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Conte, la trasparenza e le responsabilità di Salvini e Di Maio

La democrazia è anche trasparenza. Di motivazioni e di comportamenti. La buona conversazione democratica si svolge in pubblico, nella misura del possibile con l’opinione pubblica. Oggettivamente, la conferenza stampa di Conte ha prodotto informazioni utili e abbondanti. Ha evidenziato le responsabilità, nell’ordine, di Salvini e Di Maio. Non condivido per nulla i contenuti dell’azione di governo. Penso che la forma scelta da Conte per comunicare quei contenuti, le difficoltà, le tensioni e le loro possibili conseguenze sia da apprezzare.

 

Conte ha fatto bene a informare gli italiani. Il punto di Pasquino @formichenews

Era giusto e opportuno informare l’opinione pubblica dello stato di salute del suo governo dopo le elezioni europee. Il resto verrà

LE PRECEDENTI CRISI DI GOVERNO

Ricordo nel febbraio 2014 il passaggio della campanella di Presidente del Consiglio dal gentiluomo Enrico Letta al segretario del PD Matteo Renzi. Non ricordo che quel passaggio sia stato preceduto da un dibattito parlamentare. Grazie alla mia età e alle mie invidiabili capacità mnenomiche ricordo che nessuna, ma propria nessuna crisi di governo in Italia (debbono essercene state almeno 62) è stata annunciata in Parlamento. Semmai, raramente, un governo veniva sconfitto in Parlamento. Fu il caso clamoroso del governo dell’Ulivo nell’ottobre 1998, senza la necessità di un dibattito sul perché, sulle responsabilità, sulle conseguenze. Con queste premesse non faccio nessuna fatica a dichiarare che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha preso un’ottima iniziativa.

Era del tutto giusto e opportuno informare attraverso una conferenza stampa l’opinione pubblica italiana dello stato di salute del suo governo dopo le elezioni europee. Preferisco di gran lunga ascoltare dalla sua voce l’argomentata opinione del capo del governo piuttosto che leggere le più o meno fantasiose ricostruzioni dei retroscenisti, molti dei quali, lo debbo proprio dire, non conoscono né le regole né le prassi delle democrazie parlamentari né il grande pregio di queste forme di governo: la flessibilità.

MOSSA CONCORDATA

Ritengo che la maggior parte dei contenuti del Contratto di Governo sia sbagliata, che la loro attuazione sarebbe costosa e controproducente, che l’Italia sia da qualche tempo (da prima del governo giallo-verde) in declino e che nulla di quanto vogliono Di Maio e Salvini servirà a fermare il declino e a capovolgere la tendenza. Tuttavia, riconosco che il governo guidato da Conte è legittimo, è pienamente costituzionale (“il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” art. 94) e può continuare fino a quando quella fiducia non mancherà. Sono convinto che nel loro colloquio informale, che non può essere in nessun modo criticato, di qualche giorno fa, il Presidente della Repubblica (mi faccio io stesso “retroscenista”) abbia consigliato o concordato con Conte la mossa della conferenza stampa. È stata un avvertimento, ma anche un chiarimento come si conviene in democrazia.

Conte ha chiaramente indicato delle responsabilità. Le hanno entrambi i suoi Vice-Presidenti del Consiglio, ma uno (Salvini) più dell’altro (Di Maio) poiché la sua fantasiosa interpretazione del voto degli italiani che sconfigge le regole europee è eversivo, persino sottilmente contraddittorio. La democrazia nazionale sovranista italiana dovrebbe cambiare grazie ai voti espressi per l’elezione del Parlamento europeo? “Rob de matt” direbbero a Milano. Conte ha affermato in maniera convincente che non si presterà a “vivacchiare”. Il Presidente della Repubblica ricorderà a tutti, ma dovremmo saperlo, che non è sufficiente che esista una maggioranza numerica in Parlamento. Quella maggioranza deve essere operativa e operosa. Se i due contraenti bloccano reciprocamente le proprie priorità, la loro maggioranza perde qualsiasi operatività e il titolo principale per continuare a sussistere. In maniera pacata, pubblica, esplicita, Conte ha sottolineato che saranno Salvini e Di Maio, in quest’ordine, ad assumersi la responsabilità della fine di questo governo, del suo governo. L’eventuale apertura della crisi di governo dimostrerà che sono degli irresponsabili nei confronti del sistema politico e dei molti italiani che li hanno votati.

