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Per Renzi è troppo rischioso rinunciare alla guida del PD
Da qualche tempo, la/le minoranze del PD (neanche al plurale sembrano essere consistenti) battono su un tasto politico-istituzionale che considerano molto importante: la separazione fra la carica di Presidente del Consiglio e quella di Segretario del Partito Democratico. La coincidenza delle due cariche sta nello Statuto del Partito Democratico, sostenuta da alcune buone ragioni. La prima è che questa coincidenza è la norma in moltissime democrazie parlamentari alle quali, per una volta, si è guardato apprezzabilmente. La seconda è che molti ricordano che il segretario della DC era il primo sfidante del Presidente del Consiglio democristiano, sfida molto spesso coronata da successo. Terzo, che la sfida nascesse dai fatti e non dalla natura della DC e dalle diffuse capacità manovriere di quelle mobili correnti, apparve chiaro quando, completata la cavalcata iniziata al Lingotto, Veltroni divenne il primo segretario del PD nell’ottobre 2007. Avendo reso pubblico il suo programma di governo, non un progetto di partito, Veltroni divenne lo sfidante di Prodi che cadde quasi subito.
Quanto a Renzi, prima, dicembre 2013, ha vinto la carica di segretario del Partito Democratico. Poi, febbraio 2014, proprio in quanto segretario del PD fu nominato dal Presidente Napolitano a capo di un governo molto più “politico” di quello guidato da Enrico Letta. Sono fragili le motivazioni in base alle quali le minoranze vorrebbero che Renzi rendesse disponibile la carica di segretario. Lamentano che Renzi dispone di un potere eccessivo, rispetto a che cosa: alla sua abilità di svolgere entrambi i compiti? Renzi si occupa del governo, ma non ha trovato né il tempo né il modo di occuparsi del partito. Essendoci due vicesegretari, è anzitutto a loro che bisognerebbe chiedere conto dello stato del partito. Forse apprenderemmo che neppure loro hanno fatto granché, ma che la latitanza dipende dalla visione che Renzi ha del partito, Non è interessato alla presenza sul territorio, all’elaborazione politica, alle strutture, alle donne e agli uomini iscritti perché vogliono partecipare attivamente a un’impresa collettiva. Renzi scommette che il suo modo di governare si rifletterà positivamente sul partito, quantomeno sul “partito nell’elettorato”. Non crede, al contrario di molti dirigenti per lo più rottamati, ma anche di molti studiosi, che la presenza organizzata di un partito, il buon funzionamento delle sue strutture, la vivacità (contrapposta al conformismo) del suo gruppo dirigente produrrebbero conseguenze apprezzabili sulla percezione e sull’azione del governo.
Temendo la sfida di un eventuale segretario successore, Renzi non intende affatto rinunciare al doppio ruolo. Cercando di fare breccia nei dirigenti PD che nutrono qualche preoccupazione, le minoranze hanno fatto circolare l’idea del loro ticket con un candidato alla Presidenza del Consiglio post-Renzi e un candidato alla segreteria del partito. La mossa tattica è interessante, però, nulla lascia pensare che quel segretario seguirà il “suo” Presidente del Consiglio senza sentirsi già incanalato nella carriera che conduce a Palazzo Chigi. Quello che riguarda non solo la parrocchia del Partito Democratico, ma il paese, è che la soluzione non danneggi l’azione del governo. Messi da parte gli strumenti, vale a dire le promesse di carriera nel partito e nelle istituzioni, che producono ossequio e conformismo, magari riconoscendo esclusivamente agli iscritti il potere di eleggere il loro segretario, il PD riuscirà a diventare più dinamico e più democratico, di una democrazia che non si misura con il numero e la frequenza delle riunioni né con la lunghezza dei dibattiti.
Pubblicato il 13 luglio 2016
Il partito della Nazione? Sono i cinque stelle
Intervista raccolta da Ettore Maria Colombo per Quotidiano Nazionale
Professor Gianfranco Pasquino, a Roma Virginia Raggi canta “Cos’è la destra, cos’è la sinistra” e nessuno che si ricordi di Norberto Bobbio…
La confusione, purtroppo, c’è sempre stata. Bobbio, nel suo celebre saggio, la fondava sulla divisione tra chi lotta per l’uguaglianza, l’innovazione e il progresso, e chi difende la tradizione, il passato, le disuguaglianze sociali. Gaber, però, ce l’aveva con la sinistra che non fa più il suo mestiere: aveva ragione lui.
Per lei il Pd è il partito della Nazione?
No, è il M5S: hanno un elettorato indifferenziato, in parte di sinistra, per tre quarti, e in parte di destra, per un quarto, hanno il culto dell’antipolitica, che solo in parte è un male, credono nella democrazia diretta, pur affidandosi troppo a Internet e hanno il 25% di voti. Me compreso, che sono diventato grillino…
Professore, lei, con la sua storia da ex intellettuale del Pci-Pds-Ds?
Cerchi di capirmi. L’M5S fa paura , ora che sta andando a gonfie vele: i centri di potere, i giornaloni, il governo. Ce li ha tutti contro. Loro hanno imparato a stare in parlamento.
Democrazia interna poca, però, eh?
Nel rapporto Casaleggio-eletti-iscritti certo, ma i gruppi si consultano molto, discutono, votano. Eppoi, quale sarebbe il partito “democratico”, il Pd? Con Renzi che dice alla minoranza “ora faccamo i conti”, poi va in Direzione dove lui ha l’80% di yes.men che gli dicono di sì? Suvvia. Un vero leader ascolta la minoranza, non cerca di schiacciarla e tantomeno di cacciarla.
Rimpiange il centralismo democratico?
Il centralismo democratico aveva tutti i difetti che sappiamo, ma il gruppo dirigente del Pci, almeno in epocha post-Togliatti, ascoltava e prestava attenzione alle istanze e agli umori della base e ricomponeva gli scontri.
Più democratico il Pci o la Dc? Meglio la II Repubblica, quanto a destra/sinistra, o la presunta III Repubblica di oggi?
Il partito più democratico di tutti era il Psi, solo che lo era fin troppo, con tutte le sue correnti. La DC era un'”oligarchia competitiva”. Del Pci ho detto. Nella II Repubblica è stato tutto piuttosto chiaro, tranne per la lega che si piccava di non essere di “destra”, dove oggi, invece, Salvini l’ha collocata stabilmente. FI è sempre stato un partito liberale di centro-destra, il Pd è sì un partito di centro-sinistra, ma ormai più di centro(finirà per inglobare Alfano e Verdni)che di sinistra, cosa che il Pds-Ds era in modo netto. Ma a sinistra del Pd non vedo giganti: avranno l’8%, restando residuali, per colpa dell’Italicum. Solo il M5S è il vero partito della Nazione, ma che guarda più a sinistra, come i suoi elettri. Del resto, dove si sono seduti in Parlamento? Il alto a sinistra. E in politica, anche questi gesti contano.
