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Il voto in Emilia Romagna, Zingaretti e le Sardine. Intervista al professor Gianfranco Pasquino @RadioRadicale

Intervista di Roberta Jannuzzi
27 gennaio 2020 – Durata: 10′ 49″

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L’Emilia Romagna al centrosinistra, la Calabria al centrodestra.
Questi i risultati delle Regionali, che vedono il dem Bonaccini superare la leghista Borgonzoni e la forzista Santelli trionfare sull’imprenditore Callipo.
Crollo M5s in entrambe le regioni.
Il Pd è di nuovo il primo partito in Emilia-Romagna e il suo segretario, Nicola Zingaretti, parla di un ritorno a un sistema bipolare.
Il leader della Lega Matteo Salvini ricorda che si è fatto tutto quello che si poteva e promette che il cambiamento è solo rimandato.
Sconfitta per il M5s: capo reggente, Vito Crimi, invita a non arrendersi e a
 stare uniti.
Trionfo silenzioso per le Sardine che hanno contribuito a mobilitare l’elettorato

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LA DEMOCRAZIA NEI PARTITI (DEGLI ALTRI)

da La democrazia nei partiti (degli altri), in “il Mulino”, vol. LXVIII, Novembre/Dicembre 2019, pp. 908-915)

Se non c’è democrazia nel Partito Socialdemocratico tedesco, che cerca di introdurre la democrazia nel sistema politico della Germania imperiale e lotta per ottenerla, la democrazia non potrà mai affermarsi. Al contrario, si imporrà, scrisse memorabilmente Robert Michels, “la legge ferrea dell’oligarchia” (La sociologia del partito politico, ed. originale 1911, trad. it. Il Mulino, 1966. Questa edizione contiene una splendida, illuminante e insuperata introduzione di Juan Linz, Michels e il suo contributo alla sociologia politica, pp.VII-CXIX). L’apparentemente inevitabile concentrazione di potere nelle mani di coloro che controllano le informazioni, le comunicazioni, la distribuzione delle cariche e le fonti di finanziamento delle associazioni impedisce la comparsa della democrazia nel sistema politico a tutto vantaggio delle oligarchie, anche di partito, nei partiti. In sostanza si presenta il dilemma se sia meglio costruire un’arma organizzativa (copyright Philip Selznick 1960) per vincere le elezioni in modo da avere l’opportunità di tradurre i programmi del partito in politiche pubbliche che soddisfino le preferenze e le necessità degli elettori oppure dare voce agli iscritti, agli attivisti, spesso carrieristi, talvolta ideologicamente irrigiditi e lasciarsi guidare dalle loro maggioranze spesso mutevoli qual piume al vento che potrebbero essere poco rappresentative degli elettori e incapaci di conseguire vittorie elettorali. Un po’ dovunque questo dilemma, spesso non così limpidamente visibile, si presenta ai dirigenti dei partiti pressati dal desiderio di vincere le elezioni, ma obbligati a tenere conto delle preferenze e delle opinioni, se non degli iscritti, quantomeno dei militanti ai quali debbono le loro cariche e senza i quali l’organizzazione partitica non potrebbe funzionare.

Che cosa vuole comunicare agli italiani l’inciso “con metodo democratico” dell’art. 49 della Costituzione riferito alla concorrenza fra partiti per “determinare la politica nazionale”? Michels si preoccupava giustamente dell’emergere di una oligarchia di/nel partito che si sarebbe dedicata prevalentemente al perseguimento degli obiettivi di avanzamento personale e di carriera dei dirigenti a scapito delle preferenze degli iscritti. Però, se (anche) così facendo, quell’oligarchia di funzionari avesse condotto il partito a vittoria elettorale dopo vittoria elettorale e conquistato il potere di governare, avrebbe/avremmo comunque dovuto lamentare la mancanza o le limitazioni di democrazia all’interno del partito? Giunto al governo quel partito ha la grande opportunità di produrre politiche pubbliche che migliorano la vita del suo elettorato, forse di tutti gli elettori e, di conseguenza, anche dei suoi iscritti. È accettabile sacrificare un po’/molta/quanta democrazia interna all’efficienza politica? Oppure dovrebbero tutti i partiti considerare la democrazia al loro interno non soltanto un mezzo, ma, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, un fine in se stesso?

Leggendo criticamente Michels e andando al cuore della sua tesi, Giovanni Sartori (Democrazia, burocrazia e oligarchia nei partiti, in “Rassegna Italiana di Sociologia”, n. 3, 1960, pp. 119-136) ha sostenuto che i partiti hanno la facoltà di darsi qualsiasi modalità organizzativa preferiscano. È presumibile e auspicabile che coloro che si iscrivono ad un partito ne conoscano almeno in una certa misura le modalità di funzionamento e, con la loro iscrizione, le accettino. Potranno, poi, nel corso del tempo anche cambiare idea passando, come ha acutissimamente messo in rilievo Albert O. Hirschman (Lealtà defezione protesta, Bompiani 1982, ed. originale 1970), dalla lealtà, il sostegno ai dirigenti e alle loro attività, alla protesta (voice), vale a dire la critica dei comportamenti, fino alla defezione (exit), all’abbandono del partito. Protesta e defezione sono i comportamenti più probabili quando il partito perde voti e di conseguenza subisce sconfitte elettorali a presumibile causa della linea politica applicata dai dirigenti e della candidature da loro prescelte. Allora, forse soltanto allora, gli iscritti accuseranno i dirigenti di scarsa democrazia interna, per l’appunto, avendo formulato un brutto programma, selezionato malamente le candidature, avendo condotto una inadeguata campagna elettorale.

Il detonatore di tutte queste accuse e critiche è la sconfitta elettorale nella libera competizione per ottenere voti e seggi cosicché, ha affermato Sartori, quel che conta di più non è la democrazia nei partiti, in quello specifico partito, ma la democrazia fra i partiti, che si esplica nella, per usare la parola che deriva dalla Costituzione italiana, concorrenza fra i partiti. Infatti, gli esiti negativi della concorrenza politica e elettorale per alcuni partiti possono condurre a pratiche da considerarsi democratiche: sostituzione totale o parziale dei gruppi dirigenti (scrisse Michels che la circolazione delle élites “non avviene come un ricambio vero e proprio, quanto piuttosto sotto la forma di un amalgamarsi dei nuovi elementi con i vecchi”, p. 502), più ampio coinvolgimento degli iscritti nella selezione delle candidature e nella formulazione del programma, estensione della partecipazione degli iscritti alle decisioni che riguardano tematiche giorno per giorno, ma anche di lungo periodo. Esiste la possibilità che la concorrenza “con metodo democratico” fra i partiti, comunque elemento imprescindibile della democrazia nel sistema politico, stimoli e produca pratiche democratiche anche all’interno dei singoli partiti. Tuttavia, questo punto è molto importante, ciascuna e tutte queste pratiche non sono imposte per legge, ma dipendono essenzialmente dalla valutazione e dalla volontà dei dirigenti e degli iscritti, delle loro interazioni. Saranno loro a scegliere quali pratiche utilizzare, come e quando. Sottolineo questo punto poiché sento pericolosamente serpeggiare la tentazione di imporre dall’alto ai partiti una regolamentazione che finirebbe per essere omologante e persino oppressiva. Rimango dell’idea che per tutte le associazioni dei più vari generi, ma soprattutto per quelle che esplicano attività politiche in senso lato, allo stesso modo che per i partiti deve valere l’invito-auspicio pronunciato nella sua fase liberaleggiante dal compagno Presidente Mao zedong: “che cento fiori fioriscano, che cento scuole di pensiero gareggino”. A scanso di equivoci, temo di dovere precisare che so che non esisteva ieri e non c’è oggi un elevatissimo tasso di democrazia nel Partito Comunista Cinese.

