo, punti importanti votati on-line, alcune posizioni non sembrano facilmente conciliabili con quello che la Lega, meno ondivaga, ha scritto nel suo programma e ha detto in campagna elettorale. Il reddito di cittadinanza, vero cavallo di battaglia delle Cinque Stelle, è assolutamente impraticabile se la Lega vorrà ottenere la flat tax. Semplicemente, mancheranno i soldi richiesti, che sono molti. Fra l’altro, è giusto evidenziare che la flat tax è in contrasto con l’art. 53 della Costituzione che sancisce il principio della tassazione progressiva. In materia d’Europa, Salvini, che vuole riappropriarsi della sovranità nazionale, può rallegrarsi di un eventuale referendum sull’Euro resuscitato da Grillo. Tuttavia, questo referendum non è attualmente possibile secondo la Costituzione italiana e va contro tutti gli sforzi fatti da Di Maio per accreditare le Cinque Stelle in ambito europeo. Va anche contro dichiarazioni esplicite del Presidente Mattarella che ha più volte segnalato la necessità e importanza di un ruolo credibile e attivo dell’Italia nell’Unione Europea.

La grande occasione di ottenere cariche di governo suscita comprensibili ambizioni personali anche molto forti. Entrambi, Di Maio e Salvini, hanno annunciato che la formazione del governo non sarà intralciata da una loro richiesta non negoziabile di diventare Presidente del Consiglio: sconfessione netta della linea personalistica troppo spesso espressa da Di Maio e ribadita pedissequamente dalle Cinque Stelle. Ricordato che la nomina del Presidente del Consiglio spetta costituzionalmente al Presidente della Repubblica, Di Maio e Salvini dovranno trovare l’accordo su un nome, meglio su una rosa di candidati, in grado di essere il punto di equilibrio più autorevole possibile della loro coalizione. Discorso non dissimile per il Ministro dell’Economia. Insomma, il cammino è appena agli inizi. Una cosa sola sappiamo con certezza: le prossime elezioni non sono dietro l’angolo.

Pubblicato AGL 11 maggio 2018

Di Maio, la democrazia parlamentare e i nodi che vengono al pettine #M5S

“Che peccato che dopo cinque anni i Cinque Stelle non abbiano ancora imparato il minimo delle regole della democrazia parlamentare…”

“Adesso Luigi Di Maio sta per andare a sbattere anche contro l’assurdo limite dei due mandati… Fateci votare i parlamentari bravi e escludete già dalla prima legislatura quelli pessimi. Ce ne sono!”

 

Da Franceschini a Mogherini ci sono i nomi per l’esecutivo con i grillini #intervista #IlMattino

«Adesso ci vorrà un po’ di tempo per stemperare vecchi rancori
il Colle dovrà avere pazienza»

Intervista raccolta da Federica Fantozzi

Professor Gianfranco Pasquino,l’esplorazione del presidente della Camera Fico può avere successo o rappresenta un tentativo doveroso quanto inutile?

La possibilità di risolvere la situazione con un governo M5S-Pd è in leggera crescita ma partendo da un punto molto basso. Serve tempo: bisogna aspettare che si stemperino vecchi rancori. In ogni caso, non potrà essere un esecutivo guidato da Di Maio e dipenderà dalla flessibilità dei renziani.

La mancata premiership per Di Maio non sembra un punto pacifico per i Cinquestelle…

Non lo sarà, come non lo sarà l’atteggiamento dei renziani. Entrambi dovranno acconsentire a cercare per Palazzo Chigi un nome accettabile dai due partiti. E anche da Leu, che ha 4 senatori e 14 deputati.

Serve tempo, lei dice. Mattarella però non ha esaurito la pazienza?

Mattarella dovrà farsi venire o mantenere la voglia di aspettare che le cose maturino. Deve solo sentirsi dire da Fico che in entrambi i partiti, Pd e M5S, c’è la disponibilità massima a confrontarsi e andare a vedere le carte.

La coalizione di centrodestra è fuori dai giochi? Anche se gli ultimi giorni sembrano avere scavato un solco tra Berlusconi e Salvini?

Ciò che dice Berlusconi rende complicato il mantenimento della coalizione, ma rende ancora più inaccettabile per M5S la prospettiva di avere a che fare con lui. Il ruolo di Salvini, invece, dipenderà dalle sue ambizioni: se vuole andare al governo adesso o aspettare il prossimo giro.

In caso di fallimento di Fico, è ancora pensabile un governo di tutti nonostante il carico di rancori e litigi che si è manifestato?

Non sarebbe comunque un governo di tutti. Dovrebbe avere componenti politiche significative, esponenti che rappresentino pezzi di partito e culture politiche. Nessuno ovviamente verrebbe lasciato fuori, ma Giorgia Meloni o lo stesso Salvini potrebbero decidere di non farne parte.

In una situazione così complessa, lasciare un partito all’opposizione non significherebbe consegnargli le praterie dal punto di vista del consenso?

