Home » Posts tagged 'consultellum'

Tag Archives: consultellum

Questa legge elettorale fa felici leader di partito e capicorrente. E il voto di fiducia è una grave forzatura

Intervista raccolta da Marco Sarti

Il politologo Gianfranco Pasquino: “La richiesta del voto di fiducia viene da Renzi, Gentiloni si è solo adeguato. Ma sulle leggi elettorali è il Parlamento che deve decidere. Questa riforma iniqua e poco democratica toglie il potere agli elettori e lo consegna ai capicorrente.

La scelta del governo di porre la questione di fiducia sul Rosatellum rappresenta una forzatura istituzionale. In tema di leggi elettorali deve essere il Parlamento ad assumersi la responsabilità di decidere. Ne è convinto Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, autore apprezzato e già senatore della Sinistra Indipendente e dei Progressisti. In ogni caso il politologo resta fortemente critico sull’impianto della riforma. “Una legge iniqua e scarsamente democratica – spiega – perché toglie il potere agli elettori e lo consegna a dirigenti di partito e capicorrente”.

Professore, alla fine il governo ha autorizzato il voto di fiducia sul Rosatellum. Troppo alto il rischio dei franchi tiratori. C’è chi denuncia una forzatura istituzionale, ma se questa fosse l’unica maniera per superare lo stallo parlamentare?
Per me si tratta di una forzatura istituzionale. Evidentemente il governo ritiene che la propria maggioranza non terrebbe davanti a una brutta legge. Ma è preoccupante, perché è il Parlamento che deve decidere sulla riforma elettorale.

Sarà anche discutibile, ma il voto di fiducia resta una legittima scelta del governo. Non crede?
Guardi, ci sono decisioni che restano in una zona grigia. La richiesta è lecita, ma la legge elettorale è forse materia del governo? Questa riforma si trovava nel programma elettorale di qualcuno dei partiti che oggi sono in maggioranza?

In realtà non è la prima volta che un governo chiede la fiducia su una riforma elettorale. In questa legislatura l’esecutivo Renzi aveva fatto lo stesso con l’Italicum.
Anche quella è stata un’imposizione del Partito democratico. E allora si trattava di una legge elettorale talmente brutta che, in seguito, la Corte Costituzionale ne ha distrutto le parti essenziali.

Come esce da questa vicenda il presidente del Consiglio Gentiloni? Il premier aveva escluso un intervento del governo nel percorso della riforma, deve aver ha cambiato opinione.
Gentiloni non ha cambiato idea, gliel’hanno fatta cambiare. La richiesta di fiducia viene dal segretario del Partito democratico. Comprensibilmente, Gentiloni si è adeguato.

Professore, non si arrabbi. Ma proviamo a osservare la vicenda dal punto di vista di chi sostiene il Rosatellum: questa legge elettorale nasce da un ampio compromesso politico.
Sono un uomo sempre pacato, perché mai mi dovrei arrabbiare? È vero, questa legge elettorale è frutto di un compromesso. Ma un pessimo compromesso. Si tagliano fuori gli elettori che non potranno più scegliere i loro parlamentari. È un compromesso fondato su liste di nominati e impossibilità di voto disgiunto, che consegna il potere totale a segretari di partito e capicorrente.

Nella scheda gli elettori potranno esprimere un unico voto.
Quindi non potranno scegliere il candidato che preferiscono nel collegio uninominale e la lista di un altro partito nella parte proporzionale. E parliamo di liste bloccate: i candidati saranno eletti in Parlamento secondo l’ordine deciso dai segretari di partito.

I detrattori del Rosatellum puntano il dito anche contro le pluricandidature, possibili fino a un massimo di cinque.
Le pluricandidature servono ai capipartito per essere certi della rielezione. Fondamentalmente servono ad Alfano, che non sa in quale collegio sarà eletto. E servono ad alcuni dei candidati che Berlusconi vorrà portare in Parlamento.

Qualcuno teme che anche questa legge elettorale sia incostituzionale. Eppure, lo ha segnalato anche lei, la Consulta potrà intervenire solo a legge approvata e, probabilmente, già applicata. Il prossimo Parlamento sarà delegittimato in partenza?
Temo proprio di sì. Il ricorso alla Corte costituzionale non potrà essere presentato fino all’approvazione della legge. Calendario alla mano, si può immaginare che sarà accolto tra gennaio e febbraio. Molto vicino alla data delle elezioni. A quel punto, per evitare la patata bollente, la Consulta potrebbe posticipare ulteriormente la decisione.

Tema governabilità. Secondo alcuni questa legge elettorale ci consegnerà un Parlamento senza una chiara maggioranza. È d’accordo anche lei?
Qui il discorso si fa più complesso. Le leggi elettorali servono a scegliere un Parlamento che rappresenti gli interessi, le aspettative, forse anche gli ideali, degli elettori. Usciamo da questa idea che la legge elettorale deve per forza eleggere un governo. Questo non succede da nessuna parte del mondo. La governabilità dipende da altro, semmai: dalle competenze e dalla capacità del presidente del Consiglio di trovare un’intesa con i suoi alleati. Dire che la legge elettorale serve alla governabilità è una frase senza senso. La lascerei ad altri, magari a Fiano e Rosato.

Vesto i panni dell’avvocato del diavolo. Arrivati a questo punto, davanti al rischio concreto di andare al voto con il Consultellum, la legge elettorale su cui il governo ha posto la fiducia non è comunque il male minore?
Guardi, forse il diavolo avrebbe bisogno di un altro avvocato… La legge elettorale deve scriverla il Parlamento, sono i parlamentari che se ne devono assumere la responsabilità. Ecco perché sono contrario al voto di fiducia, ma sono contrario anche al voto segreto. Avrei voluto una legge elettorale diversa, che si poteva fare. Ma se i capi di partito vogliono nominare i loro parlamentari…

Intanto a Montecitorio è scoppiato il caos. I Cinque Stelle gridano al golpe, denunciano la scelta eversiva del governo e chiamano il popolo in piazza per difendere la democrazia. Forse la temperatura è salita un po’ troppo?
Il clima è surriscaldato, certo. Ma li capisco i Cinque stelle, devono alzare la voce. Molti aspetti di questa riforma elettorale sono contro di loro. Questa legge non è fair, come direbbero gli inglesi. È una legge iniqua. Se fossi un avvocato davanti alla Corte costituzionale direi che le candidature multiple e le liste bloccate rompono il principio di uguaglianza. Non è una riforma immorale, come ha detto qualcuno. Ma riconosce più potere ai dirigenti di partito che agli elettori. È una legge scarsamente democratica perché dà poco potere al popolo.

