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INVITO Presentazione “La Costituzione in trenta lezioni” 18 giugno a #Casalmaggiore

Che cosa ha fatto la Costituzione per l’Italia, che cosa devono fare gli italiani per la Costituzione

LA COSTITUZIONE IN TRENTA LEZIONI (UTET 2016)

Converseranno con l’autore Chiara Daina e Massimo Negri

Sabato 18 giugno 2016 ore 17

Auditorium Santacroce

via A. Porzio, 5

Casalmaggiore (CR)

Casalmaggiore

Il Premier non può essere a tempo

Il fatto

All’insegna della più profonda ignoranza costituzionale e di un’irresistibile tendenza al populismo (che si esprime, anche con le Cinque Stelle, nel porre limite alle cariche elettive), Matteo Renzi ha prodotto una inequivocabile esternazione: limite di due mandati al capo del governo, come in USA. Forse, giunto al termine di una faticosa e confusa riforma costituzionale, Renzi si è dimenticato che l’Italia ha una forma di governo parlamentare e che quella degli USA è presidenziale. Non gli debbono mai avere detto, anche perché nel suo entourage è improbabile che lo sappiano, che nessuna delle forme parlamentari di governo, a cominciare dalla prima e più importante, quella del Regno Unito, prevede e fissa un limite alla durata in carica del capo del governo. Che nelle forme parlamentari di governo non è mai esistito e tuttora non esiste un mandato al capo del governo anche perché, tranne nei casi anglosassoni, i governi sono coalizioni che debbono raggiungere accordi programmatici. Che ciascun capo del governo entra in carica grazie ad un rapporto di fiducia, che non sempre consiste in un voto esplicito, con il Parlamento ovvero la maggioranza parlamentare, e ne esce quando la maggioranza parlamentare, quella o un’altra, lo sconfigge e lo costringe a lasciare la carica, magari sostituendolo hic et nunc. Che uno degli elementi, probabilmente, il più importante, che differenzia i parlamentarismi dai presidenzialismi è la loro flessibilità proprio nella formazione e nella sostituzione dei governi e dei loro capi che, nei presidenzialismi è praticamente impossibile se non con l’impeachment, quando ha successo, e che trasforma crisi politiche (incapacità, malattia, corruzione del Presidente, sue violazioni della Costituzione) in crisi costituzionali.

Immagino che, nell’ordine, Konrad Adenauer (quattro vittorie elettorali, in carica dal 1949 al 1963), Margaret Thatcher (tre vittorie elettorali in carica dal 1979 al 1990), Felipe Gonzales (tre vittorie elettorali, in carica dal 1982 al 1996), Helmut Kohl (quattro vittorie elettorali, in carica dal 1982 al 1998, record assoluto), Tony Blair (tre vittorie elettorali, in carica dal 1997 al 2007), Angela Merkel (finora tre vittorie elettorali, in carica dal 2005) si stiano chiedendo “che diavolo dice il Presidente del Consiglio italiano; che cosa ha in mente, a che cosa mira?” Potrebbero chiederselo anche, farò pochi esempi selezionati, De Gasperi che guidò sette governi, Fanfani e Moro che, rispettivamente ne guidarono sei e cinque. Magari avrebbero potuto chiederlo a Renzi anche il fondatore di “Repubblica”, Eugenio Scalfari, e l’intervistatore Claudio Tito. Le interviste sono belle e utili quando sfidano l’intervistato, non quando stendono tappeti. Invece, no, e la notizia del limite ai mandati è subito rimbalzata senza correzione alcuna (forse arriveranno, presto, le rettifiche di Napolitano).

Azzardo la mia interpretazione, che va oltre l’ignoranza di Matteo Renzi, ma non la giustifica e non la sottovaluta. Renzi cerca di prendere due piccioni con una fava. Vuole fare sapere agli italiani che non starà in carica oltre, se ci arriva, il 2023. Offre questa sua graziosa disponibilità a non restare di più (quindi a non entrare in competizione con i capi di governo, alquanto prestigiosi, che ho menzionato sopra) in cambio di un “sì” al plebiscito di ottobre sul quale sta investendo tutte le sue energie. Se, proprio, voleva sia l’elezione popolare diretta del capo del governo parlamentare, che non esiste da nessuna parte al mondo, sia la non rieleggibilità dopo due mandati poteva cercare di riformare la Costituzione in questo senso. Dimenticavo, sostiene che non glielo avrebbero lasciato fare. Peccato gli abbiano lasciato fare soltanto brutte e confuse riforme. Poteva rifiutarle. Meglio niente.