Vabbè, pure nella Rivoluzione francese c’era l’estrema dei “Montagnardi”…
Meglio loro, la Montagna, che la Palude…
Pubblicato il 22 marzo 2016
Cosa insegna la Spagna. Matteo è ignorante: il suo modello non rispetta la volontà popolare
Con l’esito di questo voto, preannunciato dai sondaggi, la Spagna è diventata in un certo qual modo europea. Non è più una nazione con due grandi partiti a dominare la scena, come era avvenuto negli ultimi 35 anni: ora ha anche altre due formazioni nella Camera bassa, Podemos e Ciudadanos. Ed è lo stesso schema che ritroviamo nel resto del continente, dove non si trovano Paesi con il bipartitismo. Ora la Spagna dovrà imparare quella che Roberto Ruffilli (politologo e parlamentare della Dc, ndr) chiamava la cultura delle coalizioni.
Attenzione però, chi celebra l’Italicum come soluzione all’ingovernabilità dà un segnale di ignoranza assoluta. Gli elettori votano in base ai sistemi elettorali, usano le regole date.
In uno scenario diverso, probabilmente molti elettori di Podemos avrebbero scelto i socialisti per mandarli al ballottaggio, o viceversa. L’Italicum rimane una legge proporzionale fortemente distorsiva della rappresentanza popolare, anche perché al secondo turno costringe tanti cittadini a fare una scelta forzata rispetto al primo voto dato. Quanto ai paragoni tra 5Stelle e Podemos, sono impropri: quello di Iglesias è di fatto un partito.
Pubblicato il 22 dicembre 2015
Primum vivere, deinde scribere l’autobiografia
Recensione del libro di Claudio Martelli, Ricordati di vivere, Bompiani, Milano, 2013, pp. 594
Il titolo dell’autobiografia politica di Claudio Martelli mi ha molto incuriosito. Però, giunto alla fine di una lettura sempre molto interessante confesso di non averlo capito. Deve essere un monito per altri, non identificati personaggi, forse per quei troppi dirigenti socialisti dei suoi anni ruggentissimi che, oltre che alla politica, si dedicavano alla ricerca di mezzi per stare in politica, per crescere nelle cariche e per arricchimento personale (“convento povero, frati ricchissimi” nella valutazione del socialista Rino Formica)? Certamente, a giudicare da quello che scrive lo stesso Martelli, lui non ha avuto bisogno di nessuno che gli ricordasse di vivere. Tralasciando per il momento il suo arrembante percorso politico, durato poco meno di trent’anni, quindici dei quali in ruoli importanti (quattro legislature alla Camera dei deputati, a lungo vice-segretario del PSI, Ministro della Giustizia e vice-Presidente del Consiglio, infine, dal 1999 al 2004 Europarlamentare), ha “goduto di generosi benefit del partito, spese di segreteria, affitto di appartamenti, macchine, viaggi, alberghi, ristoranti”. Tutto questo gli è servito per “fare politica onestamente e anche godere di agi e vantaggi” grazie “a Craxi e al Partito socialista, che [lo] hanno messo al riparo dai rischi di dover[s]i procurare le risorse necessarie per [lui], per i [suoi] collaboratori, per le campagne elettorali, per i continui trasferimenti di un piccolo apparato” (p. 578). Anche nel privato Martelli non si è affatto dimenticato di vivere: belle e avventurose vacanze dalla California al Kenya e una pluralità di rapporti sentimentali più che soddisfacenti e, se posso permettermi, molto variegati: due mogli, quattro figli da tre diverse compagne. Ce n’è abbastanza per riempire la vita anche di un uomo irrequieto, alla ricerca di qualcosa di non specificato, forse non soltanto di potere politico, ma di riconoscimento, che plachi la sua irrequietezza.
Dev’essere davvero difficile (vedo in giro molti esempi, di gran lunga meno interessanti di Martelli) per gli uomini che hanno avuto potere e che lo hanno per le più diverse ragioni, spesso soprattutto per loro demerito, perduto, rassegnarvisi graziosamente e intraprendere una second life. Se non hanno avuto altro interesse e altro scopo nella vita che quel potere politico, ahi ahi, la privazione diventa insopportabile poiché non sanno come occupare il loro tempo. Continuano a strusciare, finché possono, i piedi nel Transatlantico di Montecitorio, cercano di farsi citare dai giornalisti, vanno alla ricerca di qualche comparsata televisiva da ex. I più fortunati si fanno ficcare in qualche Commissione per la revisione di qualsiasi cosa non funzioni nello Stato italiano (e spesso vi riescono): patetici. Martelli, no. Questa autobiografia può essere letta non soltanto come il tentativo di riscrivere un pezzetto, importante, di storia italiana, socialista, personale, ma come una catarsi.
Ho cercato di capire le motivazioni del fatidico ingresso di Martelli in politica. Potrei dire che ho intravisto molta, legittima, ambizione, forse anche gli incentivi del tempo, inizi anni sessanta, non so se fin da subito, ma sicuramente in seguito, anche il tentativo di cambiare la politica, più che a livello locale, dove pure ebbe qualche responsabilità pratica, soprattutto a livello nazionale. E’ l’incontro con Craxi che segna la svolta decisiva e, per Martelli, molto positiva. Sono le differenze d’opinione con Craxi che, ad avviso di Martelli, impedirono cambiamenti cruciali, ad esempio, quello della (auto)riforma del partito, proposta da Martelli quando Craxi era già arrivato a Palazzo Chigi, quindi dopo il 1983 (pp. 311-321). Sono, infine, le divergenze con Craxi sui tempi e sui modi di proseguire la politica socialista poco prima del crollo del muro di Berlino. “Ancora alla vigilia del crollo dei muri, l’apparenza sembrava giustificare la tattica attendista di Bettino, che saldo su se stesso e sul suo partito si limitava a regolare il gioco politico dividendo gli alleati, logorando gli avversari, aspettando che un nuovo ciclo gli restituisse lo scettro [sic] con il ritorno a Palazzo Chigi o magari, chissà ( anche di questo abbiamo ragionato e vagheggiato in certi momenti), gli aprisse la strada al Quirinale” (p.439), che segnano una profonda e dolorosa incomprensione. Molto diversa erano la diagnosi preveggente e la strategia suggerite a Craxi da Martelli: “Una stagione politica è finita e pensare di ripeterla è molto rischioso. Che cosa può dare di più di quello che ha già dato nei quattro anni in cui sei stato presidente del consiglio? L’alleanza con la DC è esaurita, la DC è esausta, rischiamo di farci trascinare nella sua decadenza. Prepariamo qualcosa di nuovo, prepariamo un nuovo ciclo, dedichiamoci a riunire e guidare una sinistra divisa, confusa. Bettino, non basta parlare di unità socialista, formularla come un diktat, come un prendere o lasciare. Dobbiamo essere pronti anche noi a rinunciare a qualcosa, persino al governo se è necessario per costruire qualcosa di grande. … Dobbiamo puntare alla presidenza della repubblica, perché è da lì che si guiderà la nuova fase politica” (pp. 511-512).
