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Cosiddette primarie e post-verità #PrimariePD #30aprile

Leggo sul quotidiano “Il Piccolo” l’invito di Piero Fassino a votare Renzi così sintetizzato: “Con Renzi perché la sua mozione interpreta al meglio l’esigenza principale del Paese: rimettere in moto la crescita”. Sono stupefatto. Siamo di fronte ad una chiara, non so se consapevole o no, manipolazione del significato delle doppie consultazioni/votazioni, prima, degli iscritti al Partito Democratico, poi dei potenziali elettori. Il 30 aprile saranno questi ultimi a scegliere con il loro voto il prossimo segretario del Partito. Dunque, dovrebbero essere soprattutto interessati a votare quel candidato che prometta di interessarsi del partito e abbia spiegato come quanto in quale direzione con quali strumenti e, forse, anche con quali collaboratori provvederà a questo molto importante compito. La mozione del prescelto dovrebbe rispondere anzitutto alla domanda quale partito costruirà e fare funzionare, non quale crescita, non quale paese.

Il Partito Democratico, sostanzialmente trascurato da Renzi segretario (e dai suoi due vice-segretari Guerini e Serracchiani), spesso bistrattato, grazie anche alla gestione della Direzione ad opera del Presidente, Matteo Orfini, adesso, reggente, non gode di buona salute. Anche se il Partito Democratico è, in pratica, l’unico partito rimasto -tutti gli altri sono veicoli personalistici senza nessuna vita/vitalità interna e con addirittura meno democrazia del PD- la sua struttura e la sua presenza sul territorio lasciano moltissimo a desiderare, soprattutto da parte di chi crede che un partito debba essere una comunità di uomini e donne che non intende soltanto vincere episodicamente le elezioni, conquistare cariche, soddisfare ambizioni e dare un reddito a chi vive di politica (anche perché, probabilmente e spesso provatamente, non saprebbe fare altro). Invece, un partito, come dovrebbe sapere Fassino, già segretario della Federazione del Partito Comunista di Torino in anni difficilissimi e poi segretario nazionale dei Democratici di Sinistra, è anche un luogo di elaborazione culturale, di selezione di proposte, di sintesi politica, un tempo si sarebbe detto “alta” (e chi sa che non lo si possa tornare a dire prossimamente). In quella sintesi, che è culturale prima che operativa, che, anzi, deve essere culturale se vuole essere efficacemente operativa, troveranno spazio anche i problemi del paese che quel partito vuole affrontare, per la soluzione dei quali chiede voti per andare al governo.

Né Renzi (lo abbiamo già visto all’opera) né i suoi collaboratori ed estimatori, fra i quali, visibilmente, Fassino, sembra abbiano colto questo aspetto: la centralità del partito in qualsiasi attività di rappresentanza e di governo. Ecco: una delle ragioni per le quali queste votazioni, che non sono primarie, poiché non designano il candidato ad una carica elettiva, ma scelgono il segretario di un partito e poi si vedrà, hanno poco appeal. Sì, si sono effettivamente logorate, ma la colpa non è dello strumento. Ovviamente, è del pessimo uso che ne è stato fatto, a partire proprio da Renzi che ha impostato tutta la sua, peraltro mediocre e ripetitiva, campagna su “Renzi 2, il ritorno” (qualcuno aggiungerebbe “e la vendetta”). Il passo successivo, che Renzi avrebbe voluto compiere già a giugno, poi fatto slittare a settembre, tuttora reclamato il prima possibile, sarà la richiesta di elezioni anticipate per riconquistare la Presidenza del Consiglio, in questo modo, automaticamente indebolendo, o mantenendo debole, il governo Gentiloni sui cui ministri, più o meno tecnici, si è già scaricato un “fuoco” che non pare proprio essere “amico”.