Io di praterie politiche non ne vedo: vedo piuttosto deserti intorno ai partiti. L’unico a dovere entrare per forza è M5S, che deve cimentarsi con le asperità del governare. Di certo il Quirinale farà appello alla responsabilità di ognuno. E almeno una parte del Pd deve sostenere il “governo di molti”: è necessario numericamente e politicamente.

Gentiloni potrebbe rimanere premier?

Gentiloni sarebbe stato una carta da giocare per Mattarella, se gli avesse affidato l’incarico esplorativo. Adesso potrà far parte del futuro governo, ma non guidarlo. Nel Pd ci sono comunque alcuni nomi spendibili.

Facciamoli.

Non ho nessun dubbio che Dario Franceschini sarebbe accettabile per l’M5S e uomo capace di ricomporre. Anche Andrea Orlando, che non dispiacerebbe neanche a Salvini. Ma lui non vuole allearsi con il Pd e qui sorge un problema. Se volessimo fare il nome di una donna: Roberta Pinotti. E se i Cinquestelle desiderano accreditarsi in Europa c’è Federica Mogherini, che non ha una posizione troppo ostile alla Russia.

Il “governo di molti” servirebbe solo a cambiare la legge elettorale?

Questa è una delle favole peggiori che si raccontano. Non serve il governo. Basterebbe che il Parlamento ritoccasse pochi punti – consentendo il voto disgiunto ed eliminando le pluricandidature – per rendere decente il pessimo Rosatellum. E poi il Quirinale non darebbe mai un incarico a tempo. Il prossimo esecutivo durerà finché verranno portati a termine i punti programmatici su cui è stato raggiunto l’accordo. Il resto dipenderà dal livello di insoddisfazione degli elettori.

Pubblicato il 25 aprile 2018

I cittadini eleggono il parlamento, non il governo #patriaindipendente

La pessima legge elettorale attuale. Il ruolo dei partiti. L’errore dei “sovranisti”. Come criticare l’Ue. Diritti e doveri secondo la Costituzione.

Quanto sbagliato e manipolatorio è attribuire la difficoltà di fare un governo alla Costituzione italiana! Sul banco degli incorreggibili imputati debbono stare coloro che nel corso di quasi quindici anni hanno scritto leggi elettorali non per dare buona rappresentanza politica ai cittadini italiani, ma per consentire ai capi partito e ai capi corrente di nominare i (loro) parlamentari. La legge Rosato è pessima non solo nel suo balordo mix maggioritario-proporzionale, ma, soprattutto, per la mancanza di voto disgiunto e per le candidature multiple. Nessuna legge elettorale delle democrazie parlamentari serve a eleggere il governo. Tutte eleggono più o meno bene un Parlamento che darà vita a un governo rappresentativo delle preferenze, degli interessi, persino dei valori dell’elettorato. Quel governo, inevitabilmente di coalizione, come i Costituenti sapevano e volevano, si regge, funziona e può essere sconfitto e sostituito da parlamentari consapevoli di potere e dovere operare senza vincolo di mandato, neppure del mandato imposto loro dai dirigenti di partito. Questo vale tanto per i parlamentari delle Cinque Stelle quanto per i parlamentari nominati da Renzi e da Berlusconi. Come sta scritto nell’articolo 49, debbono essere i cittadini, liberamente associati in partiti politici, a concorrere alla determinazione della politica nazionale. Rivendicare un primato dei partiti, oramai organizzazioni fatiscenti, inadeguate, personalizzate, non è il modo migliore per consentire ai cittadini di “determinare” la politica nazionale. L’esempio faticosamente emerso dal contesto tedesco nel quale, dopo essersi dichiarati all’opposizione in quanto sconfitti alle urne, i socialdemocratici hanno poi accettato di confrontarsi sui programmi con i democristiani e hanno infine sottoposto il testo del programma di governo ai loro iscritti dando loro il potere di approvarlo/rifiutarlo, dovrebbe essere fatto proprio da tutti coloro che desiderano una democrazia migliore.

Nell’epoca della globalizzazione nessuno può credere che rintanarsi negli angusti confini nazionali, vale a dire diventare “sovranisti”, consenta di avere politiche economiche, sociali, dell’immigrazione, della sicurezza preferibili a quelli che solo un’organizzazione sovranazionale potenzialmente federale come l’Unione Europea è in grado di formulare e di perseguire. Essere insoddisfatti di quel che l’Unione fa e non fa deve spingere ad agire con più forza a quel livello, non a ritrarsi e a chiamarsi fuori. Le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana e europea (che, probabilmente, non sono una delle letture fatte dai dirigenti di partito e dagli attuali parlamentari) costituiscono una testimonianza ammirevole di quanto importante fosse per loro la visione di un’Europa unificata per garantire pace e libertà. In larga misura, ma non del tutto, l’Unione Europea ha conseguito entrambi gli obiettivi. Dunque, la piena accettazione dell’appartenenza italiana alla UE anche nella prospettiva e nell’impegno a riformarla deve essere fatta valere, come chiaramente ha già detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nei confronti di chiunque intenda formare e fare parte del prossimo governo italiano. Il destino dell’Italia non è più soltanto nelle mani degli italiani, ma degli europei. Potremo plasmarlo con qualche successo agendo con impegno, con consapevolezza e con credibilità dentro le istituzioni europee.

