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Le ragioni del No. Intervista a Gianfranco Pasquino

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Raccolta da Iacopo Gardelli per Ravennanotizie.it

Una chiacchierata con Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, per sapere meglio che cosa c’è in ballo col referendum costituzionale di ottobre e per capire le ragioni del “no”

Il Parco John Lennon di Mezzano è frequentato più da bugs che da beatles. Libellule, zanzare e altri esseri con le antenne per cui mi mancano le parole ci svolazzano intorno, ma a lui non sembrano affatto dare fastidio, anzi. Il professor Gianfranco Pasquino siede serafico sotto il chiosco, le lenti fotocromatiche dei suoi occhiali celano il suo sguardo. Risponde alle domande con un aplomb e una pacatezza che potrebbero essere orientali, se non fosse per il signorile accento piemontese.

In attesa della sua moderatissima piadina con “cotto e una foglia d’insalata”, ci prepariamo all’incontro pubblico che si terrà a pochi metri da qui. Con noi ci sono gli amici del Gruppo dello Zuccherificio, Massimo Manzoli e Andrea Mignozzi che, assieme al Comitato per il No alle Riforme Costituzionali e all’Italicum e all’ANPI di Mezzano, hanno organizzato questa serata per approfondire le ragioni di chi sostiene il no alla riforma costituzionale; la stessa riforma per cui Renzi si sta giocando, almeno a parole, la scadenza naturale di questa legislatura.

Partiamo da qui. Pochi giorni fa ho sentito a Otto e mezzo il professor Massimo Cacciari sostenere il sì con questa argomentazione, a detta sua repubblicana: nel caso vincesse il no alla riforma costituzionale, proprio per questa scelta renziana di legare gli esiti della votazione al mandato governativo, si aprirebbe un periodo di crisi politica difficilmente gestibile dal Parlamento italiano e dal Presidente della Repubblica. Una scelta fatta a malincuore, ma una scelta di responsabilità: repubblicana, appunto. Lei, che è un convinto sostenitore del no, che cosa risponderebbe a Cacciari?

(Pasquino scuote sconsolato la testa) “Rispondo che sta inanellando una serie di stupidaggini. Per vari motivi. Primo, perché il referendum è in merito a una riforma costituzionale fatta dal Parlamento e non dal Governo; secondo, perché se il Presidente del Consiglio personalizza la campagna referendaria non si sta semplicemente esprimendo sul referendum, ma sta chiedendo un plebiscito sulla sua persona. Questa cosa gli è già stata troppo blandamente rimproverata dal presidente Napolitano, che dovrebbe saperne di più, e che si è limitato a dire che ‘il Presidente del Consiglio non deve personalizzare’; anche se l’espressione giusta sarebbe stata: ‘non deve chiedere un plebiscito’. E non deve neanche minacciare o ricattare gli elettori, dicendo ‘se non votate le mie riforme, vi lascio in una situazione molto complicata’, ricatto nel quale il professor Cacciari, evidentemente, cade. Terzo, perché non tocca al Presidente del Consiglio dire che cosa succede dopo la consultazione: nel caso venisse sconfitto nel referendum, la parola passerebbe al Presidente della Repubblica, che deve esplorare la possibilità di un’altra maggioranza in Parlamento: ed è possibile che ci sia. E infine, si è visto mai che in questo paese possa esistere un’unica persona in grado di fare il Presidente del Consiglio? Io credo che ce ne siano almeno altre quattro o cinque che potrebbero avere la maggioranza e la fiducia al Parlamento, nonché la capacità di fare riforme migliori e meno divisive.”

Non voglio fare l’ermeneutica di Cacciari, ma glielo chiedo lo stesso: secondo lei il filosofo è in cattiva fede quando sostiene che la crisi non sarà gestibile?

“Cacciari non è in cattiva fede. Cacciari è diventato incredibilmente renziano, perché è contro la vecchia guardia del Partito Comunista – della quale peraltro lui ha fatto parte. E soprattutto non ne sa abbastanza. Sta parlando di argomenti che non conosce. L’ho già rimproverato duramente sul Fatto Quotidiano, evidentemente nessuno ha portato alla sua attenzione la mia critica, però persiste nell’errore. Non è un compagno che sbaglia, ma un compagno che persevera nell’errore.”

Diabolico. Ma entriamo nel merito: se dovesse convincere un elettore indeciso con due argomenti per il no, quali sceglierebbe?

“Il primo: questa riforma costituzionale è disorganica e sbagliata. L’unica cosa che tocca veramente è il Senato, ma il Senato non è il problema che rende difficile il governo in Italia. Erano altre le cose si potevano fare, ma Renzi ha candidamente dichiarato che ‘non gliele avrebbero lasciate fare’. Eppure mi pare che avesse una maggioranza e una grinta che avrebbe potuto usare meglio per imporre un’altra e migliore riforma. Insomma, la riforma del Senato è da un lato pasticciata e dall’altro confusa. Pasticciata nella composizione del Senato: 74 rappresentanti non si sa bene scelti come, perché non è stato deciso il verbo: “nominati” o “designati” dai Consigli Regionali. Ma non sappiamo se devono essere già dentro i Consigli Regionali o se devono essere eletti prima, dagli elettori quando eleggono il Consiglio Regionale. Poi 21 rappresentanti dei Comuni: ma non sappiamo se devono essere i Comuni capoluogo di Regione, o se verranno scelti dai Comuni stessi o dai consiglieri comunali; e infine 5 senatori nominati dal Presidente della Repubblica. Incredibile! In una Camera delle Regioni uno si chiede per quale ragione il Presidente della Repubblica debba nominare 5 senatori. Fra l’altro, l’articolo costituzionale sui senatori a vita recita ‘per meriti artistici, sociali, letterari o scientifici’. Qui bisognerebbe aggiungere ‘per meriti federalisti’: ma sfido chiunque a trovare 5 grandi federalisti in questo paese, finiti con la morte di Gianfranco Miglio, fondamentalmente.”

Capito il pasticcio. Ma per quanto riguarda la confusione?

“Dal punto di vista delle competenze questa riforma è sostanzialmente confusa: non è chiaro quali leggi saranno soltanto di competenza della Camera; non è chiaro quanto il Senato potrà richiamare alcune leggi; e non è chiaro quali saranno i conflitti dal momento in cui qualcuno solleverà dubbi sulla legittimità di questi confini; la Corte Costituzionale, infatti, è già in allarme, perché teme una serie di ricorsi inaudita, come peraltro è già successo in questo periodo. Siamo di fronte ad una situazione che non risolve praticamente nulla. Ma perché? Perché tutto questo è basato su una premessa che è sbagliata, ovvero che il bicameralismo italiano, che è paritario (se mi dice perfetto, l’intervista finisce qui), non è mai stato di ostacolo ai governi. Il bicameralismo italiano fa mediamente più leggi degli altri bicameralismi importanti: quello tedesco, quello francese, quello inglese e quello americano.”

Quindi l’argomento della lentezza pachidermica del Senato è pura retorica?

“Non è retorico: è una manipolazione, oppure è il prodotto di ignoranza. Nessuno di loro ha letto i documenti che potrebbero avere dai funzionari del Senato, persone di eccellente qualità. Ma passiamo al secondo motivo che mi ha chiesto. Con questa riforma, a un Senato di 95 persone, elette indirettamente, si affida non solo la riforma della Costituzione, ma anche l’elezione di ben due giudici costituzionali. 630 deputati, invece, ne eleggeranno solo 3. Questo è uno squilibrio che grida vendetta al cospetto di non so che cosa… al cielo? Tutto questo non prefigura un bel niente: non c’è una visione sistemica, organica. Dove andiamo dopo questa riforma? Si risolve davvero i problemi istituzionali italiani? No. Non sappiamo dove andiamo. Stiamo toccando il Governo con questa riforma? No, non così, ma con una legge elettorale, l’Italicum. Loro continuano a sostenere che non fa parte di questo pacchetto, e invece ne fa parte eccome. Perché questa legge elettorale avrebbe potuto risolvere immediatamente il problema del Senato uniformando le due leggi elettorali, per avere la stessa maggioranza, se questo era il problema. Ma in realtà l’Italicum squilibra il potere a favore della Camera e, aggiungo, a favore del Presidente del Consiglio. Però, tutto questo, lo fa in maniera assolutamente poco sistemica, con tutto quello che ne consegue. Qua non si tratta di dare tanto potere all’unico uomo in grado di fare il Presidente del Consiglio (francamente ridicolo), ma si tratta di creare una legge elettorale che sia competitiva e che dia potere agli elettori. Questa legge elettorale non gliene dà abbastanza: io direi che gliene dà poco. Ecco, due buone ragioni per votare no. Un no convinto, pacato, sereno…” (sorride)

Quando Renzi batte sul tasto del fantomatico taglio del costo della politica, si tratta di un argomento convincente, o no?