Questo fuoco si intensificherà subito dopo la vittoria di Renzi, di quanto sarà più intenso lo vedremo una volta che siano stati contati i partecipanti alle votazioni e, non solo la percentuale, ma, in special modo, i voti assoluti ottenuti dal non più tanto nuovo segretario. Elettori e iscritti saranno subito risospinti nelle quinte della scena politica. Del Partito Democratico, della sua struttura, della sua presenza, delle sue modalità di funzionamento, della sua collocazione non si parlerà più. Della necessità di elaborare una cultura politica meno che mai (d’altronde, mica si può rischiare che tornino “in campo” i famigerati professoroni). Al massimo, il tema sarà affidato ad una scuola di politica nella versione passerella per dirigenti, quelli che dovevano contaminare il meglio delle culture riformiste del paese, che si esibiscono in quel tanto/poco di propaganda di cui (non) sono capaci. Ne deriverà un inaspettato omaggio a Zygmunt Bauman, sociologo polacco recentemente scomparso: un partito liquido (liquefatto). Con quel partito risulterà impossibile strutturare un decente sistema dei partiti e dare vita ad una democrazia competitiva di buona qualità.

Pubblicato il 27 aprile 2017

Vengo anch’io, no tu no – Pasquino: «Ero pronto a smascherare l’aria fritta»

testata

manifesto

Intervista raccolta da Rachele Gonnelli.
Il politologo, accademico dei Lincei, scaricato dal duello radiofonico con il premier sulla riforma costituzionale

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l premier ha fatto al contrario della «bruna Mancini» «che disse no al mattino e la sera disse sì» (atto V , Cyrano de Bergerac). Renzi invece giovedì avrebbe dovuto duettare alla radio con Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza della politica e accademico dei Lincei. «ore 17 Rai m’invita a RadioAnch’io con Renzi. Ore 19.40 Rai mi comunica che premier vuole stare solo senza dibattito», resoconta lo stesso Pasquino sulla sua pagina Facebook.

Professore, cosa è successo? Il faccia a faccia in tv con Zagrebelsky pare l’avesse vinto Renzi…Lei fa così paura?

Cosa sia successo non lo so. Di certo io non vado a vedere le virgole, guardo l’impatto della riforma sul sistema politico italiano. Renzi mi conosce ma soprattutto è il suo team che mi conosce bene e lo avrà sconsigliato. In particolare il sindaco di Firenze Nardella sa le mie argomentazioni, così come Debora Serracchiani. Non litigo, non alzo mai la voce, non mi piacciono proprio quelli che alzano la voce a coprire gli argomenti degli altri, ora poi, con l’età sono diventato molto saggio.

Quindi si era preparato per dibattere con Renzi e invece, niente. È così?

Ero contento di questo dibattito. So cosa si deve chiedere in materia di riforme costituzionali e lui ha solitamente risposte fatte d’aria. Continua a sostenere che con le sue riforme ci sarà un miglioramento della politica e persino della vita dei cittadini, cosa che io sono pronto a contestare in pieno. Per lui queste riforme fanno solo parte di un gioco, servono a poter dire: «visto? ho fatto le riforme», ma è una narrazione tutta sbagliata.

Renzi accusa i professori come lei del fronte del No di essere conservatori. Dice: «vedete, io faccio finalmente un cambiamento che nessuno è riuscito a fare». Giusto?

Dice un sacco di fandonie. È stato riformato il Titolo V della Costituzione, nel 2001. Si può pensare che si tratti di una riforma costituzionale brutta ma è stata fatta e voluta dal Pd. Berlusconi nel 2005 fece la sua riforma, la sottopose a referendum e fu bocciata. Altra riforma è stata la legge sui sindaci, lì al Senato ci fu una grande battaglia alla quale mi vanto di aver contribuito, anche perché il testo finale ripercorre in grandi linee ciò che avevo proposto. In effetti è l’unica riforma che è stata fatta bene, devo dirlo.

E invece già si parla di emendare l’Italicum in salsa greca, lo chiamano Italikos…

Non voglio sentire, sono solo pasticcetti, orpelli. Si dice che tutta l’Europa ci invidia questa ottima riforma ma poi già si prova a cambiarla. Del resto non è colpa di Renzi. Ricordo che nel 2014 riuscì a dire che l’Italicum era un Mattarellum con le preferenze, una stupidaggine senza confini.

