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Per voi che ragionate e non plebiscitate. C’è chi ci mette la faccia, noi ci mettiamo la testa
“Noi crediamo profondamente in una democrazia così intesa, e noi ci batteremo per questa democrazia. Ma se altri gruppi avvalendosi, come dicevo in principio, di esigue ed effimere maggioranze, volessero far trionfare dei princìpi di parte, volessero darci una Costituzione che non rispecchiasse quella che è la profonda aspirazione della grande maggioranza degli italiani, che amano come noi la libertà e come noi amano la giustizia sociale, se volessero fare una Costituzione che fosse in un certo qual modo una Costituzione di parte, allora avrete scritto sulla sabbia la vostra Costituzione ed il vento disperderà la vostra inutile fatica” (Lelio Basso, 6 marzo 1947, in Assemblea Costituente).
1. Il NO non significa immobilismo costituzionale. Non significa opposizione a qualsiasi riforma della Costituzione che sicuramente è una ottima costituzione. Ha obbligato con successo tutti gli attori politici a rispettarla. Ha fatto cambiare sia i comunisti sia i fascisti. Ha resistito alle spallate berlusconiane. Ha accompagnato la crescita dell’Italia da paese sconfitto, povero e semi-analfabeta a una delle otto potenze industriali del mondo. Non pochi esponenti del NO hanno combattuto molte battaglie riformiste e alcune le hanno vinte (legge elettorale, legge sui sindaci, abolizione di ministeri, eliminazione del finanziamento statale dei partiti). Non pochi esponenti del NO desiderano riforme migliori e le hanno formulate. Le riforme del governo sono sbagliate nel metodo e nel merito. Non è indispensabile fare riforme condivise se si ha un progetto democratico e lo si argomenta in Parlamento e agli elettori. Non si debbono, però, fare riforme con accordi sottobanco, presentate come ultima spiaggia, imposte con ricatti, confuse e pasticciate. Noi non abbiamo cambiato idea. Riforme migliori sono possibili.
2. No, non è vero che la riforma del Senato nasce dalla necessità di velocizzare il procedimento di approvazione delle leggi. La riforma del Senato nasce con una motivazione che accarezza l’antipolitica “risparmiare soldi” (ma non sarà così che in minima parte) e perché la legge elettorale PorceIlum ha prodotto due volte un Senato ingovernabile. Era sufficiente cambiare in meglio, non in un porcellinum, la legge elettorale. Il bicameralismo italiano ha sempre prodotto molte leggi, più dei bicameralismi differenziati di Germania e Gran Bretagna, più della Francia semipresidenziale e della Svezia monocamerale. Praticamente tutti i governi italiani sono sempre riusciti ad avere le leggi che volevano e, quando le loro maggioranze erano inquiete, divise e litigiose e i loro disegni di legge erano importanti e facevano parte dell’attuazione del programma di governo, ne ottenevano regolarmente l’approvazione in tempi brevi. No, non è vero che il Senato era responsabile dei ritardi e delle lungaggini. Nessuno ha saputo portare esempi concreti a conferma di questa accusa perché non esistono. Napolitano, deputato di lungo corso, Presidente della Camera e poi Senatore a vita, dovrebbe saperlo meglio di altri. Piuttosto, il luogo dell’intoppo era proprio la Camera dei Deputati. Ritardi e lungaggini continueranno sia per le doppie letture eventuali sia per le prevedibili tensioni e conflitti fra senatori che vorranno affermare il loro ruolo e la loro rilevanza e deputati che vorranno imporre il loro volere di rappresentanti del popolo, ancorché nominati dai capipartito.
3. No, non è vero che gli esponenti del NO sono favorevoli al mantenimento del bicameralismo. Anzi, alcuni vorrebbero l’abolizione del Senato; altri ne vorrebbero una trasformazione profonda. La strada giusta era quella del modello Bundesrat, non quella del modello misto francese, peggiorato dalla assurda aggiunta di cinque senatori nominate dal Presidente della Repubblica (immaginiamo per presunti, difficilmente accertabili, meriti autonomisti, regionalisti, federalisti). Inopinatamente, a cento senatori variamente designati, nessuno eletto, si attribuisce addirittura il compito di eleggere due giudici costituzionali, mentre seicentotrenta deputati ne eleggeranno tre. È uno squilibrio intollerabile.
4. No, non è vero che è tutto da buttare. Alcuni di noi hanno proposto da tempo l’abolizione del CNEL. Questa abolizione dovrebbe essere spacchettata per consentire agli italiani di non fare, né a favore del “sì” nè a favore del “no”, di tutta l’erba un fascio. Però, no, non si può chiedere agli italiani di votare in blocco tutta la brutta riforma soltanto per eliminare il CNEL.
5. Alcuni di noi sono stati attivissimi referendari. Non se ne pentono anche perché possono rivendicare successi di qualche importanza. Abbiamo da tempo proposto una migliore regolamentazione dei referendum abrogativi e l’introduzione di nuovi tipi di referendum e di nuove modalità di partecipazione dei cittadini. La riforma del governo non recepisce nulla di tutta questa vasta elaborazione. Si limita a piccoli palliativi probabilmente peggiorativi della situazione attuale. No, la riforma non è affatto interessata a predisporre canali e meccanismi per una più ampia e intensa partecipazione degli italiani tutti (anzi, abbiamo dovuto registrare con sconforto l’appello di Renzi all’astensione nel referendum sulle trivellazioni), ma in particolare di quelli più interessati alla politica.