Pubblicato il 14 giugno 2016

Martedì 14 giugno parliamo di riforme sbagliate e Costituzione al MAGGIO LETTERARIO II edizione #Tolmezzo

Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate

e
La Costituzione in trenta lezioni

Dialoga con l’autore: Marco Craighero

Martedì 14 giugno ore 18.30
Centro Servizi Museale
Tolmezzo (Udine)

TolmTolm 2

La nostra Repubblica esigente

Per nessuno scopo, analitico, interpretative, propositivo, la Costituzione italiana può essere divisa nettamente in due parti: una attinente ai diritti (e doveri), l’altra all’ordinamento dello Stato. I principi ispiratori dei Costituenti e la loro visione complessiva informano chiaramente e coerentemente entrambe le parti. Tutte le componenti della Costituzione italiana si tengono insieme e segnalano che qualsiasi revisione, anche minima, deve essere valutata con riferimento al suo impatto complessivo. La tesi che argomento e svolgo nel libro La Costituzione in trenta lezioni, UTET 2015 è che nessuna Costituzione è mai semplicemente un documento giuridico. Le Costituzioni migliori , a cominciare da quella degli Stati Uniti d’America e a continuare con quella della Germania contemporanea, sono documenti eminentemente politici. Mirano a plasmare la vita di una comunità, a darle le regole di comportamento e di rapporti fra persone, associazioni, istituzioni.

Anche la Costituzione italiana mira a fare, limpidamente, tutto questo. Plasma la Repubblica democratica, evidenziando, fin dall’inizio, che la Repubblica sono i cittadini, siamo noi. Ai cittadini — elettori, rappresentanti, governanti– spetta il compito di rimuovere gli ostacoli all’effettiva partecipazione alla vita della comunità (art. 3). Con questa indicazione, i Costituenti miravano a costruire le premesse della coesione sociale e a dare senso e identità ad una comunità di sconosciuti, usciti da vent’anni di fascismo che aveva teso a isolarli e a punirli se si associavano e se parlavano di politica. A questi “sconosciuti”, anche agli stessi uomini e donne nell’Assemblea Costituente, apparve subito necessario ricordare l’importanza della partecipazione, sottolineare il riconoscimento del pluralismo e delle capacità associative, anche in partiti politici (art. 49), mettere in evidenza che le cariche pubbliche, in politica, nelle istituzioni, nella burocrazia debbono essere adempiute con “disciplina e onore” (art. 54). Ai detentori di cariche istituzionali, fra i quali si trovano, naturalmente, anche i magistrati, si raccomanda di tenere in grande conto sia la separazione dei poteri affinché ciascuno di loro svolga i compiti specifici affidatigli sia l’equilibrio affinché nelle loro inevitabili interazioni nessuna istituzione cerchi di sopraffare le altre e tutte operino in un complesso “gioco” di freni e contrappesi. Forse, nella predisposizione di questi freni e contrappesi si colloca anche il fin troppo spesso menzionato “complesso del tiranno”, ma che i freni e i contrappesi siano la base sulla quale operano tutte le democrazie migliori appare innegabile.

La Costituzione è un documento politico esigente. Funziona tanto meglio quanto più i cittadini, i rappresentanti e i governanti non si limitano a rivendicare diritti, ma si impegnano a svolgere fino in fondo i doveri ai quali vengono chiamati: educare i figli, votare, pagare le tasse in proporzione al loro reddito, riconoscere e rispettare il diritto d’asilo e porlo in pratica. La Costituzione ha accompagnato e, oserei dire, ha guidato la crescita dell’Italia da paese rurale, agricolo, ampiamente analfabeta, sostanzialmente impoverito e distrutto dal fascismo e dalla Guerra fino a farlo diventare l’ottava potenza industriale del mondo. Tuttavia, è sempre esistita una qualche insoddisfazione nella società e nella politica per obiettivi, il più importante dei quali è la crescita culturale e sociale, che non venivano raggiunti. Insomma, la società italiana non diventava, non è ancora diventata abbastanza civile. Né, oramai da anni, fa progressi, ad esempio, in materia di pagamento delle tasse o di contenimento e “respingimento” della corruzione. Questi gravissimi inconvenienti non sono evidentemente attribuibili alla Costituzione e ai suoi articoli, tantomeno alla sua ispirazione, agli accordi e ai compromessi, spesso fecondi, che i Costituenti raggiunsero fra loro, offrendo una non banale e non criticabile lezione di metodo.