“Renzi dice che con questa legge elettorale i senatori non saranno più pagati perché sono già consiglieri regionali. Ma naturalmente bisogna tenere conto dei soldi delle trasferte. Un conto è abitare a Roma, e lì ci sono da contare, eventualmente, solo i soldi del tassì. Ma se uno abita a Palermo o in Sardegna, l’aereo lo deve pur prendere. Quindi, sì, forse ci potrebbe anche essere una riduzione dei costi della politica; ma le pare un discorso politicamente efficace questo? O, piuttosto, è un discorso populisticamente efficace? Blandisce chi pensa che la politica debba essere a costo zero; e invece la democrazia bisogna pagarla, con i soldi, prima, e poi naturalmente con l’impegno, le energie, con la volontà di informarsi, e così via. Si tratta semplicemente della ricezione passiva di un discorso che viene da alcuni settori della classe politica (in particolare dal Movimento 5 Stelle), e da alcuni settori della stampa, in particolare dal Corriere della Sera (in questo caso La casta, di Giannantonio Stella e Sergio Rizzo, ha avuto un impatto tremendo, nonostante tutti gli inconvenienti di quel libro, trasparenti a chi lo avesse non solo comprato per regalarlo, ma magari anche letto). E poi, i costi potevano essere ridotti anche semplicemente riducendo il numero dei parlamentari alla Camera, perché no? 630 a me paiono tanti, e a lei?”

Nel panorama politico italiano c’è qualcosa da salvare?

“Nel panorama politico italiano ci sono diverse cose da salvare. Ci sono fior fiore di parlamentari che conoscono il loro mestiere. Nonostante la narrazione renzian-boschiana, abbiamo fatto, nel 1993, un’ottima legge elettorale per i sindaci, che sta dando ripetutamente buoni frutti. Stiamo cercando governi stabili e operativi? I sindaci sono a capo di governi stabili, operativi quanto loro li sanno rendere tali. È da salvare il ruolo del presidente della Repubblica, perché è stato un’equilibratore, e qualche volta anche un’attore significativo, nel nostro sistema. È da salvare la competizione multi-partitica: questa idea che bisogna ridurre tutto a due soli partiti, è semplicemente sbagliata. I partiti saranno tanti quanti gli italiani vogliono che siano. Con la clausola, che io penso debba esserci, di sbarramento, in modo da impedire la frammentazione. E infine, credo che sia da salvare anche, diciamo così, un sano sentimento di protesta, che si manifesta in molti di noi, e che per molti si incanala nel Movimento 5 Stelle.”

Pubblicata il 26 Giugno 2016

VIDEO Legge elettorale e riforma costituzionale: gli effetti della combinazione

 

REGGIO EMILIA. 16 Luglio 2016. Gianfranco Pasquino, docente della Johns Hopkins University in “Legge elettorale e riforma costituzionale: gli effetti della combinazione“, prima sessione delle Lezioni di diritto costituzionale per un voto consapevole, al PolitiCamp2016, prima tappa del Tour #RiCostituente di Possibile.

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È quel che si poteva fare? Dialogo breve sulle riforme. Pasquino intervista Napolitano

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Il Presidente Emerito Giorgio Napolitano ha accettato di rispondere ad alcune domande di Gianfranco Pasquino, professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Siamo onorati di pubblicare in esclusiva questo scambio nella convinzione che sia utile a tutti per farsi un’idea delle motivazioni e delle conseguenze delle riforme costituzionali che saranno prossimamente sottoposte a referendum.

Da due diverse prospettive, lo scienziato della politica di fama internazionale e il politico che ha attraversato da protagonista tutte le stagioni della politica italiana dagli Anni ’50, ci incoraggiano a saperne di più sulla riforma. A tal scopo, vi proponiamo una tavola sinottica degli articoli modificati prima e dopo la revisione, Cancellazioni e modifiche della Costituzione proposte dalla legge Renzi-Boschi, il documento Le ragioni del Sì e l’Appello dei costituzionalisti per il NO.

Contiamo sulla generosità e la disponibilità dei due eccellenti interlocutori per approfondire questioni cruciali qui appena sfiorate: se davvero sarà possibile e facile correggere in seguito gli errori della riforma Renzi-Boschi data la asserita complessità delle procedure di revisione costituzionale, quale dovrebbe essere “la nuova forma di governo parlamentare” di cui parla Napolitano e se già esistono altrove in Europa modelli apprezzabili dai quali imparare.

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Roma 18 luglio 2016

Nella tua lunga esperienza legislativa come parlamentare, come capogruppo, come Presidente della Camera dei deputati, come ministro, come Senatore e, infine, come Presidente della Repubblica, è capitato spesso che il Senato si sia rivelato causa di intoppi, errori, ritardi?

Nella mia lunga esperienza non ho mai considerato il Senato come colpevole di “intoppi, errori, ecc.”; e non è questo né la motivazione né l’oggetto della riforma costituzionale ora sottoposta a referendum. Quel che è in questione è la necessità – da lungo tempo avvertita e argomentata – del superamento di un bicameralismo paritario che, esso sì, è stato causa di gravi disfunzioni istituzionali.

Tralasciando la mancanza di una maggioranza, da attribuire alla legge elettorale, nel Senato eletto nel febbraio 2013, puoi citare dei casi precisi di inconvenienti e ritardi legislativi particolarmente eclatanti?

Gli inconvenienti notori e gravi del nostro bizzarro bicameralismo sono stati quelli del grave ostacolo rappresentato dalla lunghezza e tortuosità del processo legislativo, costretto al fenomeno di navette spesso defatiganti tra i due rami del Parlamento.

E quante volte la doppia lettura ha migliorato la legislazione, magari anche consentendo al governo di imparare, di recuperare e di fare meglio?

Il nostro Senato non è mai stato una seconda Camera “di riflessione” utile per correggere scelte infelici o errori compiuti dalla Camera dei Deputati. Le leggi sono state – sulla base di un meccanismo quasi del tutto casuale – assegnate in prima lettura all’uno o all’altro ramo. E in generale, più che una limpida tendenza migliorativa, quel che ha alimentato la doppia, e magari terza o quarta, lettura, è stata – oltre che la frequente interferenza di manovre di partito e di corrente – una logica di prestigio e concorrenziale tra Camera e Senato per imprimere ciascuno un proprio segno o avere l’ultima parola su ogni legge o almeno su quelle più “sensibili”.

Non pensi che le procedure complesse di richiami e di doppie letture previste nella riforma culmineranno in molte tensioni, in molti scontri, in ricorsi alla Corte costituzionale e finiranno in quella che altrove ho definito deriva confusionaria? – Non temi una varietà di conflitti fra Stato e regioni, fra Camera e Senato, fra i senatori e i consigli regionali che li hanno nominati, fra i sindaci e i loro consigli comunali?

Mi pare gratuito il drammatizzare che tu fai in entrambe queste domande dei rischi di tensioni e di scontri dinanzi alla Corte Costituzionale, e di ogni sorta di conflitti tra poteri e tra soggetti istituzionali. Di fronte a ogni innovazione, la “paura dei pericoli” è puro fattore di paralisi. Quel che della riforma risulterà da correggere alla luce dell’esperienza potrà essere corretto. L’importante è ora non restare bloccati in antiche contraddizioni.

Ritieni opportuno che un Senato di nominati partecipi all’elaborazione e all’approvazione delle revisioni costituzionali? E perché?

Trovo demagogicamente polemico parlare di “un Senato di nominati”. I nuovi senatori, tranne quelli nominati dal Presidente della Repubblica, saranno “eletti” (art.2 della legge di riforma) da Assemblee rappresentative pienamente legittimate dal punto di vista democratico.

Pensi che sia corretto dare al Senato delle autonomie fatto di cento nominati il potere di eleggere due giudici costituzionali? Ti risulta qualcosa di simile per altre seconde Camere non elette dai cittadini?

Puoi su questo punto esprimere dissenso, ma non credo abbia senso il confronto con “altre seconde Camere non elette dai cittadini” in Europa.