Pure essendo molto consapevole del ruolo molto influente svolto dai Presidenti: da Scalfaro (poi criticatissimo da Martelli), in misura inferiore, da Ciampi, in misura enormemente superiore da Napolitano (regolarmente descritto da Martelli come molto attento alle preferenze e alle esigenze del PSI), non intendo discutere della validità dell’asserzione di Martelli (guidare la nuova fase politica dal Quirinale), ma trovo curioso come nella sua autobiografia i rapporti Craxi-Berlusconi siano appena accennati e il potere successivo di Berlusconi non sia neppure preso in considerazione. Maliziosamente aggiungerò che parecchio spazio viene concesso, invece, a Gelli e agli incontri da Martelli avuti con il capo della P2. Ancora più curioso è che Martelli scriva della necessità di “riunire e guidare” la sinistra, divisa e confusa, praticamente cancellando quello che mi era sembrato l’impegno predominante del suo agire politico, oserei aggiungere, intellettuale e culturale: costruire una grande forza politica liberalsocialista. Affronterò questo importantissimo aspetto facendo riferimento a due nomi, diversamente molto significativi, e a un evento straordinariamente importante. La premessa, di cui Martelli potrebbe dolersi, sta in una sua frase: “La coerenza è una virtù che parla di noi ma ha poco a che fare con la realtà” (p. 499). Quindi, essere incoerenti non è soltanto giustificabile; diventa assolutamente indispensabile. Qui, entra in campo, preceduto da critiche durissime (che sono spesso molto condivisibili) al Sessantotto e alle sue manifestazioni, il capo di “Lotta Continua” (e il direttore dell’omonimo giornale) di uno dei movimenti di maggiore successo, allora e oggi: Adriano Sofri. Mi limito a registrare un siparietto svoltosi nel 1985 in occasione del loro primo incontro nelle sale della rivista socialista “Mondoperaio”. “A riunione conclusa, Sofri mi abbordò: ‘Mi avevano detto che ci assomigliamo, ma tu sei più bello’. Scherzo per scherzo, risposi: ‘Tu sei più intelligente’ ” (p. 329). Resisto, ma davvero con molta fatica, dal commentare quanto di questo scambio riveli delle personalità di entrambi. Registro, invece, le molte parole che Martelli spende per sottolineare un’ampia concordanza di vedute con Sofri, del quale non riesco a ricordare espressioni lontanamente avvicinabili al “liberalsocialismo”.
Il secondo nome è Norberto Bobbio, il relatore della mia tesi di laurea all’Università di Torino, ovviamente, non il più noto e il più rilevante dei suoi meriti intellettuali e dei suoi contributi alla cultura politica di un paese refrattario, per di più schiacciato fra il cattolicesimo e il comunismo. Bobbio, uno dei grandi maestri del liberalsocialismo, viene citato tre volte. Nella prima citazione incidentale viene collocato insieme con Federico Mancini (con il quale non aveva praticamente nulla in comune) fra i “maestri tradizionali” (p. 212). La seconda volta, ricorda Martelli, di essere incorso “nella censura, amichevole, ma severa, di Norberto Bobbio: ‘equità e eguaglianza sono sinonimi’ [ho i miei dubbi sulla veridicità dell’attribuzione di questa frase a Bobbio] e mi rimandò a una bibliografia, –piuttosto datata, a dire il vero–… Replicai che tutto ciò che chiamiamo e amiamo con il nome di liberalsocialismo ruota intorno al tentativo di conciliare libertà ed eguaglianza in una sintesi superiore, più comprensiva e più mobile” (p. 333-334, corsivo mio). Avrei sperato che, per quanto “maestro tradizionale” e antico, Bobbio avesse imparato la lezioncina. Invece, qualche tempo dopo, a Bobbio toccò di ricevere un’altra severa e sprezzante critica: “a definire destra e sinistra non basta” –scrive Martelli dall’alto della sua filosofia politica– “il rapporto che, rispettivamente, hanno l’una con la libertà e l’altra con l’eguaglianza, secondo la discutibile distinzione resa celebre da Norberto Bobbio in un libricino di successo” (p. 379, corsivi miei). Peccato che Martelli dimentichi di citare il titolo La democrazia dell’applauso, di un famoso (e “discutibile”?) articolo di Bobbio con il quale su “La Stampa” del maggio 1984 il filosofo torinese stigmatizzava l’acclamazione senza votazione con la quale Craxi fu riconfermato segretario del PSI nel Congresso di Verona. A quell’articolo vale la pena di citare anche l’immediata e sprezzante replica di Craxi: “i filosofi che hanno perso il senno”. Tutto l’episodio è omesso da Martelli. Il quesito, però, è come fare il liberalsocialismo in Italia relegando ai margini il più influente filosofo del liberalsocialismo stesso.
La risposta Martelli l’aveva già data. Questo è l’evento che ho preannunciato: il suo giustamente famoso discorso “sui meriti e sui bisogni” pronunciato alla conferenza programmatica “Governare il cambiamento” che il PSI tenne a Rimini (31 marzo-4 aprile 1982). Martelli ricorda ai lettori che quel discorso fu giudicato “da molti osservatori, dagli stessi comunisti e da un interlocutore ostico come De Mita – come “il momento più alto del nuovo corso socialista” (p. 291). Sottolinea che voleva “scrivere un manifesto del socialismo moderno”, “uscire dal discorso ideologico, dal confronto di dottrine e di esperienze politiche” … attingendo dagli esempi, dal metodo, dai percorsi e dai risultati del secolo socialdemocratico [questa è la caratterizzazione data al XX secolo da Ralf Dahrendorf], a cominciare dalla sua espressione più compiuta, quella svedese” (p. 291). Fu senza nessuna riserva un discorso efficacissimo, persino entusiasmante, che riuscì, almeno con le parole, a coniugare in maniera ispirata il liberalismo, premiare i meriti, con il socialismo, liberare dai bisogni. Proprio il liberalsocialismo che Bobbio aveva provveduto a teorizzare da almeno trent’anni. “Il discorso di Rimini fu interrotto da applausi ripetuti, intensi e da un’ovazione finale lunga cinque minuti, con tutti i delegati in piedi e non pochi con le lacrime agli occhi, come mostrano i video d’epoca. Solo Craxi rimase seduto” (p. 298, corsivo di commento mio). Il resto è storia. Il PSI non seppe, non volle, non cercò di applicare quei due principi. Martelli continuò a fare il delfino di Craxi e Craxi continuò a dedicarsi alle manovre per (ot)tenere il potere, alla fine rifiutandosi di cederlo per tempo a Martelli.
Tralascio qui due elementi che, invece, Martelli sottolinea: il suo intenso e meritorio rapporto con Giovanni Falcone e le sue alquanto logore e banali, a mio parere, spesso esagerate e non inoppugnabili, critiche alla magistratura. Un ex-Ministro della Giustizia dovrebbe saperne di più e avrebbe dovuto agire rapidamente e più a fondo nei confronti dei magistrati corporativi, politicizzati, carrieristi, inefficienti. Tutto questo vale per un bilancio della sua personale traiettoria politica. Quanto all’operato complessivo, “quel che Craxi ha fatto, quel che abbiamo fatto insieme e con tanti altri compagni merita ancora di essere studiato, discusso, compreso” (p. 591). Gli errori Martelli li attribuisce all’insistenza di Craxi su un anticomunismo obsoleto che, in verità, fu la cifra, 0quasi totalmente condivisa da Martelli, del suo agire politico. “Nettamente prevalenti sulle ombre”, le luci furono “la rinascita del PSI e di un riformismo moderno [peccato che di questo non vi sia più traccia con almeno due terzi dei socialisti confluiti in Forza Italia], la contestazione energica, democratica, vincente del comunismo italiano [che, però, ha infiacchito i rimanenti comunisti, ma non ne ha fatto dei ‘liberalsocialisti’], la prova di governo e di orgoglio nazionale, le battaglie per i diritti umani e l’indipendenza dei popoli” (p. 591). Ricordati di vivere è una storia politica di grandi successi personali la cui morale è che, alla fine, in politica, non si vince mai. Questo, forse, spiega perché nelle memorie di Martelli, la sua innegabile arroganza si combina con l’inconfessabile dolore per l’irreparabile incompiutezza della sua parabola politica.
