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Capro espiatorio e caproni

Mi chiedono troppo spesso, acidamente e aggressivamente, anche fastidiosamente, dove sono finiti i sostenitori del “no”. Che se li cerchino loro. La domanda vera è dove sono finiti i sostenitori del “si” al referendum? Oltre che in Parlamento, come la deputata toscana eletta a Bolzano alla faccia di qualsiasi rappresentanza del territorio, e l’abile facitore della Legge elettorale che porta meritatamente il suo nome, promosso vice-Presidente della Camera, gli altri battano un colpo. Hanno capito che il 40 per cento ottenuto dalle loro riforme non era consenso espresso né per il PD né per Renzi? Hanno finalmente fatto sapere al loro due volte ex-segretario che paragonare quel presuntamente “suo” 40 per cento con il 25 per cento ottenuto da Macron al primo turno delle presidenziali francesi era semplicemente assurdo? Sono, infine, riusciti a scoprire che il bicameralismo (mai “perfetto”, altrimenti perché mai renderlo imperfetto differenziandolo?) può essere ristrutturato seguendo il modello del Bundesrat? Hanno letto qualcosa sulle modalità di stabilizzazione dei governi senza procedere a gonfiare artificialmente, forse truffaldinamente, maggioranze elettorali mal conquistate con un abnorme premio in seggi? Hanno trovato da qualche parte riferimenti al voto di sfiducia costruttivo, condizione di fondo della stabilità dei governi e dei cancellieri tedeschi? No. Nulla di tutto questo. Non hanno imparato nulla. Peggio, il capro espiatorio ha fatto la sua comparsa anche nel discorso di investitura del neo-segretario del PD Nicola Zingaretti: “L’Italia non funziona, anche per colpa della vittoria del “no” al referendum”.

Nelle stanche parole dei sostenitori del “si” si trova, in parte, il rifiuto di riflettere sulle loro balorde riforme e sulla campagna plebiscitaria che le accompagnò (dove eravate sostenitori più o meno eccellenti del “sì”?) in parte l’inesistenza delle nozioni minime per la comprensione e la comparazione dei sistemi politici, più precisamente delle democrazie parlamentari. Adesso, discendenti diretti dei giapponesi che continuavano a combattere nella giungla ingaggiano la loro battaglia di retroguardia sui social, in troppi articoli, persino in occasione di un congresso di partito. Convintisi di possedere non si sa quale autorevolezza e legittimità chiedono insistentemente retoricamente altezzosamente ai sostenitori del “no” dove sono finiti.

Per quel che mi riguarda, baldanzoso predicatore di un “no” sano e consapevole, continuo a girare con grande impegno e soddisfazione per l’Italia e, quando mi capita, per l’Europa e nel mondo (sì, sono stato in Messico e in Cina). Scrivo anche articoli e saggi, su Costituzione, Unione Europea, Deficit democratici, purtroppo di difficile lettura e comprensione da parte dei sostenitori del “sì”. Loro, invece, senza un minimo di riflessione critica, addebitano tutto quello che è successo dopo il 4 dicembre 2016 alla vittoria del no. Qualcuno, non io, sia così caritatevole da comunicare loro che il “post hoc ergo propter hoc” non è affatto una raffinata spiegazione scientifica. È un’affermazione azzardata da sottoporre a verifica/falsificazione e corroborare con argomentazioni. Il mio “no” non è stato minimamente intaccato. Persiste e aspetta qualcosa di meno auto assolutorio e di più convincente. Non dico che i “sì” riusciranno farcela, ma dovrebbero almeno tentare. A viso aperto.

Riforma Boschi e Italicum, non si rassegnano

Gli sconfitti del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 non si sono ancora rassegnati. Non riescono ancora a farsene una ragione poiché continuano a ripetere argomentazioni infondate e sbagliate. Grave per i politici, la ripetitività di errori è gravissima per i professori, giuristi o politologi che siano. Sul “Corriere della Sera” Sabino Cassese esprime il suo rimpianto per il non-superamento del bicameralismo (che, comunque, nella riforma Renzi-Boschi era soltanto parziale) poiché obbliga ad una “defatigante navetta”. Non cita nessun dato su quante leggi siano effettivamente sottoposte alla navetta, sembra non più del 10 per cento, e non si chiede se la fatica sia davvero un prodotto istituzionale del bicameralismo paritario italiano oppure dell’incapacità dei parlamentari e dei governi di fare leggi tecnicamente impeccabili, quindi meno faticose da approvare, oppure, ancora, se governi e parlamentari abbiano legittime differenze di opinioni su materie complicate, ma qualche volta non intendano altresì perseguire obiettivi politici contrastanti. Comunque, i dati comparati continuano a dare conforto a chi dice che, nonostante tutto, la produttività del Parlamento italiano non sfigura affatto a confronto con quella dei parlamenti dei maggiori Stati europei: Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna. Nessuno, poi, credo neanche Cassese, sarebbe in grado di sostenere con certezza che le procedure previste nella riforma avrebbero accorciato i tempi di approvazione, ridotti i conflitti fra le due Camere e, meno che mai, prodotto leggi tecnicamente migliori.