E’ opportuno che a rappresentare le autonomie ci siano anche cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica (per meriti sociali, artistici, scientifici e letterari). Dovrebbero avere meriti regionalisti e federalisti oppure competenze europee visto che di Europa dovranno occuparsi?

Il nuovo Senato ha un complesso di funzioni per cui può risultare assai utile il contributo di personalità di molteplici esperienze e competenze, pienamente comprese nella definizione di cui all’art. 3 della legge di riforma.

Non vedo nulla nel pacchetto Renzi-Boschi che riguardi concretamente e direttamente il rafforzamento del potere decisionale del governo? Qual è la tua opinione?

Il ruolo del governo è destinato certamente a rafforzarsi rendendo più spedito, lineare e sicuro nei suoi tempi di svolgimento e conclusione, il processo legislativo. Per non parlare del fatto che si rafforza la stessa possibilità di dar vita ad un governo attribuendo alla sola Camera dei deputati l’investitura, con la fiducia, dell’esecutivo.

Pensi che questo rafforzamento conseguirà dall’Italicum rispetto al quale hai peraltro detto che bisogna attendere “opportune verifiche di costituzionalità”?

Non aggiungo nulla in questo momento a ciò che ho dichiarato in Senato circa l’esigenza di prestare attenzione a preoccupazioni espresse da varie parti sulla legge elettorale “Italicum”.

Ti sei ripetutamente “speso”, a mio parere anche troppo, in difesa e a sostegno di queste riforme. Sono davvero le riforme che avresti fatto tu, capo del governo?

In qualunque mia posizione istituzionale avrei sostenuto una riforma che conduca – per usare una sapiente espressione di Leopoldo Elia – a una nuova forma di governo parlamentare. Ed è questa la direzione in cui va la riforma approvata dal Parlamento.

Infine, una curiosità personale-istituzionale alla quale puoi anche decidere di soprassedere. Fin dalla Commissione Bozzi (1983-85) ho molto detto e scritto e qualcosa ho anche fatto, promuovendo i referendum elettorali, in materia di istituzioni e di leggi elettorali. E’ troppo chiederti come mai non ho ricevuto nessun apprezzamento da te, ad esempio, per la mia battaglia a favore di una legge elettorale davvero maggioritaria come il doppio turno francese in collegi uninominali?

Non ho mai ignorato ma sempre seguito con apprezzamento, come ben sai, le tue iniziative e battaglie. Ma tu ti sei sempre mosso – in quanto studioso temporaneamente (per oltre dieci anni) prestato alla politica e al Parlamento – da libero battitore; mentre io ho sempre operato fino al 1992 da dirigente del PCI, cercando di influenzarne le posizioni e riconoscendomi nelle sue scelte, comprese quelle sostenute nella Commissione Bozzi. Da Presidente della Camera mi adoperai per favorire una riforma elettorale in senso maggioritario e fondata sui collegi uninominali: l’intesa risultò possibile però sul sistema costruito con la legge Mattarella, mentre l’ipotesi del doppio turno alla francese naufragò sullo scoglio della indicazione della soglia (in Francia molto elevata) per l’accesso al secondo turno. E da Presidente della Repubblica ho guardato positivamente al tentativo portato avanti fino all’estate 2012 nella Commissione Affari Costituzionali del Senato per un sistema analogo a quello spagnolo, ma allora tanto il centrosinistra quanto il centrodestra rimasero attaccati all’istituto del premio di maggioranza sia pure – dopo la sentenza della Consulta – ancorato ad una soglia adeguata di consensi ricevuti dagli elettori. Poi questa storia l’ho raccontata al Parlamento nel mio discorso dell’aprile 2013.

Pubblicato il 20 luglio 2016

Referendum costituzionali, forse. Plebiscito, NO

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Il Mulino 4/2016 (pp. 635-639)

Consapevoli che una pluralità di situazioni possono rendere indispensabile la revisione di uno o più articoli anche della migliore delle Costituzioni, i Costituenti scrissero con grande cura l’articolo 138. Esclusa dalla revisione costituzionale la “forma repubblicana dello Stato” (menzionata nell’articolo successivo), tutti gli articoli da loro scritti sono suscettibili di revisioni con una procedura non troppo onerosa e con maggioranze diverse. Qualora la revisione costituzionale –i Costituenti non immaginarono che i loro successori avrebbero proceduto a colpi di cospicui pacchetti di articoli: 56 quelli riformati dalla maggioranza di centro-destra nel 2005; 44 quelli riscritti dal governo Renzi nel 2015-2016, invece di osservare pienamente il testo dell’art. 138 che si riferisce a leggi di revisione, al plurale–fosse stata approvata da una maggioranza parlamentare dei due terzi o più in entrambe le Camere non avrebbe potuto essere sottoposta a referendum. Da un lato, è ipotizzabile che i Costituenti ritenessero che una maggioranza di tali dimensioni non potesse non essere rappresentativa delle opinioni popolari; dall’altro, volevano evitare un voto che contrapponesse una minoranza intensa a quell’ampia maggioranza parlamentare finendo per delegittimare il Parlamento. Esito grave, in special modo, in un paese sempre caratterizzato da non troppo latente e sempre strisciante antiparlamentarismo. La non necessità di quorum era chiaramente motivata dalla convinzione dei Costituenti che fosse non solo giusto, ma opportuno, attribuire maggiore potere ai cittadini che, interessati a quella specifica revisione e informatisi, si mobilitassero sia a sostegno di quanto fatto dal Parlamento sia, più probabilmente e più comprensibilmente, contro. Chi partecipa merita un premio. Deve contare di più.

Nient’affatto priva di interesse, politico e istituzionale, è l’indicazione di quali sono i soggetti legittimati a chiedere il referendum costituzionale, nell’ordine: un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Non figura fra loro né il governo né un Ministro, eventualmente quello delle Riforme Istituzionali, né la maggioranza governativa. Non si tratta evidentemente né di una dimenticanza né di una questione banalmente lessicale. Le revisioni della Costituzione dovevano essere compito precipuo, secondo i Costituenti, del Parlamento. Nulla osta, naturalmente, che nel Parlamento si attivi una maggioranza che coincida/e con quella governativa, ma appare quantomeno bizzarro che sia la maggioranza che ha proposto, formulato, argomentato e condotto a votazione e ad approvazione quelle revisioni a chiedere, non avendo nessun obbligo, un referendum. Invece, è facilmente possibile individuare le credenziali e le qualità di ciascuno dei tre soggetti legittimati a chiedere il referendum costituzionale. I parlamentari appartenenti ad una Camera hanno preso parte alle deliberazioni su qualsivoglia revisione. Sono, per così dire, informati dei fatti (non resisto ad aggiungere “e dei misfatti”). Hanno appreso le motivazioni espresse dai revisionisti. Hanno contro-argomentato. Ritengono di avere valide critiche e controproposte da sottoporre agli elettori. Possono persino pensare che, in ogni caso, è giusto portare all’attenzione degli elettori e dell’opinione pubblica quanto è stato fatto per illuminarne le conseguenze che, loro, evidentemente considerano negative. Quest’opera di pedagogia costituzionale, che sarà sicuramente contrastata dai revisionisti, è destinata a fare crescere la, com’era evidente allora e come, purtroppo, è ancora fin troppo vero oggi, scarsa, inadeguata, manipolabile, conoscenza dei cittadini italiani della loro Costituzione.

Già legittimati a chiedere il referendum abrogativo di leggi ordinarie, cinquecento mila elettori, forse “convinti” dai loro partiti (i quali, però, da qualche tempo hanno perso la capacità di raggiungere così tanti cittadini e, infatti, si esercitano negli inviti al più facile, ma deprecabile, astensionismo), forse guidati e coordinati da una pluralità di associazioni, accettano di sfidare la maggioranza parlamentare che ha prodotto revisioni da loro considerate inaccettabili. Infine, in una Costituzione che aveva cercato di alleggerire il centralismo e di favorire il regionalismo, apparve opportuno affidare anche ai Consigli regionali, sperabilmente meglio capaci di interpretare aspettative e desideri dei loro elettori, la possibilità/facoltà di chiedere il referendum costituzionale.