La scelta difficile del Colle
Immagino che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ricevuto il testo dell’Italicum, lo stia leggendo con la meticolosità che ha sempre dimostrato da parlamentare e da ministro. L’art. ottantasette della Costituzione gli dà il potere di promulgare le leggi ed emanare i decreti aventi valore di legge e i regolamenti. Il Presidente s’intende assai di leggi elettorali. Non ha dimenticato che, sulla possente spinta dei referendari, la Camera dei deputati presieduta da Giorgio Napolitano, gli affidò la stesura della legge elettorale che divenne notissima come Mattarellum. Uomo dotato di sottile ironia, l’allora on. Mattarella non se la prese. Non rispose neanche alle critiche, alcune delle quali fondate, poiché in sostanza il tempo galantuomo ha dimostrato che la legge che porta il suo nome rimane migliore sia della proporzionale, che troppi suoi colleghi democristiani avevano difeso fino alla morte (della DC), ma anche del Porcellum dei cosiddetti quattro saggi del centro-destra che si riunirono a Lorenzago. Tuttavia, non userà il “metro” della sua legge per valutare il porcellinum partorito da Renzi, Boschi e i loro deputati renziani di tutte le ore.
Sergio Mattarella ha già dovuto usare un altro “metro”, ineludibile per giudicare il Porcellum, quello della corrispondenza di una legge, per di più tanto importante poiché riguarda i rapporti che fondano una democrazia: quelli fra i cittadini, i loro rappresentanti in Parlamento, i governanti. Sono la Costituzione e i suoi principi fondamentali a misurare la qualità e l’accettabilità di qualsiasi legge, ovviamente anche di quella elettorale. Con i suoi colleghi, il giudice Mattarella, anche se non è stato relatore di quella sentenza, ha sonoramente bocciato, totalmente triturandolo, il Porcellum. Purtroppo, poiché in Italia, a differenza che negli Stati Uniti d’America, i giudici non possono argomentare il loro voto, neanche quello favorevole, e neppure le loro opinioni dissenzienti, non c’è dato sapere quale concretamente sia sta la posizione di Mattarella. Sono certo, però, che, con il suo caratteriale rifiuto di qualsiasi protagonismo, non abbia mai proceduto alla comparazione del Mattarellum con il Porcellum, troppo facile troppo vincente.
Avendo cofirmato quella bocciatura, il Presidente Mattarella sta probabilmente riflettendo se il porcellinum abbia tutti i crismi di costituzionalità. Le candidature multiple non sono un trucco ai danni degli elettori? E non vale dire che anche il Mattarellum consentiva candidature multipli, ma non più di tre, poiché i pluricandidati dell’Italicum hanno la certezza dell’elezione, mentre quelli del Mattarellum si trovavano in un sistema competitivo che di certezza ne dava poche. Lo stesso candidato Mattarella, sconfitto nel 1994 in un collegio uninominale, entrò in Parlamento grazie al recupero proporzionale. I capilista bloccati, il cui nome apparirà sulla scheda, altro che “rappresentanti di collegio” se saranno inevitabilmente scelti dai dirigenti di partito e non s’imporrà il requisito della residenza per almeno tre anni in quel collegio, portano via una bella fetta di potere ai cittadini elettori. Per chi è arrivato a credere -i democristiani, anche di quelli di sinistra, c’hanno messo un po’ di tempo- che il bipolarismo è la modalità preferibile di competizione fra partiti e fra coalizioni, il premio alla lista e l’impossibilità di apparentamenti al ballottaggio non può essere una cosa buona. Pessima, poi, è la soglia bassissima, 3 per cento, per l’accesso alla Camera dei deputati (quella del Mattarellum era 4 per cento: sì, quell’uno per cento fa una differenza) che garantisce la frammentazione delle opposizioni parlamentari e l’impraticabilità del bipolarismo.
Il Presidente potrebbe rimandare la legge ai deputati per un’altra lettura, anche tenendo conto dell’ampio dissenso emerso fra loro, accompagnandola, esistono numerosi precedenti, da preganti osservazioni. Potrebbe anche inviare, ma questo sarebbe un atto forse troppo solenne, un messaggio al Parlamento tutto. Forse i giudici costituzionali suoi ex-colleghi gli hanno comunicato di non preoccuparsi. L’Italicum arriverà da loro per quelle che, in corso d’opera, Napolitano aveva definito “opportune verifiche costituzionali”. Infine, Mattarella potrebbe esercitare la sua moral suasion nei confronti di Renzi (non scrivo “del governo” poiché da qualche tempo avremmo dovuto capire che l’uomo solo al comando già c’è) ricordandogli che la riforma del Senato, per la quale i numeri sono traballanti, dovrà tenere conto delle pecche dell’Italicum ed essere molto più equilibrata. In quella sede, una bocciatura, non del tutto improbabile, aprirebbe scenari turbolenti.
Pubblicato AGL 6 maggio 2015
La leadership della rottamazione
“E’ un’illusione -tanto pericolosa quanto diffusa- che nelle democrazie contemporanee quanto più un leader domina il suo partito e il governo tanto più è grande” *
Articolo pubblicato da La rivista il Mulino,
fascicolo n. 478, 2/2015 (pp. 254-259)
A fior di pelle, l’emergere di un leader mini-populista nel corpo affaticato del Partito Democratico, appesantito dalle resistenze, per lo più verbali e poco contro-propositive, degli epigoni del PCI e della DC, è un fenomeno interessante. Per il momento, lascio la descrizione della rapida sequenza degli avvenimenti alle cure degli storici contemporanei (anche perché ce ne siamo già variamente occupati nei saggi curati da G. Pasquino e F. Venturino, Il Partito Democratico secondo Matteo, Bononia University Press 2014). In questa sede, intendo valutare come il nuovo leader del PD si è finora espresso, in quali direzioni sta andando, con quali risultati. Salvati suggerisce due ambiti sui quali concentrare l’attenzione: l’innovazione mediatico-organizzativa e l’innovazione politico-ideologica. Mi pare che le due presunte innovazioni si intersechino e si sovrappongano. Pertanto, pur facendovi riferimento, più o meno indiretto, non le terrò distinte. Per capire il renzismo bisogna inserirlo nel quadro più ampio della transizione politico-istituzionale del sistema politico italiano iniziata nel 1994 e mai chiusa da Silvio Berlusconi, leader inizialmente carismatico, poi più semplicemente personalista, provatosi incapace di istituzionalizzare il suo carisma e di preparare la sua successione. Sembrò a molti che sarebbe toccato al Partito Democratico guidato da Bersani di chiudere la transizione anche se con l’espressione troppo spesso ripetuta: “la Costituzione più bella del mondo”, alcune delle necessarie riforme non avrebbero comunque mai visto la luce. La non-vittoria elettorale di Bersani e la sua cattiva gestione del partito portarono, invece, ad una rielezione senza precedenti del Presidente della Repubblica. Imposero la formazione di un altro governo di transizione, incidentalmente, un altro esemplare di “governo del Presidente”. Produssero l’ennesima crisi interna al Partito Democratico della quale Renzi seppe trarre profitto incassando con gli interessi il suo investimento personale, politico, organizzativo effettuato fin dalle primarie del novembre-dicembre 2012 concessegli con fin troppa generosità (o eccesso di sicurezza) da Bersani.
