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Gli irriducibili del referendum perduto
A quasi due anni dal referendum costituzionale, gli sconfitti non riescono a farsene una ragione. Anzi, con un implausibile ricorso al post hoc ergo propter hoc attribuiscono la responsabilità di tutti gli esiti negativi, compresa la formazione del governo Cinque Stelle-Lega, a chi ha votato “no”. Non sembrano neppure sfiorati dal dubbio che quelle riforme fossero malfatte e controproducenti, che la campagna plebiscitaria dell’autore di riforme male fatte, tecnicamente, quindi, “malfattore”, abbia provocato reazioni di rigetto, che le argomentazioni a sostegno siano state mediocri e faziose.
Ho ascoltato più volte qualche professore per il “sì” affermare senza nessun ripensamento che la riforma del Senato avrebbe posto fine al bicameralismo “perfetto” (che, se fosse tale, sarebbe davvero da preservare). Il governo giallo-verde deriverebbe dall’esito referendario, anche se non facilmente spiegabile è come mai le Cinque Stelle abbiano accresciuto i loro voti fra il 2013 e il 2018 e la Lega li abbia addirittura quadruplicati. La loro campagna elettorale si è svolta principalmente su temi costituzionali, su quella vittoria, oppure, rispettivamente, su reddito di cittadinanza e blocco dell’immigrazione? Nessuno fra gli sconfitti che si chieda dove sono finiti quel 40 per cento di elettori del PD nelle europee del maggio 2014 e poi del “sì” che il segretario Renzi, mai smentito dai suoi collaboratori, al contrario, applaudito e osannato, rivendicava come suoi facendo un paragone azzardato con lo scarno 26 per cento per Macron nel primo turno delle elezioni presidenziali francesi? Comunque, dimenticando le sconfitte nelle elezioni amministrative del 2015, dove sono finiti e a chi quei voti fuggiti che hanno lasciato il PD al 18 per cento circa? Non sono certamente stati conquistati da Liberi e Uguali, il cui esito percentuale (e politico) è stato assolutamente deludente. La campagna elettorale del PD nel 2018 è stata impostata e condotta in maniera brillante? L’attacco a due punte, Renzi e Gentiloni, ha valorizzato le riforme e la figura del Presidente del Consiglio, già allora più popolare del due volte segretario del partito? È mai passata (se esisteva) l’idea che il PD s preoccupasse delle diseguaglianze, fosse il partito che avrebbe operato per ridurre quelle esistenti e per creare eguaglianze di opportunità? E tutto questo c’entrava qualcosa con la sconfitta referendaria, era impedito da quella sconfitta oppure reso più impellente? Quelle cattive riforme avrebbero cambiato in meglio la Costituzione italiana, che non è necessario considerare la più bella del mondo (non esiste concorso di bellezza per le Costituzioni altrimenti assisteremmo alla paradossale vittoria della Costituzione che non c’è: quella inglese) per valutarne positivamente le qualità? Mancano al loro dovere di difesa della Costituzione gli esponenti del no che non scendono in piazza contro le elucubrazioni di Davide Casaleggio sulla futura probabile inutilità del Parlamento? Oppure il confronto fra riforme fatte e proposte futuribili è improponibile, oltre che un processo alle (non) intenzioni?
Potrei concluderne che la pochezza argomentativa degli irriducibili giapponesi del sì è rattristante. Potrei anche aggiungere che sono fatti loro, parte della spiegazione di una sconfitta sonora che non hanno mai saputo spiegarsi e che continuano a non capire. Dirò, invece, che gli sconfitti del sì, chiusi nella loro torre dalla quale vedono solo le responsabilità altrui, privano il paese e i loro elettori di un’opposizione sulle cose, in grado di contrastare un governo al quale diedero prematuramente via libera, e di controproporre. Chi non impara dalla storia è condannato a riviverla (ma alcuni fra noi non si meritano questa punizione).
Pubblicato il 18 agosto 2018
Caro Casaleggio, il Parlamento serve eccome!
Parla Pasquino
Il Parlamento rappresenta il Paese, consente confronti fra governo e opposizione, è luogo di dibattiti che producono informazioni. Il commento di Pasquino, professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e autore di Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea editore
“Forse in futuro il Parlamento sarà inutile”. Sembra che queste siano le parole pronunciate da Davide Casaleggio. Non arriva per primo a questa conclusione. È persino troppo buono poiché altri sostengono addirittura che il Parlamento è dannoso. Impedisce ai governanti di decidere rapidamente e di fare attuare senza fronzoli le loro decisioni. No, non li rincorrerò gli anti-parlamentaristi. Sono troppi, esistevano prima di Mussolini, continueranno a esistere anche dopo le Cinque Stelle.