Troppo spesso della Costituzione italiana si sottolinea l’ampia gamma di diritti esplicitamente introdotti e codificati dai Costituenti, mettendo in secondo piano i doveri degli italiani. Lo scriverò parafrasando il Presidente John F. Kennedy. “Non chiediamoci (soltanto) quello che la Repubblica [che, incidentalmente, è composta da tutti i cittadini italiani] può fare per noi, ma quello che noi possiamo fare per la Repubblica”. Allora, diventerà condivisibile e assolutamente importante che siano rimossi “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3). Sono parole elevate e impegni onerosi che possono trovare spazio nel programma di un governo che sottolinei l’assoluta priorità di creare posti di lavoro produttivo e di dare una rete di sicurezza a tutti, a cominciare dai giovani, con redditi di inclusione e/o di cittadinanza.

Chi ha a cuore le sorti della Repubblica sa che soltanto mantenendo fermi i principi ispiratori della Costituzione che risalgono all’antifascismo e alla Resistenza si ottiene il quadro nel quale si collocano buone coalizioni di governo in grado di tradurre quei principi in politiche pubbliche che rispondano alle esigenze della cittadinanza. La rispondenza non sarà mai completa e perfetta, ma i Costituenti sapevano, come scrisse Piero Calamandrei, di avere dato vita a una Costituzione “presbite”, che guarda avanti e vede meglio lontano. Anche la capacità di progettare il futuro possibile dovrebbe essere un criterio da utilizzare nella formazione del prossimo governo.

Pubblicato il 24 aprile 2018

Contro la politica degli analfabeti

Nella sua brillante introduzione alla Antologia di scienza politica da lui curata e pubblicata dal Mulino nel 1970, Sartori affermava senza mezzi termini che la cultura politica italiana soffriva di “analfabetismo politologico”. I suoi bersagli erano chiari: democristiani e comunisti, e lo sarebbero rimasti fino alla loro ingloriosa scomparsa. I democristiani irritavano Sartori per la loro accertata incapacità di andare oltre una cultura giuridica alquanto formalistica e per l’incomprensione dei meccanismi della politica, a cominciare, già allora, dai sistemi elettorali. Ai comunisti rimproverava, nella sua veste non soltanto di politologo, ma di liberale, l’uso della teoria marxista, per quanto ridefinita da Gramsci, inadeguata alla comprensione di tematiche come la Costituzione e lo Stato. Soprattutto, però, la critica che valeva per entrambi riguardava in particolare il cattivo uso dei concetti e la manipolazione talvolta persino inconsapevole che ne facevano gli intellettuali di entrambi i partiti. Soltanto molto tempo dopo mi sono reso conto che fin dalla metà degli anni cinquanta, in chiave e con obiettivi parzialmente diversi, sia Bobbio (Politica e cultura, Einaudi 1955) sia Sartori (Democrazia e definizioni, Il Mulino 1957), avevano sfidato frontalmente la cultura politica “catto e comunista”. Bobbio continuò a farlo apertamente e esplicitamente fino all’ultimo. Destra e sinistra, (Donzelli 2004) ne è una chiara testimonianza. Sartori intraprese un lungo percorso di ricerca nel quale il caso italiano rimaneva un caso e poco più. Anzi, Sartori affermò ripetutamente, anche in polemica con il provincialismo di troppi studiosi, che parlavano dell’Italia DC-PCI come di un’anomalia positiva, che chi conosce un solo sistema politico non conosce neppure quel sistema. Non scrisse mai un libro dedicato a una tematica sostanzialmente italiana anche se divenne un critico severissimo e agguerritissimo di tutte le riforme elettorali e istituzionali italiane che, uomini (e donne) privi di cultura politologica e politica, hanno fatto e rifatto con pessimi esiti. I suoi libri sulla democrazia e sui sistemi di partito restano monumenti della scienza politica della seconda metà del secolo scorso e sono letture imprescindibili, ma Sartori teneva moltissimo a due volumi più recenti e più mirati: Ingegneria costituzionale comparata (Il Mulino, più edizioni, da ultimo 2004) e Homo videns (Laterza 2000).

Ogniqualvolta, specialmente nei pungentissimi editoriali per il “Corriere della Sera” (variamente raccolti Mala tempora, Laterza 2004 e Il sultanato, Laterza 2009) analizzava un qualche fenomeno politico, Sartori metteva grande cura nell’applicare in maniera ovviamente molto concisa il suo metodo comparato e le conoscenze acquisite. La domanda di fondo alla quale rispondeva era sempre quella relativa alle conseguenze prevedibili di interventi, mutamenti, trasformazioni nel sistema, nei partiti, nella leadership, nelle leggi elettorali. Spiegazioni e/o teorie probabilistiche erano i ferri del suo mestiere: “se cambiano le condizioni a, b, e c allora è probabile che cambino le conseguenze x, y, z”. Certo, discutere con chi di volta in volta produceva spiegazioni ad hoc, spesso tanto particolaristiche quanto fragili, era un esercizio che spesso lo irritava e che volgeva sul beffardo, sulla presa in giro.