Riesce davvero difficile ipotizzare che quei parlamentari, quei cinquecentomila elettori, questi cinque Consigli regionali investano energie, tempo, denaro per confermare revisioni costituzionali invece di attendere che siano effettivamente gli oppositori a esporsi e a prendere l’iniziativa. Il referendum costituzionale non ha bisogno di nessun aggettivo, ma, se si vuole utilizzarne uno, il più appropriato e calzante è sicuramente “oppositivo”: contro le modifiche approvate. Solo dopo il voto, è plausibile utilizzare l’aggettivo “confermativo” se, in effetti, l’elettorato ha approvato le revisioni. Ma l’aggettivo s’ attaglia all’esito che conferma le revisioni non al referendum in quanto tale. Chiaro è, tuttavia, e molto deplorevole l’intento manipolatorio, quand’anche derivato da semplice, ma inescusabile, ignoranza, di coloro che insistono a usare l’aggettivo confermativo.

Quasi fin dall’inizio del percorso che ha portato alla modifica di molti articoli della Costituzione italiana sia il Ministro Maria Elena Boschi sia il Presidente del Consiglio Matteo Renzi hanno ripetutamente dichiarato che avrebbero sottoposto le revisioni approvate al vaglio referendario. Il grido di battaglia è stato quasi immediatamente trovato: il capo del governo ci mette la faccia e ci scommette la carica. Se il suo referendum non verrà approvato si dimetterà e uscirà dalla politica. Tecnicamente siamo di fronte ad una minaccia o ricatto plebiscitario.
I referendum chiesti sulla propria persona (l’obiezione che in ballo sono revisioni sostanziali che faranno funzionare meglio il sistema politico a tutto vantaggio dei cittadini italiani è assolutamente fuori luogo) dai capi di governo sono senza eccezione alcuna plebisciti. Affermando che il voto referendario riguarderà la durata del governo e potrebbe portarlo alle dimissioni, il capo del governo inserisce un elemento del tutto estraneo all’oggetto del referendum. Tenta di manipolare l’opinione pubblica spostandone l’attenzione e influenzandone il voto.

Sconsiglio vivamente di ricorrere all’esempio del referendum francese dell’aprile 1969 sulla regionalizzazione e sulla riforma del Senato fatte da de Gaulle (la cui statura politica già dovrebbe scoraggiare paragoni) poiché, se è vero che il Generale-Presidente della Repubblica, ritenendosi sconfessato dal “no” dell’elettorato, si dimise, è altrettanto vero che non aveva affatto promesso anticipatamente quelle dimissioni se l’elettorato non avesse approvato le sue riforme (approvò quella della regionalizzazione). Sconsiglio altresì di evitare il paragone con il referendum sulla scala mobile del 1985 per tre buonissime ragioni. Prima ragione: il referendum fu chiesto dal Partito Comunista di Enrico Berlinguer (che non ebbe il tempo per revocarlo) e non dal Presidente del Consiglio Bettino Craxi. Seconda ragione: il referendum riguardava l’eventuale abrogazione di una legge ordinaria senza nessuna implicazione di aumento dei poteri del governo e del suo capo. Terza ragione: Craxi non preannunciò e non fece una campagna carica di motivazioni plebiscitarie. Si limitò ad affermare che, abrogata una legge cruciale per la sua attività di governo, ne avrebbe tratto le conseguenze istituzionali e politiche.

Quanto ai due referendum costituzionali del 2001 e del 2006, entrambi contengono elementi interessanti, nessuno dei quali giustifica le implicazioni plebiscitarie del referendum prossimo venturo. Nell’ottobre 2001, quando si tenne il referendum sulla revisione del Titolo V della Costituzione, il centro-sinistra che aveva fatto quella brutta operazione e aveva anche, forse a causa di una grande coda di paglia, chiesto un referendum per mostrare che il “popolo” approvava quella revisione, aveva già perso le elezioni politiche. Nessun capo di governo, ma neppure nessun capo partito poté intestarsi quel successo tanto facile e prevedibile quanto assolutamente inutile. Conforme al dettato costituzionale è stato il referendum del giugno 2006. Chiesto dal centro-sinistra contro le revisioni costituzionali formulate e approvate dalla maggioranza di centro-destra (56 articoli modificati), il referendum costituzionale, per il quale nessuno adoperò l’aggettivo confermativo, essendo ben altre le conseguenze desiderate e prevedibili, ebbe uno svolgimento da manuale. Il 61 percento del 52 per cento di elettori andati alle urne bocciò le riforme. Neppure in questo caso, vi furono politici, capi di partito o governanti (nell’aprile 2006 l’Unione, vinte le elezioni, era fortunosamente tornata al governo) che sfruttarono la campagna elettorale per accrescere il loro prestigio e/o potere politico e per intestarsi la vittoria.

Al discorso fin qui condotto sul referendum costituzionale e i suoi usi propri e impropri non può mancare un riferimento alle conseguenze politiche sia della campagna elettorale sia, ma solo in parte, dell’esito. Infatti, il Presidente del Consiglio, indossando i panni di segretario del Partito Democratico e annunciando la Costituzione dei Comitati per il “Sì”, ha fatto un’affermazione molto impegnativa. Ha dichiarato a chiare lettere che da quei Comitati uscirà la nuova classe dirigente del PD. Il messaggio ha due, forse tre, destinatari: i renziani e gli oppositori interni, le minoranze, ma anche qualche volonteroso”esterno”. I renziani entreranno in competizione fra loro e dal loro impegno, dalla loro devozione, dalla loro applicazione della linea verranno giudicati. Le minoranze interne dovranno subito abbandonare qualsiasi riserva (che, peraltro, rientrerebbe appieno nell’assenza del vincolo di mandato e del voto di coscienza, … se l’avessero espresso a suo tempo) sulle revisioni costituzionali, sulle quali hanno tenuto comportamenti tanto ondeggianti quanto sterili, per non correre il rischio di essere esclusi dalle candidature alle prossime elezioni che, sull’onda di una conferma plebiscitaria, potrebbero avvicinarsi. Ma, e qui sta il terzo destinatario, ai parlamentari, non facenti parte della maggioranza, ma accorsi in suo soccorso, che avranno predisposto e fatto funzionare Comitati per il “Sì”, Renzi promette che non lesinerà riconoscimenti e ricompense. Anche in questo modo si precostituisce un Partito della Nazione. Anche così viene in essere la prossima maggioranza parlamentare. Sono conseguenze da non trascurare dei molti usi di un referendum costituzionale trasformato in plebiscito.

 

Riforme: un’altra narrazione

GP

Naturalmente, i tempi nuovi richiedono, sostengono molti, nuove narrazioni. Richiedono anche nuovi narratori. Forse li abbiamo già trovati. Qualcuno ritiene che é sufficiente che la narrazione sia nuova e che i narratori siano giovani affinché si ottenga un salto di qualità. Altri, invece, pensano che nessun salto di qualità potrà essere effettuato se non si produce una analisi seria e approfondita delle nuove narrazioni, se non si va ad un contraddittorio franco e duro. Qui mi scapperebbe di aggiungere, ma sarebbe un appunto da “vecchia” narrazione, al fine di pervenire ad “una piú elevata sintesi”. Come non scritto. Naturalmente, “contraddittorio” significa confronto sulle idee e sulle proposte contenute nelle nuove narrazioni. Non consiste in nessun modo nella derisione personale con la quale si travolgono gli eventuali interlocutori, magari approfittando delle proprie posizioni di potere politico. Ciò detto, in questo breve articolo, mi eserciterò soltanto nell’analisi della narrazione istituzionale variamente e succintamente pronunciata dal presidente del Consiglio alla quale hanno finora fatto da eco tutti i suoi collaboratori senza eccezione alcuna.

