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Ecco primi errori e primi successi di Renzi secondo il politologo Pasquino
Intervista di Francesco De Palo su Formiche.net 03 – 03 – 2014
Staffetta a Palazzo Chigi? Un’operazione condotta con “freddezza e cattiveria”. Bene l’ingresso del Pd nel Pse, quella tradizione è “un aggancio, non una destabilizzazione”, osserva uno dei maggiori politologi italiani, Gianfranco Pasquino. Ma se da un lato si è vicini a un vero partito socialdemocratico in Europa, dall’altro il professore di European studies alla Johns Hopkins University si augura che “qualcuno, dall’altro versante, crei un partito conservatore decente di stampo europeo e moderno”.
Quella di Renzi è una vera rivoluzione o, come sostiene Luca Ricolfi, è solo nello stile e nel linguaggio?
Se è una rivoluzione nello stile e nel linguaggio, beh devo dire che è abbastanza limitata: un mucchio di gente parla così male e si mette le mani in tasca di fronte alle autorità. Di riforme non ne ho ancora viste, quella in agenda sull’Italicum mi pare orribile.
Quali aspetti non condivide?
Sono tutti aspetti negativi, posso dire che ce ne sarebbe solo uno di positivo ma che non compare. I sistemi elettorali si valutano sulla base del potere che danno agli elettori, questa legge non ne assicura alcuno, se non in via eventuale, ed è qui che sta l’elemento positivo se si arrivasse al ballottaggio tra le due coalizioni più votate. In caso contrario l’elettore avrebbe dato una delega in bianco. In secondo luogo non è permesso di scegliere i parlamentari che invece vengono scelti da Berlusconi e Renzi: aspetto che rende i due leader accomunabili. Infine non ha alcuna influenza complessiva su quello che verrà fuori dalla bozza che, prima la si cestina, meglio è per tutti.
Il Pd è un soggetto destabilizzato e destabilizzatore? L’ingresso nel Pse avrà qualche riverbero…
Non lo credo, con l’eccezione di Fioroni ce ne faremo una ragione. Dopo di che, quello è un passaggio positivo: se vorremo esercitare un minimo di influenza in Europa, allora dovremo far parte di uno dei grandi partiti europei. Quella tradizione del Pse è un aggancio, non una destabilizzazione. Finalmente stiamo per avere un vero partito socialdemocratico in Europa per cui mi auguro che qualcuno, dall’altro versante, crei un partito conservatore decente di stampo europeo e moderno.
La staffetta Letta-Renzi è ascrivibile a un’operazione di Palazzo?
Assolutamente no, fuori dal Palazzo. E’ stata un’operazione condotta con freddezza e anche con cattiveria da un extraparlamentare che ha attaccato un dirigente del suo partito impegnato a fare il capo del governo, costringendolo alle dimissioni. Quel dirigente, avendo forse a cuore sia le sorti del suo partito che quelle della legislatura, non ha voluto chiedere un voto di fiducia parlamentare. E il Presidente della Repubblica gli ha probabilmente suggerito di non farlo.
Perché il governo del premier, e quindi non più del Presidente, dovrebbe riuscire dove il suo predecessore ha fallito?
Non c’è nessuna buona ragione perché riesca e siamo in attesa. Ma con ipocrisia o con un minimo di attenzione verso questo sventurato Paese, noi italiani ci auguriamo che il governo riesca, in caso contrario sarebbero sì problemi. Ma tra il riuscire e il non riuscire c’è la terra di mezzo in cui Renzi si adagerà prossimamente.
Ovvero?
Avere qualche successo e qualche insuccesso: sarà questo il ritornello del prossimo anno e mezzo.
“Troppe promesse”, ha osservato sulla Stampa Raffaele Bonanni leader della Cisl: quale potrà essere il ruolo dei sindacati anche alla luce del Jobs act?
Se i sindacati imputano a Renzi le troppe promesse, allora dovrebbero provare anche loro a fare qualche realizzazione, lo stesso vale per il presidente di Confindustria che è uno di quegli elementi extra Palazzo che hanno destabilizzato Enrico Letta. Per il resto credo che il sindacato dovrebbe sapere come contribuire a creare impiego, ma un loro sforzo io non l’ho visto.
Approvata la legge elettorale crede che il Capo dello Stato lascerà?