Pubblicato il 8 ottobre 2016

 

Presentazione The Oxford Handbook of Italian Politics 29 febbraio #JohnsHopkins #Bologna

Johns Hopkins
SCHOOL of ADVANCED
INTERNATIONAL STUDIES

Lunedì 29 febbraio 2016 alle ore 18,30

Presentazione del volume

The Oxford Handbook of Italian Politics

Edito da

Erik Jones

Gianfranco Pasquino

Interventi di 

Pier Ferdinando Casini e Debora Serracchiani

Modera Filippo Taddei

Intervento delle Istituzioni

Stefano Caliandro

In italiano con traduzione simultanea in inglese

The Oxford Handbook of Italian Politics è un’opera essenziale e prestigiosa. In cinquantaquattro veri e propri piccoli saggi, i più importanti studiosi italiani, fra i quali Giuliano Amato, Valerio Castronovo, Vera Zamagni, e specialisti stranieri analizzano tutti i più importanti aspetti istituzionali, politici, sociali e economici dell’Italia dal dopoguerra ad oggi. Lo Handbook è stato curato da Erik Jones e Gianfranco Pasquino, docenti della Johns Hopkins University SAIS Europe, e sarà distribuito in tutte le maggiori biblioteche ed Università mondiali. Nella realizzazione di questo importante progetto, SAIS Europe Bologna si è posta quale tramite tra la comunità di scienziati politici italiani e la sfera – più ampia e principalmente anglofona – degli studiosi del sistema politico italiano. Sono inoltre stati coinvolti nella preparazione di questo complesso e indispensabile volume istituzioni ed esponenti della società italiana, in particolare il Consiglio Provinciale di Bologna, in un esperimento che ha generato suggerimenti preziosi, sia per gli accademici sia per gli amministratori locali.

Italian politics

189 lettori coscienziosi

La terza Repubblica

Centottantanove senatori hanno rialzato la testa dalle sudate e faticose carte trasmesse dalla Procura della Repubblica di Trani e in un sussulto d’orgoglio hanno detto: “no, non siamo passacarte”. E’ augurabile che continuino a dirlo e a comportarsi di conseguenza quando, per esempio, toccherà loro guardare le brutte carte della riforma proprio del “loro” Senato. Mentre il suo vice-segretario, la abitualmente zelantissima Debora Serracchiani, si scusa con gli elettori del PD, il segretario Renzi, poco noto per tenere in conto e apprezzare i problemi di coscienza, plaude ai magnifici centottantanove, fra i quali, però, qualcuno è ancora più magnifico. Luigi Manconi affida il suo garantismo allo Huffington Post; Giorgio Tonini imperversa in televisione e sui social; Pietro Ichino motiva in un articolo sul Corriere (ma sono in ansiosa attesa della sua newsletter del lunedì). Tutt’e tre sostengono di avere letto le carte, vale a dire le 560 pagine inviate alla Commissione del Senato per le Immunità Parlamentari. Tutt’e tre dicono sostanzialmente le stesse cose, già anticipate da un loro costituzionalista di riferimento che si sta da tempo posizionando per la Corte.

In attesa che qualche giornalista investigativo (“ci sarà pure un uomo o una donna di tal fatta a Roma?”) vada a verificare se, come, quando e per quanto tempo, Manconi, Tonini e Ichino (più il loro costituzionalista) hanno preso a prestito quella corposa relazione, è lecito chiedere se anche gli altri centottantasei senatori sono stati altrettanto solerti e studiosi. E’ lecito anche dubitarne. Qualcuno, però, come il Presidente della Commissione Stefano e presumibilmente tutti i commissari del Partito Democratico, quelle carte le avevano pur lette e si erano fatti un’opinione chiaramente opposta a quella successiva dei centottantanove. Sì, il collega Azzollini (NCD) doveva, come richiesto dalla Procura di Trani, essere messo agli arresti domiciliari, cioè a casa sua, non in un affollato, maleodorante, sporco carcere dove, peraltro già si trovano gli altri coinvolti nella stessa brutta faccenda. A piede libero, l’Azzollini potrebbe inquinare le prove, attivare reti di relazioni personali, sfruttare tutto il potere politico che i colleghi gli hanno riconosciuto per il passato e per il presente.

I centottantanove senatori hanno anche sconfessato platealmente l’operato della Commissione per le Immunità, più precisamente la maggioranza dei senatori del Partito Democratico ha detto alto e forte che i loro colleghi non hanno saputo leggere le carte e le hanno interpretate in maniera sbagliata. Ce n’è quanto basta per, da un lato, chiedere le dimissioni agli incompetenti, dall’altro, attendersi che siano i presunti incompetenti a dare, nobilmente, ma iratamente, le dimissioni. La prossima volta, comunque, ovvero alla prossima richiesta di arresto, quegli “incompetenti” verranno preliminarmente sostituiti, il precedente essendo già stato creato nella Commissione affari costituzionali. E’ stata scritta da questo orgoglioso Senato non passacarte (dunque, assolutamente da preservare, o no?) una bella pagina sulla libertà di coscienza. Sperabilmente, non soltanto quando in gioco è il salvataggio di un esponente della casta. Sperabilmente, non l’ultima pagina.