Spariti i suoi interlocutori democristiani e comunisti i quali, almeno, avevano letto qualche libro e talvolta s’interrogavano effettivamente su riforme e conseguenze, persino sul metodo con il quale analizzare il sistema politico italiano e i suoi partiti, Sartori si trovò costretto a fare i conti con analisti e politici improvvisati. Il liberale che era in lui colse immediatamente l’incongruenza di una rivoluzione liberale di cui, dopo la caduta del Muro di Berlino, avrebbe dovuto farsi portatore e interprete un imprenditore duopolista (nell’importantissimo settore della comunicazione, in particolare televisiva), un imprenditore che (af)fondava la sua politica in un gigantesco conflitto di interessi. Perché mai questo accanimento contro Berlusconi, si chiesero molti commentatori, visto che l’allora Cavaliere aveva “salvato” l’Italia dai comunisti e dai post-comunisti? Eppure, la risposta di Sartori era semplice, lineare, inoppugnabile: liberalismo c’è quando potere economico e potere politico sono e, nella misura del possibile, rimangono nettamente separati. In una democrazia liberale al potere economico non si può consentire di conquistare il potere politico. Il conflitto d’interessi è una ferita permanente nel corpo di quella democrazia. Sartori era tanto più credibile in questa denuncia poiché si era per tempo schierato contro la partitocrazia ovvero quella situazione nella quale il potere politico, più precisamente dei partiti, si annetteva pezzi di potere economico, sociale, culturale.

Il liberalismo di Sartori si rafforzava e raffinava grazie alla sua scienza politica, ad esempio, ricordando che le democrazie liberali sono tali quando garantiscono effettiva rappresentanza politica agli elettori. Dai buoni sistemi elettorali viene buona rappresentanza che esige nella maniera più assoluta l’assenza di qualsiasi vincolo di mandato. Fin dal 1963 Sartori aveva sollevato il quesito se i parlamentari si sentissero maggiormente responsabili nei confronti dei dirigenti di partito, dei gruppi d’interesse, degli elettori? La risposta è, naturalmente, empirica, ma la proposta di Sartori è chiara: bisogna disegnare sistemi elettorali che consentano ai parlamentari di essere effettivamente e essenzialmente responsabili nei confronti degli elettori. A Sartori è stato risparmiato l’obbrobrio tanto dell’Italicum (non ho dubbi che avrebbe fatto notare che i premi di maggioranza Italicum-style c’entrano con la buona rappresentanza come i cavoli a merenda) quanto, ancor più, della Legge Rosato. Ma ha avuto il tempo di bollare la Legge Calderoli con l’epiteto Porcellum. Non gli attribuisco niente che non si possa trovare nei suoi scritti se aggiungo che sarebbe inorridito ad ascoltare fior fiore (sic) di riformatori e di commentatori, neanche analfabeti di ritorno, perché mai alfabetizzati, sostenere la necessità di un’apposita legge elettorale in un sistema partitico diventato tripolare. Tanto per cominciare avrebbe sostenuto che prima di contare i poli si contano i partiti (quindi, il sistema partitico italiano è multipartitico), poi se ne valuta lo stato di consolidamento, davvero molto limitato, infine che alcuni sistemi elettorali forti hanno effetti restrittivi sui partiti e sui sistemi di partiti. Le leggi elettorali si scelgono per dare vita al sistema di partiti preferito, che non è la stessa cosa di favorire o svantaggiare qualsivoglia partito.

Alla morte di Bobbio, il necrologio scritto da Sartori sulla “Rivista Italiana di Scienza Politica” (aprile 2004), intitolato Norberto Bobbio e la scienza politica in Italia, si concludeva con le seguenti parole: “Bobbio è stato per tutti gli studiosi un modello di come si deve scrivere, insegnare, e anche partecipare alla vita pubblica. … Norberto Bobbio è stato, e resta, il più bravo di tutti noi”. Credo di potermi permettere sia di condividere queste parole sia di aggiungere nel primo anniversario della sua morte che Sartori è senza nessun dubbio stato “il più bravo di tutti noi”, ma anche uno dei migliori scienziati politici degli ultimi cinquant’anni.

Pubblicato il 3 aprile 2018

“M5S-Lega, prima si tratta e poi si governa assieme” #intervista

Intervista a Gianfranco Pasquino raccolta da Lorenzo Giarelli

Il politologo: “Occorre tempo per un accordo

“Ci vorrà tempo”. Ma il tempo, in questi casi, aiuta. Cambia gli umori di eletti e elettori, fino a rendere possibili scenari che sembravano irrealizzabili. Ne è sicuro Gianfranco Pasquino, politologo e Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Chiuso l’accordo sulle presidenze delle Camere, c’è chi adesso dà per certo un’intesa tra Lega e Movimento 5 Stelle anche per la formazione di un governo.

 

 

Professor Pasquino, secondo lei si arriverà a un’intesa?

La presidenza delle camere e il governo sono due partite separate, ma il risultato della prima mi fa pensare che la lega e 5 Stelle arrivino alla seconda con qualche vantaggio in più. In questo momento però credo che i giochi non siano fatti. Dovessi dire una percentuale, sarebbe un 50 e 50.