Nella misura in cui viene posto l’accento sulla concorrenza/competizione fra partiti da effettuarsi con “metodo democratico” per procedere alla determinazione della politica nazionale diventa inevitabile prendere in considerazione le leggi elettorali. Rassicuro subito i lettori. Non intendo riesumare l’infinito, never ending e pessimo dibattito italiano in materia né avventurarmi in qualsiasi nuova e sorprendente proposta. Già da tempo, dovremmo avere acquisito le conoscenze necessarie e avere imparato che i dirigenti di partito intendono quasi esclusivamente manipolare: non una buona legge per il paese, ma una legge che li ponga in condizione di vantaggio, comunque svantaggiando i concorrenti. Mi limito, invece, a sottolineare due punti. Se pensiamo con Sartori che la democrazia fra i partiti sia essenziale per offrire agli iscritti opportunità di partecipazione incisiva, allora abbiamo l’obbligo scientifico e “civico” di segnalare quali sono i criteri più appropriati per valutare i sistemi elettorali che consentano una migliore, più limpida, più trasparente concorrenza, quei sistemi che conferiscono maggiore potere agli elettori. Andiamo per esclusione. A determinate, non facili da attuare, condizioni, i sistemi elettorali proporzionali sono in grado di garantire una rappresentanza fair, equa all’elettorato, ma,se hanno liste chiuse, da un lato, limitano fortemente il potere di scelta degli elettori, dall’altro, la loro formula di traduzione di voti in seggi, soprattutto quando gli spostamenti da un partito all’altro sono contenuti, raramente consente di dire chi fra i (dirigenti dei) partiti ha davvero perso e chi ha davvero vinto. A fronte di variazioni del consenso misurabili in pochi punti percentuali, che è spesso la norma quando si usano leggi proporzionali, tutti o quasi i dirigenti dei partiti riusciranno facilmente a trovare giustificazioni plausibili e accettabili. Invece, nei sistemi maggioritari uninominali sia a turno unico sia a doppio turno, è sempre chiaro chi ha vinto e chi ha perso. Quindi, la responsabilità dei dirigenti di partito è molto più facilmente individuabile, attribuibile, valutabile. Non è certamente casuale che i dirigenti dei partiti in sistemi multipartitici che votano con leggi di rappresentanza proporzionale siano sostituiti con molta minore frequenza di quelli dei partiti laddove si vota con sistemi maggioritari. È un bell’argomento per ricerche comparate.

Riprendiamo il discorso da una semplice, ma cruciale affermazione: democrazia nei partiti non è solo possibilità e effettività di sostituzione dei gruppi dirigenti. Possiamo estendere il raggio d’azione dell’inciso “con metodo democratico” dalle attività e competizioni elettorali, che debbono essere combattute senza ricorso a forme che implichino violenza, manipolazioni, ricatti e altre modalità improprie, che oggi comprenderebbero anche la diffusione delle fake news e le interferenze elettroniche, l’hackeraggio, a quanto succede dentro le organizzazioni di partito. Infatti, sappiamo, che nella discussione sulla stesura di quell’articolo, una parte dei Costituenti, in particolare, liberali, moderati e democristiani, avevano di mira proprio le modalità di organizzazione interna dei partiti, il loro statuto, il loro funzionamento, e che socialisti (in particolare, Lelio Basso, il segretario del partito) e comunisti proprio non ne volevano sapere temendo, aggiungerei giustamente, intromissioni di ogni tipo, anche poliziesche, nella vita interna dei loro partiti, da parte di chi avrebbe ottenuto il potere di governare. Poi, ciascuno di quei partiti si diede il proprio statuto e l’organizzazione che riteneva più funzionale ai suoi obiettivi e forse anche per raggiungere quelle parti di elettorato che intendeva rappresentare. Nel bene e nel male, questo punto è da fermare.

In estrema sintesi, i democristiani diventarono un partito di oligarchie competitive nel quale le correnti rappresentavano effettivamente pezzi di società e si aggregavano variamente all’interno del partito. La corrente che occupava il centro poteva praticare la politica di più forni, e lo faceva. In un certo senso, le modalità di competizione e aggregazione della DC furono sempre relativamente democratiche, ma “gestite” da un ristretto gruppo di dirigenti. Ugualmente partito di correnti, il PSI ebbe un funzionamento che più si avvicinava alla democrazia intesa come competizione fra le correnti, ma certamente questa qualità non fu affatto di giovamento per il suo consenso elettorale. Quelle correnti socialiste ad alto tasso di ideologia non pescavano a sufficienza nella società e talvolta, invece, di battersi per attrarre elettori entravano in conflitto interno per conquistare le cariche dirigenziali –nessuna delle quali veniva definita “poltrona”. Quando nel 1968 telefonai alla Federazione del PSI di Torino chiedendo quali fossero i candidati giolittiani e lombardiani, poiché intendevo dare loro le mie quattro preferenze,mi risposero negando l’esistenza di simili appartenenze.

Molto è stato scritto sul centralismo democratico, il principio organizzativo interno del Partito comunista italiano, ma anche di tutti i partiti comunisti, occidentali e no. Sappiamo che nella grande maggioranza dei casi le decisioni erano prese dal gruppo dirigente al vertice, che, certo, aveva previamente raccolto e conosceva gli umori della base, e venivano poi trasmesse agli iscritti che le ratificavano per convinzione e per conformismo (sarebbe bello potere misurare la quantità di entrambi). Le candidature alle cariche elettive erano talvolta espresse dalla base, talvolta paracadutate dal vertice, talvolta emerse da processi sociali che avevano individuato leadership “naturali”, vale a dire, dotate delle qualità desiderate. A lungo e prevalentemente, i due principi del modello organizzativo: centralismo e democrazia interagirono in maniera virtuosa, ma in quello che avrebbe potuto essere un momento di straordinaria svolta: “i fatti di Ungheria”, il centralismo, consapevole delle preferenze di quella che chiamerò la Piattaforma Stalin, prevalse e i dissenzienti, soprattutto del mondo intellettuale, dopo avere espresso la loro protesta (voice), si sentirono obbligati ad andarsene (exit). Mi sono spesso chiesto quanto la impossibile alternanza abbia contribuito al mantenimento del centralismo democratico che consentiva al vertice di evitare qualsiasi “punizione” per le sconfitte elettorali, ad esempio, nel 1948 e nel 1979 e poi 1983. Eppure, a lungo il centralismo democratico servì anche alla politica comunista della rappresentanza: reclutare e candidare persone che avessero radicamento in taluni ambienti e fossero portatrici di istanze di alcune associazioni, già fiancheggiatrici oppure da raggiungere.

