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Più fiducia più responsabilità #Messaggio di Fine Anno del Presidente #Mattarella

Siamo anche i discendenti alla molto lontana di Leonardo, Raffaello e Dante, citati dal Presidente Mattarella in apertura del suo discorso di fine d’anno, dei quali giustamente celebriamo le opere stupefacenti, ma da allora troppa acqua è passata sotto i ponti italiani. Senza bacchettare i politici, cosa sempre buona e giusta, Mattarella ha preferito rivolgersi a noi cittadini e solo indirettamente a chi ha potere politico. Le due parole chiave, intorno alle quali, da qualche tempo, ruotano le spiegazioni delle scienze sociali riguardanti la qualità delle democrazie e lo sviluppo economico e culturale, sono fiducia e responsabilità. Il Presidente le ha declinate sobriamente, ma con precisione ed efficacia. Una società funziona in maniera apprezzabile quando gli uomini e le donne hanno fiducia, non soltanto in se stessi, ma, è mia personale aggiunta, gli uni negli altri. Sanno che tutti, o quasi, si comporteranno secondo le regole e che nessuno, o quasi, cercherà di prevaricare. Quando gli impegni assunti sono (quasi) sempre rispettati. Alla fiducia reciproca s’accompagna la responsabilità. Chi ha assunto impegni è responsabile della loro attuazione. La responsabilità è la virtù democratica per eccellenza. Mattarella si è affrettato a ricordare che i cittadini debbono ricevere il buon esempio dalle istituzioni. A coloro che hanno incarichi istituzionali spetta per primi l’onere (e l’onore) di comportarsi in maniera responsabile. La responsabilità è “il più forte presidio di libertà”. Non so quanti fra i detentori del potere politico e istituzionale si siano sentiti fischiare le orecchie, ma chiarissimo è il messaggio. La coesione sociale emerge, si manifesta, si mantiene producendo esiti positivi per una nazione, ma anche, a livello più elevato, nell’Unione Europea, quando esistono alte dosi di fiducia e i cittadini, i rappresentanti, i governanti, accettano e si sforzano di operare responsabilmente. Certo, Leonardo, Raffaello e Dante non sono più qui con noi, italiani, ma, agli occhi degli stranieri continuiamo ad avere grandi potenzialità. Esistono uomini e donne in questo paese che sanno agire con abnegazione, che spesso compiono atti di eroismo. Ferma restando l’eccezionalità di alcuni comportamenti, da lodare, e il Presidente l’ha fatto, è nella quotidianità che i cittadini debbono migliorare. Senza nessun cedimento a sentimenti buonisti e melliflui, il Presidente affida ai giovani una ragionevole speranza di miglioramento complessivo, diffuso della società italiana. Dalla loro consapevolezza della gravità dei problemi, a cominciare da quello ambientale, e dalla loro sensibilità è possibile attendersi cambiamenti significativi, tutti da conquistare. Per concludere con Dante, il Presidente Mattarella si è premurato di dire agli italiani che “la dritta via” non è del tutto “smarrita”. Che dobbiamo avere fiducia. Agendo con responsabilità riprenderemo il difficile cammino che conduce a una società civile e prospera. Buon Anno.

Pubblicato AGL il 2 gennaio 2020

C’era filosofia nel pensiero di Sergio Marchionne

C’era filosofia nel pensiero di Sergio Marchionne. “Un paese che non si vuole bene” (è una sua frase) non sa cercare la coesione sociale e non gradisce il conflitto che è il sale delle democrazie. Non accetta la competizione e non s’impegna nell’innovazione. Rifiuta i sacrifici che possono preparare un futuro migliore anche attraverso ricompense differite. Un paese che non si vuole bene si piega su se stesso e non guarda al mondo.

La nostra Repubblica esigente

Per nessuno scopo, analitico, interpretative, propositivo, la Costituzione italiana può essere divisa nettamente in due parti: una attinente ai diritti (e doveri), l’altra all’ordinamento dello Stato. I principi ispiratori dei Costituenti e la loro visione complessiva informano chiaramente e coerentemente entrambe le parti. Tutte le componenti della Costituzione italiana si tengono insieme e segnalano che qualsiasi revisione, anche minima, deve essere valutata con riferimento al suo impatto complessivo. La tesi che argomento e svolgo nel libro La Costituzione in trenta lezioni, UTET 2015 è che nessuna Costituzione è mai semplicemente un documento giuridico. Le Costituzioni migliori , a cominciare da quella degli Stati Uniti d’America e a continuare con quella della Germania contemporanea, sono documenti eminentemente politici. Mirano a plasmare la vita di una comunità, a darle le regole di comportamento e di rapporti fra persone, associazioni, istituzioni.