Più volte, non da solo, Mauro Calise ha sostenuto che soltanto un governo forte, identificato con quello guidato da Matteo Renzi, risolverebbe tutti questi problemi, e altri ancora. Non ci ha mai detto con quali meccanismi istituzionali creare un governo forte, ma ha sempre affidato questo compito erculeo alla legge elettorale. Lunedì ne “Il Mattino” di Napoli ha ribadito la sua fiducia nelle virtù taumaturgiche del mai “provato” Italicum. Lo cito:”avevamo miracolosamente partorito una legge maggioritaria” …. “senza la quale in Europa nessuno è in grado di formare un governo”. Come ho avuto più volte modo di segnalare, l’Italicum come il Porcellum non era una legge maggioritaria, ma una legge proporzionale con premio di maggioranza. Con il Porcellum nel 2008 più dell’80 per cento dei seggi furono attribuiti con metodo proporzionale; nel 2013 si scese a poco più di 70 per cento. L’Italicum, non “miracolosamente partorito”, ma imposto con voto di fiducia, non avrebbe cambiato queste percentuali. Quanto alla formazione dei governi, tutti i capi dei partiti europei hanno saputo formare governi nei e con i loro Parlamenti eletti con leggi proporzionali. Tutte le democrazie parlamentari europee hanno sistemi elettorali proporzionali in vigore da un centinaio d’anni (la Germania dal 1949). Nessuno di quei sistemi ha premi di maggioranza. Tutte le democrazie parlamentari hanno governi di coalizione. Elementari esercizi di fact-checking che anche un politologo alle prime armi dovrebbe sapere fare, anzi, avrebbe il dovere di fare, smentiscono le due affermazioni portanti dell’articolo di Calise. C’è di peggio, perché Calise chiama in ballo Macron sostenendo che la sua ampia maggioranza parlamentare discende dal sistema elettorale maggioritario. Però, il doppio turno francese in collegi uninominali non ha nulla in comune né con il Porcellum né con l’Italicum le cui liste bloccate portano a parlamentari nominati. Inoltre, il modello istituzionale francese da vita a una democrazia semipresidenziale che non ha nulla a che vedere con i premierati forti vagheggiati, ma non messi su carta, dai renziani né, tantomeno, con il cosiddetto “sindaco d’Italia”. Il paragone fatto da Calise è tanto sbagliato quanto manipolatorio. Non serve né a riabilitare riforme malfatte né a delineare nessuna accettabile riforma futura.

Pubblicato il 12 settembre 2017

 

Non credo al voto di protesta. Ha vinto la passione politica

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Intervista raccolta da Francesco Grignetti per La Stampa

GP

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, a 74 anni s’è impegnato a fondo nella campagna referendaria per il No. Su questo risultato ci contava. Anche lui, però, è rimasto sorpreso dal record di affluenza. “Da Sciacca a Pordenone, ad ogni iniziativa trovavo sempre più gente. Che ci fosse molta voglia di capire, era evidente. Ma non mi aspettavo neppure io una partecipazione così straordinaria“.

Che cosa è accaduto, la gente ha riscoperto il valore della Costituzione?

No, il voto è stato essenzialmente politico dopo che il presidente del Consiglio ha gettato sul piatto la sua carica e anche il suo ruolo di ispiratore di questa riforma, che io ritenevo sbagliata. Gli italiani a quel punto hanno reagito alla doppia sfida: chi perché gli era contrario politicamente, chi perché non voleva che modificasse a quel modo la Costituzione.

Dietro l’alta partecipazione c’è dunque una somma di ragioni?

Su tutte, la chiave politica. Molti hanno votato per sostenere questo governo e molti altri per farlo cadere. Chi era contro, si sa. Ma c’è stato anche un elettorato del Pd, specie dell’ex Margherita, che si è mobilitato a difesa. Mi spiego così i numeri altissimi del voto in Trentino, Toscana, Emilia Romagna, come anche il record di Firenze.

