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Renzi sbaglia ad attaccare l’Europa

L’Unione Europea è, certamente, come afferma Renzi, non soltanto, ma anche “un’accozzaglia di regole”. Lo lamentano da tempo, magari con una più misurata scelta di parole, tutti governanti inglesi. L’Unione Europea è già, altrettanto certamente, come vorrebbe Renzi, un “faro di civiltà e di bellezza”. Lo hanno scritto, nelle motivazioni con le quali hanno conferito proprio all’UE il Premio Nobel per la Pace, i severi norvegesi, i quali, pure, hanno per due volte rifiutato, con apposito referendum, di entrare nell’Unione Europea. Dunque, Renzi non è originale né nelle critiche né nelle indicazioni di obiettivi. Naturalmente, l’Unione Europea continua ad avere molto da fare sia per diventare più snella nelle procedure e nelle regolamentazioni sia per mantenersi “faro di civiltà e di bellezza”, qualità, indirettamente riconosciutele anche dai milioni di migranti che rischiano la vita per approdarvi. Questo da fare può essere conseguito criticando aspramente e sommariamente la Commissione Europea, che è, da qualunque prospettiva la si guardi, il motore dell’Unione, oppure scontrandosi con la Germania della Cancelliera Merkel, che è il paese più potente dell’Unione e che è seguita e appoggiata con convinzione da più della metà degli Stati-membri? Dalle due risposte inevitabilmente negative discende la domandona che conta di più. Se il Presidente del Consiglio italiano vuole cambiare le regole europee, a cominciare da quella che lo vincola di più, vale a dire i criteri relativi alla flessibilità del bilancio, e spingere Angela Merkel a sostenere politiche diverse, le sue critiche frequenti, dure, al limite dell’offesa, come sono state interpretate e respinte dal Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, sono utili oppure controproducenti? Qui la risposta è facile. Quand’anche gli altri europei e persino lo stesso Juncker, candidato dei Popolari ed eletto alla sua carica da Popolari e Socialisti, non le ritenessero controproducenti, sono comunque inutili, quasi irrilevanti. E’ possibile anche interrogarsi sul perché Renzi abbia usato toni esagerati e parole offensive, rispondendo che la sua è stata una mossa astuta con obiettivi elettorali: togliere armi ai populisti italiani, da destra e da sinistra, anti-Euro/pa. E’ possibile anche affermare che, nella sua irruenza, Renzi ha non soltanto esagerato, ma semplicemente sbagliato. In Italia, forse, battere i pugni sul tavolo del governo e dire che la maggioranza andrà avanti perché ha i voti, qualche volta è decisivo. In Europa, per battere i pugni su qualsiasi tavolo, bisogna essere presenti accompagnando i pugni con proposte formulate in maniera credibile che siano convintamente sostenute da una coalizione di Stati-membri. Contrariamente a quel che sostiene Renzi (“prima di lui il diluvio”), i governi italiani che lo hanno preceduto non sono mai stati telecomandati da una non meglio precisata Europa. Hanno semplicemente dovuto seguire politiche di austerità e di conformità insieme a tutti gli altri Stati-membri, un po’ di più poiché spesso quei governi violavano regole e criteri il più importante dei quali continua ad essere il debito pubblico. L’Italia con il debito pubblico del 130 per cento rispetto al Prodotto Nazionale Lordo eccede il limite posto al 60 per cento e non sembra né incline a sforzarsi di rientrarvi né capace di farlo. Infine, l’Italia di Renzi non è finora stata capace di trovare alleati inclini a sostenere le sue posizioni né in materia di flessibilità né in materia di immigrazione. Alzare la voce, quand’anche lo si faccia dalla restaurata Reggia di Caserta o dall’Expo del successo non serve. Prima continua a essere imperativo fare proprio i famigerati compiti a casa, tutt’altro che finiti. Poi, con i quaderni in ordine il Presidente del Consiglio dovrebbe con molta pazienza e con qualche idea chiara e originale trovare alleati a Bruxelles. Alzare la voce non è mai stato il modo migliore per convincere qualcuno, meno che mai chi pensa, come la maggioranza dei capi di governo degli Stati-membri dell’Unione Europea, che gridare non conferisce nessuna credibilità aggiuntiva.
Pubblicato AGL 19 gennaio 2016