Ma a Salvini e Di Maio converrebbe? Non perderebbero parte del proprio elettorato?

I passaggi di questa trattativa non sono banali, servirà un po’ di tempo. Ma il tempo passa e più sarà facile accettare un accordo. E non dimentichiamo che le basi condividono una forte critica alla politica tradizionale, quella che ha dimenticato parti del Paese che Lega e 5 Stelle hanno saputo intercettare.

In ogni caso Salvini dovrebbe rinunciare a Berlusconi.

Non credo che i 5 Stelle accetterebbero mai di stare con Berlusconi. Se facessero un governo con Forza Italia, gli elettori grillini sarebbero sconvolti, oltre che molto preoccupati. Dopo tutto quello che gli hanno detto in questi anni-spesso a ragione-non se lo possono permettere. Anche perché sono stati determinanti per la sua ultima sconfitta politica, con il veto su Paolo Romani alla presidenza del Senato.

Nei programmi di lega e cinque stelle però ci sono parti poco conciliabili.

Mi sembra che i 5 Stelle abbiano un po’ alzato il piede dall’acceleratore sul tema del reddito di cittadinanza, così come la Lega potrebbe rinunciare alla flat tax. Una discriminante sarebbe il tema dell’Europa: se il Movimento accettasse una linea più sovranista, dovremmo aspettarci una reazione da parte degli organismi internazionali. A questo si collega alla gestione dell’immigrazione, su cui comunque i 5 Stelle mi sembrano più malleabili rispetto a Salvini. Detto questo, è evidente che un programma comune nasca dai negoziati: sforbiciate, compromessi.

Entrambi il leader dovrebbero rinunciare a fare il premier?

Salvini credo abbia meno problemi. Di Maio alla fine potrebbe anche farsi da parte, condividendo la scelta di una terza persona con il leghista.

Ci sono alternative, se non il ritorno al voto?

No se il partito democratico rimarrà ancora seduto sulla riva del fiume ad aspettare. I cadaveri dei nemici non stanno passando: passano soltanto gli elettori che chiedono conto di questo immobilismo.

I dem sperano che Lega e M5S vadano a sbattere.

Mi pare difficile che si schiantino, perché l’intesa potrebbe anche non valere per tutta la legislatura e non è detto che gli elettori valutino in maniera negativa quanto faranno Lega e 5 Stelle. Il PD fa opposizione a un governo che non esiste. Forse sperano che durante le consultazioni possano tornare in gioco, sempre che allora siano ancora vivi. Non è vero, come continuano a ripetere i dem, che gli elettori li hanno mandati all’opposizione: gli elettori hanno bocciato gli ultimi governi.

Occorre superare Renzi?

Anche in questo caso serve tempo, anche perché gran parte del partito e lì grazie a Renzi e ancora non se la sente di mollarlo. Non credo manchino le persone capaci di prendere in mano il cambiamento, manca solo un po’ di coraggio.

Pubblicato il 28 marzo 2018

No ai balletti sui Presidenti

Una cosa sola già sappiamo: non è buono il modo finora seguito per eleggere i Presidenti di Camera e Senato. Tutti avrebbero dovuto impararlo da quanto è successo a cominciare dal 1994. Nessuna “partitizzazione” è accettabile. Nessuno scambio a futura memoria deve costituire un fattore nella selezione delle candidature. Nessuna compensazione dei rapporti di forza fra i partiti nelle coalizioni: scontro Salvini-Berlusconi; contrasto latente fra ortodossi e eterodossi (rispetto a cosa?) dentro il Movimento 5 Stelle. Se questa è la nuova politica della presunta Terza Repubblica, meglio arrestarsi a pensare, riflettere, forse studiare. No, i Presidenti delle Camere non debbono essere il prodotto di nessuna maggioranza semplicemente fondata sui numeri. Non debbono neanche prefigurare una maggioranza di governo. Semmai, tutto il contrario. Per coloro che credono, spero siano molti, che una democrazia è il luogo dove esistono fremi e contrappesi, allora la garanzia iniziale e decisiva è proprio rappresentata da Presidenti che emergano per le loro qualità dai ranghi dei partiti che staranno all’opposizione. La “garanzia” consiste proprio nel consentire all’opposizione, di avere tempi e modi di controllare l’operato della maggioranza di governo, d’intervenire sui disegni di legge, di avanzare controproposte che siano regolarmente prese in considerazione, non insabbiate o bocciate pregiudizialmente e pretestuosamente. Al momento, nessuno dovrebbe essere o affermare di essere all’opposizione rinunciando a formulare criteri e ad avanzare proposte.