E quanto ha inciso la difesa della Costituzione?

Ha giocato un ruolo. Io non ho condiviso certi allarmi sul rischio di una deriva autoritaria. È indubbio, però, che in parte dell’elettorato questo timore c’era. E comunque il segno generale di questa riforma, dall’abolizione delle Province al principio di supremazia dello Stato sulle Regioni (un principio che aveva irritato moltissimo in Veneto, per dire, dove sono gelosi della loro autonomia), a un Senato residuale e di consiglieri regionali, ecco questo segno generale era la compressione degli spazi elettivi. A quest’impostazione gli italiani hanno detto no. Nel voto, c’è chi legge soprattutto il disagio sociale. Ci credo poco. L’alta partecipazione ci dice altro, una fortissima voglia di partecipazione.

Altro che fuga dalla politica.

Assolutamente. Se prendiamo l’affluenza misera alle Regionali dell’Emilia-Romagna nel 2014, scesa al 37%, non possiamo certo tirare la conclusione che gii emiliani e i romagnoli siano diventati indifferenti alla politica. Quel voto era un astensionismo di protesta, tutto qui. E infatti, con il 75,9% di domenica, le percentuali tornano a livello delle Politiche del 2013, che in Emilia Romagna videro votare l’82% degli elettori.

Professore, detto di questa voglia di partecipazione, certo non fuga dalla politica, che cosa si aspetta dalle prossime elezioni politiche? Alti o bassi numeri di affluenza?

Se avremo una legge elettorale che permette all’elettore di esprimersi pienamente, se non ci saranno liste bloccate che mortificano le scelte, mi aspetto la solita Italia appassionata. E se avremo davanti un anno politico decente, prevedendo un testa a testa tra il Pd e il M5S, mi aspetto una fortissima mobilitazione dei rispettivi elettorati, che soprattutto non vorranno far vincere l’avversario.

Pubblicato il 6 dicembre 2016

Non perdiamoci di vista

Donne e uomini, cittadine e cittadini, partigiani “buoni” e sindacalisti vigorosi, professori/esse di istituti superiori e studenti/esse che mi avete invitato e ascoltato a

Vicenza (ANPI), Massa (Giovani universitari), Bologna (centro Sociale Costa), Reggio Emilia (Possibile), Galliera (BO), Castelfranco Emilia (ANPI), Bologna (ACLI-DeGasperi), Reggio EMILIA , Cremona, Casalmaggiore, Montecavolo (RE), Sciacca, Potenza, Napoli, Mestre, Viadana, Ficarolo, Guastalla, Filo d’Argenta, Pescantina (VR), Ozzano nell’Emilia (BO), Calci (PI), Lamporecchio, Larciano, Imola, Treviglio, Zola Predosa, San Lazzaro (BO), Cavriago, Pisa, Ferrara, Vigarano Mainarda, Forlì, Medolla, Vittorio Veneto, Vicenza, Bologna (Possibile), Cesena, San Giovanni in Persiceto,Modena (ANPI) e Modena (Confindustria), Parma, Padova, Milano (1, 2, 3), Maranello, Crevalcore, Bologna (Sinistra per il Sì), Ferrara (ANPI), Rimini, Rovereto, Vergato (BO), Senigallia, Ancona, San Giorgio a Liri (FR), Pordenone …

Grazie.

Un grande lungo affettuoso abbraccio collettivo. Non perdiamoci di vista.

 