Fanno parte dell’autobiografia dell’Italia, di quell’Italia, che è tanta, che non solo non conosce la Costituzione (ma potrebbe essere obbligata a studiarla), ma meno che mai si interessa delle istituzioni. Deprimenti sono sempre le risultanze delle ricerche sulle conoscenze istituzionali degli elettori italiani, ma anche dei troppi commentatori politici che lamentano il tramonto o l’eclissi del Parlamento qualora tramontasse la sua perdita di centralità poiché non fa più le leggi.
È molto probabile che Casaleggio attribuisca l’inutilità prossima ventura del Parlamento proprio alla non necessità che il Parlamento faccia le leggi. Saranno prodotte in tempi molto più brevi senza troppe discussioni dalla piattaforma Rousseau. Qui, si affaccia l’incultura costituzionale di Casaleggio e di troppi commentatori e cittadini.
Lo dirò brutalmente: il compito principale dei parlamenti nelle democrazie contemporanee non è quello di fare le leggi. Ancora più brutalmente scriverò che in pratica le leggi le fanno i governi, con un’unica eccezione: il presidenzialismo Usa nel quale le leggi le fa il Congresso, e che è persino giusto che sia così. I dati rilevano che dappertutto ogni cento leggi approvate come minimo ottanta sono di origine governativa. Un buon Parlamento analizza, emenda, migliora, ma non diventa per questo il facitore delle leggi. Legiferando è il governo che attua il programma sottoposto all’elettorato sul quale ha ottenuto consenso maggioritario.
Uscendo dal Parlamento che mai fu legislatore, troviamo, però, compiti importantissimi che nessuna piattaforma e nessuna altra istituzione può svolgere. Dove la legge elettorale è buona, il Parlamento rappresenta il Paese (è rappresentanza politica, non sociologica, non rispecchiamento), consente confronti fra governo e opposizione, è luogo di dibattiti spesso importanti che producono informazioni. Un Parlamento può funzionare male, ma, sicuramente, non è obsoleto, non è inutile, non è neppure irrilevante. Non sarà mai sostituito da frotte di click che abbracciano una piattaforma controllata da poche persone.
Pubblicato il 23 luglio 2018 su formiche.net
L’opposizione e suoi doveri
Per chi ha passato la maggior parte della sua vita parlamentare al governo del paese ovvero sostenendo il governo del suo partito, collocarsi all’opposizione è uno scivolamento doloroso. Purtroppo, sembra che i novanta giorni trascorsi dal 4 marzo non sono stati sufficienti a elaborare il lutto. Berlusconi non sarà un’opposizione molto agguerrita contro quello che definisce un governo pauperista e giustizialista. Non potrà tagliare i ponti con Salvini anche perché soltanto mantenendo le coalizioni nelle città e nelle regioni nelle quali la Lega governa con Forza Italia gli è possibile sperare in un futuro migliore. Quindi, assisteremo a qualche dichiarazione più o meno dura, ma a nessun atto concreto di rottura che non sarebbe apprezzato e neppure condiviso dai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che già si sono detti disponibili alla prosecuzione di un buon rapporto con Salvini. Di conseguenza, l’onere dell’opposizione cadrà tutto sul Partito Democratico grande sconfitto, fin dall’inizio autocollocatosi sdegnosamente in un angolino. In maniera del tutto rivelatrice, l’ex-ministro PD Graziano Delrio ha già annunciato che il suo partito starà in trincea. Credo che, se proprio bisogna ricorrere a termini militari, sarebbe molto più opportuno che il PD si preparasse a una controffensiva, andando all’attacco.