6. No, non è credibile che con la cattiva trasformazione del Senato, il governo sarà più forte e funzionerà meglio non dovendo ricevere la fiducia dei Senatori e confrontarsi con loro. Il governo continuerà le sue propensioni alla decretazione per procurata urgenza. Impedirà con ripetute richieste di voti di fiducia persino ai suoi parlamentari di dissentire. Limitazioni dei decreti e delle richieste di fiducia dovevano, debbono costituire l’oggetto di riforme per un buongoverno. L’Italicum non selezionerà una classe politica migliore, ma consentirà ai capi dei partiti di premiare la fedeltà, che non fa quasi mai rima con capacità, e di punire i disobbedienti.
7. NO, la riforma non interviene affatto sul governo e e sulle cause della sua presunta debolezza. Non tenta neppure minimamente di affrontare il problema di un eventuale cambiamento della forma di governo. Tardivi e impreparati commentatori hanno scoperto che il voto di sfiducia costruttivo esistente in Germania e importato dai Costituenti spagnoli è un potente strumento di stabilizzazione dei governi, anzi, dei loro capi. Hanno dimenticato di dire che: I) è un deterrente contro i facitori di crisi governative per interessi partigiani o personali (non sarebbe stato facile sostituire Letta con Renzi se fosse esistito il voto di sfiducia costruttivo); II) si (deve) accompagna(re) a sistemi elettorali proporzionali non a sistemi elettorali, come l’Italicum, che insediano al governo il capo del partito che ha ottenuto più voti ed è stato ingrassato di seggi grazie al premio di maggioranza.
8. I sostenitori del NO vogliono sottolineare che la riforma costituzionale va letta, analizzata e bocciata insieme alla riforma del sistema elettorale. Infatti, l’Italicum squilibra tutto il sistema politico a favore del capo del governo. Toglie al Presidente della Repubblica il potere reale (non quello formale) di nominare il Presidente del Consiglio. Gli toglie anche, con buona pace di Scalfaro e di Napolitano che ne fecero uso efficace, il potere di non sciogliere il Parlamento, ovvero la Camera dei deputati, nella quale sarà la maggioranza di governo, ovvero il suo capo, a stabilire se, quando e come sciogliersi e comunicarlo al Presidente della Repubblica (magari dopo le 20.38 per non apparire nei telegiornali più visti).
9. No, quello che è stato malamente chiesto non è un referendum confermativo (aggettivo che non esiste da nessuna parte nella Costituzione italiana), ma un plebiscito sulla persona del capo del governo. Fin dall’inizio il capo del governo ha usato la clava delle riforme come strumento di una legittimazione elettorale di cui non dispone e di cui, dovrebbe sapere, neppure ha bisogno. Nelle democrazie parlamentari la legittimazione di ciascuno e di tutti i governi arriva dal voto di fiducia (o dal rapporto di fiducia) del Parlamento e se ne va formalmente o informalmente con la perdita di quella fiducia. Il capo del governo ha rilanciato. Vuole più della fiducia. Vuole l’acclamazione del popolo. Ci “ha messo la faccia”. Noi ci mettiamo la testa: le nostre accertabili competenze, la nostra biografia personale e professionale, se del caso, anche l’esperienza che viene con l’età ben vissuta, sul referendum costituzionale (che doveva lasciare chiedere agli oppositori, referendum, semmai da definirsi oppositivo: si oppone alle riforme fatte, le vuole vanificare). Lo ha trasformato in un malposto giudizio sulla sua persona. Ne ha fatto un plebiscito accompagnato dal ricatto: “se perdo me ne vado”.
10. Le riforme costituzionali sono più importanti di qualsiasi governo. Durano di più. Se abborracciate senza visione, sono difficili da cambiare. Sono regole del gioco che influenzano tutti gli attori, generazioni di attori. Caduto un governo se ne fa un altro. La grande flessibilità e duttilità delle democrazie parlamentari non trasforma mai una crisi politica in una crisi istituzionale. Riforme costituzionali confuse e squilibratrici sono sempre l’anticamera di possibili distorsioni e stravolgimenti istituzionali. Il ricatto plebiscitario del Presidente del Consiglio va, molto serenamente e molto pacatamente, respinto.
Quello che sta passando non è affatto l’ultimo trenino delle riformette. Molti, purtroppo, non tutti, hanno imparato qualcosa in corso d’opera. Non è difficile fare nuovamente approvare l’abolizione del CNEL, e lo si può fare rapidamente. Non è difficile ritornare sulla riforma del Senato e abolirlo del tutto (ma allora attenzione alla legge elettorale) oppure trasformarlo in Bundesrat. Altre riforme verranno e hanno alte probabilità di essere preferibili e di gran lunga migliori del pasticciaccio brutto renzian-boschiano. No, non ci sono riformatori da una parte e immobilisti dall’altra. Ci sono cattivi riformatori da mercato delle pulci, da una parte, e progettatori consapevoli e sistemici, dall’altra. Il NO chiude la porta ai primi; la apre ai secondi e alle loro proposte da tempo scritte e disponibili.