Pubblicato 11 Ottobre 2017 su LINKIESTA

Strada obbligata per la legge elettorale

Fallita la brillante operazione, ispirata da Renzi che diceva: il sistema tedesco non è il mio preferito; il governo Gentiloni durerà fino alla scadenza naturale della legislatura, che cosa resta agli elettori italiani esterrefatti e insoddisfatti? Resta, anzitutto, la sensazione che ancora una volta il segretario del Partito Democratico si sia fatto mal consigliare e sconfiggere dalla sua fretta. In questo modo, ha perso, da un lato, il sostegno di Napolitano, che riteneva le elezioni anticipate una scelta da irresponsabili, dall’altro, una parte non piccola di credibilità nella sua leadership e nelle sue competenze elettoral-istituzionali. Bisognerà ripartire affinché l’Italia abbia una legge elettorale decente, che non favorisca e non svantaggi nessuno dei partiti esistenti e che dia rappresentanza politica ai cittadini e potere agli elettori prima di andare alle urne a scadenza naturale, fine febbraio 2018. Meglio se nessuno procedesse a calcoli più o meno astrusi e non si facesse inventare dai suoi costituzionalisti e politologi di riferimento l’algoritmo vincente sulla base dei risultati delle elezioni amministrative. Temo che questa considerazione rimarrà lettera morta, ma sono sicuro che chi si baserà su quei risultati andrà incontro a delusioni elettorali e politiche.

Come nessun altro paese al mondo, l’Italia rischia di avere una legge elettorale formulata dalla Corte Costituzionale che, per di più, è stata largamente costretta a procedervi ritagliando l’Italicum nelle sue componenti incostituzionali. Tutte le democrazie parlamentari dell’Europa occidentale hanno leggi elettorali (essenzialmente proporzionali) scritte dai loro Parlamenti più di cent’anni fa e appena ritoccate nel tempo. Quella tedesca risale al 1949-56. Negli ultimi venticinque anni l’Italia ha avuto quattro leggi elettorali, la migliore, quella firmata da Mattarella, fu il felice esito di un referendum popolare (di cui sarebbe ancora utile tenere conto). I parlamentari italiani e i dirigenti dei loro partiti stanno dimostrando di non avere la cultura politico-istituzionale in grado di produrre una legge che consenta, lo scrivo nei minimi termini, di “tradurre i voti in seggi”. Troppi si fanno ancora influenzare da commentatori che ritengono il premio di maggioranza, che non esiste in nessuna democrazia parlamentare, una sorta di requisito essenziale per la prossima legge elettorale. Sbagliano. Allora, tutti si meritano il sistema che consegue alla sentenza della Corte Costituzionale. Evitando il deplorevole “latinorum”, non lo chiamerò né Consultellum né, come fanno i pentastellati, Legalicum. Porterà il nome del relatore e sarà una legge elettorale proporzionale con soglia di accesso del 3 per cento alla Camera (non guasta che al Senato la soglia sia diversa, l’importante è che la traduzione dei voti in seggi sia proporzionale) e con la possibilità di esprimere preferenze. A favore di una preferenza da esprimere scrivendo il nome della candidatura preferita, è opportuno ricordarlo, gli italiani si espressero nel referendum del 1991. C’è anche da chiedersi dove vivono quelli che sostengono che le preferenze portano corruzione. In tutti questi tristi anni vissuti senza preferenze è forse diminuita la corruzione politica?

Alte si levano le critiche dei sedicenti maggioritari (che se fossero davvero tali dovrebbero chiedere il sistema inglese o quello francese) perché l’esito complessivo saranno governi di coalizione. Tutte le democrazie parlamentari europee sono governate da coalizioni. Sta per tornarci, dopo l’esperienza del 2010-2015, anche la Gran Bretagna. L’ultimo esito, da chi sarà formato il (primo) governo dopo le elezioni del 2018, non possiamo prevederlo. Lo decideranno i dirigenti di partito, ma quanto potere avranno dipenderà grazie alla legge proporzionale, non da un artificiale e distorcente premio di maggioranza (Matteo Renzi è segretario di un partito che ottenne 25 per dei voti nel 2013 e che alla Camera ha il 54 per cento dei seggi), ma dalla scelta degli elettori, proprio come dovrebbe essere in democrazia.

Pubblicato 11 giugno 2017

«Voto anticipato? Renzi vuole uno stipendio da parlamentare» INTERVISTA @Lettera43

Il politologo a L43 attacca l’ex premier. Vede Mattarella dietro il richiamo di Napolitano. E sui franchi tiratori del Tedeschellum dice: «Sono almeno 100 i dem che sanno che non saranno ricandidati…». Intervista raccolta da Alessandro Da Rold

Per come li conosco io, magari il presidente Sergio Mattarella ha detto a Giorgio Napolitano di farsi avanti, spiegando che le elezioni anticipate sarebbero un colpo alla credibilità del Paese….». Sorride, ma neppure troppo, Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, politologo, tra i più strenui sostenitore del “No” all’ultimo referendum sulle riforme costituzionali del 4 dicembre scorso. È da poco passato mezzogiorno a Montecitorio. In Aula il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico si accusano a vicenda di aver affossato la legge elettorale. Volano stracci. Compaiono tabelloni luminosi con il voto segreto. Di tutto di più.

AL VOTO COL CONSULTELLUM? Nel frattempo sui quotidiani i retroscena dicono che, se il patto a quattro di cui si è parlato in questi giorni saltasse, si potrebbe andare lo stesso a elezioni anticipate con il Consultellum. Il capo dello Stato tace, mentre i quirinalisti spiegano che sarebbe disponibile in caso di approvazione di una legge elettorale a sciogliere le Camere. «Ma l’unico motivo valido per sciogliere il parlamento prima della sua scadenza naturale, alla fine di febbraio del 2018, è che non esista più un governo sostenuto da una maggioranza in grado di funzionare. Non pare la situazione del governo Gentiloni», spiega Pasquino.