Infatti, c’è molto da attaccare nelle proposte politiche di Lega e Cinque Stelle, più o meno vagamente recepite nel Contratto di Governo (per il Cambiamento come aggiunge ossessivamente Di Maio). Una buona opposizione ha il compito, anzitutto, di non cadere nella trappola della demonizzazione, nella quale si stanno avviluppando gli operatori dei media. Il governo Lega-Cinque Stelle non è il governo più a destra mai avuto dall’Italia. I governi guidati da Berlusconi 2001-2006 e 2008-2011 sono stati governi nei quali le posizioni e le politiche di destra furono effettivamente dominanti. Più corretto affermare e documentare, soffermandosi appena su inesperienza e incompetenza, che il governo Conte-Di Maio-Salvini è un governo segnato dall’ambiguità e dalla contraddittorietà su molte tematiche. In attesa del discorso d’insediamento del Presidente del Consiglio Conte, la graduatoria delle tematiche discende dalle prime esternazioni di Salvini e, in subordine, Di Maio. “Finita la pacchia”, nella pittoresca espressione del Ministro degli Interni Matteo Salvini, si preannunciano tempi duri per gli immigrati irregolari. L’opposizione ha il dovere di criticare non tanto la durezza delle frasi di Salvini, ma la vaghezza delle sue proposte mettendo l’enfasi sul loro costo e sulla loro probabile impraticabilità. Meglio ancora se l’opposizione fa rilevare che qualsiasi successo si voglia conseguire dipenderà dalla coordinazione e dal sostegno dell’Unione Europea. Ne deriva un’implicita, ma non meno incisiva, critica del sovranismo salviniano: da sola, l’Italia non è in grado di giungere a nessuna soluzione del “problema migranti”. Di Maio si è messo all’opera non soltanto per dare il reddito di cittadinanza, ma anche per le pensioni di cittadinanza. Non basteranno, ovviamente, i soldi eventualmente recuperati da un ricalcolo, pomposamente definito eliminazione, dei vitalizi degli ex-parlamentari. Questo è il terreno sul quale un’opposizione adeguatamente attrezzata dovrebbe dare e ripetere i numeri, evidenziando che i costi sono intollerabili per il bilancio dello Stato per di più se la legge Fornero venisse deformata. I recenti efficaci dati dell’INPS rivelano da quanto tempo qualche centinaio di migliaia di italiani ha goduto di privilegi almeno in parte responsabili delle diseguaglianze che è giusto criticare con l’obiettivo di rimediarle. Sul punto, l’opposizione ha il dovere, che definirei morale ancora prima che politico, di spiegare che la flat tax, anche in due scaglioni, è, prima di tutto anticostituzionale poiché la Costituzione sancisce la progressività delle tasse, in secondo luogo produttiva di ulteriori diseguaglianze a favore dei più abbienti. Grande è lo spazio di un’opposizione sulle cose e propositiva.
Pubblicato AGL il 5 giugno 2018
Stare nella casa comune europea

I co-inquilini della casa comune chiamata Unione Europea hanno il diritto di criticare i comportamenti degli italiani, compreso quello di voto, che rischiano di produrre crepe nei muri e di destabilizzare l’edificio. Gli italiani che hanno di volta in volta criticato, spesso giustamente, greci, ungheresi, austriaci e, naturalmente, i tedeschi, per le loro rigidità, e i Commissari, erroneamente definiti eurocrati e burocrati, hanno la facoltà di replicare anche con durezza, soprattutto quando le critiche si ammantano di stereotipi offensivi. Poi, gli italiani farebbero bene a domandarsi che cosa hanno combinato nel loro paese e come usciranno dai guai economici e politici nei quali si sono cacciati. Mi limito a sostenere che nessun barone di Münchausen riuscirà a estrarre l’Italia dal suo 135 per cento di debito pubblico e nessuna uscita dall’Euro migliorerà i conti pubblici e aumenterà produttività e prosperità. Aggiungo subito che i comportamenti collettivi, che fanno dei cittadini una “nazione”, debbono essere incoraggiati e guidati dalla politica. Pertanto, hanno ragione coloro che in Europa e in Italia esprimono forti preoccupazioni sullo stato attuale della politica italiana e sulle difficoltà di dare un governo al paese. Legittima è anche la preoccupazione concernente la qualità di quel governo, in particolare se formato da una coalizione fra il Movimento 5 Stelle e la Lega.
Quasi trent’anni di dibattiti sulle istituzioni, riforme (mal) fatte e non fatte, referendum manipolatori hanno prodotto uno stato di confusione molto diffusa su come funziona una democrazia parlamentare e come può essere migliorata nella sua struttura e nel suo funzionamento. Alcuni punti fermi debbono essere assolutamente messi. Nessun governo delle democrazie parlamentari è “eletto dal popolo”. Tutti i governi si formano in Parlamento con il quale è indispensabile che quei governi stabiliscano e mantengano un rapporto di fiducia. Se Cinque Stelle e Lega hanno la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, è loro diritto dare vita a un governo. Nessun capo di governo è “eletto dal popolo”. Tutti sono scelti dai partiti che hanno deciso e saputo dare vita a un governo. In Italia, il capo del governo è nominato dal Presidente della Repubblica che, ovviamente, sceglie chi gli è stato indicato dai partiti che fanno il governo. Può anche non essere un parlamentare, ma sbaglia di grosso se, come ha detto il Prof Giuseppe Conte, pensa di essere “l’avvocato degli italiani” (ruolo che spetta all’opposizione), mentre deve esserne la guida. Anche i ministri sono nominati dal Presidente della Repubblica “su proposta” del capo del governo che, quindi, può anche decidere di rifiutarli se non rispondono ad alcuni requisiti il più importante dei quali è quello di operare dentro la Costituzione, quindi non contro i Trattati firmati dall’Italia. Per tornare alla metafora di apertura violando il contratto di affitto nell’edificio europeo. [Tralascio il mio stupore nel leggere critiche di più o meno autorevoli costituzionalisti all’operato del Presidente Mattarella.]
