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Le sinistre che odiano la leadership

Pisapia se n’è andato, forse, e, come ironizzano i social, ha lasciato sole (e viceversa) le altre piccole sparse membra della sinistra: il Movimento Democratico e Progressista, Possibile, Sinistra Italiana. Non posso scrivere “chi più ne ha più ne metta” poiché di organizzato, a sinistra, c’è ben poco d’altro. D’altronde, Pisapia aveva proposto un Campo (ancorché Progressista) non una modalità organizzativa quello che, invece, a mio parere giustamente, desiderano i politici di MDP. Prima il Campo oppure prima il Programma e, prima o poi, vista la dichiarata indisponibilità dello stesso Pisapia, il/un leader? Purtroppo per loro, le sinistre hanno sempre avuto delle idiosincrasie negative nei confronti della leadership. Infatti, l’avvento di Renzi, quanto sia leader si vedrà, ma certamente e fermamente ha voluto esserlo, ha scompaginato la sinistra. È proprio sulla leadership di Renzi che si è arenata l’operazione, peraltro già con molti elementi di ambiguità suoi propri, condotta da Pisapia.

È chiaro, ovvero dovrebbe esserlo, che non può esistere nessuna riaggregazione a sinistra che consideri nemico il più grande partito che si trova da quelle parti, il Partito Democratico, situato a cavallo fra sinistra e centro. Se Tomaso Montanari e Anna Falcone di Alleanza popolare per la democrazia e l’eguaglianza sostengono che il PD è una variante della destra italiana, non soltanto sbagliano, ma sicuramente faranno pochissima strada. Per Pisapia e per quasi tutti gli altri esponenti nella sinistra il PD è, giustamente, un interlocutore. Nessuna sinistra italiana sarà in grado di vincere (questo verbo quasi non ha senso) le elezioni contro il PD, senza il PD. Assodato che il PD debba essere un interlocutore delle sinistre, è, però, strutturalmente, anche un competitore. Tuttavia, il gioco elettorale non è necessariamente “a somma zero”, vale a dire che le sinistre guadagnano quello che il PD perde e viceversa se le sinistre vanno male questo farebbe automaticamente bene al PD. Il gioco è molto più complicato, a cominciare dal coinvolgimento o no degli astensionisti, non di tutto il grosso modo 25 per cento di quelli che non hanno votato nel 2013, ma almeno del 10-12 per cento che, con un’offerta programmatica, di leadership e di governo, sceglierebbero di tornare a votare. Vi si potrebbe aggiungere una parte di elettori che scelsero il Movimento Cinque Stelle nel 2013 e che non sono propriamente entusiasti delle prove nazionali e locali date dai suoi esponenti.

Anche se la politica non si dovrebbe fare con i risentimenti e con i rancori, è evidente che lo scoglio più grosso nei rapporti dentro e fra le sinistre è costituito dalla figura di Matteo Renzi, dalle sue esternazioni, amplificate dai suoi seguaci e dal suo prossimo eventuale ruolo. Dopo avere detto ripetutamente no alle coalizioni, Renzi le ha riscoperte di recente (bastava che guardasse oltre le Alpi e avrebbe visto che tutti i governi delle democrazie parlamentari sono coalizioni) e adesso dichiara la sua disponibilità. Le varie sinistre sanno che dovranno comunque fare una coalizione in parlamento (se ci entreranno) e che quella coalizione ha un unico alleato plausibile: il PD, a meno che qualcuno già pensi ad offrirsi come alleato del Movimento Cinque Stelle. Vantandosi di avere avuto due milioni di voti per la sua rielezione (in realtà, meno di due milioni furono i votanti e 1.257 mila i voti per Renzi), il segretario del PD non intende farsi da parte. Però, proprio questo è l’obiettivo delle sinistre, forse anche di Pisapia: non averlo come capo. Per non perdere altro tempo, c’è una soluzione: presentare le liste, fare campagna elettorale, contare i voti ai quali, grazie alla proporzionale, corrisponderanno i seggi e si vedrà se e chi andrà a guidare il governo. In sostanza, invece di scambiarsi insulti e indulgere in rancori, è giunta l’ora che le sinistre parlino con i cittadini e si organizzino sul territorio. Le sinistre liquide faranno certamente una brutta fine.