In base a quanto sappiamo della maggioranza dei Presidenti del passato, da un lato, giungevano a cariche istituzionali prestigiose, come sono entrambe le Presidenze, dopo un percorso politico spesso altrettanto prestigioso che s’era concluso. Potevano dedicare tutte le loro energie personali e capacità allo svolgimento di un compito cruciale: fare funzionare al meglio il Parlamento, l’istituzione cruciale in una democrazia parlamentare. Non facevano più “politica”. Invece, alcuni dei successori giunti a quelle presidenze nel pieno della carriera politica, se non addirittura, all’inizio della carriera, come i due presidenti adesso uscenti, hanno fatto eccome “politica” in maniera talvolta nociva al buon funzionamento del Parlamento, alla linearità dei rapporti governo/parlamento, accettando e ratificando qualche sconfinamento governativo di troppo. Un importante criterio con il quale filtrare le candidature consiste nel non attribuirle a chi potrebbe usarle come trampolino per il seguito della sua carriera politica.

Le Presidenze non sono merce di scambio. Dunque, debbono essere valutate separatamente e la scelta deve avvenire con riferimento ai meriti delle singole candidature. Sarebbe bello ascoltare proposte che elogino le qualità delle candidature. Personalmente, credo sia difficile trovare al Senato persona più autorevole di Emma Bonino, sicuramente giunta al termine della sua carriera più propriamente politica, rispettosa senza eccessi della Costituzione italiana, nota e apprezzata sulla scena europea, da sempre convinta dell’importanza del ruolo del Parlamento. La sua elezione non prefigurerebbe nessuna maggioranza e non sarebbe neppure un premio per il partito, il PD, nella cui coalizione è stata eletta. Alla Camera, la scelta è più complessa, ma valgono tutte le considerazioni che ho già svolto. La maggiore difficoltà riscontrabile è dovuta all’enorme ricambio avvenuto per i deputati e quindi all’assenza di una personalità dotata di esperienza e prossima al compimento della sua carriera politica. Non tanto provocatoriamente, potrebbe essere un esponente del Movimento 5 Stelle al suo secondo e, se sarà fatto valere il limite dei due mandati, ultimo mandato. Non sarebbe uno scambio, ma il semplice riconoscimento che il partito di maggioranza relativa ha il titolo elettorale e politico a ottenere quella carica. Qualsiasi altra considerazione è superflua, se non addirittura dannosa e controproducente.

Pubblicato AGL il 23 marzo 2018

After Italy’s vote: The case for a deal between the Democratic Party and the Five Star Movement

Italy’s election produced a fragmented result and there has been intense speculation over the potential government that could emerge from negotiations. Andrea Lorenzo Capussela and Gianfranco Pasquino argue that in a tri-polar parliament dominated by populists of different descriptions, a cabinet centred on some form of understanding between the Democratic Party and the Five Star Movement would be the least bad option from the perspective of both Italy’s and Europe’s interests. At the very least, the logic of parliamentary democracy requires the two parties to engage in serious talks.

Palazzo Montecitorio, seat of the Italian Chamber of Deputies, Credit: David Macchi (CC BY-NC-ND 2.0)

 

The Italian election produced three surprises. The centre-right coalition came first, as predicted, but within it voters largely preferred the anti-establishment rhetoric of Lega – the radical-right party formerly known as the Northern League, which recently shed its original secessionism to embrace sovereignism – to the more ambiguous liberal-populism of Silvio Berlusconi’s party, Forza Italia. They punished the ruling Democratic Party (PD) more harshly than expected, and rewarded the anti-establishment Five Star Movement (M5S) more generously than expected.

Like the PD, Berlusconi’s party scored the worst result of its history. Except in 2011-13, when both supported a non-partisan executive, those two parties or their predecessors – the alliance that merged into the PD in 2007 – have either led the government or the opposition ever since 1994. Although much divided them and their policies, they jointly presided over the country’s singular and remarkable decline, which began then. Suffice it to say that during the 2000s average per-capita real growth was the lowest in the world, and average real disposable income is now at about the same level as it was in 1995: in Italy’s closest Eurozone peers – France, Germany, and Spain – it is about 25% higher. Their joint defeat suggests that an opportunity might have opened for the country to gradually shift toward a fairer and more efficient equilibrium.

Before turning to the implications for the formation of the next government, however, a brief look at the composition and policy orientation of the three poles that dominate parliament, shown in the table below, might be useful. For two of these poles are fairly loose coalitions, and the solidity of the third cannot be taken for granted, especially when one considers that during the 2013-18 parliament, 36.7 per cent of MPs switched sides, often more than once (347 out of 945 elected MPs officially switched sides, and 566 switches were recorded).

Table: Selected results from the 2018 Italian election

Note: The seats shown in the table are preliminary figures. Two seats are as yet unassigned in either chamber; in the Senate, the count covers elected seats only. † In a slightly different composition between the two elections. ‡ With a different name and composition between the two elections. Source: Official data

Besides Lega and Berlusconi’s party, the centre-right coalition comprises a post-fascist grouping (‘Brothers of Italy’ in the table) and a smaller cartel of patronage networks. It is held together by history (they governed together in 1994, 2001-6, and 2008-11), by an equally long tradition of tolerance for illegality and clientelism and impatience for pluralism and constitutional democracy, by varying degrees of opposition to immigration, nationalism, and Euroscepticism, which only Berlusconi’s party muted during the campaign, and by a fairly extreme flat-tax proposal (the suggested rates are 15 or 23 per cent). But Lega’s virulent anti-establishment rhetoric, which undoubtedly contributed to the quadrupling of its votes, distances it markedly from its partners.

