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Provaci ancora, Matteo
“Dovrebbero anche i ‘legislatori’ (‘cit.’) abituarsi a pensare che norme approvate per convenienza contingente producono talvolta l’effetto esattamente inverso a quello ipotizzato.” Prendo le mosse da questa frase di Massimo Pittarello, quasi un invito, per riflettere su due tematiche. La revisione di alcuni articoli della Costituzione e il dibattito sulla riforma Italicum della legge elettorale Porcellum sono due splendidi esempi di interventi mal fatti con conseguenze controproducenti.
Si gabella la trasformazione del Senato, in realtà l’umiliazione della sua composizione e delle sue funzioni, nonché la drastica riduzione dei suoi poteri, come una modalità indispensabile per dare stabilità al governo e migliorare il suo funzionamento. La parola magica è governabilità, a scapito della parola, meno magica, ma più pregnante e più appropriata ad una democrazia parlamentare: rappresentanza. Trasformare il Senato in Camera delle Regioni non darà migliore e più rappresentanza alle regioni, semmai ai fatiscenti partiti, ma ne darà meno agli elettori che non potranno più votare i Senatori né, eventualmente e democraticamente, bocciarli. Non esiste nessun trade off fra governabilità e rappresentanza. La seconda se ne va; la prima, vale a dire la governabilità, che, certamente, non dipende dalla riduzione della rappresentanza politica, non si sa se verrà. Tuttavia, potrebbe venire dalla legge elettorale.
Però, la legge elettorale Italicum, proclamata ai quattro venti come una grande e originale conquista che tutta l’Europa ci avrebbe invidiato e che metà Europa si sarebbe affrettata a imitare, viene ora variamente ripudiata. Non da Renzi, che, novello Ponzio Pilato dopo averla fatta approvare a colpi di fiducia, si dichiara disponibile ad accettare le variazioni introdotte dal Parlamento. Non sapendo nulla di sistemi elettorali paragona l’Italicum alla legge per i sindaci, dimenticando le differenze sostanziali che intercorrono fra le due leggi. La legge per i sindaci consente la formazione di coalizioni pre-elettorali, l’Italicum, no; la legge per i sindaci non ha candidature bloccate per i consiglieri comunali e, meno che mai, contempla pluricandidature, l’Italicum, sì; la legge per i sindaci consente gli apparentamenti fra il primo turno e il ballottaggio, l’Italicum, no; il ballottaggio è fra due candidati alla carica di sindaco, nell’Italicum è fra due partiti/liste. Se cade il sindaco, il consiglio comunale si scioglie e si torna a votare. Se cadrà il Presidente del Consiglio, salvo forzature deprecabili, non si andrà a nuove elezioni, ma il Presidente della Repubblica cercherò di formare una maggioranza, non una qualunque, ma operativa in Parlamento esattamente come avviene in tutte le democrazie parlamentari (ma come non si può fare nei consigli comunali).
La “contingenza” qui è chiara: il ballottaggio rischia di condurre il Movimento Cinque Stelle alla vittoria e al governo del paese. Dunque, eliminiamolo “per convenienza” di parte/di partito, anche se il ballottaggio è proprio quello strumento che, inesistente nel Porcellum e unico nell’Italicum, conferisce reale potere agli elettori.
A questo punto, tirando le somme sorge spontanea, mi affido ad uno dei più biechi modi di dire italiani, una domanda: se chi ha fatto la legge Italicum corrisponde esattamente a chi ha approvato le riforme costituzionali e sostiene che la legge elettorale deve essere profondamente cambiata, non è possibile dedurre che anche le riforme costituzionali, dopo una sobria riflessione, debbano essere profondamente cambiate? Troppo tardi per cambiarle, non resta che bocciarle, molto pacatamente e molto serenamente. Contrariamente a quel che dice il loquace Renzi, la partita non finisce affatto qui. Tutte le democrazie sono tali anche perché sanno correggere i loro errori.
