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I miei cinque Zangheri (1925-2015)

Renato Zangheri

Dicembre 1973 primo incontro ad un convegno dell’Associazione “il Mulino” sul mercato del lavoro, relatore Marzio Barbagli. Dialogo fra Giorgio Amendola e Umberto Agnelli. Dichiarazione di Zangheri, già sindaco di Bologna, “il capitalismo non si riforma; si abbatte”.

Metà anni settanta: molte interviste a quotidiani stranieri, svizzeri, tedeschi, “Le Monde”, sul buongoverno di Bologna. Ciliegiona un libro di giornalista svedese quasi che la città di Bologna fosse la “socialdemocrazia realizzata”.

Giugno 1983: Tiepida serata in una Piazza Maggiore molto affollata. Iniziativa di lancio della compagna elettorale con Nilde Iotti, Renato Zangheri e me (candidato indipendente nelle liste del PCI. Confluirò poi nella Sinistra Indipendente del Senato). Sane divergenze di opinioni.

Febbraio 1984, una settimana dopo la conclusione dei lavori della Commissione Bozzi. Telefonata di invito a chiacchierare sul futuro. Immaginandomi comodamente seduto nel salotto della sua abitazione sui colli, indossavo un bel paio di mocassini. Invece, passeggiata all’aperto in strade nelle quali erano rimaste le tracce di una non leggera nevicata. Che cosa ne penso della legge elettorale? Che bisogna superare la proporzionale che rallenta il cambiamento e invischia. Qualche giorno dopo editoriale firmato Renato Zangheri su “l’Unità”: La proporzionale è irrinunciabile.

Giugno 17, 1984: la sera delle elezioni europee successive alla morte di Enrico Berlinguer. Con grande gentilezza, Zangheri, capogruppo del PCI alla Camera dei deputati, mi dà un passaggio da Fiumicino a centro città. Andavo in TV a commentare quell’ottimo risultato. La mattina dopo i notabili del PCI avrebbero scelto il nuovo segretario. Zangheri, il centrista, né ingraiano né migliorista, pur sempre misurato, mi sembrò sostanzialmente molto fiducioso nella sua elezione.

Mediani e processioni

Corriere di Bologna

“Sondaggio, sondaggio delle mie brame, chi deve fare il sindaco di questo reame?”  Il Partito Democratico sembrava voler cercare in un fantomatico specchio la risposta lancinante quesito. Improvvisamente e senza spiegazioni, il sondaggio è sparito. Probabilmente, i dirigenti del PD hanno temuto che avrebbe loro legato le mani e sembrano accontentarsi della processione, chiedo scusa, della consultazione fatta nei circoli. Il lapsus “processione” mi è sfuggito poiché ho seguito di persona la presentazione della paracadutata candidatura di Cofferati nel 2004 che, confessione dei militanti compresa, ha avuto molte caratteristiche parareligiose fino al silenziamento dei dissenzienti. L’abituale conformismo dei circoli è approdato senza troppo entusiasmo alla conclusione che, sì, il sindaco Merola non ha fatto così male da non meritarsi la ricandidatura. Dia attenzione alla sicurezza dei cittadini e metta un freno alle occupazioni, tanto in un partito di mediani non si troverà nessun fuoriclasse.

Ha ragione l’ex-sindaco Giorgio Guazzaloca che i tempi dei numeri uno a Bologna, lui cita il cardinale Biffi e, il Rettore e molto altro Roversi Monaco, lasciando ai lettori dell’intervista al “Corriere” il piacere di aggiungere il suo nome, sono finiti.  Dichiarandosi mediano, il sindaco Merola gli aveva dato ragione in anticipo, ma, da qualche tempo, come ha mostrato Simone Sabattini, il mediano Merola ha deciso di giocare a tutto campo svariando sulla sinistra per rintuzzare eventuali avversari. Infatti, circola sotterranea l’idea di una lista civica dove troverebbero accoglienza diversi reduci della vecchia guardia (uno dei quali avrebbe potuto, e dovuto, cercare di diventare numero uno più di quindici anni fa) e recenti orfani delle frange di sinistra che nel passato qualche strapuntino in regalo riuscivano ad averlo.