Pubblicato il 1 agosto 2015 su TerzRepubblica.it

I tanti campanelli d’allarme

Il campanello d’allarme per il Partito Democratico e per il suo segretario, Matteo Renzi, se si occupa anche del suo partito, era già suonato due settimane fa. Il risultato delle elezioni regionali è stato, nel migliore dei casi, un pareggio quanto a regioni vinte, ma, più realisticamente, ha costituito una non trascurabile perdita di voti. Rapidamente sepolto sotto il tappeto di un’inutile direzione del partito quell’esito alquanto sgradevole, soprattutto in Liguria e In Veneto, il Presidente del Consiglio ha continuato nella sua martellante comunicazione sulle cose già fatte, spesso soltanto a metà, e sulle cose da fare, naturalmente, in fretta. Nel frattempo, cresceva in quantità e in rumore la drammatica evidenza del sistema di corruzione denominato “Mafia Capitale” caratterizzato dal coinvolgimento anche di non pochi e non marginali spezzoni del Partiti Democratico. Né è svanito, anzi, rimane ancora molto inquietante, il problema, tutto del Presidente del Consiglio, di come procedere nei confronti del governatore De Luca, con l’interpretazione prevalente della legge che sostiene una trafila fulminea dalla proclamazione dell’eletto alla sua sospensione. Infine, ha fatto la sua comparsa il caso di un Senatore del Nuovo Centro Destra, decisivo alleato di governo, per il quale la magistratura ha chiesto l’arresto.

Tutte le volte che gli elettori votano, anche nelle elezioni regionali e municipali, tengono inevitabilmente conto di una pluralità di fattori ovvero, meglio, quei fattori finiscono per influenzarne l’opzione di voto. I candidati contano, l’identità di partito sempre meno, le tematiche insorgenti un pochino di più. Pensare che a Venezia e ad Arezzo i candidati del Partito Democratico abbiano perso al ballottaggio perché gli elettori sono preoccupati dai migranti asserragliati alla Stazione Centrale di Milano, tenuti a bada a Roma Tiburtina, bloccati a Ventimiglia, mi pare davvero eccessivo. Magari, a Venezia, oltre ad un candidato non dotato di grande fascino personale, il Partito Democratico paga anche, in quanto partito di governo, lo scandalo del Mose che il vittorioso candidato di centro-destra, un outsider non precedentemente coinvolto in politica, non ha nessuna difficoltà a dribblare. Ad Arezzo, è plausibile che il candidato di Renzi e di Boschi non abbia fatto breccia in quell’elettorato di sinistra, non solo snobbato da dirigenti che guardano al centro, ma ritenuto insignificante, ininfluente, anche facile da incolpare per malanni che dipendono proprio dal centro (del Partito Democratico).

La vice-segretaria del PD, Debora Serracchiani ha seraficamente dichiarato: “dobbiamo rafforzare il partito sui territori”. E’ un’affermazione che apre una prateria di attività impegnative per un partito, ma soprattutto per i collaboratori di Renzi che hanno puntato tutto sul loro leader, il giovane capitano coraggioso che ha sfidato e sconfitto la ditta di quelli che “non hanno mai fatto nessuna riforma”. Diamo pure ragione a Serracchiani e aspettiamo questa impennata di attivismo dem per radicare il PD sui territori. Certo, una svolta di questo genere richiede non soltanto che il segretario-Presidente del Consiglio “cambi verso” alla sua strategia di personalizzazione estrema, ma accetti anche l’idea che un partito, quando diventa e vuole rimanere grande, magari non spingendosi fino a dirsi rappresentativo “della Nazione”, deve essere pluralista. Deve consentire il dissenso, soprattutto quando è fondato (già si parla di ritocchi all’Italicum) e argomentato, persino valorizzandolo. Altrimenti, i campanelli d’allarme si moltiplicheranno e il loro suono rischierà di non rendere più udibili gli slogan esageratamente ottimistici dell’uomo solo (anche perché abbandonati da elettori che se ne stanno a casa)al vertice più che effettivamente al comando.