Pubblicato il 29 settembre 2016
Non dei populisti, ma del popolo (referendario) bisogna avere paura
Una replica alla Nota di Michele Salvati
Referendum cinico e baro. Fabbrini sostiene, e Salvati concorda convintamente, che i «no» ai referendum partono sempre avvantaggiati, addirittura, molto spesso, vincono. Entrambi non menzionano, però, che, fuori d’Italia, questo non è accaduto in due casi-contesti chiave. In Francia, quando nel 1958 l’incauto e avventuroso de Gaulle fece votare il popolo sulla Costituzione della Quinta Repubblica, vinse proprio lo oui. Poi, quando nel 1962, a completamento e perfezionamento della Repubblica semipresidenziale, il generale-presidente sottopose a referendum l’elezione diretta del presidente della Repubblica ne conseguì un altro chiaro e forte oui. La Gran Bretagna rincara la dose della confutazione: Brexit. Infatti, contro la «teoria» di un’inadeguata politologia hanno vinto i sostenitori del yes, we leave. Quanto all’Italia potrebbe essere sufficiente ricordare che nel 1993 gli elettori votarono «sì» addirittura a otto referendum, cinque dei quali su materie elettorali-istituzionali. Insomma, le prove empiriche di quello che sostiene Fabbrini e che supporta Salvati sembrano, «diciamo», debolucce. Per di più, il governo Renzi, che entrambi appoggiano pancia a terra – ma non possono dirlo – li ha anche parecchio delusi. Infatti, il referendum costituzionale, inconsapevole dei loro (allora inespressi) pareri, lo ha fermamente voluto il capo (del governo), spingendolo ai limiti non della personalizzazione, ma del plebiscitarismo.
Se Renzi e Boschi non avessero insistito, probabilmente non avremmo nessun generosissimo – poiché le riforme sono state approvate da una maggioranza parlamentare – referendum altrimenti impossibile poiché il variegato, articolato e disorganizzato fronte del «no» le 500 mila firme proprio non è riuscito a raccoglierle. Tuttavia, il governo che afferma di volere la partecipazione dei cittadini, ha anche invitato gli elettori all’astensione sul referendum relativo alle trivellazioni, facendolo fallire per mancanza di quorum. Avesse collocato la data insieme alle amministrative di giugno, questo governo così impegnato nel ridurre i costi della politica sarebbe riuscito a risparmiare un centinaio di milioni di euro. Purtroppo, persino l’opportunismo istituzionale bisogna prima o poi pagarlo.
Il peggio, però, è che, Renzi e Boschi hanno esagerato nel loro entusiasmo partecipazionista referendario. Infatti, i due giovani riformatori, non contenti del referendum abrogativo così com’è, ne formulano una disciplina aggiuntiva, rendendolo più difficile da chiedere (800 mila firme), ma più facile per il conseguimento del quorum commisurato alla percentuale di votanti alle precedenti elezioni politiche, quindi più esposto al fatidico «no».
Poi, però, esagerano e introducono altre fattispecie referendarie (non meglio precisati referendum «propositivi e d’indirizzo»), ovvero moltiplicano le possibilità attraverso le quali le élite oscurantiste mobiliteranno il popolo (scelgano i lettori a quale animale assimilarlo) contro le élite buone che vogliono soltanto portare in questo malandato Paese (attualmente ottava potenza industriale al mondo) «magnifiche sorti e progressive». A sventare il pericolo letale, ringraziando fin d’ora la prudenza (sic?) della Corte costituzionale che ha rinviato la decisione, sarà poi indispensabile togliere il ballottaggio dall’Italicum.
Hai visto mai che il popolo faccia vedere le stelle alle élite degli algoritmi confindustriali, dei banchieri internazionali, dei governanti ex rottamatori? E dei politologi e dei loro amici.
Pubblicato il 20 settembre 2016
Il sogno di un’Italia virtuosa
Un italiano importante, un europeista convinto: Ciampi avrebbe sicuramente accettato la seconda definizione e obiettato alla prima. No, non ha mai cercato di essere importante. Né, tanto meno, ha mai tentato di caratterizzarsi come esemplare. Il suo stile, asciutto e sobrio, lontanissimo dalla retorica e dalla vanità, lo ha portato sempre e soltanto sul sentiero del dovere, dell’adempiere nel migliore dei modi possibile ai compiti, dai più semplici, come sottotenente nella seconda guerra mondiale, ai più delicati e complessi, da Governatore della Banca d’Italia a Presidente del Consiglio, da Ministro dell’Economia a Presidente della Repubblica, che non aveva cercato. Furono compiti che gli vennero di volta in volta affidati perché Carlo Azeglio Ciampi è stato una persona credibile, competente, che si dedicò con impegno a ciascuno dei ruoli e delle cariche, importantissime, che accettò di ricoprire. Il suo percorso è stato assolutamente prestigioso, senza precedenti e difficilissimo da imitare.