Due volte favorito dal contesto, ma anche due volte capace di sfruttarlo, il renzismo è velocità e opportunismo, Renzi conquistò in rapida, quasi ineluttabile, sequenza il partito e il governo (grazie anche alla non opposizione del Presidente Napolitano e alla sua non-richiesta di formale apertura in Parlamento della crisi del governo Letta)). Questa breve, sintetica, ma corretta, storia, che richiederebbe approfondimenti politici e istituzionali ad ogni passaggio (al fine di evitare errori, non soltanto interpretativi, e di non ripeterli) dell’ascesa dell’ex-sindaco di Firenze mi pare non abbia praticamente nulla in comune con la lunga lotta di Tony Blair e di Gordon Brown, entrambi facilitati dalle riforme introdotte nel corpo del partito dal loro predecessore e mentore John Smith, finalizzata ad ammodernare il partito laburista e farne il New Labour (incidentalmente, sulla scheda elettorale queste due parole non hanno mai fatto la loro comparsa). Non c’è paragone possibile neppure con la conquista del governo che per Blair passa attraverso una convincente vittoria elettorale nel 1997. Lasciando da parte il confronto delle personalità Blair/Renzi, della loro oratoria, dei loro riferimenti, non si deve sottacere che il leader laburista ha alle spalle un tirocinio parlamentare durato 14 anni. Infine, intorno a Blair c’è un gruppo dirigente composto da personalità di alto livello esposta ad un’elaborazione culturale di alto livello (e molto disposta ad accettarla) il cui esponente da noi più noto è un grande sociologo, Anthony Giddens, oggi Lord Giddens, il vero ispiratore e teorico della Terza Via.
Nel ristretto circolo di persone che si dice consiglino Renzi ho cercato invano intellettuali dello spessore di Giddens. Non mi è parso di cogliere nelle varie Leopolde una elaborazione culturale e politica in qualche modo paragonabile a quella dei laburisti e dei think tank che, senza identificarsi con il New Labour, formulavano idee per il rinnovamento del partito e delle sue politiche. Di conseguenza, ho definitivamente abbandonato il paragone Renzi/Blair (e PD/New Labour) ritenendolo sbagliato, fuorviante, improponibile. Il Partito Democratico di Matteo Renzi non ha praticamente nulla in comune con il New Labour di Blair. L’oratoria di Blair non ha mai fatto ricorso a termini come rottamazione, non soltanto perché la tradizione in Gran Bretagna conta, l’esperienza è ritenuta una qualità, le conoscenze si apprendono, e non ha mai fatto riferimento a Peppa Pig o simili. Per quanto brillante e sferzante, come Max Weber sapeva dovessero essere i Primi ministri inglesi, “dittatori del campo di battaglia parlamentare”, campo peraltro frequentato da Blair quasi unicamente nei mercoledì del question time, il Primo ministro inglese non ha mai dimenticato che la più alta carica di governo richiede gravitas. Da parte mia, aggiungo che tutti i grandi capi di governo delle democrazie occidentali (da Churchill a De Gasperi, da de Gaulle a Brandt, da Kohl a Merkel) hanno mostrato questa gravitas e che proprio la levitas (spero che i lettori apprezzino il mio eufemismo) berlusconiana ha costituito un elemento di straordinaria vulnerabilità della sua stagione di governo e, giustamente, della sua statura di leader.
Niente di tutto quello che riguarda il Partito laburista, la conquista della leadership, l’esercizio del potere di governo è, evidentemente, folclore. Fa parte di una cultura politica che segnala quanto imbarazzante è il paragone con quella italiana. Dunque, meglio fuoruscire dal paragone nobilitante e passare sul terreno dell’innovazione organizzativa. L’abbandono del partito di massa, già avvenuto qualche tempo prima dell’anno 1 dell’era di Renzi, non può certamente essere considerato un suo apporto alla modernizzazione. Ci si potrebbe chiedere come è strutturato e come funziona il Partito Democratico di Renzi. E’ una domanda legittima in particolare poiché Renzi e i renziani di tutte le ore occupano attualmente le cariche più importanti nel partito a tutti i livelli. Non importa se sono diminuiti gli iscritti poiché questo è un trend generale in Europa in tutti i partiti grosso modo di sinistra. Un conto, però, è la tendenza di fondo, un conto molto diverso sono, invece, i crolli. Sappiamo che il leader mediatico non ha bisogno di iscritti. Non ha il tempo di andare a cercarli; non incoraggia nessuna campagna di reclutamento per la quale i renziani dovrebbero impegnarsi a parlare di politica con i già iscritti, che vorrebbero andarsene, e con i non iscritti, che desiderano farsi convincere. Forse nell’era dei talk show e di Twitter i voti si conquistano con le nuove tecnologie, ma, direbbe Gramsci (“chi?”), il consenso duraturo e, soprattutto, la formazione di una cultura politica diffusa non passano sul web.
Il fatto è che, altro che innovazione “mediatico-ideologica”!, il Partito Democratico di Renzi è piantato nel contesto del sistema dei partiti italiani. Con appena qualche ritardo (ma soltanto perché Veltroni, incamminatosi, con maggiore consapevolezza, su quella strada, era stato costretto a fermarsi) sta diventando, come hanno notato i migliori analisti, ad esempio, Mauro Calise e Ilvo Diamanti, un partito personalista. Nessuno può sostenere neanche per un momento che, lasciando da parte i partiti in senso lato socialisti di tutta l’Europa, i laburisti inglesi, neppure quando il loro leader era Blair, possano essere definiti “personalisti”. Invece, in Italia, nessuno avrebbe dubbi sull’esistenza di molti partiti personalisti. Anzi, ho già argomentato altrove (Italy: The Triumph of Personalist Parties, in “P&P Politics and Policy”, vol. 42, n. 4, August 2014, pp. 548-566), che tutti i partiti italiani sono personalisti e che i loro effetti sulla qualità della democrazia (che un leader dovrebbe volere e sapere migliorare) risultano assolutamente negativi. Qualcuno obietterà che il PD ha organismi decisionali, strutture e sedi, ma, non soltanto a mio modo di vedere, esibisce anche tutti i tratti caratteristici dei partiti personalisti: a) la presenza di un leader dominante e di un’organizzazione per scelta debolmente istituzionalizzata (dopo gli scandali di Venezia, Milano e Roma, diremmo giustamente anche “permeabile”); b) il dominio da parte del leader della comunicazione televisiva; c) il rapporto privilegiato a tutto campo con gli elettori (anche a scapito del rapporto con gli iscritti); d) il suo totale disinteresse per l’ideologia; e) la sua raccolta diretta di fondi. Al proposito, i più colti fra i politologi richiamerebbero anche la sindrome del partito pigliatutti di Otto Kirchheimer (1965) e avrebbero ragione da vendere. Naturalmente, se questa era/è l’intenzione dei fondatori del Partito Democratico e dei suoi cantori, ne prendo atto, ma soltanto dopo avere evidenziato i punti più significativi.
