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Torniamo ai Maestri #MaurizioViroli su “BOBBIO E SARTORI Capire e cambiare la politica” @egeaonline

TORNIAMO AI MAESTRI BOBBIO E SARTORI
di Maurizio Viroli

Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica
di Gianfranco Pasquino edito da Università Bocconi Editore, 2019

BOBBIO E SARTORI CAPIRE E CAMBIARE LA POLITICA (UBI)

 

Eravamo fortunati quando potevamo contare su maestri come Norberto Bobbio e Giovanni Sartori. Restano i loro scritti e, per chi li ha conosciuti ed è stato loro allievo e amico, lettere e memorie. Gli uni e le altre possono aiutarci a riscoprire il loro insegnamento. Può darci una buona mano in questa impresa il libro che Gianfranco Pasquino, allievo prima e amico poi dell’uno e dell’altro, ha da poco pubblicato: Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (Bocconi Editore). Quando l’allievo scrive dei suoi maestri, cade facilmente nel peccato (veniale) di esaltare le loro virtù e tacerne i vizi, trattare soltanto delle pagine chiare delle loro vite, e sorvolare su quelle oscure. Non è il caso di Pasquino, incline, se mai, al difetto (scusabile) di troppa severità.

A Bobbio, con il quale si laureò il 10 marzo 1965, Pasquino imputa, ad esempio, “qualche peccato di eclettismo”; l’“alquanto imbarazzante lettera”(ma lo era davvero?) indirizzata a “S.E. il Cavalier Benito Mussolini l’8 luglio 1935”; il troppo “zelante patriottismo costituzionale ”; la poca attenzione a “critiche significative al suo Destra e sinistra”; una “inadeguata comprensione del problema” Berlusconi (secondo me Bobbio aveva capito benissimo, soprattutto quando definì Forza Italia un partito personale); l’assenza “davvero flagrante”, anche per colpa di chi scrive, del discorso istituzionale nel Dialogo intorno alla Repubblica; l’aver attribuito alla democrazia “promesse irrealistiche” e poi dire che “non si potevano mantenere”; il giudizio “non sufficientemente severo su Lotta Continua”; il troppo scetticismo (a mio avviso lodevole), nei confronti di possibili riforme della Costituzione.

A Sartori,che ebbe come professore al Centro Studi di Politica Comparata d Firenze, fra 1968 e 1969 e con il quale condivise prima l’impegno in redazione (1971-1977), poi la condirezione della Rivista Italiana di Scienza Politica, Pasquino rimprovera di aver espresso in Homo videns (1997) preoccupazioni forse esagerate (per me sacrosante) relative alla “mutazione genetica indotta dalla televisione da homo sapiens a homo videns ”; di non essersi posto “il problema della diseguaglianza sostanziale fra i cittadini che non hanno i mezzi economici per fare […] attività politiche e coloro che, invece, ne dispongono”; di non aver fatto seguire la sua giusta critica ai “perfezionisti”(chi propone il vincolo di mandato per i rappresentanti) una “parte propositiva concernente i miglioramenti auspicabili, possibili, magari già in corso nelle democrazie reali”.

Pasquino è particolarmente severo verso “il culto di Bobbio”. Un culto, annota, diffuso anche per responsabilità dello stesso Bobbio. Più deprecabili ancora sono state le forzature del suo pensiero a fini di affermazione politica personale. Pasquino avrebbe potuto citare in proposito l’indegno (per la povertà intellettuale) e offensivo (alla memoria di Bobbio) commento di Matteo Renzi alla riedizione (2014) di Destra e Sinistra che l’editore Donzelli ha promosso con pessima operazione editoriale e politica. Sartori non ha avuto la sfortuna di avere dei “sartoriani”e il suo pensiero è stato sottoposto a meno deformazioni.

Mai ideologi di regime, mai servi di politici potenti, Bobbio e Sartori furono intellettuali militanti che misero la loro chiarezza intellettuale e la loro competenza al servizio dell’impegno civile. Oltre agli articoli sulla Stampa e sul Corriere della Sera, e alle conferenze, scrissero libri che hanno lasciato un’impronta profonda (e suscitato le ire dei politici corrotti, come Craxi, che accusò Bobbio di essere un filosofo “che aveva perso il senno”). Ebbero tuttavia un diverso rapporto con l’attività politica. Bobbio partecipò alla Resistenza e militò in Giustizia Libertà, nel Partito d’Azione, nel Psu, nel Psi di Francesco De Martino e fu Senatore a vita (dal 1984). Sartori si tenne più lontano dalla milizia politica in senso stretto.