Pubblicato AGL 16 giugno 2015

Sopruso politico dei renziani

Sostituire i componenti di una Commissione non viola né il regolamento della Camera né, tantomeno, la Costituzione. Il titolare è malato oppure, come avviene abbastanza spesso, è impegnato in un’altra Commissione -quelle non permanenti prosperano. Oppure è bloccato da inconvenienti logistici, trasporti difficili e in ritardo, oppure è in missione ufficiale in Italia/all’estero. La sostituzione, riguardante uno al massimo due componenti di un gruppo, non soltanto è praticabile, abitualmente decisa dal capogruppo (che, lo dico subito, nel Partito Democratico al momento non esiste), è anche indispensabile per garantire il numero legale e la funzionalità della Commissione. Il caso estremo, ma molto importante, è dato dalla sostituzione temporanea, ad rem, vale a dire per un provvedimento specifico, affinché subentri un parlamentare particolarmente esperto della materia in discussione. Nulla di tutto questo si applica alla sostituzione di massa, addirittura dieci, degli esponenti della minoranza del Partito Democratico in Commissione Affari Costituzionali. Non risulta che i subentranti, il cui unico titolo è quello di essere renziani “spinti”, siano più competenti in materia elettorale di coloro che hanno sostituito né che posseggano expertise non altrimenti acquisibile né, quel che conta molto, abbiano seguito il dibattito, lungo, aspro, serrato e quindi siano particolarmente preparati e in grado di dare qualche contributo per migliorare l’Italicum. Anzi, i sostituti sono stati chiamati per stare zittissimi e votare la linea. Curioso che gli stessi renziani che sostengono che non esiste un sistema elettorale perfetto difendano l’Italicum come se fosse perfetto e non accettino, per principio, nessuna miglioria.

Da qualsiasi prospettiva la si guardi la sostituzione di massa dei Commissari della minoranza non è soltanto una forzatura. E’ un sopruso politico. Grave sarebbe se diventasse anche un precedente. Tutte le volte che un capogruppo subodora che un Commissario del suo gruppo/partito esprimerà riserve o, peggio, addirittura il suo esplicito argomentato dissenso (lasciando nei resoconti una traccia significativa) che potrebbe culminare in un voto contrario, voilà, procederà fulmineamente alla sua sostituzione, naturalmente, ad rem, solo per quella discussione e votazione. Renzi, Boschi, Guerini e Serracchiani, all’unisono con tutti i renziani della prima e delle prossime ore, ovvero le ore delle (ri-)candidature, dichiarano che un partito non è e non deve essere un’armata Brancaleone (che, lo ricordo, era variegata, ma anche molto divertente). Preferiscono fare del PD una caserma dove i soldati sono costretti all’obbedienza assoluta senza discussione dai sergenti di turno. La democrazia non abita nelle caserme anche se, qualche volta, per migliorarne la funzionalità persino i sergenti ascoltano i soldati che ne possono sapere di più su aspetti specifici della vita militare.

No, i pasdaran renziani non hanno questa volontà e neppure la capacità di ascolto. Sostengono, contro tutto quello che hanno scritto i teorici della democrazia da Hans Kelsen a Norberto Bobbio, che la democrazia è decisione a maggioranza “senza se e senza ma”. Imponendo di uniformarsi alla maggioranza del gruppo, adesso in Commissione, poi, lo hanno già annunciato, coartati dal voto di fiducia, anche in Aula, i renziani rischiano di calpestare l’art. 67 che prescrive ai parlamentari di esercitare le loro funzioni “senza vincolo di mandato”. Purtroppo, non posseggo la famosa e indispensabile sfera di cristallo per prevedere che Renzi voglia comunque utilizzare l’Italicum per andare subito, facendo saltare la riforma, peraltro non di spettacolare qualità, del Senato, a elezioni anticipate sia se approvato sia se bocciato. Sono sicuro che, comunque vada, la sostituzione dei dissenzienti in Commissione è il prodromo della loro non ricandidatura. Peccato, l’imperfetto Italicum rimarrà brutto e cattivo, il Partito Democratico darà dimostrazione che il suo aggettivo non è perfettamente attinente, i cittadini non avranno maggiore potere elettorale e le prossime elezioni non miglioreranno la qualità dei parlamentari (ancora nominati per circa tre quarti).