Senza nessun esibizionismo Ciampi combinò in sé il meglio di una cultura politica, della quale non si vantò mai, ma che fu sempre visibile, quella del Partito d’Azione. Nella Resistenza e nel dopoguerra, Ciampi operò con spirito patriottico. La patria umiliata e offesa, portata alla morte senza dignità dal fascismo, doveva essere ricostruita. Lo si poteva fare cominciando dal senso del dovere, non esaltando la nazione, ma i valori della Costituzione, non con dichiarazioni rituali, ma con comportamenti concreti, onorandone i simboli a cominciare dalla bandiera, nella piena consapevolezza che soltanto chi ha amor di patria può diventare in piena coerenza un sostenitore dell’Europa. No, secondo Ciampi, la premessa per cittadini che vogliono costruire un’Europa politica federale non consiste affatto in una debole identità nazionale. Nessuno degli azionisti con i quali aveva interagito e con i quali aveva combattuto battaglie concrete e ideali pensò mai di cancellare l’amor di patria. Anzi, tutti loro, da Piero Calamandrei a Ernesto Rossi a Altiero Spinelli, sempre pensarono che solo chi tenta di costruire una patria migliore riuscirà a orientare e a utilizzare le sue energie anche nella lunga opera di unificazione politica europea.
Si racconta che, quando, anche grazie alle sue competenze e alle sue capacità, cominciò la storia della moneta unica, dell’Euro, Ciampi si commosse. Sì, era riuscito, con il suo prestigio personale e professionale a portare l’Italia all’adesione immediata, con i paesi economicamente “virtuosi”, alla moneta unica. Molto più di altri, Ciampi sapeva che l’Euro era soltanto un passo, per quanto grande, soltanto uno strumento, per quanto importante, per progredire sul cammino che dovrebbe portare l’Europa a dotarsi di una unica autorità in grado di sovrintendere alla politica monetaria ed economica. Ciampi non ritenne mai che la responsabilità del mancato progresso in questa direzione dovesse essere attribuita a una fantomatica Europa. Conosceva perfettamente e criticava sommessamente gli egoismi e gli errori dei governanti dei diversi Stati-membri. Colse subito la problematicità nel 2004 di un allargamento troppo ampio e troppo rapido ai sistemi politici ex-comunisti dell’Europa centro-orientale, poco e male preparati, dal punto di vista amministrativo e socio-economico, a entrare in un consesso omogeneo e sviluppato, ma fu consapevole che l’Europa che esisteva poteva comunque contribuire a fare crescere e consolidare le democrazie di quei paesi (processo che, ancora oggi, presenta non poche difficoltà).
Il suo settennato presidenziale (1999-2006) dovette fare i conti con i governi sostanzialmente Euroscettici di Silvio Berlusconi, per di più alleato con e condizionato dalla Lega, nella sua spirale che miscelava secessionismo con l’ostilità all’Euro e all’Europa. Più volte levò la sua voce a sostegno di una certa idea d’Italia, quella che agisce da partner attivo e affidabile sulla scena europea, e di una certa idea di Europa, che mira alla coesione e che fa leva sugli Stati-membri tentando di diventare “un’unione sempre più stretta”. Le sue riflessioni sull’Europa e le sue speranze sul ruolo dei giovani, le generazioni Erasmus, nel fare avanzare e nel perfezionare quanto le generazioni dei padri avevano iniziato, furono sempre semplici, misurate, scarne, ma non meno appassionate. Per Ciampi, l’Europa non era un sogno e neppure un destino. Era un futuro al quale gli italiani potevano e dovevano dedicarsi, nel quale solo sarebbero riusciti anche a rendere migliore la loro stessa patria.
Pubblicato AGL 17 settembre 2016
Dialoghi sulla Costituzione: Gianni Molinari intervista Gianfranco Pasquino
Registrazione audio a cura di Radio Radicale del dibattito al Teatro Stabile di Potenza mercoledì 14 settembre 2016.
Nell’ambito di una due giorni organizzata dalla Fondazione Basilicata Futuro intitolata “Dialoghi sulla Costituzione”, il giornalista de “Il Mattino” Gianni Molinari ha intervistato Gianfranco Pasquino, politologo e docente universitario.
Nel corso dell’incontro, introdotto da Giovanni Casaletto(Presidente di Basilicata Futuro), hanno preso la parola per porre domande anche alcuni esponenti delle istituzioni lucane presenti in sala e tra questi il Presidente della Provincia di Potenza Nicola Valluzzi.