Bobbio aveva più lo stile dell’umanista che dello scienziato; Sartori più dello scienziato che dell’umanista. Mentre lo scienziato limita la sua indagine a un ambito ben definito, l’umanista cerca di capire la condizione umana in tutti i suoi aspetti. Nella bibliografia di Bobbio troviamo raccolte di scritti sui classici, ricordi di intellettuali e militanti, splendide riflessioni sulla vecchiaia e sulla mitezza e alcuni studi sulla scienza politica; in quella di Sartori molti studi di scienza politica e una minore mole di riflessioni sui grandi filosofi, sugli intellettuali e sull’esperienza umana.

Possiamo definire Bobbio e Sartori due classici? Intendo per classico, con Bobbio, un pensatore che “a) è considerato come l’interprete autentico e unico del proprio tempo, la cui opera viene adoperata come uno strumento indispensabile per comprenderlo; b) è sempre attuale, onde ogni età, addirittura ogni generazione, sente il bisogno di rileggerlo e rileggendolo di interpretarlo; c) ha costruito teorie modello di cui ci si serve continuamente per comprendere la realtà, anche la realtà diversa da quella da cui le ha derivate e a cui le ha applicate. Pasquino su Bobbio è cauto, su Sartori non si pronuncia. Per me Bobbio e Sartori hanno già meritato lo status di ‘classici’, senza attendere il giudizio dei posteri. Non vedo come sia possibile capire il Novecento, o la democrazia, o la degenerazione berlusconiana o i partiti senza le loro opere.

Ma più ancora della loro eredità scientifica, ha un valore inestimabile la loro lezione di rigore intellettuale, riflesso del loro rigore morale. Dell’uno e dell’altro abbiamo bisogno per tentare di arginare il degrado civile che è sotto gli occhi di chiunque abbia ancora un briciolo di senno. Proporre gli esempi di Bobbio e di Sartori, come ha fatto Pasquino, è un primo e importante passo nella giusta direzione.

Pubblicato il 30 marzo 2019  

Il “compagno trend” bacia Salvini

Genosse trend” dicevano i socialdemocratici tedeschi di fine anni sessanta del secolo scorso (bei tempi, davvero) quando crescevano in voti e ampliavano il consenso elettorale che avrebbe loro consentito di restare al governo per più di un decennio. Da allora, un po’ dappertutto, il “compagno trend” ha cambiato luoghi e strade. Da qualche mese si è messo insieme alla Lega di Salvini e l’accompagna senza remore in tutte le località italiane dove ci sono elezioni. È andato a Bolzano e a Trento dando una bella spinta verso l’alto e incrinando il potere, durato fin troppo a lungo, della Südtiroler Volkspartei (che paga così anche il prezzo di eleggere una candidata toscana colà paracadutata). Adesso, sappiamo anche che la Lega è un vero “partito del Popolo” persino nel Trentino-Alto Adige. Tutti gli altri ci hanno messo del loro per facilitarne la crescita. Forza Italia in mezzo al guado del “critichiamo la presenza di Salvini al governo” e “ma vorremmo/dovremmo essere con lui” sta sprofondando nell’abisso della sua inevitabile lenta e triste eutanasia. Pervicacemente, il Partito Democratico ha cercato e ottenuto conferma della sua irrilevanza che fa seguito a mesi di non dibattito su temi e idee al quale ha preferito rancori e rimpianti (senza l’ombra di pentimenti) che, ovviamente, non hanno nulla da offrire all’elettorato dalla Sicilia alle Alpi.

Troppo impegnati a abolire la povertà (“purtroppo” non molto diffusa in Trentino-Alto Adige), le Cinque Stelle vanno piuttosto male, ma vedono uno di loro, Paul Köllensperger, quasi novello Pizzarotti, fare nascere e impennare il suo partito personalistico portandolo in un sol colpo al 15 per cento. Naturalmente, non sono questi i risultati che possono cambiare gli attuali solidi equilibri nel governo e produrre una svolta politica di qualsiasi tipo. Incapaci di trovare tematiche originali e di individuare soluzioni nuove, i pentastellati alzano la voce contro il Presidente della Repubblica e per bocca di Grillo, ma in maniera davvero logora e noiosa, contro i “morenti” Commissari europei. Inanellando banalità imperturbabili, ancora sostenuto da un gradimento intorno al 60 per cento, il loro Presidente del Consiglio Conte (mai passato al vaglio elettorale e chiaramente a digiuno di qualsiasi cognizione politica) non porta voti al Movimento.