Pubblicato AGL il 10 ottobre 2017

Il modello tedesco e la buona proporzionale #LeggeElettorale

Per tre volte, 2006, 2008, 2013, gli italiani hanno votato con una legge elettorale proporzionale (Porcellum) con premio di maggioranza. Il (tre quarti) maggioritario fu il Mattarellum con il quale pure gli italiani votarono tre volte: 1994, 1996, 2001. L’Italicum era un Porcellum con qualche variazione: non tutti i parlamentari sarebbero stati nominati dai capipartito/capicorrente; possibilità di “solo” dieci candidature multiple; premio di maggioranza al partito che avesse ottenuto il 40% più uno dei voti oppure che avesse vinto il ballottaggio. Sostenere con allarmismo che l’Italia è tornata/tornerà alla proporzionale non solo è sbagliato, ma contiene anche una critica preventiva alle leggi elettorali proporzionali che è assolutamente fuori luogo. Lasciando da parte coloro che, dopo averne a lungo elogiato e proposto il sistema elettorale spagnolo, chiaramente proporzionale, oggi paventano l’esito spagnolo, tutte le democrazie dell’Europa occidentale, meno la Gran Bretagna e la Francia, usano da più di un secolo leggi elettorali proporzionali (la Germania, un esempio di ottima proporzionale, da quasi settant’anni). Allora, invece di piangere sul perduto premio di maggioranza, sarebbe molto meglio cominciare a dire alto e forte che non debbono essere ammesse le pluricandidature, che non debbono esistere parlamentari orwellianamente più eguali degli altri, vale a dire nominati, che è giusto avere una soglia di accesso alla rappresentanza parlamentare che scoraggi e impedisca la frammentazione dei partiti.

Dopodiché, ma mi rendo conto che è chiedere molto a dirigenti di partito che ragionano quasi esclusivamente con riferimento agli interessi di breve periodo del loro partito e, spesso, del loro potere personale, si può procedere in tempi rapidissimi a due operazioni alternative. Fare rivivere il Mattarellum ricordando a tutti (potrebbe farlo, accompagnandolo con una modica dose di moral suasion, lo stesso Presidente della Repubblica, persona informata dei fatti) che il Mattarellum non dava in partenza vantaggi a nessuno, premiava la formazione preelettorale di coalizioni che si candidavano a governare, consentì l’alternanza decisa dagli elettori. Con qualche ritocco, il Mattarellum è tuttora una buona legge elettorale, comprensibile da tutti, facilmente attuabile. L’alternativa, per chi non vuole l’ottimo sistema maggioritario a doppio turno francese (peccato che non ci sia mai stato un vero e approfondito confronto sul sistema francese che avrebbe anche il merito di scompaginare le carte e di accrescere la competitività) non può che essere il sistema tedesco, che si chiama “proporzionale personalizzata” nella sua integrità, senza furbesche manipolazioni.

Sfido chiunque a trovare nel sistema tedesco tutti gli inconvenienti di frammentazione, instabilità, difficoltà di formazione dei governi (le Grandi Coalizioni sono il prodotto di scelte politiche, non dei meccanismi elettorali) che paventano gli allarmatissimi anti-proporzionalisti (in verità, essenzialmente “premiatisti” che solamente, ma fortemente vogliono un premio di maggioranza, distorsivo della proporzionalità). Qualcuno che si chieda se all’affermarsi come sistema politico stabile e efficiente, rappresentativo e governato/governabile il sistema elettorale non abbia dato un contributo corposo, quasi decisivo? Spero che non si voglia lasciare ai posteri la nient’affatto ardua sentenza.

Pubblicato il 24 agosto 2017

Il populismo nei giochi di coalizione

Nelle elezioni amministrative succedono molte cose che non necessariamente si ripeteranno nelle elezioni politiche. Però, qualche lezione se ne può trarne in maniera piuttosto chiara. Le propongo in un ordine d’importanza diverso da quello delle prime analisi, spesso influenzate da pregiudizi e tese a definire la situazione in modo favorevole a una specifica parte politica. Prima lezione, sia il sistema elettorale per l’elezione dei sindaci sia, più in generale, la politica delle democrazie, anche locali, spingono verso la formazione di coalizioni. Smentendo affermazioni propagandistiche campate in aria, questo voto amministrativo dice che le coalizioni sono il modo preferibile di fare politica. Un buon leader, ma Berlusconi dovrebbe ricordarsi del suo esordio vincente nel 1994, quando costruì due coalizioni, smussa le differenze, raggiunge accordi, unifica posizioni. Chi sa costruire coalizioni in modo adeguato a sostegno di una candidatura decente viene giustamente premiato dall’elettorato (in Italia e altrove). Dunque, non è corretto sostenere che è “tornato” il centro-destra. Esiste un elettorato di centro-destra al quale, in molti contesti, Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia hanno fatto una buona offerta di rappresentanza e di governo delle città, risultandone premiati. Se troveranno un accordo simile a livello nazionale, più difficile a causa delle posizioni sovraniste della Lega e di Fratelli d’Italia e del conflitto sulla leadership, il centro-destra sarà competitivo con qualsiasi sistema elettorale. Anche il Partito Democratico, nonostante l’idiosincrasia altalenante del suo segretario, ha variamente costruito coalizioni persino con gli scissionisti pure, spesso, definiti “traditori” dai collaboratori più stretti di Renzi. Dopo il voto e in vista del ballottaggio, quegli stessi collaboratori aggiungono buffamente che il PD si alleerà con i movimenti civici di sinistra, ma anche con quelli di centro. Insomma, alcuni piddini stanno ancora sulla prospettiva del Partito della Nazione. Anche nel loro caso, però, dovrebbe valere la lezione che le coalizioni bisogna cercarle e saperle fare non solo per motivi elettorali.