Anche la Costituzione italiana mira a fare, limpidamente, tutto questo. Plasma la Repubblica democratica, evidenziando, fin dall’inizio, che la Repubblica sono i cittadini, siamo noi. Ai cittadini — elettori, rappresentanti, governanti– spetta il compito di rimuovere gli ostacoli all’effettiva partecipazione alla vita della comunità (art. 3). Con questa indicazione, i Costituenti miravano a costruire le premesse della coesione sociale e a dare senso e identità ad una comunità di sconosciuti, usciti da vent’anni di fascismo che aveva teso a isolarli e a punirli se si associavano e se parlavano di politica. A questi “sconosciuti”, anche agli stessi uomini e donne nell’Assemblea Costituente, apparve subito necessario ricordare l’importanza della partecipazione, sottolineare il riconoscimento del pluralismo e delle capacità associative, anche in partiti politici (art. 49), mettere in evidenza che le cariche pubbliche, in politica, nelle istituzioni, nella burocrazia debbono essere adempiute con “disciplina e onore” (art. 54). Ai detentori di cariche istituzionali, fra i quali si trovano, naturalmente, anche i magistrati, si raccomanda di tenere in grande conto sia la separazione dei poteri affinché ciascuno di loro svolga i compiti specifici affidatigli sia l’equilibrio affinché nelle loro inevitabili interazioni nessuna istituzione cerchi di sopraffare le altre e tutte operino in un complesso “gioco” di freni e contrappesi. Forse, nella predisposizione di questi freni e contrappesi si colloca anche il fin troppo spesso menzionato “complesso del tiranno”, ma che i freni e i contrappesi siano la base sulla quale operano tutte le democrazie migliori appare innegabile.

La Costituzione è un documento politico esigente. Funziona tanto meglio quanto più i cittadini, i rappresentanti e i governanti non si limitano a rivendicare diritti, ma si impegnano a svolgere fino in fondo i doveri ai quali vengono chiamati: educare i figli, votare, pagare le tasse in proporzione al loro reddito, riconoscere e rispettare il diritto d’asilo e porlo in pratica. La Costituzione ha accompagnato e, oserei dire, ha guidato la crescita dell’Italia da paese rurale, agricolo, ampiamente analfabeta, sostanzialmente impoverito e distrutto dal fascismo e dalla Guerra fino a farlo diventare l’ottava potenza industriale del mondo. Tuttavia, è sempre esistita una qualche insoddisfazione nella società e nella politica per obiettivi, il più importante dei quali è la crescita culturale e sociale, che non venivano raggiunti. Insomma, la società italiana non diventava, non è ancora diventata abbastanza civile. Né, oramai da anni, fa progressi, ad esempio, in materia di pagamento delle tasse o di contenimento e “respingimento” della corruzione. Questi gravissimi inconvenienti non sono evidentemente attribuibili alla Costituzione e ai suoi articoli, tantomeno alla sua ispirazione, agli accordi e ai compromessi, spesso fecondi, che i Costituenti raggiunsero fra loro, offrendo una non banale e non criticabile lezione di metodo.

Se, come ho detto e ribadisco, “la Repubblica siamo noi”, allora dobbiamo criticare gli italiani, individualisti e egoisti, che pensano di cavarsela da soli e di non dovere nulla allo Stato e ai loro concittadini; gli italiani “familisti amorali”, che orientano e giustificano qualsiasi loro comportamento con l’esclusivo perseguimento di vantaggi per la loro famiglia; gli italiani che si fanno forti della loro appartenenza a qualche corporazione (burocrazia, magistratura, classe politica, giornalismo); gli italiani che screditano qualsiasi forma di impegno e si rifiutano di riconoscere il merito e di premiarlo. Questi sono gli italiani che non hanno saputo né voluto capire che soltanto agendo nel rispetto delle regole, dei diritti, dei doveri scritti nella Costituzione, la Repubblica, di cui celebriamo i settant’anni, raggiungerà una apprezzabile qualità democratica e si accompagnerà ad una società davvero, finalmente civile.

Pubblicato AGL il 2 giugno 2016