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Dov’è finita la politica #meeting17

No, il Meeting di Rimini non è, come dichiara Bertinotti e sostanzialmente concorda Violante, l’unico luogo rimasto dove si parla di politica. Esistono anche Fondazioni e Scuole di politica personalistiche e correntizie. Si parlerà di politica anche nella Festa dell’Unità di Bologna e in quella nazionale. Il problema è che di politica se ne parla in maniera propagandistica, per lanciare messaggi al tempo stesso che si offrono passerelle ai politici di proprio selezionato gradimento. Sento ancora nelle orecchie le ovazioni che i partecipanti ai Meeting di Rimini hanno riservato, nell’ordine, a Giulio Andreotti, a Silvio Berlusconi e, udite udite, all’allora Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Se a qualcuno venisse in mente che c’entra qualcosa la strabordante presenza di Comunione e Liberazione nella sanità lombarda, meglio così. Adesso, i ciellini si fanno raccontare come pluralisti. Le loro preferenze elettorali vanno a Forza Italia, Alternativa Popolare, Partito Democratico. Non è che prefigurano una comunque non abbastanza Grande Coalizione come prossimo governo del paese. È che semplicemente a quel governo desiderano avere qualche entratura. Oh, yes, questa è politica. Che sia migliore di quella del passato lo lasciamo dire a quelli che, come Bertinotti, hanno frequentato quel passato contribuendo a peggiorarlo.

Allo schema “passerella” non sfuggono le feste dell’Unità. Anzi, con il tempo lo sono diventate sempre più. Di recente, la sfilata con l’applausometro è strettamente confinata alla quantità di potere che hanno capi e capetti, pardon, i dirigenti, selezionati con il bilancino del settarismo, certo non con riferimento alla loro capacità di produrre idee, ma neppure di garantire un dibattito aperto, pluralista, anche conflittuale. Sì, lo so, le somme le tireremo alla fine, ma i precedenti non sono promettenti. Non ricordo negli ultimi 5-6 anni dibattiti affascinanti e produzione di idee entusiasmanti. So che per il referendum costituzionale a Bologna, con l’eccezione di un nobile duello Renzi/Smuraglia, si preferì un confronto fra cinque sfumature (grigie) di sì. Eppure, era argomento di potente impatto sulla formazione politica, per la conoscenza della Costituzione, per l’analisi comparata del funzionamento delle democrazie europee.

Non faccio altri esempi poiché sono fiducioso che i contenuti politici prevarranno, sia a Bologna sia a Imola, sulla propaganda. Preparata da un’intensa attività specifica nei circoli del Partito Democratico, assisteremo ad una grande discussione sulla legge elettorale, sulle qualità della leadership, di partito e di governo, e sui governi di coalizione in Europa. Sorprendetemi.

Pubblicato il 23 agosto 2017

Un Meeting sottotono e schierato

L’inaugurazione del tradizionale meeting di Comunione e Liberazione a Rimini ha avuto un maestro di cerimonia molto illustre: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Mai in precedenza gli organizzatori, i quali, pure, hanno sempre puntato molto in alto, erano riusciti a tanto né è chiaro perché Mattarella abbia deciso di accettare facendo poi un discorso molto tradizionale sulla necessità di costruire ponti e sulla solidarietà: passare dall’io al tu. Invece di ponti, credo che sarebbe più opportuno costruire scuole e luoghi di cultura, non di buonismo multiculturale, ma di confronto aperto, trasparente, responsabile nel quadro della Costituzione italiana e dei Trattati dell’Unione Europea. Quanto al passaggio dall’io al tu, il Presidente Mattarella ha reso omaggio al titolo delle kermesse riminese: “tu sei un bene per me”. Non mi eserciterò certamente nell’esegesi religiosa (“ama il prossimo tuo come te stesso”) e neppure in quella politica che porterebbe inevitabilmente alla critica della personalizzazione della politica. Mi limiterò a ricordare le ovazioni per Giulio Andreotti che hanno caratterizzato non pochi dei meeting del passato.

Dicono alcuni osservatori che il meeting 2016 appare alquanto sottotono, anche con meno finanziamenti del passato. Personalmente, da un lato, vedo una costante; dall’altro, riscontro un problema. La costante è rappresentata dalla collocazione complessiva di Comunione e Liberazione nel panorama politico italiano. Lo dirò in maniera estrema, ma argomentabile e difendibile. Sempre spregiudicato e cinico, Gianni Agnelli sosteneva che la Fiat non poteva permettersi di non essere filogovernativa. Ecco, neppure CL si consente il lusso di non essere filogovernativa non soltanto nelle regioni, come Lombardia e Veneto, dove è organizzativamente e socialmente più diffusa e più forte e dove le maggioranze sono molto vicine alle sue posizioni. Non troppo sbandierato, ma certo importante è stato il sostegno di CL alla raccolta delle firme per i Comitati del “sì” al referendum. Affidare l’allestimento della mostra sulla Costituzione a Luciano Violante, ripetutamente ed esageratamente espressosi a favore del “sì”, è stata chiaramente una decisione politica pro-governativa. Difficile che i dibattiti che verranno riequilibrino una condicio che, in partenza, non è affatto par.

