Home » Posts tagged 'Bologna'

Tag Archives: Bologna

INVITO Con la costituzione nel cuore #Storia #memoria #politica #Bologna #25settembre #ANPI @Anpinazionale

25 settembre ore 21
Quartiere Santo Stefano
Sala Biagi – via Santo Stefano 119
Bologna

presentazione del volume
CON LA COSTITUZIONE NEL CUORE
conversazione su storia, memoria e politica
di CARLO SMURAGLIA

GIANFRANCO PASQUINO
professore emerito di Scienza Politica
Università di Bologna
e
UMBERTO ROMAGNOLI
già professore ordinario di Diritto del Lavoro
Università di Bologna

in dialogo con
CARLO SMURAGLIA
presidente emerito ANPI
autore del volume

modera
MONICA MINNOZZI
Comitato nazionale ANPI, avvocato

saluti
della presidente del Quartiere Santo Stefano
ROSA MARIA AMOREVOLE

Bologna, il voto e le sue periferie #4giugno @nomismaustampa @Ist_Cattaneo

Nomisma Sala Convegni
Strada Maggiore, 44 Bologna
4 giugno ore 17.30

Bologna, il voto e le sue periferie
Interpretazione e commento
Gianfranco Pasquino

LOCANDINA

Bologna, il voto e le sue periferie 4 Giugno 2018

Non fate girare le porte Coop

Non sono perfettamente girevoli le porte (o dovrei scrivere revolving doors visti i toni di scambio fra gentiluomini anglosassoni in corsa per la segreteria del PD di Bologna) fra partito e cooperazione. Storicamente, hanno girato molto di più nel senso della cooperazione la quale, molto accogliente, offriva posizioni di ricaduta a chi avesse oramai perso qualsiasi chance di carriera nel partito. Ovviamente, le coop avevano comunque qualcosa che girava a loro favore. No, non siate sospettosi, non di soli appalti si trattava, anche se, naturalmente, un occhio di riguardo per quel che poteva servire alle coop gli amministratori del partito l’hanno sempre avuto. Un po’ meno, l’ha avuto di recente il sindaco di San Lazzaro, Isabella Conti. Eh sì, questa volta il nome va fatto e, forse, il suo gran rifiuto alla “colata di Idice” non è ancora stato del tutto digerito. I tornaconti delle coop sono probabilmente anche consistiti in qualche informazione strategica al momento giusto, o un attimo prima, per l’investimento “più” giusto. E, certamente, qualche candidato alle cariche elettive, persino, per esempio, a sindaco di Bologna, partiva avvantaggiato se godeva dell’appoggio delle coop. Insomma, giravano le porte, si aprivano impieghi, partivano candidature e si manteneva vivo e vitale quell’insieme di rapporti che, includendo anche altri attori, in primis, il sindacato aveva prodotto il blocco sociale (ed economico) del modello emiliano nonché bolognese. Sicuramente, non c’erano né fra i dirigenti delle Coop né fra gli uomini (e le donne) di partito tensioni speciali. È curioso che qualcuno, passato alle Coop, dopo una buona carriera nel partito, paventi di essere diventato cittadino (o iscritto) di serie B. Forse, permettendo di interpretare il non-detto del segretario Critelli, quello che si sente soffiare è un sostegno improprio da alcuni dirigenti delle Coop al suo sfidante, un sostegno organizzato. Tutto da provare, certo. Per una compagna elettorale che non passerà alla storia, ma che alcuni di noi ricorderanno come quella nella quale le insolenze hanno preso il posto dei contenuti (che, a mio avviso, dovevano riguardare le modalità con le quali guidare il PD locale), sarebbe meglio non parlare di porte girevoli, ma di porte sbattute in faccia. Alla faccia della buona politica. Another time another place.

Pubblicato il 30 settembre 2017

I poteri forti sono nel passato

Appena sceso nella stazione dell’Alta Velocità di Bologna, il viaggiatore chiede: “chi comanda?”. Perplesso, il cittadino bolognese ricorda che, qualche tempo fa, avrebbe avuto la risposta pronta e sicura: il Partito Comunista Italiano, grande, rappresentativo, popolare che controllava generosamente tutto quello che si muoveva, o no, in città. A seconda dei casi, le decisioni le prendeva il “suo” sindaco, ma, più spesso, il segretario della Federazione, e nessuno neanche si poneva il problema di quali fossero i poteri forti. Incuriosito, il viaggiatore vorrebbe saperne di più. Dunque, domanda (ha letto qualche bel libro di scienza politica): la città è oramai caratterizzata da un sano pluralismo competitivo? All’insegna dell’innovazione e del confronto c’è chi vince, mai tutto, e c’è chi perde, mai tutto, e la città cresce, si trasforma migliora? Alquanto rattristato il cittadino risponde che: no, non è proprio così.

