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Restano i nominati e altri obbrobri

Il fatto

Cancellando il ballottaggio, l’elemento davvero distintivo rispetto al Porcellum, la Corte Costituzionale ha strappato il cuore dell’Italicum. Non è chiaro perché i renziani gongolino dicendo che è stato salvato il premio di maggioranza la cui soglia per ottenerlo, rimasta ferma al 40 per cento, non sarà attingibile da nessuno tranne da Luca Lotti che sostiene che il 40 per cento dei Sì al referendum costituzionale sono tutti del suo capo. Seppure in maniera tormentata, la Corte ha fatto molto di più. Ha scoperto una disposizione di sessant’anni fa (grazie archivisti archeologi), per conservare le obbrobriose candidature multiple, fino a dieci collegi, preziosa eredità berlusconiana, stabilendo, però, che i supercandidati, almeno nove volte su dieci inevitabilmente anche paracadutati/e, non potranno scegliere ad libitum (che non sarebbe loro, ma del capo) dove desistere e dove insistere, ma, “allo stato”, vale a dire fino a che non si troverà un altro escamotage, dovranno sottostare al “criterio residuale del sorteggio”. Più precisamente, andranno a rappresentare un collegio a caso.

Nel complesso, la rappresentanza politica degli italiani sarà affidata a due tipi di deputati: un 65 per cento o poco più di nominati, sui quali faremo affidamento per contenere il fenomeno del trasformismo (nominati e nominate saranno molto leali nei confronti di chi ha il potere di rinominarli/e); un 35 per cento di eletti che si sono conquistato il seggio grazie alle preferenze. Che l’esistenza di capilista bloccati e di pluricandidati vada a cozzare contro il principio di eguaglianza (art. 3 della Costituzione italiana vigente), in questo caso di eguaglianza fra i candidati stessi nella competizione elettorale, evidentemente alla maggioranza dei giudici non deve essere sembrato un problema. Se esistesse la possibilità per i giudici costituzionali italiani di esprimere a chiare lettere sia le loro motivazioni concorrenti con la sentenza firmata dalla maggioranza sia le opinioni dissenzienti, i cittadini italiani imparerebbero molto sui criteri che i giudici adottano. Potrebbero addirittura scoprire che, mentre alcuni di noi, malpensanti, attribuiamo le decisioni a motivazioni politiche, i giudici seguono solidissime interpretazioni giuridiche, anche se, in materia elettorale, proprio tutte giuridiche non possono essere.

Infine, la maggioranza della Corte ha risposto anche ad una domanda politica che era/è nell’aria: “quando si può andare a votare?”. Risposta perentoria della Corte: “All’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione”. Sul punto, avrei più di una riserva. Possibile che non sia necessario un passaggio parlamentare con il quale il testo dell’Italicum viene riscritto con i tagli impostigli dalla Corte? Già sembra opinione largamente, ma non unanimemente, condivisa, che il massacro del Porcellum abbia dato vita a una legge “suscettibile di immediata applicazione” al Senato, il cosiddetto Consultellum. Tuttavia, poiché le due leggi, ancorché entrambe proporzionali , contengono differenze non marginali, soprattutto per le clausole d’accesso al Parlamento (un misero 3 per cento alla Camera e un cospicuo 8 per cento al Senato) e per l’attribuzione del premio in seggi, rimane aperta la necessità segnalata con forza (sic) dal Presidente Mattarella: armonizzare i due testi di legge al fine di evitare la presenza di una maggioranza alla Camera diversa da quella al Senato.

Lasciando l’esultanza a chi vuole andare il più presto possibile a elezioni anticipate, due problemi meritano di essere sobriamente segnalati. Il primo riguarda chi debba scrivere le leggi elettorali: il Parlamento o la Corte Costituzionale? Se il Parlamento dimostra la sua incapacità, è inevitabile che “il giudice delle leggi” diventi anche il produttore di quella specifica legge, ma lo fa di risulta potendo operare soltanto a partire da (brutti) testi già esistenti con esiti che, probabilmente, non hanno soddisfatto appieno nessuno dei giudici costituzionali. Secondo problema: nuove elezioni fatte con leggi che contengono non pochi inconvenienti comportano, da un lato, la possibilità di un esito balordo per un po’ tutti i partiti (e gli elettori); dall’altro, che il discorso sulla legge elettorale riprenderà e continuerà con acrimonia anche dopo il voto. “Chi è causa del suo mal pianga se stesso” non è, però, una consolazione per i cittadini elettori costretti a usare strumenti elettorali raffazzonati e inadeguati e a subire le conseguenze del malgoverno.

Pubblicato il 28 gennaio 2017


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