Il Ministro Salvini non si limita a farsi sospingere dal “compagno trend”. Lo va a cercare dappertutto, modulando i suoi toni, differenziando le sue esternazioni, esaltando le sue azioni. In Alto Adige le sue politiche contro i migranti non potevano non riscuotere approvazione, ma naturalmente nella crescita della Lega c’è anche qualcosa-molto di più. Potrebbe essere la difesa dell’italianità. Potrebbe essere la coerenza. Potrebbe addirittura essere che, mentre Berlusconi è una vecchia gloria e di nuove glorie il PD non sa trovarne e la SVP pensa di poterne fare a meno ritenendosi radicata für ewig, per sempre, Salvini s’impegna persino con evidente e trasudante compiacimento personale. Brutale, ma concreto, sul territorio con candidati del territorio, non è solo il trend che accompagna Salvini: è la politica.

Pubblicato il 22 ottobre 2018 su huffingtonpost.it

Italia y la odisea de un gobierno insólito

La Unión Europea se agarra la cabeza frente a la inexperiencia e ineptitud del flamante gobierno de Giuseppe Conte. La inmigración y la zona euro, en jaque.

 

FOTO El flamante Premier italiano Giuseppe Conte, en los festejos por la “Festa della Repubblica”, en Roma, el 2 de junio pasado (ANSA/Giuseppe Lami).

No puede sorprender la dificultad de formar gobierno en Italia. Desde las elecciones del 4 de marzo no sólo no ha surgido ninguna mayoría parlamentaria sino que las tres alianzas numéricamente posibles demostraron rápidamente ser políticamente muy complicadas. El ex secretario del Partido Democrático declaró muy pronto que su partido, notoriamente derrotado, pasaría a la oposición.

Entonces, tanto una muy eventual coalición centroderecha-PD como una más viable alianza Movimiento Cinco Estrellas-PD se volvieron impracticables. Permanecieron siendo posibles una coalición entre Cinco Estrellas y toda la centroderecha, o sea la Liga de Salvini, Forza Italia de Berlusconi y Hermanos de Italia de Giorgia Meloni, y Cinco Estrellas más la Liga.

Dado que Luigi Di Maio, jefe político del Movimiento Cinco Estrellas, como él mismo se define, estableció desde el principio elveto a cualquier presencia de Berlusconi en un eventual gobierno, se mantuvo en pie de manera excluyente una alianza entre Cinco Estrellas y Salvini.

De hecho, ambos eran en cierto modo los ganadores de las elecciones: Cinco Estrellas, el partido más votado (32,2 por ciento); la Liga, el mayor partido de centroderecha (17,3 por ciento), incluso cuadruplicó sus votos de 2013 a 2018. Cinco Estrellas es el partido predominante en el sur y en las islas; la Liga, un partido muy fuerte en el norte, además con notable penetración en las regiones del centro.

El mayor obstáculo a la formación del gobierno derivaba muy comprensiblemente de las distancias programáticas. Cinco Estrellas quiere introducir el denominado ingreso ciudadano para todos los italianos desocupados o con recursos económicos limitados y no cabe duda de que la propuesta de ese ingreso ha sido un componente importante de su éxito electoral en el sur.

Por su parte, la Liga quiere reducir considerablemente los impuestos incorporando un flat tax con dos niveles, de 15 y 25 por ciento.

Probablemente inconstitucional, dado que la Constitución italiana dice que los gravámenes deben ser progresivos, este flat tax (impuesto de tasa única) ha sido, junto con la promesa de contener el flujo migratorio y garantizar la seguridad de los italianos, uno de los elementos más significativos del consenso de la Liga.

En el transcurso de las prolongadas negociaciones entre Cinco Estrellas y la Liga para acordar el llamado “Contrato de Programa”, que serviría de base para lo que Di Maio definió como Gobierno del Cambio, nunca adquirió particular relevancia Europa, es decir lo referente a permanecer en la Unión Europeay el euro.

Ciertamente, la Liga de Salvini es soberanista, pero nunca enfatizó esta característica suya, mientras que Cinco Estrellas pareció haber aceptado la participación italiana en todos los organismos internacionales y supranacionales, incluidas la OTAN y la Unión Europea. El giro decisivo pareció darse con la designación de un profesor de derecho privado de la Universidad de Firenze relativamente oscuro, Giuseppe Conte, de 54 años, como jefe del Gobierno.