Ciascuno dei gruppi che contano, in verità, pochi, si sono ritagliati degli spazi di discrezionalità: dalle cooperative ai sindacati, dalla Chiesa agli industriali, dalle Fondazioni bancarie all’Unipol, persino l’Università e i suoi collettivi. Di decisioni “forti”, però, la città non ne ricorda nessuna almeno da una ventina d’anni. Qualche volta sbucano mecenati senza nessun legame con la politica i quali con impegno e visione prendono iniziative importanti e le attuano. Di tanto in tanto, la città sembra appesa alle parole del vescovo e di colui che fu Presidente del Consiglio per due volte. Entrambi centellinano il limitato potere di cui dispongono e lo usano in alcune poche occasioni, sapendo che se lo facessero troppo spesso lo sciuperebbero. Quanto ai partiti non è come altrove questione di particolare discredito delle loro fatiscenti ed evanescenti strutture. Piuttosto è in dubbio, questo sì davvero forte, la loro capacità di reclutare, di selezionare, di promuovere personale politico adeguato.

Del sindaco in carica, del Commissario governativo che l’ha preceduto, del sindaco paracadutato, il cittadino un po’ si vergogna e tace. Alla fine, al viaggiatore che ancora non ha ricevuto risposta soddisfacente, fa notare, piuttosto rattristato, che in città nessuno ha nemmeno il potere di rendere agibile la piazza davanti al Teatro comunale e di tenere puliti i muri. Altro che poteri forti! Quello che tiene banco in città sono i veti reciproci, incrociati che bloccano qualsiasi decisione di rilievo. Nostalgia del passato, chiede il viaggiatore? No, preoccupazione, forte, risponde il cittadino, per un presente di immobilismo e per un futuro che nessuno sta costruendo.

Pubblicato il 18 maggio 2017

Una bella storia bolognese

Un giorno del 2008 Giorgio Guazzaloca mi telefonò chiedendomi, con leggera, inusuale esitazione, la disponibilità a scrivere la prefazione a un libro su di lui. Chiesi di vedere il libro (scritto da Alberto Mazzuca, Guazzaloca. Una vita in salita) e scrissi un testo intitolandolo “Una storia bolognese”. Il riferimento era al volumetto Una storia italiana mandato in omaggio nel lontano 1994 dal candidato Berlusconi a milioni di elettori. Nel ringraziarmi Guazzaloca mi comunicò la sua iniziale perplessità a vedersi “confinato” nel ristretto ambito bolognese, ma subito la lettura lo convinse della bontà del titolo oltre che, non lo nascondo, del contenuto. La sua conquista al ballottaggio della carica di sindaco nella città rossa per eccellenza in quel fatidico giugno 1999 fu proprio il coronamento di una storia bolognese. Il candidato “civico” Guazzaloca non sbucava dal nulla, ma da una vita di lavoro, cominciata da ragazzo come macellaio, di capacità di governo di associazioni, da quella dei macellai fino alla Presidenza per 13 anni della Confcommercio, coronata con la decisione di sfidare il Partito di Bologna, ovvero gli ex-comunisti che faticosamente e malamente (non) si adattavano alla nuova situazione politica, con molti conflitti interni, il più devastante dei quali riguardò proprio la scelta dell’antagonista di Guazzaloca. Un insieme di errori derivanti da malposte e maldestre ambizioni i cui protagonisti si trovano ancora tutti in città. Non avrebbero comunque perso se l’alternativa non fosse stato proprio Giorgio Guazzaloca, noto e diffusamente stimato, capace di rapporti personali fatti di serietà e affidabilità, con un suo profilo in nessun modo identificabile con il modesto centro-destra cittadino. Grazie all’ex-comunista Carlo Monaco, poi il suo migliore assessore, Guazzaloca condusse un’ottima campagna elettorale, sui fatti e non sui meriti di un passato che gli ex-comunisti non potevano già più rinverdire. Purtroppo, la malattia lo colse dopo neppure due anni dalla sua elezione. La seconda parte del suo mandato non fu brillante anche perché non tutti gli assessori erano all’altezza (gli feci notare che quello passava il convento del centro-destra). La conquista del secondo mandato si rivelò impossibile poiché il centro-destra non seppe/volle sostenerlo fino in fondo e gli ex-comunisti si consegnarono mani e piedi al “briscolone” venuto o mandato da fuori, la meteora Sergio Cofferati. L’evento storico, “sparato” su tutte le prime pagine dei quotidiani nazionali e stranieri, era comunque avvenuto. Con qualche amarezza per il prosieguo di quella storia, Guazzaloca ne fu sempre fiero. Giustamente.