Nulla di tutto questo esiste più oggi. Chi si preoccupa, più o meno ipocritamente, della mancanza di democrazia all’interno dei partiti italiani, sa che dovrebbe cominciare da Forza Italia, sempre dominata et pour cause da Silvio Berlusconi. Quanto alle procedure decisionali su qualsiasi argomento, possiamo soltanto dire che portano a esiti che riflettono le preferenze di volta in volta espresse da Silvio Berlusconi. Sappiamo che non esiste nessun luogo dove si procede alla scelta delle candidature alle cariche elettive tranne Arcore e la modalità è appropriatamente definita casting, quello che fanno i registi teatrali e cinematografici. Non conosciamo, considero questo il test decisivo, nessuna situazione nella quale le preferenze di Berlusconi siano state sconfitte in una qualsivoglia votazione. Ricordo che nel corso del tempo, Forza Italia e Berlusconi sono stati solo saltuariamente raramente criticati per la mancanza di democrazia interna all’organizzazione, e mai dagli aderenti, dai dirigenti, dai parlamentari, dagli eletti nelle varie assemblee. Al polo, per così dire, opposto stanno LiberieUguali per i quali la scelta delle candidature è stata l’esito di una complessa negoziazione fra piccoli oligarchi, che non ha nulla a che vedere con qualsivoglia modalità democratica.

Nel Partito Democratico, quelle che sono pudicamente definite le varie sensibilità (o anime) del partito sono, fuori dai denti, vere e proprie correnti con gli affiliati che votano secondo le indicazioni sostanzialmente vincolanti del capo corrente e, da quel che sappiamo, con le candidature imposte dal segretario del partito a prescindere da qualsiasi considerazione che esuli dalla fedeltà delle prescelte/i. La novità del PD è che le candidature alle cariche elettive monocratiche, ad esempio, sindaco e presidente della regione, e l’elezione del segretario del partito sono affidate ad un “selettorato” che non è fatto dagli iscritti al partito, ma, senza nessuna garanzia, da tutti coloro che si autocertifichino come simpatizzanti del partito, passati, e probabilmente futuri, elettori del partito. Possiamo attribuire una valutazione positiva alla pratica delle primarie e all’elezione popolare del segretario, ma certo hanno poco o nulla a che vedere con la democrazia all’interno del partito. Anzi, com’è noto, non sono pochi gli iscritti al Partito Democratico che lamentano la perdita di potere a favore dei partecipanti alle primarie e all’elezione del segretario.

Diverso è il discorso che deve essere fatto per le procedure affidate alla Piattaforma Rousseau dal Movimento Cinque Stelle, utilizzate per la scelta delle candidature a varie cariche, nel 2018 quelle parlamentari, e di recente messe in atto per decidere come i parlamentari dovessero comportarsi/votare se consentire oppure no ai magistrati di porre sotto processo l’allora Ministro Matteo Salvini e, infine, se dare vita o no ad una coalizione di govern o con il Partito Democratico. Tralascio qualsiasi considerazione, peraltro, del tutto legittima, sulla opacità della piattaforma, quella meno legittima sulla tempistica della consultazione e quella, a mio parere sbagliata, sull’esito che avrebbe vincolato i parlamentari. Credo che il quesito di fondo riguardi, piuttosto, se queste consultazioni degli iscritti alla Piattaforma si configurino oppure no come una modalità di esercizio del metodo democratico. Per rispondere correttamente e convincentemente al quesito, è tanto opportuno quanto indispensabile tentare di definire il metodo democratico e stabilire come concretamente dovrebbe estrinsecarsi, vale a dire quali sono le sue componenti minime e imprescindibili.

Ipotizzo e argomento che, da un lato, debbano essere gli iscritti stessi a formulare e approvare le regole riguardanti i loro diritti, i loro doveri e i loro poteri fino a scrivere un vero e proprio Statuto (e non mi importa se verrà definito non-Statuto o con qualsiasi altra denominazione); dall’altro, pur con qualche perplessità, credo che fra i poteri degli iscritti sia indispensabile collocare in bella evidenza quello di fare ricorso ai tribunali della Repubblica per dirimere i conflitti interni riguardanti le eventuali violazioni degli Statuti. Rimango, però, fermo nella mia convinzione che non è affatto auspicabile ricorrere alla stesura e all’imposizione di uno Statuto tipo a tutte le organizzazioni, politiche e no, che, qui sta il discrimine, intendano presentare candidature alle elezioni. Questo non significa affatto che le procedure prescelte dalle varie organizzazioni. Movimento 5 Stelle compreso, non possano essere criticate una volta che siano chiaramente esplicitati i criteri in base ai quali sono formulate le critiche.

Non è questo il luogo nel quale formulare proposte dettagliate relativamente al se e al come incardinare il “metodo democratico”nel funzionamento dei partiti italiani. Preferisco suggerire di guardare, poiché lo ritengo di gran lunga più importante, alle condizioni nelle quali si trova la società italiana nei suoi rapporti complessivi con la politica. Ci sarà anche stata un’esplosione di interesse per i talk show dell’agosto 2019 subito dopo e durante la crisi di governo. A proposito, attraverso quali procedure decisionali Matteo Salvini giunse alla stesura della mozione di sfiducia del governo di cui faceva parte come Ministro degli Interni? Chi ratificò e come, con una votazione fra gli iscritti?, quanto da lui deciso? La transizione degli italiani da spettatori a attori rimane tutta da valutare. Quello che sappiamo, però, è che è tuttora molto elevata la percentuale di coloro che dichiarano di non interessarsi alla politica, che rivelano di avere conoscenze molto limitate sulla politica, che partecipano poco ad attività politiche diverse dal voto, ad esempio, iscrivendosi ai partiti e contribuendo personalmente alla loro vita(lità), al loro funzionamento. Sappiamo anche che la qualità della conversazione politica e democratica è notevolmente peggiorata a cominciare dal lessico: inciucio, poltrone, casta, accordicchi, ribaltoni etc. Che di questo peggioramento portano grandi responsabilità non soltanto gli uomini (e le donne) in politica, ma i comunicatori stessi a cominciare dai giornalisti che commentano gli avvenimenti politici e molti di coloro che usano i social network. In queste condizioni generali, andare alla ricerca di modalità che consentano di applicare il metodo democratico alla vita dei partiti è un obiettivo forse nobile, ma che ha pochissime chance di essere conseguito.

Sono giunto alla conclusione, che esprimo come congettura, che il meglio che è possibile ottenere in Italia oggi e domani è la creazione di condizioni che consentano alla competizione fra i partiti di essere massima, senza rete, nella speranza che le conseguenze sui partiti consistano nell’accrescimento del potere degli iscritti sia nella valutazione dei dirigenti e degli eletti sia nel comminare sanzioni. Alla fine, la circolazione delle elite e la trasparenza delle procedure decisionali, sono quasi certo che Michels concorderebbe, è un risultato tutt’altro che disprezzabile.

Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Dal 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei.

Un possibile ago della bilancia? #centro #politicadelricatto

Pubblicato sulla rivista Formiche, novembre 2019, n. 152, pp. 6-7

Dov’è? Come mai non fa la sua comparsa? Tutti (quasi) lo cercano nessuno lo trova. Insomma, quando non raccontano del bipolarismo, competitivo oppure feroce, spesso immaginario talvolta muscolare, i commentatori italiani scrivono che sarebbe proprio bello se anche (?) l’Italia avesse un partito di centro –come se un partito di centro esistesse e fosse essenziale in tutte le democrazie che conosciamo. Sul territorio dello stivale, scrivono i nostri commentatori ripiegati sulle non magnifiche e non progressive sorti dell’Italia, è dispersa una (in)certa quantità di elettori che quel (partito di) centro lo desiderano ardentemente. Senza di lui, si sentono rappresentati male, poco, per niente. I più audaci dei commentatori, sulla scia dello sfrontato Berlusconi, si spingono ad affermare che quell’inesistente, centro, sarebbe il veicolo più appropriato per rappresentare i liberali e i “moderati”, per costringere entrambi i poli, che tali non sono, poiché il sistema partitico italiano è definibile come pluralismo destrutturato, a moderare le loro politiche, i comportamenti e le esternazioni, anche quelle su Instagram.

Il fatto che il centro attualmente non esista potrebbe essere dovuto a molti fattori, ma è difficile sostenere che fra questi non si trovi la pessima legge elettorale Rosato, oggi impegnato a costruirlo quel centro attraverso Italia Viva. È altrettanto difficile affermare che il centro si manifesterà immediatamente grazie alla tanto temuta “proporzionale” perché un conto è lo spazio che, certo, la proporzionale apre, un conto, molto diverso è lo spazio che le organizzazioni politiche realmente esistenti (per non gratificarle del termine “partiti”) lasciano. Naturalmente, un “imprenditore politico” (non se la prenda Max Weber se applico la sua categoria al disastrato contesto italiano) quello spazio centrale, se ne ha le capacità, lo crea e lo occupa per farne buon uso. La precondizione è duplice: 1) che vi siano molti elettori italiani collocati grosso modo al centro; 2) che gli astensionisti siano tali perché i due o tre poli, forse quattro, attualmente esistenti, non sappiamo offrire loro proposte mobilitanti, risposte convincenti. Quindi, il quesito è se gli elettori potenzialmente centristi e parte almeno degli astensionisti siano collocabili fra i “moderati”. Vale a dire, coloro che in Italia non si sentono adeguatamente rappresentati vogliono politiche liberali e moderate che né la Lega di Salvini né le Cinque Stelle di, forse, Di Maio, né il Partito Democratico di, forse, Zingaretti, sono in grado di offrire? Oppure, quegli elettori moderati non gradiscono il securitarismo bellicoso del capitano della Lega, il populismo paesano del ridimensionato capo politico del Movimento Cinque Stelle, l’incertismo programmatico del Partito Democratico?

E se i presunti moderati, anche senza tenere conto delle molte differenze al loro interno, non fossero affatto alla ricerca di moderazione, ma si disperdessero lungo lo schieramento politico in base alle loro preferenze in termini di leadership, di stile, di politiche, desiderando quella modalità di rappresentanza definibile come “agire con competenza e assunzione di responsabilità”? Non è affatto detto che un qualsiasi partito di centro sarebbe il meglio collocato per mostrare e fare valere questa qualità. Al contrario, è nella competizione bipolare, favorita da opportune regole elettorali e istituzionali, che emerge nella maniera migliore la rappresentanza politica in grado di soddisfare le aspettativa di una maggioranza di cittadini, moderati e no. Allora, non chiediamo la comparsa di un partito di centro, e meno che mai, diamo per scontato che sia indispensabile per migliorare il funzionamento del sistema politico italiano. Talvolta sì talvolta no, ma non mettiamolo al centro delle preoccupazioni politiche poiché se diventasse l’ago della bilancia assisteremmo alla politica del ricatto contro gli eventuali due poli non ristrutturati.

Non è il nuovo che avanza

Ansia di irrefrenabile protagonismo, desiderio di vendetta (contro chi?), incapacità di autocritica, ricerca di un futuro nel quale scatenare tutte le sue potenzialità: sono queste chiavi di lettura plausibili della scissione proclamata ieri da Renzi, ma a lungo progettata? Probabilmente tutte insieme. Ma, è utile soffermarci sulla psicologia del due volte ex-segretario di un partito da lui conquistato e dominato, poi portato alla grande sconfitta referendaria del 2016 e ai minimi termini elettorali nel 2018? Credo di no. Lascerò il passato ad altri interpreti e guarderò al futuro, non come un astrologo, ma come un analista della complicata scena politica italiana. Lasciare il PD, ma non il seggio parlamentare non può che significare il non avere fiducia nel partito per portare avanti la linea politica preferita. Eppure, il PD di Zingaretti ha appena fatto proprio quello che Renzi, ad un anno dalla sua dichiarazione contraria qualsiasi dialogo con le Cinque Stelle ha imposto, ovvero un governo con Di Maio e i suoi collaboratori. Sarebbe certamente disastroso se Renzi e i suoi parlamentari scissionisti facessero cadere il governo appena nato nel quale si trovano almeno cinque di loro. Infatti, Renzi si è affrettato ad escludere questa eventualità. Intende sostenere il governo Conte 2, ma, aggiungo io, come la corda sostiene l’impiccato. È probabile che ogni provvedimento legislativo del governo dovrà essere contrattato e approvato dai renziani. Se, però, il distacco dal PD è motivato dalla non condivisione della linea del partito, come potranno i renziani accettare quanto il governo Conte farà traducendo in leggi e in politiche pubbliche anche molte delle preferenze del PD di Zingaretti? In effetti, anche se in maniera poco limpida, Renzi sostiene che questo PD, peraltro, non molto diverso da quello da lui variamente guidato, ha una collocazione che non gli garba, che c’è una parte, presumibilmente ampia, di elettorato, del paese, che il PD non riesce a raggiungere e non può rappresentare. Sulla rappresentanza politica e sociale bisognerebbe chiedere conto a Renzi della pessima legge che porta il nome di Ettore Rosato, suo fedelissimo, e di quei suoi parlamentari, come la Boschi, paracadutati molto lontano dai loro territori. Sulla collocazione dell’elettorato alla ricerca di politiche diverse da quelle del PD e del governo al quale partecipa, è lecito discutere. Sarebbe questo elettorato collocato al centro dello schieramento politico? centristi e moderati, quindi, contendibili anche da Berlusconi e Forza Italia? Oppure, se non esistono più destra e sinistra, non sono sopravvissuti neppure i centristi, ma esistono soltanto cittadini-elettori italiani (e di altri paesi) che guardano alla qualità delle proposte politiche e alle priorità programmatiche? Rimane il quesito se il nuovo piccolo veicolo renziano, valutabile 4, forse 5 per cento, farà avanzare una politica nuova o proteggerà i ruoli e le cariche di cui già godono.