Il primo turno delle elezioni amministrative ha uno sconfitto sicuro: Beppe Grillo, forse due: Luigi Di Maio. Non è soltanto che gli elettori di Genova, come tutti sanno la città di Grillo, gli hanno risposto che no, non si fidano di lui e del cambio in corsa della candidata che aveva vinto le primarie (una violazione della democrazia sotto tutte le latitudini), ma anche che coloro che Grillo aveva spinto fuori dal Movimento, come il sindaco di Parma (ben piazzato per il ballottaggio) e il sindaco di Comacchio (che ha già rivinto la carica), hanno dimostrato di non avere bisogno di lui (né di Di Maio). Per chi guida un Movimento verticistico questa è più che una sconfitta elettorale. È una sconfessione abbastanza plateale. Tuttavia, le liste del Movimento nel loro insieme non vanno malissimo. Anzi, le elezioni amministrative sono state una buona occasione per continuare il radicamento sul territorio. Il resto l’hanno fatto, in maniera evidentemente non convincente, le candidature.

Gli elettori erano perfettamente consapevoli che stavano votando il potenziale sindaco e che centro-destra e centro-sinistra offrivano alternative talvolta sperimentate e credibili. Qui si apre il problema del reclutamento delle Cinque Stelle per risolvere il quale non potrà bastare un pugno di votanti come quelli che si sono espressi nelle apposite consultazioni. Tuttavia, fanno male i commentatori che scrivono che ha perso il populismo. Tanto per cominciare quello di Salvini, accompagnato dalla presenza sul territorio, è vivo e vegeto e, in secondo luogo, il consenso per le Cinque Stelle a livello nazionale proviene più che da toni e stile populisti, dalla critica dei politici e del loro modo di fare politica. È uno zoccolo che i non buoni risultati nelle elezioni amministrative sfiorano, ma non scalfiscono. Il resto ce lo diranno fra due settimane, con la forza del loro voto, che sanno usare in maniera efficace, gli elettori dei ballottaggi.

Pubblicato AGL 13 giugno 2017

“Rassegnatevi, i governi li fa il Parlamento”

Intervista raccolta da Luca De Carolis

Il risultato in Gran Bretagna conferma che le maggioranze di governo le formano i parlamenti, non il voto. Avviene così in tutte le democrazie parlamentari occidentali. Dovrebbero saperlo, quelli che volevano l’Italicum …”. Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, risponde da un aeroporto estero. E infila la battuta:”Certo che da voi in Italia non succede nulla…”.

Partiamo da Oltremanica: neanche con il loro sistema maggioritario si hanno garanzie certe.

Ma non è certo una sorpresa, lì funziona così da oltre cento anni. Quello britannico è un sistema maggioritario a turno unico con collegi uninominali, il cosiddetto first past the post: ossia, quello che rende un voto in più ottiene il seggio. Poi però per la maggioranza servono accordi. D’altronde Theresa May ha sostituito Cameron come premier in base a intese in Parlamento.

La traduzione è che la legge elettorale perfetta non esiste?

Non può esistere. Ma il bello della politica è questo, la capacità di fare coalizioni.

Il maggioritario è comunque meglio del proporzionale?

Le più antiche democrazie del mondo usano il maggioritario, dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti. E 900 milioni di indiani votano così.

Tutti Paesi dove sono passati gli inglesi, che ora dovranno tenersi una May fragile.

Prima delle elezioni il suo bicchiere era piuttosto pieno: ora invece è vuoto per lo più a metà.

Anche per colpa del sistema elettorale, lo ammetta: con un premio di maggioranza sarebbe più forte.

Per vincere bisogna prendere i voti. E poi bisogna costruire maggioranze.

In Italia le Camere non riescono a varare neanche una legge elettorale. Perché?

Semplice, non ne sono capaci. Ma dovrebbero ricordarsi che i collegi uninominali sono previsti in tutti I maggiori Paesi, comprese Germania e Francia. E servirebbero anche a noi: per tornare a partecipare, i cittadini chiedono un volto e un corpo da votare, una persona che spieghi cosa fa e perché.

Nel Tedeschellum erano previsti, seppure in maniera minoritaria rispetto alla quota proporzionale.

Se volessero davvero riprovare ad adottare il sistema tedesco, dovrebbero prenderlo così com’è: ovvero con il voto disgiunto.

Difficile, non crede?

Anche secondo me.

E allora che si fa?

La soluzione può essere quella di leggere bene le sentenze della Consulta e di capirle, per ricavarne una legge elettorale.

Attualmente di leggi ce ne sono due, il Legalicum, frutto della sentenza che ha demolito l’Italicum, e il Consultellum, che riscrisse il Porcellum.

Vanno armonizzate, innanzitutto uniformando le soglie di sbarramento. Non vedo altre alternative, ad oggi.

E il voto anticipato?

Sono assolutamente contrario. Del resto il grande errore di Matteo Renzi è stato proprio quello di legarlo all’approvazione della legge elettorale.

Perché ha stimolato il franchi tiratori nel PD?

È evidente. Anche se il grande franco tiratore è stato Giorgio Napolitano.

Quattro giorni fa li aveva avvisati con quell’attacco alle urne anticipate e alla legge (“patto abnorme”)?