Pubblicato il 27 aprile 2017

Una storia da ricostruire. Il PCI sotto le Due Torri

Corriere di Bologna

Chi non conosce la storia è condannato a riviverla”. Magari, commenterebbero alcuni vecchi comunisti italiani, orgogliosi della storia del PCI e della loro storia personale di impegno, di azione, di cultura politica. Forse, più che riviverla, quella storia bisognerebbe, non rottamarla, ma insegnarla nelle sue luci e nelle sue ombre, in quello che fu positivo, anche per la democrazia italiana, e in quello che fu negativo e che ha portato all’inadeguata trasformazione del PCI che non riuscì mai a imboccare la strada difficile, ma promettente, della socialdemocrazia. Naturalmente, una storia è fatta di azioni e di interpretazioni, si (ri)costruisce su documentazioni e riflessioni, anche su critiche e autocritiche. Una buona storia è recupero di un patrimonio culturale costituito anche da immagini, simboli, effigi. Nulla di tutto questo parla da solo, ma tutto può essere interrogato da chi ne abbia gli strumenti per farlo.

Curiosamente, sappiamo molto della città di Bologna, della sua storia recente, dall’avvento del fascismo alla liberazione, dei governi comunisti, dell’alleanza fra PCI e PSI, della leggendaria campagna elettorale del 1956: “Dossetti contro Dozza”, dei sindaci. Non esiste, però, una vera e propria storia del Partito Comunista Bolognese. Adesso, dalla bella indagine di Pier Paolo Velonà apprendiamo che colui che fu anche il tesoriere del PCI, ovvero Mauro Roda, adesso presidente della Fondazione 2000, possiede un vero tesoretto di oggetti che fanno parte della storia del PCI e che sarebbero essenziali per chiunque volesse ricostruire quella storia con appropriati metodi di indagine che la illuminino anche nel vissuto quotidiano del partito, dei dirigenti, dei militanti.

Forse un simile patrimonio, integrato da elementi che altri comunisti posseggono, dovrebbe trovare una sua sede ampiamente accessibile. Qui torna la storia con la necessità di una rivisitazione per capirne di più sulla costruzione della democrazia a Bologna e dintorni e sul modo con il quale il PCB mantenne un livello di consenso molto elevato per un lungo periodo di tempo. Qualcuno potrebbe anche giungere a pensare che documenti e oggetti, azioni e trasformazioni poggiavano tutte su una base solida: una cultura politica di fondo, anche ideologica, non priva di difetti, ma omogenea e capace di indicare obiettivi. Al proposito, guardando a quanto è successo negli ultimi quindici-vent’anni, una qualche forma di nostalgia appare più che giustificata.

Pubblicato il 14 febbraio 2017

Riflettere sulle analogie

Corriere di Bologna

Uomini bianchi in perdita di status, impoveriti, che vedono le loro radici messe in discussione, che temono che quel poco che rimane loro del sogno (non solo americano) sia lacerato non da altri sogni, ma dall’incubo di un’immigrazione sregolata, stanno decidendo le sorti dell’Occidente. In Gran Bretagna hanno detto che preferiscono orgogliosamente vivere nella loro isola, in “splendido” isolamento. Negli USA hanno mandato il messaggio che persino un miliardario, purché bianco, un po’ sessista, maleducato, con qualche accento di xenofobia, ma distante dall’establishment politico è preferibile a una donna che di quell’establishment è parte integrante, che rappresenta anche i privilegi, che avrebbe garantito more of the same, proprio la continuità che gli incattiviti bianchi non vogliono affatto. Un po’ in tutta Europa sale quest’onda di reazione contro il permissivismo dei ceti-medio alti, i loro privilegi, talvolta il loro ipocrita paternalismo.