Qualche volta i leaders cambiano stile passando dal partito al governo, da alcune costrizioni a notevoli opportunità. Non è certamente questo il caso di Matteo Renzi. Decisionista nel partito, sostenuto da una solidissima maggioranza di renziani di tutte le ore, il capo del governo è riuscito, almeno fino ad ora, a fare credere che il suo è un governo che fa le riforme non fatte mai, almeno negli ultimi trent’anni (nel fascicolo 5/2014 “il Mulino” ha già gentilmente ospitato il mio articolo Un’altra narrazione che smentisce in maniera documentata quanto affermano il capo del governo e i suoi collaboratori). Non è questo il luogo nel quale entrare nei dettagli delle riforme proposte e dello stato della loro attuazione. Suggerisco un criterio semplice da applicare sui due casi da Renzi considerati decisivi. Il testo detto Italicum della riforma elettorale (incidentalmente un sistema proporzionale con premio di maggioranza che quasi nulla ha a che vedere con i sistemi maggioritari, meno che mai, come molto erroneamente scritto nello stesso fascicolo de “il Mulino”, p. 751 e p. 752 con quello francese maggioritario a doppio turno in collegi uninominali) ha una lontana somiglianza con le tre proposte formulate da Renzi nel gennaio 2014. La modifica del Senato approvata in prima lettura presenta non poche differenze rispetto all’iniziale disegno di legge del governo. Insomma, il capo del governo e il suo Ministro per le Riforme rilevano di avere idee poco chiare e convinzioni non forti in materia elettorale e istituzionale.
Più forti, ma non per questo più convincenti, sono le idee di Renzi in materia di rapporti con le parti sociali, più precisamente con i sindacati e altre associazioni di categoria. Sicuramente, Tocqueville non figura in maniera preminente fra le letture del capo del governo. Che vi sia un legame strettissimo fra democrazia e pluralismo dovrebbe essere noto a tutti. Meno noto, forse, è che le difficoltà socio-economiche sono state superate più rapidamente negli anni settanta dai sistemi politici nei quali i rapporti fra governi e parti sociali: sindacati e associazioni industriali, diedero vita ad assetti definiti neo-corporativi. Nei sistemi politici nei quali si hanno scontri fra governi e sindacati l’esito non è mai efficace per il funzionamento dell’economia. Alla fine del decennio thatcheriano (1990), la Gran Bretagna, nella quale Margaret Thatcher aveva messo all’angolo i sindacati negando loro qualsiasi ruolo sociale e di rappresentanza, fu superata dall’Italia del pentapartito nella classifica delle nazioni più industrializzate. All’insegna della disintermediazione, Renzi potrà anche mettere ai margini i sindacati (che, dal canto loro, non sono esattamente le strutture più innovative del paese), ma avrà reso un cattivo servizio a tutta la società e resta da vedere se avrà rilanciato l’economia. Rottamazione della classe politica e disintermediazione della società non sembrano necessariamente le migliori ricette per cambiare la cultura politica, vale a dire le idee, le credenze, le concezioni degli italiani. Anzi, sembrano fatte apposta per coltivare il populismo che serpeggia nell’elettorato italiano, magari accompagnandolo con frequenti e ripetute critiche ai tecnocrati di Bruxelles ai quali i virtuosi governanti italiani imporranno di “cambiare verso”. Infine, che un leader non obietti alla definizione del suo partito come Partito della Nazione non può non destare qualche preoccupazione di scivolamento dal personalistico al solipsistico con venature di blando autoritarismo. Queste preoccupazioni crescono ascoltando il leader che dichiara “l’astensionismo è un problema secondario”.
E’ un segno dei tempi che quel che conta per misurare la leadership sia il metro della popolarità. In effetti, Renzi è molto popolare. Non sorprendentemente, poiché i capi di governo godono quasi sempre di maggior popolarità dei leader dell’opposizione soprattutto in un sistema multipartitico, Renzi risulta tuttora il più popolare dei leader italiani anche se i più recenti dati disponibili indicano la perdita di una decina di punti fra l’estate e l’autunno inoltrato del 2014. Non azzarderò nessun paragone con Churchill e de Gaulle e neppure con Blair e Merkel. La caratura di un leader si misura ex post facto, con riferimento alle sue riforme e allo stato del suo paese quando lo lascia: migliore o peggiore di come l’ha preso? Al momento, nessuno degli indicatori utilizzabili suggerisce che l’Italia stia meglio di poco meno di un anno fa, quando Renzi subentrò a Enrico Letta. Non ho nessuna remora a sospendere il giudizio, ma la sospensione non significa affatto che si debba dare un giudizio positivo sulle qualità di leader di Matteo Renzi. E’ consigliabile attendere che almeno alcune delle riforme siano completate e attuate. Sospendere il giudizio non significa sospendere le critiche, purché siano documentate. Anche se so che è fin troppo facile proiettarsi nel futuro, non posso trattenermi dal ricordare che la prova della pizza sta nel mangiarla. Ma la pizza confezionata da Renzi non è ancora pronta, e, più solennemente, che i grandi leader e gli statisti lasciano un paese in condizioni migliori di quelle in cui l’hanno trovato. Concludo citando una frase tratta da uno dei più importanti studi contemporanei sulla leadership (già citato in apertura): “in generale, l’accumulazione di enorme potere da parte di un singolo leader lastrica la strada per errori importanti nel migliore dei casi e per disastri nei peggiori”
*Archie Brown, The Myth of the Strong Leader. Political Leadership in the Modern Age, Londra, Bodley Head, 2014, p. vi.
Il libro dei sogni di Renzi &Co
Stiamo fin troppo ascoltando il Presidente del Consiglio e i suoi collaboratori-corifei che ci promettono un paese dei balocchi e delle meraviglie. Sapremo chi ha vinto le elezioni la sera stessa, persino un po’ prima. Come nessun altro al mondo? Il vincitore si troverà in condizione di garantire la governabilità per cinque, lunghi, anni e farà una riforma al mese, fino ad esaurimento. L’Italicum che, pazzescamente il professor D’Alimonte definisce un sistema elettorale maggioritario (al contrario, è una variante di un sistema che assegna i seggi in proporzione ai voti e attribuisce un brutto premio di maggioranza) , ripristinerà il bipolarismo dei nostri (non di tutti) sogni. E’ a questo punto che ci siamo accorti che stavamo, per l’appunto, sognando. Per Craxi, il bipolarismo “DC-PCI” bisognava spezzarlo. Per Andreotti, il bipolarismo significava avere due forni dai quali approvvigionarsi di pane, pardon, di voti, per i suoi governi proiettati nell’impossibile eternità. Per Renzi, Boschi, Serracchiani e Guerini (ma altri si aggiungerebbero volentieri, e lo faranno), il bipolarismo è: il Partito Democratico incamera il premio di maggioranza, mentre le opposizioni, al plurale, si spartiscono in maniera assolutamente proporzionale, le briciole della frammentazione, e l’alternativa, in parlamento e nel paese viene rimandata alle calende minacciosamente greche.