Diciamo che la sua cultura politica è molto superiore a quella di Renzi e di Rosato.

Pubblicata il 10 giugno 2017

Premiato chi ha giocato in nome dell’Europa

Prima di buttarsi a capofitto nei paragoni sbagliati Francia-Italia, che denotano un misto di ignoranza e malafede, è opportuno mettere in evidenza gli insegnamenti importanti dell’elezione presidenziale francese. Al ballottaggio ha vinto il candidato che ha fatto dell’Europa, così com’è, ma anche come vorrebbe che fosse, il cuore della sua campagna elettorale e del suo messaggio politico. In maniera persino commovente il suo discorso della vittoria di fronte al Louvres è stato accompagnato dalle note dell’Inno alla Gioia della Nona Sinfonia di Beethoven che è anche l’Inno ufficiale dell’Europa. Il 66 per cento dei francesi hanno segnalato con il voto che credono che il loro futuro migliore si costruirà dentro l’Unione Europea e che Emmanuel Macron è l’uomo più credibile per rappresentare le loro preferenze, i loro interessi e i loro ideali a Bruxelles. Fino ad ora, sulla scena politico-elettorale europea non s’era visto nulla di tanto esplicitamente e coerentemente europeista. Anzi, i candidati a cariche elettive usa(va)no abitualmente l’Europa come capro espiatorio di quello che non va nel loro paese oppure come alibi delle riforme che dovrebbero fare se rispettassero gli impegni presi a Bruxelles. Altrove, ad esempio, in Italia, l’Europa è identificata con gli Eurocrati, i Burocrati e i Tecnocrati che applicano regole senza pietà e non conoscono le condizioni di vita degli europei. Quasi tutti quegli Eurocrati, se parliamo dei Commissari, sono stati capi di governo e ministri dei loro paesi, avendo vinto e governato. Con loro e con gli altri capi di governo, il Presidente Macron sarà in grado di utilizzare la carta del grande consenso elettorale ottenuto e della sua personale credibilità, diversamente da chi, criticando e non adempiendo agli impegni presi, si aliena qualsiasi potenziale alleato.

Il ballottaggio francese, che non ha nulla a che vedere con il ballottaggio previsto nell’ormai defunto Italicum, è servito, non a dare un cospicuo premio in seggi a un partito, ma a eleggere il Presidente. In quel ballottaggio, a sostegno dei due candidati si sono schierati anche i partiti i cui candidati erano stati sconfitti al primo turno, mentre le coalizioni erano/sono vietate nell’Italicum. È molto probabile che quelle coalizioni si riproducano nei collegi uninominali per le elezioni legislative. Non ci saranno pluricandidature e, naturalmente, neppure candidati privilegiati. Ciascuno e tutti dovranno conquistarsi i voti offrendo sia rappresentanza al collegio sia sostegno alla maggioranza di governo o all’opposizione. Il sistema maggioritario a doppio turno nei collegi uninominali garantisce competizione politica e avvicina la politica agli elettori e viceversa. Chi non vuole un sistema elettorale proporzionale (e l’Italicum è proporzionale, peggiorato dal premio di maggioranza) sa dove guardare.

Il Presidente Macron non può fare affidamento su un partito, ma su migliaia di entusiasti sostenitori e su molti parlamentari uscenti, specialmente del Parti Socialiste, che potranno essere ottimi candidati nei collegi uninominali. D’altronde, neanche in Francia mancano coloro che, come scrisse memorabilmente Ennio Flaiano, corrono in soccorso del vincitore. È un bene che sia così poiché al vincitore toccherà anche l’arduo compito di operare per la ristrutturazione del sistema dei partiti francesi. No, la destra e la sinistra non sono scomparse. Marine Le Pen non è principalmente una populista. Rappresenta la destra nazionalista francese che ha una lunga, non sempre onorevole, storia. I gollisti debbono la loro crisi, non mortale, alla cattiva selezione del candidato Fillon e alla sua mediocrissima campagna elettorale. È la sinistra francese il luogo della divisione e della conseguente debolezza politica. Forse sul territorio, nei collegi uninominali si formeranno utili alleanze di centro-sinistra. Dall’Eliseo Macron avrà modo di inviare consigli e aiuti. Nel frattempo, che tutti imparino che la politica in Francia ha dimostrato che né la Brexit né il trumpismo possono fermare chi predica e agisce in nome della libertà e dell’Europa.