The Five Star Movement deliberately ran alone. But its lack of either a recognisable political culture or a reliable method for selecting candidates, its weak internal democracy, and its short history suggest that exits are possible (it lost 32.7 per cent of its parliamentarians in 2013-18). Although it too seems impatient with pluralism, its anti-political views do not extend to a rejection of constitutional democracy and the checks and balances system. On the contrary, its overall stance is couched primarily in terms of transparency and public integrity, and its support for judicial and political accountability survived the first large scandals in which the party was implicated. To this foundational message the M5S recently added the proposal of a form of universal basic income, it softened its Euroscepticism, and seems to have shelved its opposition to the common currency.

The centre-left coalition is far less balanced than its ideological alternative. None of the PD’s three allies reached the 3 per cent threshold, and within them only two figures carry some influence: Emma Bonino, who led a grouping of pro-European libertarians, and the former leader of a centrist party that was allied to Berlusconi until the 2010s. The coalition ran on the record of the 2013-18 PD-led cabinets, promising greater efforts on unemployment, poverty, and equality of opportunity. It advocated further European integration, ever a pillar of the PD’s stance, but gave this issue modest prominence. More importantly, several choices of candidates, especially in the South, appeared to indicate that the weight of clientelism has grown within that party.

Arithmetic and policy compatibility suggest that the next government could be built upon three alternative majorities, whether formal (coalition cabinets) or informal (parliamentary support for minority executives): the M5S and the PD, with or without the latter’s allies or, in their stead, a small leftist grouping (‘Free and Equal’ in the table); centre-right and centre-left; and M5S and Lega. A non-partisan government supported by most parties is a fourth option, which would probably be pursued if those three fail, as an alternative to snap elections. But such a cabinet would presumably have the mandate merely of steering the country while parliament designs a better electoral law: one, for instance, which allowed citizens to select their representatives.

The background against which these alternatives must be set is well known. Domestically, the growth acceleration of 2017 is likely to slow down, and the exceptionally favourable external macroeconomic environment of the past few years will gradually revert to normality. In Europe, the renewed Franco-German alliance does seem set to give impetus to EU and Eurozone reform, but faces both risks and obstacles – such as, for example, an unhelpful US administration, a hostile Russia, and dangerous relations between the two. It will also have to address the (legitimate) demands and reservations of an informal grouping of mainly Northern and North-Eastern smaller member states. Italy must choose a strategy and can indeed influence the outcome of this debate, which could shape the future of the continent for a decade or more.

Let us assume, for simplicity, that the centre-right’s interests are on the whole less aligned to the needs of Italy’s material and democratic development than those of the other parties, as recent history arguably suggests, and that greater European integration is desirable, at least if greater doses of democracy and accountability will infuse the common institutions. On these assumptions, admittedly subjective, it can readily be shown that only the first alternative (a deal between the M5S and the PD) could potentially advance both Italy’s and Europe’s needs.

With inverted roles, a left-right coalition would resemble the 2013-18 ones, which included either Berlusconi’s party or, de facto, segments of it. They achieved little on either front. A right-led coalition would likely do worse. Meanwhile, Lega’s flat tax (15 per cent) and the Five Star Movement’s universal basic income proposals are mutually incompatible. An alliance between them could thus lead the populists within the M5S to follow Lega’s example in the search for scapegoats: immigrants, Brussels, the euro, and others. Italy and probably also the EU are highly unlikely to survive unscathed.

Conversely, the M5S and the PD could find common ground on a genuinely universalistic, sustainable, and pro-growth reform of social insurance, on the fight against corruption and tax evasion, and, possibly, also on public administration reform and a pro-growth public expenditure review. Over five years, a meaningful degree of implementation of almost any plausible programme built along these lines would make Italy a distinctly better country.

The pre-conditions for such a compact are that the M5S pledges support for greater European integration, upon a sufficiently clear platform, and that the PD distances itself from collusion with the economic elites, clientelism, and the other unethical practices that increasingly permeated it. Cooperation could improve both sides of the deal, in other words. The main risks are friction, deadlock, and break-up. They are serious, of course, but could be reduced by following the German example: a detailed and transparent coalition agreement, made after comprehensive negotiations and public intra-party discussion and deliberation. The PD and even more the M5S have a lot to learn for such a demanding process to work, but nothing prevents them from giving it a try.

Having narrowly won the 2013 election, the PD offered a roughly similar alliance to the M5S but was mockingly rebuffed. Stung by defeat and by that precedent, the PD has so far, perhaps tactically, rejected the Five Star Movement’s informal overtures. The reasons offered boil down to these: cooperation with the M5S is not what voters want and would damage the party. It could harm the existing party, arguably, but might make it a better one. Above all, both Italy’s and Europe’s interests and the very logic of parliamentary democracy require the two sides to engage in serious talks. Talks held according to established practice (the largest party should lay down the platform), with reasonable safeguards (an adequate mixture of transparency, on strategic choices, and confidentiality, on tactical ones), and an open horizon (leading to either a formal coalition or external support for a minority government, and potentially encompassing also other parties or figures).