Con Verdini un balzo all’indietro
Non credo che si possa dire che i voti non puzzano. Come e dove sono stati conquistati fanno una differenza tanto che qualche volta implicano sanzioni. D’altronde, non tiene più neanche il famosissimo detto pecunia non olet, il denaro non puzza. Infatti, se davvero il denaro non puzzasse non si capirebbe perché le attività di riciclo, di lavaggio che, infatti, in inglese si chiamano money laundering, siano tanto diffuse, fiorenti e lucrative? Questa introduzione soltanto per andare al bersaglio. No, i voti di Verdini non sono come tutti gli altri. Non sono, certamente, gli unici che puzzano e, come altri, sono voti che vengono dal trasformismo: abbandonare lo schieramento nel quale si è stati eletti per andare a lucrare qualcosa nello schieramento di governo. Poi, sarebbe bello se gli elettori fossero in grado almeno ex post facto di dare il loro giudizio sui trasformisti. La legge elettorale Italicum non glielo consentirà in nessun modo. Il fatto che Verdini e i suoi parlamentari dell’Ala abbiano già votato molti provvedimenti del governo Renzi-Boschi non riduce il tasso di trasformismo già ratificato dall’ingresso nella maggioranza di Ala, dimostrato dalla concessione di alcune cariche nelle commissioni ai parlamentari di Ala. Se, poi, davvero Ala e Verdini parteciperanno alla formazione dei Comitati per il SÌ al referendum su riforme costituzionali che il capo del governo considera l’elemento più qualificante della sua azione di governo tanto da “metterci la faccia”e giocarsi la carriera, allora l’ingresso dei verdiniani nella maggioranza governativa non attenderebbe che un piccolo passo: la nomina di un vicesegretario.
Ferme restando le critiche ai cambi di casacca in Parlamento, il problema più grosso causato dalla straordinaria capacità di manovra di Verdini e dall’altrettanto straordinaria disponibilità di Renzi riguarda il future prossimo, più precisamente l’eventuale nascita del Partito della Nazione. Con Alfano e Verdini, forse anche con Casini e altri, il Partito della Nazione si troverebbe inevitabilmente spostato verso il centro dello schieramento politico. Grazie al premio di maggioranza garantito dall’Italicum, che consente di ricompensare tangibilmente con la altrimenti difficile rielezione i verdiniani e gli alfaniani, il Partito della Nazione godrebbe di una ampia maggioranza alla Camera dei deputati. Relegati all’opposizione sarebbero, da un lato, la destra e Salvini, dall’altro, il Movimento Cinque Stelle. Dunque, spostatosi un po’ al centro anche per vincere, il Partito della Nazione si troverebbe inevitabilmente ad occupare quel centro, con due opposizioni non in grado di coalizzarsi, se non in maniera negativa: contro il governo, non per sostituire il governo.
Non voglio in nessun modo equiparare il Partito della Nazione alla Democrazia Cristiana, costretta ad occupare il centro per tenere a bada eventuali rigurgiti di fascismo, ma anche la sfida reale del comunismo. Quello che, invece, merita di essere evidenziato è che il Partito della Nazione metterebbe la parola fine al bipolarismo, peraltro mai gradito da molti settori del ceto politico e dai cerchiobottisti della società civile, tutti intenti a trovare aggettivi derogatori: muscolare, feroce et al. Invece, il bipolarismo (non bipartitismo) è la modalità migliore di funzionamento delle democrazie, non solo contemporanee, quella che, fra l’altro, offre la prospettiva dell’alternanza. Il Partito della Nazione riporterebbe l’Italia indietro di quasi un quarto di secolo, a una politica che i sedicenti riformatori della Nazione e della Costituzione non conoscono, ma rischiano colpevolmente di fare resuscitare. È proprio vero che chi non ricorda la storia è costretto a riviverla.
Pubblicato AGL 4 maggio 2016
Regioni sgangherate e sprecone. Riforme confuse e sbagliate
Intervista raccolta da Carlo Valentini per Italia Oggi
Che cosa ci aspetta in questi mesi pre-referendum istituzionale sul quale Matteo Renzi ha scommesso (forse9 la sua leadership? Ecco le previsioni di un politologo, Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’università di Bologna e docente di European studies alla Johns Hopkins University (sede di Bologna. I suoi ultimi libri. Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Egea-UniBocconi 2015) e La Costituzione in trenta lezioni (Utet 2016).
Domanda. Il referendum è trasformato in una consultazione pro o contro Renzi: questa volta non si può dire che i politici non ci mettano la faccia…
Risposta. In verità, il capo del governo ci mette la faccia in maniera assolutamente impropria. Vale a dire, incanala il dibattito non sul merito delle riforme che ha fatto, ma sulla sua permanenza in carica. Tecnicamente, il suo è un ricatto plebiscitario del tipo: “Se non accettate le mie riforme vi punisco con l’instabilità governativa”. Se per respingere un pacchetto pasticciato di brutte riforme, bisogna correre il rischio delle dimissioni di Renzi, lo si corra. Altri governi sono possibili. Altre riforme sono preferibili. Non esistono né uomini, né donne, né riforme della Provvidenza.