Il bicchiere mezzo pieno di Matteo

Il bicchiere da lui ricevuto da Enrico Letta nella gelida cerimonia di passaggio delle consegne il 22 febbraio 2014 era, ha fatto capire il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, sostanzialmente vuoto. Quel bicchiere, ha detto e ripetuto in maniera molto compiaciuta, non soltanto è mezzo pieno, ma va riempendosi, giorno dopo giorno, di contenuti, in Italia, in Europa, sullo scacchiere internazionale dove operano i soldati italiani. Esposte le cifre che, se non scaldano i cuori e non fanno parte dei sogni, ha detto Renzi con qualche volo pindarico, meritano di essere declinate e declamate per sconfiggere tutti quelli che dal Jobs Act all’Expo, dagli 80 Euro alla Buona Scuola, preconizzavano, “non ce la farete”, bisogna concentrarsi sulle sfide. In maniera estremamente puntigliosa, Renzi è andato all’attacco dell’Europa, in particolare della Commissione Europea e, più che della Cancelliera Merkel, della politica privilegiata della Germania. Ha rimproverato a entrambe, Commissione e Germania, un’interpretazione delle regole e della flessibilità alquanto squilibrata. Ha sostenuto che l’Italia sta facendo tutto quello che dovrebbe rispettando criteri e parametri. Non incalzato dai giornalisti, ha, da un lato, dimenticato di sottolineare il ruolo importante di Federica Mogherini, quale Alto Commissario per la politica estera dell’UE; dall’altro, non ha dovuto spiegare perché agli occhi di molti europei neppure l’Italia di Renzi risulti ancora davvero affidabile. Eppure, non esiste nessun tappeto sotto il quale è possibile nascondere il macigno dell’immenso debito pubblico italiano che il suo governo non ha ridotto e neppure significativamente aggredito.

Nella puntigliosa e opportuna rivendicazione delle riforme fatte, per alcune delle quali ha promesso una rapida emanazione dei decreti attuativi, Renzi ha dato grande spazio alla ridefinizione del Senato più che alla riforma elettorale (che sta trovando molti inaspettati, non necessariamente tecnicamente preparati, sostenitori, sulle pagine di alcuni grandi quotidiani nazionali). Ha anche preannunciato che le riforme saranno consacrate da un referendum costituzionale, in verità praticamente un plebiscito sulla sua persona, che, nel caso di una sconfitta, segnerebbe la fine della sua carriera politica. Comunque, ha assicurato, questa carriera terminerà dopo il secondo mandato da Presidente del Consiglio. Ci sarà per lui altro, non specificato, da fare. Quanto al rischio che per il segretario del Partito Democratico comporteranno le elezioni amministrative, in particolare in alcune grandi città: Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna, Renzi se l’è cavata alla grande, rivalutando in toto il ruolo delle primarie che da lui e da qualcuno del suo entourage sembrava messo in forte discussione. Insomma, il segretario del PD consegna quella che potrebbe diventare una patata bollentissima agli elettori delle primarie e ai candidati. Il governo viene così tenuto al riparo da eventuali incidenti di percorso resi possibili dall’inadeguato controllo sul partito che Renzi non ha saputo finora acquisire.

Sullo sfondo si staglia il protagonista probabile di “incidenti” elettorali vari: il Movimento Cinque Stelle, l’unico concorrente più volte menzionato in forma pesantemente, ma in taluni casi giustificatamente, critica. Eppure, le Cinque Stelle si sono anche rivelate interlocutrici parlamentari in grado di sbloccare situazioni ingarbugliate come quella dell’elezione dei giudici costituzionali. A fronte del disfacimento di quella che fu l’ampia area del berlusconismo sociale, culturale, elettorale e parlamentare, soltanto le Cinque Stelle potrebbero mettersi di traverso e ostacolare il cammino disegnato da Renzi con toni quasi trionfalistici. Giustamente, nella conferenza stampa il Presidente del Consiglio ha fatto prevalere il compiacimento su qualsiasi preoccupazione. Con non poche buone ragioni che anche i gufi sanno vedere e che toccherà al 2016 sottoporre a verifica. Cin cin.

Pubblicato AGL il 30 dicembre 2015

Parole e opere di Matteo Renzi. I voti di Gianfranco Pasquino

formiche

Intervista raccolta da Francesco De Palo per Formiche.net 1 settembre 2014

Promesse, riforme, dossier europei e modus operandi: i voti a Matteo Renzi premier stilati dal prof. Gianfranco Pasquino, politologo ed editorialista.