Pubblicato AGL il 18 settembre 2019

Sovranismo azzardato e rischioso

In Italia il miglior amico di Putin rimane Berlusconi che, però, di potere politico proprio non ne ha più neanche un’oncia. Figurarsi se Putin perde l’occasione di influenzare la politica di una democrazia non proprio “vigilante” né vibrante come quella italiana. In qualche modo è persino riuscito a condizionare l’esito delle elezioni USA 2016. Farlo altrove non può che essere, per lui, un gioco da ragazzi, per di più esperti assai. La richiesta di un qualche sostegno venuta da qualche leghista, lasciando da parte il vil denaro che può essere stato versato all’organizzazione che ne ha davvero bisogno, è, però, alquanto contraddittoria nell’ottica sovranista. Nelle elezioni europee gli altri partiti sovranisti hanno ottenuto risultati relativamente buoni, ma chiaramente inferiori alle attese. Sui due più forti, l’ungherese Orbàn capo di governo e l’inglese Farage, probabilmente transeunte con la Brexit, né la Lega che ha bisogno di alleati né Putin possono fare affidamento. Quei due si faranno i fatti loro, senza scrupoli. Invece, a Putin farebbe certamente comodo avere una testa di ponte nell’Unione Europea. Qualcuno che, come ha già fatto Berlusconi, si pronunci contro le sanzioni dell’UE alla Russia poco rispettosa dell’autodeterminazione. Qualcuno che non vada tanto per il sottile e accetti la presenza russa in Ucraina. Qualcuno che, magari anche per disinformazione (la politica estera non è la più nota delle specialità del poliedrico Salvini), intralci i processi decisionali europei e, chi sa, persino, “atlantici”.

Si ha l’impressione che Salvini e qualcun altro nella Lega abbiano sottovalutato la portata di qualsiasi rapporto, anche non economico, con un gigante esigente e sprezzante come la Russia. Non è dalla Russia che i sovranisti europei potranno ottenere qualsiasi legittimazione delle loro attività. Per definizione, i sovranisti tutti guardano ai loro specifici interessi nazionali. Orbàn lo dimostra regolarmente. Possono trovare convergenze occasionali nell’ostacolare le politiche europee, ma pensare che si organizzino in maniera solidale per perseguire obiettivi comuni è davvero molto utopistico. Anzi, è un strategicamente gravissimo. Ad esempio, non è difficile immaginare che sia la Presidente della Commissione Europea sia l’europarlamento saranno molto severi nel valutare le credenziali del Commissario italiano di spettanza della Lega.

Quanto a Putin non è soltanto un sovranista. È prima di tutto e soprattutto un leader autoritario. Non ha bisogno di alleati e non ne vuole. Preferisce vassalli, quinte colonne che è sicuro di sapere come manovrare. Quando sarà chiarito che cosa faceva il leghista Savoini, oltre ad ottenere numerose photo opportunities, in numerosi incontri con delegazioni russe di livello, sapremo se il nervosismo di Salvini è giustificato. Però, già ora è possibile affermare alto e forte che il sovranismo non deve mai mettersi in condizioni da essere manipolato dall’esterno. Questa è la colpa politica più grave.

Pubblicato AGL il 15 luglio 2016

Litigano su tutto, e allora? A chi (non) convengono le elezioni anticipate

La Lega è forte di un grande sostegno dai cittadini, M5S non ha alternative a questo esecutivo. Cosa si nasconde dietro i “litigi” di governo? Il commento di Gianfranco Pasquino

La congiuntura espressa senza una briciola di originalità e ripetuta fino alla noia è come segue. “Litigano su tutto. Non sono d’accordo su niente. Bisogna preparare l’alternativa. Elezioni anticipate: si chiudono le finestre”. Incidentalmente, chi le aveva (mai lasciate) aperte? Sono davvero stucchevoli le dichiarazioni degli oppositori e i resoconti dei retroscenisti. È sicuro che nel governo M5S e Lega hanno forti differenze di opinione e le manifestano anche ad uso dei loro sostenitori. Molto coesa, invece, è Forza Italia nella quale Berlusconi e Toti si abbracciano tutti i giorni, Carfagna e Taiani stanno organizzando le primarie, ma anche no, e a livello locale il deflusso degli amministratori è lento, ma costante. Chi davvero vuole litigare nel Partito Democratico, pacificato e propositivo? I Dem vanno d’amore e d’accordo su tutto. Anche sul fatto che il neo-eletto segretario non ha finora avuto neanche un’idea originale? Comunque, tutti vogliono un partito che si estenda da Calenda a chi? (quesito non proprio lacerante). Grande è l’accordo sulla necessità assoluta e positiva che il due volte ex-segretario Renzi si faccia il suo partitino post-leopoldino. Unanimità sulla costruzione di un’alternativa all’attuale governo, meno promettenti i numeri, ma bisogna gettare il cuore e i sondaggi oltre l’ostacolo. Meno chiari i contenuti, non pervenuti i partecipanti. Remember la sinistra plurale, aperta, inclusiva? Faccenda del secolo scorso. Questo è il secolo della rottamazione, della disintermediazione, della sparizione.

Chi andando a elezioni anticipate potrebbe vantare di avere introdotto il reddito di cittadinanza e conseguito quota cento? Chi potrebbe utilizzare come temi propagandistici il salario minimo e la tassa piatta? Chi potrà chiedere five more years per procedere a tagliare le poltrone garantendo ai cittadini il referendum propositivo e il perseguimento di una effettiva devolution differenziata di potere alle regioni? Quanto deve essere preoccupata la Lega arrembante e crescente se Fratelli d’Italia è pronta tutti giorni a buttarsi nelle sue braccia e se le critiche dell’affievolito Berlusconi (ricordiamolo: “grande amico di Putin”) non sono praticamente mai sulle politiche, ma solo sull’alleanza con il Movimento Cinque Stelle?

Nel contrattare con la Lega, inevitabilmente, come in tutti i governi di coalizione, Di Maio è in parte indebolito dalle tensioni all’interno del Movimento, ma l’inconveniente più grande è che non ha nessuna posizione di ricaduta. Deve, comunque, tirare a campare comprando tempo in maniera resiliente (copyright Luigi Di Maio) per completare un paio di punti programmatici, anche in, attesa delle conseguenze positive del reddito di cittadinanza. Fortissimo è il desiderio del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di durare, ovviamente per fare. Chi più di lui, avvocato del popolo e mediatore fra i due contraenti del Contratto di Governo, può ambire a diventare Presidente della Repubblica nel gennaio 2022? E il Partito Democratico, non importa se quello di Zingaretti, quello di Calenda, quello, beaucoup déjà vu, di Renzi, non sta neppure a guardare le stelle. Chi guarda dal basso è la crescita economica. Chi guarda tutti dall’alto è il debito pubblico. Né l’una né l’altro rilasciano dichiarazioni, neanche off the record.

