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Perché Prodi ha commesso un errore

Fino a qualche mese fa, Romano Prodi dichiarava di avere “piantato” la sua tenda fuori dal Partito Democratico. Poi, partecipò al velleitario tentativo dell’ex-sindaco di Milano Giuliano Pisapia, di costruire un Campo Progressista e lo sostenne, seppur non molto intensamente. In generale, non fece mai mistero di essere distante da non poche politiche e dallo stile di Matteo Renzi. Improvvisamente, l’altro ieri ha dichiarato che voterà Partito Democratico, proprio quando il PD, con la formazione delle liste per il Parlamento, è definitivamente diventato il Partito di Renzi, addirittura, pronto, è opinione diffusa, a fare un governo con Berlusconi, l’avversario storico di Romano Prodi. Potrebbe, in effetti, essere stata proprio la formazione delle liste a dare la spinta, certamente richiesta dai dirigenti del PD, affinché Prodi si pronunciasse ufficialmente. Infatti, nelle liste sono collocati tre collaboratori di lungo corso di Prodi, fra i quali la sua loquacissima portavoce, che, altrimenti, difficilmente avrebbero trovato spazio nell’epurazione renziana.

Prodi avrebbero forse potuto risparmiarsi l’attacco a LiberieUguali i quali non sarebbero, secondo lui, a favore della “coalizione” e dell’unità, dimenticando che, per quello che riguarda Bersani, suo “antico” e bravissimo ministro, è stato Renzi a spingerlo fuori dal PD. Quanto alla coalizione, non saranno i sei o sette strapuntini parlamentari offerti a Insieme (dove stanno i prodiani) e a +Europa (dove ci sono i radicali di Emma Bonino) a fare del PD di Renzi una sinistra plurale. Né Prodi può pensare che il pluralismo della sinistra verrà agevolato dall’elezione di Beatrice Lorenzin e di Pierferdinando Casini quest’ultimo come senatore del PD proprio nel collegio in cui Prodi andrà a votare. Nel passato, le dichiarazioni di Prodi a sostegno di candidati e di tematiche non sono proprio stati brillantissimi. Nella campagna per sindaco di Bologna nel 2009 Prodi scese in campo a sostegno del candidato del PD Flavio Delbono che fu, prima costretto ad andare al ballottaggio, poi sette mesi dopo l’elezione, dovette rassegnare le dimissioni e, accusato di peculato, truffa aggravata e abuso d’ufficio, patteggiò due volte per evitare la possibile condanna. Più di recente, dopo mesi di riflessioni e di critiche, pochi giorni prima del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, Prodi annunciò il suo sofferto “sì” che, evidentemente, non deve avere spostato moltissimi voti. Adesso, comunque, che sposti voti oppure no, quel che è in discussione riguarda più che il sostegno dato al PD, i cui dirigenti leggono giorno dopo giorno sondaggi molto preoccupanti, la sua critica a LiberieUguali, che contiene un tentativo di sostanziale delegittimazione.

Qualcuno potrebbe pensare, personalmente non lo escludo, che Prodi stia ancora consumando la sua vendetta nei confronti di D’Alema accusato di avere seppellito l’Ulivo e di essergli subentrato come capo del governo nel 1998 e poi, forse, di avergli sbarrato la strada al Quirinale nel 2013, ma non si è mai trovato chi aveva la pistola fumante in mano. Ad ogni buon conto, chi vuole (ricostruire) l’unità delle sinistre non può pensare che la faciliterà e otterrà accusando esclusivamente una delle componenti, vale a dire LiberieUguali. Né può pensare che il recupero di una manciata di voti che potrebbero non andare a quello schieramento, ma, con qualche dubbio, al PD, servirebbe a convincere Renzi che deve aprire le porte del suo partito accettando e, talvolta, valorizzando il dissenso. Tecnicamente, salvo fatti nuovi e imprevedibili, Prodi ha rilasciato un endorsement irresponsabile, vale a dire senza tenere in considerazione le sue probabili conseguenze, nessuna delle quali appare al momento positiva. La coalizione si forma quando si trova un terreno d’accordo, non con la subordinazione a una maggioranza pigliatutto. L’endorsement di Prodi non porterà vantaggi al PD di Renzi e non farà avanzare nessuna sinistra plurale. Non è affatto detto che questo sia l’obiettivo principale dell’ex-leader di un Ulivo che fu.