Pubblicato AGL il 9 maggio 2017

Mattarellum: si dovrebbe ripartire da lì

Archiviato, non del tutto, il referendum costituzionale con una netta vittoria del No, una delle conseguenze immediate è che è imperativo fare la legge elettorale del Senato. Inoltre, poiché è molto probabile che la Consulta avanzerà serissime riserve e formulerà indicazioni precise relativamente all’Italicum (già dato per morto e sepolto da coloro che lo hanno elaborato e esaltato), dirigenti di partito, giuristi e politologi di riferimento (spesso gli stessi responsabili dell’Italicum) insieme ai parlamentari hanno ripreso la danza tribale intorno al sistema elettorale più bello del mondo. In verità, il primo candidato, abbastanza autorevole dato il suo non del tutto disprezzabile passato, è il Mattarellum. Come suggerisce il nome, è la legge elettorale di cui fu relatore Sergio Mattarella, allora, 1993, deputato dei Popolari. Mentre per il Senato quel che rimaneva dei partiti italiani, travolti da Mani Pulite, decisero di tradurre sostanzialmente l’esito del referendum che aveva quasi del tutto cancellato la precedente legge proporzionale, alla Camera dei deputati, presieduta da Giorgio Napolitano, cercarono di contenere gli effetti maggioritari del referendum. Non lo fecero in maniera particolarmente efficace introducendo una seconda scheda di recupero proporzionale con lista dei candidati bloccata che consentì la presenza delle cosiddette liste civetta per evitare il cosiddetto scorporo dei voti già utilizzati per vincere il seggio nei collegi uninominali.

La semplice descrizione di un sistema che eleggeva tre quarti dei parlamentari in collegi uninominali e un quarto con il cosiddetto recupero proporzionale rivela qualche complessità di troppo. Il pregio maggiore del Mattarellum fu che, imponendo la formazione di coalizioni pre-elettorali (operazione nella quale Berlusconi fu bravissimo, mentre i Popolari si condannarono all’estinzione), diede vita al bipolarismo e, di conseguenza, all’alternanza. Nel 2005 il centro-destra, mai abbastanza capace di trovare candidature attraenti peri collegi uninominali, sostituì il Mattarellum con una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza, detta Porcellum, predecessore immediato dell’Italicum che, dunque, non è affatto maggioritario.

Comprensibile è che Berlusconi, data la debolezza attuale di Forza Italia, desideri una legge proporzionale, ma di leggi elettorali proporzionali ne esistono numerose varianti la migliore della quali è quella tedesca. Curioso, invece, che chi aveva collaborato all’Italicum e lo aveva sostenuto a spada tratta oggi dica che l’idea di Renzi di tornare al Mattarellum è “ottima”. Però, da un lato, quell’idea non è solo di Renzi che, casomai ci è arrivato tardivamente; dall’altro, una riesumazione del Mattarellum senza alcune modifiche non sarebbe del tutto positiva. Comunque, sono già molti coloro che respingono il Mattarellum sostenendo che, nel migliore dei casi, funzionerebbe in un sistema partitico bipolare, ma non è adeguato all’attuale tripolarismo italiano. È un’obiezione sbagliata poiché quando il Mattarellum fu introdotto non c’era affatto il bipolarismo in Italia. Berlusconi non aveva neppure ancora manifestato la sua intenzione di “scendere in campo”. Grazie ai collegi uninominali e alla formazione, voluta e ottenuta da Berlusconi, di un polo bifronte (al Nord e al Centro-Sud) di centro-destra, il Mattarellum diede il suo potente contributo a una competizione bipolare la cui necessità e dinamica il centro-sinistra comprese e praticò soltanto quando nel 1996 seppe costruire l’Ulivo.

Non importa se il sistema partitico italiano è attualmente tripolare, anche se il polo di centro-destra al momento pare quasi inesistente. I collegi uninominali sarebbero sufficientemente costrittivi da imporre una competizione bipolare, mentre il recupero proporzionale darebbe rappresentanza parlamentare a chi non sa e non vuole trovare alleati e formare coalizioni pre-elettorali. Insomma, il Mattarellum semplificato e snellito, facilmente comprensibile dagli elettori nei suoi effetti, è il sistema che chi vuole andare presto alle urne dovrebbe preferire. Tutto il resto, che, peraltro, è già cominciato, appare come un polverone déjà vu che rischia di produrre un’altra legge che favorisce alcuni partiti e che non conferisce potere agli elettori.

Pubblicato AGL il 23 dicembre 2016

Ma i collegi sono una bella riscoperta

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Intervista raccolta da Monica Rubino

ROMAI collegi uninominali? Quelli sì che sono una buona modifica“. Per Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza della politica all’Università di Bologna, è questo il merito principale della proposta di riforma della legge elettorale avanzata dal Pd.

I collegi uninominali al posto delle liste bloccate quindi le piacciono.

Sono una bella riscoperta, senza dubbio. È lì che si crea un rapporto vero tra candidati e elettori, ma si può fare di più.

E come?

Inserendo una piccola clausola, ossia il “requisito di residenza”, che potrebbe recitare così: “Per essere candidati in un collegio uninominale bisogna avere abitato in quella zona per almeno tre anni”. Così evitiamo i paracadutati dall’alto.

Trova giusto eliminare il ballottaggio?

No, è una pessima idea. Senza il ballottaggio l’Italicum è castrato. Anche se secondo me dovrebbe essere non fra due partiti ma fra due coalizioni, che rappresentano meglio l’elettorato e smussano gli angoli estremi delle proposte programmatiche fatte dalle forze che le compongono.

E che ne pensa dell’ipotesi di assegnare il premio di governabilità alla coalizione invece che alla lista?

Questo invece va bene. Però bisognerebbe consentire la formazione di coalizioni pre-elettorali ben definite e stabilire soglie certe.