Non è vero, come ha detto troppo spesso Luigi Di Maio, che l’Italia è entrata nella Terza Repubblica. Non siamo mai usciti dalla Prima Repubblica, dalla sua Costituzione e dalle sue istituzioni. Maldestri tentativi di riforme deformanti sono stati tentati e sconfitti, compreso il più pericoloso: quello del 4 dicembre 2016. Non è vero che quelle riforme (e la connessa legge elettorale) avrebbero migliorato in maniera taumaturgica il funzionamento del governo italiano. Non contenevano nessuna riforma del governo e la legge elettorale fu considerata parzialmente incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Non è vero che la legge attualmente vigente che porta il nome del deputato Democratico Ettore Rosato non porta nessuna responsabilità dell’esito elettorale. Era stata scritta per svantaggiare le Cinque Stelle, non c’è riuscita, ma soprattutto per consentire a Renzi e Berlusconi di “nominare” i loro parlamentari, effetto conseguito tanto che Renzi ha bloccato qualsiasi capacità di manovra del PD e di ricerca di un’eventuale intesa con le Cinque Stelle, possibile soltanto dopo un vigoroso confronto e scontro su programmi e persone. Infine, preso atto che le Cinque Stelle sono il partito che ha avuto più voti e che la Lega ha quadruplicato i suoi voti dal 2013 al 2018, un governo fra di loro è pienamente legittimo. Rappresenta la maggioranza degli elettori italiani, godrebbe di una maggioranza assoluta in Parlamento. Adesso che Salvini e Di Maio, nell’ordine, sono riusciti a dare vita al governo e a proporre ministri accettabili, anche se dotati di poca o nessuna esperienza politico-governativa e con competenze tutte da mettere alla difficile prova, tocca a loro spiegare se e come intendono stare nella casa comune europea e quali ristrutturazioni vogliono proporre. Democraticamente, ma non lesinando le critiche, ogniqualvolta sarà necessario, gli europei e gli italiani vigilano sul legittimo Governo del Cambiamento.
Pubblicato il 1° giugno 2018 su ITALIANItaliani
E invece si deve stare con il Colle

di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi
C’è qualcosa di strano, ma anche di profondamente sbagliato, nelle reazioni con cui molti costituzionalisti e commentatori hanno accolto le decisioni del Presidente della Repubblica che hanno certificato il fallimento del tentativo di formare un governo M5S e Lega. Strano è, soprattutto, perché molti di quei commentatori e costituzionalisti – che oggi scagliano critiche più o meno velate a Sergio Mattarella – erano al nostro fianco nella giusta battaglia referendaria a difesa della Costituzione del 1948 e contro il “pasticciaccio brutto” elaborato dal governo Renzi e dai suoi esperti di corte/giglio.
La Costituzione che abbiamo protetto da attacchi smodati e sgrammaticati il 4 dicembre 2016 è la stessa che consente al Presidente della Repubblica di esercitare tutte le sue prerogative nella “nomina” – che non deve affatto essere acritica o automatica – del Presidente del Consiglio e, su “proposta” di questi, dei ministri. Di conseguenza, il Presidente della Repubblica ha anche la prerogativa di respingere alcuni nominati. Esistono illustri precedenti, notissimi e anche “riservati”. Mattarella è rimasto pienamente dentro il perimetro tracciato dalle regole costituzionali. Chi critica la presidenza della Repubblica per il suo comportamento e per il suo eccessivo interventismo nella vicenda del governo Conte critica, inconsapevolmente o meno, la Costituzione così come la conosciamo e come l’abbiamo difesa nel referendum costituzionale.
Tra i giuristi critici delle decisioni di Mattarella ci sono anche coloro che fondano il loro giudizio su valutazioni politiche o strategiche. La colpa del Presidente della Repubblica sarebbe allora quella di aver aperto un’autostrada elettorale ai partiti anti-establishment, favorendone una loro ulteriore espansione. A nostro parere, il Quirinale non deve mai chiudere un occhio (politico) sulle sue prerogative (costituzionali). Non deve mai subordinare le sue precise responsabilità istituzionali a valutazioni politiche contingenti e espedienti. Deve sempre agire come garante dell’unità nazionale e dei Trattati dall’Italia firmati. Chi critica Mattarella per le conseguenze politiche derivanti delle sue decisioni costituzionalmente ineccepibili non si rende conto che sta criticando – direttamente o indirettamente – le regole costituzionali e la loro rigorosa applicazione. La Costituzione – ma davvero dopo la campagna referendaria dobbiamo ancora ribadirlo? – non è un testo à la carte, dove si può prendere solo quello che ci fa comodo. Cedere sui principi fondamentali per motivazioni e preoccupazioni politiche sarebbe il modo peggiore per difendere la Costituzione.