Nel limbo seguito alla consultazione, è giusto chieder e ai dirigenti quelli del Partito della Città, di: a) rispettare le regole; b) assumersi le responsabilità delle decisioni. Le regole dicono che, se c’è un candidato che raccoglie il giusto numero di firme, si va a primarie che non è detto indeboliscano il sindaco. Potrebbero esaltarne le doti di mediano-realizzatore. Se no, tocca ai dirigenti prendere in mano la situazione. Ricordano al sindaco che ha vinto la sua carica grazie al partito, non lo deve snobbare e non può fare una lista personalizzata. Lanciano la campagna elettorale rivendicando quanto di buono è stato fatto, evidenziando le innovazioni e indicando quale Bologna, città metropolitana, realizzare nei prossimi cinque anni.

Pubblicato il 14 luglio 2015

Italicum e Riforme Costituzionali: i pro e i contro

Ne parliamo a Bologna martedì 16 giugno alle 21 al Circolo PD Galvani in via Orfeo, 24/B

Circolo PD Galvani

Aboliamo le Regioni

La terza Repubblica

L’Emilia-Romagna, finalmente, è diventata il target, meglio: l’esempio da imitare e da cercare di superare. Da tempo conclusa la sua “gloriosa” esperienza di regione rossa par excellence, l’Emilia-Romagna è andata persino oltre la “normalizzazione”. Infatti, nel novembre 2014, sulla scia di scandali, avvisi di garanzia, imputazioni che hanno riguardato quasi tutti i consiglieri regionali (anche se indimenticabile dovrebbe restare Flavio Delbono, già vice-Presidente e assessore al Bilancio della Regione, poi promosso a sindaco di Bologna, infine, costretto alle dimissioni per spese personali fin troppo allegre e ad un doppio patteggiamento), andò a votare soltanto il 38 per cento degli elettori. Addio leggendario senso civico nella Regione che tradizionalmente aveva conseguito le percentuali più elevate di affluenza alle urne? No, pesante e motivata, ma purtroppo nient’affatto incisiva, critica degli emiliano-romagnoli, il cui senso civico non è affatto sparito, ma si è tradotto nell’astensione, ad un modo di fare politica. Tentativo di dare una lezione ai politici regionali e non solo. Metabolizzato l’esito emiliano-romagnolo, resta da vedere se i nuovi governanti sapranno migliorare la loro politica e rilanciare l’istituto regionale.

Il punto è questo. A quarantacinque anni dalla loro effettiva, ma tardiva, nascita, le Regioni italiane hanno ancora un compito istituzionale e politico significativo, utile da svolgere per il paese e per il buon governo? E’ lecito dubitarne. Altrettanto lecito è affidare agli elettori delle sette regioni (Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana,Umbria, Veneto) chiamate a rinnovare i loro governanti in un tripudio di cambi di casacche, di frammentazione partitica, di ripicche, di esibizionismi “lady-like”, “l’arduo compito di pensare se e cosa votare” (come giustamente sostenuto da Terza Repubblica). Proprio no. Infatti, mentre il governo va avanti su riforme discutibili, non mostrando neppure la volontà politica e la capacità tecnica di procedere, come promesso, all’abolizione integrale delle province, non si vede nessun progetto, meno che mai dai candidati/e governatori/trici su come rivitalizzare le Regioni.

Una volta, molto ottimisticamente e molto opportunisticamente chiamate da un ceto di voraci giuristi in carriera (ne hanno poi fatta fin troppa) ad essere “le Regioni per la riforma dello Stato”, sono, invece, diventate il brodo di coltura della peggiore (così attestano scandali e indagini giudiziarie che riguardano anche alcuni candidati prominenti) classe politica del paese. Invece di essere riformate e accorpate, le Regioni italiane avranno in regalo addirittura il potere di attribuzione di un doppio lavoro (o dopolavoro): quello di mandare nel Senato modificato settantaquattro loro rappresentanti. Ripensare il Titolo V non soltanto per le attività da affidare alle Regioni, ma per ridefinire la loro stessa struttura è il minimo che si debba chiedere ad un governo di riformatori ancorché improvvisati e apprendisti. Purtroppo, nessuno l’ha chiesto ai potenziali governatori/governatrici i quali, dal canto loro, si sono accuratamente e pudicamente guardati dall’avventurarsi sulla impervia strada del “riformare le Regioni per contribuire ad un miglioramento dello Stato”.