Pubblicato il 13 luglio 2019 su formiche.net    

La cultura politica oltre l’ostacolo PD

Se fossi solo interessato alle sorti del Partito Democratico, questo post non dovrebbe essere pubblicato, L’ho scritto perché vorrei una società davvero civile che esprima una politica decente entrambe conseguibili soltanto se si trasforma sostanzialmente quella che è rimasta, seppure con problemi gravissimi, l’unica organizzazione simile ad un partito. Ma, in quanto tale, è fallita. Ne propongo un superamento totale

Già, caro Gianni Cuperlo, come si costruisce “un’alternativa alla destra di oggi” (e di domani e dopodomani)? Alla destra italiana, quella famosa che sta dentro di noi e che non debelliamo mai perché, da un lato, preferiamo non parlarne oppure minimizzarne le implicazioni e conseguenze, dall’altro, perché fino ad oggi non è stata costruita una cultura politica liberale e democratica. Certo, nel secondo dopoguerra non c’è mai stato tempo peggiore di adesso per tentare di dare vita e linfa a una cultura politica che in Italia è sempre stata fortemente minoritaria. Tuttavia, nel male contemporaneo, è proprio spiegando perché i populisti e i sovranisti non sono mai parte della soluzione, ma gran parte del problema, che diventa possibile formulare una variante di cultura politica liberale e democratica. E, allora, sarò drastico, per una molteplicità di ragioni, il Partito Democratico, come è stato costruito, come ha funzionato, per come è diventato costituisce forse l’ostacolo più alto alla elaborazione di una cultura liberal-democratica. Non posso/possiamo aspettarci nessuna riflessione su quella cultura dalle rimanenze di Forza Italia e di tutti coloro che sono caduti nella trappola di una improponibile “rivoluzione liberale” condotta dal duopolista Berlusconi in palese irrisolvibile conflitto di interessi. Mi auguro che un giorno, qualcuno, non chi scrive, farà un dettagliato elenco dei molti opinionisti che hanno fatto credito, interessato, al liberalismo immaginario di Berlusconi. Se l’antifascismo da solo non è democrazia, l’anticomunismo da solo non è liberalismo.

A che punto siete voi Democratici con la elaborazione di una cultura politica decente? Quando è stata l’ultima volta che di questo avete discusso, dei principi culturali a fondamento del PD: in una Direzione e in un’Assemblea del partito, nel corso dell’approvazione delle riforme costituzionali, che, ma proprio non dovrei dirvelo, non possono non avere una superiore cultura politica di riferimento (soprattutto, per chi crede, sbagliando, che la Costituzione italiana sia un documento “catto-comunista”), durante la maldestra difesa di quelle riforme condotta all’insegna di mediocri varianti di motivazioni neo-liberali e decisioniste, di una bruciante sconfitta elettorale? Non ho sentito nessuna parola in proposito nell’ultima campagna per l’elezione del segretario del partito. Già, Zingaretti non è un intellettuale, ma un minimo di consulto con professoroni e professorini potrebbe servirgli oppure gli ideologi del Partito Democratico sono diventati il neo europarlamentare Carlo Calenda e il senatore di Bologna Pierferdinando Casini? Non dovrebbe qualcun preoccuparsi anche del silenzio degli Ulivisti, da Romano Prodi a Arturo Parisi, i quali, peraltro, hanno avallato tutte, ma proprio tutte le decisioni di Renzi le cui personali vette culturali sono state attinte da due parole chiarissime: rottamazione e disintermediazione.

Ho esplorato la letteratura disponibile riguardo le culture politiche democratiche e riformiste finendo per constatare che quei due termini proprio non hanno fatto la loro comparsa, mai, neppure nei più aspri, e sono stati tanti, momenti di confronto e scontro all’interno dei partiti di sinistra. Senza nessuna sorpresa ho anche notato –non scoperto poiché già da sempre sta nel mio bagaglio di professore di scienza politica– che, da Tocqueville e John Stuart Mill, ma si potrebbe tornare anche a Locke (chi erano costoro?), democrazia è mediazione, lasciando la disintermediazione alle pratiche autoritarie e totalitarie (ne ho ricevuto immediata conferma da George Orwell).

Allora, caro Gianni Cuperlo, dobbiamo davvero aspettare che il bambino di Andersen si metta a gridare che il re (il Partito Democratico) è nudo (privo di qualsiasi rifermento culturale) e, aggiungo subito, anche bruttino assai. Acquisita questa consapevolezza, peraltro, già molto diffusa, lasciamo che il PD imploda oppure che si disperda sul territorio confrontandosi senza rete e senza arroganza (per molti piddini questa richiesta non sarà facile da soddisfare) con tutte quelle organizzazioni sociali, professionali, culturali e persino politiche che ritengono che alla egemonia della destra è possibile contrapporre una cultura politica democratica (Bobbio avrebbe aggiunto “mite”) che rimette insieme le sparse membra del liberalismo dei diritti e delle istituzioni con il riconoscimento del potere del popolo, meglio, dei cittadini e dei loro doveri. Caro Cuperlo, sarò molto interessato ad una tua iniziativa in materia. Non posso neppure escludere a priori di parteciparvi.

Pubblicato il 1 luglio 2019 su PARADOXAforum

Torniamo ai Maestri #MaurizioViroli su “BOBBIO E SARTORI Capire e cambiare la politica” @egeaonline

TORNIAMO AI MAESTRI BOBBIO E SARTORI
di Maurizio Viroli

Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica
di Gianfranco Pasquino edito da Università Bocconi Editore, 2019

BOBBIO E SARTORI CAPIRE E CAMBIARE LA POLITICA (UBI)

 

Eravamo fortunati quando potevamo contare su maestri come Norberto Bobbio e Giovanni Sartori. Restano i loro scritti e, per chi li ha conosciuti ed è stato loro allievo e amico, lettere e memorie. Gli uni e le altre possono aiutarci a riscoprire il loro insegnamento. Può darci una buona mano in questa impresa il libro che Gianfranco Pasquino, allievo prima e amico poi dell’uno e dell’altro, ha da poco pubblicato: Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (Bocconi Editore). Quando l’allievo scrive dei suoi maestri, cade facilmente nel peccato (veniale) di esaltare le loro virtù e tacerne i vizi, trattare soltanto delle pagine chiare delle loro vite, e sorvolare su quelle oscure. Non è il caso di Pasquino, incline, se mai, al difetto (scusabile) di troppa severità.

A Bobbio, con il quale si laureò il 10 marzo 1965, Pasquino imputa, ad esempio, “qualche peccato di eclettismo”; l’“alquanto imbarazzante lettera”(ma lo era davvero?) indirizzata a “S.E. il Cavalier Benito Mussolini l’8 luglio 1935”; il troppo “zelante patriottismo costituzionale ”; la poca attenzione a “critiche significative al suo Destra e sinistra”; una “inadeguata comprensione del problema” Berlusconi (secondo me Bobbio aveva capito benissimo, soprattutto quando definì Forza Italia un partito personale); l’assenza “davvero flagrante”, anche per colpa di chi scrive, del discorso istituzionale nel Dialogo intorno alla Repubblica; l’aver attribuito alla democrazia “promesse irrealistiche” e poi dire che “non si potevano mantenere”; il giudizio “non sufficientemente severo su Lotta Continua”; il troppo scetticismo (a mio avviso lodevole), nei confronti di possibili riforme della Costituzione.