«LA LEGGE? BASTANDO DUE MODIFICHE…». Quindi perché Matteo Renzi e i renziani vogliono andare a elezioni anticipate? «Semplice, perché Renzi vuole uno stipendio da parlamentare», chiosa il professore. La situazione è fluida. Per di più a diversi analisti appare improbabile che Renzi faccia cadere un governo di centrosinistra per la terza volta, dopo quello di Enrico Letta e il suo. E poi, appunto, c’è la discussione sulla legge elettorale: «Basterebbero due modifiche, quella sul voto disgiunto e sulle preferenze, per ottenere i voti anche dei Cinque Stelle. Bisogna dirlo, perché c’è chi racconta falsità».

DOMANDA. Anche lei, dunque, è favorevole al sistema tedesco.
RISPOSTA. Ripeto, basterebbe davvero poco per avere una legge elettorale simile a quella della Germania, dove si governa con grande tranquillità da anni.

D. Il 5% è un buon punto di partenza.
R. Assolutamente, ma poi servirebbe la possibilità di voto disgiunto, vale a dire che l’elettore può votare il candidato di un partito per il collegio uninominale e scegliere la lista di un partito diverso con il suo secondo voto.

D. Ora il Pd sostiene che la legge è morta, mentre il M5s accusa Renzi. Solo un gioco delle parti?
R. Matteo Renzi e Beppe Grillo vogliono decidere i parlamentari da inserire nelle liste. Solo su questo si trovano d’accordo.

D. A quanto pare diversi franchi tiratori arrivavano anche dal Partito democratico.
R. Mi pare evidente che sui 300 parlamentari eletti nel 2013 con il premio di maggioranza ce ne siano almeno 100 che sanno di non essere ricandidati. E quindi possono votare contro.

D. Eppure ora tra i renziani sta balenando l’ipotesi di andare lo stesso a elezioni anticipate con il Consultellum.
R. I tempi tecnici per andare al voto a settembre si assottigliano sempre di più. Basta che la legge arrivi al Senato ma poi sia rinviata di nuovo alla Camera. E poi non esiste nessuna relazione pericolosa fra l’approvazione di una nuova e indispensabile legge elettorale e l’indizione di elezioni anticipate.

D. Il presidente emerito Napolitano si è detto contrario alle urne a settembre.
R. Napolitano è consapevole che qualsiasi campagna elettorale anticipata avrebbe un rischio per l’Italia in termini economici e di credibilità.

D. Emanuele Macaluso, storico direttore de L’Unità da sempre vicino al presidente emerito, insiste su un punto: Renzi e i renziani non hanno ancora spiegato perché bisogna andare al voto a settembre.
R. Lo dico io perché: Renzi ha bisogno in fretta di un posto da deputato o da senatore per avere uno stipendio, dal momento che non credo sia stipendiato dal Partito democratico. Su questo vorrei aggiungere un’altra cosa.

D. Prego.
R. Renzi pensa di andare a elezioni anticipate e poi, dopo un accordo con Silvio Berlusconi, farsi nominare premier. È un idea che non sta né in cielo né in terra, perché Berlusconi potrebbe preferirgli tranquillamente qualcun altro. Anzi, di sicuro sarà così.

D. Perché Mattarella continua a non intervenire nel dibattito?
R. Sta aspettando di capire l’evolversi della situazione. È un arbitro e non vuole intervenire: è il suo carattere. Ma guardi, come le ho già detto, se io conosco bene Mattarella e Napolitano, il primo ha detto al secondo di farsi avanti. E il secondo si è fatto sentire.

Pubblicato 8 giugno 2017 su LETTERA 43

 

Restano i nominati e altri obbrobri

Il fatto

Cancellando il ballottaggio, l’elemento davvero distintivo rispetto al Porcellum, la Corte Costituzionale ha strappato il cuore dell’Italicum. Non è chiaro perché i renziani gongolino dicendo che è stato salvato il premio di maggioranza la cui soglia per ottenerlo, rimasta ferma al 40 per cento, non sarà attingibile da nessuno tranne da Luca Lotti che sostiene che il 40 per cento dei Sì al referendum costituzionale sono tutti del suo capo. Seppure in maniera tormentata, la Corte ha fatto molto di più. Ha scoperto una disposizione di sessant’anni fa (grazie archivisti archeologi), per conservare le obbrobriose candidature multiple, fino a dieci collegi, preziosa eredità berlusconiana, stabilendo, però, che i supercandidati, almeno nove volte su dieci inevitabilmente anche paracadutati/e, non potranno scegliere ad libitum (che non sarebbe loro, ma del capo) dove desistere e dove insistere, ma, “allo stato”, vale a dire fino a che non si troverà un altro escamotage, dovranno sottostare al “criterio residuale del sorteggio”. Più precisamente, andranno a rappresentare un collegio a caso.

Nel complesso, la rappresentanza politica degli italiani sarà affidata a due tipi di deputati: un 65 per cento o poco più di nominati, sui quali faremo affidamento per contenere il fenomeno del trasformismo (nominati e nominate saranno molto leali nei confronti di chi ha il potere di rinominarli/e); un 35 per cento di eletti che si sono conquistato il seggio grazie alle preferenze. Che l’esistenza di capilista bloccati e di pluricandidati vada a cozzare contro il principio di eguaglianza (art. 3 della Costituzione italiana vigente), in questo caso di eguaglianza fra i candidati stessi nella competizione elettorale, evidentemente alla maggioranza dei giudici non deve essere sembrato un problema. Se esistesse la possibilità per i giudici costituzionali italiani di esprimere a chiare lettere sia le loro motivazioni concorrenti con la sentenza firmata dalla maggioranza sia le opinioni dissenzienti, i cittadini italiani imparerebbero molto sui criteri che i giudici adottano. Potrebbero addirittura scoprire che, mentre alcuni di noi, malpensanti, attribuiamo le decisioni a motivazioni politiche, i giudici seguono solidissime interpretazioni giuridiche, anche se, in materia elettorale, proprio tutte giuridiche non possono essere.