NO positivo a riforme confuse e sbagliate

Le Costituzioni migliori, come l’italiana, danno regole, procedure, istituzioni che servono al funzionamento del sistema politico. Qualsiasi riforma costituzionale ha senso se mira a migliorare il sistema politico e si giustifica se riesce a farlo. E’ molto improbabile che le riforme Renzi-Boschi conseguano questo obiettivo. Il pacchetto di riforme sul quale gli italiani sono chiamati a votare il 4 dicembre è disorganico, contingente, senza visione. E’ criticabile quello che c’è. E’ preoccupante quello che non c’è. La parola d’ordine utilizzata da Renzi è governabilità, ma sono pochi gli italiani insoddisfatti perché non si sentono “governati”. La maggioranza di noi si sente poco e male rappresentato. Togliere il voto di fiducia al Senato, farlo eleggere dai consiglieri regionali, in conformità con “le scelte espresse dagli elettori”, fra i consiglieri in carica e i sindaci della Regione, attribuirgli poche competenze legislative e qualche potere di richiamo delle leggi approvate dalla Camera dei Deputati significa togliere rappresentanza ai cittadini. Il bicameralismo paritario può essere differenziato, preferibilmente non con motivazioni antipolitiche: “tagliare i politici” e “ridurre i costi”, ma il sistema non funzionerà automaticamente meglio. I nuovi Senatori dovranno svolgere compiti gravosi – l’elaborazione delle importantissime politiche europee e la valutazione delle politiche pubbliche- per i quali non sono preparati e che richiederanno moltissimo del loro tempo in una difficile combinazione con la loro attività nelle regioni e nei comuni. Saggiamente, già alcuni sindaci di città importanti hanno dichiarato di non essere interessati a diventare Senatori. Curiosamente, mentre si crea un Senato delle Regioni apparentemente per dare rappresentanza e influenza alle regioni, la riforma del Titolo V della Costituzione, non soltanto sottrae molti poteri legislativi alle regioni stesse, ma codifica la clausola di supremazia statale: lo Stato potrà intervenire praticamente ogni volta che non gradisce le politiche di qualche regione. Tutto questo aprirà la strada a frequenti conflitti che la Corte Costituzionale dovrà dirimere.

Si poteva fare diversamente e meglio imitando il molto ben funzionante Bundesrat tedesco che non soltanto ha un minor numero di componenti, 69 (costi più contenuti), ma che rappresenta davvero ciascun Land, essendo espressione della maggioranza che ha vinto le elezioni, e che, all’occorrenza, costituisce un contrappeso al potere del governo. Congiuntamente, la riforma del Senato e la nuova ripartizione delle competenze fra Stato e regioni dimostrano che, da un lato, Renzi e Boschi non hanno un’idea chiara di quale modello di Stato è migliore per l’Italia, dall’altro, che hanno deciso di comprimere il ruolo del Parlamento. E’ una compressione necessaria per produrre più leggi più rapidamente? Tutti i dati disponibili rivelano che il parlamento bicamerale italiano mediamente produce più leggi in tempi inferiori a quelli di altri parlamenti bicamerali differenziati (Francia, Germania, Gran Bretagna). Acconsente alle leggi volute dal governo: più dell’80 per cento delle leggi approvate sono di origine governativa. Nella riforma non c’è nessuna indicazione sulla delegificazione. Si ampliano gli spazi legislativi del governo: corsie preferenziali e tempi certi per il voto sui decreti (che significherà, data la maggioranza artificialmente costruita dal premio in seggi dell’Italicum, sicura approvazione), si concede uno “statuto dell’opposizione” che, incredibilmente, sarà sostanzialmente definito dalla maggioranza.

E’ molto dubbio che saranno i cittadini ad acquisire qualche potere nei confronti del Parlamento e del governo con la nuova regolamentazione dei referendum e dell’iniziativa legislativa popolare. Il referendum abrogativo avrà abbassato il quorum di validità con riferimento alla percentuale di votanti nelle precedenti elezioni politiche, ma soltanto se richiesto da 800 mila elettori, cifra difficilissima da raggiungere per i cittadini, conseguibile quasi esclusivamente dalle grandi organizzazioni, sindacati e, forse, partiti. Se accompagnato da 150 mila firme, il testo di una proposta legislativa popolare dovrà essere discusso e votato dal Parlamento, ma non esiste nessuna “sanzione” per un voto di rigetto. Si doveva prevedere che quegli stessi cittadini, magari raccogliendo più firme, ottenessero di sottoporre il loro testo a referendum popolare. Che il potenziamento della voce dei cittadini non è affatto centrale nelle riforme Renzi-Boschi lo si nota dal suo non apparire nel testo del quesito referendario. Infine, quello che non c’è, ma surrettiziamente potrebbe sbucare. Poiché governabilità significa anche capacità di governo favorita dalla stabilità di quel governo, sarebbe stato utile individuare meccanismi di stabilizzazione di cui, peraltro, il governo Renzi non ha bisogno essendo già giunto oltre i mille giorni di durata. Era possibile semplicemente importare il voto di sfiducia costruttivo tedesco, già acquisito con successo dagli spagnoli. Per sostituire un governo bisogna sconfiggerlo in Parlamento a maggioranza assoluta la quale entro quarantotto ore dovrà dare la fiducia a un nuovo governo: potente deterrente di qualsiasi crisi al buio. Non se n’è neppure parlato poiché Renzi affida durata e forza del suo governo alla legge elettorale e al cospicuo premio in seggi.

