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Senato: una riforma da riscrivere
Giustificare la cattiva riforma del Senato è impossibile per chi continua a dire, come fa Franco Pizzetti, che il bicameralismo italiano attuale è “perfetto”. Peggio, Pizzetti sostiene che il bicameralismo dello Statuto Albertino, che il fascismo non toccò, era altrettanto perfetto. Quel bicameralismo, con il Senato tutto non elettivo, ma di nomina regia, fu, evidentemente, già molto imperfetto. Non è neppure vero che il bicameralismo che l’Italia ha avuto dal 1948 a oggi sia stato qualcosa che nessuno dei Costituenti desiderava e di cui era scontento. Mi limito a citare l’opinione, certamente autorevole, di Meuccio Ruini, Presidente della Commissione dei 75, che scrisse la Costituzione. “La Commissione … ha ammesso la bicameralità … poiché è apparso necessario non abbandonarsi sul piano inclinato del Governo di una sola Assemblea o Convenzione. Anche nella forma più o meno felice che è venuta fuori, la Camera dei Senatori non è un duplicato dell’altra”. Aggiungo che tutti i dati disponibili indicano che il bicameralismo italiano paritario, che è l’aggettivo corretto, non ha mai impedito ai governi di legiferare approvando in tempi decenti, spesso anche sotto pressione della decretazione d’urgenza, i disegni di legge che traducevano i programmi in politiche pubbliche.
La riforma oggetto di referendum nasce, non da considerazioni miranti a migliorare il funzionamento del Parlamento e del sistema politico italiano quanto da un episodio: la mancanza dopo le elezioni del febbraio 2013 in Senato di una maggioranza simile a quella di cui godeva il Partito Democratico alla Camera, ma soltanto perché gonfiato dall’ingente premio in seggi. Ridurre le poltrone, come dice e ripete il Presidente del Consiglio, con lessico venato di populismo, e diminuire, peraltro di poco, i costi, non produce affatto una situazione migliore dell’attuale. Infatti, la composizione del prossimo Senato, se vinceranno i “sì”, sarà pasticciata e i suoi compiti risulteranno confusi.
Non è tuttora possibile sapere se i Senatori e i sindaci saranno semplicemente nominati dai Consigli regionali, ma già sappiamo che dovranno rispettare la proporzionalità degli esiti elettorali. Quindi, non rappresenteranno le regioni, ma i partiti che li hanno designati. Difficile poi dire che cosa rappresenterebbero i cinque senatori nominati per sette anni dal Presidente della Repubblica. Quanto ai compiti, in particolare al coinvolgimento del Senato nell’attività legislativa, i consiglieri regionali e i sindaci senatori avranno la prerogativa, che dovrebbe essere limitata ai soli rappresentanti eletti dal popolo, di legiferare in materia elettorale e di revisione costituzionale insieme ai deputati eletti. Il Senato si occuperà, con quali competenze?, in maniera quasi esclusiva di quello che riguarda gli importantissimi rapporti fra Italia e Unione Europea e addirittura avrà il compito, che dovrebbe fare tremare le vene ai polsi di chi, quasi sicuramente, non ha nessuna preparazione specifica, di valutare le politiche pubbliche, vale a dire costi, benefici, impatto, conseguenze di quanto fatto dal governo e attuato dalla burocrazia. Infine, potrà “richiamare” le leggi approvate dalla Camera e introdurvi modifiche, ma l’ultima decisiva parola spetta ai deputati.
Quanto ai rapporti fra Stato e regioni, che, comunque, dovranno sottostare, tutte le volte che il governo lo vorrà, alla clausola di “supremazia statale”, non sono pochi coloro che rilevano che sarebbe stato sufficiente potenziare la Conferenza Stato-Regioni, organismo snello ed efficiente che ha regolarmente funzionato con reciproca soddisfazione. Alla fin della ballata, hanno sottolineato molti ex-Presidenti della Corte Costituzionale, persone più che informate dei fatti, è prevedibile un aumento dei conflitti e dei ricorsi alla stessa Corte (che ne farebbe volentieri a meno). Si poteva fare di meglio, molto, imitando il Bundesrat: 69 rappresentanti espressi dalle maggioranze che vincono le elezioni in ciascun Land. La riforma del Senato non è meglio di niente. E’ peggio dell’esistente. Solo respingendola si apre la strada, certo faticosa, a una riforma migliore.