In verità, a noi di quelle opposizioni non potrebbe importarcene di meno. Stanno facendo di tutto per meritarselo il loro destino di frammentazione e di irrilevanza. Berlusconi non ha ancora capito e nessuno, tranne, qualche volta, Fitto, ha finora avuto il coraggio di dirglielo, che se, fra il 2008 e il 2013 Forza Italia ha perso circa sei milioni e mezzo di voti, dal 2013 a oggi ne ha persi altri 3 milioni. Che se Lui non si fa da parte, prendendo atto che “l’autunno del patriarca” è cominciato da qualche tempo, e se non consente una seria e dura battaglia per la successione, il suo lascito politico consisterà in una nota di due righe e mezza a fondo pagina nei libri di storia (quei pochi non scritti dai “comunisti”). Noi per le note su Berlusconi non nutriamo un interesse spasmodico, ma quando pensiamo al sistema politico italiano, ci viene il dubbio euristico che, forse, la rappresentanza tanto politica (e saremmo persino disposti a scrivere “ideale”) quanto di interessi sarebbe opportuno garantirla in maniera un po’ più equilibrata.
Non siamo mai riusciti a sapere né quanto moderati né quanto liberali fossero i liberali e i moderati ai quali Berlusconi mandava promesse e dai quali traeva un’abbondante messe di voti. Più che liberali e moderati ci sono sembrati creduloni. Sappiamo, però, che nessun sistema politico può funzionare in maniera decente -“normale” non abbiamo mai capito che cosa significhi esattamente: come in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, in Spagna, nella dimenticata Svezia?-, se una parte del paese, una parte dell’elettorato non si sente rappresentata e, forse, anche quando si sente sottorappresentata ad arte, schiacciata da massicci e artificiali premi. Ci hanno persino raccontato che i governi funzionano meglio quando l’opposizione, non frammentata, è in grado di criticare, (contro)proporre, presentare alternative. Non sembra che questa sia l’opinione prevalente fra i renziani e i loro trafelati fiancheggiatori.
Nelle notti di inverno, ma i più bravi anche nelle lunghe notti d’estate, sono soliti raccontare che i democristiani si felicitassero dell’esistenza di una opposizione comunista. Avevano ragione. Tre anni dopo la scomparsa di quei comunisti che ritenevano il partito una ditta, ma anche una scuola, persino i democristiani scivolarono silenziosamente in un cono d’ombra. Non ci fu neppure bisogno di quella rottamazione che l’ex-Cavaliere del Lavoro Silvio Berlusconi dovrebbe conoscere e praticare, anche su di sé. Sarebbe un contributo utile alla sopravvivenza di Forza Italia e, a determinate condizioni, quasi tutte da (ri)creare, al suo rilancio. Non sappiamo se gli elettori moderati e liberali se lo meritino, un qualsiasi rilancio. D’altronde, molti italiani neanche si “meritano” Renzi, la sua velocità, la sua (raccapricciante) conoscenza dell’inglese, il suo libro dei sogni, i giornalisti che, persino sdraiati/e, ne raccontano le gesta eroiche. Finirà che usciremo a guardare le stelle, nient’affatto cadenti, che già adesso continuano a essere molte più di cinque.
Pubblicato il 20 aprile 2015
Con questo articolo inizia la collaborazione del prof. Gianfranco Pasquino con TerzaRepubblica.it
Le impronte sul Colle. Sgradevole cifrare il proprio voto
“Questo controllo del voto adottato dai partiti è un esempio di cattiva politica. Sulla scheda si dovrebbe scrivere solo il cognome del candidato“. Il giorno dopo l’elezione di Sergio Mattarella, il professor Gianfranco Pasquino, politologo ed ex senatore dei Ds, condanna il fenomeno dei voti cifrati, che sabato l’ha fatta da padrone nel conteggio delle schede. Voti “firmati” in cui si sono contati i partiti e le correnti al loro interno, come i giovani turchi del Pd. Ma anche i consensi azzurri giunti in soccorso al nuovo capo dello Stato.
Professore, ha visto: “Mattarella”, “Sergio Mattarella”, “Mattarella S.”, ecc?
Paradossalmente le dico che, visti i famosi 101 traditori di Romano Prodi, forse è meglio così. Per lo meno c’è più trasparenza. In realtà, il fatto che i partiti e i parlamentari usino questo sistema per controllarsi a vicenda è sgradevole e poco edificante. Lo accetto, ma prendo atto dell’incapacità dei parlamentari di assumersi le loro responsabilità. È una brutta politica che, però, in questo caso ha dato buoni frutti, perché Mattarella è il miglior presidente possibile nelle circostanze date.
Il fenomeno dei voti riconoscibili non viola la Costituzione, che parla di voto segreto?
Si dovrebbe cambiare il regolamento e obbligare a scrivere solo il cognome. Detto questo, non viola la Costituzione perché il voto non è riconducibile al singolo parlamentare, ma al massimo a gruppi di deputati o senatori.
È giusto su alcune votazioni mantenere il voto segreto?
Assolutamente sì, perché va difesa la libertà del parlamentare, che deve poter votare secondo coscienza. In questo caso difendo il diritto dei forzisti di dare il voto a Mattarella contro l’indicazione di Berlusconi. Inoltre, il voto segreto tutela il votante nei confronti del votato. Il quale, una volta eletto, e dalla sua posizione di potere, potrebbe in qualche modo vendicarsi. Ma le voglio raccontare un aneddoto.
Prego.
Nel 1994, quando ero senatore, a Palazzo Madama si doveva eleggere il presidente. Carlo Scognamiglio prevalse per un voto su Giovanni Spadolini, con una scheda contestata in cui c’era scritto “ScognaMIGLIO”. Tra l’altro, senatore all’epoca era anche il professor Gianfranco Miglio. Era chiaramente una scheda firmata che fu ritenuta valida permettendo a Scognamiglio di essere eletto.
Parliamo dell’elezione. Forza Italia ha contestato il metodo di Renzi…
Il metodo è stato assolutamente trasparente. Sia da parte di Renzi, che ha indicato Mattarella. Sia da parte di Berlusconi, che ha scelto di votare scheda bianca. Le obiezioni del leader di Forza Italia sono fuori luogo. Se il premier avesse proposto una rosa di nomi, avrebbe concesso all’ex Cavaliere, che sta all’opposizione, di scegliere il capo dello Stato. Le sembra giusto?
Dopo l’elezione di Mattarella, il patto del Nazareno continuerà?
Innanzitutto credo che il patto non contenesse il nome del capo dello Stato, ma il fatto di discuterne. Il Nazareno è al capolinea non per i fatti di questi giorni, ma perché ha già dato tutto quello che doveva dare: le riforme istituzionali e la legge elettorale. Si è, come dire, esaurito.
L’Italicum arriverà a breve al vaglio del Quirinale…
Oltre ad avere la solida cultura politica della sinistra DC, Mattarella dà garanzia di autonomia e indipendenza, anche rispetto a Renzi. Quando dovrà dire dei no, lì dirà, ma non in maniera rumorosa e senza rompere il delicato equilibrio tra le istituzioni. Vedremo come si comporterà nel giudicare una legge elettorale nettamente inferiore alla sua.
Quanto durerà la ritrovata unità nel Pd?
Il premier ha fatto bene a ricompattare il partito su una scelta importante come quella del capo dello Stato. Ora dipenderà dalle scelte del governo. Non credo che le diverse minoranze del Pd faranno sconti a Renzi perché è stato eletto Mattarella.
Professore, il suo giudizio su Renzi è migliorato?