Se, come ho detto e ribadisco, “la Repubblica siamo noi”, allora dobbiamo criticare gli italiani, individualisti e egoisti, che pensano di cavarsela da soli e di non dovere nulla allo Stato e ai loro concittadini; gli italiani “familisti amorali”, che orientano e giustificano qualsiasi loro comportamento con l’esclusivo perseguimento di vantaggi per la loro famiglia; gli italiani che si fanno forti della loro appartenenza a qualche corporazione (burocrazia, magistratura, classe politica, giornalismo); gli italiani che screditano qualsiasi forma di impegno e si rifiutano di riconoscere il merito e di premiarlo. Questi sono gli italiani che non hanno saputo né voluto capire che soltanto agendo nel rispetto delle regole, dei diritti, dei doveri scritti nella Costituzione, la Repubblica, di cui celebriamo i settant’anni, raggiungerà una apprezzabile qualità democratica e si accompagnerà ad una società davvero, finalmente civile.

Pubblicato AGL il 2 giugno 2016

“Meglio che niente”, lo slogan peggiore

Il fatto

Qualsiasi valutazione si voglia dare delle riforme costituzionali Renzi-Boschi, la mia è argomentatamente negativa, appare davvero esagerato che, come afferma Michele Salvati, Perché la riforma riguarda tutti (ed è soltanto un primo passo, 29 maggio 2016), quelle riforme chiudano la transizione iniziata nel 1992-94 e diano vita ad una Seconda Repubblica.

Peraltro, Salvati si cautela affermando che tutto il buono delle riforme, soprattutto in termini di miglioramento delle capacità decisionali, “lo vedremo fra molto tempo”. Invece, Salvati non ci racconta quando e perché mai sarà possibile vedere derivare ” il rispetto delle leggi” da riforme che riguardano il Senato, il CNEL, il Titolo V, i referendum abrogativi. Per lui quello che conta è che Renzi e Boschi, sulla base della loro competenza e esperienza, rifacendosi ai, da loro e dai loro sostenitori spesso richiamati, Togliatti e Iotti, Berlinguer e l’Ulivo (sic), stanno senza dubbio portando l’Italia lontano dalla necessità dei compromessi che fondarono la Prima Repubblica verso una Repubblica caratterizzata dall’efficienza delle istituzioni: un esito magico conseguito limitandosi a ridimensionare il malvagio Senato catto-comunista.

Già troppi commentatori, sbagliando, hanno definito Seconda Repubblica il periodo iniziato nel 1994 e terminato con le elezioni politiche del febbraio 2013. La verità è che siamo tuttora nella Prima Repubblica, nella seconda complicata e tormentata fase dell’unica, peraltro, nient’affatto pessima, Repubblica che l’Italia ha avuto. I francesi, che di Repubbliche se ne intendono, avendone avute cinque (e alcuni loro commentatori sostengono, sbagliando, che la Sesta Repubblica stia pazientemente strisciando), farebbero notare che una nuova Repubblica si caratterizza e si configura quando cambia la forma di governo. Non quando si procede a qualche ritocco per di più pasticciato. È avvenuto così per tutte le Repubbliche francesi, in maniera più evidente, più significativa, più profonda, con il passaggio dalla Quarta Repubblica (1946-1958), che fu una forma di governo parlamentare tradizionale quant’altre mai, alla Quinta Repubblica (1958), che è una forma di governo semipresidenziale notevolmente innovativa e funzionale. Che dovrebbe piacere a chi prova fastidio per procedure decisionali lente e faticose (come, però, succede in tutte le democrazie effettivamente tali).