Chi non semina niente non dovrebbe raccogliere niente, vale a dire si merita pochissimi voti alla provvista dei quali, è da supporre, contribuiranno in maniera decisiva, con buona pace di Raffaele Cantone, le reti clientelari che, un po’ dappertutto, sanno che cosa chiederanno e presumibilmente quanto riusciranno ad ottenere in cambio del loro voto, non a caso definibile, di “scambio”. E’ venuta l’ora di scambiare il brutto regionalismo italiano con un assetto istituzionale al tempo stesso più compatto e più snello.

Pubblicato il 25 maggio 2015 su terzarepubblica.it

A palazzo c’è un problema

Corriere di Bologna

Il sindaco Merola dichiara di non sentirsi preoccupato. La classifica dei sindaci, che lo colloca al 98esimo posto su 101 con una perdita di gradimento di più del 5 per cento rispetto alla sua elezione quattro anni fa segnala, al contrario, che dovrebbe essere molto preoccupato. Quando un sindaco in carica che, per di più, ha già preventivamente dichiarato di volersi ricandidare per fare un secondo mandato non si preoccupa di quello che pensano i suoi concittadini, c’è un problema. Possibile che nel suo giro delle cento chiese, pardon, dei cento circoli o luoghi della leggendaria società civile bolognese, Merola non abbia trovato nessuno che gli esprimesse la sua insoddisfazione per come è governata Bologna? Eppure, in città l’insoddisfazione è palpabile. Ha raggiunto anche il Partito Democratico che, nonostante la sua non sottovalutabile perdita di iscritti, qualche antenna l’ha ancora. E’ vero che alcune critiche dall’interno del PD sono ispirate a motivazioni non nobili discendenti da ambizioni personali, ma anche alcune dichiarazioni favorevoli a Merola appartengono all’ipocrisia politica. Costituiscono il tentativo di evitare un dibattito nel quale le tensioni e le contraddizioni interne al partito finirebbero squadernate.

Per fortuna del PD, e di Merola, il centro-destra bolognese si trova in condizioni anche peggiori di quello nazionale. Comunque, non sembra in grado di trovare neppure un candidato di bandiera, ma all’occorrenza i leghisti una candidatura di bandiera riusciranno a sventolarla. Invece, è dai ranghi del PD che potrebbe affacciarsi qualche sfidante. Certo, i candidati alternativi a Merola dovranno, come da Statuto del partito, raccogliere un bel po’ di firme per ottenere le primarie contro di lui. Ai bolognesi farebbe molto piacere se, stimolato dall’eventuale presenza di un competitor, il sindaco usasse il tempo di completamento del mandato per chiarire il suo operato e per preparare al meglio il futuro governo della città. Finora abbiamo assistito ad alcune acrobazie del sindaco. Fulminea è stata quella che lo ha visto abbandonare la vecchia “ditta” per saltare sul carro renziano. Recenti sono quelle relative alla vendita delle azioni di Hera e alla ventilatissima rinuncia al Passante Nord.

Più in generale, Merola non è riuscito a tratteggiare nessuna visione di quale città vorrebbe fra cinque anni, di quale progetto impostare, di quali obiettivi proporsi. Sicuramente, non è stato aiutato dal suo partito che, da tempo, ha perso capacità progettuale e che non brilla per originalità nella sua leadership, che non apprezza e non premia chi, audacemente, decidesse di muoversi fuori dagli schemi. A questo punto, il contributo che il PD potrebbe offrire a Merola non è tanto la garanzia della ricandidatura quanto il suggerimento che il sindaco dovrebbe preoccuparsi, e molto, di fare di più e di comunicare meglio, non soltanto nelle zone protette dove i militanti tacciono per “amor di partito”, ma in un confronto con coloro che lo criticano e che vorrebbero cambiare passo e (l’ho sentito dire a livelli più elevati) verso.