D. Però dopo tanti anni di immobilismo non è un bene che finalmente finisca il bicameralismo perfetto e quindi intanto mettere nel paniere questo importante cambiamento? Non c’era il rischio che continuando a discutere, con tanti pareri in campo, si finisse come sempre è accaduto, nell’immobilismo?
R. Negli anni Novanta si sono fatte riforme, come quella elettorale e la legge sui sindaci. Negli anni Duemila, sono stati riformati i rapporti fra Stato e autonomie locali, è stata fatta un’altra riforma elettorale, è arrivata anche la Grande Riforma (56 articoli) berlusconiana bocciata da un referendum. Il bicameralismo italiano non era perfetto, ma paritario. La riforma renzian-boschiana non abolisce affatto il bicameralismo. Lo trasforma in maniera confusa. Qualcuno dei riformatori è in grado di portare esempi relativi a gravi problemi di legislazione e di rappresentanza prodotti dal senato? Altro che immobilismo. Grande, persino eccessivo attivismo. È stato il Senato a rallentare la legislazione italiana e a inquinarla? Il parlamento italiano è stato regolarmente più produttivo di leggi dei parlamenti inglese, tedesco, spagnolo e francese. La nient’affatto chiara divisione di competenze legislative fra Camera e Senato trasformato e la possibilità di richiami dei disegni di legge suggeriscono che emergeranno molti conflitti costosi in termini di tempo e di energie.
D. La riforma istituzionale divide i costituzionalisti: come mai esperti e studiosi sono tanto in dissidio tra loro su una questione che è anche tecnica?
R. Mai affidare la riforma di una Costituzione esclusivamente ai giuristi. Conoscono le norme, non abbastanza il sistema politico. I giuristi non sono attrezzati per fare analisi comparate. Raramente si ricordano che le istituzioni sono popolate da attori molto influenti, a cominciare dai partiti. Comunque, in questo caso, dietro il conflitto tecnico stanno due schieramenti entrambi alimentati dal capo del governo: coloro che lo sostengono in odio ad un passato che poco conoscono o hanno dimenticato e coloro che vi si oppongono poiché non vogliono le sue brutte riforme e temono un future di pulsioni autoritarie e di pericolose confusioni istituzionali. A costoro, con grande finezza, Renzi ha già fatto sapere che li “spazzerà via”. Riforme condivise?
D. Lo spacchettamento del referendum proposto dai radicali sarebbe una strada utilmente percorribile?
R.Chi è interessato al merito delle riforme deve pervicacemente desiderare lo spacchettamento anche perché alcune materie sono tutt’altro che omogenee. Per esempio, con la trasformazione del Senato, l’abolizione (giusta) del CNEL non c’entra nulla. Anche una nuova disciplina dei referendum merita di essere analizzata e valutata separatamente. Tuttavia, i “plebiscitari” non possono rinunciare al grande composito pacco: prendere o lasciare. Fanno molto male.
D. Quale rapporto c’è tra la legge istituzionale e l’Italicum? Con la modifica dell’Italicum cambierebbe il suo giudizio sulla legge istituzionale?
R. No, la mia valutazione complessiva rimarrebbe comunque negativa. Essendo butte tutt’e, legge elettorale e revisione costituzionale, non è che qualche ritocchino cosmetico ad un Italicum dall’impianto sbagliato potrebbe farmi cambiare idea. Il combinato disposto fra revisione istituzionale e legge elettorale accentua lo squilibrio dei poteri a favore del governo, per di più già abbondantemente premiato dal bonus non perché, e questo punto merita la massima attenzione, si troverà con una maggioranza di 340 seggi, ma perché nel migliore dei casi, se vince un partito del trenta per cento, otterrà quasi il raddoppio dei suoi seggi. Sia la legge elettorale tedesca sia quella francese sono nettamente superiori all’Italicum in quanto a potere conferito agli elettori e alle modalità di formazione del governo.
D. Lei ritiene che si arriverà comunque alla fine della legislatura?
R. La sopravvivenza della legislatura mi pare un interrogativo del tutto marginale. Un governo e un parlamento meritano di durare se fanno qualcosa di utile per il Paese. Se no tornino a spiegarsi davanti agli elettori. Le dimissioni di Renzi, quando avrà perso il plebiscito, non implicano affatto lo scioglimento automatico del Parlamento. Mattarella può imitare gli esempi luminosi dei suoi predecessori. Scalfaro negò lo scioglimento due volte: a Berlusconi nel dicembre 1994 e a Prodi nell’ottobre 1998. Napolitano lo negò tanto a Berlusconi quanto al centro-sinistra nel novembre 2011. Credo che entrambi, il vecchio democristiano e il vecchio comunista, abbiano operato in maniera politicamente e costituzionalmente corretta. Altrettanto mi aspetto dal Presidente Mattarella.