La registrazione audio di questo dibatto ha una durata di 1 ora e 45 minuti
ASCOLTA QUI ► //www.radioradicale.it/scheda/486358/iframe
Riforme confuse dalle conseguenze imprevedibili INTERVISTA RadioRadicale
Riforma costituzionale e referendum. Intervista realizzata da Maurizio Bolognetti mercoledì 14 settembre 2016 a margine della conferenza “Dialogo sulla Costituzione” di Gianfranco Pasquino al Teatro Stabile di Potenza organizzata da Fondazione Basilicata Futura
ASCOLTA QUI ► //www.radioradicale.it/scheda/486320/iframe
“Riforme brutte, fatte, male, da persone che non conoscono la Costituzione, che non conoscono il funzionamento del sistema politico italiano, e non conoscono il funzionamento dei sistemi politici comparati. Sono anche riforme confuse che avranno conseguenze imprevedibili ma certamente non miglioreranno il sistema politico italiano…”
La registrazione audio ha una durata di 4 minuti
Guerra? No, i toni li alzano quelli del Sì
Intervista raccolta da Silvia Truzzi per il Fatto Quotidiano
“Serie incognite” se vince il No? Renzi dovrebbe chiedere a Mattarella di fare un nuovo governo: non vedo drammi
“Guerra”, c’informa il direttore di Repubblica, è la parola che più spesso è stata evocata durante il suo colloquio apparso sul giornale di ieri con Giorgio Napolitano.
Abbiamo chiesto al professor Pasquino, professore emerito di Scienza politica dell’Alma Mater schierato per il No, cosa pensa delle dichiarazioni “pacifiste” del presidente emerito.
“Ci sono errori di partenza. È stato l’esecutivo, dall’inizio, a chiedere il referendum che invece secondo l’articolo 138 è uno strumento agibile da 5 consigli regionali, un quinto dei parlamentari e 5OOmila elettori. Il governo doveva dire: noi facciamo la riforma, il Parlamento la approva e gli oppositori facciano il loro mestiere”.
Napolitano ha detto: “Forse bisogna riflettere se fu giusto prevedere nell’apposita mozione parlamentare, la facoltà di sottoporre comunque a referendum il testo di riforma”.
Il referendum è una possibilità accordata alle minoranze dalla Costituzione, non è una concessione. E uno strumento, tecnicamente, oppositivo.
Secondo il Presidente, Renzi ha sbagliato a personalizzare, ma è ingiustificabile anche la personalizzazione alla rovescia operata dalle opposizioni “facendo del referendum il terreno di un attacco radicale a chi guida il Pd e il governo del Paese”
È sbagliata la sequenza. Renzi ha rivendicato le riforme e ha ripetutamente affermato che in caso di sconfitta si sarebbe dimesso. Da subito, nei miei interventi, ho usato la parola plebiscito. Tanto è vero che Napolitano mi ha chiesto, a voce, ragione di questo termine. E poi lui, in un’intervista alla Stampa, ha parlato di “eccesso di personalizzazione”. Tutto parte dal premier.
“La riforma non è né di Renzi né di Napolitano”.
Il ministro Boschi e lo stesso Renzi hanno detto che è stato il Capo dello Stato, nel conferire il mandato al governo, a chiedere le riforme. Dopo di che io gli chiedo: sono queste le tue riforme? Avresti fatto esattamente queste riforme? Ne dico una: ti riconosci nel fatto che il Presidente della Repubblica nomina 5 senatori in una Camera che dovrebbe essere delle Regioni e rappresenta gli enti territoriali e non la Nazione? Dovrebbe rispondere punto per punto. E non lo fa.
Secondo Napolitano, “mettere a rischio la continuità del governo oggi espone il Paese a serie incognite”. La cosa è diventata più grave dopo il referendum britannico.
Il governo inglese ha risolto il problema in due settimane! E se vincesse il No, Renzi non dovrebbe far altro che andare da Matterella e dirgli di formare un nuovo governo, con la stessa maggioranza, ma con un presidente del Consiglio diverso. Non vedo drammi.
Insomma, c’è questa guerra o no?
No, guerra no. Sento toni sopra le righe, e più dalla parte del Sì. Non capisco l’esasperazione: dopo dovremo comunque convivere. Ricordo un deplorevole articolo firmato da Salvatore Vassallo ed Elisabetta Gualmini, in cui si diceva che tra i firmatari del manifesto per il No 14 erano stati giudici costituzionali e dieci avevano goduto delle vorticose rotazioni alla presidenza della Consulta basate sull’anzianità e sono “emeriti”, con annessi privilegi. E facevano notare che, tra questi supersaggi, l’età media supera gli 81 anni. Cioè vecchi illustri, carichi di onori e forse anche di denaro: uno dei punti più bassi toccati dalla propaganda del Sì.
Pubblicata l’11 settembre 2016
Ulivo, la nostalgia non basta per un “Sì”
Per giustificare l’ovviamente sofferto “sì” alle riforme renzian-boschiane c’è chi si abbandona ad una non meglio definita “sensibilità repubblicana”, come fa Massimo Cacciari, e chi si affida alla nostalgia/archeologia prodian-ulivista, come fa Arturo Parisi (“Il mio sì al referendum è nel solco dell’Ulivo”, intervista a “La Stampa”, 14 agosto). Tutto quello che si trova(va) in quelle, in verità non proprio dense e limpide, tesi di vent’anni fa sarebbe buono. Quindi, chi lo recupera, automaticamente ha scritto buone riforme. Come discussione sul merito non mi pare davvero un buon inizio. Neppure nel seguito emerge una qualsiasi considerazione di merito.