Innanzitutto spero che la legge elettorale così com’è non venga approvata, quindi vorrei prolungare anche la permanenza del Presidente della Repubblica. In secondo luogo mi piacerebbe che Napolitano dicesse qualcosa di preciso sull’Italicum non può lasciarla passare perché non risolve i due profili di incostituzionalità sollevati dalla Corte. Le liste corte continuano ad essere bloccate, al pari del premio di maggioranza che ci sarà ancora, regalando novanta parlamentari a chi vince: mi pare molto. Aggiungo che trovo ridicole le tre soglie di sbarramento, improvvisamente Roberto D’Alimonte rinsavisce e come osserva il Corriere della Sera “bacchetta”. Poteva fare certamente a meno di suggerire un’opzione simile.
twitter@FDepalo
Plagio ribadito rimane sgradito
Ad insaputa di M. Antonietta Calabrò, meno di due mesi fa, in agosto, il “Corriere della Sera” ha pubblicato un’intervista ad un professore plagiatore quasi eguale a quella da lei effettuata con tanto di foto il 6 novembre (p. 9) . A quell’intervista aveva fatto seguito una mia letterina che il Direttore del Corriere pubblicò cortesemente e fulmineamente. Evidentemente, Calabrò non ha avuto tempo e modo di leggere la letterina. Rieccola.
Caro Direttore,
leggo (Corriere della Sera, 25 agosto) che Roberto D’Alimonte rimprovera a Luciano Violante di essersi appropriato della sua proposta di doppio turno di coalizione. Sorprende che né un parlamentare di molto lungo corso né un esperto di sistemi elettorali ignorino che il doppio turno di coalizione fu da me formulato in un articolo della rivista “il Mulino” pubblicato nel maggio-giugno 1984; presentato in maniera formale nella Commissione Bozzi per le riforme istituzionali il 4 luglio 1984 (quando l’on. Stefano Rodotá corse a Botteghe Oscure per denunciare al neo-segretario Natta che qualcuno attentava alla proporzionale); collocato come capitolo nel mio libro Restituire lo scettro al principe (ovvero al cittadino sovrano) Laterza, 1985; definitivamente consegnato agli Atti del Senato nella Relazione di Minoranza alla Commissione Bozzi. Il doppio turno di coalizione diede anche luogo ad un furibondo dibattito sulle pagine de “l’Unitá”, “Rinascita” e persino “Repubblica” durato diversi anni fino al referendum sulla preferenza unica di cui fui uno dei promotori. Intendevo garantire la formazione di coalizioni che si candidassero al governo e che ottenessero un premio di maggioranza e un premio di opposizione, ma soprattutto il secondo turno conferiva all’elettore il potere decisivo di scegliere lui/lei stessa la coalizione che avrebbe governato il paese. D’Alimonte ha ragione di dolersi dell’assenza di politologi esperti di sistemi elettorali nella Commissione dei 35 formata, non si sa con quali criteri, dal Ministro Quagliariello, suo collega alla Luiss. Certamente, in quella Commissione, e altrove, sarebbe molto utile la presenza di ex-parlamentari e di esperti che non copiassero sistemi elettorali formulati da altri, ma fossero capaci di innovazioni.
Gianfranco Pasquino Presidente della Societá Italiana di Scienza Politica (2011-2013)
La conseguenza dell’intervista è che, senza nessun contraddittorio, il Professore plagiatore insiste, chiaramente su mandato di Matteo Renzi, e ripresenta il suo cosiddetto doppio turno di coalizione in assenza del quale bisognerà, secondo lui, tornare alle urne con il Porcellum. D’altronde, la “ricetta D’Alimonte” differisce pochissimo dalla legge vigente. E’ un Porcellinum: proporzionale con premio di maggioranza elastico e nessuna possibilità per gli elettori di intervenire per scegliere fra i candidati. Non resta che attendere la terza intervista del plagiatore anche se, forse, un grande quotidiano d’informazione avrebbe il dovere di fornire ai suoi lettori una più ampia, più diversificata, più precisa e, soprattutto, più originale informazione nell’importante materia dei sistemi elettorali.
