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Si sta facendo tardi

E’ vero. Parecchi di noi si erano illusi che lo strappo di Fini dal partito nazional-cesaristico conducesse alla costruzione di un’organizzazione politica di destra, moderna, europeista, decente. Qualcuno fra noi aveva addirittura pensato che la destra decente avrebbe stimolato anche la costruzione di una sinistra decente. D’altronde, la sprezzante definizione di “amalgama mal riuscito”, affibbiata da D’Alema al Partito Democratico, coglieva nel segno. Purtroppo, il sarcasmo di D’Alema spesso obnubila la verità di molte sue valutazioni. Adesso, tocca ad Alfano spingere nella direzione di una destra decente che ha a cuore le sorti di un governo dalle intese né abbastanza larghe né abbastanza solide, ma necessarie. Sull’altro versante, molti sono in movimento per zompare sull’oramai affollatissimo carro del vincitore fiorentino (auto)preannunciatosi. Altri stanno seduti sulla riva del fiume a vedere chi passerà. Altri, ancora, pochini, vorrebbero cominciare sul serio l’opera lunga e faticosa di costruzione di un partito che occupi la maggior parte dello spazio di sinistra. Potrebbe, persino, quel partito, qualificarsi socialista, con buona pace di coloro che non soltanto vogliono morire democristiani, ma vorrebbero farlo il più tardi possibile e preferibilmente stando al governo o in qualche altra comoda ben ricompensata carica. Non è proprio il caso di accontentarli. Socialista non è una brutta parola. Socialista è quell’esperienza ampiamente vissuta nel dopoguerra europeo che ha portato molti paesi ad essere prosperi, istruiti, sani. Faccio riferimento allo Human Development Index delle Nazioni Unite che colloca ai primi dieci posti paesi che hanno tutti un grande partito socialista, ieri o oggi, al governo. Sono anche paesi con corruzione politica minima e, elemento che dovrebbe soddisfare i sedicenti liberali/liberisti italiani,con un alto livello di concorrenzialità e di meritocrazia. Se le energie dei candidati alla carica di segretario del PD non si sono esaurite in mediocri critiche reciproche, di nessun interesse per i loro eventuali elettori, ma si spostassero sulla cultura politica, allora una bella discussione sul significato e sui contenuti del socialismo oggi potrebbe essere utile anche a Rosi Bindi, Castagnetti, Fioroni e a milioni di elettori. Gli accapigliamenti li abbiamo già visti. Non sono neppure più divertenti. Invece, di quale cultura politica dovrebbe essere portatore il Partito Democratico non l’abbiamo sentito raccontare né dal Prodi che se ne è ito né dai suoi collaboratori, ma neppure da Bersani e da D’Alema. E non è vero che non è mai troppo tardi.

 

 

Antropologia politica

E’ venuto a portare lo scompiglio in Emilia-Romagna, dalle feste dell’Unità (o del Partito Democratico) in località provinciali, ma non meno interessate alla politica, a Forlì fino a Bologna nell’incontro appositamente fissato di lunedì quando di solito ci sono meno frequentatori. E lui, Renzi Matteo, la sua audience l’ha fatta venire, eccome, e l’ha conquistata. Non partiva, ovviamente, da zero. Quasi tutti i presenti c’erano già all’incirca nove mesi fa. Allora, naturalmente, la loro reazione non fu positiva. Ma, come, un giovane toscano, per di più di estrazione popolare (nel senso di “partito”), veniva a fare un’incursione in cerca di voti contro il “loro” segretario, il Bersani Pierluigi, che tutti conoscevano benissimo e che, giunto, lentamente e gradualmente, al culmine del partito, mirava, proprio come si fa da queste parti, a coronare la sua nobile carriera politica. Quadrato, solido, competente, magari non entusiasmante, in grado di fare ridere non con le sue battute, ma soltanto quando imitava Crozza (adesso, neppure più), Bersani era e rimane il comunista emiliano, uno di quelli che usano il noi, che detestano la personalizzazione della politica, che, insomma, nel PCI di altri tempi, di un’altra storia, ad essere il numero uno non ci sarebbe arrivato mai. Infatti, nessuno degli abili, capaci, duraturi amministratori dell’Emilia Romagna, da Dozza a Zangheri, da Fanti a Turci, è mai riuscito a conquistare un ruolo nazionale di grande rilievo. La loro solidità venne regolarmente ritenuta insufficiente a sopperire alla mancanza di fantasia politica e forse anche di leadership.

   Qui tocchiamo con mano la diversità quasi antropologica con i comunisti toscani, ma, più in generale, i politici toscani. Estroversi e beffardi, sempre pronti alla battuta anche sarcastica di loro conio (non presa a prestito, ad esempio, da Benigni), disposti a parlare in prima persona, altro che collettivo!, senza nessun peso sulla lingua, i toscani e, a maggior ragione, i fiorentini sono quanto di più diverso si possa trovare rispetto agli emiliani (i romagnoli sono un’altra “razza”) e, in particolare, ai bolognesi. Probabilmente, Renzi ha capito che doveva usare e sfruttare la sua diversità antropologica. Quasi sicuramente il “corpaccione del partito”, la base lavoratrice e disciplinata ha preso atto che, avendo non vinto ovvero sciupato una vittoria che sembrava largamente acquisita per colui che più di tutti li rappresentava, è venuto il momento di adeguarsi e di scommettere su un candidato totalmente diverso. Parecchi dirigenti si giocano la carriera; altri stanno ritagliandosi lo spazio di una corrente che si posiziona per contrattare con il vincitore designato (ma che loro intralceranno in cambio di qualche carica, esempi, nient’affatto scelti a caso: parlamentare nazionale e parlamentare europeo).

   Applausi comunque a Renzi che vuole un partito senza correnti, e molti auguri. Qui più che altrove, la base vuole vincere, desidera trasferire al governo, se non un suo uomo, le sue affermate e conclamate pratiche di buona, efficace, onestà amministrazione. E pazienza se le speranze dei militanti ex-comunisti saranno soddisfatte da un “burdel” fiorentino ex-popolare. Meglio, comunque, di qualsiasi milanese o siciliano. 

pubblicato su Corriere di Bologna 3 settembre 2013