No, nessuna delle riforme costituzionali Renzi-Boschi attiene, nel bene o nel male, alla forma di governo. Tutte le democrazie parlamentari europee hanno bicameralismi differenziati in maniera migliore con riferimento alla composizione e ai compiti di quanto abbia saputo fare il governo italiano ridimensionando e depotenziando il Senato. La sola trasformazione del Senato non consente in nessun modo di sostenere che è cambiata la forma di governo e che si sta affermando una nuova Repubblica. Neppure la legge elettorale, un porcellum riveduto, solo parzialmente corretto, porta verso una nuova forma di governo né, tantomeno, verso una rappresentanza politica in grado di cogliere meglio preferenze e interessi dei cittadini. Potrà, in parte, dare più potere al capo del governo, ma sicuramente, pur squilibrando il rapporto governo/parlamento differenziato/Presidente della Repubblica (un punto finora inadeguatamente colto), non farà affatto uscire l’Italia dall’ambito dei governi parlamentari tradizionali.

La transizione non si sta affatto concludendo né per quello che riguarda la legge elettorale, per la quale, comunque, è consigliabile attendere le osservazioni della Corte costituzionale, né per quello che concerne le interazioni governo/parlamento. Infatti, come hanno sostenuto da tempo tutti gli studiosi delle molte transizioni politico-istituzionali avvenute in Europa e nel resto del mondo, la transizione si chiude davvero soltanto quando quasi tutti gli attori politici rilevanti, anche se non hanno convenuto sulle riforme e sulle soluzioni, accettano l’esito che diventa “the only game in town”. No, in Italia molti non vorranno partecipare a quel gioco e avranno non poche buone ragioni per rifiutarvisi. No, neppure dopo quella che, al momento, appare una vittoria non ancora annunciabile, ma sicuramente risicata, in un referendum sciaguratamente, ma deliberatamente, trasformato in un plebiscito, le riforme Renzi-Boschi saranno ampiamente accettate. Per il modo e il merito continueranno a essere controverse e il loro contenuto, quando, finalmente, si faranno i conti, apparirà largamente inadeguato. Non saremo entrati nella Seconda Repubblica. Non avremo chiuso neanche un po’ la transizione politico-istituzionale. Rimarremo come coloro che son sospesi. Sarà anche difficile cavarsela affermando, in maniera, quando si mette mano alla Costituzione, non proprio lusinghiera: “meglio che niente”. Il ritornello dei sostenitori delle riforme sta già suonando stanco e triste, sempre meno credibile.

Pubblicato il 4 giugno 2016

Cacciari irresponsabile, si sottomette al ricatto di Renzi

Il fatto

Cacciari s’inventa, nell’intervista fattagli da Ezio Mauro (Repubblica 27 maggio) un’immaginaria “responsabilità repubblicana” per giustificare la sua personale, effettiva sottomissione al ricatto plebiscitario. Cacciari parte da un presupposto falso e falsificabile: l’assenza negli ultimi quaranta anni di riforme. Questo presupposto, magnificato e drammatizzato sia dalla propaganda renziana sia dalla ignoranza della grande maggioranza dei commentatori, è smentito da duri fatti: l’elaborazione di due leggi elettorali, Mattarellum e Porcellum, l’approvazione parlamentare di una buona, se non ottima, legge per l’elezione dei sindaci, l’abolizione di quattro ministeri, l’eliminazione del finanziamento statale dei partiti, la stesura di un nuovo titolo V della Costituzione. Non vale l’obiezione, a doppio taglio, che si tratta di brutte riforme poiché a) nient’affatto tutte sono brutte,b) il Titolo V è stato ratificato da un referendum, c) anche le riforme renzianboschiane sono suscettibili della stessa valutazione e d) la riforma del bicameralismo è pasticciata nella composizione del nuovo Senato e confuse nell’attribuzione delle competenze.