Naturalmente non è vero che negli ultimi trent’anni di riforme non ne siano state fatte. Anche tralasciando la legge sulla Presidenza del Consiglio nel 1988, nello stesso anno giunse a compimento la sostanziale abolizione del voto segreto voluta da Bettino Craxi. Tre anni dopo, anche contro il famoso invito di Craxi ad andare al mare, il 62,5 per cento degli elettori italiani preferì andare a votare nel referendum sulla preferenza unica. Nel 1990 era già stata approvata una legge innovativa, per quanto priva di interventi sul sistema elettorale, sul riordino delle autonomie locali. Nel 1993, superata l’incerta giurisprudenza della Corte Costituzionale in materia elettorale, gli italiani furono in grado di dare una spallata consapevole e decisiva alla legge elettorale proporzionale e, nella stessa tornata, abolirono il finanziamento statale dei partiti e tre ministeri: Agricoltura, Partecipazioni Statali, Turismo e Spettacolo. Per evitare un referendum che avrebbe cambiato in senso fortemente maggioritario la legge per l’elezione dei comuni e delle province, nello stesso anno il parlamento approvò la tuttora vigente legge in materia che ha dato ottima prova di sé. Nel 2001 il centro-sinistra formulò cambiamenti significativi, nei rapporti Stato/enti locali, Titolo V, giungendo fino, così si vantarono quei legislatori, “ai limiti del federalismo” (quello allora alla moda). Poi, per consolarsi delle elezioni perdute, ma stabilendo un brutto precedente, il centro-sinistra sottopose la sua riforma costituzionale a referendum, vincendolo, nell’ottobre 2001. Nel 2005, il centro-destra fece approvare dai suoi parlamentari sia la legge elettorale nota come Porcellum sia un’ambiziosa riforma della Costituzione: 56 articoli su 138. Anche se smantellato dalla Corte costituzionale, il Porcellum è ancora con noi, mentre in un referendum tenutosi su sua richiesta nel giugno 2006, il centro-sinistra fece bocciare dall’elettorato l’intera, pasticciata, riforma costituzionale del centro-destra. Nessun rimprovero, nessun rimpianto, nessuna autocritica.

Dunque, seppure controverse e scoordinate, molte riforme sono state fatte e approvate dal 1988 ad oggi. É stupefacente come i mass media non siano stati in grado oppure non abbiano voluto controbattere con dati durissimi le affermazioni propagandistiche del presidente del Consiglio, del suo ministro per le Riforme Istituzionali, dei suoi costituzionalisti (ma anche di qualche improvvisato politologo) di riferimento che si presentano come i riformatori venuti dal nulla.
Oltre alle riforme costituzionali e istituzionali, da circa quindici anni a questa parte, seppur faticosamente, nel centro-sinistra, nella pratica ante litteram prima, poi, quello che più conta, nello Statuto del Partito democratico, è stata introdotta una riforma molto importante, fra l’altro, decisiva per la stessa carriera politica di Matteo Renzi: le elezioni primarie. Non è il caso di andare alla ricerca dei diritti di primogenitura (ma poiché carta canta, anche la carta della rivista “il Mulino”), l’esercizio è facilmente fattibile. É sufficiente sfogliare l’indice degli articoli pubblicati negli anni novanta. Certamente, fra i fautori delle primarie non troveremo i costituzionalisti dell’attuale presidente del Consiglio. Non troveremo i professoroni. Non troveremo neppure i “gufi”. Troveremo, invece, coloro, pochissimi, che hanno sempre creduto e scritto che nessuna riforma, neanche la più tranchante, delle istituzioni, è in grado di produrre, da sola, un miglior funzionamento del sistema politico se non riesce a trasformare i partiti politici che, per quanto indeboliti, ma meno di quel che si crede, rimangono centrali. Chi sottovaluta l’importanza delle primarie e dei rapporti “istituzioni-partiti” è destinato a fare riforme brutte che avranno cattive conseguenze.

Naturalmente, non è vero che, se andasse in porto, la riforma del Senato porrebbe fine al bicameralismo perfetto. Infatti, il bicameralismo italiano, se le parole hanno un senso, e in politica sarebbe sempre opportuno che lo avessero, non è mai stato perfetto (aggettivo che si riferisce al funzionamento). É sempre stato indifferenziato e paritario, aggettivi che si riferiscono alle strutture e ai poteri. Non è neppure vero che la lentezza del processo legislativo in Italia sia attribuibile all’esistenza di due Camere. Infatti, come ripetutamente evidenziano i presidenti di Camera e Senato, sbagliando ripetutamente, poiché considerano il numero delle leggi approvate il segnale che il parlamento fa le leggi, mentre le leggi le fa il governo spesso saltando il parlamento con la decretazione e umiliandolo con i voti di fiducia, entrambe le Camere sono sempre state molto operose. Anno dopo anno, un po’ meno di recente, fanno (meglio approvano) molte leggi, all’incirca quattro volte di più di Westminster, la madre di tutti i Parlamenti, abbondantemente due volte di più di Bundestag e Bundesrat tedeschi e dell’Assemblea Nazionale e del Senato della Quinta Repubblica francese, tutti parlamenti bicamerali “imperfetti”, ovvero differenziati. Pertanto, né la quantità né la velocità della produzione legislativa costituiscono criteri convincenti a giustificazione della riforma del Senato per porre fine ad un bicameralismo che perfetto non è mai stato, ma che non ha in quasi nessun caso e modo costituito l’intralcio principale o predominante all’azione del governo. Gli stessi commentatori che hanno, non proprio sobriamente, applaudito la riduzione del Senato a Camera delle regioni, hanno sempre pappagallescamente argomentato che il problema del modello di governo parlamentare all’italiana consiste nei pochi poteri a disposizione del presidente del Consiglio. Pare alquanto difficile sostenere che ridimensionando i poteri del Senato, fin quasi all’azzeramento sulle leggi del governo e sulla possibilità di chiamare il governo e i suoi ministri a rendere conto del fatto, del non fatto e del malfatto, automaticamente il presidente del Consiglio italiano ne uscirà con potere istituzionale e politico rafforzato.

Naturalmente, nelle democrazie parlamentari, “forti” risultano essere i capi di governo, uomini e donne che sono espressione di un partito grande, coeso, rappresentativo di più ceti sociali, che hanno esperienze di governo e che guidano una coalizione programmatica. Curiosamente, negli stessi giorni dell’epica battaglia di Palazzo Madama, battuto alla Camera dei deputati, il governo Renzi annunciava che avrebbe recuperato al Senato. No comment. Al momento, è soltanto possibile affermare che la riforma del Senato squilibra la democrazia parlamentare italiana. Non è una deriva autoritaria. Più italianamente, è la deriva di chi procede perseguendo tornaconti di immagine e di pubblicità di breve periodo poiché la sua incultura istituzionale non gli consente neppure di intravedere il lungo periodo.

Naturalmente, “non esiste proprio” che la disciplina di partito possa essere imposta sulle riforme costituzionali. Il solo pensiero è aberrante. Sentirlo dire e ripetere dai collaboratori di Renzi senza che nessuno dei commentatori e dei giornalisti rilevi l’aberrazione è più che sconfortante. Primo, la disciplina di partito può essere richiesta ai parlamentari esclusivamente sulle materie inserite nel programma che il loro partito ha sottoposto agli elettori, sul quale ha ottenuto voti grazie ai quali quei parlamentari sono stati eletti, soprattutto quando esistono le liste bloccate. Il discorso potrebbe essere leggermente diverso se i parlamentari fossero stati eletti in collegi uninominali. In questo caso, alcuni approfondimenti e altre precisazioni sarebbero necessarie. Toccherebbe a quei parlamentari formularli anche come informazione da mettere a disposizione degli elettori, sicuramente interessati ed esigenti, dei loro collegi. La disciplina di partito può anche essere richiesta sul programma di governo concordato con gli indispensabili alleati, in particolare se i gruppi parlamentari sono stati coinvolti, come dovrebbero, nella definizione del programma di governo. Su altre, imprevedibili materie, ad esempio, le emergenze, ovvero problemi che sorgono improvvisamente e che necessitano una soluzione rapida, quella disciplina di partito non può essere richiesta, ma deve essere conquistata con consultazioni e anche con votazioni chiare e trasparenti.

Sulle modifiche costituzionali e sulle votazioni che riguardano persone, i parlamentari hanno la facoltà, se lo desiderano, di richiamarsi all’assenza di vincolo di mandato (art. 67). Tuttavia, il loro voto difforme da quello dei parlamentari del loro partito non può essere giustificato soltanto con il richiamo alla “coscienza”. Troppo facile e, qualche volta, persino assolutamente ipocrita. Soprattutto un voto di coscienza non argomentato non comunica le indispensabili informazioni del parlamentare dissenziente agli altri parlamentari, al suo partito, agli elettori, all’opinione pubblica. Il voto di coscienza deve essere argomentato con riferimento alla “scienza”. In base alle conoscenze loro disponibili, ad esempio, relative al possesso da parte di un leader autoritario di armi di distruzione di massa, tutti i parlamentari sono sicuramente legittimati a negare il loro voto al governo di cui fa parte il loro partito. Quanto alle votazioni che riguardano persone -dall’autorizzazione all’arresto dei colleghi inquisiti all’elezione del presidente della Repubblica e dei giudici costituzionali -, nessun parlamentare deve mai essere messo né trovarsi nella condizione di “scambiare” apertamente il suo voto con l’arrestando o con l’eligendo e neppure di temere che il suo voto possa essere ritorto contro di lui, i candidati ad alcune cariche di rilievo essendo notoriamente uomini già abbastanza potenti e, spesso, provatamente vendicativi.