Il problema attuale di Comunione e Liberazione è la mancanza di un leader di riferimento che non può in nessun modo essere e, forse, prendendo atto di questa impossibilità, neppure vuole essere, l’attuale presidente Julián Carrón. Sono molto consapevole che, quando si arriva pericolosamente nei pressi della politica, i ciellini contrappongono la distinzione fra la loro organizzazione, struttura ecclesiale, e il braccio politico, per l’appunto il Movimento Politico. Chi ha tempo, voglia e curiosità scoprirà quasi subito l’enorme sovrapposizione di esponenti e attivisti della prima sul secondo. Quello che manca anche al Movimento è un leader di riferimento. Per intenderci: né l’ex-ministro Maurizio Lupi né l’attivissima ex-ministra Maria Stella Gelmini sembrano avere il “fisico del ruolo” meno che mai se paragonati a Roberto Formigoni, a lungo figura torreggiante di Comunione e Liberazione in Lombardia. All’obiezione probabile dei ciellini che di leader ce n’è stato soltanto uno, il loro fondatore, don Luigi Giussani, la replica è che proprio perché oggi non hanno nessun leader, si sono ripiegati sull’appoggio, pare sostanzialmente acritico, del governo Renzi.

Naturalmente, si potrebbe anche essere, da un lato, più accondiscendenti, dall’altro più esigenti. Il basso profilo di Comunione e Liberazione riflette sia la loro non necessità di formulare rivendicazioni spettacolari, poiché i loro rappresentanti e quadri sono insediati in non poche regioni praticamente senza sfidanti nei settori cruciali della sanità, dell’assistenza e dell’accoglienza, sia una più generale carenza italiana. Sono finite tutte le classiche/tradizionali culture politiche italiane, com’è dimostrato giorno dopo giorno anche dall’inesistente elaborazione governativa, cosicché non può stupire che la stessa Comunione e Liberazione sia coinvolta in quello che, se non è un inarrestabile declino, è, quantomeno, un ripiegamento, una normalizzazione.

Pubblicato AGL il 21 agosto 2016

Necessaria un’etica in politica

Inevitabili, le dimissioni del Ministro Lupi. Persino un po’ tardive. Sicuramente non impeccabili. Le dimissioni, a maggior ragione visto che era prevista una sua “informativa” al Parlamento, si annunciano in Parlamento, dal quale il ministro, tutti i ministri, compreso il capo del governo, hanno avuto la fiducia. Le dimissioni non si danno con gesto quasi spettacolare in televisione, anche se, certo, la televisione ha dato visibilità ad un politico altrimenti noto quasi esclusivamente per i suoi, forse fin troppo estesi e solidi, rapporti con Comunione e Liberazione. Verrebbe voglia di sottolineare l’esistenza di ragioni di opportunità per le dimissioni di un ministro, di qualsiasi ministro anche quando viene appena sfiorato da fatti ed episodi che implicano richieste di favori e di concessioni di qualche genere, in questo caso, edilizie, di scambi nient’affatto virtuosi. Mentre il Parlamento non riesce ad approvare, non soltanto per colpa sua, ma per specifiche e notevoli responsabilità del governo, in ritardo sulla presentazione di indispensabili emendamenti, un decente disegno di legge sulla corruzione, per tre giorni il Ministro Lupi è rimasto in una trincea indifendibile.

Seppure in maniera meno proterva del solito abbiamo ascoltato parecchi uomini politici (e qualche donna politica) ripetere la solita insopportabile litania che non esisteva nessuna incriminazione. Se non fossero arrivate le dimissioni era pronto il seguito della litania, vale a dire la richiesta di attendere almeno il rinvio a giudizio. Qualcuno ha fatto notare che le intercettazioni contenevano elementi sufficienti a dimostrare l’esagerata acquiescenza del ministro di fronte a alti burocrati troppo potenti e di troppo lungo corso che avrebbero dovuto essere sostituiti già tempo fa. In quelle intercettazioni risultavano anche richieste e scambi di favori. Si sentiva una eccessiva familiarità in quei frequentissimi rapporti che certo andavano a discapito dell’autorità di un ministro. Ovviamente, è giusto sostenere che, fino alla scoperta di prove giuridicamente inoppugnabili, il ministro non risulta avere commesso reati. Tuttavia, lentamente sembra fare la sua comparsa anche in Italia, nell’opinione pubblica e un po’ a fatica nel mondo politico, l’idea che, anche laddove non esistono reati palesi, può esserci un problema serio.

Esistono comportamenti eticamente riprovevoli e deplorevoli. Questi comportamenti esibiti da persone che non soltanto hanno cariche di governo a tutti i livelli, ma esercitano considerevole potere, debbono implicare assunzione piena e immediata di responsabilità. Per dirla con un principio anglosassone, esistono “cose che semplicemente non si debbono fare”. Non violano leggi scritte, ma vanno contro il comune senso del dovere e della giustizia la cui esistenza è nota, persino, agli uomini politici. Sarebbe esagerato fare del Ministro Lupi un caso esemplare. Appare, invece, opportuno mettere in bella evidenza che dal punto di vista dell’etica in politica, le sue dimissioni erano dovute. E’ sperabile che altri si comportino allo stesso modo e che i partiti si dotino di un codice con il quali valutino quanto fanno e non fanno i loro rappresentanti. Per sconfiggere tutte le fattispecie di corruzione sotto qualsiasi forma compresi i favoritismi e i privilegi, buone leggi costituiscono la premessa indispensabile, l’etica ne è un complemento irrinunciabile e decisivo.

Pubblicato AGL 21 marzo 2015