Pubblicato AGL 1 febbraio 2018

Le frittate dello chef del Nazareno

“Non tutte le frittate finiscono per venire bene” è il commento di Romano Prodi, che, avendone fatte, di frittate se n’intende, a quello che ha tentato Pisapia per mettere insieme le sparse membra della sinistra e del PD. Troppo facile attribuire tutte le responsabilità all’improvvisato e velleitario Master Chef di Campo Progressista. Altrettanto facile, ma ugualmente inadeguato sostenere che hanno sbagliato tutti. Chi ha più potere ha anche maggiori responsabilità. Che Alfano, persino troppo premiato dal PD: Ministro degli Interni e Ministro degli Esteri nella stessa legislatura, se ne vada è certamente un danno per il PD di Renzi il quale, probabilmente, fa molto affidamento su quanto il manovriero toscano Denis Verdini riuscirà a combinare sul versante di centro. Tuttavia, il vero problema è sapere se le energie, in verità non molte, non tutte nuove, sollecitate da Pisapia si disperderanno oppure confluiranno nello schieramento che si è creato alla sinistra del PD: Liberi e Uguali, composto da Art. 1-MDP, Sinistra Italiana, Possibile.

Pensare che quello schieramento potesse essere, prima raggiunto dall’ambasciatore Piero Fassino, già rivelatosi esageratamente renziano, poi convinto a stilare qualche tuttora imprecisato accordo con il PD, era ovviamente un nient’affatto pio desiderio. Spesso apertamente offesi da Renzi e dai suoi collaboratori, di volta in volta variamente delegittimati e dichiarati “inutili” (essendo “utile” solo il voto al PD), gli uomini e le donne alla sinistra del PD hanno deciso che giocheranno le loro carte nella campagna elettorale che sta per iniziare. Renzi, l’uomo solo al comando, colui che con l’Italicum aveva imposto che le coalizioni non potessero formarsi, si trova adesso ad allettare tutti quei partitini che un tempo, anche quello dell’Ulivo, si chiamavano “cespugli”. Addirittura qualcuno suggerisce che l’unico modo per evitare l’annunciata sconfitta del Partito Democratico sarebbe quello di tornare a sperimentare la desistenza in un incerto numero di collegi uninominali a favore dei candidati Liberi e Uguali.

Certo, le desistenze mirate del 1996 permisero all’Ulivo di vincere le elezioni e a Rifondazione di ottenere un buon gruzzolo di parlamentari che fecero ruzzolare Prodi due anni e mezzo dopo, cambiando, in peggio, la storia politica dell’Italia. Adesso, però, la legge elettorale Rosato, non casualmente accettata e votata dai parlamentari di Berlusconi, ha meccanismi meno favorevoli alla desistenza (e, comunque, dispone di un numero molto minore di collegi uninominali dell’allora vigente legge Mattarella). Le tecnicalità della legge elettorale contano, ma, ovviamente, le distanze programmatiche e le personalità contano molto di più e possono risultare decisive. “Liberi e Uguali” non hanno neanche bisogno di ripeterlo, ma dovrebbe essere oramai evidente a tutti che per loro Renzi non può essere il candidato alla carica di Presidente del Consiglio. Né potrà essere colui che detterà l’agenda del molto eventuale governo Gentiloni-bis. Quell’agenda, infatti, dovrà ricomprendere misure molto precise di ridefinizione/correzione delle due leggi di cui Renzi si vanta di più: il Jobs Act e la Buona Scuola e, magari, anche delle modalità con le quali stare e agire nell’Unione Europea. Era proprio sulla messa in discussione di queste controverse leggi, nonché sull’impegno forte a fare approvare lo jus soli, che le sinistre sarebbero state disponibili a confrontarsi con il capo del Partito Democratico. Fino alla presentazione delle liste delle candidature è possibile a coloro che intendano evitare di consegnare il prossimo governo al centro-destra o al Movimento Cinque Stelle cercare qualche forma di accordo. Al momento, però, stiamo assistendo a un brutto spettacolo, di cui è il ristretto gruppo dirigente del PD a portare le maggiori responsabilità, che probabilmente si tradurrà in una frittata immangiabile da molti elettori e indigeribile.