En cierta medida, esta designación era una derrota para Di Maio, que tenía gran interés por ese cargo. Por su parte, Salvini no expresó nunca ninguna ambición específica. El obstáculo aparentemente infranqueable surgió cuando Cinco Estrellas y la Liga designaron a los ministros que, según la Constitución italiana, deben ser “nombrados” por el Presidente de la república, quien puede también rechazarlos.

No son pocos los casos notables en los que diversos presidentes han impuesto cambios y seguramente son muchos los casos en los que ha habido cambios que no se hicieron públicos.

Cuando el presidente designado Conte, como mero ejecutor o mensajero, le presentó la lista de ministros al presidente Mattarella, fue denegado el nombre del elegido para el crucial Ministerio de Economía, el profesor de economía de 81 años y ya ministro en el pasado Paolo Savona, cuyos escritos más recientes apoyan no solamente la posibilidad sino inclusive la conveniencia de la salida de Italia del euro.

A la derecha, Matteo Salvini, polémico ministro del Interior italiano; a su lado, Luigi di Maio, ministro de Trabajo e Industria (AFP/Alberto Pizzoli).

Haciendo uso de sus prerrogativas constitucionales, Mattarella, que ha desempeñado con gran inteligencia y autoridad su rol de garante e intérprete de la Constitución, le pidió a Conte (e indirectamente a Salvini y a Di Maio) que eligiera a otra personalidad para ese cargo.

Salvini se opuso sustancialmente y obligó a que Conte volviera a poner su encargo en manos de Mattarella. Consciente de lo improbable de que se formase un gobierno distinto del hipotético Cinco Estrellas más la Liga, el Presidente de la república anunció su intención de dar lugar a un gobierno que llevara a Italia a elecciones nuevas en un plazo breve.

Temeroso de perder votos, Di Maio reabrió las tratativas afirmando ante el Presidente de la república, pocos días antes criticado, al punto de pedirle el impeachment, su disponibilidad para formar el gobierno con la Liga.

Con la aceptación de Salvini y el desplazamiento de Savona a ministro de asuntos europeos nació un gobierno insólito, no solo para Italia, que ha visto de todo, sino también para Europa, que teme la inexperiencia, la incompetencia y la ineptitud de los nuevos gobernantes. La navegación no será tranquila y quizá ni siquiera larga.

Traducción: Román García Azcárate

* Gianfranco Pasquino​ es profesor emérito de Ciencia Política de la Universidad de Bolonia

Publicado en Clarín el 5 de junio de 2018

L’opposizione e suoi doveri

Per chi ha passato la maggior parte della sua vita parlamentare al governo del paese ovvero sostenendo il governo del suo partito, collocarsi all’opposizione è uno scivolamento doloroso. Purtroppo, sembra che i novanta giorni trascorsi dal 4 marzo non sono stati sufficienti a elaborare il lutto. Berlusconi non sarà un’opposizione molto agguerrita contro quello che definisce un governo pauperista e giustizialista. Non potrà tagliare i ponti con Salvini anche perché soltanto mantenendo le coalizioni nelle città e nelle regioni nelle quali la Lega governa con Forza Italia gli è possibile sperare in un futuro migliore. Quindi, assisteremo a qualche dichiarazione più o meno dura, ma a nessun atto concreto di rottura che non sarebbe apprezzato e neppure condiviso dai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che già si sono detti disponibili alla prosecuzione di un buon rapporto con Salvini. Di conseguenza, l’onere dell’opposizione cadrà tutto sul Partito Democratico grande sconfitto, fin dall’inizio autocollocatosi sdegnosamente in un angolino. In maniera del tutto rivelatrice, l’ex-ministro PD Graziano Delrio ha già annunciato che il suo partito starà in trincea. Credo che, se proprio bisogna ricorrere a termini militari, sarebbe molto più opportuno che il PD si preparasse a una controffensiva, andando all’attacco.