Da ultimo, ci sorprende non poco che chi oggi massimizza le critiche al Presidente Mattarella – per questioni di forma o di sostanza poco importa – al contempo minimizza gli attacchi virulenti che ha subito negli ultimi giorni la Presidenza della Repubblica, compresa l’insana richiesta di messa in stato d’accusa (incidentalmente, giustificabile solo per alto tradimento o attentato alla Costituzione). E la messa in stato d’accusa sarebbe, secondo l’uomo della Terza Repubblica, Luigi Di Maio, la “parlamentarizzazione” della crisi? Difendere il Quirinale da atteggiamenti intrinsecamente illiberali e incostituzionali, che non ammettono nessun freno o controllo alla sovranità popolare, che, notoriamente (art. 1), deve esprimersi “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, non vuol dire schierarsi acriticamente al fianco della figura del capo dello Stato. Vuole dire, più semplicemente, stare dalla parte della Costituzione e della democrazia, leggendo e interpretando la prima come il quadro nel quale dobbiamo tutti agire, valorizzando la seconda come esito insopprimibile del rapporto fra regole e potere dei cittadini.
Pubblicato il 30 maggio 2018
Un’inammissibile offensiva oltre la carta
Punti fermi.
Primo, il Presidente della Repubblica, com’è nei suoi poteri (art. 92) ha respinto il nome di un ministro e ha suggerito il nome del sostituto, dirigente e parlamentare della Lega.
Secondo, il Presidente del consiglio incaricato, Giuseppe Conte, dimostrandosi mero esecutore di, nell’ordine, Salvini e Di Maio, ha rimesso il suo incarico.
Terzo, scavalcato da Salvini, fallito l’obiettivo Presidenza del Consiglio, con il fiato sul collo di coloro che si apprestano a defenestrarlo, forse addirittura prendendo consapevolezza dei suoi molti errori e di un futuro incerto, Di Maio ha rilanciato. Chiede quella che lui chiama “la parlamentarizzazione della crisi” riferendosi all’art. 90 della Costituzione. In verità, quell’articolo regolamenta quello che Di Maio vorrebbe, vale a dire la messa “in stato d’accusa” del Presidente della Repubblica in due fattispecie: alto tradimento e attentato alla Costituzione..
Quarto, il Presidente della Repubblica ha immediatamente proceduto, come aveva pre-annunciato nel corso dei negoziati e come gli consente il citato art. 92 della Costituzione, al conferimento di un nuovo incarico a Carlo Cottarelli, già Commissario alla spending review, poi licenziato dal Primo ministro Renzi. Qualora, come appare probabile, Cottarelli non ottenesse la fiducia dal Parlamento si terranno nuove elezioni alla fine dell’estate. Altrimenti, il governo durerà fino all’approvazione del bilancio.
Quinto, il Presidente della Repubblica ha operato in quanto rappresentante dell’unità nazionale che deve fare osservare i Trattati sottoscritti dall’Italia, fra i quali quelli che regolano l’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea e tutti gli obblighi che ne conseguono.
Sesto, consapevolmente, ripetutamente, democraticamente, ossia con votazioni parlamentari, rispettando l’art. 11 della Costituzione, l’Italia ha acconsentito e proceduto a “limitazioni di sovranità” per entrare a far parte dell’Unione Europea. Non ha perduto, ma ceduto parte della sovranità nazionale a favore di un’organizzazione nella quale si esprime in maniera più efficace la sovranità degli Stati-membri.
Settimo, nel mondo globalizzato, i “mercati” e gli operatori economici, di tutti i tipi, banche e agenzie di rating comprese, posseggono anche misure variabili di potere politico che può essere contrastato da governi nazionali legittimati, stabili, efficienti, affidabili. Comprensibilmente, la speculazione si dirige contro governi instabili, inefficienti, inaffidabili. Oggi più di ieri, l’Italia si trova in questa situazione.
Ottavo, la causa di fondo della situazione attuale è data dall’incapacità flagrante del Movimento Cinque Stelle e della Lega di individuare un capo del governo di sicura autorevolezza, competenza, credibilità internazionale. A un ragionevole compromesso con il Presidente della Repubblica Mattarella, per il quale, nel passato, l’on. Di Maio non aveva risparmiato parole d’elogio, i due partner, ma soprattutto Salvini, hanno preferito cercare di dimostrare di avere superiore potere politico e di essere in grado di imporlo al Presidente, senza riguardo alcuno per le sue prerogative costituzionali.