Pubblicato AGL l’8 dicembre 2017

Le due staffe di Virginio

La scelta di prendere la tessera di due partiti? schieramenti? aggregazioni? potenzialmente in competizione, è intrigante. Virginio Merola, iscritto al PD e dal PD fatto eleggere sindaco di Bologna, annuncia che vuole avere due tessere. Vuole aggiungere, cioè, quella del Campo Progressista guidato, forse, meglio, coordinato dall’ex-sindaco di Milano Giuliano Pisapia. La notizia è che, pur rimanendo difficile dire cosa effettivamente è, Campo Progressista ha aperto il tesseramento. E Merola si affretta a fare un gesto politico eclatante: iscriversi. Segnala così una qualche distanza dal PD ufficiale che per ora tollera questo comportamento “doppio”, ma che dovrebbe esserne preoccupato. Al momento, non è chiaro come finirà l’avventura un po’ velleitariamente intrapresa da Pisapia, con qualche abbraccio di troppo, qualche impuntatura, il suo rifiuto a essere leader e non solo coordinatore, la sua rinuncia preventiva a qualsiasi candidatura per il Parlamento. Dal canto suo, Merola dichiarò tempo fa che sarebbe andato dal notaio a ufficializzare che al termine del suo secondo mandato da sindaco non avrebbe cercato altre cariche (elettive?). Dobbiamo dedurne che la sua tessera di Campo Progressista non nasconda ambizioni politiche-parlamentari. Allora, quella tessera è soltanto un segnale di vicinanza politica, di sostegno a un’operazione di una sinistra più capace di frammentarsi che di ri-strutturarsi? Sta arrivando la prima stretta quando Pisapia dovrà decidere se ha raccolto abbastanza adesioni e risorse da presentare le liste del suo Campo per portarlo in Parlamento. Merola darà una mano alla ricerca di candidati/e all’altezza, magari addirittura facendo scouting à la Bersani fra i molti insoddisfatti nel PD bolognese e i molti preoccupati per le nomine alle quali i renziani non rinunceranno di sicuro? Poi verranno due passaggi ancor più delicati: la campagna elettorale e il voto. Per chi farà campagna elettorale o, semplicemente, si esprimerà il sindaco? A chi finirà per dare il suo voto? Il Partito Democratico ha palesemente molte difficoltà nell’elaborare una linea chiara e univoca nell’attuale situazione, ma potrà tollerare che uno dei suoi esponenti di vertice tenga i piedi in due staffe? A meno che Merola non pensi e non lavori per fare del PD qualcosa che riesca a inglobare i dissenzienti che si muovono nei suoi dintorni oppure che cerchi ambiziosamente di portare il PD bolognese tutto dentro il Campo Progressista, le sue due tessere sono l’annuncio di molta confusione sotto il cielo e a Palazzo d’Accursio.