Infatti, c’è molto da attaccare nelle proposte politiche di Lega e Cinque Stelle, più o meno vagamente recepite nel Contratto di Governo (per il Cambiamento come aggiunge ossessivamente Di Maio). Una buona opposizione ha il compito, anzitutto, di non cadere nella trappola della demonizzazione, nella quale si stanno avviluppando gli operatori dei media. Il governo Lega-Cinque Stelle non è il governo più a destra mai avuto dall’Italia. I governi guidati da Berlusconi 2001-2006 e 2008-2011 sono stati governi nei quali le posizioni e le politiche di destra furono effettivamente dominanti. Più corretto affermare e documentare, soffermandosi appena su inesperienza e incompetenza, che il governo Conte-Di Maio-Salvini è un governo segnato dall’ambiguità e dalla contraddittorietà su molte tematiche. In attesa del discorso d’insediamento del Presidente del Consiglio Conte, la graduatoria delle tematiche discende dalle prime esternazioni di Salvini e, in subordine, Di Maio. “Finita la pacchia”, nella pittoresca espressione del Ministro degli Interni Matteo Salvini, si preannunciano tempi duri per gli immigrati irregolari. L’opposizione ha il dovere di criticare non tanto la durezza delle frasi di Salvini, ma la vaghezza delle sue proposte mettendo l’enfasi sul loro costo e sulla loro probabile impraticabilità. Meglio ancora se l’opposizione fa rilevare che qualsiasi successo si voglia conseguire dipenderà dalla coordinazione e dal sostegno dell’Unione Europea. Ne deriva un’implicita, ma non meno incisiva, critica del sovranismo salviniano: da sola, l’Italia non è in grado di giungere a nessuna soluzione del “problema migranti”. Di Maio si è messo all’opera non soltanto per dare il reddito di cittadinanza, ma anche per le pensioni di cittadinanza. Non basteranno, ovviamente, i soldi eventualmente recuperati da un ricalcolo, pomposamente definito eliminazione, dei vitalizi degli ex-parlamentari. Questo è il terreno sul quale un’opposizione adeguatamente attrezzata dovrebbe dare e ripetere i numeri, evidenziando che i costi sono intollerabili per il bilancio dello Stato per di più se la legge Fornero venisse deformata. I recenti efficaci dati dell’INPS rivelano da quanto tempo qualche centinaio di migliaia di italiani ha goduto di privilegi almeno in parte responsabili delle diseguaglianze che è giusto criticare con l’obiettivo di rimediarle. Sul punto, l’opposizione ha il dovere, che definirei morale ancora prima che politico, di spiegare che la flat tax, anche in due scaglioni, è, prima di tutto anticostituzionale poiché la Costituzione sancisce la progressività delle tasse, in secondo luogo produttiva di ulteriori diseguaglianze a favore dei più abbienti. Grande è lo spazio di un’opposizione sulle cose e propositiva.

Pubblicato AGL il 5 giugno 2018

Stare nella casa comune europea

I co-inquilini della casa comune chiamata Unione Europea hanno il diritto di criticare i comportamenti degli italiani, compreso quello di voto, che rischiano di produrre crepe nei muri e di destabilizzare l’edificio. Gli italiani che hanno di volta in volta criticato, spesso giustamente, greci, ungheresi, austriaci e, naturalmente, i tedeschi, per le loro rigidità, e i Commissari, erroneamente definiti eurocrati e burocrati, hanno la facoltà di replicare anche con durezza, soprattutto quando le critiche si ammantano di stereotipi offensivi. Poi, gli italiani farebbero bene a domandarsi che cosa hanno combinato nel loro paese e come usciranno dai guai economici e politici nei quali si sono cacciati. Mi limito a sostenere che nessun barone di Münchausen riuscirà a estrarre l’Italia dal suo 135 per cento di debito pubblico e nessuna uscita dall’Euro migliorerà i conti pubblici e aumenterà produttività e prosperità. Aggiungo subito che i comportamenti collettivi, che fanno dei cittadini una “nazione”, debbono essere incoraggiati e guidati dalla politica. Pertanto, hanno ragione coloro che in Europa e in Italia esprimono forti preoccupazioni sullo stato attuale della politica italiana e sulle difficoltà di dare un governo al paese. Legittima è anche la preoccupazione concernente la qualità di quel governo, in particolare se formato da una coalizione fra il Movimento 5 Stelle e la Lega.