Indipendenti nella sinistra, per la sinistra
Persino il Direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli ha sentito l’incomprimibile bisogno di criticare gli Indipendenti di Sinistra (“Corriere della Sera”, 25 settembre, p. 34). A più di vent’anni dalla fine di quell’esperienza e dopo la pubblicazione di alcuni libri tutt’altro che privi di materiale interessante, ci si aspetterebbe che i critici, soprattutto se autorevoli, come De Bortoli, utilizzassero le informazioni disponibili. Fondassero le loro critiche a fatti e persone su elementi solidi. In fondo, poiché quegli Indipendenti furono deputati e senatori spesso per diverse legislature (ad esempio, Rodotà entrò alla Camera dei Deputati nel 1979 e ne uscì nel 1994), sarebbe sufficiente riferirsi alla mole di interventi, disegni di legge, votazioni reperibili negli Atti parlamentari. Dunque, caro Direttore De Bortoli, ma l’invito va rivolto a molti dei critici, spesso preconcetti, vorrebbe lei, da ottimo giornalista qual è, fare i nomi e precisare i fatti? Insomma, chi degli Indipendenti di Sinistra fu indipendente (la cito) “un po’ per finta”? Chi furono coloro che (la ricito) “finirono per costituire eleganti foglie di fico utile per mascherare una ortodossia economica”?
Responsabilità civile dei magistrati. Qualcuno votò sì.
Ha fatto molto bene Pierluigi Battista a fare un elenco di, cito, “cittadini illustri” che dichiararono di votare a favore del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati (“Corriere della Sera”, 2 settembre 2013).
Non vi compaio. Peccato. Quindi, vorrei rivendicare il mio posto fra quei cittadini illustri. Per fortuna, la mia evidence è inconfutabile. Infatti, allora collaboravo da un paio d’anni a “la Repubblica”. Proposi al Direttore, Eugenio Scalfari, un articolo a favore del “sì”. Accettato e pubblicato. Però, quel referendum era sostenuto anche dal segretario socialista Bettino Craxi, non proprio in odore di santità presso Scalfari che lo aveva etichettato Ghino di Tacco. Tuttavia, molto grande fu la mia sorpresa quando, pochissimi giorni prima del voto, Scalfari ospitò due belle lunghe colonne in neretto con i commenti dei due capigruppo della Sinistra Indipendente: Stefano Rodotà (Camera) e Massimo Riva (Senato), entrambi favorevoli, “senza se e senza ma”, al no, certissime indicazioni di voto.
Magari, oltre ai cittadini illustri per il “sì”, è giusto, in questo paese dalla memoria cortissima e spesso distorta, attribuire le responsabilità individuali e “civili” che si meritano anche ai cittadini per il “no” (sonoramente sconfitti dall’80 per cento dei votanti). A ciascuno il suo. Non esito a prendermi la mia responsabilità: “sì”, ieri come oggi e domani.
Sul doppio turno di coalizione, caro Direttore …
Leggo (Corriere della Sera, 22 agosto) che Roberto D’Alimonte rimprovera a Luciano Violante di essersi appropriato della sua proposta di doppio turno di coalizione. Sorprende che sia un parlamentare di molto lungo corso sia un esperto di sistemi elettorali ignorino che il doppio turno di coalizione fu da me formulato in un articolo della rivista “il Mulino” pubblicato nel maggio-giugno 1984; presentato in maniera formale nella Commissione Bozzi per le riforme istituzionali il 4 luglio 1984 (quando l’on. Stefano Rodotá corse a Botteghe Oscure per denunciare al neo-segretario Natta che qualcuno attentava alla proporzionale); collocato come capitolo nel mio libro Restituire lo scettro al príncipe (ovvero al cittadino sovrano) Laterza, 1985; definitivamente consegnato agli Atti del Senato nella Relazione di Minoranza alla Commissione Bozzi.
Il doppio turno di coalizione diede anche luogo ad un furibondo dibattito sulle pagine de “l’Unitá”, “Rinascita” e persino “Repubblica” durato diversi anni fino al referendum sulla preferenza unica di cui fui uno dei promotori. Intendevo garantire la formazione di coalizioni che si candidassero al governo e che ottenessero un premio di maggioranza e un premio di opposizione, ma soprattutto il secondo turno conferiva all’elettore il potere decisivo di scegliere lui/lei stessa la coalizione che avrebbe governato il paese.
D’Alimonte ha ragione di dolersi dell’assenza di politologi esperti di sistemi elettorali nella Commissione dei 35 formata, non si sa con quali criteri, dal Ministro Quagliariello, suo collega alla Luiss. Certamente, in quella Commissione, e altrove, sarebbe molto utile la presenza di exparlamentari e di esperti che non copiassero sistemi elettorali formulati da altri, ma fossero capaci di innovazioni.
Gianfranco Pasquino Presidente della Società Italiana di Scienza Politica (2011-2013)
pubblicata sul Corriere della sera 28 agosto 2013 pag 20