Parisi non può fare a meno di notare, anche lui un po’ tardivamente, che Renzi ha personalizzato il referendum. Subito lo scusa perché per partire ci vuole un “io” (forse un ego, meglio se sproporzionato). Siamo alla teorizzazione dell’uomo solo che fa le riforme la cui imperfezione, peraltro, Renzi e Boschi cercano di spiegare asserendo che hanno dovuto negoziarle con il centro-destra, cioè, con Berlusconi. Invece, sostiene Parisi, da un lato, i renzian-boschiani (l’espressione è mia) dovrebbero riconoscere i meriti della generazione ulivista; dall’altro, dovrebbero prendere atto che si sono messi, a loro insaputa (ma questa è una mia aggiunta) nel solco del “cambiamento nella continuità”.
Che in due anni di discussioni, di esternazioni e di processioni (la specialità del Ministro Boschi, non dipendente, per carità, dalla sua avvenenza), questo riconoscimento non abbia mai neppure fatto capolino, non sembra preoccupare Parisi. Anzi, si limita a suggerire che per andare lontano ci vuole il “noi”, vale a dire il coinvolgimento di “voci provenienti da tutte le parti politiche”. Al posto delle parti politiche, tranne gli alfanian-(neanche tutti)-verdiniani, sono arrivate le parti sociali, guidate dalla Confindustria, seguite da “Civilità Cattolica”, coronate da JP Morgan e dal “Financial Times”. Almeno in parte, dovrebbe valere la saggezza popolare “dimmi con chi vai ti dirò chi sei”. A molti, però, che desiderano proprio discutere il merito, più che valutare le compagnie, piacerebbe che Parisi chiarisse quali riforme, oltre ad una trasformazione del Senato che, come Sofia Ventura ha subito acutamente e documentatamente evidenziato nel suo blog (sofiajeanne.com), non è affatto sulla falsariga della apposita tesi dell’Ulivo d’antan, sono valide, e quali presentano limiti e destano motivate riserve. Dove, poi, Parisi abbia visto la magica riforma che farà “della nostra democrazia una democrazia che decide e coinvolge direttamente i cittadini nelle scelte di governo e nella scelta di chi lo guida”, da un lato, mi sfugge poiché con l’Italicum il 60 per cento dei parlamentari non saranno eletti dai cittadini, ma nominati dai capipartito e capicorrenti; dall’altro, mi inquieta perché i cittadini non sceglieranno “direttamente” la persona a capo del governo (che implicherebbe una sorta di presidenzialismo di fatto), ma il partito per il quale, dunque, non vale “l’esaurimento della missione” (certamente non nella grande maggioranza delle democrazie parlamentari europee) da lui denunciato e posto a fondamento delle riforme istituzionali.
Naturalmente, Parisi sa che altri antichi esponenti della compagine ulivista hanno già manifestato netta opposizione a riforme che solo parzialmente si ritrovano nelle tesi dell’Ulivo che, incidentalmente, non sono assimilabili ai Dieci Comandamenti e che è anche plausibile ritenere che, forse, quanto scritto vent’anni fa potrebbe essere superato, ma poteva anche allora essere inadeguato.
Soprattutto preoccupante è la chiusa dell’intervista del braccio destro di Prodi, non propriamente un esperto di riforme e di Costituzione, ma neppure un sostenitore di quelle riforme che, infatti, guardò preoccupatissimo a quanto veniva facendo la Commissione Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema. Con la vittoria del NO, non soltanto daremmo l’addio “per decenni” alle riforme (nessun dubbio esprime Parisi sulla loro qualità), ma vi sarebbe una conseguenza peggiore che merita di essere citata per esteso: “quei poteri che vorremmo garantire a un Parlamento oggi abbondantemente esautorato continuerebbero a trasferirsi dal Governo interno alle forze che ci guidano dall’esterno”. Ne deduco tre considerazioni. Primo, Parisi crede che ridimensionando il Senato, rendendolo non elettivo, cambiandone composizione e compiti, il Parlamento italiano risulterebbe meno esautorato. Secondo, molto sottilmente, che già il Governo (del cui potenziamento Parisi non parla) aveva/ha esautorato il Parlamento. Terzo, che il plauso di JP Morgan e del “Financial Times” vada a riforme che riusciranno ad impedire a forze esterne (qui Parisi si colloca fra coloro che credono ai complotti dei poteri forti internazionali), vale a dire anche a loro, di guidare il governo italiano, mi pare assolutamente incredibile. Mah.