Pubblicato il 22 aprile 2015

La democrazia dei favori

Corriere di Bologna

Potrebbe sembrare che tutto sia già stato scritto sulla davvero straordinaria generosità monetaria della CPL Concordia. In molti casi, leggendo i nomi, alcuni insospettabili, dei beneficiati, si nota anche un’apertura di credito fiduciario fuori dl comune. I soldi venivano dati anche prima del “fatto” che la CPL Concordia desiderava si verificasse. Segnale convincente che nel passato i finanziati avevano onorato (sic) impegni non formalmente presi in cambio di finanziamenti ricevuti, in modalità ormai italianamente proverbiale, “a loro insaputa”. Come antidoto a queste non limpidissime fattispecie, sappiamo quasi tutto: un bell’elenco pubblico con nomi, cognomi; cifre dei donatori, soprattutto nel corso delle campagne elettorali; un tetto non sfondabile all’entità delle donazioni effettuate da persone, gruppi, associazioni, fondazioni; un qualche rendiconto dettagliato delle spese incorse dai candidati e, importante, dei loro comitati elettorali e dei loro partiti. I più buoni dei commentatori hanno concluso che, comunque, ciliegina sulla torta degli esborsi, dovrebbe anche esserci un po’ di, peraltro costosissima, etica. A tutto questo, con il quale concordo (oops), vorrei aggiungere un’osservazione che non ho letto da nessuna parte e che potrebbe essere utile per impostare meglio il dibattito e per incanalare qualche soluzione.

Chi finanzia candidati e partiti non lo fa soltanto per ottenere in cambio qualche favore, convinto che, sulla base dei precedenti, i favori torneranno. Chi finanzia sta scegliendo candidati e partiti in una maniera che non viola soltanto la competizione che vorremmo esistesse nei mercati di ogni tipo. Infrange anche la competitività che dovrebbe esistere in politica, per l’appunto, fra candidati e partiti. La moneta cattiva scaccia quella buona, lo sappiamo. Le molte monete cattive servono a impedire a uomini e donne in politica, che non siano disposti a rendere i favori, la conquista della candidatura e, poi, eventualmente, la vittoria elettorale. La competizione diventa distorta. Non ha più nessuna o quasi attinenza con le idee e i programmi, neppure con le qualità personali. L’unica qualità che conta agli occhi dei finanziatori danarosi è quella della disponibilità dei candidati ad accettare fondi. Attendiamo la smentita dei cooperatori, dovrei dire dei dirigenti, delle imprese coinvolte. L’esito, come ho accennato, è gravissimo. Colpisce al cuore la democrazia, anche a Bologna e in Emilia Romagna. Non dirò che la uccide poiché, per sua e nostra fortuna, la democrazia ha grandi capacità di resistenza e di resilienza. Epperò, questo tipo di finanziamenti di lungo periodo indeboliscono i concorrenti che rifiutano di usufruirne; deviano il reclutamento e la selezione nei partiti; diminuiscono nel tempo la qualità della democrazia; rendono difficilissimo “cambiare verso”. Ecco perché, mentre celebriamo (c’è poco da “festeggiare”) i vent’anni dell’indagine “Mani Pulite”, scopriamo che c’è oggi più corruzione politica di allora.