Pubblicato AGL 23 aprile 2015

Italicum merce di scambio

Grazie all’Italicum, annuncia e ribadisce Renzi, non ci saranno più inciuci, non si faranno più larghe intese, finirà per sempre il deprecato consociativismo. A metà fra il serioso e il giulivo, ripetono il mantra anche il Ministro delle Riforme Istituzionali Maria Elena Boschi e il vice-segretario del partito, la loquacissima, Debora Serracchiani. Bocciato un cruciale emendamento della minoranza del PD che avrebbe ridotto grandemente il numero dei nominati e approvato un emendamento del PD che ingoia migliaia di altri emendamenti, entrambi i voti debitori del soccorso blu dei Senatori di Forza Italia, il cammino verso l’approvazione di una legge elettorale controversa sembra in discesa. Vedremo in occasione della sua prima applicazione, possibile non prima del 2016, quanto l’Italicum manterrà le sue promesse, in particolare, quelle di sostenere il bipolarismo, di garantire senza mercanteggiamenti un vincitore incoronato la sera stessa delle elezioni e di produrre la governabilità renziana.

Al momento, ma è anche effetto della sotterranea battaglia per il Colle più ambito, il Quirinale, il Partito Democratico si sta dolorosamente lacerando. Soltanto il molto deprecato inciucio con Forza Italia, che dovrebbe essere sconfitto a futura memoria, salva Renzi e la sua brutta riforma elettorale. Berlusconi si aggrappa all’inciucio come se fosse una vera e propria ciambella di salvataggio sia nel duro confronto interno al suo stesso partito sia per rimanere a galla come contraente del Patto del Nazareno e soprattutto per concordare il futuro presidente. Non è ancora andata a fondo la minoranza del Partito Democratico, guidata da Bersani, in grandissima fibrillazione poiché Renzi non fa sconti, non fa concessioni, non fa neppure il piacere di giocare a carte scoperte. Adesso, il test della profondità e della solidità del rapporto prioritario e privilegiato con Berlusconi, non ancora, però, una nuova maggioranza, si sposta verso l’elezione del prossimo Presidente.

Berlusconi ha ripetutamente affermato che non vuole un ex-comunista. In questo modo, taglierebbe fuori dall’eventuale rosa che Renzi potrebbe sottoporgli: Bersani, D’Alema (che ha ancora non pochi sostenitori in parlamento) e Veltroni. Adesso, è l’ex-segretario Bersani che deve porsi il problema di come fare valere quel che resta della ditta. Certamente, l’elezione del prossimo presidente della Repubblica offre alla minoranza del PD, ma anche a Fitto e ai dissidenti di Forza Italia, una grande occasione. Non è soltanto questione di nomi. Peraltro, a Renzi non costa proprio nulla escludere gli ex-comunisti. Non è quella la sua tradizione né, tantomeno, la sua cultura (parola grossa) di riferimento. Anzi, tanto di guadagnato, se l’esclusione degli ex-comunisti, pur non garantendo l’elezione del prescelto nelle prime tre votazioni, facilitasse, faciliterà l’accordo con Berlusconi. E’ sul profilo del non ex-comunista che Renzi e Berlusconi potrebbero avere non marginali differenze di opinione.

E’ lampante che lo scambio, che si sta manifestando sulla legge elettorale, al quale Berlusconi è interessato, riguarda la sua agibilità politica. Il tempo passa, le energie declinano, i malumori in Forza Italia crescono. Se non viene riabilitato in fretta, Berlusconi finirà per non contare nulla. Dunque, ha bisogno di un Presidente della Repubblica molto comprensivo. Anche Renzi desidera un presidente “comprensivo”, magari di basso profilo, meglio se ex-democristiano, poco interventista. Qualcuno lo ha già delineato questo potenziale “presidenziabile”. Proprio come la brutta legge elettorale che consente a Renzi di contare su una vittoria che depurerà il PD dalle minoranze dissenzienti e a Berlusconi di continuare quantomeno a nominare tutti i suoi parlamentari, anche il prossimo Presidente della Repubblica può essere la conseguenza di un inciucio giustificato con l’obiettivo altisonante di porre fine agli inciuci. Per concludere in politichese: “sono queste le riforme, sono questi gli esiti che la gente si attende?”