Pubblicato il 17 agosto 2016
Referendum e plebiscito. La retromarcia di Renzi e la gaffe del ministro Boschi
Ci ha messo cento giorni (e qualche decina di sondaggi per lui negativi) Matteo Renzi a capire che “personalizzare” il referendum costituzionale trasformandolo in un plebiscito sulla sua persona (e sul suo governo) è diventato assolutamente controproducente. Rimane dubbio se abbia anche capito che la personalizzazione di un referendum non è soltanto un errore politico, ma è, soprattutto, una grave distorsione costituzionale. Adesso, si potrebbe discutere in maniera meno esagitata nel merito delle riforme (ma già da qualche tempo i migliori dei costituzionalisti e qualche, pochissimi, politologo lo stanno facendo). Mettendo subito da parte l’argomento, storicamente sbagliato, che questo governo è l’unico, negli ultimi trent’anni, ad avere fatto riforme costituzionali. Le fecero sia il centro-sinistra nel 2001 sia il centro-destra di Berlusconi nel 2005. Entrambi le fecero male. Non c’è due senza tre?
Per discutere sul merito, Renzi potrebbe anche sgombrare il campo dalla sua promessa/minaccia “se perdo me ne vado”. Dovrebbe, invece, dire “se perdo imparo la lezione e ricomincio da capo” che, scomodando il molto riluttante Max Weber, è la qualità del vero leader politico. Chi, invece, ha diverse lezioni da imparare, ma non sembra applicarsi abbastanza, è il Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. Ne ha già dette molte come, ad esempio, che i capilista bloccati (spesso, lo sappiamo e lo possiamo prevedere, anche paracadutati) sarebbero i “rappresentanti di collegio”, mentre, in politica, la “rappresentanza” si ha, ovviamente ed esclusivamente, con libere elezioni, non con nomine e non con cooptazioni.
La più recente esternazione, scommetto non l’ultima, della Boschi (forse anche per evitarne troppe altre sarebbe opportuno fissare una data ravvicinata per il referendum) è che “chi vota no non rispetta il (lavoro del) Parlamento”. Sia il referendum abrogativo sia il referendum costituzionale sono proprio gli strumenti con i quali i cittadini esprimono la loro opinione su quanto è stato fatto dal Parlamento. Debbono essere richiesti da coloro che ritengono che il Parlamento ha legiferato male e che una specifica legge, anche costituzionale, non risponde alle necessità del paese e alle preferenze dell’elettorato. Fra l’altro, dovrebbe essere assodato che la richiesta di referendum, anche dei referendum costituzionali, non spetta a coloro che quelle leggi hanno fatto, ma agli oppositori. “Plebiscito è quando governo chiede voto su suo operato”.
I Costituenti, che se ne intendevano e che credo sarebbero molto preoccupati (indignati?) dallo stato del dibattito italiano, volevano che i cittadini potessero valutare le riforme fatte dal Parlamento, ma volevano altresì evitare una delegittimazione del Parlamento che, in un paese ad alto tasso di antiparlamentarismo, sarebbe comunque un guaio. Questa è la ragione per la quale il referendum costituzionale non può essere richiesto se la modifica è stata approvata da due terzi dei parlamentari. Un “no” popolare che sconfessi due terzi dei parlamentari indica una profonda crisi di rappresentanza e qualcosa di più a tutto beneficio degli antiparlamentaristi. Invece, un più o meno sonoro, ma sempre sano, “NO” ad una legge ordinaria e a modifiche costituzionale non è mai mancanza di rispetto nei confronti del Parlamento. Molto concretamente è rigetto da parte degli elettori, più precisamente, poiché i referendum costituzionali non hanno quorum, dagli elettori informati, delle modifiche approvate, non dal Parlamento in quanto tale, ma da una specifica maggioranza parlamentare (non entro nei particolari dolorosi del se e quanto quella maggioranza è stata coartata e ricattata).
E’ augurabile che il Ministro Boschi, dopo una ripassatina o, meglio, una lettura attenta della Costituzione, si corregga. Se, poi, anche si scusa con i potenziali elettori del no, certamente non sovversivi, tanto meglio. Certo, impostare una discussione sul merito delle modifiche costituzionali con chi ha poche, vaghe e superficiali cognizioni costituzionali non è finora stato per niente facile. Temo che non lo sarà neppure nell’autunno del referendum.