Avrebbe Conte dovuto dire tutto questo e di più in una seduta formale del Parlamento con il titolo “Comunicazioni del Presidente del Consiglio”? Credo proprio di no poiché automaticamente, oggettivamente avrebbe fatto un passo avanti in più sulla strada della crisi. Invece, la sua conferenza stampa ha avuto e ha conseguito l’obiettivo di informare senza drammatizzare. Il resto verrà. Lascio da parte qualsiasi riflessione sulle dichiarazioni delle opposizioni nel cui ambito proliferano coloro che ragionano in maniera particolaristica e miope con riferimento esclusivamente a loro eventuali vantaggi e guadagni. Non ce ne sarà per nessuno.

Pubblicato il 4 giugno 2019 su formiche.net  

Campagna elettorale nel perimetro di governo: uno scontro brutto e rivelatore

La campagna elettorale, questa volta, non è stata di tipo “permanente”, ma orientata all’elezione del Parlamento europeo, un organismo la cui importanza non deve essere sottovalutata. Inevitabilmente, dentro il governo, lo scontro è stato intenso e drammatizzato. Brutto, ma rivelatore delle differenze fra i due contraenti del Contratto. Lo scontro non è destinato a terminare –dovranno anche nominare, scelta importantissima, il Commissario di governo che spetta all’Italia. Dunque, no: Cinque Stelle e Lega non andranno alla rottura.

Lo stato di salute dell’opposizione PLAY #2019

“Quando una democrazia funziona poco e male, la responsabilità non è esclusivamente del governo, ma anche dell’opposizione: quella guidata da un vecchio leader ormai declinato che rampogna il potenziale alleato dotato di felpe e ruspe per riportarlo nell’ovile di Arcore; la semi-opposizione dei Fratelli d’Italia che vorrebbero più securità e più sovranismo; l’opposizione sostanzialmente irrilevante di un partito che i suoi dirigenti si impegnano a dilaniare senza tregua. Per ragioni oggettive di collocazione politica le due opposizioni e mezza non potranno convergere, ma neppure collaborare. Nel 2019 la democrazia italiana continuerà a essere ostaggio di due organismi dal pensiero democratico debole tanto quanto deboli sono le opposizioni.”

Gianfranco Pasquino
Lo stato di salute dell’opposizione

La democrazia, elettorale, e politica, italiana entra nel 2019 a vele quasi spiegate, con un governo notevolmente rappresentativo delle scelte effettuate dagli elettori. Composta da due organismi che hanno ottenuto un significativo successo elettorale e che hanno stilato non troppo faticosamente un Contratto di governo, entrambi elementi decisivi e presenti in tutte le democrazie occidentali, la coalizione Cinque Stelle-Lega rappresenta più della metà dell’elettorato italiano e attua politiche che ne riflettono le preferenze e che hanno consentito addirittura di accrescerne il consenso. Ovviamente, esistono fra i contraenti differenze di opinione, peraltro, non tali da mettere in discussione la continuazione dell’attività di governo. Tuttavia, qualche elemento di maggiore difficoltà è destinato a fare la sua comparsa in occasione delle elezioni europee di fine maggio 2019. Soltanto se la divaricazione fra Cinque Stelle e Lega fosse grande e dirimente, ponendo, ad esempio, le Cinque Stelle come quasi decisive per lo schieramento europeista, le tensioni potrebbero riflettersi sul governo e, in parte peraltro piccola, sulla stessa democrazia.