Pubblicato AGL il 19 ottobre 2016
Serve un No Positivo 14ottobre ore 21 a Guastalla #ReggioEmilia
Per una buona riforma. Per migliorare la qualità della politica e della vita
14 ottobre ore 21
Centro sociale 1° Maggio
viale Di Vittorio 2/A
Guastalla
Referendum, i buoi e il popolo
Eh, già, il quesito referendario, quello che troveremo sulla scheda, è un po’, come dire, “orientante”. Volete voi tante cose belle risparmiando tempo, poltrone e soldi? Basta un Sì. Sobbalzano sulle loro poltrone commentatori austeri, ma anche no; colti, magari non proprio; inventivi assolutamente sì poiché con la machiavelliana “realtà effettuale” preferiscono non sporcare i tasti del loro PC. E’ un disastro, annuncia Aldo Cazzullo nell’editoriale “Referendum, una trappola per le èlite” (Corriere della Sera, 5 ottobre). Gli italiani, sostiene, sono dei bastian contrari. Hanno la tendenza a dire no, sempre no, fortissimamente no. Un famoso fiorentino, tal Alighieri Dante, non la pensava così. Infatti, scrisse a preclare lettere due versetti famosetti riferiti proprio all’Italia: “le genti del bel paese là dove il sì suona” (Inf. XXXIII, vv. 79-80). Su questi versetti fece affidamento un altro toscano, appena meno famoso di Dante, il più volte Primo ministro Amintore Fanfani, nella sua campagna referendaria per abrogare la legge sul divorzio. I no prevalsero e da allora, spiegano sussiegosi e preoccupati (per le sorti del BelPaese) i commentatori del renzismo, il NO vince. Dopodiché, anche senza l’ausilio di Galileo Galilei e dei molti eccellenti scienziati e matematici che l’Italia ha avuto, sembra utile andare a vedere i dati.
Dal maggio 1974 all’aprile 2016 si sono tenuti in Italia 67 referendum abrogativi. I “sì” hanno vinto 23 volte; i “no” 16 volte. In ventisette dei ventotto casi nei quali non è stato raggiunto il quorum, hanno, inutilmente, prevalso i “sì”; una sola volta il non-successo ha arriso ai no. Prima del referendum costituzionale indetto per il 4 dicembre, si sono tenuti due referendum costituzionali . Nell’ottobre 2001, il centro-sinistra si è fatto confermare senza che ne esistesse nessuna necessità la sua mediocre riforma del Titolo V della Costituzione, adesso ripudiata persino da uno dei suoi estensori. Nel giugno 2006, il centro-sinistra versione Unione guidata da Prodi ha ottenuto l’abrogazione della Grande Riforma di Berlusconi e Fini. Nel primo caso, affluenza 34 per cento, vinsero i “sì”; nel secondo, affluenza 52 per cento, la vittoria fu del “no”. Ci fu anche un referendum consultivo per conferire poteri costituenti al Parlamento Europeo. Tenutosi in concomitanza con le elezioni europee, la partecipazione fu elevatissima: 80,8 per cento. I favorevoli, “si” furono l’88 per cento. Insomma, l’Italia, contraddicendo Cazzullo & Bad Company, dimostra di essere piuttosto il bel paese delle genti di Dante che fanno suonare il “sì”.
Da questi dati appare con chiarezza che non esiste nessuna propensione degli elettori italiani a votare in prevalenza contro le elite, anche perché risulterebbe davvero azzardato pensare che gli italiani attribuiscano la qualifica di elite ai loro governanti e ai loro parlamentari. Anzi, tutte le classifiche di prestigio collocano i “mestieri” di governante e di parlamentare verso gli ultimi posti, poco sopra i sindacati e i partiti. Allora, rilevato con fastidio il tentativo subdolo di influenzare gli elettori chiamandoli a non contrapporsi al Parlamento (copyright Boschi) e alle elite politiche che hanno fatto un duro lavoro e a non bocciarlo con un loro “no” populista, non resta che mettere in rilievo quello che è il punto più evidente e più rassicurante delle votazioni referendarie. Gli elettori italiani hanno regolarmente valutato le scelte in campo, le alternative e le conseguenze/implicazioni e hanno votato sul merito. Quando né le scelte né le conseguenze apparivano loro chiare si sono comprensibilmente astenuti. Chi pensa che il popolo è bue dovrebbe riflettere sulla sua personale concezione di democrazia.
Pubblicato AGL il 12 ottobre 2016
PERCHÉ “Le assemblee non influiscono su instabilità e lentezza”
Intervista raccolta da Ugo Magri
Come mai, professor Pasquino, lei è contrario a questa riforma del Senato?
«Perché finora il bicameralismo italiano ha funzionato piuttosto bene. Ha prodotto molte leggi, qualcuno direbbe perfino troppe (ma delegificare spetterebbe al governo). E ha sfornato queste leggi in maniera complessivamente abbastanza rapida. Quando non è riuscito a fare in fretta, il governo ha avuto comunque gli strumenti per intervenire».
I decreti legge?
«Esatto. Sui decreti spessissimo il governo pone la fiducia e così scavalca l’ostacolo. Quindi non c’è nessuna giustificazione, per superare il bicameralismo, che sia finalizzata a un’attività legislativa più veloce».
Due Camere paritarie, però, rendono traballanti i governi.