A Sartori,che ebbe come professore al Centro Studi di Politica Comparata d Firenze, fra 1968 e 1969 e con il quale condivise prima l’impegno in redazione (1971-1977), poi la condirezione della Rivista Italiana di Scienza Politica, Pasquino rimprovera di aver espresso in Homo videns (1997) preoccupazioni forse esagerate (per me sacrosante) relative alla “mutazione genetica indotta dalla televisione da homo sapiens a homo videns ”; di non essersi posto “il problema della diseguaglianza sostanziale fra i cittadini che non hanno i mezzi economici per fare […] attività politiche e coloro che, invece, ne dispongono”; di non aver fatto seguire la sua giusta critica ai “perfezionisti”(chi propone il vincolo di mandato per i rappresentanti) una “parte propositiva concernente i miglioramenti auspicabili, possibili, magari già in corso nelle democrazie reali”.

Pasquino è particolarmente severo verso “il culto di Bobbio”. Un culto, annota, diffuso anche per responsabilità dello stesso Bobbio. Più deprecabili ancora sono state le forzature del suo pensiero a fini di affermazione politica personale. Pasquino avrebbe potuto citare in proposito l’indegno (per la povertà intellettuale) e offensivo (alla memoria di Bobbio) commento di Matteo Renzi alla riedizione (2014) di Destra e Sinistra che l’editore Donzelli ha promosso con pessima operazione editoriale e politica. Sartori non ha avuto la sfortuna di avere dei “sartoriani”e il suo pensiero è stato sottoposto a meno deformazioni.

Mai ideologi di regime, mai servi di politici potenti, Bobbio e Sartori furono intellettuali militanti che misero la loro chiarezza intellettuale e la loro competenza al servizio dell’impegno civile. Oltre agli articoli sulla Stampa e sul Corriere della Sera, e alle conferenze, scrissero libri che hanno lasciato un’impronta profonda (e suscitato le ire dei politici corrotti, come Craxi, che accusò Bobbio di essere un filosofo “che aveva perso il senno”). Ebbero tuttavia un diverso rapporto con l’attività politica. Bobbio partecipò alla Resistenza e militò in Giustizia Libertà, nel Partito d’Azione, nel Psu, nel Psi di Francesco De Martino e fu Senatore a vita (dal 1984). Sartori si tenne più lontano dalla milizia politica in senso stretto.

Bobbio aveva più lo stile dell’umanista che dello scienziato; Sartori più dello scienziato che dell’umanista. Mentre lo scienziato limita la sua indagine a un ambito ben definito, l’umanista cerca di capire la condizione umana in tutti i suoi aspetti. Nella bibliografia di Bobbio troviamo raccolte di scritti sui classici, ricordi di intellettuali e militanti, splendide riflessioni sulla vecchiaia e sulla mitezza e alcuni studi sulla scienza politica; in quella di Sartori molti studi di scienza politica e una minore mole di riflessioni sui grandi filosofi, sugli intellettuali e sull’esperienza umana.

Possiamo definire Bobbio e Sartori due classici? Intendo per classico, con Bobbio, un pensatore che “a) è considerato come l’interprete autentico e unico del proprio tempo, la cui opera viene adoperata come uno strumento indispensabile per comprenderlo; b) è sempre attuale, onde ogni età, addirittura ogni generazione, sente il bisogno di rileggerlo e rileggendolo di interpretarlo; c) ha costruito teorie modello di cui ci si serve continuamente per comprendere la realtà, anche la realtà diversa da quella da cui le ha derivate e a cui le ha applicate. Pasquino su Bobbio è cauto, su Sartori non si pronuncia. Per me Bobbio e Sartori hanno già meritato lo status di ‘classici’, senza attendere il giudizio dei posteri. Non vedo come sia possibile capire il Novecento, o la democrazia, o la degenerazione berlusconiana o i partiti senza le loro opere.

Ma più ancora della loro eredità scientifica, ha un valore inestimabile la loro lezione di rigore intellettuale, riflesso del loro rigore morale. Dell’uno e dell’altro abbiamo bisogno per tentare di arginare il degrado civile che è sotto gli occhi di chiunque abbia ancora un briciolo di senno. Proporre gli esempi di Bobbio e di Sartori, come ha fatto Pasquino, è un primo e importante passo nella giusta direzione.

Pubblicato il 30 marzo 2019  

Il “compagno trend” bacia Salvini

Genosse trend” dicevano i socialdemocratici tedeschi di fine anni sessanta del secolo scorso (bei tempi, davvero) quando crescevano in voti e ampliavano il consenso elettorale che avrebbe loro consentito di restare al governo per più di un decennio. Da allora, un po’ dappertutto, il “compagno trend” ha cambiato luoghi e strade. Da qualche mese si è messo insieme alla Lega di Salvini e l’accompagna senza remore in tutte le località italiane dove ci sono elezioni. È andato a Bolzano e a Trento dando una bella spinta verso l’alto e incrinando il potere, durato fin troppo a lungo, della Südtiroler Volkspartei (che paga così anche il prezzo di eleggere una candidata toscana colà paracadutata). Adesso, sappiamo anche che la Lega è un vero “partito del Popolo” persino nel Trentino-Alto Adige. Tutti gli altri ci hanno messo del loro per facilitarne la crescita. Forza Italia in mezzo al guado del “critichiamo la presenza di Salvini al governo” e “ma vorremmo/dovremmo essere con lui” sta sprofondando nell’abisso della sua inevitabile lenta e triste eutanasia. Pervicacemente, il Partito Democratico ha cercato e ottenuto conferma della sua irrilevanza che fa seguito a mesi di non dibattito su temi e idee al quale ha preferito rancori e rimpianti (senza l’ombra di pentimenti) che, ovviamente, non hanno nulla da offrire all’elettorato dalla Sicilia alle Alpi.

Troppo impegnati a abolire la povertà (“purtroppo” non molto diffusa in Trentino-Alto Adige), le Cinque Stelle vanno piuttosto male, ma vedono uno di loro, Paul Köllensperger, quasi novello Pizzarotti, fare nascere e impennare il suo partito personalistico portandolo in un sol colpo al 15 per cento. Naturalmente, non sono questi i risultati che possono cambiare gli attuali solidi equilibri nel governo e produrre una svolta politica di qualsiasi tipo. Incapaci di trovare tematiche originali e di individuare soluzioni nuove, i pentastellati alzano la voce contro il Presidente della Repubblica e per bocca di Grillo, ma in maniera davvero logora e noiosa, contro i “morenti” Commissari europei. Inanellando banalità imperturbabili, ancora sostenuto da un gradimento intorno al 60 per cento, il loro Presidente del Consiglio Conte (mai passato al vaglio elettorale e chiaramente a digiuno di qualsiasi cognizione politica) non porta voti al Movimento.