Pubblicato il 22 novembre 2017

Quelle incerte traiettorie

Nessun paletto e nessuna abiura è la linea morbidamente dettata dal segretario Renzi alla Direzione del Partito Democratico. I toni meno cattivi e meno trionfali non intaccano minimamente la sostanza del discorso politico. Renzi non vuole cambiare le politiche da lui imposte quando era Presidente del Consiglio che, però, sono proprio una delle ragioni per le quali Sinistra Italiana si era rapidamente allontanata dal governo e il Movimento Democratico e Progressista ha fatto la scissione. Se non abiure, almeno l’indicazione chiara di quali correzioni di rotta il segretario avrebbe potuto darla. È rimasto nel vago mirando soprattutto a non antagonizzare le minoranze interne al suo partito. All’esterno, Renzi ha delineato una strategia che in altri tempi sarebbe stata chiamata pigliatutti: la formazione di una coalizione (un tempo parola e fenomeno da lui sdegnosamente respinti: è questa, oggi, un’abiura?) che va da MDP e da quel che c’è di Campo Progressista a quel che rimane, pochino pochino, di Scelta Civica più la non troppo in buona salute Alternativa Popolare di Angelino Alfano. Sulla porta restano i radicali e un embrionale raggruppamento pro-europeista. Insomma, anche a causa di una brutta legge elettorale che impone le coalizioni, Renzi disegna qualcosa che sembra soprattutto un cartello elettorale in grado di opporsi, di fare argine a quelli che lui definisce populismi. Ma non tutto quello che non ci piace può essere definito e esorcizzato come “populismo”.

Nel centro-destra fieramente populista, ma anche sovranista, è il leader della Lega Matteo Salvini e, forse, ma, in verità, poco, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, decisamente più sovranista che populista. Incredibilmente grande è la sottovalutazione del potenziale populismo che Berlusconi scatenerà, altro che “moderati”, al momento opportuno. Alla sinistra del PD, almeno per due terzi, dicono i sondaggi, sta il populismo “felicemente decrescente” a mio modo di vedere, del Movimento Cinque Stelle nel cui consenso politico-elettorale che non accenna a diminuire gioca moltissimo la protesta per le molte cose che non vanno in Italia. Lo schieramento suggerito da Renzi si avvicina moltissimo alla tanto deprecata Unione di Prodi che vinse molto risicatamente le elezioni del 2006, poi non riuscendo a tenere insieme le troppo variegate posizioni e preferenze cadde rovinosamente neppure due anni dopo. Apertamente, sia Prodi, l’Ulivista, sia Veltroni, il primo segretario del Partito Democratico, hanno manifestato forti perplessità sul futuro del partito guidato da Renzi, il primo chiamandosi fuori, il secondo lanciando un appello più sentimentale che nutrito da elementi politici. Naturalmente, il tentativo di trovare punti di convergenza e di accordo in quel che si trova a sinistra –dire che “si muove” mi parrebbe troppo lusinghiero– non finisce qui.

Inevitabilmente, ci sono personalismi che sembrano incompatibili e insuperabili. Ci sono prospettive di carriera, che, senza negare l’esistenza di convinzioni politiche, riguardano anche i presidenti delle due Camere, oltre che i molti parlamentari alla ricerca di quella ricandidatura che Renzi più di altri può garantire. Ci sono, infine, nodi programmatici irrisolti e priorità non dichiarate. Aspettare l’emergenza assoluta e trovare un accordo tecnico esclusivamente per non finire del baratro della sconfitta annunciata non è affatto una buona idea. A meno che, con una buona dose di cinismo, qualcuno nel PD pensi che, tutto sommato, il Partito non andrà così male e dovrà comunque essere preso in considerazione per formare il prossimo governo, da Berlusconi o chi per lui. La traiettoria da altezzoso partito a vocazione maggioritaria ad alleato subalterno dovrebbe turbare i sonni dei Democratici (e dei loro elettori). O no?

Pubblicato AGL il 14 novembre 2017

Le sinistre che odiano la leadership

Pisapia se n’è andato, forse, e, come ironizzano i social, ha lasciato sole (e viceversa) le altre piccole sparse membra della sinistra: il Movimento Democratico e Progressista, Possibile, Sinistra Italiana. Non posso scrivere “chi più ne ha più ne metta” poiché di organizzato, a sinistra, c’è ben poco d’altro. D’altronde, Pisapia aveva proposto un Campo (ancorché Progressista) non una modalità organizzativa quello che, invece, a mio parere giustamente, desiderano i politici di MDP. Prima il Campo oppure prima il Programma e, prima o poi, vista la dichiarata indisponibilità dello stesso Pisapia, il/un leader? Purtroppo per loro, le sinistre hanno sempre avuto delle idiosincrasie negative nei confronti della leadership. Infatti, l’avvento di Renzi, quanto sia leader si vedrà, ma certamente e fermamente ha voluto esserlo, ha scompaginato la sinistra. È proprio sulla leadership di Renzi che si è arenata l’operazione, peraltro già con molti elementi di ambiguità suoi propri, condotta da Pisapia.