Nono, Mattarella ha esercitato il suo potere costituzionale di bloccare questo tentativo per ribadire il ruolo di equilibrio e di garanzia della Presidenza come istituzione, adesso e nel futuro.
Decimo, le modalità d’azione e di reazione di Salvini e di Di Maio rivelano in maniera lampante la loro incomprimibile predisposizione populista. La sovranità che il popolo possiede e esercita con il suo voto deve rimanere, secondo comma dell’art. 1, “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Salvini e Di Maio, assecondando l’eversiva richiesta di Giorgia Meloni, stanno pericolosamente trasformando quella che era una pur grave crisi politica, la difficile formazione del governo, in una potenzialmente esiziale crisi istituzionale, una maggioranza parlamentare che travolge la Presidenza della Repubblica. Questo è inammissibile.
Pubblicato AGL il 29 maggio 2018
Traditori da punire? #vincolodimandato

Per il vincolo di mandato va cambiata la Costituzione, ma forse converrebbe prima cambiare la legge elettorale
L’assenza del vincolo di mandato è al cuore ed è il cuore delle democrazie parlamentari nelle quali gli eletti debbono offrire rappresentanza politica – delle preferenze e degli interessi, delle aspettative e degli ideali degli elettori, non solo dei loro elettori. Gli eletti debbono anche temere le valutazioni di quegli elettori ai quali torneranno alla fine del loro mandato liberamente svolto per spiegare che cosa hanno fatto, che cosa non hanno fatto, che cosa hanno fatto male. Naturalmente, gli elettori potranno valutare meglio, e con maggiore incisività, nel caso in cui esistano collegi uninominali dei quali l’eletto è l’unico rappresentante, consapevole di dovere rappresentare tutti, non solo chi l’ha votato.
L’assenza di vincolo è intesa anche a prevenire e impedire sia che i dirigenti dei partiti e delle correnti sia eventuali gruppi esterni – che potrebbero avere contribuito all’elezione del rappresentante – lo minaccino e lo coartino. Uomo o donna che sia, il rappresentante è sempre e comunque parzialmente e più debitore della sua elezione anche al partito che lo ha candidato e sostenuto, nella consapevolezza che l’elettore potrebbe averlo votato anche, forse e soprattutto, perché esponente di quel partito. Quando, per qualsiasi ragione, abbandona il partito, provoca reazioni negative in molti elettori che lo vorrebbero disciplinato e che, comunque, non gradiscono che vada a rafforzare i ranghi di altri gruppi parlamentari, magari passando dall’opposizione al governo in cambio di qualcosa. La sanzione elettorale – specie laddove la legge elettorale non è congegnata adeguatamente per comminarla, anzi, addirittura può invece sanarla, come con la Legge Calderoli e la Legge Rosato – non è, agli occhi dei cittadini, sufficiente. L’odioso e odiato trasformismo dev’essere punito il prima possibile e duramente.
La proposta contenuta nel «contratto di governo» tra M5S e Lega, «ispirata» al Portogallo, è drastica. Chi cambia gruppo parlamentare decade dal seggio. Questa normativa richiede ovviamente la modifica dell’articolo 67 della Costituzione italiana.
Il punctum dolens è molto problematico. Sarà il parlamentare a decidere se andarsene dal suo gruppo parlamentare – rinunciando quindi consapevolmente al seggio, ma fino ad allora votando liberamente anche in dissenso dal suo gruppo – oppure, come molto spesso hanno fatto i pentastellati, sarà espulso dal gruppo, per una varietà di ragioni, trovandosi di conseguenza nella condizione prevista e regolamentata per essere privato del seggio? La differenza è abissale. Per di più, non sarebbero gli elettori a stabilire se l’eletto ha “tradito” il loro mandato, ma altri eletti, non sappiamo di fronte a chi responsabili, portando comunque a una grave distorsione della rappresentanza politica.
A mali estremi estremi rimedi? No, altre strade più consone alla democrazia parlamentare sono percorribili, a cominciare dalla re-introduzione di un voto di preferenza, del voto disgiunto, di veri collegi uninominali. La terribile semplificazione della decadenza rischia di fare del Parlamento eletto con la legge Rosato un parco buoi che potrà piacere solo ai mandriani nei quali, avendoli visti all’opera, è lecito non riporre grande fiducia.
Pubblicato il 18 maggio 2018 su larivistaIlMulino
Di Maio, la Storia, la Costituzione e la Terza Repubblica che non c’è…
Sostiene Di Maio che sta scrivendo la Storia, che sta anche costruendo la Terza Repubblica. Purtroppo, per lui, ma è, ahivoi, in non buona, ma ampia compagnia, non ha finora avuto il tempo di studiarla, la storia, altrimenti saprebbe che la Seconda Repubblica non è mai arrivata in Italia e che la Prima con la sua Costituzione detta le regole e le procedure per la formazione del governo. Se Di Maio non le impara non riuscirà a costruire un bel niente.