I sostenitori del NO credono che le riforme fatte, confuse e episodiche, non siano “meglio che niente”. Al contrario, creando incertezza, tensioni e conflitti, peggioreranno l’esistente. La vittoria del NO non significa affatto “ritorno al passato”, ma mantenimento della Costituzione esistente e, se tutti abbiamo imparato qualcosa (esistono non pochi punti di convergenza, anche la possibilità di fare rapidamente alcune riforme necessarie e condivise.

Pubblicato AGL il 2 dicembre 2016

PERCHÉ “Le assemblee non influiscono su instabilità e lentezza”

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Intervista raccolta da Ugo Magri

Come mai, professor Pasquino, lei è contrario a questa riforma del Senato?

«Perché finora il bicameralismo italiano ha funzionato piuttosto bene. Ha prodotto molte leggi, qualcuno direbbe perfino troppe (ma delegificare spetterebbe al governo). E ha sfornato queste leggi in maniera complessivamente abbastanza rapida. Quando non è riuscito a fare in fretta, il governo ha avuto comunque gli strumenti per intervenire».

I decreti legge?

«Esatto. Sui decreti spessissimo il governo pone la fiducia e così scavalca l’ostacolo. Quindi non c’è nessuna giustificazione, per superare il bicameralismo, che sia finalizzata a un’attività legislativa più veloce».

Due Camere paritarie, però, rendono traballanti i governi.

«Questo nesso tra bicameralismo e instabilità io non lo vedo. Una volta soltanto un governo è caduto in Senato, fu con Prodi nel 2008. Se le due Camere si trovano con maggioranze diverse, ciò non dipende dal bicameralismo ma da una legge elettorale malfatta».

Non crede che sia venuto il momento di distinguere i compiti?

«Certo. Difatti sarei favorevole alla differenziazione delle funzioni e della stessa composizione. La mia obiezione di fondo, che mi porta verso il “no”, è che questa trasformazione è stata fatta molto male. La composizione che viene fuori dalla riforma è pasticciata. Per dirne una, i 5 senatori nominati per sette anni dal Presidente della Repubblica non c’entrano nulla con una Camera delle regioni. Inoltre le sue funzioni sono confuse, il processo legislativo risulterà molto più complicato. Ma soprattutto, il Senato non sarà in condizione di svolgere accuratamente alcuni dei compiti più importanti che gli vengono affidati».

Quali in particolare?

«Raffinare la legislazione europea e valutare le politiche pubbliche: compiti che richiedono grandi competenze, anche tecniche. Escludo che possano averle i senatori nominati tra i consiglieri regionali. E sempre in tema di competenze, a un Senato non eletto verrebbe affidato il compito di partecipare alla revisione delle leggi costituzionali, che dovrebbero essere decise da parlamentari scelti dai cittadini».

Pubblicato il 10 ottobre 2016

Ma non ha più i consensi della sinistra

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Intervista raccolta da Annalisa Cuzzocrea per la Repubblica

Pro No: il politologo Gianfranco Pasquino

Pro No: il politologo Gianfranco Pasquino

Roma. Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, crede – al contrario di Matteo Renzi – che su questo referendum “la linea più forte di divisione passi dentro la sinistra“.

Non si vince a destra, quindi?
No, perché molta parte della sinistra è contraria a questa riforma, a una legge elettorale che l’ha privata della possibilità di scegliere il suo parlamentare. E non apprezza lo stile del presidente del Consiglio.

È il fronte del No a personalizzare come dice il premier? Eterogeneo ma unito dalla voglia di buttarlo giù?
Fermo restando che anche il fronte del Sì è parecchio eterogeneo, è stato Renzi ad assumere un atteggiamento anche ricattatorio dopo l’approvazione della riforma. Poi è intervenuto il presidente emerito Giorgio Napolitano che ha detto “forse c’è stato un eccesso di personalizzazione politica”. A quel punto il premier si è fatto indietro, ma ora sta rilanciando.

Siete un “fortino” di conservatori?
Tra chi dice no ce ne sono senz’altro, ed essere conservatori costituzionali non è proprio il peggiore dei peccati. Ciascuna riforma però va valutata per quello che: io sono favorevole al superamento del bicameralismo paritario, fatto così però crea solo confusione e conflitti. E sulle regioni, la soluzione è ristrutturarle in maniera efficace e magari eliminare l’assurdità dello statuto speciale, non riaccentrare tutto. Poi si sa, la partita non finisce il 4 dicembre come vuole far credere Renzi. Ci sarà una rivincita, il Parlamento potrà prendere atto del risultato. In democrazia, nessuno perde mai tutto e nessuno vince mai tutto.

Pubblicato il 30 settembre 2016