È chiaro, ovvero dovrebbe esserlo, che non può esistere nessuna riaggregazione a sinistra che consideri nemico il più grande partito che si trova da quelle parti, il Partito Democratico, situato a cavallo fra sinistra e centro. Se Tomaso Montanari e Anna Falcone di Alleanza popolare per la democrazia e l’eguaglianza sostengono che il PD è una variante della destra italiana, non soltanto sbagliano, ma sicuramente faranno pochissima strada. Per Pisapia e per quasi tutti gli altri esponenti nella sinistra il PD è, giustamente, un interlocutore. Nessuna sinistra italiana sarà in grado di vincere (questo verbo quasi non ha senso) le elezioni contro il PD, senza il PD. Assodato che il PD debba essere un interlocutore delle sinistre, è, però, strutturalmente, anche un competitore. Tuttavia, il gioco elettorale non è necessariamente “a somma zero”, vale a dire che le sinistre guadagnano quello che il PD perde e viceversa se le sinistre vanno male questo farebbe automaticamente bene al PD. Il gioco è molto più complicato, a cominciare dal coinvolgimento o no degli astensionisti, non di tutto il grosso modo 25 per cento di quelli che non hanno votato nel 2013, ma almeno del 10-12 per cento che, con un’offerta programmatica, di leadership e di governo, sceglierebbero di tornare a votare. Vi si potrebbe aggiungere una parte di elettori che scelsero il Movimento Cinque Stelle nel 2013 e che non sono propriamente entusiasti delle prove nazionali e locali date dai suoi esponenti.

Anche se la politica non si dovrebbe fare con i risentimenti e con i rancori, è evidente che lo scoglio più grosso nei rapporti dentro e fra le sinistre è costituito dalla figura di Matteo Renzi, dalle sue esternazioni, amplificate dai suoi seguaci e dal suo prossimo eventuale ruolo. Dopo avere detto ripetutamente no alle coalizioni, Renzi le ha riscoperte di recente (bastava che guardasse oltre le Alpi e avrebbe visto che tutti i governi delle democrazie parlamentari sono coalizioni) e adesso dichiara la sua disponibilità. Le varie sinistre sanno che dovranno comunque fare una coalizione in parlamento (se ci entreranno) e che quella coalizione ha un unico alleato plausibile: il PD, a meno che qualcuno già pensi ad offrirsi come alleato del Movimento Cinque Stelle. Vantandosi di avere avuto due milioni di voti per la sua rielezione (in realtà, meno di due milioni furono i votanti e 1.257 mila i voti per Renzi), il segretario del PD non intende farsi da parte. Però, proprio questo è l’obiettivo delle sinistre, forse anche di Pisapia: non averlo come capo. Per non perdere altro tempo, c’è una soluzione: presentare le liste, fare campagna elettorale, contare i voti ai quali, grazie alla proporzionale, corrisponderanno i seggi e si vedrà se e chi andrà a guidare il governo. In sostanza, invece di scambiarsi insulti e indulgere in rancori, è giunta l’ora che le sinistre parlino con i cittadini e si organizzino sul territorio. Le sinistre liquide faranno certamente una brutta fine.