Quasi trent’anni di dibattiti sulle istituzioni, riforme (mal) fatte e non fatte, referendum manipolatori hanno prodotto uno stato di confusione molto diffusa su come funziona una democrazia parlamentare e come può essere migliorata nella sua struttura e nel suo funzionamento. Alcuni punti fermi debbono essere assolutamente messi. Nessun governo delle democrazie parlamentari è “eletto dal popolo”. Tutti i governi si formano in Parlamento con il quale è indispensabile che quei governi stabiliscano e mantengano un rapporto di fiducia. Se Cinque Stelle e Lega hanno la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, è loro diritto dare vita a un governo. Nessun capo di governo è “eletto dal popolo”. Tutti sono scelti dai partiti che hanno deciso e saputo dare vita a un governo. In Italia, il capo del governo è nominato dal Presidente della Repubblica che, ovviamente, sceglie chi gli è stato indicato dai partiti che fanno il governo. Può anche non essere un parlamentare, ma sbaglia di grosso se, come ha detto il Prof Giuseppe Conte, pensa di essere “l’avvocato degli italiani” (ruolo che spetta all’opposizione), mentre deve esserne la guida. Anche i ministri sono nominati dal Presidente della Repubblica “su proposta” del capo del governo che, quindi, può anche decidere di rifiutarli se non rispondono ad alcuni requisiti il più importante dei quali è quello di operare dentro la Costituzione, quindi non contro i Trattati firmati dall’Italia. Per tornare alla metafora di apertura violando il contratto di affitto nell’edificio europeo. [Tralascio il mio stupore nel leggere critiche di più o meno autorevoli costituzionalisti all’operato del Presidente Mattarella.]

Non è vero, come ha detto troppo spesso Luigi Di Maio, che l’Italia è entrata nella Terza Repubblica. Non siamo mai usciti dalla Prima Repubblica, dalla sua Costituzione e dalle sue istituzioni. Maldestri tentativi di riforme deformanti sono stati tentati e sconfitti, compreso il più pericoloso: quello del 4 dicembre 2016. Non è vero che quelle riforme (e la connessa legge elettorale) avrebbero migliorato in maniera taumaturgica il funzionamento del governo italiano. Non contenevano nessuna riforma del governo e la legge elettorale fu considerata parzialmente incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Non è vero che la legge attualmente vigente che porta il nome del deputato Democratico Ettore Rosato non porta nessuna responsabilità dell’esito elettorale. Era stata scritta per svantaggiare le Cinque Stelle, non c’è riuscita, ma soprattutto per consentire a Renzi e Berlusconi di “nominare” i loro parlamentari, effetto conseguito tanto che Renzi ha bloccato qualsiasi capacità di manovra del PD e di ricerca di un’eventuale intesa con le Cinque Stelle, possibile soltanto dopo un vigoroso confronto e scontro su programmi e persone. Infine, preso atto che le Cinque Stelle sono il partito che ha avuto più voti e che la Lega ha quadruplicato i suoi voti dal 2013 al 2018, un governo fra di loro è pienamente legittimo. Rappresenta la maggioranza degli elettori italiani, godrebbe di una maggioranza assoluta in Parlamento. Adesso che Salvini e Di Maio, nell’ordine, sono riusciti a dare vita al governo e a proporre ministri accettabili, anche se dotati di poca o nessuna esperienza politico-governativa e con competenze tutte da mettere alla difficile prova, tocca a loro spiegare se e come intendono stare nella casa comune europea e quali ristrutturazioni vogliono proporre. Democraticamente, ma non lesinando le critiche, ogniqualvolta sarà necessario, gli europei e gli italiani vigilano sul legittimo Governo del Cambiamento.