Io rimango antropologicamente anti renziano. Non mi piace il suo modo di fare e non mi piace il lessico mediocre. Ho sempre apprezzato, invece, la sua sfida alla vecchia classe dirigente del Pd. Alla cosiddetta “ditta”. Il premier è un abile equilibrista. Bisogna però dargli atto che finora è riuscito a ottenere tutto quello che voleva e ha inanellato una serie di successi non marginali. Tra cui l’elezione di Mattarella.
Intervista raccolta da Gianluca Roselli
Pubblicata il 2 febbraio 2015
Gli errori degli Ulivisti e le mosse di Renzi
“Si sono persi vent’anni di tempo senza realizzare le promesse della campagna elettorale” dell’Ulivo. Cito la frase di Matteo Renzi come riportata dal “Corriere della Sera” e non ho esitazioni. Il segretario del Partito Democratico ha ragione. Non importa che la sua critica delle promesse non mantenute gli serva per colpire Pippo Civati che insiste, sulla base di non si sa quali motivazioni, a candidare Romano Prodi al Quirinale. Quel che importa è cercare di capire quali furono effettivamente le promesse non mantenute e, soprattutto, se Renzi e il Partito Democratico vogliano e sappiano andare oltre e fare meglio. Sicuramente su un punto l’Ulivo ha preceduto il Partito Democratico: il tentativo di combinare insieme le culture politiche del PCI e della DC, di contaminarle, come fu detto e ripetuto allora. Anche con l’aggiunta davvero marginale della debole cultura politica ambientalista, l’Ulivo non riuscì a essere il contenitore del meglio del riformismo italiano poiché non attrasse mai, anzi, respinse i portatori del socialismo riformista. Nel PD c’è chi continua a essere anti-socialista, manifestandosi tale in special modo nei confronti di Giuliano Amato. Il riformismo dell’Ulivo non fu mai particolarmente incisivo, anche perché, affermano i suoi sostenitori, gli mancò il tempo per dispiegare tutta la sua carica di cambiamento. Esiste anche un’interpretazione diversa del riformismo interrotto. All’Ulivo mancò la leadership.
Sostanzialmente inesperto, Romano Prodi rifiutò di trasformarsi in capo operativo dello schieramento elettorale detto Ulivo e si dedicò esclusivamente all’attività di governo. Inevitabilmente, l’Ulivo parlamentare e politico tornò nelle mani dei capi dei partiti che vi si erano associati per sconfiggere Berlusconi (numericamente battuto alle urne soltanto dall’impossibilità di stringere un’alleanza con la Lega che lo aveva “tradito” nel 1994). Nessuno di quei capipartito volle cedere potere politico a Prodi, che neppure ne fece esplicita richiesta. In maniera sicuramente miope, tutti operarono in base ai loro specifici interessi di corto respiro. L’Ulivo, vale a dire Romano Prodi e i suoi più stretti collaboratori rinunciarono fin dall’inizio a tradurre in pratica la novità che avrebbe avuto il maggior impatto unificante e che avrebbe cambiato il volto della politica italiana (e dei politici): le Convenzioni di collegio. Fra l’altro, Prodi fu sospettosissimo dell’eventuale successo della bicamerale di D’Alema nel raggiungere un accordo con Berlusconi per cambiare la Costituzione. Sbagliando, temeva che, subito dopo l’accordo, si sarebbe andati a nuove elezioni. Al contrario, la necessità di tradurre l’accordo in modifiche costituzionali sarebbe stata la polizza di garanzia almeno biennale per il governo dell’Ulivo. La vera riforma della politica, dei singoli partiti e del sistema dei partiti sarebbe derivata dall’impegno solenne dei parlamentari eletti nei collegi uninominali previsti dalla legge Mattarella (tre quarti degli eletti) di mantenere uno stretto contatto in ciascun collegio con gli elettori (non soltanto i “loro” elettori). Invece, molti di quegli eletti, essendo stati paracadutati nei collegi sicuri, non avevano né la base né la voglia di tornarci con frequenza a fare politica, quella sul tanto vantato e altrettanto disatteso “territorio”.
Dal punto di vista politico, l’Ulivo fallì nella sua promessa più significativa e potenzialmente più produttiva di cambiamento: riformare politica e istituzioni, rinnovare la classe politica. Tornare indietro si può, eccome, proprio resuscitando la legge Mattarella. Però, la proposta di riforma elettorale di Renzi non è basata sulla logica dei collegi uninominali nei quali gli eletti risponderebbero agli elettori. Si fonda, invece, sul principio, caro anche a Berlusconi, che i parlamentari sono scelti dal capo del partito e a lui rispondono. La stagione dell’Ulivo non fu, come afferma Renzi, soltanto un fallimento, prodotto da errori, compresi quelli, grandi, di Prodi, e dalle divisioni interne, ma la proposta elettorale del governo mette sicuramente la pietra tombale su un Ulivo piantato male e peggio accudito.
Pubblicato AGL 16 dicembre 2014
Paolo VI, Il Concilio Vaticano II e la terza ondata democratica
Convegno
mercoledì 15 ottobre ore 15
Dipartimento di Scienze Politiche, Sala delle Lauree – Università la Sapienza
Piazzale Aldo Moro, 5 Roma
Introduce e presiede Fulco Lanchester, Direttore Dipartimento di Scienze Politiche
Relazione di Gianfranco Pasquino, Università di Bologna
Il fattore religioso nella Terza Ondata di Huntington riletto 25 anni dopo la caduta del Muro
Discussant: Oreste Massari, Università “La Sapienza”
Relazione di Marco Damilano, L’Espresso
Giovanni Battista Montini-Paolo VI e la Dc nella ricostruzione di Pietro Scoppola
Discussant: Umberto Gentiloni, Università “La Sapienza”
Relazione di Pamela Harris, John Cabot University
Gli influssi giuridici americani sulla libertà religiosa al Concilio Vaticano II e il discorso di Paolo VI all’Onu
Discussant Luca Diotallevi, Università di Roma 3
Relazione di Carlos Garcia de Andoin, Diocesi di Bilbao, Istituto di teologia e pastorale
Le conseguenze dell’opzione preferenziale per la democrazia del Concilio sulla transizione spagnola
Discussant Gianluca Passarelli, Università “La Sapienza”
Con Francesco si ritorna a Montini?
Confronto tra Gianfranco Brunelli, Il Regno, e Luigi Accattoli, Corriere della Sera
Conclusioni Stefano Ceccanti, Università “La Sapienza”.
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Traccia tematica della relazione Il fattore religioso nella Terza Ondata di Huntington riletto 25 anni dopo la caduta del Muro
Il libro di Samuel Huntington del 1993 su “La terza ondata democratica” (in particolare alle pagg. 951/08) segnala che essa è iniziata in Paesi cattolici (Spagna e Portogallo, poi Polonia e Ungheria, per non parlare di Cile, Brasile, Corea del Sud e Filippine) anche per influsso delle acquisizioni del Concilio Vaticano II (opzione preferenziale per la democrazia nella “Gaudium et Spes” e per la libertà religiosa nella “Dignitatis Humanae”). Gianfranco Pasquino, nell’Introduzione all’edizione italiana di due anni dopo, pur condividendo il giudizio, si chiede però se col nuovo pontificato e lo sviluppo concreto delle transizioni non ci sia stata una parziale regressione, una minore fiducia nella democrazie. Cosa dire a quasi vent’anni di distanza?