Pubblicato il 12 agosto 2016
Italicum e “SÌ”: nessun baratto è possibile
Non c’è proprio niente da scambiare fra un Italicum malamente rielaborato dalla minoranza del PD e un “sì” alle revisioni costituzionali malamente fatte approvare dal Parlamento e peggio difese dal PD e dai suoi, neppure adeguatamente informati, costituzionalisti e improvvisati politologi. Non è vero che le due riforme vanno insieme e non è neppure vero che evirando l’Italicum del ballottaggio e riducendo un pochino il premio di maggioranza avremmo una legge elettorale decente. Da un lato, la minoranza del PD combatte una battaglia sbagliata; dall’altro, la maggioranza si impunta e, per bocca del ministro Boschi, cerca di riscattare un Parlamento che ha compresso nel corso della discussione sulle riforme e stravolto con la pasticciata e confusa riforma del Senato. Boschi dimenticando oppure proprio non sa che nella Costituzione italiana i referendum sono lo strumento a disposizione dei cittadini per controllare le leggi approvate dal Parlamento e, con maggioranze apposite, farle decadere . Se, davvero, vogliamo trovare un nesso fra legge elettorale e modifiche costituzionali, allora bisogna fuoruscire dal mantra di una governabilità assurdamente identificata con la stabilità del governo la cui maggioranza parlamentare sarà gonfiata dai molti seggi garantitigli dal premio dell’Italicum.
Il problema delle democrazie contemporanee si chiama crisi di rappresentanza politica. Molto dipende dai partiti, la cui capacità rappresentativa sarebbe sicuramente accresciuta se i suoi parlamentari fossero eletti in collegi uninominali dove debbono conquistarsi i voti interloquendo con gli elettori e rispondendo del loro operato (come ho già scritto infine volte “del fatto, del malfatto e del non fatto”). La rappresentanza dei collegi non si ha, come sostiene la Ministro Boschi, con i capilista bloccati. In politica, la rappresentanza è esclusivamente quella elettiva. Naturalmente, il Senato nominato dai Consigli regionali, ma Napolitano sostiene che si tratta di elezione indiretta (alla quale, comunque, sfuggirebbero i cinque Senatori, questi sì residui di un passato che il governo sostiene di volere cancellare, nominati dal Presidente della Repubblica), non darà nessuna rappresentanza agli elettori. Nel migliore dei casi, quei Senatori cercheranno, se desiderano essere rieletti, di seguire le preferenze, che certamente saranno comunicate loro di volta in volta puntigliosamente dai loro “grandi” (è solo un modo di dire) elettori. Non eletti dai cittadini delle diverse regioni saranno costitutivamente impossibilitati a dare qualsivoglia rappresentanza al territorio. Per di più, mai quei Senatori di nuovo conio si degneranno di rispondere, a elettori che non hanno nessun potere su di loro, dei propri comportamenti politici e istituzionali che consentono loro di eleggere due giudici costituzionali e di avere enorme voce in capitolo su tutta la politica europea dell’Italia.
Mentre la Ministro Boschi si affanna a chiedere il sì per non sconfessare il lavoro del Parlamento, confondendo il Parlamento con la sua maggioranza spesso coartata e, per quel che riguarda la minoranza del PD, molto colpevolmente arrendevole (oppure incapace di articolare alternative convincenti), Renzi sfida il Parlamento, se lo vuole e se ne sarà capace, a cambiare la legge elettorale quasi non fosse la sua legge, quella sulla quale si è ripetutamente impuntato. Come riuscirà mai un Parlamento di nominati, almeno la metà dei quali sa, per esperienza personale e diretta, che la disciplina e l’ossequio, il conformismo e la subordinazione sono le carte da giocare per essere ri-nominati oppure quantomeno ri-candidati, è un mistero inglorioso. Non è detto che il prossimo Parlamento sia strumento della “governabilità” chiesta dalla Confindustria, da alcuni grandi (come sopra) banchieri, ignari di Costituzioni e leggi elettorali, e da “Civiltà Cattolica”, governabilità che, sarà il caso di ricordarlo e di rimarcarlo, dipende soprattutto dalle capacità dei governanti. E’ sicuro, invece, che il Parlamento che verrà non offrirà affatto migliore rappresentanza politica all’elettorato italiana alle cui associazioni, nel frattempo, sarà stata somministrata la non proprio democratica medicina della disintermediazione.
Pubblicato il 12 agosto 2016
Il NO dei nemici del popolo
Nella spasmodica ricerca di argomenti che giustifichino l’approvazione referendaria delle loro riforme, brutte e di bassissimo profilo, i renziani e i loro molti cortigiani ne dicono di tutti i colori. Il “meglio che niente” è molto frequente, ma diventato logoro assai. Il “non si poteva fare diversamente” entra in concorrenza per la motivazione più banale. Eccome si poteva fare diversamente tanto è vero che nessuno dei testi poi faticosamente approvati era entrato in Parlamento nella identica stesura con la quale ne è uscito. Per di più, è già in corso anche una surreale discussione sul cambiamento della legge elettorale in attesa della valutazione della Corte costituzionale che potrebbe servire proprio a salvare la faccia formulando qualche riformetta della riformetta. Infine, dopo mesi nei quali il capo del governo e il suo ministro per le Riforme hanno fatto ampio ricorso a tutte le strumentazioni plebiscitarie possibili (rivendico il merito di avere per primo accusato Renzi di “plebiscitarismo”), adesso è arrivato il contrordine.