Pubblicato AGL 22 gennaio 2015

In fuga verso la bocciofila

FQ

“Meno iscritti più voti”: questo è il messaggio rassicurante che Renzi manda al paese, soprattutto ai giovani. Non iscrivetevi al Pd se volete fare aumentare i suoi voti. Piuttosto fate parlare l’iscritto D’Alema che lui sì, sostiene Renzi, fa crescere il mio consenso. Oppure, andate in una bocciofila dove potrete liberamente esprimere il vostro dissenso. Renzi aggiunge anche, in maniera da molti inaspettata, che è interessato alle idee più che agli iscritti, idee che intende continuare a esporre partecipando a tutti i talk televisivi del villaggio Italia, del Truman show. Il riferimento alle idee ha gettato nello sconcerto la segreteria di Renzi, ma Debora Serracchiani afferma che il Partito Democratico, o quel che ne rimane, dovrà uniformarsi. Nel suo diario, s’intende telematico, il giovane capo del governo annota che di iscritti è praticamente la prima volta che sente parlare. Lui è l’uomo delle primarie, del rapporto con gli elettori, primari e secondari. Lo abbiamo intervistato con domande per e-mail. Gli iscritti, sostiene Renzi, debbono essere coloro che Bersani, D’Alema, forse anche Cuperlo menzionano di tanto in tanto, ma lui, “uomo solo al comando”, mica è arrivato lì grazie agli iscritti. Sono stati i dirigenti con le loro repentine convergenze, pardon, conversioni, che gli hanno facilitato la rapida ascesa. Poi, è vero sono anche arrivati, fin troppo speranzosi, non sapendo più a che santo votarsi, gli elettori e le elettrici delle europee di maggio.

L’idea, interessante, ma proprio da vecchia guardia, che un partito debba fare sforzi e sciupare energie per reclutare, mantenere, informare, fare partecipare attivamente gli iscritti sembra a Renzi del tutto fuori luogo e anche fuori tempo massimo. D’altro canto, gli iscritti, i quali, a cominciare dall’Emilia-Romagna, neppure vanno più a votare per le primarie (75 mila iscritti 51 mila elettori), si sentono un po’ inutilizzati, sostengono i gufi. Piuttosto questa volta, suggerisce Renzi, andando del tutto contro le sue inclinazioni, ascoltiamo i professoroni con i loro studi comparati e non dimentichiamo di chiedere loro anche del calo degli iscritti ai sindacati (vero, Camusso? fuori i numeri!), corporativi e conservatori. Un po’ dappertutto i partiti perdono iscritti e i cittadini fanno politica con altri mezzi, per esempio, il telecomando. In Italia abbiamo dato loro le primarie, sostiene Renzi (anche se, insomma, lui è più che altro un fruitore non il fondatore delle primarie). “Ah, dite che non basta” chiede sorpreso Renzi. “Ah, pensate che sarebbe necessario trovare un modo per rendere la partecipazione nei circoli non soltanto allettante, ma anche, addirittura, influente?”. “Uh, dite che è il mio stile verticistico, rapidamente imitato dai renziani e renzini di base, a scoraggiare qualsiasi discussione politica che non si traduca in adorazione per il leader?”. “Il fatto è che, come capo del governo, ho fretta di fare le riforme. Già ci pensa la discussione in Parlamento a rallentarle. Se dovessi mai discuterle anche con gli iscritti non si farebbe proprio nulla, senza contare il rischio che molti degli iscritti risultino essere più preparati e più competenti delle mie Ministre”.

“Insomma” conclude l’intervistato, “lasciatemi anche da solo purché al comando. Tra un po’ vi sarete tutti dimenticati del calo degli iscritti al Partito Democratico, i quali sono, è vero, meno di quelli della SPD, ma più di quelli del Parti Socialiste. Siamo sulla strada della post-modernità. Abbiamo dato le province in mano ai consiglieri comunali. Il Senato in mano ai consiglieri regionali. Tutto senza che i cittadini fossero disturbati dalle telefonate degli iscritti che li incoraggiassero ad andare a votare. Arriveremo presto anche a un post-Pd nel quale nessuno farà più caso al numero degli iscritti. A me, Matteo, basta che il post-Renzi arrivi il più tardi possibile”. Thank you.

Pubblicato il 4 ottobre 2014 su Futuroquotidiano.com