«Questo nesso tra bicameralismo e instabilità io non lo vedo. Una volta soltanto un governo è caduto in Senato, fu con Prodi nel 2008. Se le due Camere si trovano con maggioranze diverse, ciò non dipende dal bicameralismo ma da una legge elettorale malfatta».
Non crede che sia venuto il momento di distinguere i compiti?
«Certo. Difatti sarei favorevole alla differenziazione delle funzioni e della stessa composizione. La mia obiezione di fondo, che mi porta verso il “no”, è che questa trasformazione è stata fatta molto male. La composizione che viene fuori dalla riforma è pasticciata. Per dirne una, i 5 senatori nominati per sette anni dal Presidente della Repubblica non c’entrano nulla con una Camera delle regioni. Inoltre le sue funzioni sono confuse, il processo legislativo risulterà molto più complicato. Ma soprattutto, il Senato non sarà in condizione di svolgere accuratamente alcuni dei compiti più importanti che gli vengono affidati».
Quali in particolare?
«Raffinare la legislazione europea e valutare le politiche pubbliche: compiti che richiedono grandi competenze, anche tecniche. Escludo che possano averle i senatori nominati tra i consiglieri regionali. E sempre in tema di competenze, a un Senato non eletto verrebbe affidato il compito di partecipare alla revisione delle leggi costituzionali, che dovrebbero essere decise da parlamentari scelti dai cittadini».
Pubblicato il 10 ottobre 2016
Vengo anch’io, no tu no – Pasquino: «Ero pronto a smascherare l’aria fritta»
Intervista raccolta da Rachele Gonnelli.
Il politologo, accademico dei Lincei, scaricato dal duello radiofonico con il premier sulla riforma costituzionale
l premier ha fatto al contrario della «bruna Mancini» «che disse no al mattino e la sera disse sì» (atto V , Cyrano de Bergerac). Renzi invece giovedì avrebbe dovuto duettare alla radio con Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza della politica e accademico dei Lincei. «ore 17 Rai m’invita a RadioAnch’io con Renzi. Ore 19.40 Rai mi comunica che premier vuole stare solo senza dibattito», resoconta lo stesso Pasquino sulla sua pagina Facebook.
Professore, cosa è successo? Il faccia a faccia in tv con Zagrebelsky pare l’avesse vinto Renzi…Lei fa così paura?
Cosa sia successo non lo so. Di certo io non vado a vedere le virgole, guardo l’impatto della riforma sul sistema politico italiano. Renzi mi conosce ma soprattutto è il suo team che mi conosce bene e lo avrà sconsigliato. In particolare il sindaco di Firenze Nardella sa le mie argomentazioni, così come Debora Serracchiani. Non litigo, non alzo mai la voce, non mi piacciono proprio quelli che alzano la voce a coprire gli argomenti degli altri, ora poi, con l’età sono diventato molto saggio.
Quindi si era preparato per dibattere con Renzi e invece, niente. È così?
Ero contento di questo dibattito. So cosa si deve chiedere in materia di riforme costituzionali e lui ha solitamente risposte fatte d’aria. Continua a sostenere che con le sue riforme ci sarà un miglioramento della politica e persino della vita dei cittadini, cosa che io sono pronto a contestare in pieno. Per lui queste riforme fanno solo parte di un gioco, servono a poter dire: «visto? ho fatto le riforme», ma è una narrazione tutta sbagliata.
Renzi accusa i professori come lei del fronte del No di essere conservatori. Dice: «vedete, io faccio finalmente un cambiamento che nessuno è riuscito a fare». Giusto?
Dice un sacco di fandonie. È stato riformato il Titolo V della Costituzione, nel 2001. Si può pensare che si tratti di una riforma costituzionale brutta ma è stata fatta e voluta dal Pd. Berlusconi nel 2005 fece la sua riforma, la sottopose a referendum e fu bocciata. Altra riforma è stata la legge sui sindaci, lì al Senato ci fu una grande battaglia alla quale mi vanto di aver contribuito, anche perché il testo finale ripercorre in grandi linee ciò che avevo proposto. In effetti è l’unica riforma che è stata fatta bene, devo dirlo.
E invece già si parla di emendare l’Italicum in salsa greca, lo chiamano Italikos…
Non voglio sentire, sono solo pasticcetti, orpelli. Si dice che tutta l’Europa ci invidia questa ottima riforma ma poi già si prova a cambiarla. Del resto non è colpa di Renzi. Ricordo che nel 2014 riuscì a dire che l’Italicum era un Mattarellum con le preferenze, una stupidaggine senza confini.
Pubblicato il 8 ottobre 2016
La Costituzione in trenta lezioni al festival “Fuori conTesto” Bagno di Romagna 8 ottobre #fuoricontesto16
Alle 16.30 nel Cortile di Palazzo Pesarini
La Costituzione in trenta lezioni (UTET)
Gianfranco Pasquino dialoga con Marco Valbruzzi
Lettura della Costituzione con i ragazzi del liceo “A. Righi”