Infine, la maggioranza della Corte ha risposto anche ad una domanda politica che era/è nell’aria: “quando si può andare a votare?”. Risposta perentoria della Corte: “All’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione”. Sul punto, avrei più di una riserva. Possibile che non sia necessario un passaggio parlamentare con il quale il testo dell’Italicum viene riscritto con i tagli impostigli dalla Corte? Già sembra opinione largamente, ma non unanimemente, condivisa, che il massacro del Porcellum abbia dato vita a una legge “suscettibile di immediata applicazione” al Senato, il cosiddetto Consultellum. Tuttavia, poiché le due leggi, ancorché entrambe proporzionali , contengono differenze non marginali, soprattutto per le clausole d’accesso al Parlamento (un misero 3 per cento alla Camera e un cospicuo 8 per cento al Senato) e per l’attribuzione del premio in seggi, rimane aperta la necessità segnalata con forza (sic) dal Presidente Mattarella: armonizzare i due testi di legge al fine di evitare la presenza di una maggioranza alla Camera diversa da quella al Senato.

Lasciando l’esultanza a chi vuole andare il più presto possibile a elezioni anticipate, due problemi meritano di essere sobriamente segnalati. Il primo riguarda chi debba scrivere le leggi elettorali: il Parlamento o la Corte Costituzionale? Se il Parlamento dimostra la sua incapacità, è inevitabile che “il giudice delle leggi” diventi anche il produttore di quella specifica legge, ma lo fa di risulta potendo operare soltanto a partire da (brutti) testi già esistenti con esiti che, probabilmente, non hanno soddisfatto appieno nessuno dei giudici costituzionali. Secondo problema: nuove elezioni fatte con leggi che contengono non pochi inconvenienti comportano, da un lato, la possibilità di un esito balordo per un po’ tutti i partiti (e gli elettori); dall’altro, che il discorso sulla legge elettorale riprenderà e continuerà con acrimonia anche dopo il voto. “Chi è causa del suo mal pianga se stesso” non è, però, una consolazione per i cittadini elettori costretti a usare strumenti elettorali raffazzonati e inadeguati e a subire le conseguenze del malgoverno.

Pubblicato il 28 gennaio 2017

Italicum: dialogo tra un Giudice costituzionale e uno Scienziato politico

FQ

Scienziato: Non solo, caro Giudice, ci avete messo un sacco di tempo per partorire un topolino, ma adesso vi date addirittura quindici giorni (le motivazioni della sentenza saranno pubblicate il 10 febbraio) per stendere il testo completo.

Giudice: Manca il personale. Ah, no: questo non lo credete. Dirò, allora, che c’erano dissensi tecnici e politici. Insomma, il Parlamento opera lentamente dietro muri di ignoranza e da noi volete una rapida supplenza senza accondiscendenza addirittura in piena trasparenza?

S: A me, in una delle poche riforme sulle quali sono d’accordo con Rodotà, piacerebbe leggere non solo le motivazioni della maggioranza, ma le motivazioni eventualmente concorrenti, ancorché differenti, e soprattutto le opinioni dissenzienti. Vorrei portarvi a Filadelfia (dove fu scritta la Costituzione USA) e non lasciarvi sul Partenone.

G: Perché sul Partenone?

S: E dov’altro si poteva ricorrere al sorteggio se non là dove uomini bianchi, cresciuti agli insegnamenti dei filosofi, benestanti, leggermente abbronzati e profumati, di status eguale, erano disponibili ad accettare il sorteggio per le cariche elettive? Invece, il sorteggio attraverso il quale stabilire il collegio di cui il pluricandidato sarà rappresentante sembra alquanto orwelliano.

G: Non le pare di esagerare, scienziato, perché chiamare in causa Orwell, mica siamo nella Fattoria degli animali?

S: Come no! Tutti i candidati sono eguali, ma alcuni sono più eguali di altri. Infatti, ce ne saranno molti che continueranno a godere delle pluricandidature e molti che saranno capilista bloccati. Alquanto scandaloso. Forse va anche contro il principio di eguaglianza dell’art. 3 della Costituzione che noi referendari del NO abbiamo appena salvato.

G: Nell’art. 3 mica sta scritto che tutti i cittadini candidati sono eguali davanti alla legge elettorale. L’eguaglianza l’abbiamo recuperata con quello che lei critica: il sorteggio. Pensi come sarà divertente.

S: Divertente, non so, ma, sostanzialmente, privo di rischi per l’elezione dei pluricandidati, inesorabilmente, anche pluriparacadutati e, soprattutto, privo di opportunità per gli elettori che non potranno bocciarli.

G: Sottigliezze le sue, scienziato dello stivale italico. Guardi al nostro intervento più incisivo: l’abolizione del ballottaggio. Non vede che con un colpo di forbici abbiamo ridato al paese l’agognata proporzionale?

S: Tanto per cominciare io non l’agognavo per niente. Secondo, il ballottaggio era, quasi esattamente come per l’elezione dei sindaci, uno strumento importante nelle mani degli elettori partecipanti che acquisivano il potere di decidere a chi consegnare il potere di governarli. L’avete tolto perché temevate che il prossimo governo fosse a Cinque Stelle.

G: Oh, no, scienziato, noi non facciamo politica, suppliamo alle carenze oramai drammatiche della politica. Adesso, aspettiamo che i parlamentari in carica “armonizzino” la legge per la Camera con il Consultellum che abbiamo già scritto per loro tre anni fa. Che cosa volete di più?

S: Continuo a volere un Europaeum, vale a dire una legge sul modello di quelle che, in Francia, doppio turno in collegi uninominali, e in Germania, proporzionale personalizzata son soglia di accesso al Bundestag, hanno dato ottima prova di sé.

G: Ma, allora, visto che si unisce alle nostre schiere? Anche lei arriva sul Partenone. La avrà quella legge elettorale, la avrà: alle calende greche.

Pubblicato il 26 gennaio 2017 su FuturoQuotidiano

Scrivere una legge elettorale europea

Nelle democrazie, le leggi elettorali le scrivono i parlamentari, non i governi, meno che mai i giudici, neppure quando sono giudici costituzionali. Tuttavia, è sempre opportuno e giusto che i giudici valutino la costituzionalità delle leggi elettorali, come le due più recenti leggi italiane, Porcellum e Italicum, relativamente alla loro conformità ai principi sui quali si regge e secondo i quali deve funzionare la Repubblica. Congegnata per compiacere Berlusconi ai tempi del Patto del Nazareno, formulata dal governo Renzi e poi imposta con addirittura tre voti di fiducia, la legge nota come Italicum era poco meno che un Porcellum rivisto e solo parzialmente corretto. Smantellato dalla Corte costituzionale il Porcellum con la sentenza n.1/2014, apparve subito ovvio che l’Italicum non era esente da vizietti di incostituzionalità molto simili a quelli del suo predecessore. Piovvero i ricorsi sui quali, chiamata a decidere, la Corte prese tempo in attesa dell’esito referendario che, mantenendo in vita il Senato, rende indispensabile anche una nuova legge per la sua (ri-)elezione.