Pubblicato il 9 aprile 2015

Un bel dilemma renziano #Bologna2016

Corriere di Bologna

Non un semplice sogno, ma un progetto molto ambizioso quello di Gianluca Galletti di candidarsi a sindaco di Bologna nella primavera 2016. I sogni muoiono all’alba. Invece, se coltivati con pazienza e intelligenza, i progetti ambiziosi possono rafforzarsi, durare e, a determinate condizioni, persino realizzarsi. Anche se è presto per discutere nei dettagli e prima che da più parti si levi il mantra della richiesta del programma che il candidato sindaco Galletti offrirà agli elettori bolognesi, non sono pochi gli elementi, tutt’altro che di contorno, da prendere in seria considerazione. Per fortuna, Gianluca Galletti non dovrà raccontarci la favola della società civile.
Dall’alto di una carriera politica e amministrativa di tutto rispetto, più volte parlamentare, sottosegretario, attualmente Ministro dell’Ambiente, già assessore al bilancio nella giunta di Guazzaloca, non c’è dubbio che Galletti abbia tutte le carte politiche in ordine. Promette di sapere quale città vorrà costruire e come vorrà governarla. Naturalmente, dovrà poi anche convincere i bolognesi che la sua idea di Bologna è preferibile almeno a quelle dei sindaci che si sono succeduti nell’ultimo decennio e a quelle che il sindaco in carica ed eventuali altri pretendenti cercheranno di elaborare. L’elemento di contorno più importante è rappresentato, punto essenziale per vincere e sicuramente per ben governare, dal sostegno politico e, mi spingerei fino a dire, partitico che Galletti saprà ottenere.
E’ impensabile che Galletti ritenga che una città, tantomeno Bologna, possa essere governata in un rapporto diretto fra il sindaco e gli elettori senza che esistano e si facciano sentire le molte associazioni operanti sul territorio comunale. Da un lato, Galletti crede che i partiti abbiano compiti specifici non sostituibili; dall’altro, non è sicuramente un cultore della cosiddetta disintermediazione. Inoltre, Galletti proviene da un’area politico-culturale che ha riacquisito centralità nella politica e nelle nomine del governo di Renzi.
Qualcuno si chiederà: dopo Palazzo Chigi e il Quirinale avremo un ex-democristiano anche a Palazzo d’Accursio? Questo è il problema del Partito Democratico di Bologna adesso guidato da un giovane renziano il quale non potrà non tenere conto che il Partito della Nazione di Renzi intende allargare i suoi consensi accogliendo i centristi (come ha fatto in maniera palese con Scelta Civica) e che il Partito della Città avrebbe l’opportunità di seguire una politica simile con ragionevoli aspettative di successo. Il progetto di Galletti, se perseguito con fermezza, è destinato a incidere tanto sul Partito Democratico quanto su quel che rimane di un centro-destra caratterizzato da poche idee, vecchie e confuse incapaci di offrire sbocchi ad elettori delusi e disorientati. Appare probabile ed è augurabile che la candidatura Galletti farà rinascere un serio e approfondito dibattito politico in una città che da tempo ne manca. Per ora, basta.

Pubblicato il 17 febbraio 2015

L’anatra zoppa e i cavalli scuri

Corriere di Bologna

Americanizzazione della politica bolognese? Da un decennio circa le campagne presidenziali negli USA cominciano almeno un anno prima delle elezioni e talvolta, fra pre-posizionamenti e sondaggi, quasi due anni prima. Almeno un paio di volte, in interviste e dichiarazioni, il sindaco di Bologna, Virginio Merola, eletto nel maggio 2011, ha fatto sapere che il suo lavoro gli piace, che portare a compimento i suoi progetti per la città (che, per di più, è diventata “metropolitana”) richiede tempo e che, di conseguenza, è intenzionato a cercare un secondo mandato nelle elezioni del maggio 2016. E’ giustificata tanta fretta nel volere assicurarsi la ricandidatura? Il problema è che, nonostante la sua rapidissima conversione renziana (ma, forse, proprio per questo), Merola sente di non avere il sostegno del partito bolognese nel quale la ditta, non tutta fatta dalla “vecchia guardia”, si sta attrezzando per sfidarlo. Per quanto abbastanza inusuale, la sfida a un sindaco in carica attraverso le primarie è, secondo lo Statuto del Partito Democratico, sicuramente praticabile. Il tempo delle eventuali primarie scoccherà all’inizio della primavera del 2016. Di qui ad allora molto sarà cambiato negli assetti interni del PD che neppure a livello nazionale sembra consolidato.

Nel contesto bolognese, sono in corso le procedure per la scelta, forse l’elezione affidata agli iscritti, del segretario provinciale. Potrebbe non essere una persona “amica” del sindaco. D’altronde, Merola sa che, per diverse, non del tutto infondate, ragioni, molti ritengono che il suo operato non è stato entusiasmante. Qualcuno ricorda anche che la vittoria di Merola nelle primarie 2011 fu assicurata, da un lato, dalla maggioranza del nucleo duro del partito, dall’altro, da quella che chiamerò la fuga dei candidati civici nessuno dei quali volle affrontare il rischioso, ma necessario (anche per capire meglio che cos’è il PD e che cosa vogliono i suoi elettori), percorso delle primarie. Fra le incertezze, le titubanze e le resipiscenze di Merola e le ambizioni, la voglia di rivalsa nei confronti dei renziani, le mire carrieristiche di alcuni, forse troppi, un esito è sicuro: Merola si sente e indubbiamente è molto indebolito in una fase nella quale dovrebbe rilanciare la sua azione di governo per “meritarsi” la riconferma.