Ha detto sì già a due punti su tre. Come giudica infine la proposta di elezione diretta dei neosenatori?

Sa qual è la questione? Che se anche vincesse il No al referendum, comunque una legge elettorale per il Senato andrà fatta. La soluzione sarebbe presentare le candidature dei senatori nelle Regioni. In questo modo avremmo veri eletti su scala regionale.

Pubblicato il 7 novembre 2016

Provaci ancora, Matteo

La terza Repubblica

“Dovrebbero anche i ‘legislatori’ (‘cit.’) abituarsi a pensare che norme approvate per convenienza contingente producono talvolta l’effetto esattamente inverso a quello ipotizzato.” Prendo le mosse da questa frase di Massimo Pittarello, quasi un invito, per riflettere su due tematiche. La revisione di alcuni articoli della Costituzione e il dibattito sulla riforma Italicum della legge elettorale Porcellum sono due splendidi esempi di interventi mal fatti con conseguenze controproducenti.

Si gabella la trasformazione del Senato, in realtà l’umiliazione della sua composizione e delle sue funzioni, nonché la drastica riduzione dei suoi poteri, come una modalità indispensabile per dare stabilità al governo e migliorare il suo funzionamento. La parola magica è governabilità, a scapito della parola, meno magica, ma più pregnante e più appropriata ad una democrazia parlamentare: rappresentanza. Trasformare il Senato in Camera delle Regioni non darà migliore e più rappresentanza alle regioni, semmai ai fatiscenti partiti, ma ne darà meno agli elettori che non potranno più votare i Senatori né, eventualmente e democraticamente, bocciarli. Non esiste nessun trade off fra governabilità e rappresentanza. La seconda se ne va; la prima, vale a dire la governabilità, che, certamente, non dipende dalla riduzione della rappresentanza politica, non si sa se verrà. Tuttavia, potrebbe venire dalla legge elettorale.

Però, la legge elettorale Italicum, proclamata ai quattro venti come una grande e originale conquista che tutta l’Europa ci avrebbe invidiato e che metà Europa si sarebbe affrettata a imitare, viene ora variamente ripudiata. Non da Renzi, che, novello Ponzio Pilato dopo averla fatta approvare a colpi di fiducia, si dichiara disponibile ad accettare le variazioni introdotte dal Parlamento. Non sapendo nulla di sistemi elettorali paragona l’Italicum alla legge per i sindaci, dimenticando le differenze sostanziali che intercorrono fra le due leggi. La legge per i sindaci consente la formazione di coalizioni pre-elettorali, l’Italicum, no; la legge per i sindaci non ha candidature bloccate per i consiglieri comunali e, meno che mai, contempla pluricandidature, l’Italicum, sì; la legge per i sindaci consente gli apparentamenti fra il primo turno e il ballottaggio, l’Italicum, no; il ballottaggio è fra due candidati alla carica di sindaco, nell’Italicum è fra due partiti/liste. Se cade il sindaco, il consiglio comunale si scioglie e si torna a votare. Se cadrà il Presidente del Consiglio, salvo forzature deprecabili, non si andrà a nuove elezioni, ma il Presidente della Repubblica cercherò di formare una maggioranza, non una qualunque, ma operativa in Parlamento esattamente come avviene in tutte le democrazie parlamentari (ma come non si può fare nei consigli comunali).

La “contingenza” qui è chiara: il ballottaggio rischia di condurre il Movimento Cinque Stelle alla vittoria e al governo del paese. Dunque, eliminiamolo “per convenienza” di parte/di partito, anche se il ballottaggio è proprio quello strumento che, inesistente nel Porcellum e unico nell’Italicum, conferisce reale potere agli elettori.

A questo punto, tirando le somme sorge spontanea, mi affido ad uno dei più biechi modi di dire italiani, una domanda: se chi ha fatto la legge Italicum corrisponde esattamente a chi ha approvato le riforme costituzionali e sostiene che la legge elettorale deve essere profondamente cambiata, non è possibile dedurre che anche le riforme costituzionali, dopo una sobria riflessione, debbano essere profondamente cambiate? Troppo tardi per cambiarle, non resta che bocciarle, molto pacatamente e molto serenamente. Contrariamente a quel che dice il loquace Renzi, la partita non finisce affatto qui. Tutte le democrazie sono tali anche perché sanno correggere i loro errori.

Pubblicato il 29 settembre 2016

Una legge elettorale, non un trucco

Per mesi, prima e dopo la sua approvazione, i renziani, in Parlamento, nell’accademia, fra i giornalisti, hanno detto, ripetuto, assicurato che l’Italicum è una buona legge elettorale, la migliore possibile “nelle condizioni date”. Poi, le condizioni, vale a dire, qualche sondaggio favorevole alle Cinque Stelle e molte loro vittorie ai ballottaggi nelle amministrative, sono cambiate. Renzi ha dichiarato che, se il Parlamento ne era in grado, lo cambiasse pure l’Italicum. Rimproverato da Napolitano, che vorrebbe soprattutto eliminare il ballottaggio, Renzi ha poi affermato che in tre mesi si può fare un’altra legge elettorale (ma l’Italicum non era la migliore possibile?) cosicché hanno ricominciato a proliferare ipotesi più o meno sensate di nuove leggi elettorali. Tutti sanno, però, che non se ne farà niente prima della sentenza della Corte Costituzionale attesa per il 4 ottobre che potrebbe fissare dei paletti e quindi orientare una legge decente.