Proseguendo attraverso un’autocritica generazionale e facendo leva sulla sua personale visione apocalittica della storia, del mondo e, quindi, dell’Italietta, Cacciari supera le sue stesse critiche alla riforma “concepita male e scritta peggio” e pronuncia il suo fatale, neppure molto sofferto, “sì”. Sposerà la riforma renziana. Poco gli importa che si tratti di una “riforma modesta e maldestra” e che la legge elettorale, che è un cardine della riforma, sia “da rifare”. Ancora meno sembra preoccuparlo che “la partita si gioca su Renzi” che ha personalizzato il referendum. Pudicamente, il filosofo evita l’espressione più precisa e pregnante, quando un leader chiede il voto sulla sua persona e sulla sua carica, di plebiscito si tratta, come tutta la storia del pensiero politico ha sempre affermato. No, lui, per responsabilità repubblicana, voterà a favore, evidentemente non della riforma modesta e maldestra, ma di Renzi. Più che di responsabilità, forse, sarebbe il caso di parlare di preoccupazione per le presunte temibilissime conseguenze che Renzi e i renziani agitano: crisi di governo e elezioni anticipate. Brillantemente e prescientemente, Cacciari addirittura anticipa una, troppo spesso trascurata, conseguenza della riforma: il Presidente del Consiglio sconfitto impone al Presidente della Repubblica lo scioglimento del Parlamento. Invece, no: il Presidente della Repubblica ha, in primo luogo, il potere e il dovere, “repubblicano”?, di esplorare se esiste un’altra maggioranza in grado di fiduciare e fare funzionare un nuovo governo. In secondo luogo, può invitare Renzi a restare il tempo necessario per approvare una legge elettorale migliore dell’Italicum (non è affatto difficile), magari facendo rivivere il, a lui ben noto, Mattarellum.

Insomma, l’Apocalisse non è alle porte a meno che sia Renzi sia Mattarella sia, con l’enorme potere che gli è rimasto e che usa platealmente, Napolitano, dimentichino le loro, al plurale, responsabilità repubblicane. Certo, vorremmo saperne di più sulla concezione e sui contenuti della responsabilità repubblicana formulata da Cacciari. No, non intendo affatto esibirmi in una difesa della Costituzione com’è (e non ho mai fatto parte del clan dei riformatori falliti menzionati da Cacciari). Tuttavia, preso atto che, come tutti hanno il dovere di sapere, la Repubblica siamo noi, che è il significato profondo dell’ultimo comma dell’art. 3 della Costituzione che ci chiede di rimuovere gli ostacoli alla effettiva partecipazione dei lavoratori alla vita politica, mi chiedo se la nostra responsabilità non debba tradursi in una vigorosa battaglia per riforme non “modeste” e non “maldestre”, concepite bene e scritte meglio (ce ne sono, eccome se ce ne sono), per una legge elettorale decente, per un referendum che non sia né un plebiscito né, meno che mai, il giudizio di Dio.

La responsabilità repubblicana esige che le riforme della Costituzione e del sistema elettorale, il decisivo meccanismo che traduce le preferenze (e le volontà) degli elettori nel potere politico di rappresentanti e governanti, siano poste molto al di sopra della vita di un governo, di qualsiasi governo. La responsabilità repubblicana respinge i ricatti dei governanti e non si traduce mai in sottomissione plebiscitaria.

Pubblicato il 29 maggio 2016

No alle “riformette”, sì al semipresidenzialismo

Confronti

Intervista raccolta da Adriano Gizzi per Confronti Giugno 2016

Professor Pasquino, nel suo “La Costituzione in trenta lezioni” (Utet, 2016) lei sostiene che la riforma del Senato peggiora l’esistente perché porta a un bicameralismo «sicuramente imperfetto e squilibrato». E, in alternativa, indica come esempio da seguire quello del Bundesrat tedesco. Quali sono gli elementi di questa riforma che non la convincono?

La riforma del Senato nasce da due motivazioni: 1) accarezzare l’antipolitica riducendo il numero dei parlamentari e le relative nient’affatto ingenti “spese”; 2) togliere al Senato il potere di votare o no la fiducia al governo per ovviare all’inconveniente causato nelle elezioni del febbraio 2013 dalla legge elettorale (una maggioranza chiara alla Camera, frutto del premio di maggioranza, e una situazione di stallo al Senato, ndr). Sono motivazioni occasionali e deteriori che, infatti, non hanno nulla a che vedere con la creazione convinta e pensata di una Camera delle autonomie né con il miglior funzionamento del sistema politico.