Il Ministro Salvini non si limita a farsi sospingere dal “compagno trend”. Lo va a cercare dappertutto, modulando i suoi toni, differenziando le sue esternazioni, esaltando le sue azioni. In Alto Adige le sue politiche contro i migranti non potevano non riscuotere approvazione, ma naturalmente nella crescita della Lega c’è anche qualcosa-molto di più. Potrebbe essere la difesa dell’italianità. Potrebbe essere la coerenza. Potrebbe addirittura essere che, mentre Berlusconi è una vecchia gloria e di nuove glorie il PD non sa trovarne e la SVP pensa di poterne fare a meno ritenendosi radicata für ewig, per sempre, Salvini s’impegna persino con evidente e trasudante compiacimento personale. Brutale, ma concreto, sul territorio con candidati del territorio, non è solo il trend che accompagna Salvini: è la politica.

Pubblicato il 22 ottobre 2018 su huffingtonpost.it

Italia y la odisea de un gobierno insólito

La Unión Europea se agarra la cabeza frente a la inexperiencia e ineptitud del flamante gobierno de Giuseppe Conte. La inmigración y la zona euro, en jaque.

 

FOTO El flamante Premier italiano Giuseppe Conte, en los festejos por la “Festa della Repubblica”, en Roma, el 2 de junio pasado (ANSA/Giuseppe Lami).

No puede sorprender la dificultad de formar gobierno en Italia. Desde las elecciones del 4 de marzo no sólo no ha surgido ninguna mayoría parlamentaria sino que las tres alianzas numéricamente posibles demostraron rápidamente ser políticamente muy complicadas. El ex secretario del Partido Democrático declaró muy pronto que su partido, notoriamente derrotado, pasaría a la oposición.

Entonces, tanto una muy eventual coalición centroderecha-PD como una más viable alianza Movimiento Cinco Estrellas-PD se volvieron impracticables. Permanecieron siendo posibles una coalición entre Cinco Estrellas y toda la centroderecha, o sea la Liga de Salvini, Forza Italia de Berlusconi y Hermanos de Italia de Giorgia Meloni, y Cinco Estrellas más la Liga.

Dado que Luigi Di Maio, jefe político del Movimiento Cinco Estrellas, como él mismo se define, estableció desde el principio elveto a cualquier presencia de Berlusconi en un eventual gobierno, se mantuvo en pie de manera excluyente una alianza entre Cinco Estrellas y Salvini.

De hecho, ambos eran en cierto modo los ganadores de las elecciones: Cinco Estrellas, el partido más votado (32,2 por ciento); la Liga, el mayor partido de centroderecha (17,3 por ciento), incluso cuadruplicó sus votos de 2013 a 2018. Cinco Estrellas es el partido predominante en el sur y en las islas; la Liga, un partido muy fuerte en el norte, además con notable penetración en las regiones del centro.

El mayor obstáculo a la formación del gobierno derivaba muy comprensiblemente de las distancias programáticas. Cinco Estrellas quiere introducir el denominado ingreso ciudadano para todos los italianos desocupados o con recursos económicos limitados y no cabe duda de que la propuesta de ese ingreso ha sido un componente importante de su éxito electoral en el sur.

Por su parte, la Liga quiere reducir considerablemente los impuestos incorporando un flat tax con dos niveles, de 15 y 25 por ciento.

Probablemente inconstitucional, dado que la Constitución italiana dice que los gravámenes deben ser progresivos, este flat tax (impuesto de tasa única) ha sido, junto con la promesa de contener el flujo migratorio y garantizar la seguridad de los italianos, uno de los elementos más significativos del consenso de la Liga.

En el transcurso de las prolongadas negociaciones entre Cinco Estrellas y la Liga para acordar el llamado “Contrato de Programa”, que serviría de base para lo que Di Maio definió como Gobierno del Cambio, nunca adquirió particular relevancia Europa, es decir lo referente a permanecer en la Unión Europeay el euro.

Ciertamente, la Liga de Salvini es soberanista, pero nunca enfatizó esta característica suya, mientras que Cinco Estrellas pareció haber aceptado la participación italiana en todos los organismos internacionales y supranacionales, incluidas la OTAN y la Unión Europea. El giro decisivo pareció darse con la designación de un profesor de derecho privado de la Universidad de Firenze relativamente oscuro, Giuseppe Conte, de 54 años, como jefe del Gobierno.

En cierta medida, esta designación era una derrota para Di Maio, que tenía gran interés por ese cargo. Por su parte, Salvini no expresó nunca ninguna ambición específica. El obstáculo aparentemente infranqueable surgió cuando Cinco Estrellas y la Liga designaron a los ministros que, según la Constitución italiana, deben ser “nombrados” por el Presidente de la república, quien puede también rechazarlos.

No son pocos los casos notables en los que diversos presidentes han impuesto cambios y seguramente son muchos los casos en los que ha habido cambios que no se hicieron públicos.

Cuando el presidente designado Conte, como mero ejecutor o mensajero, le presentó la lista de ministros al presidente Mattarella, fue denegado el nombre del elegido para el crucial Ministerio de Economía, el profesor de economía de 81 años y ya ministro en el pasado Paolo Savona, cuyos escritos más recientes apoyan no solamente la posibilidad sino inclusive la conveniencia de la salida de Italia del euro.

A la derecha, Matteo Salvini, polémico ministro del Interior italiano; a su lado, Luigi di Maio, ministro de Trabajo e Industria (AFP/Alberto Pizzoli).

Haciendo uso de sus prerrogativas constitucionales, Mattarella, que ha desempeñado con gran inteligencia y autoridad su rol de garante e intérprete de la Constitución, le pidió a Conte (e indirectamente a Salvini y a Di Maio) que eligiera a otra personalidad para ese cargo.

Salvini se opuso sustancialmente y obligó a que Conte volviera a poner su encargo en manos de Mattarella. Consciente de lo improbable de que se formase un gobierno distinto del hipotético Cinco Estrellas más la Liga, el Presidente de la república anunció su intención de dar lugar a un gobierno que llevara a Italia a elecciones nuevas en un plazo breve.

Temeroso de perder votos, Di Maio reabrió las tratativas afirmando ante el Presidente de la república, pocos días antes criticado, al punto de pedirle el impeachment, su disponibilidad para formar el gobierno con la Liga.

Con la aceptación de Salvini y el desplazamiento de Savona a ministro de asuntos europeos nació un gobierno insólito, no solo para Italia, que ha visto de todo, sino también para Europa, que teme la inexperiencia, la incompetencia y la ineptitud de los nuevos gobernantes. La navegación no será tranquila y quizá ni siquiera larga.

Traducción: Román García Azcárate

* Gianfranco Pasquino​ es profesor emérito de Ciencia Política de la Universidad de Bolonia

Publicado en Clarín el 5 de junio de 2018