Matteo Renzi: un uomo solo al comando, così come osservato da queste colonne dal prof. Lippolis, è così?

Certamente è solo ma non sarà l’ultimo. Gioco-forza deve avere un circolo di consiglieri ristretti. Per il resto si priva del rapporto di altre persone che spesse volte potrebbero sostenerlo maggiormente in scelte e decisioni. Il motivo? Immagino per una visione partitica alterata, visti e considerati i risultati abnormi ottenuti dal Pd alle europee che nessuno sa se potranno essere replicare alle politiche.

Aveva promesso una riforma al mese. Troppo ottimismo?

La riforma del Senato non è ancora completata, ha sì mandato la Mogherini in Europa sperando che difenda l’italianità, ma dovrà dimostrare sul campo di essere un buon ministro degli esteri europeo.

Dalla riforma della giustizia civile alla velocizzazione delle opere pubbliche, passando per Tap e dossier energia: sembra una tabella di marcia di un governo di centrodestra?

Certamente si tratta di questioni nazionali. La riforma della giustizia deve essere fatta per tutti noi: modificando la giustizia civile si crea un vantaggio in particolare anche per gli investitori stranieri. Non dimentichiamo che siamo un Paese che, da tempo, non fa le cose che dovrebbe fare come il gasdotto Tap che è essenziale.

Gli 80 euro come una mera esca elettorale e la mancata riforma del mercato del lavoro: due errori blu (come osservato da Stefano Cingolani su Formiche.net) che Bruxelles potrebbe imputare a Renzi?

Il primo probabilmente no. Gli 80 euro potevano essere tranquillamente concessi, anche se è evidente che non hanno funzionato così come osservano gli economisti più avveduti: contano moltissimo le aspettative. Circa il mercato del lavoro credo che l’errore sia non parlarne esattamente, non presentare un progetto articolato e chiaro. Bisognerebbe dire che un mercato del lavoro più flessibile avvantaggerebbe molto di più coloro chi è senza occupazione.

Non c’è la volontà di andare fino in fondo?

Da questo punto di vista Renzi dovrebbe smetterla di fare la tipica melina e piuttosto prendere a paradigma le proposte di chi se ne intende, come Pietro Ichino, per riformare il mercato del lavoro.

Lo “Sblocca Italia” prevede l’abrogazione della competenza concorrente nel campo energetico: una buona notizia per le industrie estrattive?

Probabilmente sì, ma rientrano in quelle tecniche comunicative di cui abbiamo detto. Per cui bisogna attendere che il tutto arrivi al vaglio del Parlamento.

L’Italia è in recessione: basteranno le promesse dei mille giorni per raddrizzare la barra?

Il Paese ha bisogno di un rilancio, quindi intendo crescita e sviluppo. Contrariamente sarebbe un fallimento. Vorrei ricordare a tutti che la promessa di Renzi era di fare una riforma al mese e fino ad oggi non ne abbiamo vista neanche una compiuta. Ecco perché, da questo momento in poi, mi aspetto che ne siano portate a termine quattro o cinque, basilari, per caratterizzare il governo e, a maggior ragione, un governo di centrosinistra.

Il discorso di Mario Draghi al vertice di Jackson Hole, con la polemica della telefonata con la cancelliera Merkel, che segnale è?

Aspettarsi che la Bce risolva i problemi di cento Paesi mi sembra eccessivo. Dopo di che, credo sia giusto riporre molte aspettative in Draghi, in quanto uomo di grande competenza e capacità. E’ la ragione per cui va posta molta attenzione quando Draghi segnala dei problemi, così come fatto a Jackson Hole, che dovranno poi essere assorbiti da Berlino. In generale tendiamo a pensare che la Cancelliera Merkel rappresenti la faccia e le istanze di una molteplicità di Stati come quelli nord europei (Svezia e Finlandia), ma questa volta penso che abbia esagerato in quanto sembra pensi solo agli interessi tedeschi piuttosto che rilanciare l’economia continentale. Ricordiamo che anche la Germania presenta numeri non incoraggianti sulla crescita, quindi quel contatto telefonico fra Draghi e la Merkel credo sia un complimento per il nostro governatore.