Per spendere meno si poteva procedere ad una riduzione equilibrata del numero dei senatori e dei deputati. Per evitare il rischio delle due maggioranze, bastava ritoccare la vigente legge elettorale oppure, molto meglio, scrivere una legge elettorale del tutto diversa (l’Italicum è poco diversa dal Porcellum: un porcellinum). La nuova Camera delle autonomie assomiglia al Senato francese che funziona poco e male e che De Gaulle avrebbe già voluto abolire nel 1969. Avrebbe dovuto invece imitare il Bundesrat: 69 rappresentanti (enorme risparmio), nominati (senza giochini di scambi) dalle maggioranze che hanno vinto le elezioni in ciascun Land, con poteri forti e chiari sulle materie di loro competenza. Era anche possibile abolirlo del tutto, il Senato, per non farne un pasticcetto di 21 sindaci e 74 (“dopolavoristi” o “doppiolavoristi”) nominati dalle Regioni con – incredibile – cinque senatori nominati dal presidente della Repubblica, immagino per imperscrutabili meriti regionalisti e federalisti. Questo Senato di cento rappresentanti variamente nominati contribuirebbe alle riforme costituzionali e a eleggere due giudici costituzionali (seicentotrenta deputati, figliocci di un dio minore, ne eleggerebbero tre: quale squilibrio!). Della legislazione condivisa, concorrente, esclusiva non dico nulla. Rimando agli inevitabili conflitti fra le Regioni, il loro Senato, la Camera e il Governo.

In merito al referendum costituzionale di ottobre, lei insiste molto sul “no al plebiscito”. Qualora però si riuscisse a votare su quesiti diversi, i suoi sarebbero comunque tutti dei “no” oppure vi sono alcuni punti positivi nel ddl Boschi?

L’unico punto accettabile è l’abolizione del Cnel (che avevo proposto trent’anni fa). Brutta è anche la nuova regolamentazione dei referendum. Renzi e Boschi non hanno la minima idea di come si possa costruire una “democrazia partecipata”. Di tutta la batteria di soluzioni praticabili hanno scelto soltanto qualche elemento che attiene alle firme e alla validità delle votazioni nei referendum. Non hanno saputo né voluto in nessun modo incoraggiare e agevolare la crescita di una società civile attiva. Già, loro sono per la democrazia decidente, subito applaudita, ma non chiarita, dai loro costituzionalisti di corte.

Se la Corte costituzionale dovesse bocciare l’Italicum, verrebbe meno il “combinato disposto” delle due riforme: in tal caso, si attenuerebbe il suo giudizio negativo sulle modifiche costituzionali?

La auspicabile bocciatura dell’Italicum in qualche modo incide sulla riforma costituzionale? Difficile a dirsi, perché il tratto distintivo della riforma elettorale e delle deformazioni costituzionali è dato dal loro essere slegate, fatte senza nessuna visione sistemica, abborracciate. Semmai, la bocciatura delle deformazioni costituzionali obbligherebbe a riscrivere la legge elettorale. Sarebbe una grande occasione benefica per ripensare tutto. Per chiedersi se la legge elettorale serve a eleggere un Governo o a eleggere i rappresentanti del popolo.

Ha sottolineato più volte come essere contrari al ddl Boschi non significhi essere contrari a priori a qualsiasi modifica della Costituzione. A suo giudizio, quali riforme sarebbero necessarie?

Le mie proposte, piccole e grandi, di riforma sono limpidamente presentate e argomentate nel libro Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Egea-UniBocconi, Milano 2015). Sono a favore di una Repubblica semi-presidenziale sul modello francese come si è venuta definendo dal 1958 ad oggi. È difficile negare che la IV Repubblica francese sia stata la democrazia parlamentare più simile a quella della Repubblica italiana e che la V Repubblica abbia costituito un enorme salto di qualità. Dopo settant’anni di vita democratica, tutt’altro che disprezzabile, ma che avrebbe potuto certamente essere migliore, se si cambia bisogna essere audaci, esigenti, sistemici. È indispensabile cambiare molto, se non tutto l’impianto costituzionale per rompere le incrostazioni e per ricominciare la competizione politica non con vantaggi di posizione (e di opposizione), ma con opportunità e rischi per tutti. Soprattutto, bisogna dare più potere politico e elettorale ai cittadini. La riforma semipresidenziale si può fare chiamando il bluff di Berlusconi, che si è spesso espresso a favore di un presidenzialismo che non sa definire. Molte riformette di vario tipo si possono fare, ma se non si va molto oltre la democrazia parlamentare classica, allora i giocatori (partiti e gruppi) impiomberanno quelle riformette. Meglio, sempre, guardare al di là delle Alpi.