Naturalmente, non è vero che non conosciamo la sera delle elezioni chi ha vinto, Peraltro, dovrebbe interessarci sapere anche chi ha perso, quanto e perché. Lo abbiamo sempre saputo giá con la legge elettorale proporzionale utilizzata nella prima lunga fase della Repubblica italiana. Abbiamo continuato a saperlo con il Mattarellum (1994, 1996, 2001). Non abbiamo avuto dubbi, tranne il maldestro tentativo berlusconiano di riconteggio dei voti nel 2006, con il Porcellum. Con qualsiasi legge elettorale si sa chi ha vinto appena finito di contare i voti. Però, in nessuna democrazia parlamentare è sufficiente sapere chi ha vinto, numeri (di voti e di seggi) alla mano. In tutti i sistemi multipartitici delle democrazie parlamentari è giusto attendere che siano i dirigenti di partito a decidere, magari con riferimento a quanto detto durante la campagna elettorale e agli eventuali precedenti, chi farà parte della coalizione di governo e a chi andranno le cariche ministeriali, compresa anche la più elevata. Per fare un solo esempio, non c’è stata neppure una elezione in Germania (la Gran Bretagna é un caso fin troppo facile) nella quale non si sia saputo la sera della chiusura delle urne chi aveva vinto. Senza nessuno scandalo, per due volte la vincitrice, Angela Merkel, ha saggiamente costruito governi di Grande Coalizione (2005-2009; 2013–). Supponendo che esista un sistema elettorale dal quale esca sempre un velocissimo vincitore, questo non proprio miracoloso fatto cambierebbe la qualità della politica, dei partiti, del governo? Condurrebbe alla tanto agognata, ma mai precisamente specificata, governabilità?

Naturalmente, tutti vogliono la governabilità. Pochi sanno definirla. Pochi conoscono le condizioni alle quali acquisirla, mantenerla, esercitarla. Dal Presidente del Consiglio in carica, Matteo Renzi, non abbiamo finora avuto indicazioni precise, ma, forse, sì. Sarà la legge elettorale chiamata Italicum che, grazie al suo premio di maggioranza, assicurerà la governabilità. Quindi, la governabilità è la conseguenza oppure il prodotto di una maggioranza assoluta creata artificialmente dalla legge elettorale che, nelle parole del presidente della Repubblica, riportate senza rilievo da alcuni quotidiani, ma mai discusse, contiene clausole che debbono sicuramente essere sottoposte a “verifiche di costituzionalità”. Facendo un opportuno passo indietro, poiché né la voglia di riforme né quella di governabilità sono nate poche mesi fa, tra la metà degli anni settanta e la fine degli anni ottanta vi fu un intenso, importante, persino appassionato dibattito politologico e sociologico sulla governabilità e, soprattutto, sulla sua crisi. Il cuore del problema era: “come debbono comportarsi i governi democratici e le loro istituzioni per fare fronte alle domande, molte e nuove, espresse dalle loro società mobilitate, esigenti, post-materialiste?” Alla crisi di “sovraccarico” si prospettarono due risposte: scoraggiare le domande oppure accrescere la capacità delle istituzioni. Esistono molte modalità di scoraggiamento, a cominciare dall’indifferenza a continuare con il palleggiamento di responsabilità fra le autorità e le istituzioni a finire con lo scarico di responsabilità, ad esempio, sull’Unione europea e sulla Troika. Esistono soluzioni anche al più delicato compito e complesso compito di accrescere la capacità delle istituzioni. A quei tempi, qualcuno rilevò anche che, nei sistemi politici non soltanto europei nei quali un partito di sinistra al governo riusciva a convincere sindacati e organizzazioni imprenditoriali a entrare in rapporti di collaborazione e a concordare le politiche, la crisi di governabilità era di limitato impatto e trovava (trovò) soluzioni praticabili.

Accordi di non breve periodo fra governi, partiti, associazioni sindacali e organizzazioni imprenditoriali, che tecnicamente si chiamano “neo-corporativismo”, vanno contro tutte le indicazioni e i suggerimenti che certi “autorevoli” editorialisti danno da anni a tutti i governanti italiani di turno (un po’ meno a Berlusconi) intesi a porre fine a qualsiasi forma di concertazione e a “spezzare le reni” ai gruppi di interesse dei più vari tipi, senza nessuna distinzione. In seguito, si sostenne che la governabilità dipende dalla stabilità degli esecutivi e che, di conseguenza, le leggi elettorali che insediano maggioranze assolute sono la (semplicistica, illusoria, é sufficiente leggere la storia inglese degli anni sessanta e settanta) soluzione: stabilità governativa eguale governabilità. Qualcuno aggiunse che la stabilità governativa è soltanto una premessa per l’esercizio dell’efficacia decisionale, magari in maniera molto veloce. In attesa di qualche criterio per valutare l’impatto e la qualità delle decisioni, anche in materia costituzionale, ci si può fermare, piuttosto perplessi, qui.

Naturalmente, i referendum costituzionali non li chiedono i governi. Eppure questo è l’annuncio ripetuto, prima e dopo la riformetta del Senato, dal ministro Maria Elena Boschi e dal presidente del Consiglio. Entrambi, davvero generosamente, hanno aggiunto la paradossale concessione che il governo farà deliberatamente mancare nella seconda lettura la maggioranza dei due terzi (maggioranza che, comunque, al Senato, se la sognano) per consentire ovvero, addirittura, per chiedere lui stesso un referendum popolare sulle riforme costituzionali. I referendum chiesti dai governi hanno un nome chiarissimo. Sono plebisciti. Restano tali anche quando i referendum costituzionali li chiese de Gaulle che, da leader carismatico quale sicuramente fu, voleva proprio un plebiscito sulla sua persona. Quando gli fu negato, guarda caso proprio sulla riforma del Senato nel 1969, sdegnosamente, ma in maniera impeccabilmente responsabile, se ne andò a Colombey-les deux églises a completare quell’eccezionale documento letterario che sono le sue memorie. Secondo l’art. 138, i referendum costituzionali possono essere chiesti da un quinto dei parlamentari di una o dell’altra Camera oppure da cinque consigli regionali o da 500 mila elettori.

Naturalmente, non Renzi, capo del governo, ma Renzi segretario del Partito democratico ha la facoltà di invitare (obbligare, magari, no) i suoi parlamentari, le maggioranze consiliari in cinque regioni, gli iscritti e i simpatizzanti del Partito democratico a chiedere il referendum. Tuttavia, la striscia plebiscitaria si vedrebbe comunque. Purtroppo, il centro-sinistra, popolato da “quelli che… la Costituzione più bella del mondo”, fecero, come ho rilevato sopra, questa superflua e brutta torsione referendaria nel 2001, creando un precedente. Non è, però, il caso di insistere nella proposta di un’operazione che spetta, se lo vorranno, alle minoranze, e che sarebbe costosa in termini di denaro, di tempo e di energie. Anzi, il governo deve essere fortemente scoraggiato a esercitarsi in inutili prove di forza. Impieghi piuttosto le sue e le nostre risorse in modi più produttivi.