La laboriosa decisione della Corte, che segnala significative differenze sia tecniche, vale a dire sui meccanismi, sia politiche, ovvero sull’impatto che la sentenza avrà sul governo, sul Parlamento sul sistema politico, è stata resa ancora più difficile dall’esistenza di una precedente indicazione di fondo della Corte stessa. Nessun organismo costituzionale può rimanere privo della legge che ne consente l’elezione. Dunque, quando la Corte smantellò il Porcellum, quello che rimase in piedi, detto Consultellum, era una legge elettorale, del tutto proporzionale, che molti ritennero immediatamente applicabile. Dichiarati incostituzionale il solo ballottaggio, peraltro, il cuore dell’Italicum, quello che rimane è quasi certamente una legge altrettanto applicabile, ma migliorabile da più punti di vista, anche grazie alla necessità di estenderla e, come ha chiesto il Presidente della Repubblica Mattarella, in maniera armonica, al Senato.

Adesso, nulla osta che il Parlamento, non il governo, rimetta le mani nella comunque ingarbugliata matassa della legislazione elettorale. Formalmente, non c’è fretta poiché la legislatura può durare fino a febbraio-marzo 2018. Politicamente, alcuni dirigenti di partito vogliono anticipare il ritorno alle urne perché pensano di trarne qualche profitto, ma raramente gli elettori italiani hanno premiato chi ha interrotto la vita di un Parlamento. Per di più, come dovrebbe essere noto anche a chi vive nel Palazzo, la gatta frettolosa fa i gattini ciechi. Non sembra proprio il caso che i partiti continuino ad anteporre i loro interessi di breve respiro, calcolati sulla base dei sondaggi, per scrivere una legge elettorale che un eventuale ricorso potrebbe fare tornare alla valutazione della Corte. Nelle democrazie, non solo europee, di lunga durata, soltanto in rarissimi casi (uno dei quali, importantissimo, è la Francia, che nel 1958 fece un cambio di regime), le leggi elettorali sono state cambiate.

Sarebbe bello e utile conoscere le opinioni, non solo dissenzienti, dei giudici per sfruttarne la ratio al fine di formulare una buona legge elettorale. Comunque, adesso è augurabile che, con due obiettivi fondamentali in mente: potere degli elettori e rappresentanza dei cittadini, i parlamentari in carica scrivano una legge elettorale di stampo europeo, vale a dire già vista all’opera, che venga accettata da tutti, o quasi, perché equa, perché non garantisce vantaggi a nessun partito esistente, non impedisce la nascita di partiti nuovi, purché godano di un adeguato consenso elettorale, offre ai cittadini la possibilità di scegliere il partito e i candidati preferiti, incoraggia la formazione di coalizioni governo, consente di sperare che la sua vita sia lunga e che il sistema non si blocchi ancora a causa di incompetenza e partigianeria.

Pubblicato AGL il 26 gennaio 2017

Renzi, drop your guns

Larivistailmulino

La popolarità del governo Gentiloni sembra leggermente in crescita, ma il suo futuro continua a essere oscuro. Tutti i retroscenisti, ma anche troppi commentatori orfani/e di Renzi sondano le intenzioni dell’ex-capo del governo, che aveva annunciato il suo ritiro dalla politica se avesse perso il referendum. Invece, adesso preannuncia il suo ritorno lasciando che in maniera quasi rassegnata i suoi collaboratori sostengano che elezioni anticipate il prima possibile sono l’unica soluzione ai mali prodotti da coloro che hanno votato NO. In un paese decente, giornalisti/e, autorità, parlamentari dovrebbero attenersi ai fatti e alle regole del gioco. Prima fondamentale regola: il governo, qualsiasi governo rimane in carica non ad libitum di qualcuno, neppure a piacimento del segretario di un partito (roba, direbbero molti, spregiativamente, “da Prima Repubblica”), ma fintantoché quel governo è operativo. Comunque, nessun segretario di partito, non nella Prima Repubblica, tantomeno nella “Seconda”, gode della prerogativa autonoma di imporre lo scioglimento anticipato al Presidente della Repubblica, il quale è l’unico ad avere il potere costituzionale di deciderlo. In caso di crisi di governo, il Presidente della Repubblica ha sempre il dovere costituzionale di “sentire” i Presidenti di entrambe le camere per sapere se esiste la possibilità di dare vita a un altro governo, purché non sia un governo qualsiasi, ma prometta di funzionare, di fare “cose”, e molte sono le cose domestiche ed europee che il governo italiano deve fare. Altrimenti, sarà il Presidente a tenere le consultazioni con i capi dei partiti. Non bisognerà mai più assistere a raccapriccianti consultazioni parallele come quelle ostentatamente fatte da Ronzi nel dicembre 2016 (e che, purtroppo, nessuno gli ha dura(tura)mente rimproverato). Un altro governo potrebbe anche diventare, alla prova dei fatti, quello che conduce il paese alle elezioni, meglio se alla scadenza naturale del Parlamento: febbraio-marzo 2018 (data più volte indicata da Renzi stesso).

L’ostacolo ora e, presumibilmente, anche dopo la attesissima sentenza della Corte Costituzionale, è l’inesistenza di una legge elettorale immediatamente utilizzabile, ma, anche se esistesse la legge per la Camera, consultellum o miniItalicum, bisognerebbe pure scrivere quella per il Senato, prematuramente e colpevolmente già dato per defunto dagli improvvidi riformatori costituzionali. Quindi, qualsiasi discussione sul ritorno alle urne appare contare su tempi che non sono né scontati né prevedibili. Allora perché se ne discute fin dal giorno stesso in cui venne creato il governo Gentiloni? L’unica interpretazione possibile, certamente quella con più solide basi, è che l’ex-Presidente del Consiglio Matteo Renzi non stia sereno. Senta che più il tempo passa meno è probabile che l’elettorato lo premi per non si sa quali meriti pregressi e che il suo partito tragga vantaggi da un qualche sussulto post-referendario. Il segretario del Partito Democratico è palesemente meno interessato alla capacità del governo, nel quale lui stesso ha imposto la re-immissione di tutti i suoi ministri e ha addirittura premiato chi aveva contribuito alle riforme bocciate (Maria Elena Boschi e Anna Finocchiaro, la Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato), di risolvere i molti problemi lasciati aperti dal suo malposto attivismo.