Pubblicato il 1° giugno 2018 su ITALIANItaliani

Diferenças entre Liga e M5S ameaçam coalizão na Itália, diz cientista

Ex-senador Gianfranco Pasquino vé com temor possivel governo populista

RIO E BOLONHA — Aos 76 anos, Gianfranco Pasquino, professor emérito de Ciência Política da Universidade de Bolonha e ex-senador (1983-1992 e 1994-1996), vê com temor econômico e político a perspectiva de um potencial governo entre os populistas antissistema do Movimento Cinco Estrelas (M5S) e a extrema-direita da Liga. Para Pasquino, que é membro da Academia Nacional dos Linces (Ciências) e hoje leciona na sede bolonhesa da universidade americana Johns Hopkins, os partidos farão de tudo para sustentar o governo eurocético, mas terão pela frente duras divergências internas; a própria inaptidão com as instituições de governo; a resistência do ex-premier Silvio Berlusconi — aliado do líder da Liga, Matteo Salvini, mas odiado pelos populistas liderados por Luigi di Maio —; e um muito provável abandono político pela União Europeia (UE). Com um longo histórico de publicações e comentários sobre a política italiana, o professor não vê um governo sustentável, mesmo que as duas legendas tenham maioria parlamentar – “Temo que surjam muitas divergências, confrontos, problemas, e que, no final, façam pouco, e mal feito” — definiu, em entrevista ao GLOBO.
Após meses de ataques entre Berlusconi e Di Maio, o ex-premier anunciou sua abstenção sobre um governo entre Liga e Cinco Estrelas, mas não apoiaria uma moção de confiança. Se de fato houver este governo, como ele funcionaria?
Cinco Estrelas e Liga têm, por si mesmos, maioria absoluta tanto na Câmara dos Deputados como no Senado. Berlusconi decidirá quais leis votar e quais não, tentando mostrar que tem poder político, maior competência e maior atenção aos interesses do país que, se o tivesse no governo, estaria melhor. Ele continuará com sua campanha eleitoral permanente.
Era isso o que Salvini queria desde o momento em que superou o aliado Berlusconi nas urnas? Garantir sua vaga, mas sem romper a aliança com o ‘Cavaliere’?
Sim, acredito que Salvini realmente quisesse isso. Ele provou ser coerente e leal, capaz de se tornar o verdadeiro líder da centro-direita na Itália. Agora, irá querer um cargo importante do governo. Ministro do Interior? E algum ministério que dê real poder à Liga.
Existem muitas diferenças entre Di Maio e Salvini; o M5S é um movimento heterogêneo; e Berlusconi sempre estará próximo da Liga. Embora Liga e M5S estejam bem nas pesquisas, uma aliança governamental entre eles não seria muito frágil para resistir a uma moção de desconfiança no Parlamento?
Não haverá moção de desconfiança. A aliança M5S-Liga tentará durar o máximo que puder, e tem os votos necessários para resistir. Berlusconi vem caindo, e o Partido Democrático (PD, legenda de centro-esquerda dos ex-premiers Matteo Renzi e Paolo Gentiloni) não sabe por qual caminho começar a se reconstruir.
Quem poderia ser o próximo primeiro-ministro?
O premier, que será nomeado pelo presidente da República, será um homem ou uma mulher não muito visível politicamente, que represente o ponto de equilíbrio entre M5S e Liga. Se (o presidente Sergio) Mattarella for bem sucedido, será alguém credível a nível europeu. Tarefa difícil, mas essencial.
Tudo isso poderia ser uma manobra de Berlusconi para concorrer em outra ocasião, talvez em 2019? Ele decidiu dar aval a um governo Liga-M5S só depois que todas as alternativas já haviam se esgotado…
O Força Itália, de Berlusconi, temia novas eleições, nas quais perderia votos. Não acho que Berlusconi — mas eu sugeriria dar a ele menos importância, uma vez que a política italiana não gira em torno dele — consiga retornar ao Parlamento e seja capaz de manobrar a Liga.
O que poderia significar um governo Liga-M5S para a economia e para a sociedade italianas já a curto prazo?
Estou muito preocupado. Nem o M5S nem a Liga têm economistas experientes e competentes capazes de eficácia nas negociações a nível europeu. Eles têm receitas diferentes e contrastantes: renda básica e imposto único (15%), referendo sobre o euro e o soberanismo. Temo que surjam muitas divergências, confrontos, problemas, e que, no final, façam pouco, e mal feito.
Como a Europa poderá ver o primeiro governo eurocético em seu ‘coração’? A UE acreditava que Berlusconi era um dos únicos atores que poderiam conter os populistas…
Bruxelas tomará nota de que o governo italiano é provavelmente o menos querido pela UE. Irão excluí-lo das decisões e dos contatos informais sempre que possível. Serão muito rigorosos com o que o governo italiano fará, com o que não fará, com o que terá que fazer. Nenhum alívio, nenhuma “gentileza”.
Publicado em 17 de maio de 2018

M5S-Lega: i rischi di un accordo

Al momento, non so quanto temporaneamente, hanno molto di che rallegrarsi tutti coloro che volevano il governo dei “vincitori”. Sì, certo, le Cinque stelle sono il partito più votato e la Lega ha addirittura quadruplicato i suoi voti dal 2013 al 2018. Quindi, il loro eventuale governo non tradisce il mandato elettorale, anzi, sarebbe il modo migliore, ancorché non l’unico, per tradurlo nei fatti. Tuttavia, nelle democrazie parlamentari i governi non sono mai una semplice faccenda numerica. Per fare uno solo dei diversi esempi possibili, in Portogallo, il partito più votato, PDS, conservatori, sta, alquanto irritato, all’opposizione di una coalizione di sinistra (già, proprio così). Comunque, i numeri parlamentari italiani offrivano/offrono almeno tre altre possibilità. I governi si costruiscono su affinità politiche e compatibilità programmatiche, tutte da verificare.