L’Italicum era e rimane una legge elettorale pessima per tre motivi. Primo, perché tra candidature multiple e capilista bloccati dà pochissimo potere agli elettori di eleggere i loro rappresentanti in Parlamento. Secondo, perché vietando coalizioni e apparentamenti finisce per attribuire un cospicuo premio in seggi a un partito (allo stato degli atti o il Partito Democratico o il Movimento Cinque Stelle) che al primo turno avrà ottenuto al massimo il 30 per cento dei voti. Terzo, e fondamentale, perché le leggi elettorali non si tagliano e non si cuciono con riferimento alle contingenze, alle situazioni, alle convenienze di uno o più partiti. L’Italicum era cucito sul PD di maggio (2014, quando, alle elezioni per il Parlamento europeo, ottenne sorprendentemente più del 40 dei voti) che durò poco. Nelle nuove contingenze, cambiano le convenienze e per lo stesso PD diventa necessario ritoccare la legge.

Se qualcuno pensa, in realtà, quasi tutti, in maniera più, ma spesso meno competente, ci provano, di rifare una legge per avvantaggiare qualcuno, non sarà facile trovare accordi in Parlamento. Sarebbe, comunque, politicamente (gli accordi possono cambiare) e democraticamente (le buone leggi elettorali danno potere agli elettori non ai dirigenti di partito) sbagliato ritagliare la nuova legge per favorire oppure per svantaggiare qualcuno. Non seguirò nessuno dei sedicenti riformatori molti dei quali hanno già sbagliato nel passato e danno la garanzia di continuare a sbagliare nel futuro. Non prenderò neppure in considerazione la proposta delle minoranze del Pd che vorrebbero scambiare la revisione dell’Italicum con il voto alle riforme costituzionali (che sono brutte e andrebbero bocciate comunque). Sosterrò, invece, una tesi semplice nella speranza che, da qualche parte, in Parlamento, alla Corte Costituzionale, ma anche alla Presidenza della Repubblica, ci siano uomini e donne disposti ad ascoltare e ad agire di conseguenza.

Il principio fondamentale per scrivere una buona legge elettorale è quello empirico/pragmatico. In Europa esistono da tempo due sistemi elettorali che funzionano molto soddisfacentemente: quello tedesco (dal 1949), proporzionale personalizzata con la clausola del 5 per cento per accedere al Bundestag, e quello francese (dal 1958), maggioritario o doppio turno in collegi uninominali. Sono due ottimi sistemi, facilmente “trasportabili” nel contesto italiano, che hanno assicurato rappresentanza, potere degli elettori, governabilità e che, aggiungo e sottolineo, non danno un esito in partenza (s)favorevole a nessuno dei partiti italiani.

Vogliamo, invece, guardare alla storia elettorale italiana? Utilizzato tre volte, 1994, 1996 e 2001, il Mattarellum, maggioritario in collegi uninominali che eleggevano tre quarti dei parlamentari più un quarto di eletti secondo una ripartizione proporzionale, ha consentito agli elettori di esercitare vero potere politico, non ha svantaggiato nessuno (due vittorie di Berlusconi, una del centro-sinistra), ha dato vita all’alternanza al governo. Non precostituisce la vittoria di nessuno. Con pochi ritocchi, fra i quali l’eliminazione delle liste civetta, il Mattarellum, mi auguro, difeso e sostenuto anche dal Presidente della Repubblica, che ne fu il relatore, potrebbe essere facilmente resuscitato. Tutto il resto non è soltanto un chiacchiericcio ozioso e fastidioso. E’ un ennesimo deplorevole tentativo di truccare le carte del gioco elettorale.

Pubblicato AGL il 14 settembre 2016 con il titolo E’ urgente riformare l’Italicum

Se sarà bocciato, il premier da Mattarella e un nuovo voto di fiducia in Parlamento

Il Mattino

Intervista raccolta da Marilicia Salvia per IL MATTINO

 

La data fatidica? “Si voterà non prima della seconda metà d’ottobre”, preconizza (con un certo ottimismo, dati i tempi tecnici) Gianfranco Pasquino, docente emerito di Scienze Politiche all’Università di Bologna, convinto che il governo vorrà attendere la pronuncia della Corte Costituzionale sull’Italicum, annunciata per il 4 ottobre, prima di lanciarsi nella fase conclusiva della campagna referendaria.

Professore, incassato il via libera della Cassazione le opposizioni scalpitano perché si vada alle urne subito, il prima possibile. Renzi riuscirà a tenere a bada tanta agitazione?

“La fretta delle opposizioni si può capire, è evidente che più la si porta per le lunghe più la maggioranza si avvantaggerà della sua posizione oggettivamente dominante sui mezzi dell’informazione, soprattutto televisiva. Ma a guardar bene, che la campagna referendaria duri a lungo non è utile per nessuno, neanche al governo, meno che mai al Paese”.