Naturalmente, chi conosce le Costituzioni sa che sono state costruite in maniera sistemica, vale a dire che, soprattutto le migliori, hanno tenuto conto dei rapporti e delle interazioni che si stabiliscono fra le istituzioni e che conducono a una varietà di esiti. In un certo senso, i limiti al potere di una istituzione sono posti dal potere di un’altra istituzione. Tecnicamente, spesso se ne parla come di checks and balances, freni e contrappesi. Se ad un’istituzione si danno poteri significativi strappandoli ad un’altra istituzione allora bisognerà trovare contrappesi altrove. Talvolta ci si trova anche in situazioni di inter-institutional accountability, vale a dire che ciascuna istituzione ha responsabilità che deve osservare nei confronti delle altre, e viceversa. La prendo alla larga per farla facile. Se il rapporto “governo-parlamento” viene squilibrato togliendo molto, quasi tutto il potere che il Senato ha nei confronti del governo e abolendo la responsabilizzazione del governo nei confronti del Senato, allora nella rimanente Camera dei deputati sarà opportuno che l’opposizione parlamentare acquisisca maggiori poteri di ispezione e di controllo sul governo. Tuttavia, non si tratta soltanto di questo come rivela una valutazione congiunta, seria e comprensiva del progetto di riforma elettorale. Tralascio le giravolte compiute dal premier a partire dalla presentazione in gennaio di addirittura tre progetti diversi di legge elettorale per approdare ad un testo che non rifletteva nessuno dei tre (e che, in seguito, è variamente cambiato). Tralascio anche il frequente e ripetuto riferimento alla formula sindaco d’Italia, ma almeno un commento deve essere fatto. In qualsiasi salsa, “sindaco d’Italia” significa mutamento della forma di governo dell’Italia: da democrazia parlamentare a democrazia presidenziale, per di piú priva dei freni e contrappesi dei presidenzialismi migliori e irrigidita nei rapporti fra il sindaco/capo di governo e il Consiglio-Camera dei deputati. A prescindere che non esiste nulla di simile altrove, non c’é nessuna garanzia che quanto funziona a livello locale riesca automaticamente funzionare a livello nazionale. Al contrario.

Per quel che riguarda l’Italicum nella sua versione approvata alla Camera dei deputati, mi limito, per il momento, alle osservazioni che, proprio perché sono le piú semplici, dovrebbero fare ripensare tutta la legge. Primo, se la Corte costituzionale “condanna” le liste bloccate perché impediscono all’elettore di esercitare il suo diritto di scelta fra i candidati al parlamento perché mai liste corte, ma ugualmente bloccate, sarebbero accettabili? Criticamente, rilevo che la Corte si fa davvero delle illusioni se ritiene accettabili liste “nelle quali il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da garantire l’effettiva conoscibilità degli stessi e con essa l’effettività della scelta e la libertà del voto”. Attendiamo, comunque, di sapere quanto esiguo debba essere quel numero. Non dobbiamo attendere per sapere che sicuramente ci saranno in quelle liste “corte” numerosi imboscati.

Nel giugno 1991, gli elettori approvarono contro l’esplicita opposizione di quasi tutti i dirigenti di partito il quesito sulla preferenza unica. Naturalmente, è possibile sostenere che quegli elettori volevano molto di più. Il minimo comun denominatore era allora e rimane oggi non nessuna preferenza, ma una sola. Un solo voto di preferenza non può essere scambiato (e moltiplicato) da cordate di candidati che si strutturano in correnti o che trattano con gruppi esterni. Una sola preferenza significa che gli elettori hanno un po’ di potere che, per quanto poco, è meglio di niente. Chi risponde a queste obiezioni che personalmente preferisce i collegi uninominali al voto di preferenza può, naturalmente, attivarsi per cambiare tutto l’impianto della legge. Altrimenti, voti per la “concessione” di una preferenza che toglie dalle mani dei dirigenti la nomina dei parlamentari. Con quella preferenza l’Italia entrerà nel club delle democrazie parlamentari europee, ventitré delle quali (su ventotto) hanno qualche modalità di voto di preferenza. Seconda osservazione, se la Corte dice che il premio di maggioranza va attribuito stabilendo in anticipo una soglia minima, quella soglia va determinata percentualmente e la sua entità argomentata in maniera convincente affinché, torno al cuore dei sistemi elettorali, conferisca effettivo potere al voto degli elettori. Esiste un solo modo per accrescere il potere degli elettori: stabilire che, a prescindere dalle percentuali ottenute, si procederà comunque al ballottaggio fra i due partiti e le due coalizioni più votate consentendo, come già si fa nel caso di ballottaggio fra candidati sindaco, l’apparentamento fra liste. Rimarrebbe, lo so benissimo, il rischio che il premio (se fisso) attribuito a un partito da solo non sia sufficiente affinché quel partito o coalizione riesca a raggiungere la maggioranza assoluta alla Camera. Tant pis o tanto meglio se questo è deciso dall’elettorato. Fra le clausole, si potrebbe anche aggiungere che, in caso di suo dissolvimento, la coalizione premiata perderà i seggi aggiuntivi che saranno redistribuiti proporzionalmente.

Mi rendo conto che sto entrando in dettagli tecnici, quelli dove si annida, soddisfatto, compiaciuto e competente il diavolo e, temporaneamente, mi fermo. Il punto vero, comparso improvvisamente alle non sistemiche menti dei riformatori elettorali, é che il premio in seggi avrà effetti anche sull’elezione ad opera del parlamento di molte cariche, a partire dai giudici costituzionali (con il rischio di dare vita ad una Corte palesemente di parte), ma soprattutto sull’elezione del presidente della Repubblica. Non mi arrampicherò sugli specchi dove i riformatori stanno cercando di trovare altri Grandi Elettori che evitino alla “premiata” maggioranza elettorale di diventare allegramente maggioranza presidenziale (spero, con la salvaguardia del voto segreto…). Credo che la soluzione possibile sia quella ventilata da coloro che pongono il quorum dei due terzi per le prime tre votazioni, andate a vuoto le quali si passerebbe ad un ballottaggio fra i due candidati piú votati affidato a tutto l’elettorato italiano. Poiché credo nella capacità degli uomini e delle donne di apprendere e di tenere conto dei requisiti della carica che occupano, con questa modalità ci sarebbero molte buone probabilità che l’eletto/a si comporterebbe da rappresentante “dell’unità nazionale”. A prescindere dalla soluzione,quello che appare chiaramente é come sia imperativo tenere conto degli effetti sistemici di qualsiasi riforma, mentre nella loro sregolatezza senza genio i riformatori non hanno inizialmente avuto neppure la minima consapevolezza del problema complessivo.

Al supermercato delle istituzioni, delle regole, dei meccanismi è disponibile un po’ di tutto, ma chi vuole riformare una Costituzione, deve sapere che non è dal supermercato che otterrà quello di cui ha bisogno, ma dalla elaborazione di un progetto sistemico. Oserei dire dai progetti sistemici formulati da architetti o ingegneri costituzionali e non solo. Opportunamente consultato, qualche politologo (purtroppo, non tutti) consiglierebbe di guardare in chiave comparata appunto ai sistemi politici, che non sono soltanto Costituzioni, che hanno dimostrato di funzionare in maniera (più che) soddisfacente. Guardare al mondo animale: ai porcelli, ai canguri, ai gufi, pur tenendo conto delle differenze, non conduce all’altezza della sfida.

Alla fine di questa, pur sintetica, panoramica in quanto ognuno dei punti che ho sollevato ha dietro di sé un’ampia letteratura scientifica nonché numerosi casi di pratiche concrete, mi permetto di concludere con due considerazioni generali. La prima é che la cultura costituzionale del paese, in special modo dei politici, degli operatori dei media e dell’opinione pubblica appare tuttora tristemente non aggiornata. Sconta anche un incredibilmente elevato livello di servilismo e di conformismo che la rendono palesemente inadeguata a contrastare sia le sparate sia gli invasivi tweet della propaganda del governo e dei suoi quartieri. Seconda considerazione, senza procedere a opportune analisi comparate, che sono lo strumento per controllare ipotesi, generalizzazioni e aspettative, qualsiasi riforma rischia di non conseguire gli esiti promessi e sperati. Rimane molto spazio per miglioramenti, ma, naturalmente, anche per peggioramenti.

Pubblicato in il Mulino, 5/2014, pp. 738/748, ora in Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea-Unibocconi, 2015 pp. 137/151

Tre cose che so sulle revisioni costituzionali

La terza Repubblica

Discutere con lo stuolo di renziani della prima ora e di convertiti in corso d’opera, spesso ancora più zelanti (ovvero fanatici) sul merito delle revisioni costituzionali è praticamente impossibile. A qualsiasi obiezione di merito i renziani e i loro disinvolti fiancheggiatori, presenti anche nei mass media, contrappongono tre obiezioni. La prima è che bisognava comunque fare qualcosa dopo trent’anni di immobilismo. La seconda è che, da qualche parte, qualcosa, meglio se una tesi dell’Ulivo (ma quello di Renzi appoggiato da Alfano e Verdini è un governo del brand Ulivo?) o qualcuno, meglio se un vecchio comunista (incidentalmente, non ricordo di avere visto stagliarsi alto il profilo di Napolitano riformatore delle istituzioni e della legge elettorale), hanno proposto cambiamenti molto simili a quanto da loro fatto. Terzo, dati rapporti di forza nel Parlamento eletto nel febbraio 2013 non era possibile fare niente di più, ma soprattutto niente di diverso. Nessuna delle tre obiezioni tiene.