Senza esagerare le somiglianze, è possibile cogliere alcuni elementi preoccupanti anche in un microcosmo come Bologna? L’omogeneità del tessuto sociale del passato s’è perduta da tempo. Una parte della cittadinanza vive bene, gode della sua posizione, talvolta esibisce quel tanto di paternalismo che ritiene appropriato al suo status. Si permette anche di criticare coloro che esprimono preoccupazioni, non solo egoistiche, nei confronti degli immigrati. Quella parte di cittadini divenuti privilegiati, magari anche grazie al duro lavoro dei nonni e dei padri, non capisce perché si debba intervenire per ridurre le diseguaglianze che loro hanno superato lavorando, con impegno e con senso civico. Non è possibile conoscere a fondo le loro impressioni e valutazioni sull’immigrazione e sulle diseguaglianze, sul disagio della condizione giovanile, che non voglio esagerare e al quale quei cittadini benestanti rimediano facilmente per i loro figli. Sicuramente provano un po’ di ostilità nei confronti di qualsiasi rivendicazione, per di più espressa non nei canali tradizionali, ma nel disordine. Non raccontano quello che pensano poiché sanno che a Bologna, forse più che altrove, i politicamente corretti esprimerebbero disapprovazione per qualsiasi critica agli immigrati e a un malposto, buonismo.

Almeno in via d’ipotesi sembra lecito temere che qualcosa si muova sotto la classica coperta del perbenismo bolognese. Gli insoddisfatti mugugnano, ma non hanno la voglia, il coraggio? la sfrontatezza?, di esprimere apertamente posizioni e visioni diverse. Troppo facile dire che la politica bolognese non ha neppure colto gli indizi di questa situazione poiché essa stessa è parte del problema. Difficile dire se la società bolognese saprà metabolizzare cambiando oppure se si stia avvicinando a un punto di rottura. Magari sfruttato/strumentalizzato da un piccolo Trump locale.

Pubblicato il 10 novembre 2016

Breve manuale per le opposizioni

Corriere di Bologna

Sicuramente, marceranno divisi gli oppositori di Merola in Consiglio Comunale, e neanche abbastanza allegramente. E’ davvero improbabile che i due pentastellati, Manes Bernardini, Scelta Civica e Lucia Borgonzoni, che meriterebbe il ruolo di sindaco-ombra, riescano a trovare accordi strategici e neppure tattici. Forse il centro-destra cercherà almeno qualche punto di convergenza, ma Bugani, magari benedetto da Grillo, se ne andrà per un’altra strada. D’altronde, le distanze programmatiche, politiche e di ambizioni personali sono molte, non facilmente ricomponibili. Ciascuno dei protagonisti potrebbe fare riferimento al programma presentato agli elettori e su quello, ovvero sui punti salienti, fare leva per criticare il sindaco Merola e la sua giunta e per controproporre purché quei punti offrano un’alternativa vera alle politiche del sindaco e siano convincentemente comunicabili non esclusivamente ai loro specifici elettorati. I consiglieri dell’opposizione potrebbero anche cercare di portare le loro critiche precise e le loro controproposte mirate fra i cittadini, non solo nelle periferie. Il collegamento fra quanto si fa o no in Consiglio e quanto viene percepito dagli elettori è abitualmente uno dei più difficili da costruire, ma è essenziale sia per sindaco e giunta sia, ancor più, per l’opposizione. Un comportamento, facile, ma poco efficace, tutti gli oppositori dovrebbero evitare: la spettacolarizzazione delle loro attività con l’obiettivo di acquisire visibilità nei confronti degli altri oppositori, una lotta che non porta da nessuna parte, ma che è destinata a confondere e deludere anche l’elettorato, che è molto, che non ha votato Merola.

Altrove, in qualche caso, non del tutto sporadico, ma in altri tempi, l’opposizione, se rappresentato da un unico partito o lista poteva cercare di costruire con pazienza e sapienza un’alternativa praticabile al governo in carica. A Bologna, l’esempio più altisonante è stato rappresentato dai democristiani eletti con Dossetti nel 1956. E’ difficilissimo da imitare anche perché persino il sistema politico locale bolognese sta diventando tripolare, l’assetto peggiore per qualsiasi opposizione si candidi a governare. Addirittura intravvedo un altro tallone d’Achille. Manca ai variegati oppositori bolognesi un uomo/una donna considerabile come colui/colei che nel Consiglio comunale diventa la figura di spicco che costruisce l’alternativa per la prossima consultazione elettorale quando Merola non sarà rieleggibile. Purtroppo per i bolognesi senza un’opposizione incisiva il governo cittadino non sarà stimolato a dare il meglio (che non so quanto sia) di se stesso.

Il consiglio comunale si apra al confronto con i cittadini

Corriere di Bologna

La città soffre di un gravissimo deficit di circolazione di idee, di confronti, di proposte e di soluzioni. Nonostante la presenza della più antica Università del mondo, tuttora a buoni livelli, l’esistenza largamente sottoutilizzata e sottovalutata della Johns Hopkins, la rete di biblioteche di ottimo livello, un effettivo, rumoroso, arricchente dibattito di idee è da tempo quasi inesistente.