Teme un autunno di veleni?

“Sì, una coda d’estate e poi un autunno carichi di conflitti, di lacerazioni. Non ne abbiamo bisogno. E non ne ha bisogno il governo, che deve invece recuperare incisività di azione su molti temi importanti per il Paese”.

Più importanti della riforma costituzionale? Il governo la considera una questione dirimente, tanto da aver legato la propria stessa sopravvivenza all’esito del voto.

“Sì, ed è stato un grave errore”.

Perché?

“Intanto è quanto meno eccessivo presentare questa riforma, anzi il fatto di aver realizzato una riforma costituzionale, come un’impresa epocale: il centrosinistra nel 2001 ha condotto in porto la riforma del titolo quinto, e anche Berlusconi aveva cambiato una serie di articoli”.

La riforma Berlusconi però fu bocciata dai cittadini.

“Non importa, voglio dire che ci sono stati governi innovatori anche prima di questo. Non ha senso quindi drammatizzare l’esito del referendum, in un senso o nell’altro”.

Quindi sbaglierebbe Renzi a lasciare Palazzo Chigi se dovesse prevalere il no?

“L’errore Renzi lo ha fatto quando ha addirittura personalizzato il referendum usando il termine “io”e non”il governo” a proposito delle dimissioni in caso di sconfitta. I critici hanno avuto buon gioco a dire che Renzi voleva il plebiscito. E si capisce adesso perché le opposizioni premono per andare alle urne il prima possibile e non dare nessun vantaggio all’avversario”.

Scenario numero uno: al referendum vince il no, la riforma è bocciata. Renzi che fa, si dimette davvero?

“Ragionando dal punto di vista dell’onore, Renzi dovrebbe andare da Matterella a rassegnare le dimissioni. Dopo di che la saggezza politica vorrebbe che Mattarella gli chiedesse di andare in Parlamento a chiedere la fiducia”.

Scenario numero due: vincono i sì. Renzi si rafforza automaticamente dal punto di vista politico?

“Se vincono i sì è presumibile che il premier sarà portato a personalizzare questa vittoria. Ma purtroppo per lui e per il Paese i problemi non si dissolveranno. Ecco perché dico che non bisogna tirarla per le lunghe con questa campagna: l’economia continua ad andare male, il debito pubblico continua a crescere, e l’Italia ha ancora problemi di credibilità sulla scena europea”.

Quali problemi risolverà, invece, la riforma Boschi se dovesse superare il giudizio degli elettori?

“Il Cnel sparirà, e nessuno ne sentirà la mancanza. Per il resto temo che crescerà la confusione. Lo scoglio maggiore è nell’attuazione della nuova normativa che regolerà i rapporti fra Stato e Regioni”.

Il sistema guadagnerà in efficienza dall’abolizione del bicameralismo perfetto?

“Perla verità tutte le statistiche dimostrano che il nostro bicameralismo ha prodotto più leggi e in tempi più rapidi di altri sistemi in Europa.Penso che sarebbe stato preferibile ispirarsi al sistema tedesco, che prevede una seconda Camera di appena 69 seggi assegnati alle maggioranze di governo nei singoli land. Ma capisco che 100 seggi piacciono di più, e che il centrodestra attualmente in minoranza nelle Regioni italiane non avrebbe digerito l’idea”.

Uno degli argomenti più usati dalle opposizioni è quello di una possibile deriva autoritaria che risulterebbe dal combinato disposto della riforma con la legge elettorale. È d’accordo?

“Il pericolo non èla deriva autoritaria, per fortuna Renzi non è Mussolini né Erdogan e noi non siamo l’Italietta degli anni Venti né la Turchia. Io temo piuttosto una deriva confusionaria”.

Sull’Italicum comunque Renzi ha invitato il Parlamento a intervenire, anche al di là dei possibili rilievi che arriveranno dalla Consulta.

“Immagino non che il Parlamento, ma la Consulta interverrà e che Renzi vorrà aspettare appunto questa pronuncia prima di portare gli italiani al voto”.

Qual è la preoccupazione?

“Il premio di maggioranza che consegnerebbe il Parlamento al partito vincente anche al ballottaggio. Credo che sarebbe necessario prevedere una soglia minima per accedervi, e soprattutto la possibilità di creare coalizioni al primo turno e apparentamenti al secondo, come per le amministrative: in questo modo si arriverebbe a rappresentare meglio e in modo più ampio gli elettori”.

Rieccoci al rischio di autoritarismo, allora.

“No, la storia è un’altra. Immaginiamo il ballottaggio tra Pd e 5 Stelle, e la vittoria finale di questi ultimi. Il premio di maggioranza impedirebbe qualsiasi mediazione. Nulla quaestio per gli italiani, ma cosa ne penserebbe l’Europa, che dall’Italia si aspetta posizioni diverse da quelle professate dai grillini? Il rischio è la conflittualità permanente e l’inconcludenza”

Pubblicato il 9 agosto 2016