Pubblicato il 26 maggio 2016 su confronti.net

“Una riforma pasticciata e confusa”. Intervista a #RadioPopolare

RadioPopolare

La Costituzione non è soltanto un documento giuridico, ma è anche un documento politico. La Costituzione fornisce regole, procedure, indica comportamenti agli attori politici, ai partiti, alle istituzioni. Dunque, far commentare la Costituzione soltanto dai giuristi è sempre, secondo me, molto limitativo. E farla riformare soltanto dai giuristi significa prendere una prospettiva possibile, non l’unica e certamente non la più alta.

La premessa di Gianfranco Pasquino chiarisce l’obiettivo della trasmissione di oggi (24 maggio 2016): analizzare la modifica della Costituzione “Renzi-Boschi” da una prospettiva più politica che giuridica.  Intervista condotta da Raffaele Liguori

ASCOLTA L’INTERVISTA

Scorciatoia cognitiva

Corriere di Bologna

Sappiamo che la fantasia e anche l’irriverenza degli elettori possono spingersi verso limiti estremi. Se I Presidenti di seggio e gli scrutatori volessero potrebbero raccontarne di tutti I colori relativamente alle schede che sono costretti ad annullare. Non è, naturalmente, possibile, ma neanche auspicabile, porre alla fantasia di candidati talvolta sconosciuti che cercano di emergere per conquistare almeno un pugno di voti. Non so se questo è l’anno in cui Mussolini possa tornare in auge come strumento di attrazione per elettori nostalgici oppure arrabbiatissimi con i “politicanti” e con le condizioni, non proprio eccellenti, del sistema politico italiano. È anche merito della Costituzione italiana, da un lato, avere statuito il divieto di “ricostituzione del disciolto partito fascista”, dall’altro, di avere obbligato i neo fascisti a cambiare. Qualche saluto romano continua a fare la sua comparsa, qualche slogan può fare breccia temporanea, qualche tatuaggio attrae l’attenzione, qualche canzonetta può avere un refrain accattivante, ma la sostanza rimane. La storia non si ripete, anzi, come scrisse memorabilmente Karl Marx, la prima volta è una tragedia, la seconda è una farsa. Non andrò oltre nel ricorrere a espressioni blasonate perché rischiano, se non di legittimare, di dare un po’ troppa importanza a fenomeni marginali.
Ho sempre detto e scritto che il ricorso al termine “regime” per indicare l’indubbiamente molto importante ruolo politico svolto da Berlusconi tra il 1994 e il 2013 era un’esagerazione polemica, sbagliata, fuorviante, diseducativa. Rimane, tuttavia, da capire che cosa sta dietro il folklore di richiamarsi a Mussolini Benito. Per farla difficile potrei dire che quel richiamo da parte di tre candidati potrebbe essere, a loro insaputa, una “scorciatoia cognitiva”. Mirano a comunicare, senza scendere nei particolari di un programma che non saprebbero stilare, la loro collocazione. Sì, stanno a destra, vogliono “legge e ordine” imposta dall’alto, preferibilmente con durezza; sì, sostengono di avere una orgogliosa identità nazionale (che, naturalmente, stona con il leghismo di qualsiasi sfumatura): sì, sono nettamente ostili agli immigrati specialmente se di colore; si, vorrebbero una democrazia autoritaria con un leader in grado non soltanto di prendere le decisioni, ma di tradurle o farle tradurre in maniera granitica in azioni. La tentazione di sostenere che gli inchini fascisti interpretano qualcosa che è nell’aria ce l’ho. Poiché il vento delle destre populiste e nazionaliste soffia in molti paesi europei, non basta alzare le spalle e dire che sono cose del passato. Sarebbe più produttivo cercare di risolvere problemi, insegnare come rapportarsi agli altri, adottare uno stile rispettoso di tutti, all’insegna dei valori costituzionali.
Pubblicato il 14 maggio 2016

#RadioRadicale Intervista Gianfranco Pasquino sul Referendum costituzionale

L’intervista realizzata da Lanfranco Palazzolo è stata registrata in collegamento telefonico da Chicago domenica 8 maggio 2016 alle ore 10:48. La registrazione audio ha una durata di 7 minuti.

“Siamo in collegamento con il professor Gianfranco Pasquino dagli Stati Uniti per parlare delle delle riforme in particolare della proposta radicale di sottoporre i referendum confermativo a diversi diversi quesiti referendari perché il corpo elettorale probabilmente potrebbe giudicare diversamente diversi passaggi della riforma costituzionale in un referendum confermativo diviso per parti …”

ASCOLTA L’AUDIO