La mia proposta è fatta da un insieme di strade da perseguire, un reticolato nel quale a ogni punto sia possibile intervenire. Fare del consiglio comunale un luogo nel quale i cittadini non andranno soltanto in quanto spettatori o disturbatori, ma in quanto proponenti di idee che tutte, a seconda della loro rilevanza, verranno, seppur brevemente, discusse. I Quartieri dovranno darsi strutture non solo di discussione, ma di proposta e di decisione, anche di confronto dialettico con il consiglio comunale. Invece di trattare in maniera più o meno riservata con assessori e sindaco, a tutte le associazioni sarà offerto uno spazio per formulare e argomentare le loro richieste e le loro proposte, per suggerire le loro soluzioni preferite, accompagnate dai costi e dai vantaggi.

Sindaci e rettori non hanno mai saputo, forse neanche voluto, coordinarsi per fare più intensa, più dinamica, più efficace la vita culturale della città. La proposta è che il sindaco solleciti il rettore a fissare ogni anno alcune tematiche e alcune date (il festival della scienza di Flavio Fusi Pecci è stato regolarmente un grande successo).

Insomma, la mia idea è che Bologna dovrà diventare, anche con l’apporto di Isabella Seragnoli, Marino Golinelli e di quel grande imprenditore che è Fabio Roversi Monaco, un punto di riferimento della cultura italiana e Europa. I nomi contano, perché la cultura cammina davvero sulle gambe delle donne e degli uomini.

Pubblicato il 27 Maggio 2016

Le varie facce dell’astensione

Corriere di Bologna

Liberi tutti o quasi. Nella primavera dello scontento di molti – la politica offre una grande varietà di “scontentezze” -, vi sono due buone occasioni per scaricarsi: il referendum sulle trivellazioni e le elezioni amministrative. L’ambigua e riprovevole posizione espressa da Matteo Renzi a favore dell’astensione sul referendum è già stata stigmatizzata dal Presidente della Corte Costituzionale e contraddetta dal Presidente della Repubblica che ha annunciato che andrà a votare. Il capo di un partito ha il dovere politico di dare la linea. Il capo del governo deve ricordarsi dell’art. 48 della Costituzione che dice chiaramente che il voto è un “dovere civico”. Nessuno faccia il furbetto: l’astensione non è un voto. Preso atto della non/decisione del capo del loro partito, molti Democratici hanno deciso, come, incidentalmente, dovrebbe essere per tutti i referendum, di seguire quel che detta loro il cuore, forse anche una qualche conoscenza delle trivellazioni e delle conseguenze della loro abolizione. Già poco incline a fidarsi di politici che ondivagano e che seguono non il cuore, ma le convenienze, momentanee e fuggevoli, è probabile che gli elettori si rifugino anche loro nell’astensione referendaria e post-refendaria.

Il sondaggio sulle intenzioni di voto alle elezioni comunali di Bologna pubblicato dal Corriere fotografa (ma altre fotografie saranno necessarie di qui al 5 giugno) una notevole propensione all’astensione. Sono elettori che hanno deciso di stare alla finestra o elettori che già propendono di andare al mare contando sul sole di giugno? Sappiamo che, da qualche tempo, gli elettori italiani (e i bolognesi non possono fare eccezione se non limitatamente) decidono per chi votare negli ultimi giorni della campagna elettorale, qualcuno addirittura il giorno stesso dell’elezione. Quindi, non possiamo escludere che coloro che hanno dichiarato che si asterranno potranno cambiare idea. Attendono, in maniera disincantata, scettica, forse anche irritata, che qualcuno dei candidate e dei loro partiti offra idee, soluzioni, prospettive che, magari non proprio affascinanti, siano almeno convincenti, insomma, come ho scritto qui più volte, un’idea di città dinamica migliore. Le percentuali suggeriscono che la competizione più intensa sarà fra Borgonzoni e Bugani, fra la Lega e le Cinque Stelle, per chi approderà al ballottaggio. Difficile che un ballottaggio a giugno sia foriero di un’impennata di partecipazione elettorale. Potrebbe, però, obbligare i duellanti a raffinare le loro proposte e a indicare le loro priorità, quindi a suscitare maggiore interesse nell’elettorato che, rientrando dall’astensione, vuole contare. Sarebbe una buona cosa.

Pubblicato il 14 aprile 2016