In realtà, la democrazia italiana ha sempre saputo nelle sue varie fasi superare le tensioni e ricomporre le fratture anche nell’ambito di coalizioni diversificate. L’elemento contemporaneo di incertezza è dato dalla quasi nulla conoscenza del passato ad opera delle Cinque Stelle e dalla loro incerta padronanza delle regole del “gioco” di una Repubblica parlamentare. I pericoli per la democrazia vengono sostanzialmente da atteggiamenti che meritano di essere definiti “ideologici”, in quanto rigidi e aprioristici, relativi a due elementi centrali della democrazia: il Parlamento ovvero, meglio, la rappresentanza parlamentare e l’accettazione del pluralismo competitivo. Da un lato, per bocca di Davide Casaleggio, le Cinque Stelle hanno dichiarato la probabile inutilità del Parlamento in un futuro prossimo al tempo stesso che, con la cooperazione della Lega, lo piegano ai voleri del governo ricorrendo alla molto tradizionale, comunque deprecabile, tagliola: “decretazione d’urgenza e voto di fiducia”. Dall’altro, in una pluralità di forme, ad esempio, con le loro plateali accuse ai mezzi di comunicazione di massa, tentano di contenere le critiche dimostrando fastidio proprio per quell’opinione pubblica che, anche quando commette errori, costituisce la linfa delle liberal-democrazie. A sua volta, la Lega va nella direzione, condivisa da un numero molto elevato di italiani, che chiamerò securitaria (e sovranista) accentuando politiche di “legge e ordine” che colpiscono alcuni elementi cruciali di una democrazia come “società aperta” secondo l’insuperata analisi di Karl Popper. Infine, l’attuazione di alcune riforme di bandiera: reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni chiama in causa il rendimento del governo e la sua capacità di autocorrezione.

Quando una democrazia funziona poco e male, la responsabilità non è, fin troppo facile dirlo, esclusivamente del governo, ma anche dell’opposizione. Nel contesto italiano attuale, potremmo rallegrarci per l’esistenza di più di una opposizione: quella guidata da un vecchio leader oramai declinato che rampogna il potenziale alleato dotato di felpe e ruspe per riportarlo nell’ovile di Arcore; la semi-opposizione dei Fratelli d’Italia che vorrebbero più securità e più sovranismo; l’opposizione sostanzialmente irrilevante di un partito che i suoi dirigenti s’impegnano a dilaniare senza tregua, senza avere imparato nulla dalle sconfitte e senza perseguire un qualsivoglia obiettivo specifico e chiaro, meglio se in una certa misura mobilitante. Per ragione oggettive di collocazione politica le due opposizioni e mezza non potranno convergere, ma neppure, se non in maniera occasionale e episodica, collaborare. Nel 2019 la democrazia italiana continuerà a essere ostaggio di due organismi dal pensiero democratico debole tanto quanto deboli sono le opposizioni. Auguri.

Pubblicato in Play 2019 Formiche n. 143 gennaio 2019

Il premier Conte e il tagliando non richiesto

Persino troppo sicuro di sé, il Presidente del Consiglio Conte ha tracciato un quadro rassicurante e ottimistico del governo da lui presieduto e delle sue “coraggiose” manovre. Si è anche impegnato in alquanto azzardate previsioni di crescita per i prossimi anni. Ha, però, taciuto su due aspetti importanti. Primo, continuando ad autodefinirsi, purtroppo non contraddetto da nessuno dei giornalisti, “avvocato del popolo” non ha chiarito contro chi deve difendere il popolo. Non ha neppure detto se chi critica la situazione attuale e le scelte fatte per il popolo da Cinque Stelle e Lega sia un “nemico del popolo”. È una novità assoluta che il capo di un governo, invece di agire come guida del suo popolo, si erga a suo difensore. Tuttavia, Conte non lo difende abbastanza e neppure adeguatamente quel suo popolo. Attraverso un esageratamente protratto e faticoso dialogo con la Commissione Europea, l’avvocato Conte e i due potenti capi dei popolani italiani, vale a dire, nell’ordine, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, hanno fatto perdere non pochi soldi al popolo. Conte si è anche dimenticato di dire che la Commissione, temporaneamente disinnescata, mantiene molte riserve su una manovra che, comunque, non ridurrà il debito pubblico, pesante palla al piede per qualsiasi strategia di crescita economica, che, infatti, rimarrà mediamente più bassa di quella degli Stati-membri dell’Unione Europea.