D. Che ruolo potrà giocare in questi mesi la minoranza Pd bersaniana-cuperlana-speranzana?
R. La minoranza del PD deve spiegare che cosa vuole davvero per la Costituzione, per il governo del paese, per la ristrutturazione della sinistra, per il ruolo dell’Italia in Europa. Le doverose punzecchiature a Renzi e le periodiche prese di distanza non sono servite e non serviranno a un bel niente. Tengo basse le aspettative sulle capacità di elaborazione strategica delle minoranze Pd ma vorrei vedere una loro impennata che suggerisca come giungere ad una democrazia di buona qualità che, certo, non è quella che si intravede all’ombra del partito della nazione Renzi-Alfano-Verdini.
D. Pessimista sulla minoranza Pd. E sul ruolo del presidente della Repubblica?
R. Il presidente Mattarella ha affermato che vuole fare l’arbitro. Ottimo. Vorrei suggerirgli che dovrebbe prendere esempio dagli arbitri del football americano: fischiare le azioni fallose e, poi, spiegare alto e forte quale fallo punisce e come. Lascerei perdere qualsiasi inclinazione alla moral suasion per politici che si piegano non di fronte alla soffice persuasione ma solo alla esplicita costrizione
D. Le prossime elezioni amministrative influiranno sull’esito del referendum?
R. Direi di sì. Quanto influiranno dipende dagli esiti in particolare di Milano e di Roma. Credo che influiranno significativamente anche sul centrodestra spappolato e sul M5S nel suo posizionamento per la conquista di Palazzo Chigi.
D. A posteriori, e dopo tante polemiche, la cancellazione delle Province sembra avere colto nel segno della semplificazione istituzionale a livello locale, anche con qualche risparmio. Ne vogliamo dare atto a Renzi?
R. Quanto siano effettivamente state cancellate e non soltanto messe in stallo le Province ancora non lo sappiamo. Siamo in attesa delle città metropolitane, ma credo sia lecito porre due domande:1. Per quanto tempo l’Italia dovrà tenersi Regioni sgangherate e costose? 2. Non sarebbe meglio se il riassetto del Titolo V desse una spinta decisiva al riaccorpamento delle regioni?
Pubblicato il 27 aprile 2016
La Costituzione italiana è stata attuata? #Vicenza 18 marzo
Venerdì 18 marzo 2016 alle ore 17.45 presso la Sala Stucchi in Palazzo Trissino l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia con il patrocinio del Comune di Vicenza organizza una conferenza su “Settant’anni di Repubblica: la Costituzione italiana rimane una Rivoluzione promessa?”. Unico relatore sarà il prof. Gianfranco Pasquino, uno dei politologi più stimati e conosciuti in Italia e all’estero. Il Convegno verterà essenzialmente sui principi della Costituzione e sulla loro attuazione nella realtà economica e sociale del Paese nonché sui circuiti istituzionali intesi ad aumentare la partecipazione e il potere di scelta dei cittadini. L’espressione “Rivoluzione promessa”, coniata da Piero Calamandrei, indica il potenziale contenuto di rinnovamento radicale morale e politico della Carta Costituzionale. La Costituzione è una “Rivoluzione promessa” perchè esprime l’ansia della giustizia sociale e un programma alto di riforma complessiva e di trasformazione dinamica della società. Oggi la Costituzione – nata dalla Resistenza antifascista -, pur nel dissolvimento delle ideologie, costituisce il nostro principale giacimento morale, vera e propria “religione civile” in cui tutti ci riconosciamo al di là delle diverse opzioni politiche. Ma è oggi d’obbligo chiedersi se essa – nella sua vocazione di tutela delle libertà fondamentali, di codificazione dei diritti e doveri dei cittadini, di regolamentazione dei rapporti tra cittadini e istituzioni, di ripartizione dei poteri – è stata attuata con coerenza e se e in che misura e in che direzione deve essere riformata. Il convegno sarà dunque anche l’occasione per una valutazione sulla qualità delle modifiche costituzionali che saranno sottoposte a referendum. Si parlerà di principi fondamentali della Carta Costituzionale e anche di nuovo ruolo e nuova composizione del Senato, dell’assenza e della presenza di pesi e contrappesi per dare equilibrio al sistema costituzionale e del nesso tra rappresentanza e governabilità alla luce del “combinato disposto” riforma costituzionale e nuovo sistema elettorale.