Il segretario del Partito Democratico non desidera nessun miglioramento nell’economia, nella società, nel sistema politico il cui merito finisca per essere attribuito al suo successore Paolo Gentiloni. Renzi guarda esclusivamente al suo interesse personale di rappresaglia/vendetta politica e di riconquista del governo. Tempo fa, Michele Salvati consigliò a Renzi di non prestare nessuna attenzione ai critici delle sue audaci attività invitandolo a insistere (in altri tempi si sarebbe detto a “tirare diritto”): “stick to your guns”. Oggi il suggerimento, che tenga anche conto della [referendaria]”responsabilità repubblicana”, tanto cara a Massimo Cacciari, dovrebbe essere, al contrario, quello di non ostacolare il governo Gentiloni, di sostenerne l’opera, di non minacciarlo con gravi conseguenze per l’Italia. Insomma, per il bene del sistema politico, della patria repubblicana: “Renzi, drop your guns”.

Pubblicato il 16 gennaio 2017 su La rivista il Mulino

Bentornato Mattarellum, ma riveduto e migliorato

viaBorgogna3

Non stiamo cercando il sistema elettorale perfetto. Coloro, poi, che volevano cambiare il bicameralismo che chiamavano “perfetto”, ma era paritario, proprio non ci arriverebbero mai. Infatti, avevano inventato un Porcellum poi finalmente smantellato dalla Corte Costituzionale. Per superare le obiezioni di quella Corte hanno confezionato un Italicum che, per le poche variazioni rispetto al Porcellum è, a tutti gli effetti, un Porcellinum. Adesso aspettano di vederselo triturato dalla Corte la cui composizione è quasi la stessa di tre anni fa. La “triturazione” servirebbe loro ottimamente per avere un alibi. In via di principio, a un sistema proporzionale senza clausole, il cosiddetto consultellum, che, per capre e caproni, è dizione più precisa di “puro”, chiunque voglia dare o dichiari di volerlo fare, rappresentanza ai cittadini, non può opporsi. Meglio, però, se il prossimo sistema elettorale darà anche potere ai cittadini, gentilmente consentendo loro di scegliere i propri rappresentanti nei collegi uninominali.

Non necessariamente congegnato con questo obiettivo, il Mattarellum ha funzionato in maniera più che accettabile nel 1994, 1996, 2001. Ricordiamone, però, alcuni elementi importanti. Primo: non avremmo mai avuto un sistema elettorale maggioritario e collegi uninominali se non fosse stato per l’opera indefessa dei referendari del 1993 (fra i quali c’ero anch’io). I parlamentari della legislatura 1992-1994 furono obbligati a trovare un modo per non tradire troppo l’esito del referendum che si applicò senza nessun intervento al Senato. Tre quarti di collegi uninominali nei quali vinceva chi otteneva un voto in più degli altri. Un quarto di eletti con il cosiddetto recupero proporzionale dei soli voti non già utilizzati per eleggere candidati. Un esempio numerico chiarisce tutto. Lo faccio con riferimento all’elezione degli, allora, otto senatori nelle Marche. Ciascun collegio ha all’incirca 180 mila elettori, il 65 per cento dei quali, vale a dire, 117 mila, vota. Data l’attuale distribuzione dei voti secondo i sondaggi, è probabile che il PD conquisti tre seggi e, se il centro-destra non ha raggiunto nessun accordo pre-elettorale nel suo ambito, gli altri tre seggi maggioritari saranno conquistati dalle Cinque Stelle. Nessuno dei voti utilizzati da PD e Cinque Stelle per le loro vittorie può servire per il recupero proporzionale al quale parteciperanno soltanto i candidati del centro-destra. I due seggi di recupero andranno ai candidati dei due partiti il cui monte voti complessivo è più alto, presumibilmente, nell’ordine, Lega Nord e Forza Italia. In una regione piccola l’effetto maggioritario sembra contenuto, ma in regioni grandi come Lombardia, Sicilia, Campania. Veneto e Emilia-Romagna risulterà notevole. Naturalmente, non v’è nessuna certezza che un partito che abbia il 32 per cento dei voti su scala nazionale riesca ad ottenere una maggioranza assoluta di seggi alla Camera o al Senato.

La scheda a parte e lo scorporo, ovvero, meglio, lo scomputo dei voti serviti a eleggere i deputati da quelli andati alla lista, bloccata, di recupero proporzionale, furono una non brillante invenzione introdotta dai dirigenti di partito, un salvagente per garantirsi il seggio, anche grazie alla possibilità di essere presenti tanto in un collegio uninominale quanto nella lista bloccata. Nel 1994, sia Mario Segni, nel suo collegio uninominale in Sardegna, sia Sergio Mattarella, nel suo collegio uninominale in Sicilia, furono sconfitti, ma tornarono alla Camera dei deputati recuperati come capilista della lista bloccata. Altri più furbi o più forti si fecero paracadutare in collegi uninominali sicuri (preferibilmente in Toscana, in Emilia, in Umbria). Nel suo collegio di Gallipoli, nel 1996 Massimo D’Alema rinunciò al salvagente della candidatura simultanea nella scheda proporzionale. Fu eletto. Suggerimento: introdurre nel Mattarellum 2.0 il requisito di residenza da almeno tre anni nel collegio in cui si vuole essere candidati.

Il Mattarellum incentivò la formazione di coalizioni pre-elettorali. Tali furono in Italia tanto l’Ulivo quanto l’Unione e, per il centro-destra, il Polo delle Libertà e il Polo del Buongoverno, in seguito la Casa della Libertà. Le coalizioni pre-elettorali, che sono molto diffuse nelle democrazie parlamentari europee che usano sistemi proporzionali, ma che hanno una loro non disprezzabile storia anche in Francia dove ci sono collegi uninominali, danno un’informazione in più all’elettorato su quali partiti potrebbero andare al governo.