twitter@FDepalo

A Bruxelles per contare di più

Agli italiani le elezioni per il Parlamento europeo sembrano interessare molto poco. I dirigenti dei partiti e i loro candidati, fra un insulto e un’offesa, hanno fatto poco per informare gli elettori su quanto utile per l’Italia è l’Unione Europea e su quanto importante è mandare al Parlamento europeo chi crede nell’Unione e chi ha le competenze per fare un buon lavoro. Agli Europei, invece, in particolare alla Cancelliera Merkel, come andranno le elezioni in Italia interessa, eccome. Infatti, molti europei, quelli che contano in politica e in economia, desiderano che in Italia ci sia un governo stabile, magari capace di riforme, e affidabile negli impegni che prende. Preferiscono che chi va nel Parlamento europeo intenda non soltanto, com’è giusto, proteggere e promuovere gli interessi italiani, ma che lo faccia convincendo il governo italiano che bisogna adempiere alle direttive europee per avere il potere di chiedere cambiamenti nelle politiche economiche e sociali.
I partiti italiani hanno molte poste in gioco in queste elezioni, non tutte particolarmente significative a livello europeo. Matteo Renzi ha la necessità di potenziare la sua leadership sia del PD sia del governo con un risultato che lo legittimi. Queste sono le prime elezioni che chiamano in causa tutto l’elettorato e Renzi ha due speranze. La prima è che il voto per il Partito Democratico superi il 30 per cento. La seconda è che il vantaggio del PD sul Movimento Cinque Stelle sia di almeno cinque punti percentuali. Grillo ha già annunciato il suo proprio successo (s)misurato sul sorpasso del PD che porterebbe, secondo lui, alla crisi di governo e anche alla defenestrazione del Presidente della Repubblica. Tuttavia, la sua scelta di andare del salotto di Vespa segnala che non sentiva il successo già acquisito e percepisce qualche difficoltà da superare con la teletrasmissione della sua tracotanza. Mai decollata, la campagna di Berlusconi è stata tutta sulla difensiva: parare i danni. Il più grosso, oramai molto probabile, dei danni, consiste nel non superare il 20 per cento di voti. Trovarsi sotto il 18 per cento potrebbe accelerare il ricambio familiare, dinastico della leadership con la chiamata in campo della figlia Marina. L’insuccesso renderebbe difficile un accordo da posizioni di forza con l’ex-delfino Alfano. Dal canto suo, il leader del Nuovo Centro Destra è impegnatissimo a spingere il suo partito, che si misura anche lui per la prima volta in elezioni a livello nazionale, oltre il 4 per cento, fino al 6-8.
Qui subentrano gli europei, ovvero i popolari europei che hanno dimostrato di volere tenere lontano Berlusconi i cui voti, però, servono al loro candidato alla carica di Presidente della Commissione. I popolari si augurano che i molti voti persi da Berlusconi vadano sulle liste di Alfano. Per gli altri concorrenti, l’obiettivo è semplicemente superare la soglia del 4 per cento e mandare qualche candidato al Parlamento Europeo. La Lega è persino “scesa” nel Meridione a cercare i voti, una volta snobbati, degli anti-Euro. Scelta Europea spera controcorrente che un elettorato di sentimenti europeisti declinanti premi la sua coerenza. Fratelli d’Italia vorrebbe portare a Bruxelles il suoi spirito nazionalista. La lista Tsipras, troppo occasionale e poco competitiva, ha l’ambizioso scopo di cambiare verso all’Europa. La verità, che vale per tutti, è che l’Unione Europea cambierà gradualmente direzione economica e politica soltanto quando i tre grandi gruppi nel Parlamento Europeo, al momento, Popolari, Socialisti, Liberal-Democratici, raggiungeranno un accordo complessivo per fare una serie di piccole, graduali, ma significative riforme sia sulla distribuzione del potere fra le istituzioni: Consiglio, Commissione, Parlamento, sia sull’equilibrio fra politiche di austerità e politiche di crescita.
Chi si chiama fuori non votando o scegliendo candidati e partiti euroscettici e populisti non conterà per niente. Gli eletti dei partiti che pensano che l’Unione Europea è il luogo del nostro destino, non soltanto per stare insieme, ma per cambiare, avranno un grande lavoro da fare.

Pubblicato AGL 25 maggio 2014