Gigi Poletto
A.N.P.I. VICENZA
Venerdì 18 marzo 2016 ore 17.45
Sala Stucchi di Palazzo Trissino
Corso Andrea Palladio, 98 Vicenza
INVITO a #Rimini 17 marzo La Costituzione in trenta lezioni
Giovedì 17 marzo, ore 21
Sala del Podestà
Piazza Cavour – Rimini
Presentazione con l’Autore del libro
La Costituzione in trenta lezioni
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Organizzano Istituto Di Scienze Dell’Uomo e Laboratorio di Cultura Politica
In collaborazione con CGIL Rimini, Istituto Gramsci di Rimini, Comitato Salviamo la Costituzione
INVITO Prima presentazione di La Costituzione in trenta lezioni – 17 febbraio 2016
sono lieti di invitarla alla presentazione di
di Gianfranco Pasquino
LA COSTITUZIONE IN TRENTA LEZIONImercoledì 17 febbraio 2016, ore 17
Biblioteca dell’Archiginnasio
piazza Galvani 1, BolognaL’Autore ne parlerà con
Elena D’Orlando (Università di Udine)
Justin O. Frosini (Università Bocconi)
Tommaso Giupponi e Sofia Ventura (Università di Bologna)
Video – La Costituzione in trenta lezioni a #PaneQuotidiano
Unioni Civili. Serve trasparenza
La famiglia è uno dei pilastri sui quali si costruisce, si mantiene, si riproduce una società. Dappertutto. Le modalità con le quali si dà vita ad una famiglia, la si scioglie, la si costituisce in maniera diversa, sono cambiate nel tempo. Il matrimonio è una di quelle modalità, ma, forse, in qualche paese è già una scelta minoritaria, spesso effettuata tardi e con molteplicità di motivazioni. Una di queste motivazioni è costituita dall’accesso, assolutamente legittimo, a tutte le forme di assistenza e previdenza che vanno sotto il nome di welfare. Né la formazione di una famiglia tradizionale: uomo, donna, figli propri, né le unioni civili fra persone dello stesso sesso che adottano i figli dei due contraenti configurano dei diritti. Sposarsi e convivere stabilmente sono facoltà, opportunità, attività che ciascuno può liberamente esercitare oppure no. Una società democratica e aperta, liberale ha il dovere di consentire che le persone scelgano come preferiscono vivere la loro vita. Nessuno obbliga nessuno e nessuno deve impedire agli altri di decidere quali tipi di rapporti intrattenere. Allo Stato è lecito chiedere che riconosca tutte le modalità di convivenza che non violino né la Costituzione né le leggi esistenti e che consentano il massimo di “felicità” possibile senza intaccare la felicità, le convinzioni e le preferenze degli altri. La linea distintiva non corre fra coloro che credono in una fede e coloro che non hanno fede. Passa fra coloro che desiderano garantire a tutti di scegliere secondo le loro credenze e preferenze e coloro che pretendono di imporre le loro credenze e preferenze.
Per quanto riguarda i figli, in particolare le adozioni, il punto dolente dell’attuale scontro, fuori e dentro il Parlamento, sono due le bussole che servono ad orientare anche il legislatore. La prima bussola si trova nell’art. 29 della Costituzione italiana. E’ costituita dal dovere dei genitori di “mantenere, istruire, educare i figli anche se nati fuori del matrimonio”. Difficile, al limite della Costituzionalità, non richiedere, anche a conviventi dello stesso sesso che abbiano deciso di contrarre un’unione civile, l’adempimento degli stessi obblighi nei confronti dei figli avuti in precedenza. Anzi, proprio l’unione civile costituisce la garanzia, rafforzata dalla libera scelta dell’adozione, che quegli obblighi saranno mantenuti da entrambi i soggetti dell’unione civile. Nulla di tutto questo attenta alla sacralità, se si vuole usare questo termine, alla coesione, all’importanza, al benessere della famiglia classica. Sarebbe, poi, un artificio fin troppo facile mettere in rilevo che questo tipo di famiglia è in crisi poiché la crisi non viene certamente superata dalla diffusione delle unioni civili, ma non viene neppure aggravata dal loro riconoscimento. Quanto alla seconda bussola per orientarsi in una tematica complessissima non può che essere quella della condizione dei minori, dei bambini. La possibilità di adottare i figli nati prima della formazione di una unione civile ha come scopo quello di rendere buona e migliore la vita di quei bambini altrimenti destinati a rimanere in un limbo sociale con tutte le conseguenze negative in termini economici, di dignità, di rapporti interpersonali. Certo, bisogna che il legislatore tracci con grande precisione il confine fra la stepchild adoption e le pratiche di utero in affitto.
Infine, proprio perché, un po’ dappertutto nel resto dell’Europa, da tempo le unioni civili sono riconosciute e regolamentate, in molti casi accompagnate dalla possibilità di adottare la prole del compagno/compagna, è importante che il Parlamento italiano operi, non ricorrendo né alla disciplina di partito né al voto segreto, ma in totale trasparenza. In argomenti delicati e controversi, carichi di ideali e di valori, è opportuno che i parlamentari si assumano apertamente la responsabilità del loro voto, in coscienza e in scienza, vale a dire spiegando perché ritengono preferibile una scelta rispetto ad un’altra. Darebbero un importante contributo alla crescita culturale di quell’insieme di famiglie dei più diversi tipi che si chiama società civile.
Pubblicato AGL 2 febbraio 2016
Galeotto è il Centotrentotto. Referendum o plebiscito? Risponde Gianfranco Pasquino
Professor Pasquino, lei ha provocato un confronto intenso e aspro con un tweet in cui sostiene che il referendum costituzionale che Renzi ha ribadito di volere chiedere è in realtà un plebiscito. Vuole spiegare la differenza che a molti, evidentemente, sfugge?