Note: This article gives the views of the authors, not the position of EUROPP – European Politics and Policy or the London School of Economics.

March 22nd, 2018

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About the authors

Andrea Lorenzo Capussela led the economic and fiscal affairs office of Kosovo’s supervisor, the International Civilian Office, and is the author of State-Building in Kosovo: Democracy, Corruption, and the EU in the Balkans (I.B. Tauris, 2015), and of The Political Economy of Italy’s Decline (Oxford University Press, 2018). He tweets @AndreaCapussela

Gianfranco Pasquino – University of Bologna
Gianfranco Pasquino is Emeritus Professor of political science at the University of Bologna and member of the Accademia dei Lincei. He has published a number of books on Italian politics and is co-editor of the Oxford Handbook of Italian Politics. He tweets @GP_ArieteRosso

Questa è Democrazia. Non sono giorni persi

Difficile dire quanto l’opinione pubblica italiana sia preoccupata per la formazione del prossimo governo. Sicuramente molto preoccupati sono alcuni capi di governo europei, a cominciare da Angela Merkel e Emmanuel Macron, e nella Commissione Europea, il Presidente Jean-Claude Juncker e il Commissario all’Economia Pierre Moscovici. Sono un po’ tutti caduti in una trappola. Come molti commentatori anche italiani, considerano “populismo” tutto quello che non piace loro e hanno appiccicato l’etichetta sia al Movimento 5 Stelle sia alla Lega. Innegabilmente “vincitori” delle elezioni, hanno, seppure in maniera differenziata, delle strisce di populismo, ma nel primo la carica anti-establishment e nel secondo il “sovranismo” prevalgono nettamente sul populismo tant’è vero che entrambi stanno facendo la loro parte non contro le istituzioni, ma dentro e attraverso le istituzioni. Finora non è stato tempo perso, come qualche terribile censore della politica italiana vorrebbe fare credere. La ventina di giorni che separa il voto del 4 marzo dall’inaugurazione del nuovo Parlamento il 23 marzo è utilmente servita a svolgere in maniera positiva alcuni compiti importanti: consentire l’analisi del voto, fare circolare sia dentro sia fuori i partiti le valutazioni, sondare le preferenze. lanciare proposte.

Al netto delle inevitabili affermazioni propagandistiche, di alcuni silenzi, come quello, rattristato e deluso, di Berlusconi, e di alcune reazioni stizzite innervosite, come quella di Renzi e dei suoi declinanti sostenitori, questi giorni hanno contribuito a un processo di apprendimento collettivo. Dopo avere detto dall’alto del loro straordinario risultato elettorale, 32,8 per cento, che tutti avrebbero dovuto andare a parlare con loro, le 5 Stelle hanno capito che l’iniziativa la debbono prendere loro chiarendo che cosa davvero vogliono fare e con chi. Hanno persino annunciato che i Presidenti delle Camere debbono essere figure di garanzia che sappiano fare funzionare al meglio il Parlamento e che, pertanto, la loro elezione non prefigura la maggioranza che andrà al governo. Inopinatamente messo all’opposizione, non dai suoi elettori, i quali ovviamente avrebbero voluto tutt’altro, ma dal suo segretario dimissionario, il Partito Democratico sta lentamente scendendo dall’Aventino, da un’inutile e sterile posizione pregiudiziale. Sembra che una parte considerevole dei dirigenti democratici abbiano capito che il loro partito può essere indispensabile alla formazione di una maggioranza di governo. Prima è opportuno ascoltare che cosa proporranno gli altri, a cominciare da Di Maio. Forme e modi di eventuali coalizioni verranno dopo. Sappiamo che grande è la varietà di governi concepibili, lasciando da parte quello il cui scopo sia la sola riscrittura della pessima legge elettorale Rosato, e nel passato già concepiti e attuati. Il leader della Lega, Matteo Salvini, pur inorgoglito dal sorpasso su Berlusconi, anche grazie alla nettezza delle sue posizioni su immigrazione, sicurezza, anti-europeismo, mostra un “volto” nazionale, ma appare leggermente innervosito. Non c’è vittoria senza capacità di attrarre altri parlamentari e gliene mancano almeno una cinquantina, per formare una coalizione maggioritaria.

Quanto al decisore ultimo, vale a dire il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, invece di scrutarne le intenzioni, compito al quale si dedicano con ardore i cosiddetti retroscenisti, è meglio considerarne le esternazioni e ricordarne i poteri. Fin da subito Mattarella ha per ben due volte richiamato tutti i protagonisti al senso di responsabilità cosicché partiti e leader hanno appreso di avere grande responsabilità non soltanto nei confronti dei loro elettori, ma anche del paese. Il Presidente, che è “il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale” (art. 87 della Costituzione), ha più volte fatto variamente conoscere sia la sua contrarietà a nuove ravvicinate elezioni sia la sua intenzione di varare un governo politico. Eletti i Presidenti delle Camere, da queste due premesse si partirà senza perdere tempo.

Pubblicato AGL il 19 marzo 2018