Alla prima obiezione ho contrapposto tempo fa (Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea/UniBocconi 2015), quello che ho definito “un’altra narrazione”. Nessun immobilismo negli ultimi trent’anni. Anzi, notevole attivismo dei cittadini e del Parlamento. Legge sulle autonomie locali 1990; referendum sulla preferenza unica 1991; abolizione di 4 ministeri e del finanziamento statale dei partiti più, cambiamento della legge elettorale del Senato nel 1993; approvazione delle legge sull’elezione diretta dei sindaci nel 1993; approvazione del Mattarellum nel 1993. Riforma del Titolo V nel 2001; revisione di 56 articoli della Costituzione nel 2005 (poi bocciata da referendum ovviamente e correttamente non chiesto dai revisionisti, ma contro di loro: referendum oppositivo); legge elettorale Porcellum 2005. Tralasciando alcune riforme minori, è evidente che il ritornello dell’immobilismo, da un lato, è pura e semplice, ma colpevole, ignoranza; dall’altro, è un deplorevole ricorso alla manipolazione dei fatti su uno almeno dei quali il Presidente Mattarella, parte in causa, ha il dovere istituzionale di farsi sentire.

Andare alla ricerca delle Tesi dell’Ulivo che l’Ulivo non tentò in nessun modo di tradurre in pratiche ha qualcosa di patetico. Senza contare l’avversione della maggioranza degli ulivisti a quanto veniva fatto nella Commissione Bicamerale presieduta da D’Alema fino a contribuire al suo fallimento, quelle tesi non sono il Vangelo istituzionale del buon riformatore. Quanto ai vecchi comunisti, almeno per quello che riguarda il Senato la loro posizione iniziale fu: nessun Senato, monocameralismo. La distanza fra il monocameralismo e il bicameralismo con il Senato trasformato in camera di regioni discreditate è qualitativa, abissale. All’obiezione che le riforme fatte non hanno nessuna visione sistemica, ma sono episodiche e occasionali, gli improvvisati riformatori non hanno risposta alcuna. Soprattutto, non spiegano che forma di governo verrà fuori da quanto hanno cambiato e dal chiaro ridimensionamento nei fatti dei poteri del Presidente della Repubblica che non dovrà più nominare il Presidente del Consiglio, che sarà automaticamente il capo del partito che avrà ottenuto il premio di maggioranza, e non potrà più opporsi allo scioglimento del Parlamento quando quel capo di maggioranza lo riterrà opportuno e benefico per i suoi interessi di partito.

Infine, l’invito dei renziani a prendere atto che in questo parlamento non era possibile fare riforme di tipo e qualità diversa è, di nuovo, il prodotto di una combinazione di ignoranza e di manipolazione. La politica consiste nella capacità di creare le condizioni per le riforme. Nel Parlamento eletto nel 2013 era possibile, da un lato, cercare, con pazienza, ma anche con durezza, altri interlocutori, magari nelle aule parlamentari senza produrre un accordo extraparlamentare, il Patto del Nazareno che, naturalmente, ha posto enormi paletti alla legge elettorale poiché, in sostanza, l’Italicum contiene tutte le componenti del Porcellum in piccolo: porcellinum. Dall’altro, persino volendo mantenere un filo del discorso con Berlusconi, altre soluzioni erano possibili, soprattutto per quanto riguarda il Senato. Semplicemente, non sono state esplorate. Qualcuno vorrebbe raccontare la favola che Berlusconi ha imposto la sopravvivenza di cinque senatori (i Senatori delle Autonomie) nominati dal Presidente della Repubblica? Oppure che Berlusconi ha fortemente voluto che al Senato delle autonomie fosse conferito il potere di nominare due giudici costituzionali?

Da ultimo, il Presidente del Consiglio ricorre al ricatto plebiscitario senza nessun precedente in Italia su referendum costituzionale: “se bocciate riforme me ne vado”. No comment? No!

Pubblicato il 25 aprile 2016

Il ruolo di Mattarella nelle riforme

Quando due grandi vecchi, detto con la stima e il rispetto che si sono meritati, ingaggiano un confronto serrato sulla riforma del Senato, é opportuno prestare molta attenzione. Il fondatore de “la Repubblica”, Eugenio Scalfari ha fortemente obiettato alla lettera pubblicata sul “Corriere della Sera” dal Presidente Emerito Giorgio Napolitano. Nel mio piccolo anch’io ho rilevato molto di irrituale nell’esplicito sostegno dato da Napolitano alla riforma di Renzi. Replicando alle critiche di Scalfari, il Presidente sembra fare un passo indietro. Il suo sostegno va all’idea di riforma del bicameralismo paritario e non a tutte le technicalities delle quali, anzi, auspica che siano meglio definite e ritoccate. Naturalmente, i “ritocchi”, qualora seri e non cosmetici, implicheranno un’altra lettura da parte delle Camere e quindi qualche mese in piú affinché la riforma sia completata. E’ improbabile che il velocissimo duo Renzi-Boschi concordi su questa procedura, ma la parola andrà ai numeri ovvero a quanti senatori sono in grado di imporre modifiche migliorative. Quello che Scalfari sottolinea con forza e che Napolitano sembra non voler capire é che un sistema político é tale poiché (lo insegno regolarmente) tutte le sue componenti si tengono insieme. Cambiarne una, per di piú tutt’altro che marginale, vale a dire il Senato, significa provocare effetti su molte altre componenti: sulla Camera dei deputati e sui suoi poteri, inevitabilmente accresciuti, sul Presidente della Repubblica e sui suoi poteri, ridimensionati, sull’elezione dei giudici costituzionali e dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, e altre conseguenze ancora.

Napolitano che, pure, a suo tempo, aveva addirittura fatto balenare qualche problema concernente la legge elettorale Italicum, affermando che, comunque, la si sarebbe dovuta sottoporre a “opportune verifiche di costituzionalità”, non sembra condividere le preoccupazioni di Scalfari sull’eccesso di potere che finirebbe nelle mani, prima di un partito di maggioranza relativa, anche risicata, che conquisti al ballottaggio un notevole premio in seggi, poi nelle mani del capo di quel partito che sarebbe in totale controllo della Camera dei Deputati. Per di piú, poiché un conto é disquisire astrattamente di poteri giuridico-formali un conto molto diverso é guardare alle modalitá concrete di esercizio del potere ad opera di un capo di partito che ha dimostratao con le parole e con i fatti quale trattamento impartisce ai dissenzienti e alle minoranze, qualche preoccupazione appare d’obbligo. Scalfari la enuncia fino a mettere opportunamente in discussione gli effetti delle due riforme, legge elettorale e Senato, sul funzionamento complessivo del sistema. Caricandosi di un compito che non é piú suo, Napolitano sembra invece sostenere con il peso della sua autorevolezza tutta l’azione riformatrice di Renzi (con interventi che non sarebbero stati “perdonati” ai suoi predecessori).

Quanto al successore, Scalfari teme che Napolitano influenzi piú o meno direttamente anche il Presidente Mattarella. La questione piú delicata é: come potrá Mattarella, debitore della sua elezione in parte a Napolitano in parte a Renzi, contrapporre valutazioni diverse da quelle fortemente motivate dei suoi due Grandi Elettori ? Epperó, adesso in condizione di assoluta indipendenza, il Presidente Mattarella non puó certamente dimenticare di essere un costituzionalista, di essere stato uno dei giudici costituzionali che hanno distrutto il Porcellum, di avere scritto la legge elettorale che porta il suo nome e che molti considerano di gran lunga migliore dell’Italicum. Insomma, lo scontro di opinioni e di preferenze fra Scalfari e Napolitano conduce inevitabilmente fino al Colle, vale a dire alle responsabilitá che il Presidente Mattarella dovrá accollarsi al momento della firma della modifica del Senato che implica una drastica riduzione della rappresentanza política degli italiani (e dei poteri dello stesso Presidente della Repubblica). Sul crinale fra funzionamento e democraticitá del sistema político si sta dispiegando una delicata battaglia che il confronto Scalfari-Napolitano ha illuminato, ma non puó risolvere.

Pubblicato AGL il 18 agosto 2015