In Italia, i piccoli partiti pretesero allora collegi sicuri per entrare nelle coalizioni pre-elettorali minacciando altrimenti di fare mancare i loro voti che potevano essere decisivi. Eliminando la scheda di recupero proporzionale, la minaccia sarebbe spuntata. I candidati vittoriosi in seguito ad un chiaro accordo pre-elettorale sarebbero, al tempo stesso, effettivi rappresentanti del collegio, ma agirebbero da parlamentari a sostegno della loro coalizione sia al governo sia all’opposizione. I famigerati trasformisti debbono e possono essere bloccati attraverso il regolamento di Camera e Senato che sancisca che coloro che cambiano gruppo parlamentare non sono abilitati a formarne un altro, ma sono obbligati a confluire nel gruppo misto perdendo stanze, segretarie, fondi e persino accesso alle cariche nelle Commissioni. A queste condizioni e senza nessun’altra modifica rispetto a quelle che ho delineato (più precisamente, senza nessun premietto in seggi), il Mattarellum 2.0 è il sistema elettorale più facilmente e rapidamente configurabile e sicuramente preferibile nelle condizioni date. Non avvantaggia e non svantaggia nessuno. Crea condizioni di incertezza per candidati e partiti. Conferisce incisivo potere agli elettori.

Pubblicato il 19 dicembre su Casa della Cultura online

Ancora sull’Italicum

Larivistailmulino

L’Italicum è un mostriciattolo, ma sicuramente appartiene alla categoria dei sistemi proporzionali con una correzione maggioritaria. La correzione può essere molto sostanziosa, ma, a meno di una drammatica perdita di consensi del Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle, non riuscirà mai a sovvertire la proporzionalità complessiva dell’esito. Anche qualora il premio di maggioranza fosse attribuito ad un partito che ha ottenuto il 25 per cento dei voti, l’esito rimarrebbe largamente proporzionale. Infatti, dal 25 per cento del voto sincero al primo turno, il partito vittorioso passerebbe al 54 per cento di seggi con un guadagno del 29 per cento. Tutti gli altri seggi, vale a dire, precisamente il 71 per cento, sarebbero assegnati in maniera proporzionale. Per di più, la bassa soglia di accesso al Parlamento consente e addirittura incoraggia la frammentazione dei partiti e più partitini in Parlamento non equivale a più rappresentatività né a migliore rappresentanza politica. Soprattutto, l’Italicum è un unicum. Non ha nulla in comune con i sistemi elettorali maggioritari in collegi uninominali né con quelli di tipo inglese neppure nella variante, detta majority, australiana, né con il doppio turno francese con clausola di accesso al secondo turno. Andare alla ricerca della disproporzionalità degli esiti fra sistemi proporzionali e sistemi maggioritari è un’operazione che non ha alcun senso scientifico. Per di più, come l’ha effettuata D’Alimonte, utilizzando in maniera inaspettatamente “creativa” i risultati delle elezioni inglesi (nelle quali, incidentalmente, c’è stato un vincitore chiaro e immediatamente individuato al termine dello spoglio), è semplicemente un’operazione sbagliata. Di più: è una vera e propria manipolazione. Infatti, queste operazioni non possono essere contrabbandate come “comparazioni”. Debbono essere condotte come simulazioni, vale a dire vanno costruite intorno a una pluralità di ipotesi in competizione. Se cambiano alcune regole del gioco elettorali allora in che modo e quanto gli elettori ne terranno conto? Per qualsiasi ballottaggio bisogna, ad esempio, tenere conto di chi presumibilmente andrà a votare e delle probabilità degli elettori di votare in maniera strategica.

Nulla di tutto questo si riscontra nelle semplicistiche analisi prodotte non con obiettivi conoscitivi, ma a sostegno pregiudiziale dell’Italicum. Si aggiunga che nei collegi uninominali contano anche le personalità dei candidati, il loro radicamento, la loro campagna elettorale. Quanto ai sistemi proporzionali, tutti i partiti cercano di adattarsi a ciascuno di loro tenendo conto sia dell’eventuale esistenza di una clausola di accesso al Parlamento, che può influenzare più o meno negativamente molti elettori non disposti a votare per partiti che potrebbero non ottenere rappresentanza parlamentare, sia dell’esistenza o meno del voto di preferenza che, sarà opportuno ricordarlo a coloro che vorrebbero eliminarlo come anomalia italiana (ma, l’Italicum non è un’anomalia italianissima?) esiste con diversificate modalità in sedici dei ventotto stati membri dell’Unione Europea.

Al momento, sarebbe preferibile che, soprattutto i non propriamente attrezzatissimi sostenitori dell’Italicum, dei quali, francamente, non conosco le credenziali in materia di studi e di pubblicazioni sui sistemi elettorali, non aggiungessero altre discutibilissime motivazioni. Resta soltanto da vedere se, come, su che cosa potrà farsi ricorso a sacrosanti referendum elettorali (dai quali, in un passato non esattamente remoto, nacquero buone leggi elettorali): abrogazione totale o abrogazioni parziali? La prima strada sembrerebbe possibile se, come molti dicono, il testo rimanente dopo la sentenza della Corte, ovvero il consultellum, è immediatamente applicabile. La seconda dovrebbe essere in grado di ritagliare facilmente i capilista bloccati e le candidature multiple. Potrebbe anche giungere fino a rendere il ballottaggio sempre e comunque obbligatorio. Meno Italicum rimarrà meglio sarà.

Pubblicato il 19 maggio 2015

Le mie risposte alle domande* de “Il Sole 24 ORE” su pregi e difetti dell’ #Italicum

1) La riforma che la Camera si avvia ad approvare è buona o cattiva?

– Piuttosto cattiva

2) Se dovesse elencarne i meriti in tre punti, quali citerebbe?

– Un solo merito: il ballottaggio che dà potere reale agli elettori

3) In cosa invece la ritiene sbagliata o migliorabile?

– Sbagliato il premio alla lista; sbagliate le candidature multiple; sbagliata la bassa soglia (3%) per l’accesso al Parlamento

4) I sostenitori della legge ne sottolineano la spinta a favore della governabilità. Lei è d’accordo? E in che modo ciò avverrà?

– Non sanno di che cosa parlano. In nessuna democrazia europea la governabilità dipende dal premio di maggioranza

5) Al contrario i detrattori ne sottolineano i limiti in termini di rappresentatività. Vede anche lei un rischio in questo senso?