Secondo aspetto: molto riprovevole è che l’avvocato del popolo non abbia manifestato la sua preoccupazione ed espresso una personale (auto)critica per come il suo governo ha compresso il tempo a disposizione del Parlamento per l’analisi e la valutazione della manovra e per l’umiliazione alla quale i legittimi rappresentanti del popolo, vale a dire, i parlamentari, di maggioranza e di opposizione, sono stati assoggettati. Evidentemente conoscendo poco del Parlamento e dei rapporti fra Governo e Parlamento, Conte si è piegato ai voleri del Capitano della Lega e del Capo politico delle 5 Stelle. Però, dopo avere magnificato il Contratto di governo, ha avuto un sussulto di (in)coscienza dichiarando che, forse, al Contratto bisognerà fare un “tagliando”, ovvero vedere che cosa non ha funzionato, non escludendo neppure la possibilità di un rimpasto di ministri. “Rimpasto” non è una brutta parola della Prima Repubblica. È, invece, una procedura nota e praticata in tutte le democrazie parlamentari a cominciare dalla Gran Bretagna, madre di tutte quelle democrazie, per sostituire ministri che non funzionano e ridare slancio all’attività governativa con energie fresche. Purtroppo, dato il pool di energie disponibili a Lega e, soprattutto, Cinque Stelle, “fresche” non potrà significare competenti e esperte. Conte afferma che il “suo” governo durerà cinque anni e, a quel punto, terminerà la sua avventura politica. Molti osservatori ritengono, forse illudendosi, che le elezioni europee potranno risultare una disavventura per i rapporti Lega -Cinque Stelle. Chi vivrà vedrà.

Pubblicato AGL il 30 dicembre 2018

Salvini, Di Maio e il gioco del fifone. Il commento di Pasquino

Se le Cinque Stelle non riescono ad impadronirsi in maniera credibile della “questione Europa”, sulla quale i due ministri Tria e Conte non riescono a elaborare nessuna linea, che cosa rimane loro? Il commento del professore emerito di Scienza Politica Gianfranco Pasquino

No, nonostante un’accurata rilettura del Contratto di Governo non si è trovata traccia della condivisione del braccio teso a pugno chiuso del Ministro Toninelli. Nel Contratto non sembra esistere neppure la minima presenza del condono di Ischia e meno che mai la ricostruzione del Ponte Morandi, ma, per dare un colpo anche alla botte di Salvini (dopo quello al cerchio di Di Maio), non ci stanno neppure gli inceneritori per ogni prefettura. Comunque, non saranno queste assenze e le relative differenze di opinione a mandare in crisi il governo giallo-verde. Cominciamo con il mettere i puntini sulle molte “i” del contratto e dintorni.

Salvini si è accaparrato due tematiche –in inglese si direbbe “issue ownership”, ma confesso di non sapere come tradurre “ceppa”– che gli italiani continuano a considerare le più importanti: l’immigrazione e la sicurezza, che, per di più, hanno una probabile lunga durata. Si è anche buttato allegramente, forse dovrei dire “coraggiosamente”,contro la Commissione Europea. Continua a sfuggirgli che i Commissari non sono né burocrati né, principalmente, tecnocrati (e neanche banchieri), errore che condivide con le Cinque Stelle. Potremmo scusarlo, il Salvini, da Europarlamentare molto latitante, non ha mai imparato che i Commissari sono tutti uomini e donne con esperienze di governo ai vertici dei rispettivi paesi, spesso dotati di competenze specialistiche. Non possiamo, invece, scusare le Cinque Stelle che, insomma, qualcosina potrebbero studiare e imparare.

“Italians first” è oramai il grido (l’ululato?) di Salvini fino alle elezioni dell’Europarlamento di fine maggio 2019. Le Cinque Stelle non sanno che pesce prendere, chiedo scusa, che posizione assumere nei confronti dell’Europa dove sono molti che ricordano il Di Maio vagante per rassicurare istituti di ricerche, autorevoli quotidiani e quant’altri delle buone intenzioni europeiste delle Cinque Stelle. Nel Contratto di Governo non stanno né l’uscita dall’Euro né quella dall’Unione. Per di più, la Brexit sta offrendo una serie di lezioni, politiche ed economiche, su quanto alto possa essere il costo dell’uscita, anche sulla società e la sua coesione. Ma se le Cinque Stelle non riescono ad impadronirsi in maniera credibile della “questione Europa”, sulla quale i due ministri, non posso trattenermi, “non eletti” da nessuno: Tria e Conte, ma vicinissimi alle Cinque Stelle, non riescono a elaborare nessuna linea, che cosa rimane loro? Il reddito di cittadinanza e quota cento (pericolosamente vicina per quei pochi italiani che ricordano la storia, quindi non elettori penta stellati, all’infausta quota novanta di Mussolini, Benito) per le pensioni (che pagheranno i loro figli, se ne hanno).