I cittadini eleggono il parlamento, non il governo #patriaindipendente
La pessima legge elettorale attuale. Il ruolo dei partiti. L’errore dei “sovranisti”. Come criticare l’Ue. Diritti e doveri secondo la Costituzione.
Quanto sbagliato e manipolatorio è attribuire la difficoltà di fare un governo alla Costituzione italiana! Sul banco degli incorreggibili imputati debbono stare coloro che nel corso di quasi quindici anni hanno scritto leggi elettorali non per dare buona rappresentanza politica ai cittadini italiani, ma per consentire ai capi partito e ai capi corrente di nominare i (loro) parlamentari. La legge Rosato è pessima non solo nel suo balordo mix maggioritario-proporzionale, ma, soprattutto, per la mancanza di voto disgiunto e per le candidature multiple. Nessuna legge elettorale delle democrazie parlamentari serve a eleggere il governo. Tutte eleggono più o meno bene un Parlamento che darà vita a un governo rappresentativo delle preferenze, degli interessi, persino dei valori dell’elettorato. Quel governo, inevitabilmente di coalizione, come i Costituenti sapevano e volevano, si regge, funziona e può essere sconfitto e sostituito da parlamentari consapevoli di potere e dovere operare senza vincolo di mandato, neppure del mandato imposto loro dai dirigenti di partito. Questo vale tanto per i parlamentari delle Cinque Stelle quanto per i parlamentari nominati da Renzi e da Berlusconi. Come sta scritto nell’articolo 49, debbono essere i cittadini, liberamente associati in partiti politici, a concorrere alla determinazione della politica nazionale. Rivendicare un primato dei partiti, oramai organizzazioni fatiscenti, inadeguate, personalizzate, non è il modo migliore per consentire ai cittadini di “determinare” la politica nazionale. L’esempio faticosamente emerso dal contesto tedesco nel quale, dopo essersi dichiarati all’opposizione in quanto sconfitti alle urne, i socialdemocratici hanno poi accettato di confrontarsi sui programmi con i democristiani e hanno infine sottoposto il testo del programma di governo ai loro iscritti dando loro il potere di approvarlo/rifiutarlo, dovrebbe essere fatto proprio da tutti coloro che desiderano una democrazia migliore.
Nell’epoca della globalizzazione nessuno può credere che rintanarsi negli angusti confini nazionali, vale a dire diventare “sovranisti”, consenta di avere politiche economiche, sociali, dell’immigrazione, della sicurezza preferibili a quelli che solo un’organizzazione sovranazionale potenzialmente federale come l’Unione Europea è in grado di formulare e di perseguire. Essere insoddisfatti di quel che l’Unione fa e non fa deve spingere ad agire con più forza a quel livello, non a ritrarsi e a chiamarsi fuori. Le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana e europea (che, probabilmente, non sono una delle letture fatte dai dirigenti di partito e dagli attuali parlamentari) costituiscono una testimonianza ammirevole di quanto importante fosse per loro la visione di un’Europa unificata per garantire pace e libertà. In larga misura, ma non del tutto, l’Unione Europea ha conseguito entrambi gli obiettivi. Dunque, la piena accettazione dell’appartenenza italiana alla UE anche nella prospettiva e nell’impegno a riformarla deve essere fatta valere, come chiaramente ha già detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nei confronti di chiunque intenda formare e fare parte del prossimo governo italiano. Il destino dell’Italia non è più soltanto nelle mani degli italiani, ma degli europei. Potremo plasmarlo con qualche successo agendo con impegno, con consapevolezza e con credibilità dentro le istituzioni europee.
Troppo spesso della Costituzione italiana si sottolinea l’ampia gamma di diritti esplicitamente introdotti e codificati dai Costituenti, mettendo in secondo piano i doveri degli italiani. Lo scriverò parafrasando il Presidente John F. Kennedy. “Non chiediamoci (soltanto) quello che la Repubblica [che, incidentalmente, è composta da tutti i cittadini italiani] può fare per noi, ma quello che noi possiamo fare per la Repubblica”. Allora, diventerà condivisibile e assolutamente importante che siano rimossi “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3). Sono parole elevate e impegni onerosi che possono trovare spazio nel programma di un governo che sottolinei l’assoluta priorità di creare posti di lavoro produttivo e di dare una rete di sicurezza a tutti, a cominciare dai giovani, con redditi di inclusione e/o di cittadinanza.