Secondo l’art. 138 il referendum su modifiche costituzionali può, non deve, essere richiesto da un quinto dei parlamentari oppure da cinque consigli regionali oppure da 500 mila elettori. Non può essere chiesto se in seconda lettura le due Camere hanno approvato le modifiche con la maggioranza dei due terzi. Di governo non si parla. I governi e i loro capi non chiedono il referendum che, incidentalmente, non deve essere definito “confermativo”, ma “oppositivo”. Infatti, l’aspettativa dei Costituenti era che si attivassero essenzialmente gli oppositori delle modifiche. Invece, sia il Ministro Boschi sia il capo del governo Renzi hanno ripetutamente rassicurato o minacciato che alla fine del percorso chiederanno il referendum. Da ultimo, nella conferenza stampa di fine d’anno, Renzi ha detto chiaramente che se perdesse se ne andrebbe. Dunque, chiede un plebiscito ‘sì’-‘no’ praticamente sulla sua persona.
Le è stato obiettato che anche in passato alcuni referendum, quello sul divorzio 1974 e quella sulla scala mobile 1985, finirono sostanzialmente per diventare plebisciti, ovvero giudizi su persone, rispettivamente Fanfani e Craxi.
Obiezione sbagliata sul metodo e sul merito. Infatti, non furono né Fanfani né Craxi a chiedere i referendum, ma, nel primo caso, milioni di cattolici e, nel secondo caso, il PCI di Berlinguer e buona parte della CGIL. Inoltre, in gioco erano due leggi ordinarie da abrogare. Fra l’altro, la legge per regolamentare il referendum fu il prodotto di uno scambio alla luce del sole, pardon, del Parlamento. La vollero i democristiani che non fecero ostruzionismo contro l’approvazione del divorzio. Infine, Fanfani non era capo del governo né quando il divorzio fu approvato né quando si tenne la campagna referendaria alla quale partecipò attivamente con grande gusto. L’inutile referendum voluto dal centro-sinistra nel 2001, che già allora criticai frontalmente, costituisce un pessimo precedente, ma almeno non era in gioco nessuna carriera personale. Non fu un plebiscito, ma una grossa stupidaggine costituzionale e un brutto precedente da non ripetere. C’è, poi, anche un’altra ragione per opporsi al referendum renziano.
Un’altra ragione? Quale?
Sono sempre disposto a pagare i costi della democrazia, ma alcuni referendum sono davvero inutili e dispendiosi, non soltanto quanto al costo della loro organizzazione, ma anche in termini di energie e di tempo politicamente meglio utilizzabile. Chi giustifica la riforma del Senato anche perché si risparmieranno dei soldi, ne vuole buttare una barca con un solo reale obiettivo: rafforzare la sua traballante popolarità? Se saranno le opposizioni, come è loro facoltà costituzionale, a chiedere il referendum contro le riforme renziane, valuterò le argomentazioni oppositive, ma vorrò ascoltare anche le loro motivazioni a favore di riforme necessarie, ma migliori.
Insomma si può sapere perché i Costituenti introdussero il referendum costituzionale e a quali condizioni?
Contrariamente ad alcuni uomini e donne politiche di recente conio, i Costituenti ritenevano: primo, di non essere infallibili e, secondo, che le trasformazioni della società e del sistema politico avrebbero potuto rendere necessarie alcune modifiche della Costituzione. Una parte dei parlamentari, per l’appunto, un quinto (frazione facilmente conseguibile dall’opposizione); cinque consigli regionali magari perché schiacciati da un ritorno sotto varie forme al centralismo; 500 mila elettori interessati, informati, partecipanti, organizzati in associazioni, dovevano essere autorizzati ad opporsi a quanto una maggioranza parlamentare aveva (mal)fatto. Se, però, la maggioranza che aveva approvato le modifiche era addirittura dei due terzi, allora, pensarono i Costituenti, non bisognava tenere nessun referendum. Il rischio, che i Costituenti giustamente paventavano, a maggior ragione in un paese nel quale, anche oggi (come si è purtroppo ascoltato nelle male indirizzate critiche al Parlamento che non eleggeva i giudici costituzionali, mentre responsabili erano i capi partito e i capi gruppo della maggioranza) l’antiparlamentarismo è vivo, vitale e vivace, era di una contrapposizione fra Parlamento e popolo con la possibile delegittimazione del Parlamento.
Lo si sente accennare sommessamente, ma è vero che i referendum su materie tanto importanti come le modifiche costituzionali non hanno quorum ovvero per essere validi non richiedono che vada a votare la maggioranza assoluta dei cittadini?
Proprio così, ed è un’altra perla di saggezza dei Costituenti. Non è giusto che coloro che non sono interessati alle modifiche sottoposte al referendum (lasciamo da parte le motivazioni fra le quali comunque c’è sempre una buona dose di apatia) rendano nullo il referendum consentendo che le modifiche restino anche se, faccio un esempio estremo, ha votato il 48 per cento degli elettori e il 40 per cento si è espresso contro. I Costituenti decisero che dovevano contarsi e contare oppositori e sostenitori, vale a dire coloro che sono interessati alle riforme e informati su quanto fatto. Spetta agli oppositori fare opera di informazione e mobilitazione, se vogliono vincere. Ecco perché credo che l’aggettivo più corretto per definire il referendum costituzionale è “oppositivo”.