Né l’uno né l’altra piacciono agli europei. Sembra che non piacciano, lo dirò con parole antiche, neppure ai ceti produttivi del Nord (dall’Honduras Di Battista agita un’abbronzata risposta rivoluzionaria: “se ne faranno una ragione”). Soprattutto, però, non hanno nessuna possibilità di produrre dividendi né economici né politici in tempi brevi. Nel frattempo, il Salvini ruspante (quello delle ruspe) sta avvicinandosi al raddoppio dei suoi consensi, almeno stando ai sondaggi che, personalmente, ritengo credibili poiché ho fiducia nella professionalità sia di Nando Pagnoncelli sia di Ilvo Diamanti. Pertanto, non ha nessuna intenzione di fare cadere il governo, il luogo migliore per continuare le sue esibizioni muscolari e la sua crescita di apprezzamenti. Se li risolvano le Cinque Stelle i problemi dei dissenzienti e quelli dei rimpasti. Incidentalmente, tutto normale non solo nella Prima Repubblica, ma in tutte le democrazie parlamentari, come non cessa di insegnare Westminster, la madre di tutti i parlamenti. Loro non si faranno fermare. Tireranno diritto. Anche l’Unione Europea tirerà diritto. Si chiama “chicken game”, gioco del fifone, reso famoso da James Dean in “Gioventù bruciata”. Il prezzo lo pagheranno, first, the Italians.

Pubblicato il 17 novembre 2018 su formiche.net

Apprendisti riformatori sul palco

Le approssimative conoscenze costituzionali del Movimento 5 Stelle, del loro fondatore Grillo, del loro guru Casaleggio si accompagnano a proposte improvvisate. Possono anche sembrare gravi, come l’impeachment che Di Maio voleva lanciare contro il Presidente Mattarella sicuramente “reo” di rispettare e imporre il rispetto della Costituzione anche nella fase di formazione del governo. Poi è venuto Casaleggio a dichiarare la probabile futura inutilità del Parlamento che sarà essere sostituito da qualcosa tecnologicamente più avanzato e più moderno, per esempio, perché no?, dalla sua piattaforma Rousseau. Infine, Grillo ha scoperto come domare il Presidente della Repubblica: togliendogli la Presidenza del Consiglio Supremo di Difesa e del Consiglio Superiore della Magistratura nonché il potere di nomina dei Senatori a vita. Sono subito insorti i difensori della Costituzione, ma, francamente, non ne vale proprio la pena anche perché l’abolizione dei senatori a vita, frequentemente e variamente proposta, non sarebbe certo una diminuzione della democraticità del sistema politico italiano. Grillo ha forse voluto mandare un avvertimento al Presidente Mattarella: “non ti mettere di traverso alla manovra”. Infatti, è proprio autorizzando o no i disegni di legge del governo e promulgandoli o no che il Presidente della Repubblica italiana esercita in maniera visibile reale potere istituzionale e politico. La maniera non visibile, ma non meno efficace, consiste nelle comunicazioni informali fra i Palazzi. Il Presidente italiano, in quanto rappresentante (art. 87) della “unità nazionale” ha il dovere, oltre che il diritto, di valutare nelle sue linee generali se quanto il governo fa o si propone di fare va o no a scapito dell’unità nazionale, della coesione, del benessere. L’ha fatto sapere più volte in questi mesi nei suoi discorsi ufficiali con riferimenti felpati, ma limpide alle avventurose politiche di Di Maio e Salvini. A proposito di queste politiche, non è affatto detto che, solo perché le loro linee generali sono contenute nel “Contratto di governo”, debbano necessariamente essere accettate anche danneggiano l’economia e violano impegni presi con l’Unione Europea.

Più di tutte le parole di Di Maio, Grillo, Casaleggio, comunque criticabili per faciloneria e esasperazioni, contano le proposte ufficiali che il Movimento ha concretamente avanzato: riduzione di un terzo dei parlamentari e introduzione del referendum propositivo. Di quest’ultimo, utile potenziamento di democrazia diretta, esistono tracce nelle Commissioni Riforme Istituzionali fin dal 1983. La riduzione del numero di parlamentari andrebbe motivata, non solo con esigenze risparmiose: ridurre i costi della politica, ma anche con riferimento a miglioramenti nel funzionamento del Parlamento e della rappresentanza politica per la quale, però, ci vorrebbe una riforma decente dell’attuale legge elettorale indecente. Ma, forse è già chiedere troppo a riformatori pentastellati, non stellari.

Pubblicato AGL il 23 ottobre 2018