Pubblicato AGL il 10 ottobre 2017

Le sinistre sparpagliate non vincono

Mettere insieme le sparse membra delle sinistre, al plurale, è un po’ dappertutto (Francia e Spagna insegnano) operazione tanto ambiziosa, qualche volta velleitaria, e difficile quanto, se le sinistre vogliono vincere le elezioni (che non succede abbastanza spesso), necessaria. Negli anni settanta del secolo scorso, soprattutto i socialisti italiani furono affascinati dalla sinistra plurale che con ostinazione e furbizia François Mitterrand riuscì a costruire e che lo portò alla Presidenza della Repubblica. In Italia, oggi, si menziona talvolta, come grande riferimento positivo, l’esperienza, in verità, durata pochissimo tempo, dell’Ulivo. Non è un riferimento appropriato. Sdegnate, le vestali dell’Ulivo respingono l’idea che, neanche nel suo tentativo di diventare il Partito della Nazione, il Partito Democratico di Renzi, non disposto e incapace di aprirsi alla società, riesca a trasformarsi in un Ulivo. Invece, in un certo modo, la sinistra plurale francese fu un’anticipazione dell’Ulivo avendo saputo costruirsi, oltre che su un’aggregazione di partiti deboli, anche ascoltando e interagendo con preziosi rappresentanti della società civile, i clubs, e valorizzandone presenza e attività. Forse non guidato con polso fermo dagli inesperti prodiani e da un leader anche lui neofita, l’Ulivo, divenne rapidamente preda dei partiti e cadde per opera di un pezzo di sinistra, la Rifondazione Comunista guidata da Fausto Bertinotti.

La strada che, adesso, sembra perseguire l’ex-sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, curiosamente ex-deputato proprio di Rifondazione Comunista, dovrebbe condurre le sinistre in un “campo progressista” poi in grado di confrontarsi/trattare con il Partito Democratico. Nel migliore dei casi, quella strada è stata finora percorsa per meno della metà. Da un lato, il Partito Democratico sostiene fin troppo orgogliosamente che, comunque, a lui spetta la rappresentanza del centro-sinistra e che il tentativo di Pisapia dovrà prendere pienamente atto che senza il PD, le sinistre non vanno da nessuna parte. Dall’altro lato, Pisapia vuole dal PD discontinuità nelle politiche, in particolare quelle del lavoro e per i giovani, ma c’è chi vuole di più. Sostanzialmente, gli ex-PD di Art. 1 Movimento Democratico Progressista vogliono che la discontinuità investa anche il segretario del PD, Matteo Renzi, responsabile, come capo del governo, proprio di quelle politiche.

Inevitabilmente, la discussione, implicita ed esplicita, qualche volta fatta di troppe riserve e di improduttive impuntature, oscilla fra le politiche sulle quali trovare un accordo al fine di proporle in campagna elettorale e le personalità. Il quesito riguarda, almeno in parte, qualora Pisapia non voglia assumersi il ruolo di capo di tutto lo schieramento, la scelta del candidato alla carica di capo del governo. L’altra parte del quesito si riferisce alle candidature al Parlamento. Difficile tenere fuori dalle scelte figure come Bersani e il molto controverso D’Alema, ma se le politiche camminano sulle gambe degli uomini (e delle donne) è innegabile che le capacità dei due leader debbano essere tenute in grande conto –anche perché sicuramente superiori a quelle dei componenti del non tanto più magico giglio che avvolge Renzi. Saranno ancora settimane di alti e bassi nei rapporti sia fra Pisapia e le sinistre che lui desidera fare entrare nel Campo Progressista sia fra questo Campo in via di definizione, sperabilmente senza paletti e senza esclusioni, e il Partito Democratico. Le elezioni siciliane dell’inizio di novembre, per le quali le sinistre il PD non hanno ancora trovato nessun accordo, saranno scrutate attentamente per trarne lezioni, ma fin da subito mi pare di potere concludere che, senza una chiara e solida convergenza fra “la cosa” di Pisapia e il PD, le sinistre italiane e lo stesso PD avranno vita grama (e i loro elettori rimarranno tristemente insoddisfatti).

Pubblicato AGL il 18 settembre 2017

Sinistra: mettere paletti a un campo o aggiungere carri a una carovana?

Quando la sinistra è un “campo” ci sarà sempre qualcuno che vuole marcare i confini e mettere paletti. Qualcuno chiederà che ci sia un capo del campo. Si troverà anche qualcuno che spinge fuori i “sinistri” che dissentono perché hanno idee diverse. La sinistra deve essere, sempre, una carovana che accoglie nel suo cammino, lascia scendere, ma incoraggia chi vuole a “salire” sui suoi carri.