Situazione brutta e ingarbugliata anche a causa dell’annunciata fuoriuscita di Renzi, se sconfitto. Come se ne esce, professor Pasquino?
Se ne esce applicando la Costituzione. Il capo del governo smette di fare lo sprezzante e di minacciare. Coloro che non vogliono le riforme costituzionali Renzi-Boschi si contano in Parlamento e eventualmente si danno da fare raccogliendo le firme. Magari ne approfittano anche per spiegare, sperando che ne siano capaci e che i mass media non combinino pasticci confezionando talkshow tipo marmellate, il significato di quelle brutte riforme e argomentando le alternative possibili una delle quali non è stare fermi, ma fare riforme migliori.
A.A.
Intervista pubblicata il 4 Gennaio 2016
“Le riforme e lo spezzatino” Sabino Cassese recensisce “Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate”
Sono in molti al capezzale della nostra democrazia, chi per valutare, chi per riformare, chi per accusare. La voce di Gianfranco Pasquino si differenzia dalle altre. Lui ama analisi distaccate, critiche, ma non catastrofiste. È contrario a semplificatori e conservatori ad oltranza. Pensa che anche le Costituzioni invecchino, e che quella italiana sia invecchiata non solo nella seconda parte, ma anche nella prima. Ritiene che gli stessi costituenti abbiano aperto la strada alle modifiche costituzionali, prevedendo le relative procedure. Non si limita a guardare nel nostro orticello, ma fa sempre paragoni con quanto accade nelle democrazie che fanno parte della nostra tradizione costituzionale comune. Non dimentica mai l’insegnamento dei classici, a partire da Bagehot. Critica il cosiddetto renzismo, ma non con la violenza passionale e lo spirito predicatorio di tanti altri commentatori. Tutti buoni motivi per leggere i suoi libri.
Quest’ultima riflessione sulla democrazia italiana parte dalla constatazione che non è vero che non si siano fatte riforme: se ne sono fatte molte, alcune buone, altre cattive. Insiste sulla necessità di considerare il sistema complessivo: le riforme costituzionali non si possono fare come uno spezzatino, richiedono un disegno coerente. Debbono avere di mira il potere dei cittadini e l’efficienza del sistema, quindi rappresentanza e governabilità (qualcuno una volta ha scritto che merito di un buon Parlamento è di dare al proprio Paese un buon governo). Insiste sulla necessità di ulteriori riforme, considerato che la nostra democrazia è di qualità modesta.
Da queste premesse prendono le mosse le sue critiche. Per Pasquino l’ultima legge elettorale è sbagliata perché i parlamentari sono nominati, non scelti, e quindi sono asserviti ai partiti. Questi ultimi sono atrofizzati, verticizzati, personalizzati: per restituire lo scettro al popolo, vanno riformati, ma la loro riforma può venire solo dalla modifica del sistema, della legge elettorale e del modo di finanziamento. Anche la riforma del Senato, tuttora in corso, è oggetto delle critiche di Pasquino: la sua composizione è cervellotica, i suoi compiti non ben definiti, non c’è la garanzia che l’iter delle decisioni sia più rapido. Infine, Pasquino non sposa la tesi secondo la quale i presidenti Scalfaro e Napolitano si sarebbero comportati da monarchi, ma ritiene che essi abbiano dovuto, contro la loro stessa volontà, giocare il ruolo del gestore delle crisi proprio di un sistema semi-presidenziale. Infine, Pasquino non nasconde le sue preferenze, che vanno all’elezione popolare diretta del presidente della Repubblica, accompagnata da un sistema elettorale a doppio turno in collegi uninominali.
Come è dimostrato fin dal titolo (Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate), al centro di questo libro sta il problema della democrazia. Questo termine indica uno dei concetti più sfuggenti del nostro armamentario politico, tanto sfuggente che per qualificarlo occorre accompagnarlo con aggettivi (democrazia liberale, democrazia rappresentativa, democrazia deliberativa, e così via). Ora, i nostri sistemi politici hanno una componente democratica, ma questa si accompagna con altre componenti, una liberale e una efficientistica. Della prima fanno parte istituzioni come quelle giudiziarie, le corti costituzionali, le autorità indipendenti. Della seconda fanno parte gli organi amministrativi e in generale il potere esecutivo. Quando ci riferiamo alla democrazia, indichiamo una parte (quella che riguarda elezioni, corpi rappresentativi, nazionali e locali, vertici di governo), per il tutto (lo Stato, di cui fanno parte, a giusto titolo, anche altri organi ed altre funzioni).
Di qui la domanda: se si isola solo una delle componenti di questi organismi complessi che sono gli Stati–nazione, paragonabili a certe chiese che includono mura e colonne romane, volte rinascimentali e dipinti secenteschi, non si corre il rischio di non rispondere proprio a quella preoccupazione che muove Pasquino, quella di tener conto del sistema nel suo insieme, di evitare le spezzatino?
Gianfranco Pasquino,Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea, Milano, pagg. 198, € 16,00
Sabino Cassese
Pubblicato il 27 dicembre 2015 Il Sole 24 ORE pag 31