Chi ha a cuore le sorti della Repubblica sa che soltanto mantenendo fermi i principi ispiratori della Costituzione che risalgono all’antifascismo e alla Resistenza si ottiene il quadro nel quale si collocano buone coalizioni di governo in grado di tradurre quei principi in politiche pubbliche che rispondano alle esigenze della cittadinanza. La rispondenza non sarà mai completa e perfetta, ma i Costituenti sapevano, come scrisse Piero Calamandrei, di avere dato vita a una Costituzione “presbite”, che guarda avanti e vede meglio lontano. Anche la capacità di progettare il futuro possibile dovrebbe essere un criterio da utilizzare nella formazione del prossimo governo.
Pubblicato il 24 aprile 2018
La via d’uscita legittima
Il dibattito pubblico e politico su tutti i mass media e sui “social” è inquinato da una molteplicità di affermazioni superficiali, spesso sbagliate, manipolatorie, che conducono a pessimi comportamenti e valutazioni. Ad esempio, è doppiamo sbagliato sostenere che da cinquanta giorni, ovvero dal 4 marzo, quando abbiamo votato, siamo senza governo, per di più per colpa delle Cinque stelle e del centro-destra. Primo, un governo c’è. E’ guidato dal Democratico Paolo Gentiloni ed è abilitato alla gestione non solo degli affari correnti. Secondo, sono passati solo trenta giorni dall’elezione dei Presidenti delle Camere che, tradizionalmente, è il momento a partire dal quale iniziano le consultazioni ufficiali per dare vita ad un governo. Terzo, in una situazione oggettivamente difficile, prodotta anche dalla legge Rosato, il tempo serve a riflettere, imparare, capire, smussare programmi, raggiungere accordi, un po’ come nella vita di tutti noi. Dal punto di vista costituzionale tocca al Presidente della Repubblica cercare le soluzioni possibili e guidarle a conclusione positiva, vale a dire, la formazione di un governo che si regga sulla maggioranza assoluta dei voti espressi dalle forze politiche rappresentate in Parlamento.
E’ molto sbagliato, ma rivelatore di un’enormemente diffusa ignoranza dei principali articoli della Costituzione italiana e del loro senso politico, sostenere che il Presidente della Repubblica non è legittimato a cercare una soluzione, spesso impropriamente definita “governo del Presidente”, perché non è stato “eletto da nessuno”, affermazione di acido sapore presidenzialista-populista. I Presidenti di tutte le democrazie parlamentari, ad eccezione dell’Austria che ha l’elezione popolare, sono classicamente eletti dai loro Parlamenti dai quali traggono una legittimità non meno solida perché indiretta. Nel gennaio 2015 Mattarella è stato eletto con 665 voti, quasi i due terzi dei parlamentari aventi diritto, a loro volta, eletti, seppur malamente, a causa della pessima legge elettorale, dai cittadini italiani: una legittimazione ampia.
Ancora peggio è sostenere che il Presidente della Repubblica “non rappresenta nessuno”. L’art. 87 della Costituzione stabilisce a chiarissime lettere che il Presidente della Repubblica “rappresenta l’unità nazionale”. Questo significa che con le sue azioni il Presidente cercherà di conseguire nella misura del possibile il punto di equilibrio fra le preferenze degli elettori tradotte nei numeri parlamentari. Poiché quei numeri non sono stati immediatamente decisivi per nessuno dei partiti, esito peraltro molto frequente e comune in tutte le democrazie parlamentari, qualcuno ha già ossessivamente avanzato la proposta di tornare alle urne. Rilevato che il potere di scioglimento spetta al Presidente della Repubblica, con tutti i Presidenti degli ultimi venticinque anni da Scalfaro a Ciampi a Napolitano nient’affatto inclini a scioglimenti potenzialmente improduttivi, non potrà comunque essere il governo Gentiloni con il suo Ministro degli Interni a condurre il paese alle urne. Un nuovo governo sarà concretamente necessario e, non solo per evitare un esito che tutti i sondaggi indicano molto simile all’attuale distribuzione di seggi, diventa imperativo scrivere una legge elettorale diversa dall’attuale e migliore (operazione, questa, in linea di massima, tutt’altro che difficile, basterebbe, ad esempio, consentire il voto disgiunto ed eliminare le candidature multiple).
E’ impensabile che il ritorno alle urne risolva in un lampo problemi politici che vengono da lontano e che minacciano di durare a lungo andando molto lontano. I problemi politici bisogna, per lo più, risolverli in Parlamento e non scaricarli sui cittadini tranne che in casi eccezionali. L’attuale è un caso difficile che può ancora trovare soluzione in Parlamento. Lì deve essere cercata, meglio se vi sarà anche il contributo del Partito Democratico finora bloccato in una sterilissima posizione di non-protagonismo.
Pubblicato AGL 23 aprile 2018