– La rappresentatività dipende solo parzialmente dal numero dei partiti “rappresentati” in Parlamento. Dipende dalla competizione fra i partiti costretti ad essere rappresentativi per vincere. Il rischio è troppo potere ad un partito che si convinca di essere il rappresentante della Nazione

6) Una delle obiezioni della Consulta al Porcellum è l’eccessiva disproporzionalità del premio di maggioranza attribuito senza stabilire una soglia minima. L’Italicum prevede una soglia del 40 per cento per ottenere il premio del 15 per cento. Si risponde così alle osservazioni della corte?

– Il premio va al partito che vince al ballottaggio, dunque, ottenendo anche solo un voto in più del 50 per cento dei voti espressi. Di volta in volta si saprà quale percentuale degli aventi diritto sarà rappresentata dai votanti al ballottaggio. Rimane che al primo turno quel partito potrebbe avere ottenuto anche solo il 26 per cento dei voti. Poiché gli verranno assegnati il 54 per cento dei seggi parlamentari, il premio ammonterà ad un sonante  28 per cento. La Corte dovrebbe essere fortemente insoddisfatta

7) Non è un’anomalia in sé applicare un premio di maggioranza sulla base di un sistema proporzionale?

 – Il premio di maggioranza su un sistema proporzionale non è un’anomalia italiana. Già lo abbiamo, con buoni esiti, per l’elezione dei Consigli comunali e dei sindaci

8) La soglia di sbarramento è stata portata al 3 per cento per tutti i partiti. Se si voleva davvero fronteggiare la frammentazione non era meglio una soglia più alta, magari del 5 come in Germania?

– Ovviamente, sì: 5 per cento. Fare come in Germania è molto spesso una cosa buona e giusta

9) Non si rischia in questo modo la “balcanizzazione” delle opposizioni in presenza di un primo partito rafforzato dal premio?

– Fare come nei Balcani è per lo più la cosa cattiva e sbagliata, ma sia Renzi sia Berlusconi erano, e probabilmente continuano ad essere, con motivazioni diverse, d’accordo sulla balcanizzazione delle opposizioni

10) L’altra importante obiezione della Consulta al Porcellum riguarda le lunghe liste bloccate, che non permettevano all’elettore di riconoscere il futuro eletto. La soluzione del capolista bloccato e delle preferenze per tutti gli altri non è un ibrido al ribasso? Soddisfa le indicazioni della Consulta?

– Ibrido pessimo, riprovevole. Lascio il giudizio all’incerta giurisprudenza della Corte. La mia soluzione sarebbe, in linea con il referendum del 1991, una sola preferenza

11) L’Italicum prevede la possibilità di candidature plurime per il posto di capolista. Con il rischio che un elettore scelga un partito in virtù dell’appeal di un capolista ritrovandosi poi ad eleggere un altro candidato. Questo non va contro l’indicazione della Consulta sulla riconoscibilita?

– Ovviamente sì. Cancellare con un tratto di pennarello le candidature multiple (10) sarebbe un atto di semplice decenza

12) Il premio di maggioranza, sia in caso di vittoria al primo turno sia in caso di vittoria al ballottaggio, attribuisce alla prima lista un vantaggio alla Camera di circa 25 deputati. Dal momento che la legge è stata pensata soprattutto in chiave di governabilità, non è un margine troppo esiguo?

– E’ un margine sufficiente per un partito che abbia una vita interna vivace e democratica

13) L’Italicum vieta espressamente gli apparentamenti tra partiti tra il primo e l’eventuale secondo turno di ballottaggio, apparentamenti consentiti in altri sistemi con ballottagio. Non si rischia in questo modo di comprimere troppo il confronto democratico dando tutto il potere ai partiti maggiori?

– La domanda contiene parte della risposta. La parte più importante è che in tutta Europa, tranne in Spagna, almeno finora, i governi sono di coalizione. Sarebbe opportuno consentire le coalizioni al primo turno oppure, almeno, come per i sindaci (la buona legge fatta nel 1993 dal Parlamento su impulso dei referendari, gli apparentamenti per il ballottaggio

14) Non è anomalo posticipare l’entrata in vigore dell’Italicum al luglio 2016 privando il Paese di un efficiente sistema elettorale in caso di necessità?

-Piuttosto che di anomalia parlerei di scommessa o di spadina di Damocle sulla testa dei parlamentari. Comunque, molti dicono, ma non è questa la mia opinione, che, in caso di necessità, evidentemente procurata, ci sarebbe il sistema proporzionale delineato dalla Corte. Pasticcio più pasticcio meno: rassegnatevi

15) L’Italicum vale solo per l’elezione della Camera dei deputati dal momento che c’è un legame politico con la riforma costituzionale ora all’esame del Senato per la terza lettura che abolisce il Senato elettivo trasformandolo in Camera delle Autonomie. Non è irrazionale, nel caso in cui la riforma costituzionale non andasse in porto, andare a votare con due sistemi diversi (l’Italicum per la Camera e il proporzionale Consultellum per il Senato)?

–  A questa domanda passo. Che cosa si può suggerire a sedicenti riformatori pasticcioni? Ricordare loro che un sistema politico è per l’appunto un sistema, non un supermercato, nel quale ciascuna delle componenti è in relazione con le altre e che, di conseguenza, cambiarne una significa dovere tenere conto dell’impatto sulle altre

16) C’è il rischio di introdurre un presidenzialismo di fatto con il maggioritario Italicum e una sola Camera elettiva, come sostengono gli oppositori di questa riforma elettorale?

– Sì, c’è soprattutto il rischio di eccessiva concentrazione di poteri nelle mani del Primo ministro. Non è presidenzialismo. E’ piuttosto il “premierato forte”, che nonostante alcuni cattivi maestri provinciali (che non sanno neanche cosa sia l’analisi comparata dei sistemi politici) e i loro ossequiosi allievi, non esiste da nessuna parte e che toglierà non pochi poteri al Presidente della Repubblica rendendogli impossibile svolgere il ruolo di arbitro, di garante, di contrappeso, persino di rappresentante dell’unità nazionale

*Italicum, 16 domande per capire la riforma – Il Sole 24 ORE 01 maggio 2015 (pagg 11/14)

La terza Repubblica

Pubblicato su terzarepubblica.it il 3 maggio 2015