Sono certamente molto soddisfatti tutti quegli elettori che hanno scelto pentastellati e leghisti per esprimere il loro forte dissenso e risentimento ne confronti della politica italiana com’è, da tempo, dei politici al governo e delle loro politiche. Quasi nulla di tutto questo può essere definito con il termine tanto onnicomprensivo quanto vago, populismo. È facilmente accertabile che qualche striscia di populismo c’è, eccome, sia nel M5S sia nella Lega, ma sconsiglio di usare il termine contro tutto quello che non piace, come fanno imprenditori, giornalisti, professori, spesso parte dell’establishment e come tali non sempre erroneamente criticati. Cinque stelle e Lega rappresentano con notevoli diversità elettorati insoddisfatti e trascurati che, giustamente, adesso, pensano di avere maturato la loro rivincita. Con la Lega molto forte al Nord e con il Movimento dominante nel Sud Italia, mi avventuro a sostenere che la loro azione politica potrebbe portare ad una sorta di ricomposizione dell’unità nazionale. Alla prova dei fatti, chi sa se le diversità saranno foriere, invece, di scontri?

Non ho alcun dubbio che i più felici dell’eventuale governo Di Maio-Salvini sono il due volte ex-segretario del PartIto Democratico Matteo Renzi e i renziani di tutte le ore, compresa quella della nomina a parlamentari. All’opposizione andranno a rigenerarsi e a fare un partito più bello e più grande avendo evitato un devastante ritorno alle urne con conseguente perdita della poltrona. Nel comfort dell’opposizione magari non rappresenteranno quelli fra i loro elettori che avrebbero preferito per sé, ma anche per il paese (sì, resuscito la “funzione nazionale” dei partiti, di sinistra, sic), un governo Cinque Stelle-Partito Democratico al nascituro governo Pentastellati-Leghisti. Infatti, è sbagliato sottovalutate i rischi di questa inusitata coalizione ed è più che ragionevole preoccuparsi della inesperienza e incompetenza dei futuri probabili governanti.

Se ne preoccupa e molto il Presidente della Repubblica al quale spetta, sembra l’abbiano finalmente capito sia Di Maio sia Salvini, nominare il Presidente del Consiglio. Mattarella terrà certamente conto delle loro preferenze, ma, oramai lo ha ripetuto solennemente tre volte, sceglierà qualcuno che sappia che l’Italia nell’Unione Europea ci deve stare, convintamente e attivamente. Non è possibile dire quanto effettivamente abbiano perso gli europeisti, purtroppo per loro privi di guida e di grinta (Macron non abita qui). Infatti, se, da un lato, Grillo, che riesuma la proposta di un incostituzionale referendum sull’Euro, dà un assist al sovranista Salvini, dall’altro, dopo la sua processione in Europa, Di Maio sembrava avere capito che esiste un vincolo esterno, dall’Italia liberamente accettato, e che, rispettandolo, si creano anche le premesse per chiedere credibilmente di cambiarlo.

Hanno perso tutti coloro che pensavano di fare politica con gli annunci, con le narrazioni, con le prevaricazioni senza andare a parlare con gli elettori offrendo loro una legge elettorale che consentisse di esercitare potere sulla scelta dei candidati e dei partiti, con il voto disgiunto e senza la tremenda manipolazione delle pluricandidature. Infine, hanno di che riflettere e dolersi tutti coloro che, qualche volta pur consapevoli che la politica è cambiata e deve certamente ancora cambiare, hanno mantenuto vecchi riti, conditi con qualche esagitazione, che si sono tenuti lontano dagli elettori, non proponendo spiegazioni, non offrendo partecipazione e rinunciando, per insipienza e per comodità, nonostante tutte le avvisaglie dell’insoddisfazione che venivano da più fonti, sondaggi inclusi, a cercare di (ri)dare dignità alla politica cominciando con i loro comportamenti personali. Ricominciare da capo non sarà sufficiente. Senza conoscenza del passato (una sola Repubblica democratica e una Costituzione da rispettare e attuare) non andremo da nessuna parte.

Pubblicato il 12 maggio 2019