“Renziani di tutte le ore non si tratta di votare pro o contro il governo, ma sul merito delle riforme”. Che Renzi avesse ecceduto se n’era accorto, un po’ tardivamente, persino il Senatore Presidente Emerito Giorgio Napolitano che, sommessamente, gli ha suggerito di non personalizzare troppo la campagna elettorale. Purtroppo per Renzi, la personalizzazione è nelle sue corde. Non riuscirà a rinunciarvi e ci ricadrà quasi sicuramente quando i sondaggi annunceranno tempesta. Per di più, lo spingere il più in là possibile la data dello svolgimento del referendum moltiplicherà le occasioni di personalizzazione.
Nel frattempo, qualche renziano sta cercando di delegittimare lo schieramento del NO facendo notare quanto composito esso sia e, dunque, incapace di prospettare un’alternativa di governo, al suo governo. Anche se, sconfitto, Renzi non si dimettesse, una minaccia piuttosto che una promessa, creando una grave e non necessaria crisi di governo, ma imparasse a fare buone riforme, il problema del governo prossimo venturo neanche si porrebbe. Comunque, se c’è un giudice a Berlino (in verità, ce ne sono fortunatamente molti) possibile, caro Presidente Mattarella, che in Italia l’unico in grado di guidare un governo sia Matteo Renzi? Al momento opportuno suggerirò al Presidente quattro/cinque nomi nessuno dei quali professore o banchiere.
Ad ogni buon conto, chi, nei Comitati del NO, ha mai pensato alla formazione di un nuovo governo? Il bersaglio grosso è uno e uno solo: vincere il referendum e cancellare le riforme mal congegnate e malfatte. Quanto alla natura composita dello schieramento del NO, basta riflettere un attimo e si vedrà che il SI’ vince alla grande la battaglia della confusione. Non intendo demonizzare il mio ex-studente Denis Verdini, ma sembra che, addirittura, darà vita a un Comitato del SI’ dal quale, naturalmente, come annunciato da Renzi-Boschi, scaturirà la nuova (sic) classe dirigente del paese. La Confindustria fa già parte della non proprio novissima classe dirigente, ma i suoi allarmismi numerici prodotti da chi sa quali algoritmi li ha già generosamente messi a disposizione del paese affinché voti convintamente sì. Poi è arrivata la filosofia della krisis rappresentata da Massimo Cacciari, notorio portatore di “sensibilità repubblicana” che va spargendo in diversi talk show. In un’intervista al Corriere si è esibito per il sì anche l’ex banchiere ulivista Giovanni Bazoli. Mica poteva essere da meno degli stimati colleghi della JP Morgan, grandi conoscitori del sistema politico italiano e della sua Costituzione, anche loro in attesa di riforme epocali. A ruota, un pensoso editoriale della rivista “Civiltà Cattolica” ha dato la necessaria benedizione senza attendere, qui sta la sorpresa, le articolate opinioni dei Cardinali Ruini, purtroppo per lui più bravo negli inviti all’astensione, Bagnasco e Bertone. No, di papa Bergoglio non so.
La ciliegina, però, non la prima né l’ultima poiché non dubito che ce ne saranno molte altre, già copiosamente preannunciata dalle pagine del “Corriere della Sera”, è arrivata da Michele Salvati. La sua tesi è cristallina. Se vincerà il NO, non sarà bocciato soltanto il governo. Non saranno bocciati soltanto i partiti e i cittadini che non hanno fatto i compiti (e se, proprio perché li hanno fatti, si fossero resi conto che le riforme sono inutili e controproducenti?). Bocciato “sarebbe tutto il Paese” (Corriere della Sera, 9 agosto 2016, p. 26). Insomma, il plebiscitarismo buttato dalla finestra, senza che nessuno lo dicesse a Salvati, torna camuffato da nazionalismo, chiedo scusa da amor patrio, dalla porta. Chi vota no è un disfattista, secondo Salvati, un traditore della patria, un nemico del popolo italiano. Questa è, finalmente, la discussione sul merito che i renziani vogliono, impostano e, normalizzata la Rete Tre, faranno.
Pubblicato il 10 agosto 2016