Nel lessico politico USA, il sindaco è già diventato “un’anatra zoppa”, che fa fatica nella corsa verso traguardi programmatici di rilievo, proprio quando avrebbe l’opportunità di sfruttare la città metropolitana. Nell’ombra, anche se fanno filtrare ad arte i loro nomi, gli oppositori di Merola si preparano, addirittura scalpitano (al lettore offro un’altra espressione USA: i candidati che si nascondono sono definiti “dark horses”, cavalli scuri). L’effetto complessivo non è certamente quello di cui il governo della città ha bisogno. Difficilmente un sindaco consapevole che il suo partito lo sostiene poco e, anzi, gli scava il terreno sotto i piedi riuscirà ad andare oltre l’amministrazione quotidiana. Bologna ha bisogno di molto di più.

Pubblicato il 13 gennaio 2015

La metropoli nordcoreana

Corriere di Bologna

La notizia che applicando una “strana” legge per eleggere il Consiglio dell’area metropolitana di Bologna si correrebbe il rischio, come scrive il Corriere, di avere una maggioranza bulgara di consiglieri del Partito Democratico, ha molto incuriosito i bulgari di Bulgaria. E’ dalle prime elezioni libere, nel 1991, che di maggioranze bulgare colà non se ne vedono più. Invece, si sono avute frequenti alternanze al governo fra coalizioni composte da due o tre partiti. Nonostante l’assenza del voto di preferenza c’è parecchia corruzione, ma l’alternanza consente di cacciare periodicamente i corrotti. Gli elettori bulgari sono lieti di farlo e ancor più lieti che di maggioranze “bulgare” non ve ne siano più. Si chiedono perché l’Italia si stia muovendo in una direzione che ridimensiona il potere dei cittadini-elettori. Più firme per chiedere i referendum abrogativi e per esercitare l’iniziativa legislativa popolare, i deputati nominati dai capi dei loro partiti, i senatori scelti dai consigli regionali e, adesso, per la Città metropolitana di Bologna (che un tempo si faceva vanto della partecipazione popolare) una legge che con una formula bislacca attribuisce ai consiglieri dei comuni che ne faranno parte di autorizzare la presentazione delle liste dei candidati (ugualmente consiglieri) e poi di votarli. Forse, si chiedono i bulgari, che se ne intendono, deve essere una roba di importazione nordcoreana. Per di più, alla fine della ballata, si scoprirà che il sindaco di Bologna sarà diventato uno e trino: sindaco, presidente della Città metropolitana, Senatore. Triplo lavoro accompagnato dall’annuncio della ri-candidatura a sindaco di Bologna: troppo lavoro (o troppe cariche).

Non desidero impegnarmi in una discussione sulla funzionalità di un consiglio metropolitano congegnato in modo tale da garantire una maggioranza nordcoreana al PD dei renziani. Secondo molti sarebbe stato opportuno procedere quantomeno all’elezione popolare del Sindaco o Presidente della città metropolitana. Questa procedura democratica avrebbe contribuito a un sano dibattito di idee, di proposte, persino di soluzione di problemi (tantissimi ne ha l’area metropolitano di Bologna lasciati a languire insoluti da quasi vent’anni). Avrebbe investito il vincitore di una legittimazione molto superiore a quella di secondo grado. Lo avrebbe notevolmente responsabilizzato. Invece, con la procedura posta in essere, il capo della città metropolitana dovrà fare i conti con esponenti del suo partito che già si posizionano rispetto alla scelta del segretario regionale e del Presidente della Regione e finirà anche per essere privato del pungolo e del controllo che una buona opposizione saprebbe esercitare.

E’ possibile sostenere che il centro-destra, debole, disunito, incapace di presentare alternative, dovrebbe biasimare se stesso e mettersi a lavorare. Però, con una sparuta rappresentanza di consiglieri metropolitani, non soltanto il centro-destra non riuscirà a effettuare il raccordo con i suoi elettori né, anche se non del tutto per suo demerito, potrà vivacizzare il dibattito politico e programmatico. Una ragione di più per lamentare la possibile affermazione di una maggioranza nordcoreana.

Pubblicato 8 agosto 2014